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giovedì 17 maggio 2012

Hortodoxa - Sulle considerevoli difficoltà di un'equa interpretazione dei risultati delle prove Invalsi


Va da sé che fare una prova Invalsi di grammatica ad un gatto sarebbe solo una gran perdita di tempo: è noto infatti che la maggior parte dei felini ha competenze grammatiche molto alte.

Premetto che non sono contraria per principio alle Prove Nazionali Invalsi, anche se il fatto che vengano somministrate mi ha sempre evocato irresistibilmente l'immagine del bravo insegnate che, come una madre affettuosa, somministra ai suoi amati scolari sciroppi per la tosse e ricostituenti a base di vitamine (capisco che non è il problema principale, ma non potremmo semplicemente sorvegliare l'esecuzione delle prove Invalsi, o qualcosa di altrettanto scialbo e un po' meno ridicolo?).
Mi spingo più in là e aggiungo che addirittura non trovo del tutto inutile l'esistenza di un'unica prova nazionale per verificare i livelli di competenze effettivamente raggiunti dai fanciulli che frequentano le italiche scuole e pazienza se ci dobbiamo prendere il disturbo di (ahem) somministrarla agli alunni di dette scuole; e arrivo ad affermare che secondo me lo scopo di queste prove non è valutare gli insegnanti sulla scorta delle competenze verificate nei loro alunni, ma valutare effettivamente le competenze raggiunte dagli alunni in questione - e aggiungo, quand'anche l'idea fosse davvero quella di valutare gli insegnanti sulla scorta dei risultati degli alunni, l'Invalsi è un ente troppo sciamannato e disorganizzato per sperare di venirne a capo e dunque noi insegnanti, i meritevoli come i non meritevoli e financo i demeritevoli, possiamo sotto questo aspetto comodamente dormire non tra quattro bensì tra otto guanciali imbottiti col più pregiato piumino di sottogola d'oca per molti, molti anni ancora.
Comunque queste sono mie personali opinioni. Credo però di poter affermare serenamente che il meccanismo delle Prove Nazionali necessita ancora un bel po' di rodaggio.
A questa conclusione sono giunta in parte dopo l'attenta lettura del post di Galatea e per la rimanente parte dopo aver partecipato alla correzione delle prove da me in precedenza (ahem) somministrate

Si comincia col dire che in teoria non avrei dovuto correggerle io perché sono insegnante di italiano, ma così è andata. Non è che mi ci hanno proprio costretta, me l'hanno solo proposto. 
"Sei disponibile per la correzione dell'Invalsi?"
"Beh, non è proprio che smani, in effetti".
"Certo che no, io non ti ho chiesto se vuoi farle, solo se sei disponibile".
"Beh, diciamo che se proprio non trovate nessun altro posso anche starci".
"Bene, ti segno per la classe dove le hai fatte".
"Ma io veramente avevo detto che..."
"Appunto, non hai detto di no".
Perché siamo una piccola scuola di paese con pochi insegnanti e insomma io non avevo madri in fin di vita da assistere, bambini piccoli ammalati, corsi di recupero da fare quel pomeriggio e via dicendo.

Così, in un luminoso pomeriggio di primavera, io e l'insegnante di Tecnologia (che insegna in tutte le nove classi e dunque anche in quella specifica prima) ci ritroviamo a correggere le prove Invalsi di una prima che io non conosco ma lei sì. Cioè, veramente anch'io qualcosa ne so, perché il paese è piccolo, la scuola pure e tra noi si parla parecchio.
Cinque ore di duro lavoro e le prove sono corrette. Secondo il nostro criterio. Perché Galatea ha ragione, le domande aperte sono davvero parecchie e i casi lasciati al nostro libero arbitrio sono un po' troppi. Sta di fatto che, in almeno in due casi, verso la fine della correzione mi viene il dubbio di aver interpretato la risposta nel modo più favorevole all'alunno (faccio così anche quando correggo i miei compiti: in dubio, pro reo) e, addirittura, nel secondo caso di avere letteralmente frainteso la domanda.
Poi ci sono i disegnini per matematica: dove cade la diagonale? Faccio vedere a Tecnologia e lei decide. Ma se invece di Tecnologia c'era Spagnolo (che invece sta assistendo la madre morente) che di diagonali ne capisce quanto me, allora saremmo semplicemente andate a caso. Scusateci, signori dell'Invalsi, io ero anche bravina a geometria ma disegno tecnico non l'ho fatto mai; calcolare diagonali, quante ne volete, ma disegnarle... beh, non erano proprio il mio forte, ecco.
A volte ci consultiamo. "Dici che possiamo dargliela per buona?".
"Massì, poverino, ha fatto anche troppo. E' un ragazzo debole" (dal che si deduce che se non era debole non gli avremmo dato la risposta per buona. Del resto, se non fosse stato debole probabilmente avrebbe anche dato una risposta incontrovertibilmente giusta, chissà?)
Particolarmente drammatiche sono le domande in cui gli sventurati alunni devono spiegare il procedimento seguito. Sono in prima, si spiegano come possono, però tutto sommato ci sembra che abbiano seguito il ragionamento giusto... Conoscendolo, lui ha scritto questo e intendeva dire quest'altro...
I risultati non cambiano molto, credo. Ma un punto qui, e due là, e ancora uno qua...
Cioè, non era un test oggettivo?

Infine il micidiale questionario a scopo statistico: un'infinità di domande sulle questioni più strampalate. Alcune mi sembrano proprio gratuite.
Perché i ragazzi devono scrivere se i loro genitori sono separati? O con chi abitano?
Per le statistiche sui genitori separati o vedovi non esiste lo stato civile?
E cosa c'entra lo stato civile dei genitori con i giudizi degli alunni sui vari docenti?
E siamo sicuri che quel sistema balordo del rispondere con "abbastanza d'accordo / non molto d'accordo / per nulla d'accordo" sia per loro così domestico? Io mi ci perdo abbastanza, per esempio, e la prima media me la sono lasciata alle spalle da un po'.
Ma soprattutto: se il questionario è anonimo, perché anche sul questionario c'è il codice di identificazione dell'alunno, che permette a qualsiasi insegnante di sapere chi ha scritto cosa? 
I pacchi delle prove Invalsi sono rimasti nell'armadio non chiuso di una stanza dove stanno tutti i documenti della scuola. Chiunque poteva andare a guardare quel che voleva. Magari in molti l'hanno fatto, anche solo per curiosità. Cambiare qualche risposta sarebbe stato facilissimo. Nessuno, naturalmente, è stato a sorvegliare che ciò non accadesse - anche perché tutti noi là dentro, custodi inclusi, abbiamo già il nostro bel da fare anche senza stare a sorvegliare quel che non ci compete.
A St. Mary Mead siamo tutte persone di buona volontà, serie e coscienziose, e probabilmente nessuno ha fatto niente di illecito con le prove Invalsi. Credo. Ma chiunque avrebbe potuto fare un bel po' di cose illecite, volendo. 

In sintesi: preparate e somministrate in cotal guisa, le prove Invalsi al momento mi sembrano una perdita di tempo per noi e per i ragazzi, nonché di soldi per il pubblico erario, fermo restando che secondo me l'idea di fondo non sarebbe malvagia.

martedì 15 maggio 2012

25 Aprile 1944: l'Italia è infine liberata

La data di questo giornale, naturalmente, è 25 Aprile 1944

Domanda:come mai in una classe discretamente studiosa e dove tutti, per amore o per forza, si sono dovuti seriamente confrontare con la seconda guerra mondiale nel tentativo di uscire vivi dalle interrogazioni a tappeto e dalla verifica finale, TUTTI sono convinti che l'Italia sia stata liberata definitivamente nel 1944?

Per rispondere a questa avvincente questione è opportuno guardare il manuale - che, tanto per non fare nomi, è  Grandangolo. Come molti manuali di storia per le medie, anche lui  ha i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i difetti, per il terzo volume posso senz'altro indicare una certa tendenza a collegare due punti sullo stesso piano non attraverso una banale e scialba retta, bensì con un ben più decorativo e appariscente arabesco - il che non presenta troppi problemi se il lettore è già addentro alla storia della seconda guerra mondiale avendone sentito parlare più volte e anche a livello approfondito ma può creare degli inconvenienti quando a leggerlo è un giovinetto che per la prima volta si confronta con il conflitto in questione. Si sa che nessuno nasce imparato, ma il giovinetto in questione che può fare se non cercare di impararsi attraverso il manuale? Certo, l'insegnante ha parlato, e molto, sull'argomento, ma dopo aver ascoltato l'insegnante è sul manuale che si studia.

La Seconda Guerra Mondiale su Grandangolo è narrata in modo ordinario e consueto fino al 1943.
Da lì si procede in cotal guisa: 

- Sbarco degli Alleati in Sicilia, crollo del fascismo, 8 Settembre, Repubblica di Salò
- 8 Settembre e sue conseguenze per l'Italia (sì, lo ripete due volte, intrecciando un po' i fatti)
- Resistenza in Italia. Resistenza passiva (che ho incontrato per la prima volta in vita mia) sempre in Italia.
- Risalita degli Alleati in Italia. Liberazione di Roma il 4 Giugno 1944. Il CNL. Discussioni se tenere o no la monarchia. Togliatti che alla Svolta di Salerno dice "Prima mandiamo via i tedeschi, poi se ne parla". Governo di Bonomi nel Maggio 1944.
- La Resistenza. Rappresaglie tedesche, Fosse Ardeatine, liberazione nel 1945, 25 Aprile festa nazionale italiana.
- Cattura e morte di Mussolini
- Sbarco in Normandia (6 Giugno 1944). Liberazione della Francia, avanzata dell'Armata Rossa. Resa della Germania. Resa del Giappone.
- Ampi box su bombe atomiche e Resistenza italiana (ma non una parola viene detta, né qui né dopo, sulla Resistenza negli altri paesi europei). Box sul 25 Aprile e sulle Foibe.
- Nascita dell'ONU
- Conferenza di pace nel 1946 (con foto della Conferenza di Yalta del 1945 di cui però non si parla)
- Divisione della Germania, ordinamento dell'Europa negli anni successivi, Piano Marshall, Patto di Varsavia e Nato
- Iugoslavia di Tito
- Guerra fredda
- Repubblica Cinese
- Distensione degli anni 80, il Sessantotto, la crisi petrolifera
- Decolonizzazione, Terzo e Quarto Mondo
- Nascita della repubblica italiana, elezioni dl 1948 in Italia, il piano Marshall
- Le foibe in Istria e l'Iugoslavia di Tito (e con tutto che se ne parla tre volte, per tre volte il discorso sulle foibe e la Iugoslavia di Tito è piuttosto confuso)
- Vicende italiane dal 1948 in poi
- Un improbabile capitolo sulla globalizzazione con cui il libro si chiude.

Immagino sia l'ennesimo tentativo (riuscito, oso dire) di scardinare l'impianto cronologico, nonché di confondere le idee dello sventurato studente.

Domanda successiva: qual è il vantaggio di confondere le idee al pur bendisposto studente?

Si accettano ipotesi.

venerdì 11 maggio 2012

Merito più che bilustre non m'Invalse




Fino a quest'anno, le prove Invalsi per me erano qualcosa che riguardava gli altri e mai avevo avuto da impicciarmene se non per far eseguire alla terza che mi trovassi eventualmente tra le mani una qualche prova somministrata negli anni precedenti dal Ministero a mo' di esercitazione.
Quest'anno però ho vinto il mirabile privilegio di somministrare una prova Invalsi in una prima dove non insegnavo. Non avevo chiesto tale privilegio, ma me l'hanno ugualmente accordato, perché talvolta la scuola è davvero generosa nei suoi doni. 
Al ritorno dal ponte elettorale mi sono dunque ritrovata sola soletta con la classe e il paccone delle prove.
Ho salutato i ragazzi con bel garbo, risposto a qualche domanda, dato qualche istruzione essenziale, ordinato e imposto che dimenticassero financo l'esistenza di lapis e matite per usare solo penne blu o nere, controllato che ognuno avesse squadra e righello, esortato a mettere via le calcolatrici, fatto separare i banchi (ma, con tutta la buona volontà del mondo, quando ci sono venticinque alunni in una classe concepita per accoglierne al massimo una ventina, c'è poco da separare, non parliamo di camminare tra i banchi per controllare che non copino. E pazienza se, secondo le istruzioni, avrei dovuto invece camminare, mi pagassero le scarpette da danza classica con la punta in gesso potrei pure provarci).
In seguito ho proposto una scaletta: prima matematica, che secondo me era meglio affrontare a mente fresca, poi il questionario come tramezzo, infine italiano. Qualcuno avrebbe preferito fare prima italiano "perché era più facile", ma i compagni li hanno convinti che andava bene come dicevo io. Infine gli ho ricordato che la compilazione del questionario era da considerarsi del tutto volontaria e che chi voleva non rispondere ad alcune o tutte le domande poteva tranquillamente regolarsi secondo il suo capriccio.
Davanti alla classe ormai pronta e attenta, ho preso il pacco delle prove di matematica, l'ho assegnato ad un fanciullo disponibile a collaborare e gli ho detto con fare regale "distribuisci, una copia a testa".
Il pacco è stato dunque distribuito. poi ho dato il segnale per aprire il fascicolo, ho augurato buon lavoro e mi sono accinta a sorvegliare.

La prova è filata liscia. Al termine ho dato il segnale di consegna dei fascicoli e fatto iniziare l'intervallo, poi mentre i ragazzi mangiavano ho riordinato le prove per numero di codice e...
Ecco, sì, appunto. C'era un piccolo dettaglio. Insignificante, del tutto secondario, ma c'era: ad ogni alunno corrispondeva un codice, segnato su apposita etichetta Invalsi sul fascicolo, ma io avevo fatte distribuire i fascicoli a casaccio - il che significava che non avevo modo di garantire che allo stesso codice corrispondesse la prova di italiano dello stesso medesimo alunno, né il questionario (beh, il questionario a dire il vero mi sembrava il male minore: dopotutto doveva restare anonimo).

Che fare?
Scartata come del tutto inutile per la soluzione del problema la possibilità di impiccarmi a una trave del corridoio (in quanto, una volta sanato l'aere contaminato da mia presenza il problema sarebbe ben rimasto)  non restava che andare in ginocchio a chiedere soccorso alla VicePreside. Ma la VicePreside, che di solito sta lì inchiodata alla scuola nemmeno fosse incatenata come i bambini pakistani ai telai da tappeti, in quel momento aveva un'ora buca ed era uscita per una commissione. A chi altri confidare la mia tragica ambascia, nel mentre che la mia mente pullulava di orribili immagini di me cacciata dalla pubblica scuola a cavalcioni su un pezzo di binario dopo essere stata spalmata prima di pece e poi di catrame, nonostante l'impeccabilità del mio stato di servizio ormai più che decennale? Sono finita a tapinarmi in un'altra prima, dove la giovanissima e precarissima collega, con un bel sorriso, mi ha spiegato che i codici erano strutturati, e che ad ogni ragazzo corrispondeva il numero che aveva nel registro di classe: dovevo solo controllare le ultime due cifre. Insomma, bastava distribuirli dal numero più basso al più alto seguendo l'ordine alfabetico.

Dopo aver promesso riconoscenza eterna alla collega mi sono fiondata nella prima che mi avevano incautamente affidato, e  dove  l'intervallo volgeva ormai al termine. Lì  ho distribuito prima i questionari e poi le prove di italiano secondo la sequenza da lei dedotta. Nel frattempo qualcuno mi ha spiegato che la colpa non era del tutto e soltanto mia, perché di solito nei pacchi c'era anche una lista che associava i codici agli alunni, ma nel mio mancava (in compenso, avevamo un fascicolo di prove in più, pur se senza codice, il che volendo aveva una sua equità di fondo). Ero molto felice perché a quel punto cominciavo a nutrire qualche speranza di scansare sia il pezzo di binario che il catrame e financo le piume. Nemmeno la notizia giuntami casualmente che le istruzioni dicevano di iniziare con italiano ha alterato questo mio gaudioso stato d'animo: confidavo infatti, salvo improbabili delazioni da parte degli alunni all'Invalsi Institute, che all'INVALSI non avrebbero mai saputo del mio insurrezionale ed anarchico gesto, visto che sui fascicoli non facevano scrivere l'orario di consegna.

A prove terminate ho chiamato i ragazzi ad uno ad uno, prima quelli che alla prova di matematica si ricordavano di aver disegnato qualcosa su qualche bordo, poi quelli che ricordavano di avere scritto in stampatello... In realtà non è stato troppo lungo, e nel giro di un quarto d'ora ogni prova di matematica aveva il suo giusto codice, da me corretto brutalmente a penna sulla delicata etichettina fornita dall'Invalsi. Mi hanno poi detto che all'Invalsi non volevano che si correggessero i loro codici a penna e avrei dovuto scollare e rincollare le etichette adesive. La mia risposta è forse immaginabile, ma in ogni caso del tutto sconveniente per una Vera Signora.
D'altra parte quel che m'interessa è scansare il binario, la pece e le piume. E visto che le prove verranno corrette qui a scuola e all'Invalsi il pacco non si sa nemmeno se e quando lo apriranno, è pur sempre possibile che l'uno e gli altri non siano nel mio futuro più immediatamente prossimo.

martedì 8 maggio 2012

A reti unificate - Considerazioni sulla litigiosa vita della Grande Rete


Sono entrata in rete molti anni fa, quando ancora si conversava soprattutto con i newsgroup. Con una certa sorpresa, ho scoperto che in rete si litigava con più facilità che nella cosiddetta Real Life.
All'epoca c'era, naturalmente, lo scudo dell'anonimato, molto più saldo di adesso: postavi con uno pseudonimo e spesso nessuno aveva la minima idea di chi tu fossi realmente; questo rendeva molti inclini a sfogarsi in rete delle frustrazioni della vita quotidiana. Tuttavia litigavano con facilità anche quelli che postavano con nome e cognome, o che del nome e cognome non facevano nessun mistero.
La teoria che sono andata sviluppando è che la rete ci rende tutti più suscettibili perché postiamo non con tutti noi stessi, ma con quella parte che è la più sensibile, ovvero l'anima. I contatti in rete sono diversi da quelli che abbiamo nella vita normale e ci espongono di più. Come conseguenza diventiamo più suscettibili e ci sentiamo feriti più facilmente. Spesso e volentieri si finisce per fare i capricci e si pestano i piedi peggio dei bambini piccini.
A questo punto ci starebbe bene una accorata rievocazione dei miei numerosi litigi, ma la realtà è che una sola volta non sono riuscita del tutto a scansare la flame - che però non è esplosa in pubblico.
Più esattamente ci fu qualcuno che litigò con me, in un newsgroup. Mi chiusi in un Dignitoso Silenzio Offeso, evitando di rispondere ai suoi commenti, e per me la cosa sarebbe finita lì. Senonché lui mi scrisse in mail, tutto allegro, per chiarire. E io chiarii. Scintille e fulmini uscirono dal computer, con sua grande sorpresa. Comunque continuò a scrivermi perché, se era una persona che litigava con facilità, dopo non portava rancore. Lui. Io invece ne portavo moltissimo, e gli ci volle il suo tempo per calmarmi. Dovrei concludere dicendo che da allora siamo rimasti ottimi amici ma non è vero: il nostro fu sempre un rapporto burrascoso  perché non eravamo adatti a intenderci e alla fine si estinse, lentamente. Tuttavia da quel litigio imparai un sacco di cose, compreso come evitare di litigare in rete con chiunque defilandomi senza parere quando sospettavo che la flame si avvicinasse troppo. Diciamo che ho sempre espresso con fermezza le mie opinioni, ma ho evitato sempre che il discorso si allontanasse dal punto centrale della questione passando sul terreno degli insulti personali e delle insinuazioni.
La rete infatti offre una grande opportunità, che molti a mio avviso non sanno sfruttare: il silenzio. Se hai dei contrasti con i colleghi, sai che il giorno dopo li ritroverai in ufficio e ci dovrai avere a che fare ancora e ancora e ancora. Peggio ancora - molto peggio - se litighi con il marito, con i genitori o con i fratelli. Ma in rete questo si può sempre evitare chiudendo il computer. E mica lo devi fare per forza apertamente, puoi sempre invocare come spiegazione un guasto del telefono o una caduta della linea. O più semplicemente un viaggio, un'uscita, un'influenza. Se poi qualcuno si è messo in testa di litigare sul tuo blog, puoi sempre cancellargli i commenti. Semplice, e indolore. 
La flame non è mai inevitabile: uno dei due può decidere, in qualsiasi momento, di defilarsi e togliere all'altro il giocattolino di mano. Se non ti rispondo rimarrai da solo a pestare i piedi e a lanciare insulti, e chi legge ti troverà piuttosto noioso. Se ti rispondo accettando di abbassare il livello del discorso e tu mi ribatti sullo stesso tono saremo in due a pestare i piedi e gli altri finiranno per trovare noiosi entrambi. E magari saranno loro a defilarsi. Perché caratteristica dei litigi in rete è di avvenire comunque in pubblico: i testimoni che assistono sono obbligati a prendere parte per l'uno o per l'altro dei litiganti, oppure a defilarsi, il tutto in nome di qualcosa che non hanno cominciato loro. E ciò non è bello.

Sto parlando di flame, non di scontro, anche deciso. La flame inizia quando una delle due parti, messa con le spalle al muro per qualche sciocchezza che ha detto,  pesta i piedi e comincia a strillare che la tua mamma di mestiere batte il marciapiede o che è gente come te che rovina il mondo e provoca l'effetto serra, invece di infilare una blanda frasetta di scuse e scivolare nell'ombra. E una flame non è mai un evento positivo o foriero di un aperto confronto, è solo una zuffa inconcludente.
Provo a spiegarmi con un esempio. Mettiamo che scriva sul mio blog un post sull'allevamento degli ermenegildi rosa. Crodegango commenta dicendo che sbaglio tutto perché gli ermenegildi rosa ormai da decenni si allevano in tutt'altro modo. Io gli rispondo che nella steppa si allevano ancora così eccome. Crodegango ribatte che su "La voce dell' Ermenegildo" ha letto che nella steppa l'allevamento degli ermenegildi è ormai del tutto marginale. Ci infiliamo in una lunga e accanita discussione sugli ermenegildi, senza concessioni folkloristiche alle nostre mamme maiale, alle nostre repressioni sessuali o al nostro egoismo. Questo è un confronto, magari concitato. La comunicazione vive di queste cose.
Poi interviene Agilulfo, per spiegare che l'ermenegildo rosa non è mai stato allevato in Siberia, e gli rispondo citandogli l'ultima tabella sull'allevamento degli ermenegildi rosa pubblicata sul National Ermenegild Geographic. Allora Agilulfo ribatte che comunque solo un mezzo pervertito si occupa dell'allevamento di ermenegildi rosa. Io gli chiedo cosa cazzo ci sta a fare, sul blog di una pervertita, e che vuole dalla vita. Agilulfo ribatte che sono una povera isterica e che scrivo sugli ermenegildi per compensare il fatto che nessuno mi tromba. Gli rispondo che quello che non tromba, con tutta evidenza, è lui, ma è certo che non tromberà con me. E via farneticando. Questa è una flame.
La linea di discrimine è data dalle considerazioni personali, che portano direttamente in braccio alla Sagra dei Luoghi Comuni e allontanano dal tema iniziale, di cui ben presto non resta che un vago ricordo. La persona non è interessata al tuo post, sta solo cercando di manipolarti, deviando dal'argoemnto della discussione, probabilmente per distogliere l'attenzione dal fatto che gli hai dato torto con ragione. Ti usa come una tastiera: pigia un tasto e tu esegui quella nota. La flame si basa sul principio della manipolazione. E io odio essere manipolata.
Ora, non c'è dubbio che chiunque è in grado di non farsi manipolare in rete: basta spengere il computer. O almeno, contare fino a dieci prima di mandare il post sull'altrui mamma maiala.
Non si può impedire agli altri di essere imbecilli, ma possiamo usarci un certo riguardo e non esserlo noi  solo perché il primo imbecille di turno ci lancia l'amo e ci lasciamo provocare.
Soprattutto in rete. 
Senza contare che il provocatore, quando scopre che non reagiamo, resta molto, molto, moooolto più offeso che se gli offendiamo la mamma - mentre al contrario i testimoni si divertono, soprattutto se il flammatore insiste un po' (e di solito insistono un po').
L'obiezione che viene sollevata più spesso in questi casi è "ma allora finisco col dargli/le ragione" seguita da "mi rifiuto di legittimare il suo comportamento scorretto". A me sembra, viceversa, che proprio rispondendo e dando spago alla controparte si legittimi il suo comportamento e gli si riconosca la dignità di interlocutore. Molto più raffinato togliergli di mano il giocattolo e lasciarlo da solo a strillare.

La morale di tutto questo discorso è che non c'è motivo di schiamazzare in pubblico con qualcuno che puoi toglierti dai piedi come e quando vuoi - è sufficiente, appunto, toglierselo dai piedi.

(Osservazione in calce: nei giochi di ruolo tutti abbiamo una parte. Io, oggi, ho fatto la parte di quello che in televisione annuncia il filmato... che poi non parte.
No, nessuno me l'aveva assegnata. No, non è stata nemmeno una mia libera scelta. No)

lunedì 30 aprile 2012

La nebbia ai dolci colli / non sempre se ne sale


Tipico paesaggio collinare intorno a Hogsmeade e a St. Mary Mead

In questi due anni ho avuto la LIM in classe e l'ho trovata utilissima. Tuttavia entrambi gli anni ho dovuto combattere col problema delle tende.
Si parte da una contraddizione di base: le le aule scolastiche moderne sono costruite in modo da garantire l’accesso della massima quantità di luce solare possibile per limitare il ricorso alla luce artificiale, che oltre ad avere un suo costo stanca gli occhi. Per lo stesso  motivo le tende a scuola sono in tessuti leggeri e chiari. Viceversa la LIM, che è prima di tutto un grande schermo, richiederebbe almeno un po’ di penombra per permettere una visione chiara delle immagini e delle scritte. Sarebbe quindi opportuno, per le aule dotate di LIM, disporre di un ulteriore tendaggio scuro che permetta all’aula un momentaneo oscuramento. 
A Hogsmeade le tende erano di un delicato celeste pastello, di un tessuto assai fragile che si andava sbriciolando già dopo il primo anno di vita. Provai a chiedere un qualche tipo di drappeggio scuro che parasse la luce ma la Preside non sembrò mai realizzare l'effettiva entità del problema, anche se giurava di avere chiesto tende al Comune.
D'altra parte era anche la stessa Preside che teneva il proiettore in una grande aula completamente a vetri e raccontava che c'era un grandioso (e, immagino, costosissimo)  progetto per dotare l'aula in questione di pareti a vetro fumé, con il risultato che in tutta la scuola media di Hogsmeade non c'era una stanza dove farsi una proiezione decente. Insistei fino all'esasperazione (sua) spiegando che era assurdo tenere un oggetto costoso come la LIM se poi non c'erano le premesse per utilizzarlo ma non addivenni ad alcunché. Non era nemmeno possibile arrangiarsi con una colletta per le tende nuove perché le tende in un'aula devono rispondere a requisiti speciali e sono piuttosto costose, inoltre spettavano al Comune - che, come tutti i Comuni in questi anni, non aveva soverchia copia di fondi a disposizione e, fornendoci in abbondanza di carta da fotocopie e carta igienica, faceva già del suo meglio.
Per fortuna fu un anno molto, molto piovoso: spesso il tempo era grigio e nelle prime ore della mattinata ci assisteva quasi sempre una benefica nebbia che creava condizioni piuttosto adeguate: in sostanza il problema si limitò a una manciata di ultime ore di Giovedì quando facevo geografia e il sole batteva dalla nostra parte.

A St. Mary Mead ci sono delle orribili tende a pannello di una tela pesante e bianca, arrotolabili. Le tende arrotolabili sono da sempre una fissazione di St. Mary Mead, che però si ostina a sceglierle di un tipo che si arrotola male, si incastra volentieri e spesso finisce per rompersi, il tutto anche senza calcolare Cristaccecami che cercava di tirarle giù attaccandocisi (riportando talvolta anche un parziale successo). Inoltre l'aula della mia classe si distingueva per una posizione assai favorevole, da dove il sole poteva baciarla appassionatamente sin dal primo istante di lezione. Verso la fine della mattinata il sole girava e le cose miglioravano, ma per l'appunto io avevo quasi soltanto prime ore.
La Nostra Preside mi assicurò che le tende erano state richieste, con lo stesso esatto tono con cui me l'aveva garantito la Preside di Hogsmeade. Piuttosto sconfortata salii nella Stanza dei Fantasmi, uno stanzone al terzo piano ricolmo di relitti del passato, in cerca di una qualche ispirazione: perché le nostre finestre erano talmente grandi e luminose da farmi dubitare che perfino la tradizionale nebbia di St. Mary Mead bastasse ad assisterci. 
E quasi subito trovai, non dico la soluzione, ma una miserabile toppa per sbarcare quelle prime settimane di piena estate: il Catafalco.
Costui era un grande e lungo pannello di tela nera, probabile ricordo di una scenografia degli anni passati, montato su legno leggero e dall'aspetto assai lugubre. Gli efficienti custodi provvidero prontamente a portarlo in aula dove tre scolari di buona volontà fecero numerosi tentativi e alla fine scoprirono che, sistemandolo in una data e precaria posizione dove rischiava continuamente di cascare in testa a chi stava nei banchi accanto alle finestre sì, effettivamente oscurava una buona parte della luce. Altra cosa che risultò subito chiara era che, in presenza di Cristaccecami, il pannello andava gestito con grande cautela.
Si inaugurò così una scomoda routine in cui il Catafalco era conservato in Segreteria (che di solito era chiusa a chiave, onde salvare la fotocopiatrice dalle incursioni di Cristaccecami) e portato in classe quando serviva. Non era un oggetto maneggevole né di scarso ingombro, non era facile da collocare nella posizione giusta ma a modo suo funzionava, e frasi come  “Prof, andiamo a prendere il catafalco?” e “Prof, possiamo riportare a posto il catafalco?” sono entrate nel nostro linguaggio comune. Non solo, anche il Catafalco è entrato nell'uso comune della scuola e più volte lo si è visto muoversi da una classe all'altra per consentire la visione di video o film.
E "meno male che il Catafalco c'è" dovremmo cantare tutti in coro perché quest'anno, a causa di una curiosa combinazione metereologica, St. Mary Mead si è ritrovata quasi completamente sguarnita dalla sua celebre e onnipresente nebbia, e uno scintillante sole ha infelicitato quasi ogni giorno delle nostre attività didattiche. Le poche comparsate della nebbia, ho notato, riguardavano soprattutto momenti in cui non vi era alcuna necessità di usare la LIM e anzi erano state programmate attività in cui la LIM era del tutto inutile.

domenica 22 aprile 2012

Quel che gli scolari non dicono

E' noto che alcune divinità hanno più di una faccia. E anche alcuni scolari.

Venerdì alla prima ora ero di supplenza in una prima quasi sconosciuta, dov'ero stata solo un'altra volta, a inizio anno, per un'altra supplenza; quel giorno gli avevo risentito un po' di verbi, mentre Venerdì la prof. Palmina, che sostituivo perché era in gita con le Terze, mi aveva chiesto di spiegare loro la Sardegna.
Entro, saluto, mi metto a sedere. Uno dei ragazzi di prima fila fa vedere che ha i pantaloni bagnati fino al ginocchio "perché Acquacheta mi ha schizzato". Gli altri intorno a lui mi confermano che è vero, è stato Acquacheta. Suggerisco al giovinetto inzuppato di chiamare a casa, se c'è qualcuno, per farsi portare un cambio asciutto, perché stare così zuppo non mi par cosa; e il giovinetto va a telefonare.
Poi mi informo sul come mai il giovinetto in questione è stato inzuppato. Non c'è un motivo, mi assicurano. Acquacheta fa così. Fa anche altre cose, spiegano: picchia, insulta, bestemmia in modo esasperante. A scuola, all'entrata della scuola, sul pulmino della scuola e anche altrove, ad esempio a calcio. Lo fa da sempre, dai tempi delle elementari; scocciava abbastanza anche all'asilo, ma meno. Lo fa senza un particolare motivo: non con qualcuno in particolare, non per ottenere elargizioni forzate di soldi o merende o altro. Lo fa e basta.
Non ci sono incertezze né contraddizioni nelle accuse. Non c'è traccia di omertà. Non c'è nemmeno livore, solo una certa (comprensibile) esasperazione. I ragazzi inanellano una sequela di capi d'accusa invero notevole. Piglio qualche appunto, poi, presa dal dubbio di star facendo una cosa inutile chiedo: "Naturalmente di tutto questo avete già parlato con i vostri professori, vero?".
Mi assicurano che no, mai.
Trasecolo. "Scusate, io conosco poco la prof. Palmina, ma mi è sembrata una persona molto disponibile e interessata ai suoi allievi".
Tutti confermano, e mi fanno vedere prove di tal disponibilità e interesse - ad esempio un bel cartellone fatto in classe dove per ognuno erano state elencate dai compagni le qualità positive. Poi mi raccontano aneddoti vari dove la prof. Palmina si è prodigata in vario modo per loro.
"E allora" chiedo "Come mai di questa cosa non avete parlato con lei, invece che con me che vedete per la seconda volta dall'inizio dell'anno?".
Perché io, mi spiegano serenamente, insegno nella classe di Acquacheta (un'ora alla settimana, per il malefico Approfondimento). Quindi, siccome è un mio alunno, posso fare qualcosa.


Resto vieppiù sconcertata. La classe intera ha taciuto per più di sei mesi non per omertà, non per una malintesa solidarietà verso Acquacheta, non per paura, ma semplicemente perché convinti che solo un'insegnante di Acquacheta avesse la possibilità di intervenire - e loro, insegnanti di Acquacheta in classe non ne vedevano mai, finché per caso non sono arrivata io. E sembrano in sincerissima buonafede.


Due ore dopo raggiungo gli insegnanti della classe di Acquacheta e scodello il tutto, compresi i nomi di chi ha reclamato - nomi elargiti senza esitazioni né precauzioni né remore. E le insegnanti ascoltano e sgranano gli occhioni perché mai nessuno in classe si è minimamente lamentato di Acquacheta. Anzi, è sempre parso loro un ragazzo un po' troppo controllato, quasi compresso, con genitori iperformalisti. E' vero, ammetto, Acquacheta ha proprio l'aria di un ragazzo un po' compresso da una famiglia iperformalista. Un po' ansioso, anche.
Li lascio a gestire la patata bollente come meglio credono e torno nella classe di Cristaccecami (dove, nonostante le squadre e le forbici che volano alla luce del sole e senza infingimenti, i conflitti nascosti non mancano di certo); e una volta di più invidio quelle candide creature che con tanta convinzione discettano su come son fatti i ragazzi e come funzionano, e che con tanta precisione descrivono i loro processi mentali. 
E' così riposante, avere delle certezze. Non so se sia sempre utile, ma riposante lo è di sicuro. Almeno credo, perché io di certezze ne ho ben poche.

domenica 15 aprile 2012

Haeretica - Alcune pacate considerazioni sull'inopportunità di uno studio approfondito del latino alle scuole medie


Il mio atteggiamento verso il latino non è dei più amichevoli

Persino io stessa medesima, quando provo a ragionare sulla questione, sono costretta ad ammettere che il mio atteggiamento verso il latino ha qualcosa di patologico, tanto più che in latino mi sono pure laureata. D'accordo, il latino medievale è un po' un mondo a sé, comunque Livio e Virgilio mi piacciono molto, ho la mia brava mensola di autori latini (molti con testo a fronte) e ogni tanto li rileggo (con un occhio all'originale) e qualche citazione in latino la faccio pure io (di solito in cuor mio). Però, sia chiaro, col latino ho un pessimo rapporto.

Quando andavo alle medie latino era ancora obbligatorio in seconda, facoltativo in terza. Quindi in seconda media me lo trovai davanti come materia curricolare. 
Fu odio a prima vista. Il problema, lo capii solo col tempo, non era tanto il latino quanto le grammatiche latine. Anzi, il contesto generale delle grammatiche latine.
Il mio istinto di contraddizione scattò subito al primo paragrafo "A cosa serve il latino".
"A una sega" fu la risposta che mi diedi in cuor mio. Né alcuna delle motivazioni addotte dal Manna (manualista all'epoca in gran voga per il latino) servì ad addolcirmi. Non ricordo cosa diceva, ma nulla che avesse un senso ai miei occhi. Provarono a spiegarmi (ci provano ancora, ogni tanto) che il latino apriva la mente, ma a me non sembrava che la mia fosse particolarmente chiusa. Cercarono di adescarmi con la promessa di migliorare il mio grado di comprensione dell'italiano, peccato però che l'italiano lo comprendessi già benissimo; anche quello arcaico, anche quello medievale.
E poi c'era la grandezza della civiltà latina; ma io ero una perfetta figlia degli anni 70 e per me i latini erano una manica di imperialisti guerrafondai e pure assai maschilisti, e l'idea della grandezza della passata gloria imperiale mi faceva venire l'orticaria.
C'erano le frasi, poi: fanciulle che giocavano a palla, ancelle assai soddisfatte di un braccialetto d'argento, discepoli assidui, alfieri strenui, Annibale e i suoi elefanti. E le favole di Fedro - ah, quell'abominevole concentrato di banalità, buon senso spicciolo e moralismo d'accatto. Le favole di Fedro mi davano addirittura il voltastomaco.
L'avversione per quello strano mondo era tale che davanti al latino feci muro, semplicemente. Ci vollero anni e anni per rimediare quel primo, disastroso avvio; ci vollero eccellenti insegnanti e i più bei versi di Virgilio e Lucrezio prima che sopportassi di avere a che fare con quella robaccia e mi adattassi a cercare di tradurla.
Il mio profitto a italiano calò drasticamente: in prima media avevo uno sfolgorante nove, unico di tutta la scuola, in seconda un miserabile sette, dato che il latino faceva media con italiano. In terza mi arrangiai meglio - perché nel frattempo i miei genitori, in un attacco di singolare idiozia, decisero di farmelo fare anche se era facoltativo perché volevano mandarmi - e mi mandarono - al liceo classico. Dove ovviamente fu pianto e stridor di denti perché continuavo ad avere l'allergia alla cultura classica e nemmeno la meravigliosa prof. De Divinis, con tutta la sua cultura, il suo senso assai classico della misura e le sue idee antimperialiste riuscì completamente ad aggirare le mie difese (e non so immaginare che disastro totale sarebbe stato se avessi incontrato una di quelle pazze scatenate che circolano tuttora in libertà ad insegnare al Ginnasio, seriamente convinte che il latino apra la mente, dia un metodo e trasmetta sani valori morali).

E fin qui è storia personale. Qualche anno dopo qualche anima accorta decise che il latino non era propriamente indispensabile alla formazione di base nella scuola dell'obbligo - e pazienza se per colpa della sua mancanza ai virgulti non si sarebbe aperta la mente ancora per chissà quanti anni.
Così approdai alle medie per insegnare, fiduciosa e ragionevolmente convinta che di latino, lì, non si sarebbe più parlato.
E invece, scoprii, il latino c'era ancora. Ancora con gli alfieri strenui, le fanciulle che si grattavano le palle, le ancelle operose e, naturalmente, con Annibale e i suoi elefanti, questi ultimi sempre in gran numero.
In effetti le frasi erano le stesse, scoprii con orrore, anche perché il Manna continuava a circolare, più o meno adattato. E c'erano insegnanti che si contendevano all'arma bianca il mirabile privilegio di annoiare a morte i loro alunni con appositi corsi pomeridiani di latino a pagamento; e  questa ai miei occhi rimane la cosa più sbalorditiva: che ci siano genitori che pagano per mandare i loro assidui e diligenti figli ai corsi serali di latino, incuranti che l'anno prossimo i figli avranno fior di insegnante regolarmente stipendiato dallo Stato per insegnargli latino al liceo mediante un regolare corso di studi curriculare,e che invece di ricompensare l'assiduità negli studi dei loro integerrimi figli con gelati, scarpe firmate, giochi per la wii o, al limite, semplicemente lasciandoli in pace, si preoccupano di tormentarli ulteriormente con il latino.
Tali corsi sono riservati ai più bravi "quelli che faranno il liceo"; anche se i privilegiati, depositari di tanto onore, devo dire che spesso mostrano entusiasmo piuttosto scarso, soprattutto quelli che fanno latina in alternativa al Cineforum o ai laboratori di Artistica o Fisica.
Scopo di questi corsi, a quanto vedo, è fornire ai virgulti subito, in anteprima, la parte più noiosa del latino scavalcando tutto ciò che di piacevole il latino può avere. Se non è il Manna buonanima sono strane imitazioni del Manna (sempre con gli alfieri strenui e il pio Enea) - tutta roba capace di stroncare sul nascere ogni sia pur vaga inclinazione agli studi classici.

Mi hanno detto - e probabilmente è vero - che il mio istintivo rigetto per il latino è stato un caso isolato, che i virgulti si adattano spesso di buon grado, che la cosa non fa poi danni così grossi come la mia drammatica esperienza mi porta a presumere. E' possibile, senz'altro è possibile; e magari a loro la mente si apre davvero, non so.

Io, comunque, continuo a trovare il tutto piuttosto privo di senso.

giovedì 5 aprile 2012

Dalle lire agli euro (avventura scolastica)

Queste monete da una lira e due lire sono state coniate negli anni Cinquanta, e anch'io ne ho appreso l'esistenza mentre lavoravo al Progetto, perché mai mi erano passate tra le mani. Api, olive e spighe di grano ricorrono con frequenza sulle lire dell'Italia repubblicana, come simboli dell'onesto lavoro, dell'abbondanza e della tenacia. L'arancia invece mi risulta essere stata usata solo in quest'occasione.


All'inizio dell'anno, le sventurate terze di St. Mary Mead vennero variamente inseguite e tampinate dal Comune e dalla Nostra Preside perché partecipassero ad un concorso indetto - mi pare - dalla Provincia, qualcosa di molto vago sul senso delle istituzioni.
Mandammo a dire che sì, poteva essere un'idea, ma ci spiegavano per favore di cosa accidenti parlava il progetto esattamente?
La risposta, ancor più vaga del bando, si premurava comunque di chiarire che il contributo poteva avere la forma che più ci piaceva. Leggendo con attenzione, ci parve anche di capire che in qualche modo c'entrava il 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
La Nuova Preside ci saltellava intorno, il Comune ci saltellava intorno e la collega Palmina era visibilmente tentata. Io e la prof. De Angelis molto meno.  Lo scoglio era: sì, ma che diamine facciamo?
Non so come venne partorita una fumosa idea sui simboli istituzionali e le monete. Piano piano, e senza alcun contributo da parte mia (nell'organizzazione di un progetto gente come me è utile all'incirca quanto la zavorra per un aereo leggero in fase di decollo) prese forma una scaletta che prevedeva rielaborazioni grafiche dell'euro e un qualche lavoro sui simboli istituzionali. Qualcuno mi disse "Tu dovresti occuparti della lira. Ci stai?".
"Boh" fu la mia entusiastica risposta. Poi feci una navigatina e scoprii che, tutto sommato, le monete in lire della Repubblica Italiana non erano molte, mentre quelle del Regno d'Italia si somigliavano un po' tutte, avendo per lo più il non sempre bellissimo ritratto del re di turno da una parte, e lo stemma d'Italia e dei Savoia dall'altra.
Sapevo che in classe pasticciavano tutti decorosamente col computer, così proposi una presentazione a slide sulle varie monete repubblicane. Fu accettata.
Mentre Palmina e la De Angelis organizzavano un complesso affare sui vari simboli dell'Italia, la bandiera, l'inno e via discorrendo e Arte vagava per le tre terze facendogli produrre disegni su disegni, io divisi la classe in quattro gruppi, assegnai ad ogni gruppo quattro o cinque monete e dissi che volevo delle slide con la descrizione, la data di coniazione e cose del genere - qualche riga di testo per ogni moneta, che potessero leggere sullo schermo mentre esponevano.
Naturalmente il lavoro richiese un po' di aggiustamenti, ma grazie alla nostra nobile LIM il tutto venne fatto in classe senza troppi traumi, salvo le due volte in cui Cristaccecami ci staccò la corrente. C'era poi il piccolo dettaglio che la LIM e tutti i computer della scuola reggevano un Power Point più vecchio di quello di uno dei gruppi, più il fatto che uno dei computer dei ragazzi commise suicidio giusto in quei giorni e recuperare il file dalle sue viscere fu assai complesso. Nel frattempo anche il computer di Sala Professori stava passando un momento di profonda crisi interiore e ci furono anche dei grossi problemi con le stampe.
Poca roba rispetto agli altri: una feroce ondata della più debilitante influenza stroncò la terza della De Angelis, il computer di Arte andò anche lui in tilt costringendo lo sventurato figlio della sventurata insegnante a un complicatissimo repechage delle immagini dei (pregevoli) disegni delle tre terze, e la Palmina ebbe il suo daffare a cucire taluni file che si rivelarono incompatibili. In compenso la sua terza preparò una brochure deliziosa che venne distribuita agli allievi.
Il lavoro andava esposto nella Sala del Consiglio Comunale di St. Mary Mead - dove naturalmente ci furono dei problemi con i microfoni, il proiettore e financo le luci. Insomma, tutte le leggi di Murphy possibili e immaginabili si erano addensate sul nostro incauto progetto, reo di esistere. Ignoro quale suscettibile divinità potessimo avere offeso.

Ciò nonostante, in una non troppo fredda mattina di Dicembre eravamo lì, alla presenza di assessori e sindaco più un gruppetto di genitori, con i disegni esposti su appositi pannelli.  Il video con i disegni fu proiettato senza intoppi, l'inno d'Italia venne eseguito, la bandiera italiana fu spiegata e dispiegata, vennero  letti articoli scelti della Costituzione, proiettati e illustrati tutti i simboli italici (che sono un bel po', ho scoperto) e i miei alunni, dopo una breve introduzione sulla storia della Lira, (a partire dalla sua invenzione, ad opera di Carlo Magno) illustrarono le varie monete in lire - che i ragazzi ovviamente non conoscevano e che molti degli adulti presenti hanno scoperto di aver dimenticato.
Alla faccia delle oscure congiunture la cerimonia è andata nel migliore dei modi possibili e tutti siamo rimasti molto soddisfatti, specie gli alunni che non sono inciampati nemmeno una volta né nella bandiera né nella loro esposizione e che, dopo assai timori, erano davvero compiaciuti di sé - a buon diritto.

Il meglio però non l'abbiamo potuto raccontare loro; perché qualche mese dopo sono pure arrivati un po' di soldi, non in lire ma in più moderni euro, che hanno permesso alla scuola di pagare agevolmente la gita ai (non pochi, ahimé) allievi che, per problemi economici, rischiavano di non poter partecipare, mantenendo intatto il programma iniziale su tre giorni e due pernottamenti.
E direi che uso migliore non si sarebbe potuto trovare.

mercoledì 28 marzo 2012

Note di informatica scolastica

Il prof. Jorge a Moria, intento a fermare la connessione ASDL che minaccia di raggiungere i computer della scuola di St. Mary Mead

Esistono scuole con laboratori informatici scintillanti, doppia ADSL perforante, stampanti fotoniche, mouse senza cavi, programmi aggiornatissimi e senza virus, il tutto curato da abili professori che con magico tocco rimediano i rari inconvenienti che talvolta intervengono perfino lì - roba di un attimo, pochi abili gesti e la primavera brilla di nuovo dopo la breve pioggerella. 
Nessuno bestemmia, in quei laboratori, e molti lavorano. Producono slide, bigliettini, brochure, file multimediali con delicati effetti grafici e sonori, colorano e sfumano immagini, montano sofisticate presentazioni.

Poi ci sono scuole che hanno laboratori diversi. St. Mary Mead, per esempio: poche macchine grigie lasciate indietro da Annibale quando abbandonò in fretta l'Italia annegano in un groviglio di cavi e cavetti dove perfino Arianna si sarebbe persa e non parliamo di Teseo. Alcuni mouse sono senza palle, altri senza cavi, altri senza pile. Alcuni computer sono senza mouse, altri senza tastiera, molti senza stampanti. Alcune stampanti sono senza cartucce, altre senza cavi. Alcuni cavi sono senza computer. Molti computer sono senza internet. Non c'è un solo programma che abbia visto una licenza legale sia pure in fotografia. Ci sono almeno sette diverse versioni di Word e tre diverse versioni di Power Point. Alcuni antivirus sono stati portati da Carlomagno quando scese in Italia e sconfisse i Longobardi, e all'epoca erano aggiornatissimi. Polvere e ditate regnano sovrani, E alcune macchine hanno subito il devastante passaggio di Cristaccecami. Virus di ogni tipo prolificano festosi.

Nonostante le apparenze, non è un laboratorio abbandonato a sé stesso: c'è chi lo cura. Anche noi abbiamo il nostro professore dedito alla cura dell'apparato multimediale della scuola. E' il professor Jorge. Il suo sogno, da sempre, è complicare oltre ogni dire la vita di chiunque desideri in qualche modo accedere alle rutilanti prospettive didattiche offerte dall'informatica moderna - e tale sogno è da considerarsi tutt'altro che irrealizzato. Tutto deve passare attraverso di lui, sennò si offende. Più esattamente, tutto deve fermarsi davanti a lui, sennò si offende. Ha poche occasioni di offendersi, devo dire.
Non sappiamo se e quando si occupa delle macchine, ma di solito si nota subito il suo passaggio dall'apparire di nuove password finalizzate ad impedire l'entrata di chiunque in qualunque apparecchiatura o programma.
Se c'è un problema (e capita assai spesso che ce ne siano, il che non è sorprendente) promette che se ne occuperà. Non ora, che ha lezione. E dopo deve andare a casa, e domattina non può, ma comunque se ne occuperà. Prima o poi.
Sì, lo sa che nell'aula multimediale non arriva internet. Non sa perché. Se ne occuperà quando può. Sì, è vero che nella stampante dell'aula di informatica manca il toner, farà presto un fax per chiederlo in segreteria. Sì, aveva già sentito dire che i mouse erano senza pile. Avrebbe chiesto al più presto di provvedere. E passano le settimane.

Anni fa era costretto a fare qualcosa perché il programma della scuola prevedeva l'offerta formativa di due ore di informatica a settimana, ma con i tagli della Gelmini informatica non c'è più e il nostro laboratorio, che anche prima non era in gran salute, va spegnendosi in una lugubre agonia.
L'aula multimediale va parimenti spegnendosi: il proiettore è pallido e fioco, il computer oppresso sotto il peso delle più strane password, il suono arriva male perché una delle casse è dentro un armadio ed è impossibile spostarla perché il cavo è troppo corto, internet ogni tanto sparisce; lui scuote la testa e spiega che non ha idea del perché, fin quando qualcuno ricorda che basta cambiare la tastiera* costringendolo ad accettare a malincuore il triste evento del ritorno della rete.

Nel piccolo orticello della mia classe le cose vanno un po' meglio perché abbiamo la LIM dove un bel mattino è tornata la rete. La LIM che avevo a Hogsmeade era un po' più spartana di quella che uso adesso ma aveva una tastiera e un mouse senza cavi. Questa  invece è collegata a un computer dai molti cavi (che Cristaccecami si diverte a ingarbugliare e staccare) e la tastiera è malamente appoggiata su un tavolino da cui sembra impossibile muoverla perché i cavi sono incastrati. Usarla è un po' scomodo, ma lì dentro siamo cresciuti a una scuola che ci rende molto adattabili, quindi la usiamo lo stesso, con una certa frustrazione da parte del professor Jorge.

Una mattina il computer non si accende, e nemmeno la LIM. Chiamato prontamente in soccorso, il prof. Jorge racconta che era già successo l'anno prima "ma dopo qualche settimana il computer si era riacceso". Mi suggerisce dunque di fare così: aspettare. Magari riparte da solo.
Dopo essermi accertata che non sta scherzando (del resto, la parola "scherzare" non fa parte del suo vocabolario, e basta guardarlo in faccia per accertarsene) e che anzi è convinto di avermi dato un suggerimento assai sensato, suggerisco di prendere un computer ancora funzionante dal laboratorio.
Preso in contropiede mi spiega che non è così semplice, che le macchine in laboratorio sono poche e che è un lavoro complesso che va ben ponderato, anche perché le macchine in laboratorio sono poche.

A me, detto per inciso, del suo laboratorio non importa un accidente; tutto quello che voglio è che la mia LIM costosa, per quanto non più all'avanguardia, non vada sprecata, visto che sulla LIM faccio un sacco di cose, compreso il laboratorio di storia tutte le settimane. Così comincio a saltellargli intorno pregando, supplicando, strisciando, insistendo, tirandogli la manica...
...finché mi dice scocciato che se la metto su quel tono lui non fa proprio nulla e se ne va offeso.

Apro il mio cuore in Sala Professori, domandando tra l'altro perché costui si occupa di informatica se non ha nessuna voglia di occuparsi di informatica (domanda destinata a restare senza risposta, e non è che negli anni passati ci siano mancate le occasioni di porcela), poi mi attacco al telefono e chiamo l'ex Vice-Preside in cerca di conforto e aiuto materiale. Dalla cornetta esce una mano che mi fa pat-pat sulla spalla. Mi racconterà in seguito che nel disgraziato anno della sua VicePresidenza si procurò un gruppetto di macchine un po' usate ma in ottimo stato per il nostro laboratorio, che il professor Jorge lasciò vari mesi ad accumulare polvere in segreteria prima di rassegnarsi infine a montarle in laboratorio, e che quindi non aveva avuto alcuna difficoltà a comprendere la situazione.
Ad ogni modo il giorno dopo passa a prendere il computer rotto, lo ripara (era rotto l'alimentatore) e nel giro di tre giorni ho di nuovo un computer in grado di accendere la LIM.
Due giorni dopo il professor Jorge viene a offrirsi di sostituire il computer rotto con uno preso dal laboratorio. Lo ringrazio con un bel sorriso e dico che no, grazie, il problema è risolto.
Se ne va via un po' offeso.

Capisco di essermi fatta un nemico. Me ne sono fatti diversi, quest'anno.
Però ho un computer che si accende e si spenge, e una LIM che funziona. Molto meglio così che una LIM inutilizzabile e un collega non offeso nei miei confronti.
(E' proprio vero: con gli anni, a forza di fare questo mestiere, si diventa cinici)

*e cambiando la tastiera Internet ritorna. Non chiedetemi come sia possibile, non ne ho la minima idea. Ma la storia viene da una fonte non priva di attendibilità e rigorosamente astemia.

domenica 18 marzo 2012

Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire

La parola "mellifluo" deriva da "miele" - e con parole di miele spesso parla l'accorto Odisseo, quando si trova particolarmente inguaiato

Come si è forse evinto dalle poche osservazioni che gli ho dedicato, Cristaccecami è un caso piuttosto particolare e ha richiesto un considerevole dispiegamento di forze da parte della scuola. Al momento intorno alla sua piccola ma consistente presenza ruotano ben tre insegnanti di sostegno più un'educatore - e quest'ultima è di gran lunga il meglio pezzo della squadra.

Molto si è detto, scritto e mormorato sugli insegnanti di sostegno che, vuoi per la delicatezza del lavoro che svolgono, vuoi per tendenze innate che li hanno appunto portati a scegliere cotal lavoro, sovente mostrano tratti assai originali e in più di un caso appaiono necessitare a loro volta di un abile ed esperto sostegno. Gli insegnanti di sostegno di Cristaccecami non costituirebbero un valido esempio per sfatare tali voci.
Per spiegare meglio la situazione li chiamerò A, B e C. A è stato nominato per primo e questo lo ha portato quasi automaticamente al ruolo di Caposquadra nonché di Intermediario Consueto con la famiglia del ragazzo, con cui trattare non si è sempre rivelato facilissimo. B è stata nominata più di un mese dopo; quanto a C, dopo aver sostenuto Cristaccecami per i tre anni precedenti, quest'anno è stata assegnata al secondo Certificato della classe (un caso piuttosto light che per alcune materie, tra cui le mie, segue una programmazione solo un po' addomesticata rispetto al resto della classe, e che non ha mai dato l'ombra di un problema disciplinare); in realtà si occupa del suo legittimo allievo solo nei ritagli di tempo e la maggior parte delle sue ore è stata dirottata su Cristaccecami. E' dunque quella che lo conosce meglio e che ha avuto un rapporto molto lungo e continuativo con la famiglia, ed è convinta di avere una sorta di preminenza morale sulla squadra in qualità di Esperta del Caso.
I rapporti tra A, B e C non sono dei migliori; dirò anzi senza mezzi termini che fanno abbastanza schifo. Dall'inizio dell'anno hanno avuto a questionare tra loro e con la famiglia in una notevole quantità  di occasioni. Aggiungo che la famiglia, avendo compreso benissimo la situazione, sfrutta la cosa senza ritegno e ne approfitta per seminare ulteriore discordia: la  loro teoria infatti è che Cristaccecami è un caso piuttosto ordinario, basta saperlo prendere, e il Sostegno con cui stanno parlando è sempre quello con cui ha dei problemi perché, appunto, non lo sa prendere. In pratica, quando parlano con A spiegano che con B e con C non ci sono problemi, se parlano con C spiegano che il ragazzo ha problemi solo con lei eccetera.
Dicevo dunque che A, B e C questionano spesso e volentieri. A parla male di B e di C con i genitori del ragazzo e con me, B parla male di A e di C e dei genitori di Cristaccecami con me (fermo restando che in generale chiacchiera molto meno degli altri) e C parla male di tutti, senza distinzione, non solo dei colleghi di sostegno e della famiglia di Cristaccecami, ma di quasi tutto il resto del personale docente e non docente e degli allievi della scuola, con me e con chiunque sia presente - e non ho idea di cosa dica di me quando non ci sono, ma evito con ogni cura di indagare perché dubito assai che siano buone parole. Tutti e tre inoltre si rivolgono spesso e volentieri alla Nuova Preside perché sbrogli i loro conflitti gerarchici, e solo la singolare capacità di defilarsi della nostra dirigente ha impedito che più volte il tutto culminasse in una zuffa degna del villaggio di Asterix, con tanto di lancio di pesci non sempre freschissimi.
In mezzo a tutto questo l'Educatore cerca con tutte le sue forze di tenersi fuori dalla questione, limitandosi a fare il suo lavoro: da anni lavora nella scuola di St. Mary Mead, per molti altri anni conta di lavorarci ancora e non ha il minimo desiderio di inimicarsi nessuno là dentro. Inoltre è una donna saggia ed accorta e, quand'anche avesse una propensione per il pettegolezzo, sul luogo di lavoro la reprime senza pietà ed evita di mostrarne la più pallida traccia. Come conseguenza, ogni tanto i tre sostegni dicono male anche di lei a chiunque abbiano a disposizione. 
Ad esempio con me. In effetti io sono la spalla dove più spesso vengono a piangere: la Nuova Preside, come ho già detto, ha un singolare talento per scivolare via, ma è anche molto aiutata dal fatto di essere quasi sempre in Sede, a venti chilometri di distanza. Anche la Vicepreside è sempre in Sede. Io no. Io sono lì, e quest'anno ho un orario piuttosto fornito di buchi. 
Di tendenza, questi buchi li utilizzerei per la programmazione, i registri e per chiacchierare con i colleghi: la Sala Professori di St. Mary Mead è grande, luminosa e amichevole, e gli insegnanti la usano volentieri per parlare tra loro scambiandosi notizie e impressioni sui ragazzi, con grande vantaggio reciproco. Ma quest'anno una buona parte di questi buchi se n'è andato nell'ascoltare A che si lamenta di B, C che mi riferisce che B ha telefonato alla Nuova Preside e che lo ha riferito ad A che le ha detto che non va bene perché doveva prima parlarne con lui e che B invece ha detto, quando le è stato riferito che A aveva detto... il tutto chiedendomi apertamente di prendere posizione con A conro B, con B contro A e C, con C contro A... e via e via.
In qualsiasi altra circostanza avrei mandato già da tempo sia A che B che C a Fanculo, in modo chiaro e inequivocabile, ma stavolta non posso: come tutti gli insegnanti curriculari vivo nel terrore che qualcuno dei tre si impermalisca quanto basta per prendersi un permesso per malattia e sparisca  nel nulla lasciandoci nella merda più totale e del tutto impossibilitati a far lezione - perché quando Cristaccecami è in classe, di far lezione non se ne parla nemmeno e ormai siamo in terza e a fine anno c'è l'esame. E A ha dei problemi in famiglia, B ha diritto alle centocinquanta ore e C ha un bambino piccolo, dunque volendo potrebbero defilarsi quando vogliono e l'averlo fatto con estrema parsimonia è senza dubbio un titolo di merito per loro e un motivo per tutti noi di grande riconoscenza.
Quindi ascolto con pazienza, blandisco, simpatizzo, cerco di mediare... e senza ritegno accetto che ognuno dei tre dica male degli altri guardandomi bene dal tentare di difendere l'assente. Praticamente mi sono trasformata in un barattolo di miele. Un barattolo di miele che evita con cura di approfondire le questioni e indagare al di là di quel che viene detto, naturalmente - che quando si fanno domande, c'è sempre il rischio che qualcuno risponda.
E conto i giorni alla rovescia, come i carcerati e i militari di leva. E' dall'inizio dell'anno che conto i giorni.
In God We Trust.

giovedì 8 marzo 2012

Differenze in genere


Alcune classi sono a conduzione maschile, altre a conduzione femminile. 
Ci sono anche classi che non hanno una conduzione particolare ma sono semplicemente un gruppo ben armonizzato dove maschi e femmine convivono gioiosamente - i Baronetti Inglesi di St.Mary Mead erano così, e insegnarci era molto rilassante. E ci sono classi dove ogni singolo individuo passa il suo tempo ad azzuffarsi con gli altri e a dirne male, in totale e assoluta parità di genere, e insegnarci è molto stressante - ma  per fortuna sono relativamente rare.


La classe dei Tordi di Hogsmeade era a forte conduzione maschile o, per meglio dire, c'erano solo i maschi. Le femmine (nient'affatto inferiori per numero) praticamente non esistevano, se non come oggetti squisitamente ornamentali - funzione cui potevano adempiere senza problemi, essendo per lo più molto belle. Era implicito che tutti dovevano studiare il meno possibile, ma per le ragazze era addirittura un imperativo categorico. C'erano due sole eccezioni: la Sognatrice, che quando ne aveva voglia (il che avveniva abbastanza di rado) studiava a fondo, arrivando qualche volta a lambire l'otto; va detto però che  era abbastanza estranea alla classe e piuttosto incline a fare quel che voleva, indipendentemente dagli usi e tradizioni locali. L'altra eccezione era Leprotta, ragazza studiosa e diligente che riusciva sempre a mantenersi esattamente sul sette, né più né meno. Dico "riusciva" perché era chiaro che, consapevole o meno che ne fosse, si fermava arrivata al sette: infatti le poche volte in cui si trovò davanti a qualcosa che non era possibile risolvere solo con un onesto e diligente studio, affrontò la difficoltà e la superò brillantemente, mostrando una pericolosa capacità di avventurarsi fino all'otto e oltre (capacità che era sua cura smorzare non appena l'emergenza era passata). Insomma, evitava in tutti i modi di farsi notare.
I maschi (altrettanto belli delle ragazze) si azzuffavano tra loro per il dominio del branco, ma era sottinteso che le femmine dovevano sottostare alla loro superiorità - o almeno, le femmine sembravano assolutamente convinte che vigesse questa regola non scritta.
In Terza, sistemate a dovere tutte le questioni gerarchiche, venne implicitamente stabilito che, in onore dell'esame, era lecito studiare a fondo per i maschi che lo desideravano, e infatti il gruppo dei maschi fiorì come un cespuglio di rose con brillanti risultati, mentre le femmine rimasero tenacemente attaccate ai loro cinque e mezzo-sei con qualche sporadico sette.
Siccome a Hogsmeade ho insegnato in tutte le classi, posso aggiungere che altrove non mancavano ragazze brave e anche bravissime, determinate e ambiziose. Ma tra i Tordi non ve n'era traccia. Era, diciamo, una scelta di classe.


La classe di Cristaccecami è a totale e completa conduzione femminile. Le femmine sono un bel gruppo compatto e diligente, studiano sempre, hanno un comportamento quasi impeccabile, approfondiscono volentieri, chiedono quel che non hanno capito, si interessano seriamente a questioni tipo la differenza tra marxisno e marxismo-leninismo o tra nazismo e fascismo, si preoccupano di riuscire sempre e comunque a riconoscere una proposizione dichiarativa, mi segnalano le contraddizioni dei libri, mi chiedono consigli sulle letture. Prendono appunti. Prendono una marea di appunti, in modo del tutto spontaneo, e i loro libri sono una selva di post-it. Sono la contraddizione vivente del vecchio principio "la sottolineatura del libri è inversamente proporzionale alla comprensione del testo": sottolineano ed evidenziano in una selva di colori e di segnali, ma capiscono e sanno ripetere sia quel che c'è sul libro che le mie aggiunte. Mi domandano come possono rimediare a un misero sette e mezzo e non fanno misteri di volere voti alti. Sono totalmente immuni a ogni tentativo di sarcasmo da parte dei maschi, che guardano vistosamente dall'alto in basso, e mostrano ben scarsa inclinazione alla frivolezza a scuola. Le loro bacheche su Facebook sono sobrie ed eleganti. Hanno seguito il corso sulla riproduzione umana con interesse ed estrema compostezza, laddove i ragazzi si sono ammutoliti nella più vasta gamma di sfumature dell'imbarazzo che mai sia stato dato vedere all'insegnante di Scienze e nella consueta sfilata di risatine più o meno inconcludenti.


I maschi sono otto, esattamente come le femmine, ma con loro si entra in un pianeta diverso. Le ragazze sembrano appartenere ad un buon corso delle superiori, i ragazzi...
Esaminiamoli nel dettaglio. C'è Cristaccecami, che è un caso a parte. Poi abbiamo, nell'ordine: un certificato all'acqua di rose, di quelli che seguono quasi la programmazione normale, almeno in certe materie (vistosamente isolato dal gruppo); due dislessici all'acqua di rose, uno dei quali vistosamente isolato dal gruppo e l'altro solo moderatamente isolato. Poi c'è IntelligenzaPratica, un Disturbo dell'Apprendimento non meglio definito, vistosamente isolato dal gruppo. E l'orsetto Kumagoro, tutt'altro che stupido ma fermamente deciso a non studiare e a fare la minor quantità di lavoro possibile, il tutto in modo squisitamente cortese - vistosamente isolato dal gruppo. Viene poi Zelig, una creatura che senza dubbio dispone di una personalità ma che sembra un trasparente concentrato di luoghi comuni, e infine Oyster, misterioso, elusivo e bravissimo quasi suo malgrado. Le madri di Zelig e Oyster assicurano di non capire i loro figli e ci chiedono di farlo al posto loro - e assai volentieri noi insegnanti le accontenteremmo, se i due soggetti in questione non fossero così ben avvolti nelle loro barriere  immobili, infrangibili e invisibili.

I rapporti tra le due fazioni sono ridotti al minimo. Maschi e femmine formano due schieramenti compatti a mensa e negli intervalli; o meglio, le femmine formano un gruppo compatto, i maschi si dividono in due gruppi a loro volta tutt'altro che compatti.
Non sono una classe, questo è certo. Ho ruotato i posti più volte, mescolando le carte con varie combinazioni, insomma ci ho provato come potevo, ma non sono scoccate particolari scintille - se non nel gruppo delle femmine che si è vieppiù rinsaldato. Eppure in terza media la scintilla del Folle Amore per la Propria Classe scocca quasi sempre.
"Quasi", appunto.
E' facile dare la colpa a Cristaccecami - quando passi buona parte del tuo tempo-scuola a scansare squadre, bottigliette piene d'acqua e sputi può succedere che non ti rimanga molto margine per legare con i compagni; d'altra parte quest'anno Cristaccecami era quasi costantemente fuori classe con un Sostegno e l'ardua operazione di scanso delle squadre e degli sputi ha occupato molto meno tempo rispetto agli anni precedenti.

Comunque sia, passare un'ora col solo gruppo femminile (qualche rara volta è successo, soprattutto nell'ora di compresenza) è una di quelle cose che riconcilia un insegnante con la vita.