Il mio blog preferito

mercoledì 11 gennaio 2012

La Prof ci ha detto



Resami conto che il libro di storia si perdeva in una certa confusione spiegando indirizzi politici e ceti sociali nell'Europa di fine Ottocento, ho deciso di prendere in mano la situazione e ho dettato e spiegato con gran cura uno schema chiaro ed esauriente che sezionasse gli esseri umani appunto per ceto sociale e per indirizzo politico - ad esempio nell'alta borghesia di solito non c'erano moltissimi comunisti, gli operai di solito non erano liberali eccetera eccetera. Ovviamente in questo schema ho infilato anche i cattolici, e per nulla ovviamente mi sono dimenticata nel modo più plateale degli anarchici (ma su questo preferisco sorvolare pudicamente, in attesa di rimediare a breve).
Dettato lo schema ho risposto alle varie domande, fatto esempi, ampliato, commentato e via dicendo. Poi è venuto il Gran Giorno dell'Interrogazione a Tappeto. La prima fanciulla chiamata risponde bene e con proprietà, salvo una strana frase sul fatto che "tutti potevano essere cattolici", su cui decido di sorvolare pensando a un lapsus o qualcosa del genere. Il secondo fanciullo invece ha poche idee (tra cui quella che "tutti possono essere cattolici") ma assai confuse, per cui segno il Non Preparato sul registro senza curarmi più di tanto dei cattolici, che in fin dei conti non sono stati trattati in modo più trascurato dei comunisti o della borghesia agraria.
Il secondo fanciullo risponde assai bene, e di cattolici non parla perché non sono inclusi nelle domande che gli faccio. Il terzo si chiude in un dignitoso silenzio, evitando di parlare sia dei cattolici che di ogni altro gruppo sociale, politico o culturale. Il quarto si barcamena piuttosto bene ma nelle sue risposta non cita i cattolici. Infine è il turno di Baroque, che risponde come meglio non si potrebbe ma che, mentre sto in cuor mio a riflettere se segnarle otto o nove, spiega che "chiunque poteva essere cattolico, bastava che credesse in dio".
La interrompo "Scusami, cara, ma questo discorso da dove salta fuori?"
Baroque mi sgrana addosso due occhi celesti radianti di innocenza e buona fede: "Lo ha detto lei" spiega convinta.
"L'ho detto io?".
Impossibile che abbia detto una simile scempiaggine, nemmeno dopo la quarta bottiglia o la sesta pasticca, di questo sono sicura: perché certamente per i cattolici chiunque ha diritto ad essere o diventare cattolico, ma per esserlo certo non basta  credere in dio, occorre anche credere ad una serie di cose più specifiche.
Tutta la classe, bravi e meno bravi e fulmini di guerra ripetono convinti "Sì, l'ha detto lei".
Va bene, alla fine è più ragionevole credere in un mio temporaneo raptus (inserito, garantisco, in una lezione del tutto rispettabile e condotta con proprietà) che a un'allucinazione collettiva dell'intera scolaresca. Così imploro i miei alunni di cassare la malefica frase e di sorvolare pietosamente sull'immane sciocchezza da me detta e, nei limiti del posibile, di dimenticarsela completamente.

In cuor mio però sono perplessa. E d'accordo che non sono certo la prima che dice stupidaggini in cattedra e di sicuro, ahimé, non sarò l'ultima. E d'accordo che tutti possono scivolare in una frase fraintendibile o imprudente... ma io, che cerco comunque di essere quanto più precisa possibile su argomenti religiosi, a St. Mary Mead mi allerto doppiamente quando devo tirare in ballo a storia qualche questione che coinvolga la santa romana ecclesia, perché si tratta di un paese assai chiesino e praticante e impegnato su questo fronte e quasi tutti i ragazzi navigano tra un coro parrocchiale, una recita parrocchiale e un campo scout di cui parlano con grande entusiasmo, e mai e poi mai desidererei urtare la loro delicata e cattolica sensibilità con frasi approssimative o fuorvianti.
Detto questo, era chiaro che avevo detto una stupidaggine; soltanto che non riuscivo a capire quale contorto meccanismo mentale mi ci avesse portato.

Soltanto qualche sera dopo, a vacanze di Natale ormai iniziate, nell'ultimo dormiveglia che precede il dolce scivolare nel sonno, mentre la mia mente era avvolta in tutt'altri pensieri e fantasticherie, improvvisamente emerge un limpido ricordo.
"I cattolici non appartenevano ad un ceto sociale in particolare, chiunque poteva essere cattolico. C'erano cattolici tra gli operai, tra i nobili, nella borghesia...". In questo senso chiunque poteva essere cattolico, non c'erano limitazioni di censo o di mestiere, bastava che credesse nei dogmi della religione cattolica...

Dunque era stato un caso di allucinazione, o meglio di fraintendimento, collettivo. Tutti avevano semplificato la mia frase a modo loro (proprio quella frase, su quello specifico argomento, mentre il resto era stato trascritto e assimilato in modo corretto, salvo fraintendimenti individuali) e per una volta ad avere torto era la collettività e non il singolo.
Questa esperienza mi ha squadernato davanti un nuovo ventaglio di possibilità per le molte e assolute cazzate che circolano nel mondo precedute dalla micidiale premessa "Il/La Prof. ci ha detto che...".

martedì 3 gennaio 2012

Meno strepito fan di due femmine quando sono rivali in amor


"Come? Come? A me, pettegola?!"
"Cospetto, cospetto, a me, civetta?!"
"Sei tu sola, la pettegola!" "Sei tu sola, la civetta!"
"Frasca!" "Sciocca!" "Impertinente!"

Il primo atto del Turco in Italia di Rossini si chiude con un'accesa zuffa tra le due protagoniste (Zaida e Fiorilla) che si pigliano a schiaffi e unghiate appunto per avere l'esclusiva sui favori del turco Selim. Il Coro, dopo aver invano tentato di intervenire, le lascia azzuffare cantando in tono epico:

Quando il vento improvviso sbuffando
Scuote i boschi, e gli spoglia di fronde,
Quando il mare in tempesta mugghiando
Spuma, bolle, flagella le sponde,
Meno strepito fan di due femmine
Quando sono rivali in amor.

a riprova del fatto che il fenomeno è vecchio di almeno due secoli e non recentissimo come pretendono taluni. E tuttavia...

La storia che mi accingo a narrare risale a circa un anno fa.
Incrocio Tecnica a fine mattinata. "Cos'è quel rapporto che hai segnato sul registro della Terza dei Tordi?". "E' andata proprio come ho scritto: a metà lezione Gentilina, Distratta, Marinaretta e la Straniera si sono messe a litigare a gran voce e manca poco si picchiavano".
Il motivo della rissa non è stato spiegato, naturalmente: in questi casi gli scolari si trasformano in ostriche perfette salvo il buon vecchio adagio "Non sono stato io a cominciare".

Così il giorno dopo. in qualità di Coordinatore, chiamo le quattro fuori dalla classe per la predica di rigore e le rampogno aspramente: non so perché han fatto quel che hanno fatto, esordisco, non è mia intenzione chiedere il motivo, ma non c'è ragione al mondo che giustifichi un simile disturbo della lezione: la vita personale si gestisce al di fuori della scuola, e quando c'è lezione si segue la lezione o almeno non si impedisce al resto della classe di seguirla.
Con queste premesse, è ovvio che a spiegarmi il motivo ci provano e dopo qualche apparente resistenza le lascio anche fare, perché sono sempre a caccia di informazioni. All'inizio il racconto è un po' confuso. Viene fuori che la Straniera è stata definita "albanese di merda" e ha risposto definendo Gentilina "italiana di merda", ma naturalmente il litigio non è cominciato così (la Straniera e Gentilina vengono dalla stessa classe e non risultava che avessero mai avuto da ridire una sull'altra, pur essendo anche l'anno precedente l'una albanese e l'altra italiana).
Mi spiegano poi che c'è "Qualcuna che non si fa mai gli affari suoi" e Qualcuna che "è stata giustamente lasciata dal ragazzo", ma nessuna di queste due Qualcuna fa parte del gruppo litigante, né della Classe dei Tordi.
Alla fine riesco a sdipanare un po' la matassa (sedando nel contempo un nuovo inizio di rissa e un ulteriore scambio di apprezzamenti sulle rispettive terre di provenienza delle contendenti): Qualcuna, dunque, è stata lasciata dal ragazzo; sempre questa Qualcuna, a suo tempo, aveva cercato di rubare il ragazzo a Qualcunaltra, e questa Qualcunaltra si era mostrata lieta che la Qualcuna fosse stata lasciata. Naturalmente Qualcuna, trovandosi nel ruolo di becca e bastonata, non aveva gradito tali commenti e aveva reagito con un certo vigore.
Cose che succedono, si sa, e capita in queste circostanze di perdere il lume degli occhi - non dovrebbe capitare, ma insomma sappiamo tutti che a volte capita.
C'è però un piccolo dettaglio: nessuna delle quattro protagoniste dell'azzuffatina è Qualcuna o Qualcunaltra. Costoro sono in altre classi; le mie quattro Torde però fanno parte della cordata di Qualcuna (due di loro) e di Qualcunaltra (le altre due). In pratica, stavano litigando per interposta persona. L'unico Tordo coinvolto direttamente in questa vicenda è Arslan, che ha lasciato Qualcuna, ma che non è stato minimamente chiamato in causa nell'azzuffatina in classe. Quanto a Marinaretta, ha semplicemente cercato di calmare le altre, prendendosi come unico compenso un tot di insulti: la poveretta infatti è legata a entrambe le cordate e le dispiaceva vederle litigare.
Le rampogno vieppiù, insistendo sul fatto che, se fuori dalla scuola hanno diritto di gestirsi la loro vita personale come meglio credono, varcato il portone devono mantenere un comportamento decoroso e, soprattutto, non disturbare le lezioni. Le ragazze mi ascoltano disciplinate, e provano pure a scusarsi.
Le rimando in classe piuttosto perplessa. La mia personale politica è sempre stata quella di non ingerire nella vita personale degli alunni, a patto che la loro vita personale non ingerisca nella gestione della classe - del resto, si sa che a intervnire in questi casi di solito non si cava un ragno dal buco, e anzi come politica personale quando posso cerco di vedere il meno possibile; ma se oltre allo strepito delle due femmine rivali in amore dobbiamo sorbirci anche quelli delle cordate di appartenenza delle due femmine in questione, allora non solo l'insegnante può ma deve intervenire, perché infine non possiamo farci carico, tra una verifica e l'altra, anche dei problemi gerarchici e di schieramento dell'intera scolaresca.

Comunque le fanciulle non solo mi hanno ascoltato, ma si sono attenute rigorosamente a quanto ho detto loro: e infatti il giorno dopo alcuni colleghi mi hanno riferito di un'epica rissa avvenuta poco fuori dai cancelli della scuola, dopo l'uscita, che comprendeva anche alcune alunne di classe mia.
Ho avuto cura di non indagare, ma a quel che ho visto, la frattura tra le mie alunne non si è più ricomposta e, ahimé, alla fine Marinaretta ha dovuto prendere posizione per una delle due cordate, abbandonando l'altra.
A Hogsmeade erano piuttosto manichei, ho notato: chi pretendeva di essere amico un po' di tutti aveva le sue brave difficoltà.

lunedì 2 gennaio 2012

Di troie e di zoccole


Secondo un' amica "zoccola" è una parola che evoca una grande sensazione di libertà, come un cavallo che corre in riva al mare. Immagino sia stata influenzata dalla pubblicità del bagnoschiuma Vidal che circolava quando eravamo bambine.

Sono stata ragazza negli anni Settanta, quando circolava il concetto di sorellanza e la solidarietà femminile era vista come un valore. Certo, non fra tutte e per tutte, ma mi trovai la mia nicchia senza troppa difficoltà. Insomma, essere aggressive tra donne non era visto proprio come un obbligo irrinunciabile, e ai maschi era richiesto di mostrare un certo rispetto formale non solo verso le loro partner, ma anche verso le donne in generale. Il concetto di "troia" e "zoccola", oggi così comune nell'accezione di "parole offensive da rivolgere ad un essere umano femmina in riferimento ad una sua più o meno vivace attività sessuale con una o più persone" non esisteva nella mia famiglia. C'erano le prostitute, a volte chiamate "puttane", ed era l'indicazione di un mestiere - legittimo, se effetto di una libera scelta, o da condannare se la femmina in questione era forzata a farlo. Parlando di donne che avevano una vita sessuale variegata (ma a cui si dedicavano per loro esclusivo piacere) si usavano espressioni soft del tipo "divertirsi" o "fare le corna" (se la signora in questione era sposata). C'erano naturalmente donne di cui si parlava male: se ne criticavano il carattere, la stupidità, la grettezza d'animo o tante altre cose, ma il fatto di avere un appetito sessuale più o meno vivace o una certa disponibilità ad accompagnarsi a più persone erano caratteristiche del temperamento e del carattere che non attiravano il biasimo - insomma, sul suo una donna faceva quel che meglio credeva, salvo rendere conto, eventualmente, al marito o al fidanzato. Le mie due nonne si regolavano allo stesso modo dei miei genitori e, per quel che ricordo, lo stesso faceva l'unico nonno che ho conosciuto. Il linguaggio nel complesso non era particolarmente modesto o pudico, ma, ripeto, il concetto di biasimo legato alla vita sessuale di una donna era assente. La parola "troia" era usata esclusivamente nella locuzione "figliol di troia" che in Toscana non è necessariamente intesa come insulto, mentre "zoccola" veniva pronunciata solo riferendo frasi dette da altri (di cui raramente veniva lodata l'intelligenza).
Le persone con cui ho stretto legami più forti nel corso della vita si regolavano nello stesso modo, anche se da un racconto di Benni è stata mutuata l'espressione "andare a darla in giro come il verderame nei campi" che parve assai carina - viene usata di solito in frasi del tipo "ma quand'anche andasse a darla in giro come il verderame nei campi sarebbero solo affari suoi".
A vederla oggi, sembra una roba da museo paleolitico. Il pendolo è girato e oggi "troia" è un offesa generica da rivolgersi serenamente a una femmina umana anche in contesti che col sesso non hanno assolutamente nulla a che fare - poniamo "quella troia mi ha sbagliato le fotocopie" (della vita sessuale di quella troia non sappiamo nulla, solo che quando esegue le fotocopie non controlla cosa viene fuori. Che è un demerito, sia chiaro. Assai grave, ai miei insegnanteschi occhi).
Spesso però viene usato
proprio e perlappunto per criticare quel che una signora fa sul suo, con una leggerezza e una stupidità che mi sono sempre risultate del tutto incomprensibili. E passi (cioè, "passi" un accidente. Ma facciamo finta che) se lo fa con tuo marito, il tuo fidanzato o anche solo il ragazzo o l'uomo che piace a te, si può comprendere un certo disappunto e una qualche irritazione che sfocia nell'aggressività verbale. Ma quando la signora in questione si prodiga per far del bene a un sacco di maschi che con te non hanno nulla a che fare, che motivo c'è di biasimarla?

Con questa mentalità antidiluviana, è chiaro che ho delle serie difficoltà a comprendere l'atteggiamento delle giovani generazioni verso il sesso. Intendiamoci, occasionalmente si trovano ancora ragazzi che, vuoi per l'educazione antiquata che hanno ricevuto, vuoi per un senso di discrezione, si astengono da questo tipo di censure. Ma son rari.
Le due principali preoccupazioni delle giovinette di oggigiorno sono: 1) non essere definite troie e 2) dare di troie alle altre. I giovinetti, invece, si limitano alla possibilità 2, anche se per fortuna la loro
VERA preoccupazione principale è trovarsi una o più ragazze (all'occorrenza da chiamare troie, ma solo nei momenti di stanca o dopo che ne sono stati piantati).
E non è solo un problema delle giovinette, visto che qualche mese fa un'immane quantità di donne è scesa in tutte le piazze d'Italia per protestare contro la concezione della donna che l'allora presidente del consiglio dei ministri e tutto il suo governo mostravano apertamente di avere. La manifestazione riuscì molto bene, ma io non mi sono mai liberata dal sospetto strisciante che parteciparci significava legittimare un po' il punto di vista di quegli strani esseri che all'epoca avevamo al governo e riconoscergli dignità di interlocutori; ma naturalmente il vero problema in quel caso non era tanto il presidente del consiglio dei ministri, bensì la quantità immane di uomini e donne che lo avevano votato nonostante (o meglio, siccome) avesse quel punto di vista. Un milione di donne ha protestato contro il suo modo di vedere le donne, ma quanti milioni di donne lo hanno votato pensando seriamente che un uomo che disquisiva liberamente sulla bellezza o meno delle sue ministre e avversarie e alleate politiche o risolveva una domanda scomoda invitando la giornalista che l'aveva posta a vestirsi meglio fosse proponibile come presidente del consiglio?

Che gli uomini italiani trovino tanto normale qualificare le donne di troie quando queste fanno qualcosa che a loro non va bene mi sembra deplorevole, ma che le donne, soprattutto quelle delle nuove generazione, accettino di porsi in questi termini anche tra di loro mi sembra, prima di tutto, incomprensibile. E pericoloso. Anzi, mi sembra la vera chiave di volta della questione femminile in Italia.
Il legislatore qui non ha colpa. In Italia il sesso è reato solo quando manca il consenso di una delle parti in causa. In tutti gli altri casi viene considerato legittimo. L'evasione fiscale è un reato, il riciclaggio è un reato, produrre danno ai monumenti è reato, cambiare ragazzo due volte al mese no; eppure i fatti dimostrano che si presta molta più attenzione alle donne che cambiano spesso partner piuttosto che a chi danneggia monumenti pubblici o ricicla denaro di provenienza illecita, e le donne, specie se giovani, sembrano particolarmente ossessionate da questo problema, preoccupandosi assai di giustificarsi, spiegando che
loro non sono troie, mentre le altre sì.
Per infischiarsene della questione ci vuole una forte dose di autostima - esattamente quello di cui sembrano mancare le ragazze delle nuove generazioni. E troppa della loro energia e forza mentale viene deviata su questa autentica questione del cazzo per permettere loro di dedicarsi adeguatamente alle vere sfide che la vita gli presenta: studiare, farsi degli amici, trovare un'adeguata quantità di amore, costruirsi una vita su misura per loro. Difendersi dalle compagne e badare alla loro reputazione dovrebbero essere occupazioni minimali, per badare alle quali basta usare un'infinitesimale quantità delle loro grandi forze. Non devono, o meglio non dovrebbero, essere i Grandi Problemi delle loro giovani vite.

Non so cosa possiamo fare a questo riguardo noi insegnantesse, spesso assai preoccupate di stabilire quali delle nostre o altrui alunne sono troie (dedicandoci, già che ci siamo, anche alle di loro madri, troie anch'esse, si capisce) e aggiungendo anche qualche buona parola su qualche collega.
Di certo nessuno ci chiede di far niente, in quanto il problema sembra non esistere. Assai maggiore attenzione viene dedicata, poniamo, all'anoressia. Ma se è vero che di anoressia a volte si muore, è anche giusto considerare che all'anoressia si arriva attraverso varie strade, e passano tutte per la questione dell'autostima e dell'immagine di sé.

sabato 31 dicembre 2011

"Salve, sono l'anno nuovo. Problemi?"



“Non abbiate paura, anzi, spalancate le porte”.

Buon 2012 a tutti

e che la Forza sia con noi

sabato 24 dicembre 2011

Buon Natale 2011



E’ tutto pronto, è tutto scaldato, è tutto impacchettato. Le candele sono accese, le luci dell'albero brillano nella penombra. La prima notte magica di Natale è arrivata.

Che le renne vi portino quel che più desiderate!

(ma non dimenticate di lasciare il latte e la panna per i folletti: anche loro hanno lavorato duramente)

sabato 17 dicembre 2011

Manuale del Perfetto Insegnante - Come convivere con Facebook


Com'è noto, al giorno d'oggi la tecnologia si evolve a gran velocità e talvolta avviene perfino che gli insegnanti riescano a starle dietro: ormai da tempo infatti il docente capace di compilare un piccolo file di testo in Word, una tabellina in Excel e financo di gestirsi una o più caselle di posta elettronica hanno smesso di essere rarissime eccezioni. Anzi, taluni insegnanti, soprattutto se giovani, hanno perfino un profilo - altrimenti detto account - su Facebook.

Si è aperto quindi un ampio dibattito sulla Spinosa Questione Etica di come debbano tali insegnanti gestire tali profili nei rapporti con i propri alunni: è lecito accordare loro l'amicizia (ovvero l'accesso alla propria bacheca)? Se sì, con quali limitazioni?
Questa piccola guida, pur non pretendendo di risolvere tutti i dubbi, perché ogni caso fa scuola a sé, può costituire un utile vademecum per i casi più comuni, in ordine di complessità. Tale guida può essere naturalmente ampliata sulla base di suggerimenti ed esperienze personali che sono sempre i benvenuti.

CASO 1: l'insegnante non ha alcun profilo su Facebook, e di Facebook se ne frega alla grande. E' il caso più semplice da gestire e anche il più sicuro, perché non occorre fare niente. Facebook basterà a se stessa e gli allievi gestiranno come gli pare la loro vita virtuale. Non sorgeranno mai complicazioni a riguardo. Altamente consigliabile, e assai comodo.

CASO 2: l'insegnante ha uno o più profili su Facebook e non ha alcuna intenzione di ritrovarsi una manica di ragazzini tra i piedi. Anche in questo caso la soluzione è semplice: l'insegnante non fa niente e non dice niente sull'argomento in classe. Qualora qualche allievo impiccione chiedesse "Prof, l'ho vista su Facebook" l'insegnante deve limitarsi a negare con serenità aggiungendo eventualmente qualche frase neutrale del tipo "Sarà un omonimo". Vanno però osservate alcune semplici precauzioni.
Primo, se l'insegnante si chiama Crodegango Sorbelloni Viendalmonte o con altro nome piuttosto inconsueto è opportuno che scelga uno pseudonimo per il proprio profilo (non è difficile. Nel caso preso in esame Croddy Sorbelli va benissimo, ad esempio, ma si può optare per un nome decisamente di fantasia come Aram Benjo o Giovanna Fini. Quest'ultima possibilità naturalmente funziona solo se l'insegnante non si chiama davvero Giovanna Fini).
Secondo: occorre bloccare l'accesso ai dati a chiunque non sia amico, togliendo quindi l'accesso anche a quella vasta e infida categoria che va sotto il nome di "amici degli amici", che può includere alunni, genitori di alunni, colleghi, dirigenti scolastici e quant'altro.
Terzo: occorre porre una certa attenzione alla scelta della foto del profilo. Animali, piante e simboli vari costituiscono valide possibilità, ma anche una foto del soggetto in età infantile può sortire egregiamente lo scopo di conservare un certo anonimato.
Quarto: l'insegnante eviterà di stringere amicizia virtuale con insegnanti della stessa scuola, soprattutto se costoro interagiscono con gli alunni o gli ex alunni.
Una volta prese queste precauzioni il Caso 2 si assimila a tutti gli effetti al Caso 1.

CASO 3: l'insegnante, se richiesto, dichiara apertamente che è su Facebook e che non ha la benché minima intenzione di interagire con i suoi allievi. Tiene una bacheca bloccata a chiunque non è suo amico virtuale, evita foto particolarmente discinte nell'avatar per non dare il cattivo esempio e si fa serenamente i fatti suoi. Il suo caso dovrebbe essere assimilabile al CASO 2 e a quel punto sul suo account può fare quel che meglio crede, purché si attenga al rispetto del codice civile e penale. Un filo di rischio è comunque presente perché il mondo della rete è un vero colabrodo, che cola talvolta nei posti più impensati.

CASO 4: l'insegnante, sia o non sia su Facebook, apre un Gruppo con i suoi studenti dove vengono prodotti contenuti inerenti alla didattica. Qualora l'insegnante in questione stia su FB a questo solo scopo, può tranquillamente aprire un profilo vuoto. Aprire un profilo vuoto è una valida soluzione anche se l'insegnante è già da tempo su FB e lo usa per gestirsi un suo personale giro di scambio di coppie o simili, purché eviti di chiedere l'amicizia a sé stesso.

Caso 5: l'insegnante è su Facebook ed è convinto di avere una bacheca del tutto innocua o perfino vagamente pedagogica, dove i buoni sentimenti e le massime di filosofi orientali si sprecano e abbondano appelli per gattini abbandonati o consigli per la cura delle piante.
Fermo restando che può sempre regolarsi come prescritto per i casi 2 e 3 nei confronti dei suoi allievi (perché non è detto che chi ha una bacheca del tutto innocua e rispettabile abbia voglia di essere insegnante anche quando si occupa di gattini abbandonati o coltivazione delle piante) si aprono altre possibilità qualora l'insegnante in questione non sia avverso ad avere contatti telematici con i suoi amati alunni. Elenchiamo qui le scelte più comuni:
A) l'insegnante accetta solo l'amicizia di ex-alunni che non possono vedere la sua bacheca né gli amici. E' una soluzione tutto sommato abbastanza sicura (fermo restando che la rete è un colabrodo etc. etc.). Non è detto che entusiasmi l'ex allievo, ma questo è affare esclusivamente delle parti in causa.
B) l'insegnante accetta esclusivamente amicizie maggiorenni. La scelta è meno sicura di quel che può sembrare a prima vista perché non tutti gli studenti hanno una bacheca bloccata, anzi la maggior parte la tiene aperta anche agli amici degli amici... che possono essere i loro allievi del momento.
C) l'insegnante accetta esclusivamente gli allievi che gli stanno simpatici e rifiuta gli altri. Può presentare degli inconvenienti perché spesso gli allievi che gli stanno simpatici e quelli che gli stanno antipatici sono amici tra loro, e ci sta che dialoghino allegramente.
D) l'insegnante accetta indiscriminatamente qualsiasi alunno lo richieda di amicizia. A quel punto deve essere consapevole che tutto quel che scriverà potrà essere usato contro di lui.

Caso 6: l'insegnante è su Facebook, usa in piena libertà la sua bacheca e accetta l'amicizia di chiunque glielo chieda senza stare a sottilizzare. Non è detto che vada sempre a finire benissimo ma, in effetti, non è detto nemmeno il contrario. Quello che è praticamente certo, ad ogni modo, è che i fatti suoi diventeranno di pubblico dominio nella scuola. Il che non è un problema per quella rama di insegnanti che passa comunque buona parte del suo tempo in classe a istruire i ragazzi su tutti i dettagli della propria vita privata (quest'ultimo caso può in effetti presentarsi problematico per alcuni alunni, che con tutto il cuore accetterebbero una lezione su Leopardi o sul periodo ipotetico in greco pur di smettere di sentirsi sciorinare i problemi casalinghi del docente. Si tratta comunque di una questione che esula dall'argomento qui trattato).

Caso 7: l'insegnante è nato e cresciuto nel paese (o cittadina o quartiere) dove insegna. I genitori dei suoi allievi erano a scuola con lui, gli allievi passano a scampanellargli ad Halloween e regolarmente sono riforniti di dolcetti comprati all'uopo, sanno tutto di lui (o lei) e lui (o lei) sa tutto di loro, brache familiari incluse.
In quest'ultimo caso qualsiasi scelta compia riguardo a Facebook è del tutto ininfluente nel rapporto insegnante-alunno, e in nessun caso si rischia che l'alunno sia più informato di prima sulla vita personale dell'insegnante o finisca col prendersi con lui maggiore confidenza di quella che già abbia. Qualora però l'insegnante desiderasse mantenere un minimo di controllo sulla sua privacy, sarebbe opportuno per lui prendere in considerazione la possibilità di un pendolarismo leggero (cioè la scuola del paese più vicino).

lunedì 5 dicembre 2011

We All Need A Love Resurrection


Questa bella fenice è di Nella Donato e si trova qui

Mentre i blogger di Splinder migravano, un altro evento parimenti vasto ma di maggior risonanza ha sconvolto le nostre vite: è migrato anche il vecchio governo.
Così, all'improvviso: un giorno c'era e il giorno dopo non c'era più. La crisi più veloce della storia della repubblica - o forse la più lenta, perché il governo precedente, quello con la Maristella, era in agonia da tempo immemorabile; da prima della cacciata di Fini, altrimenti Fini non se ne sarebbe andato. Si è sfilacciato, lentamente, sprofondandoci in una voragine sempre più nera.

Cosa è successo esattamente non lo possiamo sapere: troppe cose sono avvenute dietro le quinte. Non sappiamo chi è stato a staccare la spina, ma solo che è stata staccata dall'esterno. Qualcuno, Lassù in Alto, ha stabilito che il troppo era troppo e ha mandato a casa quella strana compagine che era diventata dl tutto incapace di intendere e di volere. Il Mercato, i Massoni, i Banchieri, il Vaticano, il Summit Europeo, gli Statii Uniti?
Nessuna ipotesi mi sembra convincente, anche se tutte sono possibili agli occhi di una sprovveduta cittadina che conosce solo quel che avviene in pubblico. Di alcune cose però siamo ragionevolmente sicuri: Osama Bin Laden, Saddam Hussein e Gheddafi non hanno avuto responsabilità dirette nello strano epilogo di questa vicenda. La Grande Domanda che turba il sonno a parecchi, o almeno a me, è: qual è stata la scintilla che ha fatto decidere per il pollice verso ora e non in un qualsiasi momento dell'ultimo anno? Tutto è partito da uno spread a 570 punti, ma lo spread è stato la causa o il pretesto per dare il via libera al processo di ricambio, o meglio alle Grandi Pulizie?
Ce lo spiegheranno tra qualche anno o qualche decennio, oppure lo capiremo da soli davanti allo svolgersi degli eventi. Per il momento dobbiamo tenerci la curiosità.

Partito il Gran Circo sono arrvivati gli Altri, gli alieni da Betelgeuse.
Sì, lo so, in teoria sono esseri umani come noi, mangiano, bevono, parlano, fanno figli; ma ai nostri occhi risultano alieni. Da un giorno all'altro il rutilante sciocchezziario che ormai da anni riempiva i giornali e le cronache cosiddette politiche è scomparso, e al loro posto sono apparse queste persone sconosciute alla politica, ognuna con il suo bel curriculum estraneo alla vita dei partiti, che parlano poco e si ritrovano a dover gestire uno dei peggiori pasticci in cui l'Europa si sia cacciata dall'ultimo dopoguerra. E forse lo gestiranno male e forse lo gestiranno bene o così-così, ma insomma qualcosa faranno, qualcosa probabilmente provvista di un qualche senso interno, bene o male che funzioni. Certo, un anno fa sarebbe stato tutto più semplice e indolore. Anche tre mesi fa. Ma insomma è andata così e amen.

E' un governo strano, per i nostri italici occhi. Parla poco, dichiara poco, non polemizza e non insulta. Nessuno racconta barzellette, nessuno parla più dei comunisti e dei fascisti, gli unici tenui accenni al governo precedente sono di vaga approvazione, con riferimento ad un'assai improbabile (e impraticabile) "continuità" - come se stessero parlando di un vero governo. Non c'è stata l'ombra di una critica, nessun accenno a voragini nei conti pubblici (che ci sono, oh se ci sono).
I nostri mille (all'incirca) parlamentari li guardano basiti e cercano di proseguire i consueti battibecchi, ma sono costretti a filarsi tra loro. I governi Prodi (e Amato e D'Alema) raccoglievano le provocazioni, questi no. Tacciono, e perfino per scrollare le spalle aspettano di essere a casa, possibilmente in una stanza da soli, oppure con i rispettivi coniugi - che anche loro in pubblico tacciono.
In questo silenzio assordante i giornalisti sono sconcertati, ma hanno dovuto adattarsi e nel giro di pochi giorni le rassegne stampa sono completamente cambiate: adesso si parla di pensioni, salari, imposte aggiuntive, imprenditoria, tagli. Argomenti normali, insomma. Il sesso è scomparso dalle pagine politiche, insieme alla zoologia (topi e tope) e alla cucina (gnocchi e gnocche, finocchi); un certo numero di parole, ormai da tempo di uso comune nel linguaggio quotidiano ma che nelle dichiarazioni politiche non erano proprio sempre pertinenti sono sparite da un giorno all'altro (oh, liberazione e sollievo!).
L'Italia cerca faticosamente di rientrare nel mondo.
Nonostante tutto, probabilmente non è troppo tardi.

In God We Trust.

venerdì 25 novembre 2011

Save Our Souls (vita da blogger)


Come Lord Grenville, anche noi blogger navighiamo in acque perigliose

Qualche anno fa decisi che, per la qualità della mia vita, era per me essenziale tenere un blog. Dopo lunghe e profonde meditazioni stabilii che taglio dargli, di quali argomenti avrebbe trattato e che profilo avrei presentato ad eventuali lettori.. Decisi anche che il mio sarebbe stato un blog assolutamente spartano, senza gadget, immaginine, figurine sbrilluccicanti e altre frivolezze. Soprattutto niente contatori dei visitatori, statistiche e notizie sulla loro provenienza: casomai qualcuno volesse passare da me era il benvenuto, ma mi sembrava indiscreto indagare se ci arrivasse cercando "scuola, SSIS" oppure "fenomenologia dell'accoppiamento tra cercopitechi gay".
Naturalmente lo avrei tenuto su Splinder, visto che tutti avevano il blog su Splinder. Del resto era evidente e risaputo che non eri nessuno se non avevi un blog su Splinder.
Detto fatto mi iscrissi a Splinder, scelsi un template (quello della penna, guarda caso) e partii.
Mi salvò, come sempre, la Grande Mela: avevo un Mac e su Splinder funzionavo maluccio: per dirne una, non potevo regolare la grandezza del carattere né il colore e soprattutto non potevo andare a capo: i miei post erano un'unica mappazza informe e scritta piccolissima.
Ora, non è che pretendessi di scrivere chissà qual capolavoro, ma il fatto di non potere neanche andare a capo proprio non lo reggevo: un blog spartano non è un blog informe, è un blog spartano. Almeno secondo me.
Così emigrai su Blogspot. Mi piaceva meno di Splinder, era più scialbo, per qualche tempo pasticciai con i commenti. Ma insomma partii.
Cancellai il blog su Splinder, che contava ben due post, ma mantenni l'account perché praticamente tutti i blog che seguivo erano su Splinder.
Col passare dei mesi rividi parecchie delle mie posizioni: imparai a caricare le immaginine, scoprii un sacco di deliziosi siti pieni di sbrilluccicanze diabetiche utilissime soprattutto a Natale (e per me Natale dura più di un mese), avviai una specie di calendario fotografico. Blogspot mi fornì una vasta scelta di template decisamente frivoli e da qualche tempo ho scoperto che mi dà pure le statistiche - o meglio me le darebbe se le guardassi. C'è anche un comodissimo sistema per filtrare i commenti grazie al quale riesco a proteggere il mio innocuo post sulla Rotta di Roncisvalle da un paio di strani esseri che si sono incaponiti a usarlo per offrire video porno proprio lì - non che io abbia niente contro i video porno, intendiamoci, ma insomma chi vuole vederli o comprarli non resta certo senza possibilità se non passa da quel post.

Tutto procedeva bene, dunque. Ci avevo una ristretta cerchia di blog che seguivo regolarmente - tutti su Splinder - e vivevo la mia tranquilla vita da blogger dal mio tranquillo angolino, da dove anch'io combattevo la mia modesta lotta personale contro quel grandissimo impiastro che è stato la ministra Gelmini e raccontavo le mie traversie e traversine scolastiche.

Poi, un mese fa, è arrivato il tifone.
Splinder ha cominciato a lasciare strani messaggi criptici, e tutti lì a cercare di decifrarli. Chiuderà, non chiuderà, ci sta solo pigliando per il culo? La prima non escludeva la terza, anche se la seconda sembrava la più probabile. Ma tutti gli Splinderiani si riunirono sulla spiaggia e cominciarono a migrare in formazioni sempre più numerose. E tutti lasciavano il loro messaggino di addio e il nuovo indirizzo.

Così anch'io, che grazie alla buonanima di Steve Jobs e ai suoi solerti collaboratori ero scampata da Splinder, mi dovetti organizzare una migrazione interna, ovvero cambiare gli indirizzi dei blog preferiti - che non erano poi così pochi, a ben guardare. L'affare è stato più lungo e stressante di quel che potrebbe sembrare perché, grazie al solito Steve Jobs, non solo ho il blogroll dei preferiti scolastici, ma anche la lista dei preferiti e finanche una specie di pagina introduttiva a palcoscenico dove tengo le pagine predilette - quasi tutte su Splinder, guarda un po', anche se non tutte scolastiche. Quindi ho dovuto cambiare ben tre volte gli indirizzi, con supremo stress e giramento di ciò che ho e financo di ciò che non ho, e abituarmi alla nuova paginetta palcoscenico dove i nuovi-vecchi blog hanno cambiato template e apparenza e perfino posizione, confondendomi alquanto. E alla fine è risultato che tutto ciò non era stato inutile, perché Splinder chiudeva davvero e - naturalmente solo dopo che tutti i blogger sono migrati - ha offerto un simpatico comando che garantisce un passaggio rapido e indolore dei blog migranti ad altre piattaforme. Insomma, se tutta questa faccenda invece che da Splinder fosse stata gestita dalla Gelmini in persona, dalla sua sala comandi all'interno del Tunnel degli Elelttrini, non avrebbe potuta essere condotta con maggior incomodo della collettività tutta.
Ma d'altra parte Splinder è gestito da DADA, ditta fiorentina con cui ho combattuto per un anno all'epoca del mio ingresso in rete, quando i provider erano a pagamento anche per i comuni mortali che volevano solo un paio di caselle di posta e la possibilità di navigare. A volte ritornano.

Adesso finalmente ho finito la stressante operazione, e anche il palcoscenico è aggiornato. Ai gestori di Splinder comunque auguro di soggiornare molto a lungo in luoghi assai bui nonché caldi.
Li vedrei bene nei calderoni di pece bollente, se posso azzardare un suggerimento.

giovedì 17 novembre 2011

17 Novembre 2011 - Festa del Gatto Nero

Auguri a tutti i bellissimi gatti neri che ci allietano con la loro gentile presenza, e un saluto a tutti i fortunati umani che godono del piacere che la compagnia, l'amicizia, la grazia e l'affetto che i gatti neri sanno darci.
(E a tutti gli altri gatti, si capisce).

domenica 6 novembre 2011

De stultitia parentium

Questa bella favola di stampo fedriano viene, con licenza dell'autore, dal blog Esserino e Balena, tenuto da sue splendidi gatti ma dove occasionalmente scrivono anche esseri umani che ai gatti sono debitamente sottomessi. E' ancora senza titolo, anche se ci sono state varie proposte (la mia preferita è Hic manebimus asine).
Siccome ho una visione scuolacentrica della vita e l'arduo tempo dell'orientamento si avvicina e quest'anno ci ho una terza, mentre la leggevo mi è balzata davanti agli occhi la classica immagine del genitore che insiste sempre e comunque (spesso con successo) per mandare il figlio al liceo stracatafottendosene di indagare prima se al figlio il liceo interessi in qualche misura (sono per fortuna in calo - ma non ancora del tutto scomparsi, ahimé - i genitori che insistono a mandare al professionale ragazzi portatissimi allo studio speculativo, magari, doppio e triplo ahimé, per questioni economiche e soprattutto se femmine).
La storia è comunque valida anche al di fuori di questa mia personalissima e un po' maniacale interpretazione.

Una volta un asinaio, nell' assistere al parto di una sua asina, si trovò davanti un asinello di particolarissimo aspetto. Era infatti il piccolo tutto bianco e l'asinaio volle vedere in questa caratteristica, singolare ma del tutto naturale, un segno divino.
Chiamò dunque un amico fidato e, mostrandogli il piccolo nato, chiese cosa ci si potesse aspettare da tale meraviglia. Questi rispose che l'animale fin da piccolo avrebbe dovuto essere messo nelle mani di un esperto addestratore che potesse esaltare tali doti, ancora nascoste ma certo presenti in un simile portento.
Per due mesi l'asinaio, allevò con cura il piccolo ponendo la massima attenzione a che la madre lo nutrisse abbondantemente e ogni giorno pareva a lui che sempre più evidenti si mostrassero i segni distintivi di un essere miracoloso. Durante la notte l'asinaio si destava e andava a controllare se l'animale fosse ancora nella stalla, poi timoroso dei ladri decise di tenere nella casa con sé l'asina e il somarello. Quando furono passati 60 giorni dalla nascita fu chiamato il miglior addestratore di asini della città ma questi, dopo ripetute prove dovette ammettere che l' asinello non dava segni di intelligenza tali da poterlo distinguere dagli altri anzi pareva a lui che fosse piuttosto tardo a comprendere i comandi e di natura pigra e indolente.
Deluso da tale valutazione l'asinaio, con l'animo che ribolliva per le parole dell'addestratore, che a lui suonavano quasi un insulto, decise di oltrepassare i confini della città e rivolgersi a un maestro circense di Roma che potesse dare una obiettiva valutazione del suo piccolo campione.
Dopo aver pagato dieci sesterzi l'asinaio venne al cospetto del nuovo maestro. Questi stava per dire che di asini bianchi se n'erano visti altri e, a parte il colore singolare e una minore resistenza ad alcune malattie, nient'altro aveva notato nella sua lunghissima esperienza. Miglior conoscitore degli uomini tenne tuttavia per sé tale considerazione e disse che certo, se del buono c'era, lui avrebbe saputo trarlo fuori.
Per la ragguardevole somma di 10 sesterzi alla settimana iniziò l'addestramento. Consiteva questo nel far apprendere all'asino a far di conto il che si risolveva nel proporre una semplicissima addizione la cui soluzione l'asino doveva dare con un corretto numero di ragli. Con adeguati premi in cibarie, l'uomo pensava di far memorizzare una risposta e crere un fenomeno artefatto.
Rimase deluso dato che il somarello, che intanto era cresciuto e si era fatto più robusto, ragliava sì quando il maestro ostentava la carota ma mai per tante volte quante ne richiedeva il calcolo.
Il proprietario dell'asino che ormai aveva speso più di quanto valessero cinque asini dei migliori pensò che il maestro fosse stato inadeguato e, fiducioso ancora nell'animale e desideroso di recuperare la somma impiegata, si rivolse a un famoso oratore. Questi onestamente chiarì che l'asino non avrebbe mai pronunciato orazioni o declamato versi, nè avrebbe semplicemente parlato alla maniera degli uomini ma senza alcun dubbio avrebbe ascoltato con estrema attenzione e compreso alla perfezione tutto quanto gli fosse stato letto per poi tradurlo in un mirabile idioma asinino. Il tutto in due lezioni da cento sesterzi. La somma equivaleva a tutti i risparmi dell' umile asinaio, nondimeno era egli sicuro da una parte di aver tra le mani un fenomeno, dall'altra che la sua cattiva sorte dipendesse solo da maestri incapaci. Così accettò la proposta. Era l'oratore un esperto uomo di mondo e stimato principe del foro che aveva, da subito, intuito come accondiscendere alle fin troppo palesi brame dell'asinaio senza troppo sforzo e senza compromettere la propria fama.
Anch'egli dovette però fare i conti col ciuco che, tediato dalle tante letture propinategli in presenza del proprio padrone , si addormentò senza che vi fosse modo di svegliarlo.
L'asinaio a tale vista levò il bastone e stava per percuotere quello che per lui era un millantatore quando le guardie del foro, riconosciuto il famoso oratore e avvocato arrestarono il pazzo che lo minacciava. Dopo cinque giorni di prigione e trenta frustate ricevute pubblicamente l'Asinaio tornò al recinto, prese l' asino e lo stava per gettare nel fiume con una pietra al collo per togliersi di torno quell'animale venuto dagli inferi per la sua totale rovina.
Un vicino, cui era morto da poco il vecchio asino lo vide e lo fermò dicendo: "dallo piuttosto a me, ti darò in cambio uno staio di grano e quando renderà gravida un asina il piccolo sarà tuo."
"Per tutti gli dei questo no!"- urlò l'asinaio- "Mai più verrò a contatto con quella razza maledetta!
Il nuovo padrone dell'asino accarezzò l'animale, gli fornì cibo in abbondanza e una stalla sicura, lo addestrò alla soma e ne ebbe un utile e fedele collaboratore per tutta la vita dell' asino che fu eccezionalmente lunga e serena: da somaro qual era.

lunedì 31 ottobre 2011

Felice Halloween a tutti!

...che le vostre zucche siano morbide e gustose, le vostre scope più veloci di una Nimbus 2000, le vostre pozioni di grande efficaciae i vostri gatti (neri e non solo) in prospera salute, né vi manchino i pipistrelli di liquirizia ^__^

venerdì 28 ottobre 2011

Quadretto di maniera

Uno dei Sostegni su Cristaccecami è improvvisamente mancato per qualche giorno a causa di un improvviso ricovero in ospedale di sua madre. La sua mancanza si è fatta assai sentire e tutti abbiamo accolto con gran sollievo il suo ritorno. Onde mostrargli il nostro sincero e disinteressato attaccamento, ci siamo premurati di chiedere innanzitutto notizie della genitrice.
Che ma, sì, insomma... la TAC è risultata negativa, ma c'è una forte anemia e non si sa bene da dove venga.
Pronta e inevitabile interviene, a voce forte e chiara, la prof. Casini: "Eh, se è quello che aveva mia madre, non te lo dico cos'era sennò ti prendi un accidente, ma è stata una cosa tremenda, non ti dico cos'era ma poi è morta, per assisterla era una tragedia, era un cancro all'intestino, figurati, quindi ti lascio immaginare".
E' stata così rapida e il discorso è stato fatto in maniera talmente continuativa che nessuno ha avuto il tempo materiale di infilare una parola per cercare di attenuare un minimo il suo abominevole intervento.
"...veramente la TAC sarebbe negativa..." mormora mitemente lo sventurato, preso forse troppo di sorpresa per trovare la forza di mandare la Casini direttamente a Fanculo.
"Mah, se lo dici tu... comunque la TAC non è sempre indicativa. Non è per dirtelo che poi ci rimani male, ma se è quello non se ne esce".
Il poveretto è senza parole, esattamente come me - che alla fine riesco comunque a intervenire riciclando la storia su un'anemia grave che dipendeva dal fegato ed è stata poi brillantemente curata, che attribuisco a mia madre, e provvidamente qualcuno chiama la Casini per parlare di qualcos'altro.

Sì, lo so, in qualsiasi ufficio o scuola o luogo di lavoro si trova qualcuno pronto a predirti le più lugubri disgrazie financo se hai un giradito, ma l'intervento della Casini è stato davvero notevole per la sua fulminea brevità. Di solito i Malauguranti infilano nei loro discorsi qualche pausa, se dicono "ah, non voglio dirti cos'aveva in realtà" maturalmente hanno cura di dirtelo al più presto, ma lasciano qualche secondo di pausa, aspettano una domanda, infilano una frase di circostanza, lasciano capire che... la Casini invece non ha avuto la minima esitazione e nel giro di una cinquantina di parole scarse racchiuse praticamente in un'unica frase è riuscita a includere i preliminari di circostanza e la certezza di un esito negativo - ed è assolutamente possibile che la sua non fosse una consueta frase maligna di malaugurio travestita con parole di circostanza, ma solo una reazione istintiva alle parole chiave "anemia" e "madre ammalata" che le hanno riportato alla mente la sua personale vicenda - perché lei, delle sue personali vicende, da sempre, trova indispensabile fare partecipe chiunque si trovi nelle sue vicinanze, indipendentemente dal fatto che sia amico, nemico o indifferente.
Insomma, è possibile che non abbia nemmeno la parziale scusante di essere un avvoltoio.

Come nota aggiuntiva preciso che la Casini è una collega insopportabile, una compagnia irritante, una persona acida e corrosiva in sommo grado... ma in classe si mostra un'insegnante abile e preparata. Piuttosto apprezzata dai ragazzi, anche - che sono infatti gli unici dei quali non sempre dice male.
Invero, molti sono i Misteri Insondabili del nostro strano lavoro.

Va da sé che il Sostegno, dopo quell'abile tirata, non aveva l'aria particolarmente contenta.

mercoledì 26 ottobre 2011

Dislessia, dislessia, per piccina che tu sia...

La classe che ho quest'anno è una terza di 16 alunni. Pochi ma notevoli, ognuno a modo suo. Una Terza Variegata.
Prima di tutto c'è Cristaccecami. Di solito sta con l'insegnante di sostegno (a forza di insistere nel corso di tre anni son riusciti ad ottenere 18 ore di sostegno più qualcuna con l'educatore. Appena possibile gli insegnanti scappano senza lasciare recapito e perfino l'educatore, che è un fulmine di guerra, ogni tanto mostra qualche traccia di cedimento, ma insomma quest'anno si riesce a sopravvivere quasi sempre).
Ufficialmente Cristaccecami fa parte della classe, ma in realtà la classe riesce ad esistere solo se lui è fuori dall'aula oppure dorme - nel qual caso tutti abbassano la voce ed evitano rumori inutili.
In assenza di Cristaccecami abbiamo ancora:
- un secondo Certificato, che è un ragazzo calmo, equilibrato, insicuro ma ragionevolmente studioso, che lavora piuttosto benino; e meno male che è così perché il suo proprio e legittimo insegnante di sostegno spesso è occupato a potare fuori dalla classe Cristaccecami onde permetterci di fare lezione
-un DA, ovvero Disturbo generico di Apprendimento, che non si sa bene cosa sia ma da quando gliel'hanno individuato il ragazzo lavora molto meglio anche perché è seguito da un'addetto ai lavori.
-ben due dislessici, ovverso DSA, il secondo dei quali individuato ad anno ormai iniziato e senza che gli insegnanti ne sapessero nulla, né della visita per stabilire se lo era né, e soprattutto, dell'esito positivo della visita in questione.
Siccome in quella classe tutto è un po' particolare, lo sono anche i nostri due dislessici che, tanto per cominciare, leggono bene, in particolare Mimolus, il dislessico a tutto campo (l'altro, Riccio, ci han spiegato che è dislessico solo per la matematica, mentre per lettura e scrittura ha compensato da solo).
Mimolus, quello che legge particolarmente bene, fa anche una barcata di errori di ortografia, di quelli semicanonici da disgrafici, ma non è disgrafico bensì dislessico, così almeno ci hanno assicurato. Comunque studia con profitto sui libri, in particolare storia che gli piace molto, ma si interessa anche alla letteratura e simili. Perde un po' di colpi in grammatica, va detto. E ha una scrittura... come dire... non sempre facilissima da decifrare - ma in realtà ho visto ben di peggio, nei miei undici anni di pratica.
Riccio, quello che sarebbe dislessico solo per la matematica, legge decorosamente, scrive piuttosto correttamente, non si ammazza sui libri ma quando studia (e di solito un po' studia) se la cava rispettabilmente.
"Puoi usare la calcolatrice" gli ha spiegato Matematica.
"Perché? Ho sempre fatto i calcoli a mente, mi riescono". E in effetti gli riescono e a tutt'oggi non usa calcolatrice.
Quello che, unico in tutta la classe, legge male è il DA; e legge male, ci ha spiegato la dottoressa che lo segue, perché se legge ad alta voce non capisce quel che legge. In effetti ha un pessimo rapporto con i testi scritti e gran difficoltà a studiarli se non glieli leggono. Insomma, sembrerebbe un dislessico da manuale. Ma non è dislessico, ci han spiegato. Tra l'altro scrive piuttosto bene.

Io non capisco ma mi adeguo, in fondo l'importante non è come li chiamano ma che trovino un buon modus convivendi con la scuola e dalla scuola suddetta cavino il massimo dell'utile, loro come gli altri.
Ad ogni modo per la prima volta mi sono letta da capo a piè la legge sulla dislessia e pure il protocollo della regione Toscana. Ho così scoperto che alcune delle facilitazioni cui i dislessici hanno diritto vengono da sempre da me consentite a tutti, senza distinzioni.
Dice di autorizzarli a scrivere in stampatello? E io da sempre faccio scrivere in stampatello chiunque lo desideri: la mia teoria è che l'ortografia è una forma di espressione, e se un alunno si sente più rilassato può concentrare la sua attenzione su quel che scrive e, soprattutto, su come lo scrive. E' vero? Onestamente non lo so.
Tra l'altro Riccio scrive in corsivo, ed è anche un corsivo molto chiaro da leggere.
Dice anche che vanno autorizzati a usare il computer col correttore per fare i compiti a casa, ma io ho sempre autorizzato chiunque lo desiderasse a fare i compiti a casa col computer. La Terza Variegata comunque non mi ha ancora scritto niente al computer, nonostante la mia formale autorizzazione. Facciano loro.
Inoltre ci raccomandano di consentire l'utilizzo di apposite tabelle da consultare per gli errori ortografici più comuni - e già l'anno scorso avevo imposto ad alcuni di tenere sul banco durante i compiti scritti cartelli decorati con fiori, farfalline e cuoricini* da utilizzare per alcuni errori cui erano singolarmente attaccati. L'idea mi venne solo verso la scorsa primavera, ma portò a risultati molto positivi, come constatai con piacere all'esame (dove il cartello non lo tenevano. Ma avevano, come sempre, il dizionario, di cui la tabella è solo una versione accorciata).

Quest'anno la tabella gliel'ho preparata io, a tre colonne, per i monosillabi da accentare e da non accentare (è una classe dove i sà, gli stò e i quì si sprecano). Mi sono raccomandata che se la guardino con grande attenzione in vista del prossimo dettato ortografico.
"Questo tipo di tabelle sono raccomandate per i dislessici, ma siccome sotto questo aspetto siete tutti un po' dislessici, tanto vale" ho spiegato.

Se non funziona più che bene, naturalmente, si proverà qualche altra cosa.

*così si sentivano un po' più pirla a sbagliare ancora certe parole in terza media, soprattutto i ragazzi

lunedì 17 ottobre 2011

Il Mister e la Costituzione


L'interrogazione di Alice Ford sui problemi dell'Italia postunitaria si è svolta egregiamente. Giusto in conclusione domando:
-Quando venne concessa la costituzione del Regno di Sardegna?
-Nel 1848.
-E come si chiamava?
-Statuto Albertino.
-Come mai?
Il 48 è stato studiato la fine dell'anno precedente, e la classe lo ricorda solo a grandi linee.
Ma Oyster e un paio di ragazzi accanto a lui alzano la mano.
-Perché fu concesso da Carlo Alberto. Ne parlavamo ieri nello spogliatoio di calcio.
Sgrano gli occhioni - Prego?
Oyster spiega - Stavamo parlando appunto di storia e dicevamo che non ricordavamo come si chiamava la costituzione dell'Italia dopo l'unità. Allora il Mister ci ha detto che si chiamava Statuto Albertino perché era stata concessa da Carlo Alberto, e che era rimasta quella fino al i Gennaio 1948. Sapeva tutto sull'argomento, ci ha fatto una tirata.
Ora, già la scena del gruppetto di scolari che dopo l'allenamento di calcio si fanno le pulci a vicenda sull' interrogazione di storia del giorno dopo è decisamente insolita (ma neanche incredibile, considerando la classe). L'idea del Mister che interveniva per colmare le lacune, poi, mi è sembrata vagamente surreale.
A quanto sembra, nonostante i vistosi tentativi di affossare la ricorrenza del 150° anniversario dell'unità d'Italia, una parte della base ha mostrato una certa disponibilità ad informarsi, specie in ambito costituzionale...

sabato 8 ottobre 2011

Nunc et in hora


Una Time-Tuner (Giratempo, nella traduzione italiana) sarebbe senz'altro un regalo gradito da chi ha l'incarico di preparare l'orario scolastico

E' cosa cognita e nota che l'orario scolastico è quella roba che fanno sempre male per te e bene per gli altri, e quindi per forza di cose anche tu, che non ti lamenti mai, questa volta sei proprio costretta/o a far notare che... (un'eccellente descrizione del suddetto processo è disponibile qui).
Ad inquietarmi per il mio non erano state le costanti uscite all'ultima ora (cui corrispondevano comunque entrate tardive con conseguenti dormite mattutine e tranquille colazioni), né quell'unica ora, la quinta, per giunta di approfondimento, di Mercoledì (che risultava dunque un secondo giorno libero) bensì la completa mancanza di prime ore nella Terza con cui in compenso avevo ben tre blocchi di quattro ore consecutive, due dei quali in giorni a loro volta consecutivi; e le mie inquietudini derivavano non tanto da delicate questioni didattiche quanto da angosciosi interrogativi sulle mie possibilità di sopravvivenza a tempi lunghi, anche se la gentilezza e la buona disponibilità della classe avevano fatto sorgere in me un filo di speranza di non finire sbranata in un lampo di comprensibile esasperazione degli sventurati discenti già alla prima settimana di sì barbaro tormento.
Mi era stato spiegato che non c'era verso di cambiare e che ormai l'orario era definito e definitivo. Chi me l'ha spiegato, va riconosciuto, ha sempre avuto un certo gusto per le frasi drastiche e non sempre si è rivelato il massimo dell'attendibilità - ma era anche la persona che aveva fatto l'orario, dunque...
Poi, la mattina del secondo giorno di scuola, la famiglia di una nuova arrivata ha telefonato per spiegare che loro erano avventisti del settimo giorno e dunque il Sabato la figlia non sarebbe venuta a scuola. Da notare che St. Mary Mead è praticamente l'unica scuola che fa lezione su sei giorni in una zona dove tutte le scuole si fanno un punto d'onore di chiudere di Sabato. Loro però avevano trovato casa proprio a St. Mary Mead e lì, giustamente, volevano mandare la figlia, né gli era venuto in mente di avvisare la scuola per tempo di quel piccolo dettaglio confessionale.
Sta di fatto che nell'Orario Definito e Definitivo la classe dell'avventista di Sabato aveva le due ore di Artistica, e dunque l'Orario Definitivamente Definitivo andava cambiato. Di poco, pochissimo, quasi nulla.

Ovviamente è stato un ciclone epocale che ha avuto violente ripercussioni su tutte le classi di tutte le sezioni; qualcuno ha borbottato tra i denti che non era giusto che "questi" (gli avventisti) pretendessero di veder rispettate le loro idiosincrasie e fisime, quasi avessero gli stessi diritti degli altri. Con un bel sorriso ho ricordato che sì, quella del settimo giorno per gli avventisti era una convenzione (puoi contare per settimo qualsiasi giorno della settimana, dal Lunedì alla Domenica) ma lo era esattamente come per i cattolici, perché, appunto, anche chiamare Domenica il settimo giorno era una convenzione, e il Concordato tutelava gli avventisti come tutte le altre confessioni.

Dal ciclone era spuntato per me un orario delizioso, con soli due blocchi di quattro ore e ben due prime ore, nonché un'intera mattinata libera - una cosa faraonica.
Tale orario è vissuto per una settimana nei nostri cuori e nel mondo virtuale, e tutti noi abbiamo organizzato la nostra settimana in base ad esso e abbiamo dettato il nostro orario interno alle classi. Poi...
Ebbene sì, si è reso necessario effettuare qualche piccolo e insignificante spostamento, non ho capito il motivo ma sono sicura che un motivo c'era.

E adesso sono qui, con un solo blocco di quattro ore, nessuna mattinata libera, cinque prime ore su cinque e nemmeno un'ora di pomeriggio, proprio io che ho sempre detto che il pomeriggio per me andava benissimo, me ne mettessero pure due se gli tornava comodo; e da qualche parte c'è senz'altro qualcuno che smoccola dopo essersi ritrovato due pomeriggi e mi dispiace per lui. Però stavolta, davvero, non posso lamentarmi, anche se a Giugno avrò delle grandissime occhiaie.

Augurandomi che non salti fuori qualche altro piccolo dettaglio che renda necessario un ulteriore leggero ritocco...

lunedì 3 ottobre 2011

Lunedì Film - Bronte. Cronaca di un massacro (Film per le medie)

Quando i miei mi portarono a vedere Bronte Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato ero una fanciullina inesperta del viver del mondo, che del risorgimento sapeva solo quel che aveva studiato alle elementari. Le locandine mi entusiasmarono scarsamente e il film non mi piacque (a parte Bixio che era fatto da un attore niente male) ma mi colpì parecchio, tanto che a distanza di decenni me lo ricordo ancora abbastanza bene. Ho avuto modo di capirlo a distanza di anni, un po' per volta. Suppongo che i miei genitori contassero su quello, più che sul mio gradimento immediato.
Da allora non ho più avuto occasione di vederlo. E' scomparso, letteralmente.
Quando ho cominciato a insegnare l'ho cercato, convinta che sarebbe stato un utile supporto didattico etc, etc.
Ma ho sempre dovuto limitarmi alla novella di Verga Libertà, perché il film non era reperibile né ai videonoleggi né nelle biblioteche pubbliche, dove ormai si trova veramente di tutto. Pure, senza voler togliere nulla a Verga che ha scritto un capolavoro, il film ha un'immediatezza e una forza tutta particolare.

Stasera sfogliavo il supplemento del libro di storia Grandangolo, che non mi entusiasma ma non è nemmeno malaccio. Parlava di film storici, presentava una scheda del Gattopardo (film assai più facile da reperire, praticamente basta aprire bocca per chiederlo e qualche collega te lo offre prontamente); suggeriva anche di fare un confronto con Bronte, per presentare due modi diversi di filmare il risorgimento visto dalla prospettiva del Meridione.
Grazie tante, ho pensato chiudendo il libro, se mi dite dove trovarlo volentieri.