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venerdì 11 gennaio 2019

Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen



Premetto di essere consapevole che presentare Orgoglio e Pregiudizio al Venerdì del Libro di  Homemademamma, dove credo l'abbiamo letto assolutamente TUTTI, abbia un po' dell'assurdo. D'altra parte è il libro più famoso di Jane Austen e sarebbe ingiusto lasciare da parte proprio lui, mi sembra.

Iniziamo con la solita premessa: ebbene sì, anche questo è il primo romanzo di Jane Austen, proprio come Ragione e sentimento e L'abbazia di Northanger - invero la cronologia dei primi romanzi di Austen è piuttosto ingarbugliata; e tuttavia c'è la possibilità che questo sia  DAVVERO il primo, quello da cui tutto cominciò. Sappiamo che la prima versione, dal titolo First Impression, venne rifiutata da un editore nel 1797. Austen poi lo riscrisse (cambiando anche il titolo in Pride and Prejudice) e agli inizi del 1813 l'editore Egerton si degnò di comprarlo, pagandolo 110 sterline - che considerando che è un libro che è tuttora lettissimo e popolarissimo in tutto il mondo, incurante del passaggio dei tempi e delle generazioni, si può certamente definire un buon affare.

Orgoglio e pregiudizio è considerato un capostipite del genere rosa (pur non essendo affatto un "romanzo di genere" e costruendo un  intreccio del tutto originale per l'epoca) e in particolare di quel ramo particolarmente caro ai romanzieri americani dove i due protagonisti litigano furiosamente per quasi tutto il libro, mostrandosi grandissimo schifo e avversione reciproca, fin quando a dieci pagine dalla fine si rivelano come profondamente innamorati l'uno dell'altro fin da pagina due. La piccola e insignificante differenza rispetto al romanzo di Jane Austen è che l'antipatia di Elizabeth verso Darcy è autentica, genuina e si basa su motivi piuttosto validi anche visti dall'esterno, primissimo fra tutti il notevole torto che Darcy fa a sua sorella Jane facendo del suo meglio per ostacolare la sua unione con Bingley. 
Una delle critiche (maschili, di solito. Sarà un caso, visto che si tratta di uno dei personaggi più apprezzati a tutt'oggi dal pubblico femminile?) più frequenti al romanzo riguarda appunto Mr. Darcy: troppo ideale, troppo idealizzato, troppo irreale, addirittura negativo perché porta le fanciulle in fiore a coltivare eccessive aspettative verso ciò che un uomo normale può essere. Ma, ad essere sincera, io questa grande e incandescente perfezione in Fitzwilliam Darcy non l'ho mai vista: al netto delle caratteristiche che hanno TUTTI i protagonisti maschili destinati alla protagonista femminile principale nei  romanzi di Jane Austen (notevole bellezza, elevati principi morali e una discreta intelligenza) si tratta di un uomo superbo, scontroso, tutt'altro che conviviale, ricolmo di pregiudizi morali e convinto di avere sempre ragione - un tipo di carattere che Austen riutilizzerà in più di una occasione, per esempio con Emma nel romanzo omonimo e con Mr. Bertram in Mansfield Park, con cui ha in comune un altro paio di caratteristiche: la capacità di innamorarsi profondamente e quella di ammettere, davanti alla più plateale evidenza, di avere avuto torto - due caratteristiche, si spera, non  eccessivamente introvabili in un essere umano. In effetti conosco molte persone - tra le quali me stessa medesima - che trovandosi strette all'angolo o anche semplicemente convinte dall'evidenza de fatti hanno francamente ammesso i loro errori e cercato di porvi rimedio cambiando atteggiamento. D'accordo che secondo certi moderni codici culturali il Vero Uomo non ammette mai di aver torto, ma tutti noi sappiamo che per fortuna nel mondo reale le cose vanno un po' diversamente.

Il mio primo ricordo legato a Orgoglio e pregiudizio risale al 1970, quando mia madre me lo lesse durante i giorni di degenza all'ospedale  per un piccolo intervento a un ginocchio. All'epoca seguii benissimo lo sviluppo delle varie storie d'amore e della Caccia Al Marito da parte dei vari genitori, ma mi sfuggirono quasi completamente le implicazioni legate alle questioni della scala sociale. Mi colpí invece l'estrema libertà e modernità di quelle ragazze - le Bennet, le Lucas e anche tutte quelle solo intraviste - che andavano, venivano, viaggiavano, giravano per paesi e negozi a coppie e a gruppi, andavano a passeggio anche da sole, gestivano la loro vita sentimentale in perfetta autonomia e si andava a parlare col padre solo dopo aver avuto il consenso della  ragazza... nel complesso mi sembravano anche più libere delle mie conterranee, certamente erano molto più libere delle loro contemporanee in Francia e non parliamo dell'Italia per pietà - eventualmente le si poteva assorellare alle protagoniste di Piccole Donne. 
Ricordiamo gli anni: fine Settecento, inizi Ottocento. In Inghilterra avevano Elizabeth Bennet, in Italia avevamo Lucia Mondella.  Seconda metà dell'Ottocento: negli USA avevano Amy, Beth, Jo, Meg per tacere della signora March, in Italia avevamo la Mena dei Malavoglia. Sembra davvero così strano che i ragazzi, e soprattutto le ragazze, abbiano  qualche difficoltà ad appassionarsi ai Grandi Classici dell'Ottocento?
Le varie ragazze presenti nel romanzo (le cinque sorelle Bennet, le due sorelle Lucas, Miss Bingley, la giovane e scialba De Bourgh e Giorgiana Darcy) sono tutte assolutamente REALI. Oh sì, tutti i protagonisti di Jane Austen sono costruiti con eccellente realismo, ma in particolare le sorelle Bennet sono dei capolavori: Jane, bella e amabile che per principio non pensa mai male di nessuno (oggi potrebbe venir definita una buonista garantista, immagino); Elizabeth, brillante ma non impulsiva, soggetta però a farsi deviare dai pregiudizi e dalle opinioni della Collettività, capace di sentirsi a suo agio in  qualsiasi ambiente sociale senza formalizzarsi né vergognarsi inutilmente e di tenere testa a chi cerca di calpestare i suoi diritti; la pedante Mary; la scialba Kitty sempre in crca di una persona di riferimento cui attaccarsi, a costo di scegliersi la sorella minore, e soprattutto quell'incredibile capolavoro che è Lydia: giovanissima, frivola, vivace, irriflessiva, sventata fino all'incoscienza più totale - eppure capace di uscire indenne e in buona salute dai peggiori colpi di testa, pronta a corteggiare e farsi corteggiare da qualsiasi bel giovane che porti una divisa addosso, capace di scegliersi per marito "il peggior gentiluomo d'Inghilterra" sull'onda di una travolgente  infatuazione ma di non perdere mai, in seguito, il diritto alla rispettabilità che il matrimonio le aveva dato: niente scandali per lei, niente fughe, niente intrighi peccaminosi e relazioni adulterine: sposata a sedici anni al peggiore (e più insolvente) gentiluomo d'Inghilterra a lui resterà fedele e si comporterà da moglie rispettabile e onorata. Abbiamo mai incontrato o conosciuto qualcuno come Lydia? 
Personalmente sì, a tonnellate, e sono tutte donne che a conti fatti non se la sono cavata né meglio né peggio nella vita di tante di noi.

Il codice etico delle protagoniste di Jane Austen  è uno dei pochi tratti che hanno in comune - e qui le protagoniste sono due, perché in Orgoglio e Pregiudizio va contata anche Jane: ci si sposa per amore e solo e soltanto per amore, possibilmente cercando di evitare l'indigenza; si decide in proprio, senza farsi convincere da considerazioni mercenarie, e tenendo in ben scarsa considerazione l'opinione della famiglia dello sposo: il matrimonio per definizione è affare privato tra i due coniugi e anche la dolcissima e ragionevolissima Jane assicura la sorella che non esiterebbe un minuto a sposare Charles Bingley nonostante l'ostilità delle di lui sorelle, cosí come Elizabeh, davanti alla minaccia di Lady de  Bourgh di ritrovarsi ostracizzata dalla famiglia di Darcy se decidesse di sposarlo risponde con una variante nemmeno troppo confettata del "Ecchissenefrega": siamo lontani molte centinaia di miglia dalle protagoniste di Trollope che respingono le proposte di gentiluomini che pur amano perché la madre è ostile o cose del genere.

Il punto che mi colpí per ultimo fu, ed ero ormai adulta, quello economico. In tutti i romanzi di Jane Austen ogni protagonista matrimoniabile (e anche molti matrimoniati) girano con accanto una invisibile insegna che indica la la loro rendita o la loro eventuale retribuzione. Sappiamo subito  che Charles Bingley è quotato sulle 5000 sterline, che Fitzwilliam Darcy ne vale 10000 (che, sì, è una cifra quasi da favola), che il reverendo Collins è un buon partito che oltre ad un beneficio ecclesiastico non indegno ha la prospettiva di ereditare una rendita di 2000 sterline e che George Wickham non ha il becco di un quattrino pur essendo bello e assai simpatico e affascinante (e dunque non è affatto matrimoniabile, al contrario degli altri tre che sono invece ottimi partiti).
La famiglia Bennet sotto questo aspetto vive assai pericolosamente, in costante equilibrio su una lama di rasoio di cui la sola Mrs. Bennet  sembra consapevole, ma di cui anche Mr. Bennet conosce bene le insidie - che insieme i due coniugi si studiano di evitare, ma in modo contraddittorio.
Provo a spiegarmi più chiaramente: il padre vive con una rendita di 2000 sterline annue (tutt'altro che spregevole dunque), lui, la moglie e le cinque figlie in età da marito non una delle quali all'inizio del romanzo è nemmeno vagamente fidanzata. La rendita di Mr. Bennet è però vincolata a un erede maschio - le cinque femmine sono state concepite e partorite appunto nel tentativo di avere quel maschio, che invece non è mai arrivato, finendo così per  aggravare  il problema che avrebbero dovuto risolvere - e alla morte di Mr. Bennet la proprietà andrà ad un parente laterale della famiglia, tale Mr. Collins.
Dal ramo materno invece c'è ben poco: mille sterline a testa non sono esattamente una dote di gran lusso.
Le prospettive per le ragazze sono dunque potenzialmente drammatiche se almeno qualcuna di loro non riesce a fare un buon matrimonio - ma la questione non sembra togliere il sonno a nessuno, in realtà nemmeno alla madre, che pur accusando sul tema "matrimonio" occasionali crisi di nervi (come fa  un po' per qualsiasi contrarietà) non ha niente in contrario che due di quelle ragazze perdano la testa ogni settimana per un giovane ufficiale diverso (e i giovani ufficiali, si sa, di solito sono cadetti o comunque squattrinati).
Le cinque ragazze Bennet sono state tirate su come principesse o perfino meglio: chi ha voluto studiare qualcosa l'ha fatto, con appositi maestri, chi era pigro ha potuto dedicarsi a qualcosa di più divertente di canto, pittura, disegno, ricamo di paraventi e studio delle lingue (che, stando a una molto interessante conversazione di un gruppo di protagonisti all'inizio del romanzo, costituisce in fondo la lista delle materie che  formano l'educazione femminile, e dietro il tono giustamente polemico di Darcy si intravede in trasparenza una Jane Austen ancor più polemica). 
Nessuna delle cinque ragazze inoltre si è mai immischiata nella conduzione della casa: in una conversazione molto illuminante Mrs. Bennet accenna con un certo disprezzo a Charlotte Lucas che "era attesa a casa per le polpette" (o per la torta di mele, dipende dalla traduzione) specificando a Mr. Bingley che non capiva l'utilità di immischiare le ragazze nella gestione domestica quando si disponeva di servitù che faceva bene il suo mestiere e sottintendendo  cosí che le sue figlie, in cucina, nemmeno ci entravano.
Sia Jane che Elizabeth sembrano in effetti molto più adatte a gestire una casa come Pemberly o Netherfield piuttosto che a sposarsi un ecclesiastico di belle speranze ma per il momento ben sotto alle mille sterline all'anno - e quando Mr. Collins prova, piuttosto sennatamente, a risolvere la questione del vincolo sposando una delle ragazze Bennet, non si rende conto della fortuna sfacciata che ha avuto ricevendo un franco rifiuto dalla fortunata prescelta che davvero in quell'occasione "fa del suo meglio per garantirne la futura felicità" appunto rifiutandolo. 
Mr. Williams verrà invece prontamente accettato da Charlotte Lucas, quella che sa fare le polpette (o la torta di mele, dipende dalla traduzione) e che sarà per lui, stando alle apparenze, una moglie ideale, non solo in virtù del suo tatto, del suo buon senso e della sua capacità di non sentire all'occorrenza le scempiaggini del marito, ma anche per la notevole pazienza che mostrerà nel sopportare Lady Catherine de Bourgh e le sue continue ingerenze, lusingandola senza la viscida lecchineria del consorte, ma soprattutto gestendo con grande accortezza canonica, pollaio (pollaio! Altro che polpette!) e tutti gli  annessi e connessi facendoli render nel modo migliore e tenendo probabilmente una contabilità precisa, senza sprechi ma anche senza particolari ristrettezze.
Il matrimonio di Charlotte viola tutti i principi che le protagoniste principali dei romanzi di Jane Austen seguono: non solo Charlotte sposa Mr. Collins senza amarlo, ma senza nemmeno provare per lui stima, affetto, complicità - insomma, uno qualunque dei sentimenti che tengono usualmente insieme una coppia. In compenso invece ama il suo beneficio ecclesiastico, la sua canonica, la sicurezza economica che può garantirle, la possibilità di avere una casa sua da organizzare. È un  matrimonio di convenienza (per tutti e due, a dire il vero, perché non si osa nemmeno immaginare la sorte di Mr. Collins sotto l'influsso di una donna sciocca o anche solo priva di discrezione e di tatto), ma scelto con lucidità da una persona perfettamente in grado di valutarne i pro e i contro - e si ha anche l'impressione che, non essendo Charlotte un animale a sangue eccezionalmente caldo, alla lunga i pro prevarranno sui contro.
E proprio questo matrimonio così bizzarro, che probabilmente riuscirà alla fine piuttosto bene, specie quando entreranno in scena dei bambini, è in realtà uno degli assi portanti dell'intreccio -  del quale intreccio non si può negare che sia uno dei migliori di tutta la storia della letteratura mondiale, dove gli eventi scivolano e pattinano e zampillano gli uni dagli altri con una naturalezza davvero impagabile.
Consigliato a tutti e soprattutto a tutte - sì, lo so che tutti l'avete letto, ma anche a rileggerlo non è mai tempo perso, quantomeno perché è possibile ammirare una delle migliori macchine narrative di tutti i tempi in tutti i suoi dettagli, e se ne trovano sempre di nuovi.


13 commenti:

Hermione ha detto...

Orgoglio e pregiudizio, quanto l'ho amato e che ricordi. Una vecchia edizione presa in prestito a casa di mia nonna (e che è ancora qui con me), rigorosamente completa (perché quella di Cime tempestose, per esempio, era stata tagliata delle parti che accennavano ai fantasmi).
Proprio in queste settimane Topolino ha pubblicato una versione paperesca della storia e mi era venuta voglia di rileggere il libro. Il fatto che lo raccomandi anche tu è forse un segno che è arrivato il momento.

pensierini ha detto...

Istruttiva recensione. Una sola domanda: perché il carattere in formato così gigantesco? Hai avuto pietà dei miopi? :-)

Bridigala ha detto...

Ma ciao!
Che meraviglia di romanzo, adoro Jane Austen, anche se forse il mio preferito risulta essere "L'abbazia di Northanger", in cui l'autrice sbeffeggia il romanzo gotico con rara grazia, che cito sempre quando parlo di Malombra (che se letto nella giusta prospettiva è un romanzo straordinariamente moderno), visto che nel mio comune visse e governò Antonio Fogazzaro. Restando a Orgoglio e pregiudizio, in effetti non sono riuscita a trovare in Darcy tutta questa perfezione, e forse l'avrei fatto sudare un po'più di Lizzy, dopo la sua prima dichiarazione, semplicemente abominevole! Detto questo, per chi ha bisogno di reincontrare i personaggi del romanzo, segnalo Morte a Pemberley, un esercizio di stile della giallista P.D.James che ci spedisce dritti a casa di Elizabeth e Darcy a qualche anno dal loro matrimonio, quando un ospite imprevisto viene assassinato. Godibile, anche se ovviamente la mano di Jane Austen è ben diversa.

Pellegrina ha detto...

JA mi ha sempre suscitato reazioni ambivalenti. Da un lato amo la perfezione della trama, la brillantezza dei dialoghi, le descrizioni, l’ambiente campestre, anche se Hardy lo descrive meglio mentre in lei rimane un décor. Dall’altro queste caterve di donne loquaci e dentro una rete sociale per me di rara noia (ricordo una folgorante definizione di « buona compagnia » da parte di un personaggio femminile a cui un uomo risponde che lei ha descritto la compagnia migliore e non semplicemente buona) che hanno come principale orizzonte confessato o no il matrimonio mi ha sempre lasciata perplessa e un po’annoiata. Nessun personaggio è mai riuscito veramente a intrigarmi.
Come leggere una formidabile macchina narrativa vedendoci agire dei pupazzini un po’ leziosi.
Poi certo bisogna fare la tara al costume dell’epoca: trovare marito era un vero lavoro per le donne della borghesia che non esercitavano un mestiere preciso se non quello di padrona di casa.
Non a caso il personaggio che mi è sempre sembrato più umano è quello di Charlotte: lei non si puo’ permettere di scegliere per amore né di restare senza marito: se vuole una vita dignitosa deve sposarsi. Non essendo né bella né ricca né potendo agire come le Bennet a cavallo dei due mondi facendo felici incontri di scapoli anche molto più ricchi, perché il suo posto confina con quello della servitù, cioè con quelle che erano per i buoni partiti della Austen carne da letto anche se nei romanzi non si dice mai, se vuole un destino diverso non puo’ rifiutare un uomo che non ama e soprattutto non stima. Tra l’altro è un personaggio molto ben caratterizzato nell’ultimo film - udite udite - tratto dal romanzo quello con Pike nel ruolo di Jane. Tiene coscienziosamente fede al contratto ma la sua vita deve essere piuttosto amara; come specularmente quella di Lydia. Questi personaggi sembrano una lezione di mortificazione della carne, l’una perché l’ha troppo amata per poi scoprire che nulla ne restava, l’altra perché negandola nella sua vita ha trovato un mezzo di migliorare la propria condizione sociale mentre l’altra che invece per aver seguito l’istinto sessuale, l’ha peggiorata. Un moralismo simile c’è anche in Mansfield PArk che è un romanzo perfettamente costruito, da cui è impossibile staccarsi ma che getteresti mille volte nel fuoco del camino - se solo riuscissi a separarlo dalla tua mano finché non l’hai finito - tanto è irritantemente predicatorio.

Per tornare al discorso principale le brave ragazze austeniane appaiono certo spigliate, ma tutto si gioca, anche i loro viaggi che all’epoca erano proprio un mezzo per favorire incontri tra futuri coniugi supposti compatibili tramite la rete familiare, all’interno della partita del trovare marito. E vorro’ troppo io, ma mi viene in mente che all’epoca tra le donne inglesi c’erano studiose di matematica, progettatrici di computer e scrittrici che il matrimonio lo saltavano a piè pari, se necessario, per i poeti dei loro sensi e del loro cuore. (Peccato che il solito film politically correct abbia completamente sforbiciato la personalità di Mary Godwin da ogni aspetto intellettuale e di autrice a vantaggio di una se pure ben resa storia di adolescenti che crescono in modo un po’incosciente.)

dolcezzedimamma ha detto...

Grazie del suggerimento!

dolcezzedimamma ha detto...

Confesso che alla prima lettura (quando ero giovane e il matrimonio non era la mia priorità) questo libro mi infastidì, alla seconda mi piacque... Forse è il momento di procedere alla terza. (Spero nel weekend di riuscire a commentare tutti i tuoi post arretrati)

Anonimo ha detto...

La versione paperesca è deliziosa, come sempre. Di Orgoglio e Pregiudizio ho visto una quantità spropositata di film e sceneggiati, a partire da quella con Laurence Olivier e Greer Garson, il celeberrimo sceneggiato con Colin Firth e anche il film del 2005, che continuo a guardare, pur trovandolo mediocre, perché ci sono delle case pazzesche. Qui Bingley è interpretato dal fratello scemo di Jocker, Wickham da un cartonato e Darcy dal cagnolino Tito, l'amico della Pimpa, così il mr Collins di Tom Hollander risulta essere l'unico maschio trombabile - oltre a mr. Bennet, Donald Sutherland, ultima thule della gerontofila cinquantenne. Quindi il romanzo finisce per affogare sotto tutte queste facce e tavole imbandite, e non lo rileggo da secoli, mentre agli altri dedico una rilettura annuale, ad esclusione di Mansfield Park, che detesto. Magari è di nuovo il suo momento, chissà. Una raffinata riverenza da mrs. Lurkerella

Murasaki ha detto...

@Hermione:
È sempre il momento per rileggere Orgoglio e Pregiudizio, secondo me 😊
Grazie di aver segnalato la versione paperesca, probabilmente quando ritoccherò il post metterò un accenno anche nel testo. Mentre scrivevo avevo pensato di aggiungere un cenno sui vari sceneggiati, rifacimenti, seguiti ecc., poi ho deciso di lasciar perdere perché sono davvero troppi - tra l'altro qui in Italia arriva la punta dell'iceberg, ma in Inghilterra c'è molta più roba: seguiti con la storia di Giorgiana Darcy, per esempio, o riscritture della vicenda dalla parte di Darcy...

@Pensierini:
Questi scritti all'ospedale sono post grezzi, perché il tablet ha i suoi bravi limiti, soprattutto quando i post sono lunghetti. Siccome questo sapevo che lo sarebbe stato abbastanza ho cercato di aggirare il problema scrivendo il testo in una Nota per poi incollarlo... e il carattere delle note è questo. Quando tornerò a casa rimedierò usando i consueti caratteri del blog. Nel frattempo mi scuso profondamente cin i lettori e invoco la loro comprensione ^_^ (inchino)

@Bridigala:
Grazie della segnalazione, che ricordo hai già presentato sul Venerdì del Libro tempo fa, e da allora sta nella mia lista di letture programmate ^_^

Murasaki ha detto...

@Pellegrina:
Come sempre leggere le tue critiche è molto interessante. Non sei l'unica cui i libri di Jane Austen tramettono questo senso di claustrofobia: tra i tanti possiamo citare anche Charlotte Bronte, alla quale qualche imbecille suggerì appunto di prendere spunto da Jane Austen per capire come diveva scrivere una signora - che è un po' come dire a Picasso di prendere esempio dai preraffaelliti. A molti invece (tra cui io, se non si fosse capito) questo senso di perfezione racchiusa nell'hortus conclusus piace passai.
Non sono invece convinta che la vita di Lydia e di Charlotte sarà amara: questo è un romanzo di gente felice (tranne Miss Bingley, immagino; ma proprio non riesco a prendermela a cuore, che posso farci?). E amo profondamente Mansfield Park anche perché è moralistico - probabilmente lo sono anch'io, anzi è il mio preferito dopo Orgoglio e Pregiudizio, anche se so di essere in miniranza. Mi prenderò la mia brava dose di sassate quando arriverà il suo turno...

@Dolcezze:
Come dicevo a Hermione, è SEMPRE il momento giusto per leggere o rileggere Jane Austen, e dunque perché non ora?

@ Lurkerella:
Sì, la versione paperesca è deliziosa ^_^ È interessante quek che scrivi - so che succede qualcosa di simile con il Signore degli Anelli, ma in un caso come nell'altro non corro il rischio perché il primo film per me arrivò dopo la quinta o sesta rilettura. Avevo comunque capito che il canone era diventato lo sceneggiato con Colin Firth...

Anonimo ha detto...

Sì, quella con Firth continua a essere la versione più apprezzata, anche da me. Il mio imprinting verso molto romanzi inglesi sono i fim fatti attorno agli anni '40, forse anche prima, che venivano passati regolarmente in tv. Greer Garson - doppiata forse da Tina Lattanzi? Non ricordo- era la mia preferita, ricordo anche una biografia di Marie Curie, un filo romanzata. Non so che effetto mi farebbero adesso. Darò un'altra possibilità a MP, in fondo un po' di sano moralismo non ha mai ammazzato nessuno! Lady Susan e Persuasione sono i miei preferiti.

Anonimo ha detto...

Ops! Resa ebbra dall'insolita benevolenza del captcha ho dimenticato di firmare! L'amante di Greer Garson è Lurkerella

Murasaki ha detto...

@Lurkerella:
Qui ci vuole qualche spiegazione, perché Lady Susan non è nel canone ma solo un abbozzo incompleto edito in tempi moderni, se non ricordo male con una continuazione apocrifa. Ricordo male?

Anonimo ha detto...

Lady Susan è stata pubblicata postuma, ma per essere un abbozzo è piuttosto articolato; non ho fatto queste gran ricerche quindi non so se è stato rimaneggiato, almeno in quel poco che ho letto non se ne fa cenno - ma non vuol dire. Lurkerella