Il mio blog preferito

lunedì 27 luglio 2009

Guida Alla Compilazione Della Domanda Per Le Graduatorie D'Istituto (unplugged)



Viaggio di Enea, ricostruito da Bacchelli.
A prima vista sembra un po' dispersivo, perché lo è

Esistono le Graduatorie ad Esaurimento (così chiamate dal fatto che starci dentro farebbe venire l'esaurimento nervoso anche al più illuminato dei buddha) dalle quali vengono prescelti i fortunati destinatari dei posti in ruolo e delle supplenze annuali, e ci sono le Graduatorie d'Istituto che vengono usate soprattutto per le cosiddette Supplenze Brevi, ovvero quando l'insegnante si rompe una gamba o resta incinta et similia, ma talvolta anche per le annuali quando le Graduatorie ad Esaurimento si sono (come vuole il loro nome) esaurite.
Un tempo* una sola domanda valeva per entrambe, adesso le hanno separate e naturalmente ognuna delle due richiede una specifica domanda specificamente compilata.
Quel che mi accingo a narrare, se la mia tempra resisterà alla dura prova, è la procedura che quest'anno il MIUR, in nome dell'informatica, della modernizzazione e dell'efficienza, ha elaborato per le Graduatorie di Istituto. Tale procedura è identica per gli abilitati e i non abilitati, in nome di un saldo principio di eguaglianza teso a rimuovere ogni tipo di discriminazioni.

La prima fase è la registrazione dello sventurato precario presso il Ministero. Per realizzarla occorre prima di tutto recarsi nel barbaro sito www.istruzione.it, noto per andare in tilt alla benché minima sollecitazione e per non reggere nemmeno il semolino allungato che si dà ai convalescenti. Lì, cercando col proverbiale lanternino, alfine si approda a un piccolo riquadro ben nascosto dal titolo "Presentazione Istanze on-line". Le istanze, occorre precisare, sono le "istanze di identificazione".
Se avete delle crisi di identità e siete incerti sulla vostra vera natura, quello è il vostro sito. Basta con i dubbi esistenziali: da oggi, con l'aiuto del MIUR, saprete finalmente con certezza chi siete!

Scoprite così che siete entrati nel Progetto POLIS (Presentazione On-Line delle IStanze), il quale Progetto POLIS, come spiega l'apposito riquadro, ha per obbiettivo lo snellimento dei procedimenti amministrativi. Esso è basato sul Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), che sancisce il diritto da parte dei cittadini ad interagire con la Pubblica Amministrazione utilizzando gli strumenti offerti dalle tecnologie ICT in alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei.
E già sentir parlare di alternativa alle modalità tradizionali basate sui moduli cartacei fa capire che questa, finalmente!, è gente pragmatica e che non si perde in inutili giri di parole.
Ordunque, al lavoro per registrarsi. Perché, nonostante lavori da otto anni per lo stato italiano e l'amministrazione statale conosca in lungo e in largo i miei studi, la mia situazione giudiziaria, le coordinate del mio conto in banca, il mio codice fiscale (che all'Ufficio delle Entrate è sempre bastato e avanzato per identificarmi correttamente) e nonostante la Tesoreria dello Stato mi foraggi da anni, a quanto sembra devo ancora identificarmi, con tanto di documento di identità.
Compilo pazientemente la schermata MA, mi spiegano alla fine del lavoro, prima di registrarmi devo avere una casella di posta elettronica presso di loro. Dalle istruzioni veramente mi sembrava di aver capito che potevo fare anche con la mia casella personale ma a quanto pare non è così.

Torno indietro, alla prima pagina. L'angolo che si riferisce alle caselle di posta elettronica del MIUR è un po' meno nascosto delle istante di identificazione; certo, non è detto molto chiaramente come registrarsi per avere la casella in questione  ma insomma dopo un po' ci arrivo. Entro, mi faccio la mia casella, con tanto di password (che, mi spiegano, deve avere ALMENO UNA LETTERA MAIUSCOLA E UN NUMERO, Dio solo sa perché) usando la solita password che uso tutte le infinite volte che me ne chiedono una, solo addomesticandola un po' perché di solito il numero sono ben lieta di evitarlo.
Il giorno dopo mi comunicano che la mia casella esiste (tramite la casella in questione, si capisce). E andiamo a ricominciare.

Riempio nuovamente la schermata, ma quel giorno il server del MIUR è di malumore e non ne vuol sapere di andare avanti con la registrazione. Evoco numerosi organi anatomici tipicamente maschili, auguro a tutti i dipendenti del MIUR, nessuno escluso e compresi gli uscieri e gli addetti alle pulizie, di passare lunghe notti in quei locali delle loro case dove scorre l'acqua e dove, usualmente, ci si chiude a chiave perché non si desidera essere disturbati; infine abbandono la partita.

Riprovo due giorni dopo, e stavolta va bene già al secondo tentativo: finalmente il sistema accetta il mio documento di identità, il mio codice fiscale e tutto il resto e promette di farmi avere al più presto mie notizie.
Il giorno dopo apro la casella di posta elettronica e trovo il sospirato annuncio:


ebbene sì, ce l'ho fatta: ho vinto la mia prima parte di codice identificativo!
Che è poi una deprimente serie di cinque tra cifre e lettere maiuscole.
Trovo inoltre un bel contratto (lo chiamano così) di tre pagine DA STAMPARE (siccome lo scopo, ricordiamolo, era trovare un'alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei). In esso contratto si spiega che sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque, femmina, identificata dal mio codice fiscale e da un passaporto emesso dal mio comune di residenza (che ovviamente era una carta di identità e come tale era stata indicata al momento di compilare la prima schermata di registrazione) eccetera eccetera, il tutto scritto a corpo 16 per meglio risparmiare carta; firmando tale contratto richiedo il rilascio di apposite credenziali per l'abilitazione all'uso dei Servizi Internet del Ministero come "utente qualificato" impegnandomi a custodire gelosamente quelle credenziali difendendone la segretezza con le unghie e con i denti, manco si trattasse degli archivi secretati dei servizi segreti deviati, e mi assumo un sacco di responsabilità sull'autenticità dei miei dati (che alla fine sono quelle che mi sono sempre assunta, a partire dalla mia prima mini-supplenza di dodici giorni).
Con questo contratto tripaginato (e stampato male, perché la funzione stampa del MIUR deve avere qualche problema e insomma si sono mangiati due buoni centimetri sulla destra troncando tutte le parole) raggiungo infine la segreteria della scuola dove sono tuttora in servizio. In presenza della segretaria firmo il delirante modulo e presento, nell'ordine:
la mia solita, buona e vecchia carta di identità (alla quale la segretaria provvede a restituire lo status di carta di identità che le è proprio spiegando al MIUR che non è un passaporto né mai lo è stata) e il mio consueto codice fiscale, che mi tiene compagnia ormai da più di vent'anni e che loro conoscono benissimo e hanno già fotocopiato a suo tempo quando ho preso servizio (mica perché interessasse a loro personalmente, ma solo perché era richiesto dalla legge).
Fotocopiano il tutto (perché queste sono procedure tese a emanciparci dai moduli cartacei) poi una delle segretarie sta una buona decina di minuti al computer a inserire non so quali dati.
Naturalmente il server del MIUR ne approfitta per andare nuovamente in crisi. Di nuovo vengono evocati numerosi organi prettamente maschili e auspicate lunghissime sedute in luoghi appartati per i dipendenti del MIUR, soprattutto quelli del ramo informatico, poi il collegamento torna e la mia identificazione (perché di questo si trattava, ero andata alla scuola per farmi identificare) può finalmente avere luogo.
Mi consegnano una fotocopia del tripaginato contratto più un altro foglio spedito dal MIUR dove, piccolissimo, c'è scritto che sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque eccetera eccetera. Tanto per non sprecare carta con informazioni già note.

Una volta che la scuola dove lavoro da tre anni ha garantito il MIUR che no, non sono Stanislao Moulinsky in uno dei suoi più riusciti travestimenti, bensì Murasaki Shikibu, come del resto dichiarano anche i miei documenti, non mi resta che tornare a casa ed aspettare. E il giorno dopo...



Una nuova serie di cinque tra numeri e lettere mi aspetta festosa nella casella di posta elettronica del MIUR, che però si raccomanda subito che per carità la cambi. Nel tripaginato contratto mi sono impegnata a non usare parole che possono essere presenti in un dizionario, né parole facilmente associabili con me (e quella che tengo come password universale lo è, ma loro non hanno modo di saperlo) e sequenze digitate sulla tastiera (ad esempio la famosa qwerty). Ma secondo loro, quanta pazienza può avere un ladro di password?

Comunque mi personalizzo il codice a modo mio. A questo punto torno sul sito del MIUR, torno al progetto POLIS, mi identifico, mi accettano e finalmente...



...ho vinto un modulo B2 da scaricare!
Pensate che fortuna, un intero modulo B2 tutto per me dove indicare le venti sedi scelte per le supplenze brevi!
Sì, certo, anche lì c'è stato qualche inconveniente: le istruzioni latitavano, per capire come fare a inserire nuove scuole ci ho messo mezz'ora, e quando sono arrivata alla fine il server è entrato in sciopero e la mattina dopo ho dovuto rifare tutto daccapo, ma cosa sono queste sciocchezze in confronto al piacere di utilizzare gli strumenti offerti dalle tecnologie ICT in alternativa alle modalità tradizionali basate su moduli cartacei? Bazzecole, tanto più che alla fine il sistema mi ha anche regalato generosamente una stampa in tre pagine con l'elenco delle scuole e la registrazione dei miei dati (perché, dovete sapere, sono Murasaki Shikibu, residente a Lungacque eccetera) - però stamparla o no è stata una mia scelta, per loro andava benissimo anche se restavo senza nessuna traccia scritta di quel che avevo fatto.

Infine, qualche considerazione del tutto personale:
1) all'anima del risparmio di carta!
2) da qualche parte i miei dati c'erano, perché una volta che sono finalmente riuscita ad entrare nel sito c'era l'elenco delle venti scuole che avevo scelto due anni fa, quando avevo presentato la domanda a mano. E allora perché farmi ripetere fino allo sfinimento che sono Murasaki Shikibu residente a Lungacque eccetera?
3) perché sfinirmi in tre fasi diverse per darmi un codice, se poi dovevo subito cambiarlo?
4) perché, se proprio ci hanno la fissa dell'informatica, non si decidono a mettere su un sito che regga un po' più che tre presenze in contemporanea? Anche dopo i tagli del ministro Gelmini restiamo un buon numero, noi insegnanti
5) perché chi ha di queste pensate non cerca di spendere il suo tempo in modo più utile, ad esempio ammaestrando pulci o insegnando tecnica della direzione orchestrale a Riccardo Muti?
6) ma soprattutto: perché tutta questa brava gente non si va ad impiccare con le reti in alto mare?

*quando le Graduatorie ad Esaurimento si chiamavano Permanenti (mai capito perché, visto che cambiavano le regole per il punteggio una o due volte l'anno e quindi niente era più transeunte della tua posizione in teoria permanente)

venerdì 24 luglio 2009

Quadernetti estivi - Un anello per trovarli e nel buio incatenarli, nella terra di Mordor dove l'ombra nera scende



In estate il dibattito sulla scuola si risveglia. Eminenti tuttologi (molti dei quali di professione sarebbero politici) scrivono imponenti articoli sull'arruolamento e la formazione dei docenti, sulla decadenza dei tempi moderni e soprattutto sulla vacuità delle nuove generazioni. Tali temi sono assai graditi ai direttori di giornali perché si prestano ad essere blandamente trattati sotto l'ombrellone tra un tuffo e l'altro (o davanti alla baita, tra uno strudel e l'altro): tutti siamo un po' esperti in materia e non importa impegnarsi troppo. Lasciano però una traccia vagamente bavosa durante l'anno successivo, e a volte molto più di una traccia: la folle idea di abolire i giudizi a elementari e medie e di tornare al maestro unico alle elementari partì proprio da una demenziale intervista di Tremonti, il quale sosteneva che "6" gli era più chiaro di "Sufficiente".

Quest'anno il grosso dell'attenzione è catturato da improbabili vicende personali (e archeologiche) di ancor più improbabili personaggi politici e per la scuola al momento rimane pochino. Inoltre la suddetta scuola sta ormai ritornando Scuola del Merito grazie al provvido operato del ministro Gelmini ed è dunque già meno criticabile, senza contare che i pezzi da novanta (ovvero gli articoli di fondo di Panebianco e Galli Della Loggia) arrivano di solito in pieno Agosto.
Comunque sia, ecco le tre segnalazioni di Luglio, sperando di cuore che non ne arrivi una quarta in settimana perché anche solo con questi sarei sazia.


Il 10 Luglio il ministro Prestigiacomo (attualmente in disgrazia nelle alte sfere governative. Forse per la mancanza di disponibilità dimostrata con le alte sfere in questione? Ah, saperlo, saperlo...) intervenendo alla XX Rassegna Del Mare a Roma anticipa che a partire dal nuovo anno scolastico ci saranno ore curriculari di educazione ambientale. Qualche basso manovale dell'istruzione (= insegnante) ha tentato timidamente di osservare che l'educazione ambientale nelle scuole c'è da più di vent'anni e le iniziative vengono organizzate insieme a famiglie, enti locali, associazioni ecologiste eccetera. Nessuno però ha fatto caso a un'altra parte del discorso di Stefania Prestigiacomo, ovvero "con il ministro Gelmini siamo già pronti a fornire ai presidi di tutta Italia indicazioni su come intendiamo l'educazione ambientale", che rende il tutto molto più minaccioso. Credevate, tapini, di star facendo educazione ambientale, ma adesso la Gelmini vi spiegherà (con apposite circolari) cosa essa realmente è e come dovete farla; un po' inquietante, considerando che l'attuale governo non mostra grandi segni di una vocazione particolarmente ambientalista... ma in fine è probabile che l'uscita della Prestigiacomo resti lì dov'è senza vistose conseguenze sul piano pratico.


e questo è un articolo che Luca Ridolfi ha pubblicato sulla Stampa il 23 Luglio. Costui insegna all'Università di Torino (analisi dei dati) e sostiene che l'attuale scuola ha prodotto e sta tuttora producendo una generazione intellettualmente non preparata - insomma, un tema fresco e nuovo, in fondo sull'inadeguatezza culturale dei Giovani d'Oggi si discute solo dai tempi di Platone. Cosa sono 24 secoli davanti all'eternità?



Vediamo dunque quali sono i problemi didattico-cognitivi delle nuove generazioni:

La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano. (...)
Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile.

Ammettiamolo: non è un difetto da poco; ma nemmeno molto nuovo, a quanto sembra, perché lo sento dire dalla notte dei tempi. Sospetto che magari i numeri siano cambiati, ma che le percentuali siano rimaste un po' le stesse. Gli sciocchezziari da esami universitari e da esami di maturità c'erano anche ai tempi di mio nonno e anche allora avevano quel tono surreale tra la vita vissuta e la (forse) invenzione. D'altra parte se siamo pieni fino agli occhi di incompetenti, sparsi equamente nei più vari rami delle umane attività, ci sarà pure il suo motivo.
Fermo restando che, se anche le cose vanno così dalla notte dei tempi, impegnarsi perché in futuro vadano meglio è cosa buona e giusta.

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose.

Diciamolo: gli adolescenti hanno sempre saputo fare contemporaneamente cinque o sei cose. E' una capacità che si perde con gli anni (ho sofferto molto quando ho visto che non riuscivo più a studiare ascoltando la musica). Sono le dure leggi della vita.
Ma quali sono le nuove capacità di un ragazzo di oggi?

Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»)

...mentre gli adulti, notoriamente, sanno benissimo come funzionano "dentro" le varie diavolerie elettroniche di cui siamo circondati. Volete sapere come è fatto "dentro" un frigorifero, un computer, una stampante? Chiedetemi pure, così ci facciamo quattro risate.

Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura).

...mentre è comprovato che gli adulti riconoscono una bufala lontano sette miglia e sanno perfettamente riconoscere le informazioni attendibili da quelle spazzatura. Lo vediamo ogni giorno.

Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet.

E si spera, fare una prenotazione via internet è alla portata di qualsiasi imbecille!

Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo.

Scaricare la musica è in effetti una caratteristica delle nuove generazioni (i meno giovani sono ancora attaccati al concetto di CD) - ma sulla facilità delle relazioni di gruppo mi permetto di avanzare qualche dubbio: oggi come ieri, i branchi di ragazzi allegri, spensierati e un po' scemarelli sono molto meno comuni di quel che sembra - e in quei gruppi dove le relazioni sono "estremamente facili" succede di tutto, ahimé.

Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

Il discorso qui diventa complesso e coinvolge la società intera, più che la scuola. I "giovani d'oggi" si sono lasciati ingannare e adescare da un po' di merendine confezionate e di cellulari e non hanno dunque imparato che la vita è dura? Il benessere li ha anestetizzati? Non nego la buona fede di fondo dell'articolista, ma mi sembra che viaggi un po' troppo con lo spannometro. I giovani d'oggi hanno senz'altro più benessere di quelli cresciuti subito dopo la guerra, ma hanno anche famiglie più competitive che si aspettano di più da loro, vivono in una società che più che chiusa potremmo definire calcificata e abitano un paese piuttosto dissestato. I cellulari nella vita aiutano, ma non rendono più comoda la sedia dove studi a scuola o più largo il banco dove scrivi. I cellulari sono simpatici, ma non bastano a fare pari con tutto, sospetto.

Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti.

E questa è una sciocchezza, o meglio un ricordo degli anni 60: la buona istruzione non si presenta come una discriminante o un aiuto, la famiglia o un qualche tipo di clan sì. Un professore universitario certe cose dovrebbe saperle anche da solo, se non abita su una nuvoletta rosa. Siamo pieni di insegnanti che si sono riciclati sull'insegnamento perché, arrivati vicino alla quarantina, si sono accorti che la collezione di dottorati e miserabili assegni di ricerca che avevano non li avrebbe portati da nessuna parte dal momento che non avevano una cordata che li garantisse (chi non ha voglia di insegnare prova ad andare all'estero, dove di solito gli va meglio).

Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare - dalla prima elementare! - a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

Dunque: la scuola non insegna più e invece sarebbe il caso che tornasse a insegnare qualcosa. Detto per inciso, qualsiasi insegnante penso sia d'accordo sul fatto che di per sé è una buona idea che la scuola "insegni qualcosa" - almeno, io mi sento più che disponibile ad appoggiare questo nobile progetto e nel mio piccolo ammetto di muovermi già da tempo in questa direzione e di avere visto numerosi colleghi impegnati in tale lodevole sforzo. Tuttavia, messo così, lo trovo un progetto un pochino vago.
Non dico che l'attuale scuola italiana produca solo meraviglie, ma la descrizione dei Giovani d'Oggi attaccati al computer che non sanno più scrivere in italiano corretto mi suona un po' superficiale: con le solite lodevoli eccezioni, esprimersi attraverso la parola è problema piuttosto vecchio. Se qualcuno desidera una conferma provi ad ascoltarsi una seduta in parlamento prestando orecchio alle vecchie leve. Lo stesso attuale Presidente del Consiglio, che pure ha fama di grande comunicatore, non acchiappa un congiuntivo nemmeno per sbaglio - ed è un problema che hanno avuto ed hanno svariati ministri dell'istruzione (sì, soprattutto le donne). La generazione tra i cinquanta e i settant'anni, quella che ha cresciuto le nuove leve in un colpevole benessere ovattato, non aveva mica un granché da insegnare, sotto questo aspetto (e infatti non l'ha insegnato).

Scuola media. Anello debole del sistema
Questa è la più recente, Venerdì 24 Luglio. Ci informano che l'atto di indirizzo (di cui scopro in quest'occasione l'esistenza) con cui il nostro amato ministro Gelmini accompagnerà la riforma del primo ciclo riserva anche un capitolo alla scuola secondaria di I grado (ex-scuola media) nel quale, senza infingimenti, si parla di "anello debole del sistema". E qui ben altri anelli tornano a mente, almeno a me che sugli anelli e il loro Oscuro Signore mi sono fatta una bella infarinatura quando andavo per l'appunto alle medie.
Sembra che l'idea sia di ridefinire le priorità della didattica ponendo particolare attenzione anche a questi elementi di criticità del settore: un esame di Stato appannato, troppi insegnamenti enciclopedici e onnicomprensivi, preparazione media degli alunni appena sufficiente, una elevata dispersione. Come rimedio a tutto ciò l'atto di indirizzo suggerisce un curriculum maggiormente costruito sulle necessità dello studente.
Vago, vaghissimo e pure inquietante. Conoscendo i nostri polli, e soprattutto le nostre oche, questa parte potrebbe riservarci sorprese davvero deplorevoli, anche perché la Gelmini (o meglio, Tremonti attraverso di lei) sembra convinta che la Grande Cura per la scuola sia solo ed esclusivamente una dieta rigida. Forse per questo cercano di rimuovere i precari pesanti di cui al post precedente?
Ad ogni modo per fasciarmi la testa aspetterò di averla battuta, anche perché l'atto di indirizzo è ancora all'esame del CNPI, che al contrario di noi, se lo sta esaminando probabilmente avrò anche le idee più chiare su quel che contiene.
Nel frattempo voglio rispolverare un'antica poesia che parla di anelli deboli e di anelli forti, e ne approfitto per augurare al nostro Ministro un caldo soggiorno direttamente dentro l'Orodruin (Monte Fato, nella lingua comune):

Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende
Sette ai Principi dei Nani nelle lor Rocche di pietra
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno (deboluccio) per l'Oscuro Sire chiuso nella Reggia tetra,
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende.

lunedì 13 luglio 2009

Direi proprio che qua si esagera


Nel disegno: una precaria-silfide (supplenze brevi e occasionali):
le silfidi, per tradizione, sono creature molto sottili ed eteree

Ho appreso oggi di essere una precaria "pesante".
No, non una precaria "pensante", proprio una precaria "pesante".
Apro Tuttoscuola per la mia consueta navigatina (dovrei dire piuttosto "via crucis", considerando quel che c'è scritto in questi mesi sui siti che si occupano di scuola) e scopro che esistono i "precari pesanti" (meno deleteri dell'acqua pesante, mi auguro):

I precari pesanti con un lavoro che dura quasi un anno e a settembre ricominciano a sperare e ad attendere sono quei 209 mila (per l'esattezza 208.987) che però quest'anno corrono il rischio, in tanti, di attendere e sperare inutilmente, perché di posti disponibili se ne prevedono tanti, ma tanti di meno.

La trovo un'illazione assolutamente gratuita e non capisco cosa gli sia venuto in mente.
Che ne sanno loro del mio peso? Come si permettono? E da quando in qua gli incarichi annuali fanno ingrassare?
Garantisco che passare dalle supplenze brevi a quelle annuale non ha comportato per me alcun aumento di peso. Quella ero e quella sono rimasta. Il mio peso è esattamente lo stesso di dieci anni fa, quando facevo l'archivista!

sabato 11 luglio 2009

Perché i nostri amati allievi scrivono così male - Ipotesi 2



Ci sono prime medie che scrivono bene, prime medie che scrivono male e prime medie che, per quanto riguarda l'ortografia, sono al di là di ogni possibile classidicazione - ad esempio la prima che presi tre anni fa a St. Mary Mead.
Si sa che oggi a scuola non ci vanno più solo quelli bravi e di buona famiglia, che ci sono gli stranieri, i dislessici e i rom e anche quei poveri bambini abbandonati a sé stessi che si arrangiano come possono perché il padre beve e la mamma batte il marciapiede e nessuno dei due ha la licenza elementare.
Io però non avevo dislessici (solo un sospetto mai confermato di disgrafia ), due dei miei tre stranieri erano arrivati in Italia rispettivamente a due e cinque mesi di vita - in effetti non scrivevano né meglio né peggio degli altri, e avevano entrambi una cadenza toscana assolutamente DOC - e di rom non c'era nemmeno l'ombra; tutti, inoltre, erano ben accuditi e ben badati da famiglie assai rispettabili con un livello di istruzione più che decoroso. Insomma, perché mi sembrava di fare un corso di alfabetizzazione?

Non parlo delle freccie e delle lancie. Quelle sono cose che capitano spesso. Non è nemmeno insolita una certa confusione per i vari ce n'è, c'è, ce l'ho. E succede che qualche h nel verbo avere venga saltata, così come succede di confondere la congiunzione e con il verbo è. Anche la confusione sui monosillabi accentati (, quì, , stò, da/dà, li/lì) è relativamente comune; e possono esserci occasionali rimorzi e prese di coscenza e di conoscienza, così come lezzioni, manzioni e colazzioni. Molto più rare sono le canzzoni, le acquile e gli aquedotti, nonché gli accuisti e le scuadre (ma anche scquadre) di calcio.
Ma la mia classe - NB, tutta la classe - sbagliava tutto questo, regolarmente, con sistematicità, senza farsene sfuggire uno che fosse uno, dando prova di una determinazione che non avevo ancora incontrato. E c'erano anche altri aspetti insoliti: per esempio la g dura - stregha, segha, righa, luogho. Un uso assolutamente minimale delle maiuscole e della punteggiatura. E una carenza di accenti sbalorditiva.
Passi per gli e/è, passi per i la confusi con . Alla fine, si tratta di varianti grafiche relativamente recenti e non c'è dubbio che "la" articolo e "" avverbio di luogo abbiano lo stesso identico suono all'orecchio umano; ma un pero e un però suonano in modo assai diverso, e non solo perché uno produce frutta e l'altro solo obiezioni più o meno pertinenti. E poi c'erano, ancora più sconcertanti, i lunedi, i martedi, i giovedi e tutta la serie dei passati remoti (con ando in testa) e dei futuri (andero, mangero, comprero). Naturalmente i papa, i colibri e le citta erano all'ordine del giorno, ma anche i piu e i gia.
Ora, che io sappia il Lunedi non esiste e non è mai esistito in itàliano (anche se in qualche autocertificazione dei redditi del Quattrocento ho trovato la chasa), e se qualche volta può capitare di trasformare un mangiò passato in un mangio presente, andero di solito porta il suo bell'accento e nessuno se ne fa un problema.

Non riuscivo a capacitarmi. La classe non era una raccolta di deficienti, anzi. Nelle altre materie non presentavano un livello di base infimo. Alcuni di loro, come capita in tante classi, avevano la tendenza a scansare abbastanza lo studio, ma nel complesso facevano i compiti con una certa regolarità. Il loro atteggiamento verso la scuola era decisamente positivo: non rispondevano male agli insegnanti, erano puntuali, compravano o pagavano regolarmente quel che gli veniva chiesto, avevano ottimi rapporto con i loro maestri delle elementari, si interessavano e partecipavano. Sin dal primo giorno mostrarono una spiccata simpatia nei miei confronti.
E allora perché scrivevano in quel modo patetico e in modo altrettanto patetico leggevano?

Al primo incontro con i genitori dissi senza mezzi termini che la situazione in italiano si presentava parecchio grigia. Nessuno insorse, molti si scambiarono sguardi malinconici e alcuni ammisero francamente di non essere sorpresi.
Più avanti, a pezzi e bocconi e con l'aiuto di molte chiacchiere di corridoio con gli insegnanti del luogo (intendo quelli che vivevano a St. Mary Mead, e magari ci erano anche nati e cresciuti) emerse uno strano racconto.
A quanto sembra era colpa delle insegnanti delle elementari (beh, in effetti non poteva essere colpa di nessun altro) che per insegnargli a scrivere seguivano un metodo particolarissimo, basato sulla necessità di non mortificare il bambino e di non mettere in evidenza i suoi errori. In pratica, la creatura scriveva la parola sulla lavagna e non veniva corretto, doveva arrivarci da solo, azzeccando la grafia giusta col tempo. Quanto agli accenti e alle H, erano sistematicamente evitati: semplicemente, i ragazzi non venivano informati della loro esistenza se non verso la quarta o la quinta. Nessuno mi ha spiegato cosa succedeva per le maiuscole (giudicando dal risultato, si direbbe che non succedeva un bel nulla, nel senso che la questione non veniva posta se non in modo del tutto marginale).
Questo strampalato metodo, mi hanno assicurato, gode di scarsissima diffusione (e meno male!) ma a St. Mary Mead è assai apprezzato e le sue più convinte sostenitrici sono proprio il team modulare che aveva avuto in sorte di occuparsi dei miei amati ma sgrammaticassimi alunni - le altre sembra che adottino una forma un po' più soft (o forse, come è stato ipotizzato, sono semplicemente meno cretine).
Ignoro se questa storia abbia un pur vago fondamento di verità. Non ho indagato più di tanto con i ragazzi (che erano molto affezionati alle loro insegnanti passate) né con i genitori. Comunque fosse andata la cosa, ormai era andata e indietro non si tornava.

Non sono di quelli che "Certe cose, se non le hai imparate alle elementari, non le impari più". Sono fermamente convinta che a qualsiasi età si può imparare qualsiasi cosa. Resta il fatto che l'ortografia, come la postura con il violino, è più pratico impararla subito giusta piuttosto che correggerla in corsa. Per un bambino che sta imparando a districarsi con l'alfabeto, scrivere freccie o frecce immagino sia la stessa identica cosa e non so fino a che punto il suo amor proprio soffra se gli si fa notare che freccie non va bene e la forma giusta è frecce.
Va già un po' peggio, per il suo amor proprio, se sei costretta a farglielo notare alle medie, quando in teoria avrebbe già da un pezzo imparato a scrivere - anche se dubito che il grado di autostima sia così strettamente collegato con il grado di correttezza della propria ortografia.
In tutti i casi a nessuno, per quanto poco suscettibile, può far piacere consegnare un compito di italiano e vedersi ritornare indietro una sorta di cimitero di correzioni dove non si salva una riga, e in aggiunta una buona cinquantina di frasi supplementari assegnate per correggere almeno gli errori più salienti (normalmente la mia regola è che per ogni errore vanno fatte cinque frasi con la parola giusta. Ovvio che lì ho dovuto darmi una regolata o finivo denunciata ad Amnesty International per torture inflitte a minori); inoltre, per cambiare un automatismo nella scrittura ci vuole molta fatica, appunto perché è un automatismo. Far scattare subito l'automatismo giusto dovrebbe apparire come la soluzione più pratica a livello ergonomico anche agli occhi di chi non si è fatto due lauree e un master in pedagogia e scienze dell'apprendimento. Sembrerebbe.
Il discorso è ancor più valido con gli accenti: non ha molto senso dover prima imparare a non tenerne conto, poi a tenerne conto, il tutto con un'invasata con un'ascia in mano (plur: ascie) che pretende pure che tu colleghi a sottili distinzioni di significato il fatto di accentare li, la e da e ti ricordi pure che, Dio solo sa perché, sto e fu non vanno accentate mai - senza contare che se un poveraccio ad ogni parola si domanda come deve scriverla, è già tanto se alla fine dell'ora del tema è riuscito a raccontarti che sulla strada del ritorno a casa si è fermato a comprare il latte per la colazione.

In tre anni ho corretto valanghe di esercizi supplementari e fatto un'infinità di ore di grammatica; in effetti a volte mi domando se ho fatto qualcosa, a italiano, che non fosse finalizzato alla grammatica. Ed eravamo un tempo prolungato, con tante belle ore a disposizione - tutte passate a fare grammatica. Ci sono un'infinità di cose belle e interessanti che non abbiamo fatto a storia, geografia e letteratura perché c'erano i monosillabi accentati da ripassare o i verbi irregolari da risentire (non sono una fanatica dei verbi irregolari, ma se mezza classe muorette e l'altra mezza friggette o cuocette e simili, la cosa va pure affrontata in qualche modo).

Conclusione: i moduli sono (o meglio erano, possa la Marystella assurgere al più presto al grado di costellazione e smettere di imperversare per il ministero) una bella cosa e il tempo pieno anche, e sono convinta che le nostre elementari siano le migliori del mondo e le nostre maestre tutte bravissime. Ma, forse, i pedagogisti che le formano, può essere che non siano poi questo granché?

mercoledì 8 luglio 2009

Caccia al libro (ovvero la ricerca de "La spada di san Crodegango")


Prendendo spunto da un post di qualche settimana fa di Gamberetta andrò qui a dimostrare per gradi di come talvolta l'insegnante che vuole ben oprare, per quanto desideroso possa essere di osservare scrupolosamente tutte le leggi vigenti nel suo paese, non abbia spesso altra possibilità che quella di infrangerle andando in tasca alle norme sul copyright; e per farlo partirò assai da lontano, più o meno da quando Adamo si aggirava ancora tra i pruni della sua prima residenza.

Il problema di base è il seguente: la maggior parte dei libri non si trova in commercio se non per breve tempo. A parte qualche editore come Adelphi, che segue la sennata pratica di stampare un numero ridotto di titoli, distribuirli a dovere e ristamparli regolarmente quando si esauriscono (più o meno), la maggior parte degli editori, per sua volontà e perversione o costretta da circostanze esterne, abbandona al suo destino la maggior parte dei suoi figli. Il problema è particolarmente grave per gli editori di nicchia, che spesso non possono fare diversamente.

In Italia vengono stampati circa 60.000 titoli l'anno. Di questi una buona parte non arriva mai in libreria, o arriva in poche librerie specializzate: per i piccoli editori la distribuzione è un problema molto serio. Anche i libri che arrivano in libreria ci restano per un tempo abbastanza ridotto, e spesso vengono restituiti all'editore quando ancora il pubblico ignora financo la loro esistenza. In tutti i casi non hanno quasi mai grandi tirature, ed esaurita la prima edizione passano nella categoria "introvabili" - chi ha incrociato almeno una volta nella sua vita un libro uscito qualche anno prima, di cui è venuto casualmente a conoscenza e che non si trova più in vendita né per oro né per argento sa di cosa parlo.

Le biblioteche non sempre sono una soluzione. Certo, esistono le Biblioteche Nazionali Centrali, che sono tenute per legge ad avere almeno una copia di ogni libro uscito in Italia. La loro esistenza è complicata, quella dei suoi utenti ancor si più. Intanto sono solo due (Firenze e Roma), quindi non esattamente dietro l'angolo per la maggior parte dell'italica popolazione; inoltre, per ottenere un libro in prestito alla Nazionale Centrale occorrono tutta una serie di autorizzazioni e pratiche iniziatiche. Se sei uno studente universitario o uno studioso non ci sono grandi problemi, ma se sei un comune mortale che voleva semplicemente leggersi La spada incantata di san Crodegango o Trenta gatti azzurri a Parigi la sera prima di dormire, beh, allora la questione non è affatto semplice.
Inoltre queste biblioteche (alle quali lo stato si diverte a ridurre i fondi e il personale ad ogni finanziaria, nell'improbabile tentativo di contenere il deficit pubblico e, signori miei, garantisco che ci vuol altro) sono letteralmente sommerse dai libri da catalogare e col passare del tempo accumulano dei ritardi sempre più mostruosi. Magari ce l'hanno, "La spada incantata di san Crodegango", uscita sei anni fa, ma se è ancora da catalogare nemmeno loro sanno dov'è.
Le biblioteche pubbliche per comuni mortali, quelle dove vai al bancone, dichiari la tua esistenza in vita, mostri un documento, fai una tesserina e da quel momento hai diritto a prenderti da uno a cinque libri per volta e tenerli fino a trenta giorni prorogabili a sessanta senza altre spese o formalità, sono molto più fruibili e i bibliotecari sono cortesi e disponibili: ti aiutano nella ricerca e ti procurano il libro da altre biblioteche se riescono a trovarne traccia.
Spesso queste biblioteche sono una vera miniera per l'editoria di nicchia - spesso, ma non sempre (detto per inciso, ogni anno riducono i fondi anche a loro). Inoltre di solito tengono una copia per ogni libro e può capitare che quella singola copia sia andata dispersa, rubata o sia scomparsa in un buco nero. Naturalmente, per quanto gentili e disponibili, i bibliotecari non sanno evocare dal nulla libri che non hanno.
Abbiamo poi i negozi e i banchetti di libri usati; andare a caccia di libri usati è uno dei grandi piaceri della vita, ma chi si diletta di questo pregevole passatempo sa che è molto più facile trovare qualcosa che non cercavi affatto, o magari nemmeno sapevi che esisteva, piuttosto che qualche libro che in quel momento vuoi con tutte le tue forze. La regola, all'incirca, è che se anche cerchi La cruna dell'ago di Ken Follett, che pure vanta tirature rispettabili, giusto nelle settimane in cui lo cerchi tutte le copie della Cruna dell'Ago disponibili all'usato nel raggio di duecento chilometri intorno a te compiono improvvisamente suicidio, e figurarsi la spada di san Crodegango, che magari, in un'altra città, ingombrerà le mani di qualche cliente che di san Crodegango e delle sue spade se ne strafrega ma vorrebbe tanto trovare i trenta gatti azzurri di Parigi, magari per regalarli alla sua ragazza per l'anniversario (e dovrà ripiegare su un mazzo di fiori o un paio di orecchini Swaroski).
Va un po' meglio con l'acquisto in rete, ma anche lì non è detto - perché insomma, se la maggior parte delle copie di un libro è finita al macero, è difficile che in giro ce ne sia una così grande disponibilità.

L'editore (soprattutto se è un grande editore, ma anche se è un editore di nicchia disorganizzato) spesso preferisce impiegare il suo tempo deprecando la pirateria della rete e le perfide fotocopie, o magari organizzando demenziali campagne pubblicitarie tese a far sentire in colpa il Perfido Fotocopiatore o lo Scaricatore Pirata (che a sentirsi in colpa, detto per inciso, non ci pensano nemmeno di lontano) piuttosto che occuparsi di cose terrene quali l'effettiva diffusione dei suoi libri o la ristampa dei medesimi. Del resto, è risaputo che in quest'epoca di culto del mercato nessuno sta mai a sentire cosa vuole l'acquirente, salvo poi lamentarsi se le vendite non vanno granché bene.
Comunque, spesso e volentieri l'editore non ristampa. Perché non è consapevole della richiesta (lui sa solo che il libro non ha venduto molto all'inizio, e non pensa mai che quel poco che ha comunque venduto possa aver dato frutto, come il seme della parabola evangelica che cade sul terreno fertile), perché è complicato ripescare i diritti editoriali, perché non gli conviene. Invece che mettersi all'anima altre cinquemila copie della spada di san Crodegango, preferisce commissionare a qualcuno un progetto editoriale fresco e originale, ad esempio la storia di tre ragazzi che frequentando una scuola di magia si imbattono in qualche oscura forza malvagia che devono sconfiggere ("no, non è il solito clone di Harry Potter, assolutamente. Tanto per cominciare è ambientato in Olanda, e poi la protagonista principale è una ragazza di quattordici anni").
Ristampare, in effetti, è una soluzione solo fino a un certo punto: non puoi ristampare quaranta copie per volta e ad ogni edizione si ripresenta il problema della gestione dell'invenduto; stoccare per anni un migliaio di questo e cinquecento di quest'altro in effetti è piuttosto costoso e complicato. Sotto questo aspetto erano messi meglio nel medioevo, quando il problema delle rese era l'ultima preoccupazione di monasteri e scriptoria vari.
Oggi però, volendo, potremmo disporre di altre possibilità.

Gamberetta suggerisce:
"Una semplice soluzione: vendere a poco prezzo l’edizione elettronica dei romanzi fuori catalogo. Diciamo 2 euro (1 per la casa editrice, 1 per l’autore). La casa editrice non deve spendere praticamente niente (il romanzo in formato elettronico l’ha già, quasi sicuramente ha già l’infrastruttura commerciale, dato che vende i libri di carta, il consumo di banda per trasferire il libro ai clienti è insignificante), e i lettori potrebbero usufruire a prezzo minimo di tante opere che per una ragione o per l’altra non hanno intercettato all’uscita nelle librerie.
Non lo fa nessuno. Quei pochi, tipo Mondadori, che vendono ebook li vendono a prezzi esorbitanti, hanno un catalogo minuscolo e, ciliegina sulla torta, i libri sono in un formato elettronico legalmente usabile solo con software Microsoft."


E quasi quasi l'ultima frase la ripeto perché mi ha davvero colpito:
Quei pochi, tipo Mondadori, che vendono ebook hanno un catalogo minuscolo e, ciliegina sulla torta, i libri sono in un formato elettronico legalmente usabile solo con software Microsoft.
Quei pochi, in effetti, sono troppo occupati a imporre gli e-book ad un mercato (quello scolastico) del tutto impreparato, per pensare di fare e-book per chi effettivamente li vorrebbe, o comunque li accetterebbe in mancanza di meglio, magari pagandoli anche a prezzi più alti di quelli ipotizzati da Gamberetta.

Domanda: ma davvero c'è questa gran calca di gente che smania per comprarsi gli e-book? Sono scomodi da scaricare, faticosi da stampare, ti consumi gli occhi a leggerli... il libro è bello in poltrona, col fruscio della carta, il piacere di tenere l'oggetto in mano, magari ben rilegato...
A titolo personale e in linea di principio posso essere anche d'accordo con questa scuola di pensiero: per me il libro è soprattutto un simpatico oggetto da gustarmi a letto prima di dormire (spesso molto, molto prima di dormire) o quando ho l'influenza, col fruscio delle pagine etc. etc.; detto questo, preferisco uno scomodo libro virtuale (che peraltro le giovani generazioni non trovano particolarmente scomodo, sembra) piuttosto che un libro ideale, rilegato in finissima pelle di drago con sovrimpressioni in mithril e fogli di carta stampigliati uno per uno su cui non ho alcuna possibilità di mettere le mani. Certo, un libro che non esiste non danneggia la vista e non costa niente a stamparlo. In effetti non costa niente, punto e basta. Però non lo leggi, tantomeno lo fai leggere ai tuoi allievi.

Così, mentre gli editori cazzeggiano variamente con minacciose campagne pubblicitarie dove cercano di descrivere l'aspirante lettore come un libricida affamatore di autori indifesi, il lettore in questione si è organizzato con i libri elettronici clandestini. L'insegnante medio, molto meno evoluto, di solito si arrangia con le fotocopie, ma non sempre le fotocopie sono una soluzione ideale, soprattutto quando l'idea è di far leggere alle proprie classi come libri di narrativa libri che non si trovano più in commercio.

Il caso, almeno per me, è piuttosto consueto. Trovo che l'istituzione del libro di narrativa in sé sia un'ottima cosa, ma disapprovo la quasi totalità dei libri di narrativa che gli editori scolastici cercano di rifilarmi: li ritengo in gran parte orrendi, spesso inadatti alle scuole medie (o alla specifica classe che ho in un certo momento) e soprattutto disapprovo che quasi tutti siano ridotti e adattati. Ho una vera idiosincrasia per i libri ridotti e adattati, soprattutto quando la cosa serve soprattutto ad aggiungere ai diritti d'autore dell'autore vero anche quelli dell'adattatore. Trovo anche che la letteratura mondiale abbia prodotto un buon numero di libri simpatici, interessanti e ben scritti, del giusto formato e con i giusti argomenti per essere validamente usati in una classe - ma spesso e volentieri non posso adottarli perché nel momento in cui li cerco sono sempre fuori catalogo. Naturalmente qualcosa è sempre presente nel catalogo... ma siccome è sempre presente nel catalogo, spesso si tratta di libri che almeno una parte della classe ha già letto. D'altra parte capisco perché in tanti fanno leggere l'Inventore dei Sogni o Ascolta il Mio Cuore: almeno quelli si trovano sempre. E sono libri validissimi, ma non è che glieli puoi far leggere tutti gli anni - tutti gli anni alla stessa classe, intendo.
Sono un'insegnante dalle ricche e variegate letture, perché non vengo messa in grado di utilizzarle a vantaggio o svantaggio dei miei allievi? Soprattutto in un'epoca in cui tanti straparlano di valorizzare le competenze?

Capita poi che a un insegnante serva solo una frazione di libro: un racconto di Agatha Christe, una novella di Verga (Rosso Malpelo per esempio è regolarmente dimezzato nelle antologie), trecento versi di Omero, un racconto di fantasmi di M.R. James, un capitolo del Nostro Comune Amico di Dickens, una fiaba norvegese. Con l'aiuto di apposite convenzioni editoriali per pochi soldi potrei evitare di surriscaldare l'unica fotocopiatrice della scuola, risparmiare tempo e fatica; inoltre soddisferei lo sfrenato esibizionismo che mi impedisce di apprezzare a dovere il (pessimo, di solito) lavoro degli autori di antologie e smetterei di uccidere libri nottetempo - non solo, ma anche i depositari dei diritti d'autore vedrebbero qualche soldo.

C'è qualche segnale che ci stiamo incamminando in quella direzione?
Assolutamente no.

Diritto di Informazione e Facoltà di Fraintendimento



Come ho già sommariamente raccontato, agli scrutini di ammissione di esame il Nuovo Preside (presumo dopo l'assunzione, spero inconsapevole,  di grosse quantità di sostanze proibite dalla legge) ha stabilito, in base ad un ragionamento di cui non si capivano né le premesse né lo svolgimento, che non sarebbero state distribuite ai genitori le schede di ammissione perché l'unica cosa di cui i genitori in questione avevano il diritto di essere informati era, appunto, se la prole era stata o no ammessa all'esame. Se proprio cotali genitori desideravano placare la loro insaziabile curiosità in proposito, dovevano fare richiesta scritta alla Dirigenza (dove avrebbero comunque ricevuto una scheda che non recava alcuna indicazione dei voti alzati dal consiglio...).
Corre voce che, nelle altre terze, abbia anche esortato gli insegnanti a non dire niente di questo agli allievi e anzi a non comunicare loro nemmeno i voti delle proprie materie; ma se l'ha fatto deve essere stato in un momento in cui gli insegnanti erano distratti, perché nessuno ne ha tenuto gran conto.

Dopo ponderata riflessione e ampio digrignar di denti, la mattina dopo ho dettato ai miei amati allievi una comunicazione per le famiglie in cui spiegavo che la Dirigenza aveva deciso eccetera eccetera e che chi avesse voluto conoscere i voti di ammissione doveva farne richiesta scritta alla sede centrale della scuola (a più di venti chilometri da lì).
Breve sommossa. I ragazzi sostenevano che "non era giusto". Mi sono detta assolutamente d'accordo con loro e mi sono raccomandata che portassero la nota firmata dopo il ponte elettorale.
La mia neanche segreta speranza era che una torma di genitori inferociti si precipitasse dal Nuovo Preside e ne facesse il dovuto scempio. Ma non avevo considerato che i genitori della mia classe sono persone gentili, ragionevoli e, come i loro figli, conoscono a perfezione la legge del minimo sforzo.

Ritornata dal ponte elettorale tutti mi mostrano i loro diari firmati. Poi mi chiedono "Quando ci legge i voti?".
E così scopro che tutti, genitori e figli, avevano tradotto la mia acidissima (ma assai chiara) nota con una promessa di pubblica lettura dei voti - di tutti i voti di tutte le materie.
Perché non è vero che i nostri alunni non ci stanno a sentire: spesso ci stanno a sentire, eccome, ma decidono di fraintenderci per questioni di comodità, e nello stesso modo si regolano i loro genitori.
Mi consulto brevemente con i colleghi. Matematica approva, Inglese mi incoraggia.
Torno in classe con la griglia dei voti stampata. Guarda caso, erano i voti di prima degli scrutini, con le insufficienze ancora da alzare.
"Ehm, bene, adesso vi chiamo in ordine alfabetico e venite alla cattedra.."
"Via, ce li legga e amen" taglia corto Cuorcontento "Tanto. mezzo secondo dopo che ce li ha detti li avremo già fatti vedere a tutti!".
Mi guardo intorno un po' perplessa. Sono abituata a comunicare i voti alla fine dell'anno (i miei voti, intendo) ma di solito è una cerimonia abbastanza riservata, che non prevede l'uso del megafono.
"Ma io non credo che..."
Con la massima decisione, tutti, mi assicurano che invece è bene che io creda.

E così i voti segretissimi vengono da me pubblicamente letti e dai ragazzi prontamente trascritti sul diario, inclusi quelli di Belsorriso che non è stato ammesso all'esame.
All'anima delle Informazioni Riservate.