Il mio blog preferito

mercoledì 10 aprile 2013

IntelligenzaPratica

Un affascinante e un tantino caustico post de LaProf tratta la questione dei BES (ovvero Bisogni Educativi Specifici) di recente entrati in scena al posto degli ormai logori DA (ovvero Disturbi dell'Apprendimento Non Meglio Identificati) tramite apposita circolare. In cotal fascinoso e caustico post, LaProf sostiene causticamente che al MIUR hanno stabilito che, dal momento che noi docenti non facciamo una benemerita minchia dalla mattina alla sera, sarebbe ora che ci occupassimo un po' di questi BES (che restano sempre Non Meglio Identificati, con la variante che dovremmo identificarli noi, dall'alto delle nostre competenze). 
Un attento ed occhiuto esame, svolto con la diligenza del buon padre (o madre) di famiglia rivela che sì, in effetti si tratta proprio di una di quelle Circolari Scaricabarile che da qualche anno in qua il MIUR ci rifila a scadenze non sempre regolari per indurci ad applicare la buona vecchia esortazione "Hai dei problemi? Risolvili!". Con la piccola aggiunta che, stando alla circolare in questione, noi insegnanti dovremmo sì risolvere i nostri problemi didattici, ma non si capisce bene come. "Riempiendo scartoffie" viene da pensare ad una prima lettura. Ma no, non è così definitivo: riempire scartoffie potrebbe forse tutelare il Consiglio di Classe e forse fornire un aiuto al BES di turno, ma anche no. E forse è giunto il momento di delegare ufficialmente la scrittura delle circolari del MIUR non tanto ai funzionari del ministero, quanto ai ben più qualificati Oracolo di Delfi o Sfinge, magari applicando la regola Turandot che recita "Gli enigmi sono tre, la morte è una".
Ulteriore corollario: la circolare in questione non cambia quasi nulla, a parte la grandiosa innovazione di trasformare i DA in BES; e per meglio illustrare questa mia convinzione vado adesso a narrare una storia dell'anno scorso.

Nella terza di Cristaccecami, com'è noto, non ci facevamo mancare nulla: su sedici gatti contavamo, oltre a Cristaccecami, ben due DSA all'acqua di rose, un altro certificato pure quello all'acqua di rose, un paio di situazioni familiari alquanto complesse e pure un DA.
Siccome il DA per me era roba nuova chiesi lumi, e mi spiegarono che si trattava di un Disturbo dell'Apprendimento Non Meglio Identificato. I DA, che grazie a una recente circolare del Ministero sono adesso inclusi nel più vasto universo dei BES sarebbero, per il poco che mi è stato dato capire, alunni che più di tanto non funzionano ma che, adeguatamente curati e innaffiati da appositi professionisti, imparano ad usare strategie particolari di apprendimento e a quel punto non se la cavano poi malaccio - purché i genitori abbiano i soldi per pagare la cura e l'innaffiaggio, si capisce, perché lo stato per questo non scuce un centesimo.
Tutti i colleghi come un sol docente mi spiegarono che costui, il DA, aveva "l'intelligenza pratica" - il che voleva dire che era in teoria capace di costruirti un granaio ben fatto ma non di studiare decentemente la guerra di secessione. Con gli anni aveva anche sviluppato una totale mancanza di autostima unita a un carattere che ben difficilmente avrebbe potuto essere simboleggiato da un barattolo di miele: specializzato da sempre nel litigare a morte con i compagni per i più ignobili motivi e nel praticare un bullismo nemmeno troppo soft sugli elementi più deboli della scuola, con gli insegnanti si mostrava piuttosto ruffiano e spesso cercava di risolvere tutto sciogliendosi in lacrime e sostenendo che i compagni ce l'avevano con lui. E di fatto era abbastanza vero che i compagni ce l'avevano con lui, ma non per questo lo trattavano ingiustamente; cercavano però di scansarlo.
Nei suoi quattro anni lì dentro IntelligenzaPratica aveva cambiato un gran numero di insegnanti (non tutti scelti tra il meglio che St. Mary Mead poteva offrire sul piano umano) che si erano regolarmente rimpallati il discorso sull'intelligenza pratica senza mai scavare più a fondo - del resto, se uno matematica non la capisce, non la capisce, giusto? Non c'è altro da fare che accettare la cosa e ricordare con scarso garbo all'alunno che c'è chi è in grado e chi non è in grado. Tanto per fare un esempio. 
Solo al terzo anno una delle molte insegnanti di Lettere che si erano avvicendate in quella classe aveva suggerito ai genitori una visita specifica, che aveva prodotto una diagnosi di Disturbo dell'Apprendimento piuttosto articolata; il ragazzo aveva un quoziente d'intelligenza bassino ma nella norma, il che non permetteva, pare, una diagnosi di dislessia - perché per essere dislessici, mi spiegarono, si deve essere parecchio intelligenti (più avanti qualcun altro mi spiegò che al giorno d'oggi anche se non sei una volpe delle più astute puoi aspirare al rango di dislessico, ma che la questione è ancora discussa); stava di fatto che IntelligenzaPratica era quello che leggeva peggio in classe, perché, mi spiegò la dottoressa che aveva stilato la diagnosi, se si concentrava sulla forma delle parole non riusciva a seguire anche il significato delle medesime, ma non era dislessico, mentre i due dislessici ufficiali avevano una bella lettura fluida  (e, uno dei due, anche molto espressiva). Di certificarlo, con quel quopziente di intelligenza, non c'era nemmen da parlarne. Insomma, era un Disturbo dell' Apprendimento: c'erano le convergenze parallele, c'era la sfiducia costruttiva e c'erano i disturbi generici dell'apprendimento. Il mondo, si sa, è bello perché è vario.
A noi del Consiglio, del resto, non interessava granché stabilire cosa esattamente fosse un disturbo generico dell'apprendimento; viceversa eravamo tutti assai interessati e disponibili a prendere atto di quel che dovevamo fare con IntelligenzaPratica per aiutarlo. 
Ahimé, la questione si rivelò assai fluida: potevamo fargli usare tutte le misure facilitative e aiuti e schemi di questo mondo durante l'anno, ma NON in sede di esame, potevamo stabilire degli obbiettivi minimi ma NON dargli prove facilitate all'esame, insomma durante l'anno ce lo potevamo giocare come ci pareva, poi se passava o no l'esame (che avrebbe fatto senza alcuna facilitazione) erano cazzi suoi.

Nel frattempo si era innestato un cosiddetto circolo virtuoso: l'insieme delle abili cure della dottoressa che lo seguiva, dei suoi consigli e dei nostri sforzi congiunti aveva prodotto alcuni timidi risultati che, aumentando l'autostima di IntelligenzaPratica, lo avevano portato a conseguire risultati sempre meno timidi e sempre più consistenti. Restava il fatto che, non avendo egli fatto una benemerita mazza per i tre anni precedenti, senza qualche aiuto l'esame non era in grado di passarlo, anche perché, se ormai affrontava con una certa confidenza le normali prove di verifica, stante il  carattere che si ritrovava, all'esame ben difficilmente avrebbe reso un pizzico più del solito per il benefico effetto dello stress, caso mai un bel po' meno del solito a causa  del terror panico che lo pervadeva in casi del genere.
D'altra parte era assurdo non passarlo proprio l'anno in cui aveva lavorato ed era pure grandemente migliorato (o meglio aveva fatto un suo percorso, secondo la classica formula del didattichese), senza contare che il ragazzo era stufo sin nelle barbe di starsene parcheggiato alle medie, con tutti quei bambini piccoli che lo guardavano dall'alto in basso perché lui era scemo (no, di tendenza non lo guardavano particolarmente dall'alto in basso, ma siccome ne avevano paura finivano per difendersi con quel che gli suggerivano i più grandi, ovvero ricordandogli che lui era lo scemo del villaggio) e insomma dalle medie doveva uscire, punto e basta.

Così, da bravi italiani, coniugammo il verbo "arrangiarsi". Beh, io dovetti arrangiarmi poco perché in italiano era sempre stato abbastanza sufficiente (se non si faceva troppo caso alla parte grammaticale, certo. Per quanto nel corso dell'anno avesse imparato a distinguere un predicato verbale da un paracarro, cosa che mi lusingò molto), salvo rispedirlo a pedate al posto quando cercò di consegnarmi un tema di una colonna e un quarto laddove era stato da tempo stabilito che nello scritto di italiano DOVEVA prendere almeno sette, e frustarlo col gatto a nove code finché le colonne non diventarono due e un settimo - e quasi tutta la colonna aggiuntiva venne dedicata ad illustrare la perfidia della prof. Murasaki rispetto alla bravissima prof. di Matematica. Del resto era verissimo che la sfigata supplente annuale di terza fascia di Matematica era brava al di là di ogni lode concepibile e comunque molto più brava di me, e infatti laddove io avevo semplicemente fatto del mio meglio, lei era riuscita nel miracolo di fargli piacere entrambe le sue materie, di gratificarlo e financo di insegnargli qualcosa.

A conti fatti comunque andò meno peggio del previsto, come succede spesso in questi casi: con qualche aiuto e un po' di psicoterapia da rianimazione, e soprattutto di griglie di correzione decisamente generose, oltre al sette nel tema arrivarono anche la sufficienza a matematica e spagnolo (quest'ultima, una piacevole sorpresa per tutti noi); le prove Invalsi si limitarono ad un arginabile cinque e l'orale andò piuttosto bene, anche se dopo averlo fatto il ragazzo sembrava passato nella centrifuga.
Fu così che IntelligenzaPratica andò ad esercitare altrove la sua intelligenza pratica (che nel frattempo si era rivelata anche un po' logica); e dove è adesso non consegue grossi risultati e ha anche litigato con un po' di gente ma nel complesso non sembra passarsela male.

Quanto a noi Consiglio di Classe, eravamo pur sempre riusciti nella mirabile impresa di tenere il cerino acceso che ci eravamo ritrovati in mano senza scottarci, che al giorno d'oggi sembra il massimo del trionfo cui può aspirare un insegnante.

venerdì 5 aprile 2013

Il gran sole di Hiroshima - Karl Bruckner



Nel 1961 Karl Bruckner, autore tedesco, scrisse questo romanzo per ragazzi che ottenne subito un grande successo di pubblico e di critica e che venne blasonato con numerosi premi letterari a livello internazionale. Io lo lessi per la prima volta intorno agli otto anni, prendendolo dalla biblioteca di classe che veniva formata col classico sistema artigianale "ognuno porti qualche libro". Negli anni delle elementari credo di averlo riletto una buona decina di volte, tanto che quando da adulta lo ripresi in mano mi accorsi di ricordarmelo praticamente riga per riga. Aggiungo che le copertine delle edizioni successive sono molto più scialbe della prima edizione e molto meno significative: qui c'è un gran sole, e anzi è così grande e lucente da insinuare una sottile inquietudine nel lettore; inoltre c'è pure un riferimento indiretto alla bandiera giapponese che, pure lei, reca l'immagine del sole - ma non era a quel sole che pensavano i giapponesi quando la scelsero, in tempi lontani.
Il titolo originale comunque è Sadako will leben, ovvero "Sadako vuole vivere". Una volta tanto però non disapprovo il titolo scelto dagli editori italiani.

La storia, semplice e chiara ma narrata a molte voci e con un gran numero di personaggi, racconta il lancio della prima bomba atomica sulla città di Hiroshima e le sue conseguenze negli anni. La narrazione inizia il giorno prima del lancio e si svolge parallela tra le vicende di una famiglia giapponese (la fame costante, la vita che scorre tutto sommato tranquilla perché Hiroshima non è un obbiettivo dei bombardamenti, i turni di lavoro massacranti delle operaie nell'industria bellica, i passatempi di due normali bambini, fratello e sorella, con la madre in fabbrica tutto il giorno e il padre nell'esercito, qualche vecchietto che fa loro compagnia) e gli ultimi atti di preparazione del lancio nella base americana; dopo il lancio della bomba e le sue conseguenze viene narrata la riunione delle famiglia giapponese e i successivi anni della ricostruzione, dalle baracche di lamiera e il mercato nero, con la fame che va progressivamente attenuandosi, fino al ritorno del benessere.
Dieci anni dopo l'esplosione della bomba, improvvisamente una lunga e combattuta gara in bicicletta fa riaffiorare nella figlia più piccola, ormai adolescente, l'effetto delle misteriose radiazioni. 

La storia ha fatto versare fiumi di lacrime a varie generazioni di bambini, e ha senz'altro contribuito alla formazione di generazioni di pacifisti avversi alle armi nucleari - io, almeno, non ho mai avuto dubbi in proposito.
Finito il libro, assai preoccupata, corsi da mia madre.
"Mamma, mamma, sono ancora così pericolose le bombe atomiche?".
Mia madre stava cucinando "No, Murachan: oggi lo sono molto, molto di più".
E' uno dei ricordi più chiari della mia infanzia.

Fu anche il mio primissimo approccio al Giappone: la sua cultura e la sua società vengono presentate dall'autore con molta precisione e con grande rispetto, ma anche con estrema naturalezza. Si capiva che per i giapponesi la vita e il modo di pensare erano diversi dai nostri, e che andava benissimo così. Si capiva perfino qualcosa della mentalità militare, presentata in forma critica ma comprensibile per un bambino - sia quella americana che quella giapponese.
Molto bella anche la descrizione dell'esplosione e della reazione sconvolta dei piloti.
"In quel preciso momento, l'uomo compiva il suo primo tentativo per annientare sé stesso.
Il tentativo era riuscito".

Con questo post partecipo a I Venerdì del libro di Homemademamma, e auguro buone letture e un felice fine settimana di sole a tutti.

giovedì 4 aprile 2013

L'arte della discrezione nel Decameron di Boccaccio (con la storia di Agilulfo)




(Riadattato dal mio portfolio SSIS, percorsi di letteratura italiana)



La novella di Agilulfo è una delle mie preferite di tutto il Decameron. L'ho proposta alcune volte in seconda media, naturalmente tradotta in italiano moderno, anche con l'idea di trasmettere ai miei alunni l'idea che in certi casi pensare prima di agire può raddirizzare situazioni che sembrano all'apparenza del tutto irrimediabili; ma anche tralasciando questo aspetto didattico è comunque una bellissima storia d'amore, senza contare che è divertente, a lieto fine e che i tre personaggi ci fanno tutti un'ottima figura. Inoltre è un racconto squisitamente medievale, in tutto e per tutto. 
Una prova di comprensione del testo può servire per controllare che l'intreccio piuttosto complesso sia stato afferrato appieno.
La novella della marchesa di Monferrato, molto meno appariscente, è ugualmente fruibile  in una scuola media. Sì, in teoria lo sarebbero anche le altre due, ma ho sempre preferito evitare.

L’arte di tacere nel Decameron
(novelle III, 2; IX, 6 e I, 4; I, 5)

Molti sono i personaggi che nel Decameron si cavano d’impaccio (talvolta anche da impacci invero assai incresciosi) grazie a pronte e accorte risposte; ma in più occasioni Boccaccio ci mostra come gli uomini e le donne prudenti sappiano cavarsi dai più gravi impicci soprattutto grazie al fatto di aver saputo tacere al momento opportuno, riuscendo in tal modo ad evitare danno e scandalo.

Gli accorti e silenziosi protagonisti delle quattro novelle scelte sono molto diversi tra loro per educazione e condizione sociale: un celebre re longobardo, una marchesa, un giovane monaco, la moglie di un modesto oste del contado. In comune tutti e quattro hanno la ventura di trovarsi all’improvviso in una situazione assai spinosa e di riuscire a sfilarsene con garbo e soprattutto con dignità grazie ad una grande discrezione (discretum è infatti colui che sa cernere, ovvero scegliere il partito giusto da prendere) e ad una prontezza di reazione che ha del prodigioso. 
Tutti e quattro,  a buon diritto, potrebbero prendere come motto il celebre “Primum, non nocere” attribuito ad Ippocrate: prima di tutto, non peggiorare la situazione.

III, 2: Un pallafreniere giace con la moglie d’Agilulf re, di che Agilulf tacitamente s’accorge: truovalo e tondelo; il tonduto tutti gli altri tonde e così campa della mala ventura

La novella seconda della terza giornata viene introdotta dalla narratrice (Pampinea) proprio con un elogio della discrezione:
"Sono alcuni sì poco discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di sentire quello che per lor non fa di sapere, che alcuna volta per questo riprendendo i disavveduti difetti in altrui, si credono la loro vergogna scemare, là dove essi l’accrescono in infinito: e che ciò sia vero, nel suo contrario mostrandovi l’astuzia [...] d’un valoroso re, vaghe donne, intendo che per me vi sia dimostrato".

La storia parla di un palafreniere della corte di Agilulfo che si innamora pazzamente della regina Teodolinda, tanto da decidere, rischiando il tutto per tutto, di tentare di passare una notte d’amore con lei. Per quanto forte sia l'amore, però, non ha spento del tutto in lui l’istinto di conservazione né il discernimento: consapevole del fatto che la regina non consentirebbe mai a prendersi un amante, e tantomento uno stalliere, il giovane sceglie di non svelare alla regina l’amore che le porta, e di tentare semplicemente di sostituirsi al re. A questo scopo studia accuratamente le abitudini della regale coppia e una notte, prese le dovute precauzioni, tenta il colpo, che riesce nel migliore dei modi.
Stanco ma soddisfatto il giovane va a riposare con tutti gli altri servi.
A questo punto entra in scena il re Agilulfo, che proprio quando il giovane ha appena lasciato la regina decide di godere i suoi privilegi coniugali e si reca perciò nell'appartamento della regal consorte; questa, vedendolo “si meravigliò forte”, tanto da dirgli “O signor mio, questa che novità è stanotte? Voi vi partite pur testé da me, e oltre l’usato modo di me avete preso piacere, e così tosto da capo ritornate? Guardate ciò che voi fate.”
Agilulfo capisce subito cosa è successo e se ne rincresce assai; ma nello stesso tempo elabora anche un’altra serie di considerazioni: la regina non sa cosa è successo, ed è opportuno che continui a non saperlo, per non turbarla e non darle occasione “di disiderare altra volta quello che già sentito avea”. Dunque si guarda bene dal chiarire l’equivoco "il che molti sciocchi non avrebbon fatto, ma avrebbero detto: “Io non ci fu’ io: chi fu colui che ci fu? Come andò? Chi ci venne?” Di che molte cose nate sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristato la donna e, datole materia di disiderare altra volta quel che già sentito avea: e quello che tacendo niuna vergogna gli poteva tornare, parlando s’arebbe vitupero recato".

Il danno ormai è fatto, ma si può almeno evitare di renderlo pubblico e di far capire alla donna che, del tutto inconsapevolmente, ha commesso un adulterio (e magari farle desiderare di compierlo di nuovo). Molti sciocchi si sarebbero lanciati in un interrogatorio in piena regola per conoscere tutti i dettagli della faccenda; ma si dà il caso che Agilulfo non sia affatto uno sciocco.
Non per questo è disposto a lasciar cadere la cosa. Così, mostrando di accogliere la preoccupazione della sua gentil consorte, che teme che troppe fatiche nuocciano alla sua salute, rinuncia per quella notte ai piaceri coniugali e lascia subito la stanza per “chetamente trovare chi questo avesse fatto”.
Una rapida riflessione lo convince che il colpevole è uno di casa, e che dalla casa non è potuto uscire. Così raggiunge il dormitorio dove riposa quasi tutta la servitù ed “estimando che, qualunque fosse colui [...] non gli fosse ancora il polso e ‘l battimento del cuore per lo durato affanno potuto riposare, tacitamente [...] a tutti cominciò ad andare toccando il petto”.
La prova riesce e il colpevole viene individuato. Arresto pubblico, dunque, con grida e strepiti e gran clamore?
Niente affatto; perché Agilulfo "sì come colui che di ciò che fare intendeva niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece se non che con un paio di forficette, le quali portato avea, gli tondé alquanto dall’una delle parti i capelli, li quali a quel tempo portavano lunghissimi, acciò che a quel segnale a mattina seguente il riconoscesse".

La mattina dopo, il servo che si fosse svegliato con un nuovo taglio di capelli sarebbe stato con bel garbo chiamato a parte e portato innanzi al re, al quale non sarebbero mancati modi e argomenti per esternare nel più efficace e discretissimo dei modi il suo estremo disappunto.

L’ottimo e discretissimo piano viene però rovinato dal fatto che il palafreniere, ancora sveglio, aveva capito benissimo perché era stato segnato. E ha provveduto, silenzioso e discreto quanto il re, a stornare da sé il danno: la mattina dopo Agilulf scopre infatti che buona parte della servitù ha i capelli tagliati da una parte. Preso atto che il suo avversario “quantunque di bassa condizione sia, assai ben mostra d’essere d’alto senno” (altro tema assai caro a Boccaccio), il re decide di lasciar perdere "veggendo che senza romore non poteva avere quel ch’egli cercava, disposto a non volere per piccola vendetta acquistare gran vergogna, con una sola parola d’ammonirlo e di mostrargli che avveduto se ne fosse gli piacque, e a tutti rivolto disse: “Chi ‘l fece nol faccia mai più e andatevi con Dio”.
Un altro gli avrebbe voluti far collare, martoriare, esaminare e domandare; e ciò faccendo avrebbe scoperto quello che ciascuno dee andar cercando di ricoprire; ed essendo scoperto, ancora che intera vendetta s’avesse presa, non scemata ma molto cresciuta n’avrebbe la sua vergogna e contaminato l’onestà della donna sua".

In conclusione Agilulfo preferisce lasciare alquanto meravigliata l’intera sua servitù (del che gli importa poco) e tenersi le corna in testa (che ormai ci sono, ma resteranno un caso isolato) piuttosto che sollevare uno scandalo e infamare la regina. Davanti a un danno non più rimediabile e alla prospettiva di uno scandalo da cui non trarrebbe alcun vantaggio ma solo un danno di immagine, il prudente re accetta di lasciare le cose come stanno.

IX, 6: Due giovani albergano con uno, de’ quali l’uno si va a giacere con la figliuola, e la moglie di lui disavvedutamente si giace con l’altro; quegli che era con la figliuola, si corica col padre di lei e dicegli ogni cosa, credendo dire al compagno; la donna, ravvedutasi, entra nel letto della figliuola, e quindi con certe parole ogni cosa pacefica.

La sesta novella della nona giornata viene narrata da Panfilo (il corrispettivo maschile di Pampinea), e in essa vediamo “un subito avvedimento d’una buona donna avere un grande scandalo tolto via”.
Siamo nella casa di un oste di Pian del Mugnone -  un ambiente sociale molto diverso dalla corte longobarda, ma non per questo indifferente agli scandali.
La famiglia dell’oste è composta da lui, la sua bella e accorta moglie,il loro figlio di pochi mesi che dorme in una culla accanto al letto della madre che ancora lo allatta, e un'altra figlia di sedici anni.
La figlia ha un innamorato, Pinuccio, che allo scopo di portare a compimento il loro amore una sera combina le cose in modo da restare a dormire con la famiglia dell’oste (che proprio per eventualità di questo tipo tiene un letto in più) insieme al suo amico Adriano.
La stanza non è grande, i letti sono fitti. Da una parte i due ospiti, in un altro letto la ragazza, nel terzo letto i padroni di casa con la culla del bambino accanto alla madre.
Tutti vanno a dormire, ma la notte si rivela movimentata. Per primo, naturalmente, si alza Pinuccio, che raggiunge l’innamorata. Poi si alza la signora, perché “una gatta fece certe cose cadere, le quali la donna destatasi sentì: per che levatasi, temendo non fosse altro, così al buio come era, se n’andò là dove sentito aveva il romore” (quadretto che risulta squisitamente familiare a chi ha la ventura di ospitare una o più gatte in casa). Per ultimo si alza anche Adriano “per alcuna opportunità naturale”; quest’ultimo trova la culla a sbarrargli la strada, e la muove per passare, senza però preoccuparsi di rimetterla a posto quando torna a letto.
La donna, constatato che il danno non era grave “garrito alla gatta, alla cameretta se ne tornò” e, ingannata dalla posizione della culla, finisce nel letto di Adriano che, sentendola arrivare “caricò l’orza, con gran piacere della donna”, convinta pure lei, come Teodolinda, di essere con suo marito.
A sua volta ingannato dalla malefica culla, Pinuccio raggiunge non il suo letto, bensì quello dell’oste, e siccome “non era il più savio giovane del mondo”, credendo di parlare all’amico lo informa di quanto piacevolmente è stato accolto dalla sua amica.
L’oste reagisce male, e la donna improvvisamente si accorge di quel che è successo: 
"incontamente conobbe là dove era stata e con cui: per che, come savia, senza alcuna parola dire, si levò, e presa la culla del suo figlioletto, come che punto lume nella camera non si vedesse, per avviso la portò allato al letto dove dormiva la figliuola e con lei si coricò".

Il primo spostamento della culla aveva creato tutti i problemi, il secondo li risolve: la padrona di casa assicura il marito che nessun Pinuccio ha dormito con la ragazza, perché con la ragazza c’era lei. In suo aiuto interviene anche Adriano che, “veggendo che la donna saviamente la sua vergogna e quella della figliuola ricopriva”, accusa l’amico di essere sonnambulo e di straparlare nel sonno. Alla fine perfino il non troppo savio Pinuccio fa la sua parte, mostrandosi sonnambulissimo e facendo vista di svegliarsi solo a gran fatica. L’oste, ormai tranquillizzato, accetta la nuova versione dei fatti senza alcun sospetto e tutto finisce nel migliore dei modi. 
(Quanto al bambino in culla, per tutto il tempo ha dormito un provvidenziale sonno di pietra).


I, 4: Un monaco, caduto in peccato degno di gravissima punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella medesima colpa, si libera dalla pena

La quarta novella della prima giornata, raccontata da Dioneo è la prima novella “spinta” dell’intero Decameron e il protagonista, un giovane monaco, con l'aiuto ella discrezione e di una certa astuzia riesce non solo a scansare uno scandalo,ma soprattutto a salvarsi  dalle gravi sanzioni previste per i monaci che si fossero resi colpevoli di fornicazione.

Costui infatti, incontrata una bella ragazza nei campi, se la porta in cella durante il riposo pomeridiano dei monaci. Disgraziatamente però l’abate, passando davanti alla cella “sente lo schiamazzio che costoro insieme facevano”. A sua volta il giovane si accorge che l’abate li ha scoperti, vedendolo da un pertugio della porta. "Di che egli, sappiendo che di questo gran pena gli doveva seguire, oltre modo fu dolente: ma pur, senza del suo cruccio niente mostrare alla giovane, prestamente seco molte cose ricolse, cercando se a lui salutifera trovar ne potesse; e occorsegli una nuova malizia, la quale al fine immaginato da lui dirittamente pervenne".
Insomma, invece di perdere tempo a lamentarsi il monaco spende assai più utilmente le sue energie cercando un modo per cavarsi d'impaccio. E lo trova.
Infatti, dopo aver spiegato alla ragazza che va a predisporre le cose in modo da farla uscire senza che nessuno possa vederla, la lascia nella cella chiusa a chiave e porta la chiave all’abate, com’era uso nel monastero quando i monaci uscivano, proclamando “con un buon volto”  la sua intenzione di andare a far legna. Poi lascia che la natura segua il suo corso.
L’abate, rimasto padrone del campo, inizialmente medita di aprire la cella davanti a tutti i monaci e rendere pubblico lo scandalo; poi comincia a pensare se non è il caso di indagare prima chi sia la ragazza (caso mai il monaco si fosse portato in cella una principessa o altra nobildonna) - e insomma entra nella cella per “vedere prima chi fosse e poi prender partito”. Il partito che alla fine prende, ovviamente, è quello di intrattenersi a sua volta con la ragazza - e a quel punto per il giovane monaco diventa facile risolvere la situazione con una battuta che fa capire chiaramente all’abate come sia stato non solo sentito, ma anche visto. 
I due finiranno per accordarsi, e la ragazza uscirà con gran discrezione dal monastero ma “poi più volte si dee credere ve la facessero tornare”.

I, 5: La marchesana di Monferrato con un convito di galline e con alquante leggiadre parolette reprime il folle amore del re di Francia

La novella successiva (raccontata da Fiammetta) mostra un caso piuttosto diverso: la marchesa di Monferrato, bella e distinta dama, non ha alcun desiderio di tradire il marito, nemmeno inconsapevolmente - ma ci sono dei casi in cui per una signora dire di no è difficile, e soprattutto disagevole. 
Nella fattispecie la marchesa si trova da sola, mentre il marito è alla terza crociata, e improvvisamente il re di Francia le manda a dire che vuole passare con il suo seguito dalle sue terre, e fermarsi da lei per pranzo mentre va a Genova.

"La donna, savia e avveduta, lietamente rispose che questa l’era somma grazia sopra ogni altra e che egli fosse il ben venuto. E appresso entrò in pensiero che questo volesse dire, che un così fatto re, non essendovi il marito di lei, la venisse a visitare: né la ingannò in questo l’avviso, cioè che la fama della sua bellezza il vi traesse".
Insomma la marchesa tiene fede ai suoi obblighi di gentildonna e si mostra cortese e ospitale come dev'essere. E riflette, come ogni prudente donna deve fare, sul perché il re di Francia abbia deciso di venire proprio quando il marchese è assente. E arriva presto a comprendere la probabile ragione di quella visita.
Il problema qui non è tanto dire di no al re, ma cercare di  fermare le cose ben prima di trovarsi al punto di dire sì o no ed evitare a entrambi un colloquio invero spiacevole da cui sarebbero potuti nascere anche strascichi politici piuttosto gravi. 
La marchesa, senza confidarsi con nessuno, opta per un messaggio indiretto e organizza una fastosa ospitalità e un ricco pranzo dove però le vivande sono tutte a base di galline.
Il re nota la stranezza della cosa, in una terra ricca di selvaggina di tutti i tipi, e si rende ben conto che le galline portano con sé un messaggio. Non capisce però; o meglio non vuol capire, perché non si è mai sentito parlare, in tutto il medioevo (e neanche prima o dopo, in verità) di un significato galante o di una valenza afrodisiaca attribuiti alla carne di gallina; e finisce per chiedere, con notevole goffaggine “Dama, nascono in questo paese solamente galline senza gallo alcuno?”.
Per quanto infelice, la domanda è posta nella forma più opportuna per la bella marchesa, che ha così agio di rispondere “Monsignor no, ma le femine, quantunque in vestimenti e in onori alquanto dall’altre variino, tutte perciò son fatte qui come altrove”.
La risposta è chiara quanto basta per il re, che si rende conto che dalla marchesa non potrà ottenere niente né per amore né per forza. Così "senza più motteggiarla, temendo delle sue risposte, fuori d’ogni speranza desinò; e, finito il desinare, acciò che con presto partirsi ricoprisse la sua disonesta venuta, ringraziandola dell’onor ricevuto da lei, accomandandolo ella a Dio, a Genova se n’andò".
Insomma anche il re decide infine di usare un po' di discrezione, risparmiandosi di fare apertamente quella figura di imbecille (per non dire di peggio) che aveva già fatto ma che era rimasta, per così dire, discretamente nascosta nelle pieghe di una conversazione un po' casuale.

martedì 2 aprile 2013

Manuale del perfetto insegnante - Talkin sul sesso


Raffigurazioni di attività a carattere sessuale si trovano attestate in molte culture e possono essere scolpite in pietra o modellate in metallo o argilla oppure dipinte con svariate tecniche su molti tipi di supporto. Anche le dimensioni possono variare molto. Tutte le dimensioni, intendo.

Se c’è una cosa di moda adesso
fatto sicuro, è proprio il sesso

Questa affermazione, con cui inizia una celebre canzone di Guccini, resta valida oggi come nei lontani giorni in cui la canzone fu scritta e come lo è stata per lungo tempo addietro: per tutta una serie di motivi un po' lunghi da spiegare l'argomento ha sempre riscosso un certo successo, soprattutto presso le giovani generazioni, che provano per esso un interesse tanto deciso quanto incomprensibile agli occhi di molti adulti.
Cotale argomento è destinato a presentarsi con notevole frequenza a chi insegna in quel delicato arco di tempo che va all'incirca dagli undici ai quattordici anni, ovvero le scuole medie: i fanciulletti che il primo giorno di scuola alzano lo sguardo radiante di innocenza sui loro professori indulgono ancora a passatempi e interessi infantili: giocano con gli areoplanini di carta, danno la caccia alle sorprese dell'ovetto Kinder e decorano i loro zaini con pupazzetti di pelouche. Nel corso del triennio, pur senza rinunciare ad alcuna di queste attività (anche e soprattutto durante le ore di lezione) il sesso entrerà con forza nelle loro fresche esistenze e i giovinetti ormai usciti dalla prima fanciullezza inizieranno a dedicargli in grande abbondanza pensieri, parole e talvolta anche atti di varia tipologia, e tutto ciò finirà con il ripercuotersi in vari modi sul loro apprendimento scolastico oltre che sulla loro vita quotidiana.

La ricaduta di questo nuovo e forte interesse avverrà anche sugli insegnanti. E chi infatti, se non gli insegnanti, è adatto a rispondere ai loro dubbi, incertezze e domande esistenziali sui vari aspetti di tale complesso argomento?
"Chiunque, eccezion fatta per l'insegnante di scienze che in effetti qualcosa da dire sull'argomento ce l'ha" è la risposta che affiora spontanea alle labbra. Tuttavia, a torto o a ragione, avviene spesso che anche insegnanti che non hanno alcuna abilitazione a tema scientifico né una specifica preparazione in biologia si trovino tirati in ballo. Ciò avviene in particolar modo per quegli insegnanti che hanno poche classi, in cui però fanno lezione per molte ore.

La prima modalità con cui il tema affiora consiste negli aggiornamenti periodici e puntuali che i ragazzi si sentono in dovere di fare... sulla vita sentimentale dei propri compagni. Non importa per questo che l'insegnante mostri alcuna forma di curiosità in proposito, l'aggiornamento arriva lo stesso, talvolta (raramente) in forma discreta e confidenziale e durante gli intervalli delle lezioni, ma molto più spesso in forma pubblica, magari durante lo svolgimento di un compito in classe o la spiegazione di un argomento particolarmente complesso, di quelli che richiedono massima concentrazione e attenzione sia da parte di chi spiega sia da parte di chi ascolta (se ascolta).

Ciò è tuttavia abbastanza facilmente arginabile, se l'insegnante dà prova di fermezza e respinge le indiscrezioni al mittente dichiarando che in classe non si parla degli affari degli altri e possibilmente, durante le lezioni, nemmeno dei propri. Nella maggior parte dei casi sarà sufficiente  ripetere con tono adeguatamente severo questo concetto per poche decine di volte - massimo un centinaio - e il concetto verrà col tempo recepito dagli alunni.
Più complessa è la situazione quando l'insegnante si sente lusingato dalla confidenza dei ragazzi, ovvero ama fare collezione di pettegolezzi da rivendere in Sala Professori o financo ai genitori, e invece di scoraggiare questa pratica la incoraggia e addirittura la sollecita, con la scusa del suo dovere educativo.
Molto più insidiosa è invece la pratica della confidenza, quando l'alunno (spesso, se non esclusivamente, femmina) sceglie per la confidenza momenti opportuni e adeguati e magari richiede apertamente un consiglio, vuoi perché ne fa collezione, vuoi perché per varie e magari valide circostanze non si fida né della famiglia né degli amici: in quel caso l'insegnante è effettivamente tenuto, non solo dal contratto di lavoro ma anche dalle consuete leggi della solidarietà umana, ad aiutare o consigliare nel modo più opportuno la creatura affidatagli. Il dilemma tuttavia presenta non meno di due corni: il primo, e principale, è stabilire quale sia in effetti il consiglio più opportuno, perché le leggi che regolano la vita affettiva sono invero molto più scivolose di quelle fisiche o matematiche (che pure già danno i loro problemi)  e variano da individuo a individuo in base all'età, al contesto socio-cultural-filosofico-bocciofilo, all'indole delle persone coinvolte, all'umore e ai sentimenti del momento eccetera eccetera; il secondo e ancor più insidioso corno è dato dalla possibilità che la confidenza venga usata come tecnica di manipolazione dell'insegnante, e lì possono aiutare solo le antenne o il buon senso, detto e non concesso che l'insegnante oggetto di confidenza disponga delle une e/o dell'altro - il che nessun contratto nazionale del lavoro può richiedere né alcuna modalità di reclutamento è in grado di stabilire.

La seconda modalità consiste nelle domande provocatorie, ed è usualmente (ma non esclusivamente) praticata da alunni maschi verso insegnanti femmine; a qualsiasi insegnante, per quanto costumata e attenta a non far trapelare nulla della sua personale vita affettiva (perché capita che anche i docenti ne abbiano una, talvolta anche piuttosto movimentata), può capitare di sentirsi chiedere ad esempio se sa cos'è una spagnola o se è in grado di descrivere un pompino. Talvolta la provocazione è abbastanza aperta da poter essere classificata subito come tale, e a seconda dei casi può sfociare in un rapporto (non sessuale, bensì sul registro), in una blanda reprimenda o addirittura in un distratto "Non adesso, caro, stiamo parlando del congiuntivo". Assai spesso però la Domanda di Provocazione è abilmente fatta scivolare in un contesto per cui l'insegnante è portato a credere che, in buona fede, l'alunno abbia cercato una semplice informazione. Di fatto in quei casi l'alunno cerca non tanto di saggiare le competenze o conoscenze effettive dell'insegnante sull'argomento (delle quali, comprensibilmente, l'alunno si interessa davvero il giusto), bensì di misurare la tendenza a scandalizzarsi dell'insegnante medesimo, o la capacità di tenere testa ad una situazione che si presenta come imbarazzante. In quei casi scatta talvolta un perverso meccanismo per cui l'insegnante si sente tenuto a dar prova vuoi di ampie conoscenze teoriche, vuoi di grande disinvoltura - cose alle quali, in effetti, non è minimamente tenuto dal Contratto Nazionale né dalle regole del viver civile. In quelle circostanze si innescano insomma una serie di meccanismi molto complessi legati a questioni di rapporti di potere in classe e di territorialità (quando pur non si sfocia in qualcosa di assai simile alla molestia sessuale) che di solito però l'insegnante non riconosce immediatamente perché, nella maggior parte dei casi, per lui e soprattutto per lei, l'epoca in cui cercava di scandalizzare gli adulti usando le cosiddette "parolacce" è passato da gran tempo, e quindi per lui o lei la questione si riduce ad una domanda cui è difficile rispondere in modo decoroso - o alla quale, semplicemente, non sa rispondere, e non sempre per particolare ignoranza in materia, quanto perché certe parole passano di generazione in generazione mentre altre con gli anni vengono sostituite o addirittura cambiano di significato e quindi l'alunno definisce in un modo una pratica che magari il docente pratica abitualmente e con suo gran piacere, ma che è abituato a indicare con altre parole. Questo tipo di, chiamiamoli così, sondaggi informativi. sono più consueti per gli alunni più cresciuti, soprattutto i ripetenti che cercano di mantenere una sorta di supremazia anche fisica sui compagni.


Ancora più insidiose sono le situazioni intermedie, quando davvero c'è la concreta possibilità che gli alunni (non sempre maschi, non sempre rivolgendosi ad insegnanti femmine) stiano semplicemente cercando di togliersi una curiosità che magari in famiglia hanno mostrato di non sapere o volere soddisfare. In questi casi rivolgersi a un docente (in particolar modo di italiano, ma anche di scienze) è un'operazione legittima da parte dell'alunno, e se anche talvolta il sospetto della provocazione e/o della manipolazione incombe in maniera consistente, può essere l'occasione giusta per chiarire dubbi e insegnare a usare le parole nel modo giusto, o anche semplicemente per impostare un discorso sui registri linguistici: perché certe parole sono lecite solo in alcuni contesti, altre sempre, altre ancora non dovrebbero essere adoperate mai. Una domanda sull'effettivo significato di orgia od orgasmo o casino (che possono essere adoperate anche senza alcuna valenza sessuale) può chiarire dubbi più che legittimi, mentre la spiegazione del significato di escort può essere usata per soffermarsi sull'evoluzione delle parole nel corso delle generazioni - perché, ricordiamolo, fino a qualche anno fa, Escort era soprattutto un modello di automobile della Ford.


Vi è poi un momento (la Terza modalitàin cui il sesso e le tematiche ad esso collegate entrano nelle aule scolastiche a buon diritto, come argomento di studio. Sì, certo, anche quando arriva il momento di spiegare la riproduzione, a scienze. Certo, anche quando arriva il corso di educazione sessuale con gli addetti della ASL (sempre più difficili da reperire, e a volte sotterraneamente ostacolati dalla dirigenza e talvolta pure dalle famiglie). Ma soprattutto a Storia e a Geografia - e qui di nuovo la palla torna allo sventurato insegnante di Lettere.

Flussi demografici. Emigrazione. Sovrappopolazione. Mortalità infantile. Mortalità delle partorienti. Matrimoni precoci. Mutilazioni genitali (per chi ha il fegato di parlarne). Discriminazioni sessuali. Punizioni diverse per l'adulterio maschile e femminile. Malattie sessualmente trasmissibili. Maltrattamenti dell'infanzia. Lavoro minorile (che è anche prostituzione). Omofobia.
Questi e decine e decine di altri incresciosi argomenti che vengono regolarmente affrontati a Storia e Geografia anche dai più integerrimi (o soprattutto dai più integerrimi) libri di testo, sono strettamente collegati al fatto che la gente spesso e volentieri si accoppia, o vorrebbe farlo, e spesso e volentieri ciò si porta dietro una serie di conseguenze, a volte liete e a volte meno liete. Di ciò va pur data qualche spiegazione, perché leggi e consuetudini e numeri e statistiche variano molto a seconda dell'epoca e del paese e delle risorse e delle cure disponibili, e i giovinetti cresciuti nel mondo occidentale relativamente prospero e assistito ignorano molte cose sull'argomento, mentre all'età delle medie è opportuno che comincino ad impararle, non fosse che per seguire meglio quel che dicono i manuali. A quel punto l'insegnante è tenuto a spiegare, con chiarezza e senza girare troppo intorno alle questioni - talvolta arginando nel più decoroso dei modi la valanga di commenti e risatine che spesso turbano non poco il corretto svolgimento didattico della lezione, e usando un linguaggio chiaro ma vagamente asettico che permetta un approccio razionale alle varie questioni.

Infine occorre tenere presente che, in una società dove di sesso si parla abbastanza spesso, è difficilissimo per le nuove generazioni comprendere taluni modi involuti in cui talvolta la letteratura del passato trattava certi temi.

Poniamo, ad esempio, che un insegnante decida di leggere in classe la novella di Verga "Libertà", ricca di interessanti agganci al programma di storia. Quasi subito si incappa nel seguente passo:

Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati.

Per un adulto pasciuto di letteratura ottocentesca il testo è drammaticamente chiaro, ma per un ragazzo di quattordici anni cresciuto in un mondo dove si parla apertamente di prostituzione e pedofilia il passo è talmente oscuro che nemmeno capisce che c'è qualcosa da capire ma che non viene detto apertamente. E quel qualcosa va spiegato, e con una certa chiarezza, perché è un tassello importante per spiegare le condizioni di vita dei contadini in rivolta (e non solo).
Per quanto riguarda la letteratura, comunque, l'insegnante può scegliersi liberamente i testi da far leggere agli alunni, e dunque, al contrario di quel che succede con i programmi di Storia e di Geografia, può anche scegliere di evitare l'insidia limitando il campo.

Un po' più complesso è evitare qualsiasi riferimento sessuale nella mitologia e nell'epica. Tuttavia questo è un campo dove l'insegnante non viene lasciato solo, ma anzi soccorso amorevolmente da tutti i curatori di antologie che da tempo sono riusciti nella mirabile impresa di trasformare dei ed eroi in creature completamente caste ed asessuate. Tale impresa ha forse tolto un po' di interesse allo studio di mitologia ed epica, ma aiuta ad evitare che i fanciulli in crescita vengano turbati nella loro fiduciosa innocenza da questioni cui, di fatto, pensano intensamente dall'alba al tramonto e dal tramonto all'alba.

venerdì 22 marzo 2013

Il santo graal - Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln


I libri, come i misteri, si snodano in lunghe ghirlande e hanno seguiti talvolta imprevedibili. Questo è un libro nato da molti libri, e che a sua volta ha prodotto libri e film. 
Si tratta insomma, per uscire dalla Palude delle Raffinate Metafore, del saggio in parte di fantastoria che Baigent, Leigh e Lincoln, giornalisti inglesi, pubblicarono nel 1982 e che è dichiaratamente alla base del Codice da Vinci - anche se, dal mio punto di vista, Dan Brown fece l'errore di occuparsi dell'insulsa parte moderna invece di concentrarsi sulla ben più affascinante parte legata all'arco storico che va dal I al XV secolo dopo Cristo.
In casa nostra entrò appena tradotto in italiano, portato da mio padre, che da sempre è appassionato di Misteri Misteriosi, e tutta la famiglia se lo divorò con entusiasmo; tuttavia l'impronta più profonda la lasciò senz'altro su di me, tanto che è diventato uno dei miei libri preferiti, da rileggersi periodicamente, e ha cambiato il mio modo di avvicinarmi alla storiografia in generale e in particolare alle fonti storiche.

Partendo da una serie di Eventi Misteriosi che spaziano dal XIX al XX secolo, spesso tenuti su con gli spilli e nemmeno troppo bene, gli autori ipotizzano una società segreta incaricata di tutelare il futuro Ritorno del Re, che dovrebbe essere nientemeno che un discendente di Gesù di Nazareth. La ricostruzione della catena di indizi moderni è divertente e nulla più, anche se mi ha permesso di conoscere la serie dei quadri "Et in Arcadia Ego", che sono sempre un bel guardare. La parte veramente affascinante però per me cominciò con i capitoli dedicati a Gesù (e infatti da lì partii per la lettura).
La vicenda ricostruita dagli autori è piuttosto nota, perché il libro ebbe grande successo e viene tuttora regolarmente ristampato: Gesù, dal quale gli ebrei si aspettavano di essere guidati in una rivolta che li riscattasse dalla dominazione romana, non morì sulla croce e in ogni caso sua moglie, Maria di Magdala, fuggì dalla Palestina portando con sè il sangue reale (o sang real) ovvero i figli, e approdò in Francia. Lì la discendenza di cotal sangue reale salì al trono e regnò (i re merovingi). Più avanti un discendente dei merovingi, Godefroy de Bouillon (Goffredo di Boglione, per noi italiani) venne messo a capo della prima crociata, che aveva lo scopo di riportare appunto la terra di Gesù sotto il dominio cristiano. Proprio in occasione della prima crociata nacque il misterioso ordine dei Templari e proprio all'ambiente dei templari è legata tutta la vasta letteratura legata al Santo Graal, la magica coppa da cui Gesù bevve in occasione dell'ultima cena e dove si racconta che venne raccolto il suo sangue durante la crocifissione. La storia continua anche dopo la drammatica soppressione dell'ordine dei Templari (avvenuta agli inizi del XIV secolo) ma a quel punto perde interesse ai miei occhi, perché usciamo dal medioevo edall'arco temporale in cui i misteri di cui si parla sono autentici misteri.

Com'è noto, la storia è piena di Autentiche Circostanze Misteriose, non (soltanto) perché le fonti spesso scarseggiano o non sappiamo interpretarle bene o perché la scrivono i vincitori, ma anche e soprattutto perché, da sempre, una parte della storia non viene scritta perché deve rimanere segreta per i più vari motivi. Una regina che si ritrovi a figliare con altri che non sia il suo legittimo consorte, o un esattore che intasca più del dovuto, poniamo, evitano con cura di lasciare ampia testimonianza scritta della cosa, e di molte ambasciate e trattative e mediazioni ci si guarda bene dal tenere registrazione; capita spesso quindi che allo storico molte cose sfuggano, perché non ne trova traccia, mentre al contempo costui prende per oro colato le più colossali balle. E capita anche spesso che uno storico che affronta con occhio non prevenuto resoconti tramandati di padre in figlio da molti secoli si accorga che c'è qualcosa che non va. Così ci accorgiamo una bella mattina che la Donatio Constantini è scritta in un latino improponibile per il IV secolo, e che di Omero a ben guardare non sappiamo un accidente di niente, a partire dal fatto che sia effettivamente esistito.

Cercare notizie attendibili su Gesù, com'è noto, è un vero mal di denti. Un ebreo che a trent'anni non è ancora sposato? Un censimento dove ti devi portare dietro anche le donne di casa, comprese quelle in avanzato stato di gravidanza? Un ebreo ucciso sulla croce per volontà degli ebrei, che la crocifissione non la praticavano (ma i romani sì, eccome)? Chi era Maria di Magdala, e chi erano le Marta e Maria di cui si racconta? Eccetera eccetera. Ancor più interessante è rendersi  conto che la donna che unge i capelli di Gesù con olio di gran prezzo... in realtà compie un rito molto simile all'unzione dei re. Una donna?* Di misteri, in quella storia, non ne mancano di certo.

Sui re merovingi, l'unica cosa che si sa con certezza è che ne sappiamo proprio poco, a partire dal fondatore della dinastia, Meroveo, il quale fu concepito da una fanciulla vergine che, a quanto pare, bevve uno strano sorso d'acqua. Sul passaggio di dinastia ai carolingi se ne sa poco di più, salvo che Pipino il Breve mandò a chiedere una specie di autorizzazione papale, che gli fu concessa: "chi ha il potere effettivo, è giusto abbia anche la corona"; e da quando serviva nientemeno che il permesso del papa, per cambiare dinastia regnante? A centinaia di chilometri da Roma, poi. Forse c'era qualcosa di particolare in quel cambio di dinastia? 

E il graal, soprattutto, il graal che salta fuori nella letteratura del XII secolo (ma di cui prima non c'era traccia, non dico nei Vangeli della Chiesa o in quelli apocrifi, ma in nessuna fonte) e viene badato e amorevolmente sorvegliato da una misteriosa setta di accoliti che custodisce grandi misteri... che però non si sono mai degnati di spiegarci. O forse qualcuno li sapeva?
Non parliamo dei templari sulla cui fondazione abbiamo quattro righe di notizie che gli storici ripetono pazientemente da secoli e che non hanno senso. Un gruppetto di uomini (venti, mi sembra) che dovevano sorvegliare niente meno che le strade della Terrasanta, e il simbolo dell'ordine erano due cavalieri armati su un cavallo, in segno di povertà, ci spiegano - la sola idea di un povero cavallo che si porta addirittura due cavalieri con tanto di armature in sella, oltre che folle, è altamente crudele verso la povera bestia, destinata a stramazzare al suolo nel giri di pochi metri, e non parliamo di combattere.

Misteri ce ne sono, senza dubbio, da dare e da serbare. Siccome la storia è ordita bene, mentre leggiamo non ci sono problemi a mandare giù la storia della Stirpe Predestinata, custodita e preservata nella sua purezza nel corso dei secoli attraverso innumeri traversie e difficoltà, ma per ognuno dei misteri presentati ci sono altre decine e centinaia di possibili soluzioni - e se sui tempi dei re merovingi solo qualche francese ha pensato a costruire qualche romanzo storico (e Debussy un'opera), soluzioni alternative per Gesù, i cavalieri del graal e soprattutto i templari non ne mancano di certo. 

Il libro scorre bene, può essere letto per diritto o per rovescio, tutto di fila o in ordine sparso, sbocconcellando o leggendosi un capitolo ogni tanto, come un romanzo o come (nei capitoli centrali) un buon testo di storia divulgativa, fermo restando che è stato scritto ormai 30 anni fa.
Nelle ultime pagine viene anche individuato l'attuale discendente di Gesù (per quanto corra voce che negli anni successivi costui sia risultato discendere da un comunissimo alberello e non da un divino lignaggio bimillenario, oltre a non avere mai dato particolare prova di sé salvo in una certa mitomania), così la storia può dirsi completa.

Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un caldo e luminoso fine settimana e lunghe passeggiate e ottime letture a tutti quanti.

*devo questa interessante interpretazione ad Abelardo, che in una specie di de mulieribus dignitatem inviata a Eloisa come introduzione della regola che lei aveva chiesto per il suo monastero appena costituito cita proprio questo episodio aggiungendo "gli uomini unsero il corpo, ma la donna unse la testa".