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domenica 10 maggio 2009

Collegio dei Docenti - Anche questa è da contar


In questa versione dell'Italiana Lindoro è interpretato da Maxim Mironov

Fino all'anno scorso i Collegi dei Docenti della nostra scuola erano una cerimonia rituale, un po' imbalsamata ma rassicurante. Il preside ci faceva un po' di complimenti, riferiva su varie questioni, ci porgeva una serie di mozioni e regolamenti accuratamente confezionati in modo da risultarci assolutamente accettabili e noi votavamo quasi automaticamente. Poi le RSU si alzavano per reclamare su una serie di questioni che a noi di St. Mary Mead sembravano assolutamente di lana caprina, sempre le stesse, qualcuno faceva un po' di domande, raramente c'erano discussioni. Alle spalle c'era un discreto lavoro preparatorio, e l'immane quantità di rappresentanti di plesso detti comunemente vicepresidi (una dozzina a dir poco) faceva da filtro tra insegnanti e preside.
Col Nuovo Preside tutto è cambiato: di lavoro preparatorio nemmeno l'ombra,  le mozioni presentate spesso appaiono di un'idiozia sorprendente e l'unica forma di contraddittorio che costui sembra conoscere è la piazzata. Di conseguenza i collegi sono diventati molto più pittoreschi e per ognuno di loro vale il commento di Lindoro nell'Italiana in Algeri Se mai torno ai miei paesi, anche questa è da contar.
Vengo dunque a contare il Collegio dei Docenti di Aprile, ovvero quello dell'adozione dei libri.
E' una cerimonia che ho visto svolgere in vari modi: dal "Problemi con l'adozione dei libri? No? Li approviamo? Bene, approvati" del preside precedente, all'elenco dei singoli libri di ogni singola sezione con lettura delle relazioni per le nuove adozioni, con tante possibili vie di mezzo. 
Il Nuovo Preside ha adottato una formula particolarmente estesa.
Inizia con un cappelletto introduttivo sui criteri per le gite d'istruzione (utilissimo ad Aprile, quando ogni singola sortita è stata da tempo organizzata e molte già sono state portate a compimento): non devono essere troppo costose sennò per le famiglie è un problema, non se ne devono fare troppe perché se no i ragazzi non stanno mai in classe e poi non tutti possono fare tutto, per esempio chi fa gli scambi con l'estero. Nessuno ha aperto bocca, in base al principio che i pazzi non vanno mai contraddetti, ma sarebbe stato interessante farsi spiegare le modalità con cui NON portare qualche alunno a vedere gli Uffizi dal momento che si è già fatto lo scambio con la Spagna e soprattutto come arginare la reazione dei genitori - perché anche il più savio e accomodante di costoro, qualora il caso di presentasse, avrebbe probabilmente una reazione sopra le righe.
Poi è iniziata la cerimonia dell'adozione dei libri, plesso per plesso e classe per classe. I coordinatori delle tre prime del primo plesso si sono schierate sulla pedana ed è stata loro consegnata la lista stampata dalla segreteria.  Il primo coordinatore della prima classe (tutta la scuola ne comprende una quarantina) legge titolo e autori del primo libro, ovvero la grammatica.
Interviene il Nuovo Preside: come mai le grammatiche della prima A e della prima B hanno due codici differenti, pur essendo degli stessi autori?
Attimo di sconcerto collettivo. Sulla platea aleggia la domanda "Ecchissenefrega?".
Una delle coordinatrici spiega perplessa che si tratta di due diverse edizioni: una riunisce in un solo volume grammatica e analisi logica e del periodo, nell'altra sono separati.
Il Nuovo Preside si informa sulle motivazioni che hanno spinto a questa scelta diversificata.
"Preside, non sono nuove adozioni, sono conferme" prova a tamponare una delle coordinatrici.
Il Nuovo Preside insiste per conoscere "le motivazioni". Spiega che per un ragazzo ripetente che passa da una sezione all'altra questo comporta un aggravio di spesa, e che i libri dovrebbero essere uguali nelle varie sezioni.
Il pubblico, consapevole che siamo al primo libro della prima classe della prima sezione del primo plesso, comincia a rumoreggiare. Il Nuovo Preside spara la sua bordata preferita "Se è necessario, staremo qui fino a mezzanotte!". Il pubblico abbocca come un unico branco di carpe e ammutolisce spaventato. In realtà il Nuovo Preside è abituato a sparare tutte le sue cartucce all'inizio (per esempio allo scrutinio della prima classe) per poi tirare via tutto il resto, ma sembra che dopo sette mesi l'abbia capito solo io; a quanto pare, sono un genio e non me n'ero mai accorta.
Dal palco, una coordinatrice prova a spiegare che in un caso c'è il vantaggio di avere sempre la grammatica a portata di mano anche quando si fa analisi logica o del periodo, mentre nel secondo caso i ragazzi portano a scuola un solo libro per volta e quindi hanno lo zaino più leggero (più esattamente, considerando gli zaini attuali, un po' meno pesante).
Il Nuovo Preside non ha capito.
Il concetto viene rispiegato.
Il Nuovo Preside lo ripete ma così facendo dimostra di non averlo ancora capito.
Il VicePreside prova a rispiegarglielo con termini più semplici, soffermandosi su ogni passaggio.
Il Nuovo Preside ripete il tutto, e stavolta sembra che abbia capito.
Il pubblico sospira di sollievo. 
Illusi!
Il Nuovo Preside continua a starnazzare. A quanto pare è convinto che tra questi due criteri ne vada scelto uno onde arrivare ad un'adozione unificata.
A questo punto sono distratta dai commenti intorno a me (ai quali contribuisco con la frase di Lindoro che posso cantare tranquillamente perché si perde nell'alto brusio) e quando torno a seguire la scena sembra che gli sforzi congiunti dei tre coordinatori e del VicePreside abbiano sortito l'effetto di far accettare al Nuovo Preside il doppio standard dell'adozione.
Si passa ad Antologia; dove, si sarebbe portati a credere, non c'è materia per contendere dal momento che le tre prime del plesso hanno scelto la stessa edizione dello stesso libro.
E invece no: si alza un insegnante e domanda come mai è stata scelta quell'antologia e non un'altra delle stesse autrici che costa qualche euro in meno e che è migliore perché...
Il perché non riesco a sentirlo perché il "brusio" ha ormai raggiunto lo stadio del "casino". Sento però un gruppetto di colleghe inviperite che commentano che non si capisce con che coraggio Colui vada a rompere le scatole a chi lavora, proprio lui che non fa nulla di nulla - dal che intuisco che Colui non è molto popolare nel suo plesso (e ci credo, se fa spesso di queste sortite).
Dopo un'intensa discussione nelle prime file tra Colui, il Nuovo Preside, le tre sventurate coordinatrici e il VicePreside che cerca di mediare, alla fine passa anche l'Antologia.
Tocca a Narrativa. Due delle insegnanti non l'hanno scelta e il Nuovo Preside domanda perché. Un'incauta risponde che dall'anno prossimo le ore di Lettere passano a nove e non c 'è tempo per fare narrativa.
Il Nuovo Preside si lancia in una filippica dove sostiene che sono diminuite le ore ma non i programmi, e che lui accetta solo motivazioni didattiche. Ci spiega che in un collegio si deve parlare solo di motivazioni didattiche. Spiega anche altre cose ma non riesco a sentirlo. Ignoro come vada a finire perché sono troppo assorta dal mirabile prodigio che ho appena visto, ovvero avere visto mettere in discussione financo la scelta di un libro che non era stato scelto.
Dopo quest'ultima alzata, il resto della lista passa senza problemi, comprese le nuove adozioni.

Altro cappelletto del Nuovo Preside sul fatto che le nostre sono solo proposte, che non sappiamo se insegneremo nelle classi per cui abbiamo scelto i libri e che i nuovi insegnanti quando arriveranno potrebbero cambiare tutto. A questo proposito dobbiamo avvisare a Settembre i genitori che non comprino i libri, perché i nuovi insegnanti potrebbero cambiarli. 
Non mi è molto chiaro come faccio ad avvisare di alcunché dei genitori di una classe che non è ancora la mia e anzi al momento nemmeno esiste (detto e tutt'altro che concesso che l'anno prossimo sia ancora lì). Forse con un comunicato radio? O con dei manifesti agli angoli delle strade? Comunque mi guardo bene dal fare domande e rifletto sui gravi danni che l'alcoolismo può arrecare.

Arrivano le seconde che - sorpresa! - hanno sforato il tetto della spesa.
E' noto che le classi seconde sono destinate fatalmente a sforare il tetto della spesa, che è ridicolmente basso, senza poterci fare niente perché hanno solo libri da confermare; o meglio, è noto a chiunque lavori nella scuola tranne al nostro Nuovo Preside - che comincia a tuonare, ululare e berciare come raramente si vede fare financo nel derby Milan-Juventus. Lui non approva la lista, nossignori, lui NON-LA-AP-PRO-VA. Perché dal Provveditorato gli hanno mandato a dire che.
Dopo lunghe trattative, in cui gli viene spiegato che la lista non è fuori dal tetto perché gli insegnanti si sono divertiti a scegliere solo libri stampati in oro su pergamena color porpora, riprende la lista e la osserva.
"Per esempio: Religione. E' così indispensabile il libro di Religione?".
Mi aspetto una risposta di quelle che levano il pelo (di solito gli insegnanti di religione sono piuttosto capaci di difendersi);  e invece Religione sgrana gli occhioni come un coniglio ipnotizzato dal serpente e dice che sì, lei il libro lo vorrebbe, le serve, ma non sa... "Che devo fare?" chiede ai colleghi torcendosi le mani "Consigliatemi voi".
Un temporaneo attacco di voltastomaco mi impedisce di seguire quel che viene dopo. Per quanto mi riguarda non ho mai trovato proprio niente di indispensabile in Religione, tanto che da studente mi sono fatta esonerare; tuttavia immagino che se qualcuno adotta un libro, in teoria non lo fa col solo ed esclusivo scopo di far spendere un po' di soldi in più alle famiglie.
Mi informano comunque che il libro di religione è stato cassato.
Però non basta ancora.
Il Nuovo Preside continua a dire che lui la lista non la approva.
Nessuno gli risponde "Cazzi tuoi!".
Lunghi consulti. Viene messo il libro di scienze tra i "Consigliati", ottenendo in questo modo il massimo dell'ipocrisia - il tetto non viene rispettato perché il libro di scienze andrà pure acquistato, ma le pregiate terga del Nuovo Preside sono salve.
Bollo e fischio peggio di una pentola a pressione. Sono a un passo dal ruggito. Esprimo apertamente il mio parere sulla vicenda. Siccome sono in quattordicesima fila la cosa viene agevolmente coperta dal rumore di fondo. In seguito mi raccontano che la manfrina era stata tentata anche con Musica, ma che Musica non ha battuto ciglio e si è tenuta il suo libro, vivaddio.
In un frastuono crescente, dove tutti si raccontano ad alta voce i fatti propri, le terze del primo plesso passano lisce e senza obiezioni. Il Nuovo Preside continua ad invocare il silenzio ma nessuno se lo fila. Del resto, è noto che se la classe ha deciso che gli stai sull'anima non ti sta a sentire, punto e basta.

Secondo plesso. Noi future (tagli ministeriali permettendo) coordinatrici delle future prime ci sistemiamo sulla pedana. 
Sono assolutamente decisa a fare a brandelli il Nuovo Preside alla prima pur tenue obiezione. 
Il VicePreside lo sa benissimo e cerca a gesti di invitarmi alla calma. 
A gesti gli rispondo che neanche a pensarci. 
Grande invenzione, la mimica.
Ad ogni modo le batterie del Nuovo Preside sono ormai completamente scariche e non mi viene offerto il minimo appiglio. Scivolano via come acqua di fonte le mie tre nuove adozioni, le brevi relazioni di adozione scritte di mio pugno e financo la mia gelida affermazione "non ho adottato alcun libro di narrativa".
Siamo ormai in fase calante: i rimanenti plessi passano senza colpo ferire e forse è stata anche inutile la fatica dei coordinatori delle seconde che hanno piazzato vari libri tra i "consigliati" per non sforare il tetto.
Dopo sole quattro ore il Collegio è terminato.
Torniamo a casa un tantinello irritati e con un discreto mal di testa.

domenica 26 aprile 2009

Christopher Duggan - La forza del destino. Storia d'Italia dal 1796 ad oggi




Non sono della scuola di pensiero che il libro è per forza buono, bravo e bello - dopotutto sono libri anche quelli che gli editori scolastici cercano costantemente di rifilarci, per tacere dei manuali di didattica scritti dai docenti della SSIS; ma insomma, fatto questo necessario distinguo, sono di quelle che leggono volentieri e un po' di tutto.
Questo Natale, durante il consueto sopralluogo il libreria, sono rimasta colpita -anche perché me lo han sbattuto davanti in numerose e alte pile, corredate da grandi cartelli segnalatori: "NOVITA! APPENA USCITO!", insomma anche un cieco l'avrebbe notato - da un grosso tomo Laterza con quadro risorgimentale in copertina (un tale con l'aria indomita, la spada in mano e gran sfoggio di tricolore sullo sfondo) intitolato "La forza del destino. Storia d'Italia dal 1796 ad oggi".
Per tutta una serie di circostanze esterne (=non ci ho mai avuto voglia di approfondire) per me il Risorgimento è rimasto quello studiato ai tempi delle medie. Ogni tanto mi dicevo che sarebbe stato il caso di darmi un'aggiornatina in merito, ma non avevo mai trovato nulla di invitante. Quel tomo invece mi invitava abbastanza e per giunta era scritto da un'inglese, tal Christopher Duggan. In conclusione, è diventato il mio regalo di Natale insieme alle favole del Bardo Beda.
Si è rivelato una lettura molto interessante, storicamente aggiornata e ricca di dettagli a volte curiosi, a volte agghiaccianti ma molto utili da rivendere per un'insegnante delle medie. I due secoli della nostra sacra storia patria vengono esaminati con l'occhio a volte partecipe ma serenamente distaccato di chi in cuor suo è ben lieto che il complicato compito di essere italiani spetti ad altri e non a lui. Tale occhio straniero lo porta a volte a sottovalutare l'importanza di certi elementi (ad esempio la chiesa cattolica) ma anche a vedere aspetti che allo storico indigeno tendono a sfuggire. Lo stile è scorrevole ma denso, le fonti abbondanti e ben utilizzate, il taglio prospettico molto valido.
Oltre che una storia d'Italia, è soprattutto una storia dell'idea di Italia a partire dalla sua nascita (le invasioni napoleoniche); la maggior parte delle recensioni spiegano anzi che il libro ci racconta come mai l'idea di Italia non è mai stata molto popolare e non ha attecchito più di tanto. Ammetto che a me questo aspetto è sfuggito, forse perché a me l'Italia non è mai sembrata un collage malamente assemblato bensì uno stato assai unitario dotato di caratteristiche e perversioni sue proprie ma abbastanza uniformemente distribuite nella penisola. Sarà che la vedo dalla Toscana?
Per il mio personale aggiornamento e acculturamento sono stati venticinque euro spesi molto bene; tuttavia per me questo libro ha avuto un'altra funzione molto più importante: ha cambiato la prospettiva con cui guardo al presente e mi ha curato una depressione strisciante che mi trascinavo ormai da un anno ma che covava almeno da altri sette: da tempo ormai mi sentivo estranea al mio paese, ai miei concittadini e a tutto ciò che in teoria avrebbe dovuto rappresentarmi. I consueti rimedi contro la depressione - gli affetti, i piaceri di una vita senza grosse complicazioni, un lavoro che nonostante gli eroici sforzi del Ministero vivo con piacere e interesse, l'amore per la musica, i confort di una casa accogliente - non bastavano a cancellare il senso di disgusto che rimaneva in sottofondo e a volte neanche tanto in sottofondo. Mi guardavo intorno e mi domandavo cosa stavo a farci in un paese che sembra ben deciso a crogiolarsi nello squallore e in una retorica mortalmente noiosa.
Lo squallore e la retorica fioriscono tuttora rigogliosamente intorno a me e il paese non è cambiato, ma grazie a questo libro sono cambiata io, quel tanto che basta ad accettare la situazione. Non sono diventata più ottimista, ma ho visto e toccato con mano come la spirale che ci ha portato alla presente situazione è la stessa in cui l'Italia è avvolta da più di due secoli. Non siamo peggiorati: siamo così dalla notte dei tempi. Per cause esterne? Sì, certo, anche per cause esterne, ma soprattutto per la nostra intrinseca natura.
Da tempo, da ben prima di nascere, l'Italia cerca un Grandioso Riscatto alle umiliazioni passate. Lo cerca non in una serie di moderati e piccoli progressi compiuti dai singoli e dalla collettività, ma in Qualcosa dall'esterno che lavi le nostre colpe passate e permetta agli italiani di presentarsi rinnovati e puliti dinanzi al loro Grande Destino - perché è chiaro che dobbiamo avere un Grande Destino. Non un destino qualunque, da persone modeste e ragionevoli e disposte a costruirselo, ma un Destino Sublime, all'altezza del nostro Grande Passato (abbiamo sempre avuto un Grande Passato, noi italiani, accuratamente sepolto nelle brume del tempo e che difficilmente regge ad un'analisi storica condotta con un minimo di criterio; e forse questo è uno dei motivi per cui la Storia, quella vera, senza grandi certezze ma che richiede molta pazienza per studiarla, non è mai andata molto di moda qui da noi).
Per andare incontro a questo Grande Destino da sempre stiamo cercando qualche Grande Rito Purificatore dopo il quale, improvvisamente, tutto andrà spontaneamente per il verso giusto. Ci consideriamo da sempre una Grande Nazione che gira con il freno a mano tirato, e da sempre cerchiamo il freno per toglierlo. Basterà togliere il freno e tutto cambierà all'improvviso.
A questo Grande Freno sono stati dati nomi diversi in varie epoche e per toglierlo abbiamo innescato giganteschi meccanismi che ci hanno frenato vieppiù. Per molto tempo il freno è stata la divisione dell'Italia, poi, quando l'Italia è diventata un paese politicamente unito, si è cercato un Grande Riscatto Guerriero che lavasse il nostro vile passato di servitù e sottomissione allo straniero. Dopo due caldi bagni di sangue rigeneratore che ci hanno quasi annegato e una serie di sconfitte militari che non ha forse uguali nella storia d'Europa, per fortuna il mito eterno dell'eroismo in guerra è passato di moda e adesso attendiamo trepidi la Grande Stagione delle Riforme e la Messa a Riposo di una Classe Politica Corrotta )che a me, a dire il vero, sembra soprattutto molto incapace).
Strano ma vero, in pochi hanno provato ad applicare una buona amministrazione per rendere forte il Paese Che Infine Era Unito, a organizzare adeguatamente l'esercito per procurarci il Grande Trionfo Bellico o, in tempi più moderni, a studiare bene le strutture da riformare (quanto ai Vili Politici Corrotti, dal momento che ce li siamo eletti con le nostre sante manine in risposta a una serie di slogan singolarmente cretini, mi rifiuto di considerarli un male che si possa eliminare con l'aiuto di qualche Uomo della Provvidenza). Si tira avanti nell'attesa di un miracolo, dimenticando che i Paesi Meno Gloriosi Di Noi i miracoli se li sono costruiti a forza di tentativi, puntando su strumenti banali quali il buon senso e la determinazione, invece di passare il tempo a piangersi addosso.
Tutti i luoghi comuni e le lamentele perenni che infarciscono da sempre i nostri discorsi affondano le loro radici in un'atavica tendenza a piangerci addosso e a cercare un Grande Riscatto e buona parte dei nostri mali derivano dal rifiuto di affrontare le Grandi Disfunzioni con piccoli, banali e scialbi rimedi che richiedono pazienza, criterio e metodo ma soprattutto una gran fatica.
Ma non è un limite della nostra generazione, o delle ultime due, è qualcosa di intrinseco che ci portiamo dietro da molto tempo. Accettarlo per venirci a patti mi sembra l'unica ragionevole via d'uscita, dal momento che sperare di diventare Qualcosa di Grande da domani, dopo qualche Magnifico Rituale non mi sembra abbia portato a grossi risultati - e del resto, tra un lamento e l'altro, in questi due secoli e passa la vita è pur andata avanti. Sì, certo, probabilmente dovremmo cambiare; ma sarebbe il caso di accettare prima di tutto il fatto che, se siamo così, è perché così vogliamo essere, nel bene e nel male.

In alternativa al librone di Duggan è possibile (e richiede molto meno tempo) anche ripiegare sulla sintesi di Max Pezzali, che magari non è un grandissimo musicista ma ha dei testi talvolta piuttosto efficaci:


questo è il solo ed unico bicchiere che abbiamo
se si stava meglio quando si stava peggio
non lo so però io vivo adesso
(da notare che la canzone mi è sempre parsa assolutamente cristallina, ma quando ho scorso i 600 e passa commenti al video ho scoperto che la maggior parte del pubblico sembra averla completamente fraintesa. Chissà, forse era davvero troppo chiara?)

giovedì 9 aprile 2009

Casi Ciclici (così in cielo, così in terra)



Il 6 Aprile il tour teatrale di Max Gazzé "Casi ciclici" è approdato a Firenze, con mia grande gioia. La descrizione ufficiale parlava di "uno spettacolo audiovisivo dove le canzoni seguono un ordine preciso e sono accompagnate da immagini che rendono parole e musica visibili, ne dilatano il contenuto, le interpretano e le estendono. Un film sonoro in cui Max coinvolgerà il pubblico nel suo modo eclettico e originale", insomma una di quelle presentazioni che lasciano molto, molto perplessi gli spettatori che, come me, sono convinti che il musicista ha da suonare e basta - anche se poi il mio musicista preferito, Wagner, era quello che teorizzava l'Opera d'Arte Totale.
Comunque sia, l'anno scorso ai primi di Settembre ero stata deprivata all'ultimo momento del mio legittimo Concerto Convenzionale, per motivi mai ben chiariti, e poi in teatro sarebbe stato possibile eseguire certe canzoni dell'ultimo album che in un normale concerto erano piuttosto difficili da proporre (ad esempio la mia adorata Crisalide). Insomma ho preso il biglietto e sono andata, al termine di una giornata decisamente faticosa. Mentre viaggiavo verso la Grande Città mi sentivo assai desiderosa di un bel letto morbido e mi domandavo seriamente se, arrivata in teatro, avrei fatto la per me insolita esperienza di dormire durante uno spettacolo.

No, non mi sono addormentata; al contrario, ho avuto notevoli difficoltà a dormire una volta tornata a casa e l'adrenalina rimasta in circolo è stata tale da garantirmi un pronto risveglio alle prime luci dell'alba del giorno dopo e a mantenermi agevolmente sveglia durante la giornata decisamente complessa che è seguita. E' stato tutto assolutamente splendido, ho goduto fino in fondo ogni singola nota e parola e per le trenta ore successive sono rimasta immersa in una beata nuvola musicale che mi avvolgeva e circondava e attraversava ogni mia fibra. Si sa, una musica può fare.

Sulla scena, oltre a Gazzé al basso c'erano Megahertz (teremin e sintetizzatori) Sergio Carnevale (batteria), Silvia Catasta (flauto traverso e ottavino) e il Quartetto d'Archi EdoDea. L'insieme poteva magari sembrare un po' eterogeneo ma funzionava a meraviglia, e riascoltare una di quelle macchine anni 70 che fanno tutto compreso distorcere la voce (sì, il teremin) è stato un vero piacere per chi, come me, ha tanto amato i Kraftwerk. Però che proprio una canzone dei Kraftwerk (Computer World, che nemmeno conoscevo) potesse infilarsi così agevolmente in uno spettacolo di Gazzé, musicista caldo per eccellenza, e dare l'impressione che quello fosse il contesto a lei più adeguato, no, quello non era previsto. Allo stesso modo quegli strumenti elettronici si sono infilati alla perfezione nelle canzoni più viscerali dando loro una profondità più calda. Mi sono piaciute tutte, ma ho goduto in modo particolare Il mistero della polvere, in un'interpretazione particolarmente...ctonia, quasi misterica, e Camminando piano, brano che rimane ai miei occhi assolutamente misterioso (ma non sono mai stata tra quelli che vogliono chiarire tutti gli enigmi a tutti i costi). L'ultimo cielo ha avuto la sua brava interpretazione sognante (l'unica volta che l'ho sentita dal vivo, al Moontale, dovevano aver sbagliato qualcosa al mixer perché ricordava un volo di bombardieri carichi su una città, che non è esattamente l'impressione che vuol dare). Una musica può fare aveva una volta di più un'arrangiamento tutto nuovo, e non ne ho ancora sentito uno che non mi piacesse - e, a sorpresa, Il solito sesso non solo si inseriva perfettamente in mezzo a tutte quelle canzoni sui massimi sistemi, ma anzi aveva un'arrangiamento che funzionava perfino meglio di quello sanremese. Senza variazioni di apparente rilievo (almeno per quel che ricordo) Raduni ovali e l'Origine del mondo, che si sono incastrate nel migliore dei modi nel tappeto sonoro.

A futura memoria questa era la scaletta (non in quest'ordine):
Il mistero della polvere; L'origine del mondo; Vuoti a rendere; Camminando piano; Il solito sesso; L'ultimo cielo; Raduni ovali; Annina; Una musica può fare; Non era previsto; Favola di Adamo ed Eva; Vento d'estate; Il Timido ubriaco; Cara Valentina; L'uomo più furbo; Computer World (Kraftwerk).

"Mi farà un gran bene un giorno ricordarmene"

domenica 5 aprile 2009

La storia siamo noi - La rotta di Roncisvalle



Sulle vicende di Carlo Magno in Spagna ci ho fatto la tesi, e dunque sono diventata un'esperta in materia . Ho così appreso che la rotta di Roncisvalle non c'è mai stata per l'ottimo motivo che ai tempi di Carlo Roncisvalle non esisteva. Ci fu un attacco alle truppe franche in una gola dei Pirenei, ma lo fecero i baschi. Eginardo ci racconta anche che morirono alcuni personaggi importanti; molti manoscritti della Vita Karoli citano fra questi Hruodlandus (non conte, ma prefetto della marca di Bretagna) ma corre voce che quest'ultimo nome possa essere stato aggiunto in epoca parecchio posteriore. Il racconto dell'epica disfatta contro i Saraceni, dove Rolando morì eroicamente risale a non prima della fine del X secolo, duecento e passa anni dopo, quando già era stata avviata la Reconquista e Carlo era stato trasformato in un paladino della Guerra Santa contro gli infedeli.

In tutti i casi nessuno, a memoria d'uomo, ha mai preteso seriamente di spacciare la Chanson de Roland per una fonte storica attendibile. E' un bel componimento epico (di cui quasi tutte le antologie si ostinano a riportare solo la morte di Rolando, che è forse l'unico punto noioso) e come tale viene letto e citato, salvo che nei manuali di storia per le scuole medie - o meglio, vivaddio, in alcuni manuali di storia per le scuole medie.

Visto che il periodo carolingio lo conosco da diritto e da rovescio, di solito è la prima cosa che controllo in un manuale di storia, non fosse che per il piacere di indignarmi un po'. A volte trovo descrizioni sobrie e attendibili che mi spingono a sorvolare su eventuali citazioni sia di Rolando che di Roncisvalle - dopotutto forse Rolando c'era davvero e per quel che riguarda Roncisvalle non si può stare sempre a guardare il capello. Più spesso trovo cose decisamente fuorvianti, tipo la descrizione del feudalesimo e dell'investitura a cavaliere spostate indietro di tre secoli buoni, castelli con i merli, armigeri armati in stile duecentesco, belle fanciulle prese pari pari dalle miniature dei romanzi della tavola rotonda.

Ecco, quello delle illustrazioni e dei documenti mi sembra un problema abbastanza serio. Oggi si ritiene indispensabile corredare il testo di storia con immagini e documenti per permettere agli alunni un rapporto più concreto con la storia. Tutto giustissimo, solo che va fatto con criterio.
I documenti medievali non sono facili da citare. Sono scritti in una lingua particolare e fatti per una società molto diversa dalla nostra. Citare quattro righe dalla Magna Charta tradotte in italiano moderno, smozzicate, interpolate e pesantemente riadattate non dà l'idea di cos'era la Magna Charta e non permette ai ragazzi di "lavorare con i documenti". Per far capire a un ragazzo di dodici anni cosa è un documento del X o del XII secolo non importa far miracoli, basta pigliare per il collo qualche medievista e chiedergli di fornire qualcosa di domestico e abbordabile. Un breve atto di vendita fotografato e ben tradotto fa capire un sacco di cose e ci puoi fare un laboratorio ottimo: per un paio di lezioni si lavora su notai, testimoni, chi vendeva e chi comprava, le varie condizioni, le postille, com'erano definiti i confini, la pergamena, il convento che comprava il terreno etc. etc. I ragazzi si divertono, fanno gli esercizi, domandano, osservano le illustrazioni e le fotografie e via dicendo. Un buon laboratorio ben organizzato è una benedizione e qualsiasi insegnante sano di mente lo usa senza ritegno.
Un esercizio stitico sulla Magna Charta dove prima ti spiegano (molto confusamente) cos'è la Magna Charta, poi ti danno i punti che devi evidenziare (molto confusi pure loro e magari in storichese stretto) poi ti citano tre righe della Magna Charta e infine ti fanno tre domande vero/falso è una perdita di tempo e basta. I ragazzi rispondono a casaccio, non avendo idea di che cosa si stia dicendo, si fanno un sacco di idee strane se provano a fare seriamente l'esercizio e l'insegnante, che non sempre ha passato due anni a studiare diplomatica, codicologia e diritto normanno, ne sa poco più di loro e non è nemmeno in grado di rispondere a buona parte delle domande.
Stesso discorso quando ti citano quattro righe della Vita Karoli completamente decontestualizzate. Se poi accompagnano il tutto con immagini ottocentesche di Carlo Magno e i suoi paladini, dove l'imperatore ha la barba fiorita e veste come un sovrano del Trecento, dire che si sta facendo storia mi sembra un po' troppo.
Si può fare anche di peggio, volendo: ho visto citare pure Wagner e Tacito per i popoli germanici (con l'aggiunta della Canzone dei Nibelunghi) e la Chanson de Roland per Carlo Magno. Al momento manca ancora il Nome della Rosa per i copisti irlandesi dell'VIII secolo ma non è detto che prima o poi non ci si arrivi. Dei castelli con i merli nell'alto medioevo ho già detto ma abbiamo anche raffigurazioni dell'Ottocento per i crociati, conventi benedettini del VII secolo illustrati con splendide planimetrie di monasteri cistercensi del XII secolo con tanto di abbazia gotica nonché graziose immagini ottocentesche dei longobardi dove Rosmunda è obbligata a bere dal teschio di suo padre. Inoltre quando arriviano all'Islam raramente manca qualche bella moschea del XIII secolo in tutto il suo splendore - e mi rendo conto anch'io che le moschee del VII secolo non si trovano a tutti gli usci, ma siccome per gli arabi l'alto medioevo non era affatto una dark age penso che qualche immagine un po' più pertinente si possa trovare con facilità chiedendo a qualche esperto del settore.
Ora, a me il medioevo ricostruito dai romantici piace moltissimo (a tratti sospetto che mi piaccia perfino più di quello vero), la Chanson l'ho letta una mezza dozzina di volte e Wagner è il mio musicista preferito senza se e senza ma, però ritengo che, se proprio vuoi insegnare la storia medievale a una giovane mente implume e totalmente digiuna, la strada più valida da percorrere non sia questa: le immagini devono essere coeve al periodo storico di cui si parla e illustrate in modo attendibile, le planimetrie degli edifici devono riguardare edifici del periodo citato e non qualche capolavoro dell'architettura posteriore e le fonti storiche devono essere fonti storiche e non poetiche, venire citate in modo esatto e non lasciate intravedere per speculum in aenigmate; il tutto infine deve essere rapportato alle competenze di un comune mortale di dodici anni che di studi nedievistici non sa nulla e che ha diritto di venire informato a riguardo in modo a lui comprensibile, visto che ha pagato a salatissimo prezzo un manuale di storia.
Per intendersi: divulgare è un conto, raccontare balle è un altro.

La rotta di Roncispalle



Così la chiamava la mia compagna di banco delle medie - o meglio quella che cercavo sempre di avere come compagna di banco, ma i professori esasperati ci dividevano sempre dopo pochissimi giorni, chissà perché. E tutte le volte che i miei cari alunni risvegliano in me immagini di grigliate all'aperto, gatti a nove code, ghigliottine e patiboli vari cerco di ricordarmi com'ero io alle medie e di come nessuno dei miei insegnanti (sia onore alla loro pazienza) mi strozzò, e vedo di portare pazienza in memoria di loro.
E ricordo
- quando chiacchieravo (sempre, sempre, sempre)
- quando mi mettevo a discutere con i professori (abbastanza spesso)
- quando scoppiavo a ridere in piena spiegazione (spesso)
- quando mi drappeggiavo alla beduina con una sciarpa verde durante l'ora di narrativa scatenando irrefrenabili attacchi di ilarità nella classe
- quando sbadigliavo furiosamente perché mi addormentavo sempre tardi (no, non c'era Internet, e nemmeno SMS. Io leggevo)
- quando leggevo i miei amati romanzi durante le ore di lezione (e non sempre era letteratura di altissima qualità...)
- quando non facevo i compiti (spesso, in verità spesso)
- quando non studiavo (soprattutto storia, geografia e scienze)
- quando dimenticavo a casa libri, quaderni, righelli, compassi e quant'altro può essere dimenticato compresa la testa
- quando scambiavo bigliettini (sempre, sempre, sempre)
- quando facevo doppisensi di quelli che solo un adolescente riesce a inventare (spessissimo)
- quando mangiavo di nascosto, così di nascosto che solo un cieco avrebbe potuto non vedermi
- quando mi mettevo a cantare (no, non troppo spesso. Però l'ho fatto)
- quando giocavo a battaglia navale
- quando facevo i cruciverba o i test per scoprire se lui mi amava
- quando pensavo a lui (un'infinità di lui. Spessissimo, si capisce)
- quando prendevo in giro i professori (ed ero pure convinta di farlo a bassa voce)
- quando commentavo (ragazzi, da non crederci quanto commentavo. Ed ero anche convinta di essere spiritosa. Il peggio è che qualche volta lo ero davvero).
E non ero nemmeno l'elemento più pesante della classe. Però pesavo parecchio, devo dire. E avevo pure un certo effetto trascinante sugli altri (che, in verità, non chiedevano di meglio che essere trascinati).

Non ricordo di avere mai avuto un rapporto né una nota sul diario. Anzi, non ricordo che nessuno di noi abbia mai avuto note né rapporti, eppure non eravamo certo meglio di molte classi che mi sono passate tra le mani. Credo che non usasse. So con certezza di avere messo note (e di avere visto mettere note) per motivi per i quali a me non le hanno messe.
Niente note, solo qualche lamentela sul mio comportamento ai colloqui con i professori - e sospetto che non sempre i miei si siano mostrati particolarmente sottomessi a riguardo. Di sicuro, quando tornavano a casa, le parole di fuoco non erano riservate solo a me. Quando le lamentele riguardavano lo studio venivo aspramente rimproverata... beh, diciamo rimproverata. Non in modo molto aspro.
Eravamo una scuola di città, in un quartiere-bene, con molte pretese. Certe materie, notoriamente "non importava studiarle".
Non ricordo veri atti di bullismo ma ricordo un bel po' di cose che ci somigliavano davvero parecchio - compreso un gruppo di maschetti che mi apostrofava con titoli invero tutt'altro che educati. Ricordo anche le mie risposte, e la pessima reputazione di cui godevo presso di loro perché "io rispondevo". Ricordo anche che non mi sarebbe affatto dispiaciuto sprangarli a dovere.

In gita non ascoltavamo la musica con l'I-pod. Cantavamo. Ventotto adolescenti stonati convinti di poter cantare Baglioni e Cochi e Renato (e anche il mazzolin di fiori e l'elefante che si dondolava lungo il filo di una ragnatela). Chi non c'era non conosce il vero significato del verbo stonare, né sa cosa possa essere un mal di testa.
Ricordo Artistica, che ci contava mentre salivamo in pullmann. Arrivata a me si fermò e si voltò verso Matematica "Certo, noi ci preoccupiamo sempre che siano di meno. Ma metti che scopriamo che sono aumentati".
Matematica si mostrò terrorizzata all'idea.
"Ti immagini? Due Murasaki, tre Casini, due Cecchi..."
Matematica si associa all'orrore davanti a sì terrifica prospettiva.
Salii sul pullman immersa in profonda riflessione.

mercoledì 1 aprile 2009

Oculis in manibus

Nella scelta di un libro di geografia è difficile orientarsi. 
Naturalmente è colpa della Moratti (è sempre colpa della Moratti, si sa) - ma non soltanto sua, a volere essere proprio sinceri.
La nostra Perfetta Letizia qualche anno fa avviò una specie di riforma che, tra l'altro, comprendeva anche una revisione del programma di geografia delle medie nella quale venne stabilito che in prima si sarebbe fatta l'Europa fisica, in seconda l'Europa politica e in terza il resto del pianeta. Naturalmente per l'Italia andava mantenuto un occhio di riguardo, ma non era più necessario fare le venti regioni una per una.
Davanti a questo mutamento si sono subito formate due fazioni nettamente contrapposte: da una parte c'ero io che plaudivo senza riserve perché lo studio delle venti regioni d'Italia mi aveva sempre fatto venire il latte alle ginocchia sin da quando le avevo fatte per la prima volta, in qualità di allieva; dall'altra tutto il resto degli insegnanti di Lettere che, altrettanto senza riserve, si trovava una volta tanto in totale accordo nel deprecare tale devastazione nel giovanile sapere.
Gli astuti editori di libri di geografia si uniformarono prontamente ai nuovi dettami ministeriali, com'era del resto loro preciso dovere, ma colsero l'occasione per inaugurare una serie di supplementi e libretti aggiuntivi che permettessero agli insegnanti di mantenere il vero pilastro dell'istruzione giovanile, ovvero lo studio delle regioni. Per l'occasione ogni libro di geografia venne sottoposto a totale e completa ristrutturazione (e ad un congruo aumento di prezzo) e ricostruito in base ai più aggiornati dettami didattici. Ne è venuta fuori una singolare collezione di orrori sempre più complessi, confusi e interattivi che hanno mandato a casa buona parte dei vecchi libri favoriti di tutti noi. Il processo deve essere sfuggito di mano anche agli editori, immagino, perché in fondo nulla gli impediva di fare dei libri validi senza per questo dover rinunciare al prezzo esorbitante.
Comunque sia, io e le mie due colleghe di terza ci siamo imbarcate nell'ardua impresa di scegliere per le future prime testi decorosi su cui le nuove leve di St. Mary Mead avessero la ragionevole possibilità di farsi una decente formazione di base sul nostro disastrato pianeta.
Il compito si presentava difficile perché, come tutte le insegnanti di Lettere, di geografia ne sappiamo il giusto, ma ci siamo comunque immerse nell'immane quantità di volumi in pesantissima carta patinata che i rappresentanti ci hanno rifilato.

"Ho trovato un criterio!" annuncia trionfante una delle due "Scartiamo quelli dove le cartine geografiche sono troppo piccole".
Ci avviciniamo. Effettivamente il testo che stava spulciando presentava carte geografiche degne di un miniaturista. Che in una cultura che ci descrivono sempre come dominata dall'immagine a qualcuno venga in mente di far studiare France e Brasili delle dimensioni di una carta da gioco sembra francamente un po' troppo idiota perfino per un libro scolastico.
"Ah già, questo libro aveva l'atlante allegato"
"Comodo, un occhio sul testo e uno sull'atlante, giusto per semplificare la vita alla gente"
Frugo alla ricerca dell'atlante, che non si presenta granché. In effetti anche quello ha delle cartine piuttosto piccole.
Conveniamo che proprio non è cosa e scartiamo il tutto.
Si tratta di Geoscuola, edito da Giunti insieme al Touring.
Ritorniamo alle nostre postazioni meditando sulle stravaganze di questo mondo. Poco dopo, sfogliando Punti cardinali della Loescher trovo di meglio.
"Qui le cartine non ci sono proprio"  annuncio.
Le colleghe si avvicinano. Sfogliamo e risfogliamo il libro ma no, le cartine non ci sono, tranne quelle dei continenti - ad esempio una pagina per le due Americhe, un'altra pagina per l'Asia. In compenso ci sono delle cartine mute negli esercizi, delle dimensioni di tavolette in avorio da miniature. Con (immagino) una lente di ingrandimento e un pennellino microscopico, i ragazzi ci dovrebbero inserire, stando al pazzo autore degli esercizi, non meno di venti diversi nomi, con un tasso di approssimazione di poche centinaia di chilometri ad andare bene.
Anche questo ha un atlantino a parte, ma anche in quel caso l'atlantino non ha nulla di entusiasmante.
Passo a Geoviaggi, della Mursia Scuola.
"Oh, adesso sì che si ragiona!"
Le carte sono belle e grandi, sia sul libro che sull'atlantino, ben colorate, chiare, facilmente consultabili. Ammiro l'insieme, ammiro gli approfondimenti su latitudine, longitudine, cartografia, le cartine mute...
Arrivo all'Africa. E mi accorgo che c'è qualche problema con la colorazione: l'Africa settentrionale sembra l'Irlanda in una delle sue primavere più rigogliose.
Certo, di solito la pianura viene indicata col verde, ma in caso di deserto i cartografi optano usualmente per un giallino pallido un po' deprimente.
Lì non c'è traccia di giallo. Sahara e Sahel verdeggiano lussureggianti. 
A malincuore scartiamo pure quello. Ci sembra fuorviante, anche se trasmette un'immagine molto verde del nostro pianeta.

domenica 22 marzo 2009

La storia siamo noi - Santa Scolastica e le brioche di Maria Antonietta



Come osserverebbe Eliot se mai si fosse occupato della questione, adottare un libro di storia è un serio affare / non è passatempo per bagnanti discinti
Non so se qualche decennio fa era così complicato. Quando andavo alle medie avevo un bel libro, si chiamava "Il libro Garzanti della Storia", carta non patinata ma rilegatura in tela. A sinistra c'era il testo, a destra immagini, documenti e divagazioni varie. Il testo era piuttosto chiaro, senza troppe complicazioni e la pagina di approfondimento doveva essere fatta piuttosto bene perché mi ricordo che mi divertivo a leggerla e pure a commentarla. Non c'erano esercizi ma c'era una bella cronologia alla fine di ogni capitolo (un'abitudine, purtroppo, che è andata persa in favore di linee del tempo rutilanti, colorate e spesso piuttosto faticose da seguire). Ci lavoravo volentieri e non ricordo di avere mai avuto fraintendimenti: si capiva sempre cosa stava succedendo. Il linguaggio era preciso ma senza grande sfoggio di storichese: nessuno pretendeva che a dodici anni venissi a capo de "la dialettica dei ceti" o mi interessassi alle "istanze corporative che andavano mediate"; quando qualcuno faceva delle riforme, di solito si aveva la gentilezza di informare il lettore di che tipo di riforme si trattasse e lo stesso valeva per le leggi: nessuno mai mi ha sbattuto davanti il Navigation Act senza spiegarmi se era roba che si mangiava o che altro.
"Chiarezza" è una parola che spesso sembra ignota agli autori di manuali di storia per le medie.
I curatori di antologie in compenso sembrano conoscerla fin troppo: qualsiasi brano è riadattato, sminuzzato, premasticato e decorato di note spesso demenziali, togliendo qualsiasi ostacolo alla lettura per le nuove generazioni: si sa che oggi i ragazzi hanno un vocabolario ridotto (ma non sarà certo grazie alle antologie che lo amplieranno, temo).
Gli stessi ragazzi però, arrivati ad aprire il libro di storia, si trovano spesso davanti un testo ostico ai limiti dell'incomprensibile, scritto in una prosa farraginosa e contorta, con ampio sfoggio di vocaboli in storichese stretto. Ci sono l'inumazione e l'incinerazione (laddove io me la sono cavata onorevolmente fino al liceo con sepoltura e cremazione), i privilegi doganali, la sudditanza, gli opifici tessili, la rifeudalizzazione delle campagne, la spinta propulsiva dell'economia e gli inasprimenti fiscali. I re sono talvolta "convinti assertori dell'assolutismo", i banchieri "traggono ingenti guadagni", la posizione della donna è "subordinata rispetto a quella dell'uomo, dal quale dipende senza alcun margine di autonomia", le crisi sono dovute "all'insufficiente sviluppo dell'agricoltura", i mercati "sono ristretti ad ambiti sempre più limitati" e via strologando. 
Davanti a un testo scritto in swahili stretto, l'alunno undicenne può scegliere di tradurre ogni paragrafo, riga per riga, con l'aiuto di un buon vocabolario, impararsi più o meno a memoria il testo, tutto o in parte, o stabilire che la storia gli fa schifo; tale scelta è subordinata alla competenza lessicale dell'alunno e della sua famiglia, alle sue capacità mnemoniche e al suo livello di disponibilità, ostinazione e ambizione. Tradotto in italiano corrente: secondo me molti non studiano storia perché non ci capiscono una sega.
Qualche libro invece è chiaro e discorsivo, TANTO chiaro e discorsivo: ti spiega cosa devi sapere e ti istruisce anche su cosa devi pensare in merito e come devi rapportarlo al mondo contemporaneo. Viene usato un linguaggio semplice e piano (un tantino sciatto, volendo): le istituzioni della Francia prima della rivoluzione, ad esempio, sono arretrate e occorre cambiarle, come l'alunno che ha delle felpe vecchie e logore deve comprarne di nuove (no, non me lo sono inventato). Questa categoria più discorsiva ha un grande amore per un certo tipo di aneddotica: si va da Lucrezia Borgia che finì impiccata (in quanto nota avvelenatrice) ai longobardi che prendono il nome dalle lunghe alabarde a Maria Antonietta che suggeriva di mangiare brioche al posto del pane passando per santa Scolastica, sorella di Benedetto e capostipitessa del monachesimo al femminile. Proprio santa Scolastica sta conoscendo un'ondata di popolarità nei manuali di storia medievale (immagino in onore delle pari opportunità) nei quali un tempo non era nemmeno citata. 
Chi era santa Scolastica? La sorella gemella di Benedetto, il fondatore di Montecassino. La troviamo citata solo in un passo dei Dialoghi attribuiti (non con tanta sicurezza come un tempo, per la verità) a Gregorio Magno e che nessuno ha mai preteso di spacciare per fonte storica. Nella Vita di Benedetto invece non ce n'è traccia e la Chiesa è da tempo mooolto prudente sul fatto che sia mai esistita. Abbiamo un sacco di incisioni e miniature con santa Scolastica, d'accordo, ma, come dire, abbiamo anche le incisioni con il Santo Graal. Che nell'antichità abbiano sinceramente creduto a santa Scolastica non c'è dubbio, ma che con tante notizie assai attendibili i manuali per le medie debbano proprio impuntarsi su qualcosa di abbastanza incerto non mi sembra una gran prova di buonsenso.

Ecco, io delle lunghe alabarde dei longobardi e di santa Scolastica non sento alcuna necessità in un manuale di storia. Non ho niente contro il colore locale, ma lo vorrei un po' piu' attendibile e sono assolutamente contraria a rifilare falsi storici e etimologie à la Isidor de Seville* ai miei amati alunni, presenti e futuri.

*per esempio formica, così chiamata perché fert micas, ovvero porta le briciole. Mah?

La stagione dei rappresentanti



Tra i tanti e raffinati modi con cui la banda di scalzacani al Ministero ha deciso di complicarci la vita quest'anno c'è anche la brillante trovata di farci adottare un mese prima i libri di testo. Questo, tra l'altro, ha voluto dire far iniziare con più di un mese di anticipo la stagione dei rappresentanti, che han cominciato ad approdare a stormi su di noi già ai primi di Febbraio, sorridenti, gentilissimi e con il loro tradizionale repertorio di imbonitori.
Mi infastidiscono. Faccio parte di quella fetta di umanità che scansa i commessi nei negozi e si allontana dai banchi del mercato se le rivolgono la parola troppo presto. Il mio negozio ideale da sempre è la libreria di libri usati, dove puoi scartabellare per ore senza che il libraio, intento a leggere o a fare parole crociate, ti rivolga la parola.
Quest'anno ho una terza, e loro lo sanno benissimo. Piombano come falchi sulla preda, ti circuiscono, ti corteggiano, ti assediano... e soprattutto non ti stanno mai a sentire. Hanno il loro repertorio e ti tocca ascoltarlo tutto, dalla prima parola all'ultima parola. Non conoscono la scuola, non conoscono la didattica, ma conoscono la psicologia da marketing. E ti lasciano un sacco di omaggi.
Ecco, quello che mi ha sempre sbalordito negli omaggi degli editori è la loro sostanziale inutilità. Certo, in fondo è inutile anche il campioncino di J'adore che ti danno in profumeria, ma se porti un profumo per una serata, dopo hai le idee più chiare di quando te lo sei spruzzato dal tester nel negozio, magari con altri due o tre. Un libro di geografia però non lo puoi adottare per una settimana, e invece è proprio quel che servirebbe, perché scorrerlo a casa non è la stessa cosa che lavorarci con la classe, proprio no.
Ma veniamo agli omaggi.
Prima di tutto ci sono "i libri dell'insegnante", ovvero copie speciali dei libri da adottare il cui grande pregio in generale è contenere "le soluzioni degli esercizi" (e qui sorge spontanea la grande domanda se sia davvero didatticamente accorto rifilare a un alunno un esercizio di cui devi consultare da qualche parte la soluzione perché da solo non ci arrivi) e le istruzioni didattiche per usare il libro in classe: gli fai osservare questo, gli sottolinei quello... In tutta sincerità, l'impressione generale è che si tratti di suggerimenti piuttosto scontati.
Spesso c'è anche un bel quadernone ad anelli con copertina plastificata e scintillante che contiene "schede aggiuntive" e viene presentato come un gadget di gran lusso riservato ai pochi eletti che effettivamente adotteranno il libro cui fa riferimento (quelli a volte sono fatti molto bene e possono servire, specie gli eserciziari di grammatica, di cui, per quanti siano, non c'è mai sovrabbondanza). Per italiano abbondano i volumetti di alfabetizzazione per stranieri (non so di quanta utilità, visto che non ci ho mai lavorato, ma di solito non danno un impressione entusiasmante), cartelline con prove di ingresso e verifiche sommative e formative (a volte fatte bene a volte no, dipende). Qualche agenda, che a scuola non scomoda mai. CD ROM in quantità, anche se provi a spiegargli che la situazion informatica della scuola è tale che un CD ROM ti serve quanto un idromassaggio in cucina.
Ci sono anche omaggi più seri (per Lettere si arriva ad atlanti, dizionari e carte geografiche).
L'omaggio più consueto sono i libri stessi: l'insegnante deve solo chiedere e verrà prontamente caricato di pesantissimi e costosissimi libri. Spesso viene caricato anche se non chiede, o prova a rifiutare. Per settimane arrivano pacchi non richiesti, e la sala professori sprofonda sotto il peso di immani pile di libri. Di solito provo ad assicurare che mi va benissimo consultare la copia che lasciano a qualche collega, ma tutti sembrano convinti che arda dal desiderio di avere la MIA copia personale, da portare a casa.
Non è così. Libri scolastici in casa non ne tengo e non ne ho mai tenuti dal tempo in cui a scuola stavo dall'altra parte della barricata, in qualità di studente, con l'eccezione di un paio di grammatiche (scrivo "un paio" e intendo veramente "un paio", cioè due). Trovo che occupino troppo spazio. Caso mai mi servisse guardare un testo che non è quello che ho in adozione, c'è la biblioteca della scuola che rigurgita di libri di testo lasciati dagli editori.
La maggior parte degli insegnanti di lettere, lo so, tiene a casa interi scaffali di libri, che ogni volta che li guardo danno l'aria di essere assolutamente intonsi. Tutti mi giurano che li adoperano moltissimo e immagino che sia vero.
Sta di fatto che, almeno a St. Mary Mead, la mia abitudine di visionare i libri a scuola, nella bella e luminosa Sala Professori, presenta qualche inconveniente perché in più di un caso i libri sono spariti prima che potessi guardarli. L'ultimo caso è stato il terzo volume del manuale di storia che ho quasi deciso di adottare. E siccome una guardatina al terzo volume costuma darla, stamani ero al telefono a piagolare che me lo mandassero al più presto, per carità, perché quello che mi avevano lasciato era scomparso.
Ovviamente tale ignobile scena l'ho dovuta fare con l'unico rappresentante che, con un po' di rispetto per l'Amazzonia, aveva tentato di lasciare una sola copia dei volumi. Che poi a fare le adozioni per le future prime siamo tre terze, non venticinque, e una copia per tre insegnanti mi pare abbastanza ragionevole.
No, la Cleptomane stavolta sembra innocente - anche perché una delle sparizioni avvenne durante una delle sue non rare assenze. Sì, ho una mia personale rosa di sospetti con una Sospetta Major, con la quale mi sono ben guardata dall'addivenire ad una spiegazione concreta, in base al principio che "gli insegnanti di Lettere non vanno MAI contraddetti apertamente".
Com'è noto, siamo pericolosi...

mercoledì 18 marzo 2009

L'amico ritrovato - 2


Nel settimo capitolo Hans racconta di come non gli passasse nemmeno per la testa l'idea di parlare di problemi esistenziali con i genitori - e, se per questo, nemmeno di parlare dei suoi genitori con Konradin. I suoi genitori "appartenevano a un altro mondo - ne eravamo certi - e non ci avrebbero capiti o si sarebbero rifiutati di prenderci sul serio".
Ricordando di come per me e le mie amiche era esattamente lo stesso, interrompo chi legge e faccio un breve commento sul fatto che probabilmente la mia è stata l'ultima generazione che ha visto questo stacco, e oggi il rapporto con i genitori è molto più aperto...
"No!" dice il Teppista in tono che non ammette repliche.
Beh, mi dico, lui ha una storia familiare un po' particolare, e poi la sua è una famiglia più tradizionale...
Intorno a lui i compagni annuiscono e appoggiano il suo punto di vista con brevi commenti. Nessuno di loro sembra consapevole di appartenere a una generazione che ha ormai visto cadere le tradizionali barriere dei ruoli in famiglia, dove i figli non sono più figli ma amici e i genitori non hanno più la passata autorevolezza e distanza...
Mormoro qualcosa del tipo "Scusate, credevo..." e riscuoto di nuovo una serie di lapidari negazioni.
Riprendo la lettura. Ma, come Penelope, pur tacendo prudente medito nel mio cuore la parola altrui.
Del resto, si sa che le cose non sono mai semplici come le mettono i sociologi quando scrivono un articolo di tre colonne per qualche settimanale.

mercoledì 11 marzo 2009

Perché i nostri amati allievi scrivono così male? - Ipotesi 1



Islam: una cultura dalle mille faccie (molto belle, di solito - in particolare quelle architettoniche)


La cronaca che vado a narrare risale a una supplenza breve fatta nel 2003 in una scuola "abbastanza-bene" di Firenze - cioè la scuola di un quartiere piuttosto benestante, utenza medio-alta, qualche straniero ma non allo stato brado, famiglie ben presenti, ragazzi abbastanza disciplinati e ragionevolmente disponibili allo studio.
Era in corso un'epidemia di influenza e feci diverse sostituzioni. Una mattina, in una cosiddetta ora buca, finii in una seconda. Loro facevano un po' di esercizi di matematica, io preparavo la lezione di storia per la mia classe. 
Ad un certo punto alzo gli occhi e mi guardo intorno. Sulla parete davanti a me, alcuni cartelloni che guardo distrattamente. Poi vedo quello centrale che titola:
"ISLAM: UNA CULTURA DALLE MILLE FACCIE".
Ora, niente di male se un ragazzo sbaglia, in fondo sono qui per imparare. Lo si rampogna con garbo, si prende un altro cartellone e si ha cura che i titoli vengano redatti in modo ortograficamente ortodosso. Però devi accorgerti che c'è un errore.
Tra l'altro un cartellone del genere si fa per storia o per geografia, entrambe materie insegnate da un docente (glom) di italiano. Qualche blanda domandina in seguito ad un approccio dei ragazzi mi permette di appurare che l'insegnante di italiano in questione ha diversi anni più di me.
Mi immergo in profonda meditazione.
All'ora successiva sono libera davvero, così ne approfitto per fare il verbale del consiglio di classe di due giorni prima: in quella scuola (come in tutte le scuole di Firenze dove ho lavorato) il coordinatore faceva anche da segretario e per le seconde era quasi sempre l'insegnante di lettere; nella fattispecie, era l'insegnante che sostituivo.
Prendo l'apposito registro e il foglio degli appunti, poi do una scorsa ai verbali precedenti per vedere come vengono fatti di solito. 
"Vengono dunque elaborate le fascie".
Rileggo con attenzione. Sono fascie, senza dubbio. Non quelle per bendare i feriti ma quelle in cui di solito vengono suddivisi gli alunni di una classe, a seconda del rendimento.
Anche la collega che sostituivo aveva diversi anni piu'  di me, e aveva compiuto i suoi studi molto prima del Perfido Sessantotto notoriamente responsabile di ogni male nella scuola - proprio come l'altra collega, quella delle mille faccie dell'Islam. Entrambe queste signore hanno raccattato una laurea in Lettere e insegnavano da decenni.
Quel giorno in me iniziò ad insinuarsi il dubbio che, forse, anche la gloriosa scuola del passato qualche suo piccolo problemino a volte lo avesse.
Alcune culture hanno mille faccie. Altre, a quel che sembra, ne hanno una sola - che è bene coprire con un burqa di quelli molto, molto spessi.