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venerdì 11 gennaio 2019

Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen



Premetto di essere ben consapevole che presentare Orgoglio e Pregiudizio al Venerdì del Libro di Homemademamma, dove l'hanno letto e riletto praticamente tutti, ha un po' dell'assurdo; d'altra parte è il libro più famoso di Jane Austen e sarebbe ingiusto lasciare da parte proprio lui, mi sembra - anche perché è uno dei miei libri preferiti. 

Iniziamo con la consueta premessa: ebbene sì, anche questo è il primo romanzo di Jane Austen, proprio come già si è detto di Ragione e sentimento e de L'abbazia di Northanger; perché in effetti la cronologia dei romanzi di Austen è piuttosto ingarbugliata; tuttavia esiste la concreta possibilità che questo sia davvero il primo romanzo, quello da cui tutto cominciò. 
Sappiamo che una prima versione, dal titolo First Impression, venne rifiutata da un editore nel 1797. In seguito Jane Austen lo riscrisse, cambiando il titolo in Pride and Prejudice e agli inizi del 1813 l'editore Egerton si degnò di comprarlo, pagandolo ben 110 sterline - senz'altro un buon affare, considerando che si tratta di un libro che dopo due secoli è ancora lettissimo e popolarissimo in tutto il mondo.
Orgoglio e pregiudizio è considerato un capostipite del genere rosa (pur non essendo affatto un "romanzo di genere" e presentando un intreccio del tutto originale per l'epoca), in particolare di quello specifico ramo della letteratura rosa particolarmente caro ai romanzieri americani dove i due protagonisti litigano furiosamente per quasi tutto il libro, mostrandosi grandissimo schifo e avversione reciproca, fin quando, a dieci pagine dalla fine, si confessano profondamente innamorati l'uno dell'altro fin da pagina due. Rispetto al romanzo di Jane Austen occorre però considerare che l'antipatia di Elizabeth verso Darcy è autentica, genuina e basata su motivi piuttosto validi agli occhi dell'osservatore spassionato, primo fra tutti il notevole torto che Darcy fa a Jane, l'amatissima sorella di Elizabeth, ostacolando come meglio gli riesce la sua unione con Bingley.

Una delle critiche più frequenti (maschili, di solito. Sarà un caso, visto che si tratta di uno dei personaggi più apprezzati a tutt'oggi dal pubblico femminile? Ah, saperlo, saperlo!) rivolte al romanzo riguarda per l'appunto Mr. Fitzwilliam Darcy: troppo irreale, troppo idealizzato, addirittura negativo perché induce le fanciulle in fiore a coltivare eccessive aspettative verso ciò che un uomo può essere, che finiscono a tutto svantaggio di un comune mortale di sesso maschile che esce inevitabilmente schiacciato dal raffronto. E tuttavia, se devo essere sincera, io tutta questa grande e impareggiabile perfezione in Fitzwilliam Darcy non ce l'ho mai vista: al netto  delle caratteristiche che hanno tutti i protagonisti maschili destinati alle protagoniste femminili dei romanzi austeniani, ovvero notevole bellezza, una discreta intelligenza ed elevati principi morali, si tratta infine di un uomo superbo, scontroso, tutt'altro che conviviale, ricolmo di pregiudizi sociali e ostinatamente convinto di avere sempre e comunque ragione - un tipo di carattere che Jane Austen riutilizzerà anche in seguito, ad esempio con Emma nel romanzo omonimo e con Mr. Bertram in Mansfield Park, con cui ha in comune anche un altro paio di caratteristiche, ovvero la capacità di innamorarsi profondamente e quella di ammettere, davanti alla più plateale evidenza, di avere avuto torto; entrambe sono caratteristiche, mi sembra, non del tutto introvabili in un essere umano, e in effetti conosco molte persone - tra cui me stessa medesima - che, trovandosi strette all'angolo o anche semplicemente convinte dall'evidenza dei fatti, hanno francamente ammesso i loro errori e fatto poi del loro meglio per porvi rimedio cambiando atteggiamento e comportamenti. E siamo d'accordo che secondo certi moderni codici culturali il Vero Uomo non deve mai ammettere di avere torto, ma tutti sappiamo che per fortuna, nel mondo reale, le cose vanno un po' diversamente.

Il mio primo ricordo legato a Orgoglio e pregiudizio risale al 1970, quando mia madre me lo lesse mentre ero allettata per un malanno. Giovane e implume com'ero, senza ancora aver preso la licenza elementare, seguii benissimo lo sviluppo delle varie storie d'amore e delle battute di Caccia al Marito da parte delle varie famiglie ma mi sfuggirono quasi completamente le implicazioni legate alla scala sociale. In compenso rimasi molto favorevolmente colpita dall'estrema libertà delle Bennet e delle Lucas (e di tutte le altre ragazze solo intraviste) che andavano, venivano, viaggiavano, giravano per paesi e negozi a coppie e a gruppi e talvolta anche da sole e gestivano la loro vita sentimentale in perfetta autonomia:, tanto che si andava a "parlare col padre" solo dopo aver ricevuto il consenso della ragazza. Nel complesso quelle ragazze inglesi mi sembravano più libere delle donne che mi circondavano, e certamente erano molto più libere delle loro contemporanee francesi (non parliamo delle italiane per pietà) e, caso mai, avrebbero potuto assorellarsi alle protagoniste di Piccole donne.
Ricordiamo gli anni: fine Settecento, inizi Ottocento, in Inghilterra avevano Elizabeth Bennet, in Italia avevamo Lucia Mondella. Seconda metà dell'Ottocento: negli USA avevano Amy, Beth, Jo e Meg March, in Italia avevamo la Mena dei Malavoglia. Davvero è così strano che i giovinetti dei nostri anni abbiano qualche difficoltà ad appassionarsi ai Grandi Classici della nostra letteratura dell'Ottocento?

Le varie ragazze presenti nel romanzo (le cinque sorelle Bennet, le due sorelle Lucas, Miss Bingley, la scialba De Bourgh e Giorgiana Darcy) sono tutte assolutamente reali. Oh sì, tutti i personaggi di Jane Austen sono costruiti con eccellente realismo ma in particolare le sorelle Bennet sono tra i personaggi più realistici della letteratura occidentale, a cominciare da Jane, tanto bella quanto amabile e che per principio non pensa mai male di nessuno senza prove schiaccianti e qualche volta nemmeno in presenza di quelle; segue poi Elizabeth, brillante ma non impulsiva, dotata di senso dell'umorismo ma priva di meschinità, soggetta però a farsi deviare dai pregiudizi della collettività che la circonda, a suo agio in ogni ambiente sociale senza formalizzarsi né vergognarsi inutilmente, perfettamente capace di tenere testa a chiunque cerchi di calpestare i suoi diritti; la pedante Mary; la scialba Kitty sempre in cerca di riferimento cui attaccarsi come una vongola allo scoglio, fosse pure la sorella minore; ma soprattutto quel capolavoro insuperabile che è Lydia -giovanissima, frivola, vivace, irriflessiva, sventata fino all'incoscienza più totale - eppure capace di uscire indenne e in buona salute dai peggiori colpi di testa, pronta a corteggiare e farsi corteggiare da qualsiasi bel giovane che porti una divisa addosso, capace di scegliersi per marito "il peggior gentiluomo d'Inghilterra" sull'onda di una travolgente  infatuazione ma di non perdere mai, in seguito, il diritto alla rispettabilità che il matrimonio le aveva dato: niente scandali per lei, niente fughe, niente intrighi peccaminosi e relazioni adulterine: sposata a sedici anni al peggiore (e più insolvente) gentiluomo d'Inghilterra a lui resterà fedele e si comporterà da moglie rispettabile e onorata. Abbiamo mai incontrato o conosciuto qualcuno come Lydia? Personalmente sì, a tonnellate, e sono tutte donne che a conti fatti non se la sono cavata né meglio né peggio nella vita di tante di noi. 

Solo in età adulta mi colpì l'aspetto economico della vicenda - che in realtà nel libro è presentato molto chiaramente e senza infingimenti sin dalle prime pagine, sì come Jane Austen è solita fare: come in tutti i suoi romanzi ogni protagonista matrimoniabile (e anche molti matrimoniati) girano portando un invisibile insegna che indica la loro rendita o retribuzione, e così siamo subito informati che Charles Bingley va per le 5.000 sterline, Fitzwilliam Darcy ne vale 10.000 (che, sì, è una cifra quasi da favola) e che il reverendo Collins è un partito più che discreto, che oltre ad un beneficio ecclesiastico non indegno ha la prospettiva di ereditare una rendita e terreni per 2000 sterline l'anno mentre George Wickham, per quanto avvenente, affascinante e simpatico non ha il becco di un quattrino e dunque come partito non si presenta affatto bene.
La famiglia Bennet sotto questo aspetto vive assai pericolosamente, in costante equilibrio su una lama di rasoio di cui solo Mrs. Bennet sembra consapevole, ma di cui Mr. Bennet conosce bene le insidie. I due coniugi si studiano di evitarle, ma lo fanno in modo contraddittorio, come se non si fossero mai rassegnati al crudele tiro che la sorte gli ha giocato.
Provo a spiegarmi più chiaramente: Mr. Bennet vive con una rendita di 2.000 sterline annue (che non sarebbe affatto male), lui, la moglie e le cinque figlie in età da marito, non una delle quali all'inizio del romanzo è nemmeno vagamente fidanzata - e Jane, la maggiore, va ormai per i ventidue anni.
La rendita di Mr Bennet è però vincolata a un erede maschio - le cinque figlie sono state concepite e partorite appunto nel tentativo di avere quel maschio che non è mai arrivato, finendo così per aggravare quel problema che avrebbero dovuto risolvere; e alla morte di Mr. Bennet la proprietà andrà a un parente laterale della famiglia, tale Mr. Collins.
il ramo materno per giunta offre assai poco: 1.000 sterline a testa non sono esattamente una dote di gran lusso.
Le prospettive delle ragazze sono dunque potenzialmente drammatiche se almeno una di loro non riesce a fare un buon matrimonio, ma la prospettiva non sembra togliere il sonno a nessuno, nemmeno alla madre che, pur accusando sul tema "matrimonio" frequenti crisi di nervi (come fa davanti a qualunque contrarietà, per quanto esigua) non ha niente in contrario che due di quelle ragazze perdano la testa ogni settimana per un giovane ufficiale diverso (e i giovani ufficiali, si sa, di solito sono cadetti o comunque squattrinati).
Le cinque ragazze Bennet sono state tirate su come principesse o perfino meglio: chi ha voluto studiare l'ha fatto con appositi maestri, chi era pigro ha potuto dedicarsi tranquillamente a cose più divertenti di canto, pittura, disegno, ricamo di paraventi o studio delle lingue (che, stando a una molto interessante conversazione di un gruppo di personaggi all'inizio del romanzo, costituiscono la lista delle materie che formano l'educazione femminile, e dietro il tono giustamente polemico di Fitzwilliam Darcy si intravede in trasparenza una Jane Austen ancora più polemica).
Inoltre nessuna delle cinque sorelle Bennet si è mai immischiata nella conduzione della casa: in una conversazione molto illuminante anzi Mrs. Bennet accenna con un certo disprezzo a Charlotte Lucas che era attesa a casa per le polpette (o per la torta di mele, dipende dalla traduzione) puntualizzando con Mr. Bingley che non capiva l'utilità di impegnare le ragazze nella gestione domestica quando si disponeva di servitori che sapevano fare il loro mestiere, e sottintendendo così che le sue figlie, in cucina, nemmeno ci entravano. Sia Jane che Elizabeth in effetti sembrano molto più adatte a gestire ampie dimore come Pemberley o Netherfield piuttosto che una piccola canonica dove ogni centesimo andava speso con cura e molte spese evitate; e quando Mr. Collins prova, piuttosto sennatamente, a risolvere la questione del vincolo sulla proprietà di Mr. Bennet sposando una delle ragazze della  nidiata, non si rende conto della fortuna sfacciata che ha avuto ricevendo un franco rifiuto da Elizabeth, la fortunata prescelta, che davvero in quell'occasione fa del suo meglio per garantirne la futura felicità appunto rifiutandolo.
In occasione di quel rifiuto, che la madre prenderà malissimo, Mr. Bennet si schiera con decisione dalla parte della figlia, non solo perché se non lo vuole ha tutti i diritti di non sposarlo, ma (anche se non lo dice esplicitamente) anche e soprattutto perché Mr. Collins è un uomo noioso in modo esasperante e non sarebbe quindi adatto come carattere a Elizabeth. Un discorso molto franco in proposito lo fa anche più verso la fine del libro quando mette in guardia Elizabeth dallo sposare Mr. Darcy solo perché è un uomo estremamente ricco e con una bella villa e la prega di non dargli il dispiacere di vederla sposata ad un uomo che lei non apprezza - e solo dopo una lunga serie di rassicurazioni da parte della figlia si decide infine a dare il suo consenso. Mr. Bennet, come ci spiega l'autrice senza mezzi termini, conosce tutti i difetti che può avere un matrimonio senza amore (nache se, nel suo caso, l'amore se ne è andato quando ha imparato a conoscere la sua consorte, che a suo tempo aveva liberamente scelto).
Nei romanzi di Jane Austen infatti il codice morale condiviso da tutte le protagoniste (ma anche da numerosi genitori) è molto chiaro: ci si sposa per amore e solo per amore, anche se chi ha buon senso cerca di evitare l'indigenza - e qualsiasi altro motivo è profondamente immorale; e si decide in proprio, senza farsi deviare da considerazioni mercenarie e tenendo in scarsa considerazione l'opinione della famiglia dello sposo, perché il matrimonio è per definizione un affare che va gestito in base alle inclinazioni dei due futuri coniugi. Anche la dolcissima e ragionevolissima Jane assicura la sorella che non esiterebbe un momento a sposare Charles Bingley nonostante l'ostilità delle di lui sorelle a questo matrimonio, così come Elizabeth, davanti alla minaccia di Lady de Bourgh di trovarsi ostracizzata dalla famiglia di Mr. Darcy qualora decidesse di sposarlo risponde con una variante nemmeno troppo confettata del "Ecchissenefrega": siamo lontani centinaia di miglia  dalle protagoniste di Trollope che respingono le proposte di gentiluomini che pure amano perché la madre di lui sarebbe ostile al matrimonio, o cose del genere.
Eppure proprio in Orgoglio e pregiudizio abbiamo anche l'unico caso del canone austeniano dove un matrimonio dettato dall'interesse non sembra destinato ad una triste fine.
Mr. Williams infatti, dopo il rifiuto di Elizabeth verrà garbatamente preso di mira da Charlotte Lucas - quella che sa fare le polpette (o la torta di mele, dipende dalla traduzione) e che, sfruttando con molta delicatezza la situazione, consola lui e solleva lei dalla triste sorte di avere un gattino appeso alle sottane riuscendo nel giro di pochi giorni a farsi chiedere in matrimonio a sua volta. Lo accetterà, e si rivelerà una moglie ideale per lui, non solo in virtù del suo tatto, del suo notevole buon senso e della sua preziosa capacità di non sentire all'occorrenza le scempiaggini dette dal marito, non solo per la mirabile pazienza nel sopportare Lady Catherine de Bourgh e le sue continue ingerenze, lusingandola senza la viscida e meschina lecchineria del suo consorte, ma soprattutto gestendo con grande accortezza e prudenza la canonica, il pollaio (pollaio! Altro che polpette, o torte di mele!) e tutti gli annessi e connessi, facendoli fruttare al loro meglio e tenendo una contabilità attenta e precisa, senza sprechi ma anche senza particolari ristrettezze.
In effetti il matrimonio di Charlotte viola tutti i principi che per sei romanzi le protagoniste dei suoi romanzi rispettano scrupolosamente, perché Charlotte non solo sposa Mr. Collins senza amarlo, ma senza nemmeno provare per lui stima, affetto, complicità o uno qualsiasi dei sentimenti che tengono unita una coppia. Ma se non ama suo marito, in compenso Mrs. Collins ama molto il di lui beneficio ecclesiastico con annessa canonica e la sicurezza economica che le garantisce, e la possibilità di avere una casa tutta sua da organizzare.
E' un matrimonio di convenienza  - per entrambi, in verità, perché non si osa nemmeno immaginare cosa ne sarebbe stato di Mr. Collins nelle mani di una donna sciocca, o anche solo priva di discrezione e di tatto - ma scelto con lucidità da una persona perfettamente in grado di valutarne i pro e i contro, e soprattutto priva di alternative valide (teniamo conto che ha ventinove anni e una dote piuttosto modesta; e non dando l'impressione Charlotte di essere un animale a sangue eccezionalmente caldo, si finisce per farsi l'impressione che nei tempi lunghi i pro prevarranno sui contro, specialmente quando arriveranno dei bambini.
Elizabeth critica molto la scelta di Charlotte, in cuor suo e con Jane; e quando Jane prova a convincerla che forse Charlotte nutre un certo affetto per il suo futuro sposo, se ne esce con una delle mie frasi preferite del romanzo: Se dovessi pensare che Charlotte nutre della stima per Mr. Collins avrei del suo cervello un'opinione anche peggiore di quella che ho adesso del suo cuore.
Ma sarà proprio questo bizzarro matrimonio, destinato probabilmente per la sua stessa bizzarria a rivelarsi meno azzardato del previsto a mettere in moto una delle parti più importanti dell'intreccio - il quale intreccio è così ben impostato ed equilibrato, con gli avvenimenti che zampillano gli uni dagli altri in perfetta naturalezza, da essere universalmente riconosciuto come uno dei migliori della storia della letteratura.

Consigliato a tutti e soprattutto a tutte; perché, se è vero che chiunque passi da qui quasi certamente l'ha letto e probabilmente anche riletto, tuttavia può sempre rileggerlo ancora, perché ogni scusa è buona per leggere e rileggere Orgoglio e pregiudizio e trovarci ogni volta qualche nuovo motivo di apprezzamento e ammirazione.

Il cantante, canadese, si chiama Chris De Bourgh e la canzone High On Emotion racconta un colpo di fulmine. 
Jane Austen non si fida molto dei colpi di fulmine anche se spesso le sue coppie provano una forte attrazione sin dai primi incontri - pur se non in Orgoglio e Pregiudizio. Ad ogni modo la canzone mi piace molto, e l'ho sempre associata a questo romanzo a causa del cognome del cantante; e siccome ho sempre sentito gli inglesissimi vj di Videomusic pronunciare il nome del cantante Chris De Bérg ho sempre pronunciato De Bérg anche Lady Catherine, non so se a torto o a ragione.

13 commenti:

Hermione ha detto...

Orgoglio e pregiudizio, quanto l'ho amato e che ricordi. Una vecchia edizione presa in prestito a casa di mia nonna (e che è ancora qui con me), rigorosamente completa (perché quella di Cime tempestose, per esempio, era stata tagliata delle parti che accennavano ai fantasmi).
Proprio in queste settimane Topolino ha pubblicato una versione paperesca della storia e mi era venuta voglia di rileggere il libro. Il fatto che lo raccomandi anche tu è forse un segno che è arrivato il momento.

pensierini ha detto...

Istruttiva recensione. Una sola domanda: perché il carattere in formato così gigantesco? Hai avuto pietà dei miopi? :-)

Bridigala ha detto...

Ma ciao!
Che meraviglia di romanzo, adoro Jane Austen, anche se forse il mio preferito risulta essere "L'abbazia di Northanger", in cui l'autrice sbeffeggia il romanzo gotico con rara grazia, che cito sempre quando parlo di Malombra (che se letto nella giusta prospettiva è un romanzo straordinariamente moderno), visto che nel mio comune visse e governò Antonio Fogazzaro. Restando a Orgoglio e pregiudizio, in effetti non sono riuscita a trovare in Darcy tutta questa perfezione, e forse l'avrei fatto sudare un po'più di Lizzy, dopo la sua prima dichiarazione, semplicemente abominevole! Detto questo, per chi ha bisogno di reincontrare i personaggi del romanzo, segnalo Morte a Pemberley, un esercizio di stile della giallista P.D.James che ci spedisce dritti a casa di Elizabeth e Darcy a qualche anno dal loro matrimonio, quando un ospite imprevisto viene assassinato. Godibile, anche se ovviamente la mano di Jane Austen è ben diversa.

Pellegrina ha detto...

JA mi ha sempre suscitato reazioni ambivalenti. Da un lato amo la perfezione della trama, la brillantezza dei dialoghi, le descrizioni, l’ambiente campestre, anche se Hardy lo descrive meglio mentre in lei rimane un décor. Dall’altro queste caterve di donne loquaci e dentro una rete sociale per me di rara noia (ricordo una folgorante definizione di « buona compagnia » da parte di un personaggio femminile a cui un uomo risponde che lei ha descritto la compagnia migliore e non semplicemente buona) che hanno come principale orizzonte confessato o no il matrimonio mi ha sempre lasciata perplessa e un po’annoiata. Nessun personaggio è mai riuscito veramente a intrigarmi.
Come leggere una formidabile macchina narrativa vedendoci agire dei pupazzini un po’ leziosi.
Poi certo bisogna fare la tara al costume dell’epoca: trovare marito era un vero lavoro per le donne della borghesia che non esercitavano un mestiere preciso se non quello di padrona di casa.
Non a caso il personaggio che mi è sempre sembrato più umano è quello di Charlotte: lei non si puo’ permettere di scegliere per amore né di restare senza marito: se vuole una vita dignitosa deve sposarsi. Non essendo né bella né ricca né potendo agire come le Bennet a cavallo dei due mondi facendo felici incontri di scapoli anche molto più ricchi, perché il suo posto confina con quello della servitù, cioè con quelle che erano per i buoni partiti della Austen carne da letto anche se nei romanzi non si dice mai, se vuole un destino diverso non puo’ rifiutare un uomo che non ama e soprattutto non stima. Tra l’altro è un personaggio molto ben caratterizzato nell’ultimo film - udite udite - tratto dal romanzo quello con Pike nel ruolo di Jane. Tiene coscienziosamente fede al contratto ma la sua vita deve essere piuttosto amara; come specularmente quella di Lydia. Questi personaggi sembrano una lezione di mortificazione della carne, l’una perché l’ha troppo amata per poi scoprire che nulla ne restava, l’altra perché negandola nella sua vita ha trovato un mezzo di migliorare la propria condizione sociale mentre l’altra che invece per aver seguito l’istinto sessuale, l’ha peggiorata. Un moralismo simile c’è anche in Mansfield PArk che è un romanzo perfettamente costruito, da cui è impossibile staccarsi ma che getteresti mille volte nel fuoco del camino - se solo riuscissi a separarlo dalla tua mano finché non l’hai finito - tanto è irritantemente predicatorio.

Per tornare al discorso principale le brave ragazze austeniane appaiono certo spigliate, ma tutto si gioca, anche i loro viaggi che all’epoca erano proprio un mezzo per favorire incontri tra futuri coniugi supposti compatibili tramite la rete familiare, all’interno della partita del trovare marito. E vorro’ troppo io, ma mi viene in mente che all’epoca tra le donne inglesi c’erano studiose di matematica, progettatrici di computer e scrittrici che il matrimonio lo saltavano a piè pari, se necessario, per i poeti dei loro sensi e del loro cuore. (Peccato che il solito film politically correct abbia completamente sforbiciato la personalità di Mary Godwin da ogni aspetto intellettuale e di autrice a vantaggio di una se pure ben resa storia di adolescenti che crescono in modo un po’incosciente.)

dolcezzedimamma ha detto...

Grazie del suggerimento!

dolcezzedimamma ha detto...

Confesso che alla prima lettura (quando ero giovane e il matrimonio non era la mia priorità) questo libro mi infastidì, alla seconda mi piacque... Forse è il momento di procedere alla terza. (Spero nel weekend di riuscire a commentare tutti i tuoi post arretrati)

Anonimo ha detto...

La versione paperesca è deliziosa, come sempre. Di Orgoglio e Pregiudizio ho visto una quantità spropositata di film e sceneggiati, a partire da quella con Laurence Olivier e Greer Garson, il celeberrimo sceneggiato con Colin Firth e anche il film del 2005, che continuo a guardare, pur trovandolo mediocre, perché ci sono delle case pazzesche. Qui Bingley è interpretato dal fratello scemo di Jocker, Wickham da un cartonato e Darcy dal cagnolino Tito, l'amico della Pimpa, così il mr Collins di Tom Hollander risulta essere l'unico maschio trombabile - oltre a mr. Bennet, Donald Sutherland, ultima thule della gerontofila cinquantenne. Quindi il romanzo finisce per affogare sotto tutte queste facce e tavole imbandite, e non lo rileggo da secoli, mentre agli altri dedico una rilettura annuale, ad esclusione di Mansfield Park, che detesto. Magari è di nuovo il suo momento, chissà. Una raffinata riverenza da mrs. Lurkerella

Murasaki ha detto...

@Hermione:
È sempre il momento per rileggere Orgoglio e Pregiudizio, secondo me 😊
Grazie di aver segnalato la versione paperesca, probabilmente quando ritoccherò il post metterò un accenno anche nel testo. Mentre scrivevo avevo pensato di aggiungere un cenno sui vari sceneggiati, rifacimenti, seguiti ecc., poi ho deciso di lasciar perdere perché sono davvero troppi - tra l'altro qui in Italia arriva la punta dell'iceberg, ma in Inghilterra c'è molta più roba: seguiti con la storia di Giorgiana Darcy, per esempio, o riscritture della vicenda dalla parte di Darcy...

@Pensierini:
Questi scritti all'ospedale sono post grezzi, perché il tablet ha i suoi bravi limiti, soprattutto quando i post sono lunghetti. Siccome questo sapevo che lo sarebbe stato abbastanza ho cercato di aggirare il problema scrivendo il testo in una Nota per poi incollarlo... e il carattere delle note è questo. Quando tornerò a casa rimedierò usando i consueti caratteri del blog. Nel frattempo mi scuso profondamente cin i lettori e invoco la loro comprensione ^_^ (inchino)

@Bridigala:
Grazie della segnalazione, che ricordo hai già presentato sul Venerdì del Libro tempo fa, e da allora sta nella mia lista di letture programmate ^_^

Murasaki ha detto...

@Pellegrina:
Come sempre leggere le tue critiche è molto interessante. Non sei l'unica cui i libri di Jane Austen tramettono questo senso di claustrofobia: tra i tanti possiamo citare anche Charlotte Bronte, alla quale qualche imbecille suggerì appunto di prendere spunto da Jane Austen per capire come diveva scrivere una signora - che è un po' come dire a Picasso di prendere esempio dai preraffaelliti. A molti invece (tra cui io, se non si fosse capito) questo senso di perfezione racchiusa nell'hortus conclusus piace passai.
Non sono invece convinta che la vita di Lydia e di Charlotte sarà amara: questo è un romanzo di gente felice (tranne Miss Bingley, immagino; ma proprio non riesco a prendermela a cuore, che posso farci?). E amo profondamente Mansfield Park anche perché è moralistico - probabilmente lo sono anch'io, anzi è il mio preferito dopo Orgoglio e Pregiudizio, anche se so di essere in miniranza. Mi prenderò la mia brava dose di sassate quando arriverà il suo turno...

@Dolcezze:
Come dicevo a Hermione, è SEMPRE il momento giusto per leggere o rileggere Jane Austen, e dunque perché non ora?

@ Lurkerella:
Sì, la versione paperesca è deliziosa ^_^ È interessante quek che scrivi - so che succede qualcosa di simile con il Signore degli Anelli, ma in un caso come nell'altro non corro il rischio perché il primo film per me arrivò dopo la quinta o sesta rilettura. Avevo comunque capito che il canone era diventato lo sceneggiato con Colin Firth...

Anonimo ha detto...

Sì, quella con Firth continua a essere la versione più apprezzata, anche da me. Il mio imprinting verso molto romanzi inglesi sono i fim fatti attorno agli anni '40, forse anche prima, che venivano passati regolarmente in tv. Greer Garson - doppiata forse da Tina Lattanzi? Non ricordo- era la mia preferita, ricordo anche una biografia di Marie Curie, un filo romanzata. Non so che effetto mi farebbero adesso. Darò un'altra possibilità a MP, in fondo un po' di sano moralismo non ha mai ammazzato nessuno! Lady Susan e Persuasione sono i miei preferiti.

Anonimo ha detto...

Ops! Resa ebbra dall'insolita benevolenza del captcha ho dimenticato di firmare! L'amante di Greer Garson è Lurkerella

Murasaki ha detto...

@Lurkerella:
Qui ci vuole qualche spiegazione, perché Lady Susan non è nel canone ma solo un abbozzo incompleto edito in tempi moderni, se non ricordo male con una continuazione apocrifa. Ricordo male?

Anonimo ha detto...

Lady Susan è stata pubblicata postuma, ma per essere un abbozzo è piuttosto articolato; non ho fatto queste gran ricerche quindi non so se è stato rimaneggiato, almeno in quel poco che ho letto non se ne fa cenno - ma non vuol dire. Lurkerella