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venerdì 11 gennaio 2019

Letteratura al maschile e letteratura al femminile

 

Le tre sorelle Brontë, dipinte dal fratello Patrick. 
Il ritratto, molto più malridotto di come appaia qui, si trova alla National Portrait Gallery - un piccolo quadretto smiciato che lascia l'impressione di una forza davvero potente. 

Nell'ultimo anno nei circuiti letterari si è andato diffondendo un curioso tema di discussione: davanti  ai meccanismi editoriali le donne risultano svantaggiate?
Murasaki Nel Paese Delle Meraviglie è rimasta abbastanza perplessa davanti a questo Grande Interrogativo perché è una figlia dei tardi anni 70, un periodo in cui le donne andavano assai di moda o almeno così sembrava. D'altra parte, se J.K. Rowling in persona (e non certo solo lei) ha preferito dare al suo nome come autrice una sorta di neutralità, evitando di dire i suoi due nomi, qualcosa dovrà pur dire.
E invero le statistiche non sembrano lasciare dubbi: rispetto agli uomini le donne sono meno pubblicate, meno lette e anche meno considerate come scrittrici, anche dalle donne stesse (che, com'è noto, sono la maggioranza delle persone che leggono). In rete è circolata la domanda "Nella tua libreria ci sono più libri scritti da uomini o da donne?" e la risposta in molti casi sembra sia che gli autori maschi prevalgono alla grande.
Ho scrutato molte volte la mia libreria, senza peraltro nessuna voglia di mettermi a fare un conto preciso ché mi sta troppa fatica - senza contare che andrebbe ben considerato come la mia libreria contenga solo una parte dei libri che lo letto (biblioteche, prestiti di amici e una cospicua libreria di famiglia assai ben fornita han fatto il resto) e a quel punto il conto diventa decisamente difficile.
Tuttavia, nonostante la massiccia presenza di Agatha Christie e di Zimmer Bradley* e di alcune  ottime mangaka temo proprio che i libri siano in buona parte al maschile - cosa del tutto inevitabile in una biblioteca formata in gran parte di "classici" (chiamo classico qualsiasi libro abbia più di una quarantina di anni, indipendentemente dal valore letterario). 
Sotto quest'aspetto infatti non c'è dubbio che la situazione sia pesantemente sbilanciata dalla parte mascile, perché fino a buona parte del XVIII secolo le scrittrici del canone europeo si contano abbastanza facilmente**: per la letteratura greca abbiamo Saffo e una manciatina di signore che ci  han lasciato qualche citazione indiretta, come Anita di Tegea; per quella latina abbiamo tal Sulpicia che ci ha lasciato un pingue corpus di ben cinque brevi scritti finiti nel canone di Tibullo e  che forse non sono nemmeno suoi. Per il mio amato medioevo non siamo messi molto meglio, anche se le poche autrici si segnalano se non altro per una certa varietà di temi (Dhuoha scrisse un manuale di educazione per suo figlio, Rosvita, badessa assai colta, scrisse drammi edificanti che le sue monache potevano recitare, Tritula ci ha lasciato un bel trattato di medicina, Eloisa segue il filone autobiografico e introspettivo oltre che monastico, Ildegarda di Bingen si occupò di mistica, minerali, medicina, musica e teologia, Maria di Virzy scrisse storie cavalleresche e d'amore in francese, e Caterina da Siena ci ha lasciato un corpus davvero vasto da leggere. Qualcosina arriva col rinascimento italiano, con una fioritura di poetesse italiane che comprende anche Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, e nel Seicento dalla Francia con i grandi epistolari *** e soprattutto con Madame de LaFayette. 
Nel Settecento la situazione cambia, perché è arrivata quella benemerita invenzione che si chiama romanzo, e lí fin dall'inizio le donne hanno dato un consistente apporto, soprattutto nella letteratura inglese. 
Quanto ai pregiudizi verso le femmine scrittrici, almeno da parte dei critici maschi, moltissimo ci sarebbe da dire anche per il presente (se andate a leggervi un po' di cosiddetti Commenti Autorevoli su Elena Ferrante e la sua quadrilogia avrete un interessante spaccato in materia) ma posso assicurare che in passato alle donne scrittrici non è stato fatto mancare niente.
Il primo sospetto in materia lo ebbi quando, al liceo, studiavo letteratura italiana. D'accordo, il professor Blasio nemmeno ci accennò all'esistenza di poetesse rinascimentali, ma quell'anno facemmo un programma veramente ridotto ai minimi termini, e alla dine a suo tempo aveva risolto Boccaccio con una lezione una. Ma mi colpí il manuale di letteratura di Salinari, che invece ne  accenava quanto bastava per spiegare che non erano nulla di che: troppo emotive e troppo prese dal sentimento (e troppo poco letterarie?). Io lessi e rilessi l'unica citazione che si degnava di fare di Gaspara Stampa
Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto; | piangerò, arderò, canterò sempre | (fin che Morte o Fortuna o tempo stempre |a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto) | la bellezza, il valor e 'l senno a canto. | che 'n vaghe, sagge ed onorate tempre | Amor, natura e studio par che tempre | nel volto, petto e cor del lume santo...“ — Gaspara Stampa, 26. XXVI. 
e la trovai molto bella, mentre gli altri poeti del Cinquecento, quando non scrivevano poemi epici, mi lasciavano piuttosto freddina.
Più amara fu la sorpresa quando una cara amica che si laureava in inglese mi prestò la storia della letteratura di David Daiches e scoprii quanto poco spazio dedicava a quelli che, a mio avviso, erano senza dubbio i meglio pezzi dopo Shakespeare: Jane Austen e le sorelle Brontë, e quante banalità sciorinasse per la circostanza. Un po' meno mi sorpresero le discussioni sugli scritti di Eloisa, e su "quale uomo fosse nascosto dietro quel nome". Solo a un certo punto della mia vita mi resi conto che, essendo abituata a leggere soprattutto critica letteraria (e sociologia) scritta da donne negli anni più caldi del femminismo, arrivavo in un certo modo impreparata all'impatto col mondo accademico che era soprattutto maschile.

Perché il punto è proprio questo: di tendenza leggo mooolto più volentieri libri scritti da donne, e per quanto ricordo è sempre stato così. In qualche modo trovo che il loro punto di vista sia più morbido, più interessante, più sfaccettato e più recettivo verso le cose che effettivamente sono importanti, e a questo punto non saprei dire se si tratta di un pregiudizio o di una effettiva risonanza col mio modo di essere - sta di fatto che, classici a parte che in qualche modo sono usciti dal vaglio di una dura selezione, di tendenza i romanzi scritti da uomini quasi sempre mi annoiano un po' (con le dovute eccezioni, si capisce). 

Tutto questo per spiegare che quando Lurkerella ha esortato Pensierini a leggersi Anne Brontë l'ho presa per una richiesta di segnalarli nel Venerdì del Libro rivolta a me e, come una tigre che visto un bel filetto di chianina e decide di farsi anche il controfiletto, la noce e lo scannello pappandoseli in tre bocconi con gran gusto, ho prontamente deciso, finiti di presentare i sei romanzi di Jane Austen, di dedicarmi a tutti i romanzi delle sorelle Brontë nonché alla biografia di Charlotte Bronte scritta da Elizabeth Gaskell, a qualcosina di George Eliot (così magari è la volta che finalmente mi leggo il Mulino sulla Floss invece di limitarmi a rileggere Middlemarch) e forse perfino a qualcosina di Virginia Woolf. Con i miei tempi, naturalmente. Il tutto al grido di "ogni scusa è buona per rileggere certi romanzi".

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture degli autori di tutti i sessi.

*la cui influenza su di me appare piuttosto sovradimensionata dal formato dei volumi, a dire il vero  
** sotto questo aspetto han fatto assai meglio in Giappone, dove la letteratura giapponese segnala nomi assai importanti ben prima della mia illustre omonima. Quanto alla tradizione araba, indiana e cinese, confesso la mia totale ignoranza in materia ma se mi fosse capitato per le mani qualche antico testo arabo o cinese scritto da una signora araba, indiana o cinese sono sicura che avrei cercato di metterci su le mani in qualche modo. Se però quaggiù non ce ne siano perché non ce ne sono punto e basta, oppure se sia per colpa dell'insipienza degli editori italiani davvero non saprei dire. Si accettano con gioia chiarimenti e segnalazioni.
***Ne approfitto per mandare un particolare vaffanculo agli editori che non si sono ancora degnati di tradurre l'epistolario di Madame de Sevigné. 

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono felice di averti ingolosita! In realtà consiglio Anne Brontë di default, con chiunque, sempre: "due etti di groviera per favore e mi raccomando, legga Anne Brontë!" È considerata a ragione la più moderna tra le sorelle, ma bramo la tua opinione. Ho letto anche Cime Tempestose, Jane Eire (molto amato), Villette (meh) e ho mollato Il professore dopo poche pagine, inorridita, anche se è passato tanto tempo che non so piú perché, quindi quesf'anno magari ci riprovo. Ma Anne è la mia cocchina. E sì, tanti scrittori nella mia libreria, ma negli ultimi anni leggo soprattutto libri scritti da donne, specie fantascienza, un genere in cui un punto di vista diverso rende al massimo, tanto che persino Stephanie Meyer risulta interessante. Non vedo l'ora di leggere i tuoi post libreschi. Ulteriore riverenza da mrs. Lurkerella

Kuku ha detto...

Credo di leggere più scrittori che scrittrici ma forse perché leggo in maggioranza classici. Non saprei però dire se mi piacciono più le donne o gli uomini. Di sicuro uno dei miei libri preferiti è "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno" che è di una donna e mi piace molto lo stile di Patricia Highsmith però non credo basti a dire che preferisco le scrittrici.
C'è poi anche da dire che magari ci sono libri scritti da uomini e tradotti da donne...libri bisex, in pratica!
Ci sono scrittrici donne umoristiche del tipo di PG Wodehouse?
Delle donne del passato mi ricordo solo le due mitiche Gaspara Stampa e Vittoria Colonna: devono essere state le uniche presenti nel libro di antologia!
Non avevo mai sentito parlare di Ildegarda di Bingen: dev'essere stata una tosta!

Hermione ha detto...

Non so se nella mia libreria prevalgano autori o autrici (e francamente non me la sento di mettermi a contare), però posso dirti che tendenzialmente preferisco i libri scritti dalle donne e per provare ho guardato agli ultimi nove titoli pronti per la lettura: le donne vincono 6 a 3.
Anche io trovo che le scrittrici abbiano un punto di vista più interessante, soprattutto, trovo che le loro protagoniste femminili siano molto più verosimili di quelle ideate da (molti) scrittori uomini.
Ti ringrazio per questo piacevole excursus nella letteratura femminile e attendo, non appena leggerai le Bronte, le tue recensioni al riguardo (anche per sapere se c'è qualche titolo che mi è sfuggito e che leggerei con piacere). Di Anne lessi un po' di anni fa Agnes Grey, che non mi colpì particolarmente, per cui mi piacerebbe vedere cosa ne pensi. Ti consiglio invece Il mulino sulla Floss che ricordo anche più bello di Middlemarch. Che poi, a pensarci bene, ritornando a quel che hai scritto, anche George Eliot scelse un nome da uomo...

Murasaki ha detto...

@Lurkerella:
"Il professore" non morde, per carità, ma è un libro che si legge per amor di completezza, più che con entusiasmo. Ann è rimasta schiacciata dal confronto con le sorelle... e dal pregiudizio, perché in realtà è una scrittrice ottima e molto diversa dalle sorelle. C'è poi da ricordare che in Italia si sono degnati di tradurla solo in tempi molto recenti e non so se si trova ancora in commercio, insomma leggerla era relativamente difficile per noi.
Quanto alla fantascienza scritta da donne, hai qualcosa da suggerirmi? Io sono rimasta ferma a LeGuin, che ormai non è più proprio un nome nuovissimo...

@ Kuku:
Hildegard von Bingen era tosta assai, ma è in fase di scoperta: fino a pochi anni fa la conoscevano solo un po' di medievisti.
In effetti non ha molto senso preferire "scrittori" o "scrittrici", in fondo preferiamo chi preferiamo perché ci piace come scrive. Ma stando alle statistiche spesso si tende a " assaggiare" meno le scrittrici sulla base di misteriosi pregiudizi, o almeno così sembrerebbe.

@ Hermione:
Ebbene sì, George Eliot scelse un nome maschile per pubblicare, e anche le tre sorelle Brontë scelsero dei nomi che potevano essere maschili o femminili fin dal primo libro - e infatti molto discussero i critici letterari per stabilire se Jane Eyre e Cime Tempestose erano opera di maschietti o femminucce, con argomenti che, per essere ben affintati, richiederebbero una robusta pancera che sostenga i muscoli del lettore in preda ai ripetuti attacchi di riso convulso... e naturalmente i critici letterari erano tutti maschi 😃

Anonimo ha detto...

Beh be’ discorso un po’ più lungo del momento...
Per il momento ricordiamo questa signora inglese, viaggiatrice, romanziera e commediografa del XVII secolo: https://gallica.bnf.fr/blog/09012019/aphra-behn-espionne-et-femme-de-lettres di cui si trova un bel po’ sul mirabile sito gratuito gallica.fr
Sempre dal XVII vengono le francesi Mme de Villadieu, particolarmente interessante perché scrive per bisogno di denaro, viene sfruttata dagli editori che le impongono ritmi di lavoro insostenibili, un po’ ’ come all’epoca dei feuilleton due secoli più tardi, solo che qui i romanzi escono a piccoli tomi uno dopo l’altro e Scudéry: il romanzo, di consumo o no, in Francia è scritto abbondantemente da donne nel XVII secolo, Mme de La Fayette si inserisce in una tradizione ben salda rappresentandone probabilmente l’apice della qualità letteraria. Anche perché non scrive pressata dal bisogno...
Per Rétif de La Bretonne (in Sara) è normale che una donna, in questo caso l’amante non troppo convinta del protagonista molto pi` ù vecchio di lei, scriva e faccia rappresentare una commedia di successo (XVIII secolo). La trama del romanzo ha qualcosa in comune con Senilità di Zeno. Nel basso medioevo Christine de Pisan (o Pizan), letterata, polemista e divulgatrice, nata nel ceto dei professionisti qualificati al servizio della corte, ma rimasta presto sola e vedova dichiara di sostenersi con il suo lavoro di saggista e poetessa. http://www.treccani.it/enciclopedia/cristina-da-pizzano_%28Dizionario-Biografico%29/ Ma la figura più nota è forse Louise Labé, poetessa lionese del beau XVI, protagonista suo malgrado di leggende sulfuree per la sua reputazione ma soprattutto due secoli dopo la sua morte, di una riscoperta editoriale e poetica animata dalla principale istituzione culturale della sua città. (Anche nel suo caso non sono mancate interpretazioni che ne hanno negato l’esistenza, riprese anche da critiche letterarie, peraltro di tutto rispetto e di grande valore scientifico.)
Insomma la storia della letteratura francese è disseminata tutta di autrici e innovatrici.
Mme de Sevigné purtroppo scrive delle vere lettere. Cioè molto spesso dei testi su situazioni che per noi non hanno un’importanza capitale, sono messaggi significativi per coloro cui sono rivolti ma devo dire che malgrado lo stile lodatissimo e in effetti molto piacevole di alcune missive famose leggerle tutte persino in francese è più appassionante per uno storico del costume dotato di formidabile pazienza che per un lettore in cerca di svago. Almeno a mio gusto.

Le mie scelte di letture prescindono dalla considerazione del genere. Devo dire pero’ che a pensarci molte letture, come pure ascolti (cosa sarebbe la musica senza Gréco?) capitali sono di autrici o riguardano donne. Fondamentale è stata nell’adolescenza l’autobiografia di Simone de Beauvoir, ben più dei suoi romanzi e pure del Secondo sesso che avrei riletto e scoperto solo più tardi. Un’autrice che devo a una bellissima antologia delle medie che presentava vivaddio! Una nutritissima serie di autori stranieri contemporanei non soltanto ammeregani... salvandomi dal solito Eboli e dalla solita Malavoglia e dal solito Pirandello ecc. ecc. ecc. i quali avrebbero stroncato qualsiasi amore per la letteratura.

Murasaki ha detto...

@Anonimo:
Grazie dell'integrazione! Come avrai capito sono piuttosto sguarnita sulla parte francese, ma non è tutta colpa mia perché in italiano di tutte queste degnissime signore non c'è niente, come non ho mai visto niente nemmeno di Aphra Behn, della cui esistenza sono al corrente solo perché Virginia Woolf la cita nel "Una stanza tutta per sé". Insomma, insisto che certi editori dovrebbero darsi un po' più da fare.
Quanto alle lettere di Madame de Sevigné, dopo la tua descrizione penso vieppiù che mi piacerebbero moltissimo - ma io sono anche un po' storica, come interessi, e la storia del costume mi attizza assai.
Sulla letteratura italiana la penso proprio come te: alcuni scruttori sono anche bravi, ma per niente palatabili per dei fanciulli in fiore. E soprattutto: signori miei, che palle!

Anonimo ha detto...

Anch'io leggo in prevalenza Le Guin, Atwood e Butler - e James Tiptree jr quando trovo qualcosa. Per le giovani* mi affido molto alle antologie, anche quelle di Urania, per farmi un'idea, ma spesso scopro che il resto è introvabile e/o non tradotto. *Con "giovani" intendo scrittrici sotto i settant'anni o almeno vive. Lurkerella