Il mio blog preferito

giovedì 18 dicembre 2008

Memorie di una bambina quasi perbene


Questo è il brano  (rigorosamente autobiografico) con cui ho partecipato al gigantesco Amarcord scolastico organizzato e ospitato da Flaviablog
Lei lo ha ornato con un pezzetto di alfabetiere all'incirca di quegli anni (ha una collezione di illustrazioni di vecchi libri di scuola che tutti lì le invidiamo profondamente). Io invece ho ripescato quello che già all'epoca era una delle mie letture preferite: i Peanuts, e in particolare il giovanissimo Linus quando si innamora perdutamente della sua prima insegnante, miss Othmar. Del resto anch'io ho molto amato la prima maestra, mentre la seconda mi dava l'orticaria. E in effetti uno dei Grandi Inconvenienti del Maestro Unico è proprio questo: come vivi la scuola, se il tuo Unico Punto di Riferimento ti fa venire il latte alle ginocchia?


La mia scuola elementare era enorme: un bell’edificio del ventennio costruito senza risparmio, con grandi finestre, grandi corridoi in  marmo lunghi più di novanta metri, grandi aule luminose e un grande giardino dove non abbiamo mai giocato perché “potevamo farci male”.
Era un bene che tutto fosse grande, perché erano grandi anche i numeri. Erano gli anni sessanta, in pieno boom demografico, e quando facevo la terza abbiamo passato i duemila iscritti, con sette sezioni maschili e sette femminili (siamo stati l’ultima scuola di Firenze a tenere separati maschi e femmine). Ogni classe passava i trenta alunni; nella mia eravamo trentatré bambine.
Anche i grembiulini erano divisi per sesso: angelicamente bianche noi, neri come corvi i maschi. A ricreazione i maestri ci mettevano in fila per due: lunghi cortei di angiolette bianche e di corvi neri scivolavano in corridoio senza accalcarsi. Era molto raro che due classi entrassero in contatto per qualche attività comune - in effetti era molto raro che facessimo qualsiasi cosa che non fosse stare in classe a fare lezione. 
Il nostro era un quartiere ricco, di professionisti e funzionari. Fiumi di madri ben impellicciate e ingioiellate venivano ogni giorno a prenderci all’uscita, causando immani ingorghi. Quelle poche che non avevano pellicce né gioielli né una villetta di lusso dove  riportare la prole al termine delle fatiche scolastiche immagino dovessero sentirsi un po’ a disagio. 
In classe mia c’era una bambina quasi povera (o forse povera per davvero, non lo so) con qualcosa di diverso dalle altre. Le più informate ne accennavano sussurrando ma, sospetto, senza avere le idee molto chiare in proposito. Ancor meno avevo le idee chiare io, ma vedevo bene che non era del nostro mondo e, come le altre, la tenevo anch’io un po’ a distanza, ma senza grande convinzione. Sparì dopo la seconda, non so se perché bocciata o trasferita o che altro.
Mia madre non aveva pellicce né gioielli, e in casa avevo assorbito la vaga convinzione che pelliccia e gioielli fossero un tantino out. Ai miei occhi lei era qualche gradino sopra le altre madri perché lavorava; guarda caso lavorava appunto nella mia scuola, dove insegnava alla Classe Differenziale, ovvero il piccolo ghetto in fondo al corridoio dove stavano i mongoloidi (era il nome ufficiale, all’epoca) che avevano orari sfalsati rispetto ai nostri per non turbare con la loro spiacevole vista la nostra infanzia normale.
Ero figlia di un’insegnante e la scuola per me era cosa nota, perciò non soffrii particolari traumi il primo giorno e non mi capacitavo che tante compagne si sciogliessero in lacrime come se le avessero portate al mattatoio. A parte la notevole seccatura di alzarmi presto la mattina la scuola anzi non mi dispiaceva, perché non avevo nessuna difficoltà a capire quel che mi spiegavano e neanche a metterlo in pratica: avevo una bella lettura espressiva, calcolavo in fretta e bene, mandavo a memoria senza sforzo lunghe poesie, scrivevo...
Ecco, scrivevo, o almeno ci provavo. L’ortografia non era un problema per me, ma la forma delle lettere sì: mi venivano proprio malandate. E i miei quaderni erano pasticciati. Tutte le mie compagne, senza eccezioni, erano infinitamente più ordinate e precise di me. 
Per esempio il grembiule. Entravamo in classe ogni giorno con il grembiulino immacolato, ma il grembiulino delle altre era immacolato anche all’uscita, e restava immacolato per tutta la settimana, mentre il mio, dopo una sola mattinata, era un campo di battaglia dove ogni pennarello che avevo sfiorato aveva lasciato tracce evidentissime, per tacere delle penne a sfera che in mano mia versavano regolarmente fiumi di inchiostro per ogni dove, neanche fossero state stilografiche. Ogni pomeriggio, per cinque anni, mia madre lavò un grembiule e ogni sera lo stirò per consegnarmelo immacolato la mattina seguente e ricominciare imperterrita la stessa trafila all’indomani senza lamentarsi (quasi) mai.
Anche i miei quaderni sembravano campi di battaglia. Quelli delle mie compagne erano squisitamente rileccati e ornati di splendide cornicine intorno agli esercizi (autentici capolavori in cui fiori, frutta, casette e raffinati motivi geometrici colorati con gusto incorniciavano  esercizi impeccabilmente ordinati), mentre i miei erano logori, macchiati e ornati al più di scialbe sfilate di quadratini o crocette - di più proprio non mi riusciva fare, e giuro che ci ho provato.  
La mia mortificazione era grande. Mi disapprovavo per il mio gran disordine, mi disapprovavo profondamente, ma non sapevo che farci. Vedevo però che miglioravo col tempo: passai un pomeriggio, agli inizi della seconda, cancellando quel che avevo scritto (a lapis) sui quaderni di prima e riscrivendolo nella mia assai più ordinata scrittura di un anno dopo; quando se ne accorse, mia madre quasi si strappò i capelli, anche se io non riuscivo a capire il motivo: non vedeva com’era tutto molto più leggibile? 
Solo col passare degli anni ho compreso il valore che un quaderno pasticciato (ma originale) può avere agli occhi di una madre.

All’università ritrovai la più ordinata delle mie compagne, quella i cui quaderni, ricchi di splendide cornicine, erano regolarmente mostrati a esempio a tutta la classe. Aveva una scrittura rozza ai limiti dell’incomprensibile. 
Dal canto mio, col tempo e la pazienza,  avevo sviluppato una grafia un po’ scialba ma molto facile da leggere.

domenica 14 dicembre 2008

Correzioni in rosso. Davvero io non mi credea...




Saltellando per la rete, guarda un po' cosa trovo qui:


Australia, bandite le correzioni con la penna rossa, troppo stress per gli studenti

Il rosso è considerato un colore che stimola la violenza e amplifica il disagio psicologico

SYDNEY (AUSTRALIA) - Niente penna rossa per i ragazzini australiani: nelle nuove policies decise dal Ministro della Salute Stephen Robertson, c’è anche una raccomandazione specifica sulla necessità di evitare la penna rossa per sottolineare gli errori. In particolare nel Good Mental Health Rocks kit, destinato a 30 scuole dello stato del Queensland e finalizzato a smorzare il disagio sociale e l’aggressività nei giovanissimi, si offre ai docenti una serie di strumenti e consigli per migliorare lo stato psicologico degli allievi e si bandisce la penna di color rosso, considerato un colore che stimola la violenza e amplifica lo stress.
(...)
LA PENNA ROSSA - Addio alla maestra della penna rossa di deamicisiana memoria, dunque. Del resto nelle scuole, e anche in quelle italiane, da tempo la penna rossa non è più l’unico strumento per correggere o sottolineare un errore. Spesso viene sostituita, a piacimento degli insegnanti, anche con altri colori e l’atteggiamento generico è quello di prescindere dallo strumento di segnalazione, evitando le caratterizzazioni. (...)

Insomma, sia io che Laprof che Lanoisette siamo in realtà inserite in un'illustre (e variegata!) tradizione.
Anche se io, per la verità, quando stavo dall'altra parte della barricata, facevo molto più caso al voto che al colore eventualmente stressante delle correzioni (che, se in rosso, mi rammentavano comunque il sol dell'avvenire)

sabato 13 dicembre 2008

Alla faccia del Minotauro



Quel che segue è un coraggioso quanto modesto tentativo di riepilogare la situazione invero un po' confusa in cui si trova al momento la scuola di ogni ordine e grado. Dubito di venire a capo di qualcosa, ma visto che il tempo è mio posso sprecarne quanto ne voglio, e al momento il Minotauro è a letto con un'aspirina per il mal di testa, proprio nella stanza al centro del labirinto, mentre Escher lavora a una revisione complessiva della struttura.
E dunque:

In principio erano i torsoli di cavolo. La classe insegnante non godeva di gran reputazione ormai da tempo, ma con l'arrivo dell'ultimo governo già ad inizio estate si aprì la caccia alle streghe. I soliti editorialisti del Corriere della Sera (Panebianco, Giavazzi e via dicendo), persone che della scuola sapevano solo qualcosa per sentito dire e che, appunto, dicevano quel che gli veniva richiesto di dire, cominciarono a spiegare che la scuola di ogni ordine e grado in Italia faceva schifo, pena, ribrezzo e pietà, soprattutto per colpa dell'inadeguatezza del corpo docente.
Avevamo già avuto una serie di categorie responsabili di tutti i mali d'Italia (le ultime erano state politici, preti pedofili, romeni e rom), e gli insegnanti ai aggiunsero alla lista conoscendo così il loro momento di gloria e oscurando temporaneamente le altre, e meno male, perché di preti pedofili e di rom pervertiti non se ne poteva veramente più; ma del resto era noto a tutti che gli insegnanti erano una vil razza dannata che faceva senso financo al cassonetto della raccolta indifferenziata.
Si passa quindi a parlare di reclutamento docenti: i vecchi metodi chiaramente non andavano bene (bastava vedere che stuolo di pantegane erano serviti a reclutare), qualcuno ritira fuori la chiamata diretta del dirigente scolastico, la Aprea presenta un disegno di legge a riguardo, si parla di un farraginoso progetto di conferma biennale degli incarichi... e improvvisamente la SISS viene abolita, dopo otto anni che "questo è l'ultimo ciclo". Sì, proprio la SISS, il glorioso vivaio di una nuova Razza Eletta di Insegnanti. Si scopre che non va bene. Capirete che a quel punto uno smette anche di preoccuparsi del disegno di legge Aprea perché gli entra il sospetto che Aprea, da sempre angelo tutelare delle SISS, nei nuovi equilibri non conti più molto.
Arriva Agosto e, dopo un po' di chiacchiere senza costrutto su grembiulini e divise scolastiche, Bossi prima e Tremonti poi cominciano a invocare il Maestro Unico, che nel giro di due settimane viene istituito con un decreto legge che avrebbe dovuto in teoria occuparsi di grembiulini e di chiamate dirette del Dirigente ma che a sorpresa rimette invece in vigore i voti a elementari e medie.
Cominciano a circolare voci e tabelle fantasma (mai confermate, mai smentite) su un cambiamento dei quadri orari delle superiori e sull'accorpamento delle classi di concorso; quest'ultimo in particolare si porta dietro una ridda di voci incontrollabili e incontrollate: aboliranno Tecnologia, no, la farà Matematica, al contrario, sarà Tecnologia a fare Matematica, mentre Geografia farà anche Diritto Amministrativo e Giardinaggio, Inglese diminuisce, sparisce la seconda lingua, la seconda lingua avrà più ore di Inglese, toglieranno Latino allo scientifico, toglieranno Artistica e Musica dalle medie, toglieranno Matematica allo scientifico, toglieranno Inglese dal linguistico, Italiano dal liceo classico e Informatica dai tecnici...
In mezzo a quest'immane casino l'anno scolastico inizia. Salgono le proteste. I newsgroup e i forum sulla scuola sono invasi da una serie di Postatori, diciamo così, Professionisti e fortemente simpatizzanti con il governo in carica, che invitano a salutare il Nuovo che Avanza e diffondono una serie di voci su:
- l'inutilità delle compresenze alle elementari, che servono solo a far fumare insieme tre maestre per volta
- l'inutilità delle compresenze in generale
- l'inutilità delle mense, messe lì solo perché i genitori vedono la scuola come un parcheggio
- l'inutilità dei precari, che sono lì solo per ostinazione personale e non perché la scuola li recluta anno dopo anno
- l'incompetenza e la totale ignoranza degli insegnanti tutti
- l'inutilità di tecnologia, latino, informatica, storia, matematica, inglese e via dicendo
- l'inutilità dei tempo pieno
- l'inutilità del fare sciopero
- l'inutilità di un referendum sulla legge Gelmini per abolire il maestro unico
- l'inutilità del PD (che con le proteste contro la Gelmini c'entra ben poco)
- l'inutilità dei moduli, nati al solo scopo di collocare personale in eccedenza
- le Gravi Colpe del 68 (di cui ormai ricorre il quarantennio)
e via farneticando.
Questi Professionisti continuano poi a parlare dei nuovi quadri orari di elementari, medie e superiori e dell'accorpamento delle classi di concorso assicurando che i regolamenti attuativi sono pronti, prontissimi, ormai fatti e limati - ma nessuno ne riesce a vedere nemmeno l'ombra, ci sono solo le tabelle non confermate e non smentite.
Contemporaneamente si vocifera di un blocco dei trasferimenti, subito smentito dai Postatori Professionisti (ma non dal Ministero) e mai confermato da alcuno. I latinisti insorgono, gli insegnanti di matematica insorgono, i maestri insorgono... e dopo un po' insorgono anche genitori e studenti.
Il governo spiega (e i Postatori Professionisti spiegano) che la protesta non esiste, che la protesta è figlia del Comunismo e del Sessantotto, che la protesta contro la Riforma Gelmini è responsabile financo dell'effetto serra, che la protesta è montata ad arte dalla sinistra; quanto alla sinistra, completamente spiazzata, borbotta qualche mezza frase cercano di capire quel che succede (senza peraltro riuscirci).
Nondimeno, tutti continuano a protestare.
Nel frattempo i fantomatici regolamenti attuativi sono sempre più pronti a comparire da un giorno all'altro e le Regioni vengono minacciate di commissariamento se non improvvisano in fretta e furia un bel piano di tagli (col risultato che cominciano a protestare pure loro).
Nelle scuole si avvia il complesso rituale dell'Orientamento, dove gli istituti superiori presentano ai ragazzi delle medie la loro Offerta Formativa spiegando che, per quanto ne sanno loro, non è ancora cambiato nulla, e dove le scuole medie e le scuole elementari presentano a loro volta ai genitori la loro Offerta Formativa spiegando a loro volta che, a quanto ne sanno, non è ancora cambiato nulla. I genitori sono di malumore, gli insegnanti pure. Gli studenti invece colgono l'attimo e si danno con grande impegno ad occupare le scuole. Alcuni si lamentano perché così facendo gli studenti si mostrano scioperati e nullafacenti, mentre ai loro tempi sì che ai giovani piaceva studiare e farsi il culo sui libri, invece di perdere il tempo con certe stupidaggini.
La Commissione Cultura dichiara che il piano Gelmini va bene, purché se ne rifaccia una buona parte.
Altri vari organi e commissioni dichiarano che il piano Gelmini fa schifo a meno che non ne venga rifatta gran parte.
I sindacati protestano, per lo più a frasi fatte.
La Litizzetto percula il ministro Gelmini con notevole abilità. Ruini, inspiegabilmente, tace (che è sicuramente una cosa insolita).
Svariate associazioni cattoliche si mostrano molto di malumore, e non solo perché i contributi alle scuole paritarie sembrano scomparsi (ad un certo punto i contributi riappaiono, ma le associazioni cattoliche continuano a dare segni di malumore).
Confindustria è favorevole alla Riforma Gelmini ma ha idee ben precise su come vanno strutturati i piani di studio delle superiori - non è dato sapere quali siano, ma pare che non vadano bene, forse perché non si conciliano con i tagli.
Tremonti smette di intervenire perché nel frattempo una crisi di dimensioni epocali ha travolto l'economia mondiale e lui è costretto a concentrarsi sul suo dicastero - intendo dire, sul suo dicastero più importante, lasciando al ministro Gelmini il compito di occuparsi del MIUR, alias Ministero Istruzione, Università e Ricerca.
Vengono rimandate le iscrizioni, per permettere ai decreti attuativi di uscire.
Vengono rimandati i decreti attuativi (che però sono pronti, prontissimi).
Viene spiegato che il Maestro Unico ci sarà solo su richiesta.
Viene spiegato che ormai c'è solo il Maestro Unico, e le eventuali ore in più (comprese quelle del tempo pieno) sono lì per decorazione.
Non viene spiegato assolutamente nulla per le medie se non che la riduzione dell'orario fa sì che da 29 ore si passi a 30 (ma non si sa quale sarà la trentesima ora). Nondimeno gli insegnanti delle medie sono perplessi, né più né meno di tutti i loro colleghi di ogni ordine e grado.

Stamani, dopo il "ritiro della riforma Gelmini" (che non si è mai capito in cosa consistesse) e la dichiarazione che ormai alle elementari c'è solo il maestro unico, i siti dedicati alla scuola offrivano interessanti riflessioni: qualcuno sosteneva che non era affatto vero che la Riforma Gelmini era stata sconfitta, era solo andata a rifarsi il trucco; altri che i cambiamenti che tale Riforma avrebbe subito (cambiamenti rispetto a che?) erano dovuti non all'opposizione comunista e sessantottina, bensì all'opposizione che cotale riforma avrebbe incontrato anche tra i sostenitori dell'attuale governo. Altri ancora dichiaravano di ritenere il rinvio della riforma delle superiori un'abile finta: infatti, dirottando l'attenzione sulle superiori, di cui in realtà non aveva intenzione di occuparsi, la Gelmini era riuscita a fare il colpo che meditava alle elementari. Qualcuno inoltre si domandava, caso mai i tagli per quest'anno non fossero riusciti a partire (e a questo punto farli partire non sembra una cosa semplicissima) che ne sarebbe stato della Finanziaria e dell'Italico Bilancio.
Da brava italiana io amo molto la dietrologia, e sono pronta a vedere ovunque oscuri complotti; e tuttora sono convinta che la Caccia al'Insegnante Fanullone avviata all'inizio dell'estate fosse il preludio di un'abile manovra volta a sforbiciare la scuola senza pietà rendendo "la gente" del tutto incurante delle proteste dei docenti. Ma mi sembra chiaro, a questo punto, che la protesta dei genitori e delle Regioni non era stata messa in conto dal governo, così come ci si è rifiutati di considerare i tempi piuttosto lunghi che ogni legge sulla scuola richiede per entrare in vigore (dovuti principalmente al fatto che la Scuola, essendo un organismo piuttosto grosso, non può avere particolari doti di agilità quando si muove); soprattutto, si è partiti con la stravagante idea di riformare qualcosa di cui, per partito preso, ci si rifiutava di cercar di capire il funzionamento. Questo, secondo me, è stato il vero ostacolo e questa è la secca principale in cui la barca rischia di incagliarsi qualora, per avventura, riuscisse in qualche modo a partire.

Il tutto nella fiduciosa attesa dei Decreti Attuativi (che sono ormai pronti).

venerdì 12 dicembre 2008

Colloqui con i genitori (l'usata seccatura, i soliti sospiri)



E venne il giorno del Gran Ricevimento. A St. Mary Mead ogni anno la Dirigenza trova qualche sistema cretino per complicarlo (quest'anno una nuova complessa regola su come e quando segnarsi) senza mai farsi sfiorare dal sospetto che, forse, chissà, può anche essere che i tanto esecrati genitori - senza i quali, ricordiamolo, saremmo tutti a fare qualche altro lavoro per carenza di materia prima - magari potrebbero averci qualcosa da fare durante il pomeriggio.

Ho una classe composta di ragazzi equilibrati e di buon senso; guarda caso, anche la maggior parte dei loro genitori sono equilibrati e di buon senso, e la maggioranza provvede a tenere in riga i pochi che dirazzerebbero (più o meno come avviene in classe).
Non tutti i miei colleghi godono della stessa notevole fortuna: per quanto si cerchi di fare le classi con criterio, c'è sempre almeno una Classe Esasperante ogni anno.
I miei colloqui si snodano tranquilli: i ragazzi si impegnano (abbastanza), migliorano (abbastanza), vanno in crisi (abbastanza); parliamo della scelta delle superiori, della paura e del desiderio di lasciare il paesello natio, delle apprensioni materne e paterne e via dicendo. Mi sembra che nel complesso genitori e figli abbiano le idee chiare e abbiano fatto una scelta ponderata e di buon accordo.
Poi arrivano i genitori della Cerbiatta. In due. E si svolge una lunga disamina sul non nuovissimo tema "Pole la nostra figliola sostenere lo gran trauma e la difficultade di un Liceo Classico?".
Siccome è quarta variante sul tema che affronto con loro nel giro di un anno, senza contare le tre che ho sostenuto con la Cerbiatta in persona e in aggiunta a quella che ha sostenuto la mia collega a "Le scuole si presentano", gli estremi per invocare le palle rosse e gialle dell'inno goliardico ci sarebbero tutti. Invece con un bel sorriso liscio, rassicuro, sviolino, ungo...
Dopo un'eternità e mezza se ne vanno (spero non ad iscriverla al paritario). Ignoro se sono davvero riuscita a rassicurarli, perché ci sono imprese davanti alle quali si può solo tentare, con umiltà e perseveranza.
Ed entra una madre sconosciuta, che si presenta dandomi un nome ancor più sconosciuto della sua faccia. Alla fine risulta che la figlia partecipa al mio laboratorio di cineforum.
A volte i genitori vanno anche dagli insegnanti che gli fanno i laboratori. A St. Mary Mead succede piuttosto di rado, ma a volte succede. In quei casi si fanno due parole in croce e la cosa finisce lì - di solito è soprattutto un modo indiretto che il ragazzo usa per segnalare all'insegnante che il laboratorio gli piace: il genitore fa un po' di sviolinate su quanto è bello il laboratorio, l'insegnante fa un po' di sviolinate su quanto è bravo e interessato il ragazzo, poi un bel sorriso e basta così.
Questo è un caso diverso: la madre è lì per restare, e non intende fare prigionieri. Nel corso di una lunga chiacchierata mi informa:
1) che alle elementari sua figlia andava tanto bene, poi improvvisamente alle medie è passata al sufficiente, massimo sufficiente più. Mistero (e lì mi guarda fisso. Io la guardo fissa senza ribattere, mentre mi domando dove vuole andare a parare. Possibile che davvero speri che mi metta a criticare i voti dei colleghi su una ragazza che ho visto sedici ore in vita mia? Ma sì che è possibile. Non c'è limite né confine alle speranze dissennate che può nutrire un genitore)
2) che sua figlia per fortuna era rimasta fuori dalle tempeste ormonali che avevano travolto le sue compagne di classe (del resto, le tempeste ormonali travolgono. Che altro possono mai fare? Mica ti vengono le mestruazioni, oggigiorno, sei travolta da una tempesta ormonale)
3) che parimenti la figlia è rimasta estranea a tutta quell'aggressività che c'è oggi tra i giovani (e meno male che almeno la figlia è estranea, con la madre che si ritrova)
4) che lei non l'ha cresciuta con la morale dell'avere ma dell'essere
5) che non le compra capi firmati. Lei, le firme, non le paga!
6) che non manda sua figlia a passeggio con le compagne senza meta per il paese, perché non le piace che perda tempo.
"Non è mai tempo perso a quell'età" intervengo, commossa all'idea di quella povera ragazza che non può nemmeno andare a fare due passi per St. Mary Mead se non ha una meta (chissà se anche la madre non va mai a passeggio senza meta? In effetti è in vistoso sovrappeso).
Nossignori, insiste la madre, devono avere una meta.
Dunque la signora critica la cultura dell'avere ma dà grande importanza alle firme (rifiutandole) e ritiene che qualunque cosa vada fatta solo se c'è uno scopo ben preciso. Quale sia però lo scopo ben preciso con cui è venuta da me non è chiaro.
La signora continua a chiacchierare (con una bella fila di genitori della mia legittima terza fuori ad aspettare che abbia finito di spiegarmi che buona educatrice ella è) e io sono ormai chiusa in un dignitoso silenzio sperando che si levi infine dai piedi.
Lei però, prima di farlo, mi propone Antarctica per il cineforum. Incautamente ne chiedo la trama. Me la racconta, decantandomi la grande bontà del cane che non cerca di vendicarsi dell'uomo che lo ha abbandonato. L'indignazione mi toglie la parola.
Sul serio si aspetta che utilizzi il tempo del mio prezioso cineforum per rifilare a quei poveri ragazzi la storia di quindici cani abbandonati incatenati tra loro da una spedizione polare e morti quasi tutti di stenti? Per giunta romanzata e ricreata da un soggettista sadico e recitata dal vero con quindici nuovi cani tormentati sotto l'occhio della telecamera?
Sì, credo che sul serio se lo aspetti.
Scopro il giorno dopo che ha lasciato una lettera di protesta al Vicepreside per come era organizzato il ricevimento e ha raccontato di "aver denunciato il Preside al Provveditorato".

La figlia, al momento, sembra normale. Ma, certo, sta portando un bel peso.

...e quello della dea Volpe


Alla scuola di St. Mary Mead il culto della dea Volpe è stato abbastanza trascurato, di recente.
Dunque, oggi la CGIL ha indetto uno sciopero generale, e con lei l'hanno indetto anche alcuni sindacati scolastici.
Il nostro astutissimo VicePreside ha fatto, come la volta scorsa, la solita circolare dove "prega gli insegnanti di voler informare se intendono aderire etc.", ovvero la formula cui ricorre sempre la dirigenza per sapere se gli insegnanti sciopereranno. Di norma gli insegnanti dichiarano apertamente le loro intenzioni, ma in questo periodo a St. Mary Mead i nostri rapporti con le alte sfere non sono dei migliori. Inoltre, di solito, la dirigenza divide il foglio in tre colonne (sì, no, mi avvalgo della facoltà di non rispondere) e l'insegnante può scegliere se rispondere o no.
Il nostro astutissimo VicePreside invece mette solo le colonne "Sì" e "No", contando in tal modo di costringerci a prendere posizione. Il fatto che molti avessero firmato di traverso alle due colonne Per Presa Visione non lo ha colpito più di tanto perché in cuor suo aveva stabilito che lo sciopero di oggi non lo avrebbe fatto quasi nessuno - anche se non siamo riusciti a capire da dove avesse tirato fuori questa convinzione, dato che non aveva chiesto in giro (viene però l'atroce sospetto che abbia stabilito che nessuno lo faceva perché non lo faceva lui. Per quel che abbiamo capito del suo carattere, ci potrebbe anche stare).
Sta di fatto che i ragazzi hanno ricevuto una circolare che avvisava che ci sarebbero potuti essere dei problemi con i pulmini ma dove non si parlava di eventuali intralci al normale svolgersi delle lezioni a scuola, una volta che la suddetta scuola fosse stata raggiunta.
Ieri qualcuno l'ha infine preso in un angolo e avvisato che, veramente, lì a St. Mary Mead, c'era chi aveva intenzione; anzi, quelli che avevano intenzione erano un bel gruppetto.
Così la circolare per i ragazzi è arrivata... alle tre del pomeriggio, mentre al mio cineforum stavamo tranquillamente guardandoci Nightmare Before Christmas.
"E ce lo dicono adesso?" ha chiesto un ragazzo perplesso.
Allargo le braccia "Non so che dirti" (che è una risposta che va bene per tutto e il contrario di tutto, e non ti compromette).
Un'altra bella figurina con i genitori da aggiungere all'album - e in questi mesi la dirigenza ne ha collezionate un bel po'.

giovedì 11 dicembre 2008

Il culto della dea Ragione...


Negli ultimi quindici anni il culto della dea Ragione è alquanto decaduto (non solo da noi, ahimé). Eppure ogni tanto ci accorgiamo che financo le creature più irragionevoli sono infine costrette, per cause di forza maggiore, a rispolverare questo culto all'apparenza non più attuale, ma che trova modo di farsi valere proprio presso quei circoli e gruppi di persone che sembravano averla in minor cura.

Così oggi il ministro Gelmini ha infine accettato l'evidenza dei fatti e soprattutto dei tempi e, un po' prima di far impazzire svariati milioni tra insegnanti, alunni, genitori e burocrati vari, ha deciso di rimandare all'anno prossimo la "riforma" delle superiori.
Che magari, in questo modo, potrebbe perfino acquistare una parvenza di riformità.

domenica 7 dicembre 2008

Dicembre, andiamo: è tempo di orientare...



Ritengo di essere una persona ben disposta verso le cosiddette "uscite", e in tutta sincerità le ho sempre trovate assai utili non solo come simpatici diversivi che spezzano la monotonia curricolare e aiutano la classe a socializzare, ma anche per le loro specifiche funzioni didattiche.
Detto questo, l'uscita al carrozzone "Le scuole si presentano" per l'orientamento l'avevo fissata proprio malvolentieri, e solo e soltanto perché ci andavano anche le altre terze di St. Mary Mead e i miei allievi se la pregustavano praticamente dal primo giorno dell'anno. E allora amen, per venire incontro all'unico desiderio irragionevole espresso dalla classe in tre anni ho sacrificato tre delle mie preziose ore frontali, dato la mia disponibilità come accompagnatrice e mi sono financo sobbarcata l'incomodo di fare il biglietto cumulativo. Poi, giunto il Malefico Giorno, mi sono armata di pazienza, ho radunato la frotta con le altre colleghe e con loro mi sono diretta alla stazione con spirito assai più da volontariato che didattico.

Ho scoperto con piacere di aver avuto torto: di mattina la manifestazione non era affollata, e i ragazzi hanno avuto modo di visitare i diversi stand ricevendo adeguata attenzione; inoltre i due istituti alberghieri di Firenze avevano allestito uno spazio dove alcuni alunni servivano salatini e dolcetti fatti con le loro mani e bevande calde e fredde - ottima pensata perché trasformava in occasione didattica anche la propaganda, permetteva ai ragazzi in visita di confrontarsi ai loro pari, ristorava la collettività e faceva del loro spazio il più affollato e apprezzato. C'erano altri istituti che avevano messo in mostra i prodotti dei loro allievi (ceramiche, ad esempio, vestiti e stampe) ma naturalmente non potevamo mangiarli.
La visita mi ha dato anche l'occasione di aggiustare una situazione delicata: la Cerbiatta già dalla fine della prima ha espresso molto timidamente il desiderio di fare il liceo classico - timidamente ma con costanza. Lei e la famiglia sono però divorati dalla Grande Paura che la fanciulla non si riveli all'altezza.
Io il liceo classico l'ho fatto, conosco tonnellate di insegnanti che ci lavorano e so come funziona. Non esiste un tempo e uno spazio in cui una fanciulla dotata di pazienza, buona volontà e disponibilità allo studio non possa sbarcare onorevolmente una licenza liceale. Ho provato a trasmettere a lei e alla famiglia questa mia solare certezza, ma senza particolari risultati; sospetto anzi che il mio atteggiamento un po' disincantato verso il Grande Liceo gli abbia scombinato i piani mentali - d'altra parte, ripeto, io l'ho fatto e so che non morde, ma forse ho sottovalutato l'aura leggendaria che può avere agli occhi degli abitanti di un paesello di provincia (?). Sta di fatto che han cominciato a parlare di liceo classico paritario (ovvero di uno strano istituto in un paese vicino che gode di una pessima reputazione) pur avendone uno pubblico e di buona fama pochi chilometri più in là.
Comunque ieri mattina mi si è offerta l'occasione di rimediare: facendo un po' di vasche tra gli stand ho incrociato il MIO liceo, uno dei due prestigiosi licei fiorentini, e una vecchia amica che ci insegna da qualche anno. Dopo i consueti convenevoli si è svolta la seguente conversazione:
- Ma voi al classico siete molto stronzi?
- No, per niente.
- Perché io ho un'allieva che vorrebbe etc. etc.
- Non c'è problema, mandala qui. Tra l'altro può venire ad assistere a una lezione, e quando vedrà come sono casiniste le nostre quarte capirà che non deve farsi problemi.
Così ho cercato la Cerbiatta e gliel'ho spedita, insieme alla sua amica Cignoappiccica i cui genitori (giustamente) non vogliono spendere 3000 euro l'anno per mandarla al paritario, ma che gradirebbero assai vederle fare il classico per ragioni di prestigio. La Cerbiatta, richiesta dell'esito dell'incontro, mi ha garantito che si sentiva molto più rassicurata (quanto a Cignoappiccica, non ha mai avuto particolari problemi di autostima).
Al banco dell'Istituto Agrario ho preso un bel poster che riproduceva una stampa del 600 e l'ho attaccato in classe, dove ho un paio di ragazze seriamente tentate in quella direzione.

Tra uno stand e l'altro ho anche trovato il raffreddore. A quel che sembra, aspettava solo me.

giovedì 4 dicembre 2008

"Possiamo scrivere in rosso?"



La mia prima supplenza fu piacevole, grazie soprattutto alla notevole gentilezza delle due classi ospitanti (che con la titolare, a quanto mi fu dato di capire, si annoiavano discretamente). Prima del tema che mi era stato richiesto gli feci fare uno scritto del tipo "Lettura e comprensione". Per le terze lessi il primo capitolo de Lo Hobbit, per le prime il primo capitolo de La carica dei 101 (che, se si trovasse in giro, sarebbe un ottimo libro di narrativa). La prima era una classe molto seria e disciplinata, in cui tutti scrissero in blu e in nero senza chiedermi deroghe particolari. La terza, più disinvolta, decorò il lavoro con disegni e commenti e decise di darsi alla policromia.
"Professoressa, posso scrivere in rosso?" 
"Se ti piace, fai pure".
"Professoressa, io posso scrivere in viola?" 
"Non c'è problema".
"Professoressa, io invece posso scrivere in rosa?" 
"Scrivi pure col colore che più ritieni opportuno".
Arrivata a casa con il mio bel fascio di compiti arlecchino sorse inevitabile la domanda "E adesso con che colore li correggo?".
Controllai la scatola degli inchiostri e adocchiai un bel verde squillante della Mont Blanc.  In verde non aveva scritto nessuno e, come scoprii più avanti, quand'anche l'avessero fatto non sarebbe stato un problema perché un bell'inchiostro verde carico ha tutt'altro rilievo che il verdolino sbiadito delle penne cosiddette verdi.
Corressi amorevolmente ogni verifica in verde, arrotondando un po' le valutazioni come faccio sempre al primo compito (ma sul registro trascrissi i giudizi con una penna nera, seguendo l'uso della titolare).
Tutti trovarono molto bella l'idea delle correzioni in verde. Mi spiegarono che così i compiti avevano un aspetto migliore (immagino che la loro notevole sensibilità cromatica ne fosse vieppiù stimolata).
All'inizio mantenni quest'abitudine con la scusa che in questo modo le titolari distinguevano facilmente gli scritti fatti da me nel cassetto dei compiti. In realtà mi piaceva distinguermi da "gli altri insegnanti", senza contare che scrivere in rosso non mi ha mai ispirato. Così ho finito per istituzionalizzare la cosa, dedicando una stilografica alla correzione e solo alla correzione, e tenendo una boccetta di inchiostro verde sempre a disposizione. A tutt'oggi non ho mai scritto una correzione in altro colore che verde.
In quasi otto anni di duro lavoro tre di queste boccette sono state prosciugate, e sono a metà della quarta (un inchiostro Scheaffer che si è rivelato un po' troppo scuro per i miei gusti, e che non ricomprerò). Non ho mai incontrato un altro insegnante che non usasse il canonico rosso, ma qualcuno da qualche parte ci deve essere perché mi hanno riferito una lezione dell'area trasversale della SISS dove il docente tuonava contro l'abitudine di correggere in colori diversi dal rosso - pare che così facendo si trasmetta un messaggio sbagliato agli studenti e li si spinga a non dar peso alla correzione, non so perché, e dunque, qualcuno oltre a me che non corregge in rosso da qualche parte esiste.
Sarebbe carino incontrarci, un giorno, e comporre un consiglio di classe a correzioni arcobaleno. Così, giusto per dare un tocco di colore alla scuola...

mercoledì 3 dicembre 2008

Currente calamo


"Possiamo scrivere stampatello?" è una domanda che l'insegnante di lettere si sente rivolgere spesso. Se l'insegnante di lettere sono io, le risposte sono sempre state varianti del "Certo che sì". Voglio che si sentano a loro agio quando scrivono, e dunque li lascio scegliere a seconda dell'umore o del tipo di lavoro il formato del foglio e del quaderno, il tipo di penna (o di pennarello) e il colore dell'inchiostro, con l'unica eccezione del giallo, che sarà anche un bel colore ma non sempre si legge
Noi dame hejan siamo molto attente ad intonare il colore e la forma della carta da lettere con i colori della stagione, il nostro umore e simili, anzi troviamo questo complicato sistema di scelte una dimostrazione della grande sensibilità della nostra anima; perché non dovrebbero anche i nostri alunni evidenziare la grande sensibilità della loro anima, se così desiderano?
Tempo fa ho scoperto che la questione ha dei lati spinosi: pare infatti che lo stampatello venga guardato da taluni insegnanti con fiera disapprovazione, e addirittura sembra che in una circolare dell'anno scorso il nostro Vecchio Preside ricordasse che era vietato scrivere il tema di esame in stampatello (non certo in base a una normativa giuridica, semplicemente gli era presa così).
Ho provato a chiedere ai colleghi cos'aveva di male lo stampatello. Le risposte sono state varie, ma non convincenti.
"Non va bene perché alle superiori non vogliono lo stampatello" (ma questo si limita a spostare il problema. Perché alle superiori non vogliono lo stampatello?)
"Non va bene perché ci mettono più tempo a scrivere e si stancano prima" (che non è convincente: perché qualcuno, di suo genio, dovrebbe preferire un sistema più faticoso per scrivere?)
"Non va bene perché significa che non sanno scrivere in corsivo".
Quest'ultima è la risposta più interessante, perché se non altro arriva al cuore del problema. Non dico che sia vera (spesso lo stesso studente che due mesi fa scriveva in stampatello oggi scrive in corsivo e viceversa, e raramente mantiene la stessa scrittura per più di tre mesi di fila, almeno alle medie); ma, quand'anche davvero non sapessero scrivere in corsivo, quale sarebbe il problema? 
Che danno riceve, la società, dal fatto che i suoi giovani membri scrivano in stampatello come già i nostri antenati ai tempi delle XII tavole?
A questo non ho avuto risposta, di nessun tipo, ma a quanto ho capito la scrittura cosiddetta stampatello viene considerata segno di una deplorevole rilassatezza di costumi tipica della gioventù moderna. Si dà insomma per scontato che un essere umano ben formato e acculturato debba saper scrivere in stampatello per comporre titoli o redigere striscioni da stadio, ma debba comunque saper usare il corsivo per le sue comunicazioni personali,  i suoi appunti e simili.
Chi ha un'infarinatura di paleografia sa però che non sempre gli esseri umani nel nostro bel continente hanno scritto in corsivo e in stampatello: nel corso dei secoli di solito si sceglieva l'una o l'altra forma di scrittura, almeno fino al Cinquecento, quando l'invenzione della stampa cambiò le carte in tavola. Per la cronaca, mi sembra di ricordare che il cambio di scrittura che porta alla nascita della scrittura currente calamo (cioè dove non si staccava la penna dal foglio tra una lettera e l'altra) risalga al II secolo d.C., quando cambiò anche l'angolo di scrittura.
Il mio compianto professore di paleografia Emanuele Casamassima sosteneva che i mezzi di scrittura non incidevano sulle scelte grafiche dello scrivente. Era un professore considerato bravo ma eretico, con idee molto personali (e convincenti) sull'evoluzione della scrittura; ma nonostante l'enorme credito che gli davo, su questo punto ero abbastanza scettica: mi sembrava ovvio che lo scrivente scegliesse il tipo di tratto che lo faceva faticare meno. Adesso sono un po' meno convinta, perché non mi sembra di avere sempre seguito, nella scrittura, la legge del minimo sforzo, né che lo faccia la gente intorno a me.
E' vero che la penna stilografica ti porta spontaneamente ad usare un bel corsivo inglese, ma quando adopero le mie non scrivo in corsivo inglese (che pure è la scrittura che mi hanno insegnato alle elementari) bensì in quella specie di stampatello minuscolo che oggi viene considerato corsivo, con le p, le b, le t e le h staccate dalle altre lettere,  le s con due curve e non con una e la V, la L e la H maiuscola in tutto e per tutto simili alle litterae capitalis - tutte scelte grafiche impiegate non solo da me ma anche da molte mie compagne sin dai tempi delle elementari, e contro le quali non sono mai intervenute né le nostre maestre né alcuno dei successivi insegnanti.
Per qualche motivo del tutto imprecisabile, insomma, negli ultimi quarant'anni la nostra scrittura si è andata "capitalizzando" (o semplificando nelle legature), un po' come sta succedendo alle forme delle nostre poltrone e dei nostri divani. Insomma, un mutamento di gusto, di quelli che forse hanno un profondo significato culturale e forse no, e ai quali fa da contrappeso... il rilancio della stilo col pennino tagliato per ottenere gli effetti gotici.