Il mio blog preferito

Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query schiaccianoci. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query schiaccianoci. Ordina per data Mostra tutti i post

venerdì 13 dicembre 2013

Lo schiaccianoci. Una fiaba di Natale - E.T.A. Hoffmann + Alexandre Dumas



Siamo ormai sotto Natale e ormai da più di un secolo una delle colonne sonore più classiche del Natale è quella dello Schiaccianoci, balletto in due atti composto da Chajkovskj nel 1892. 
Si tratta di un balletto di assai grande e colorato effetto, dove non si risparmiano fiocchi di neve e piogge di fiori, costumi colorati e complicatissime acrobazie sulle punte, funghetti e dolcetti e danze tradizionali dei più vari paesi.
A teatro dura un'ora e mezzo più intervallo, ma Chajkovskj ne trasse anche una suite di una ventina di minuti, che è quella che più facilmente si ascolta su disco. Quasi sempre però, sotto Natale, qualche corpo di ballo ex-sovietico arriva nelle  città italiane e lo danza per la gioia dei bambini (e soprattutto delle bambine che spesso attraversano una breve fase in cui sognano di fare la Fata Confetta) e di chi, come me, adora ogni singolo attimo di questo balletto.
La storia è ambientata alla vigilia di Natale, in una famiglia più che benestante. Un grande albero di Natale in fase di decorazione troneggia sullo sfondo, parenti e amici passano a trovare la famiglia e lasciano regali per i bambini;  uno di questi regali, consegnato dal padrino della figlia maggiore Clara, è un grosso schiaccianoci di legno in forma di ufficiale, con divisa colorata e aria intrepida e fiera. Nel corso della serata, a forza di schiacciare noci, lo schiaccianoci si rompe ma il padrino lo aggiusta. Infine tutti vanno a dormire MA nella notte Schiaccianoci è attaccato da dei cattivissimi topi, uno dei quali è il padrino, o almeno sembra, forse, chissà, che sia lui. Clara interviene e con un colpo di pantofola sconfigge il topastro cattivo. Per riconoscenza Schiaccianoci, che da pupazzo di legno è diventato un bel giovane finalmente libero da una crudele maledizione grazie al coraggioso intervento della ragazza, la porta nel paese di cui è principe. I due danzano e guardano danzare, fanno un bellissimo passo a due dopo il celeberrimo Valzer dei Fiori e finiscono il balletto da innamorati.

Messa così la trama ha diversi punti oscuri, primo fra tutti il ruolo del padrino che di giorno è una persona gentile e molto apprezzata da tutta la famiglia di Clara e di notte si trasforma in malvagio topastro. Quando si arriva alle fonti letterarie però le cose diventano ancora meno chiare, perché Clara, che nei racconti si chiama Marie... ha nove anni, e il suo matrimonio col principe avviene, con regolamentare consenso dei genitori, un anno dopo gli avvenimenti ivi narrati, per tacere di un sacco di altre questioni che riguardano, tra l'altro, statuine di zucchero e una noce impossibile da schiacciare.

Due anni fa l'editore Donzelli decise di fare un'opera meritoria agli occhi dei fanatici-da-Schiaccianoci nelle cui file mi vanto di militare sin dalla più tenera età, e ha raccolto in un libro entrambi i racconti dai quali il balletto, in maniera piuttosto libera, trae spunto.
Il primo racconto è di E.T.A. Hoffmann, si intitola Schiaccianoci e il re dei topi e risale al 1816. Nel 1845 Alexandre Dumas riscrisse la storia in francese col titolo Storia di uno schiaccianoci cambiando un po' la trama e, ufficialmente, fornendo a Chajkovskj la storia per il balletto - anche se il minimo che si può dire è che nel balletto ci sono stati un bel po' di ulteriori cambiamenti. 
Il libro è poi impreziosito da ben 62 bei disegni originali (e in parte a colori) di Aurelia Fronty. Il bel volumetto che ne viene fuori costa sui 24 euro. Sarà un regalo gradito a qualsiasi fanatico/a dello Schiaccianoci a prescindere dall'età e le illustrazioni sono comunque molto carine. Inoltre, averlo in casa vi lascerà la rasserenante certezza di potervi togliere in ogni momento qualsiasi dubbio sulle origini della storia di Schiaccianoci che rischi di turbare la quiete del viver vostro.

Detto questo, prima di ammanirlo a un bambino che dello Schiaccianoci si interessi il giusto, e soprattutto che non sia un robusto e assai paziente e onnivoro lettore, ci penserei bene tre volte e poi non ne farei di nulla. Hoffmann e Dumas sono senza dubbio grandi scrittori, e l'arte di intrattenere i lettori non gli manca di certo, ma per leggere queste due lunghe fiabe ci vuole una certa dose di pazienza perché l'estrema zuccherosità (l'aggettivo non è scelto a caso) della storia può seriamente mettere a rischio non solo la dentatura del destinatario, ma anche la sua sopportazione. Diciamo che è un caso in cui gli anni si sentono, e il lettore ideale per questo libro è adulto e piuttosto resistente.

E' uno sconsiglio? Assolutissimamente no. Come ho detto, per gli appassionati del balletto sarà un dono più che gradito, ancor più se in casa ci son dei bambini o dei ragazzi parimenti appassionati.
Caso mai qualcuno volesse osservare che, a quel punto, il target dei destinatari non sembra vastissimo non potrò che dargli ragione. Io, comunque, ne ho tratto gran piacere e sono molto lieta di averlo nella mia libreria - sezione musica.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone feste e soprattutto un felice pre-Natale adeguatamente zuccheroso a tutti gli altri partecipanti e a chiunque passi di qua. Possa la Fata Confetta coprirvi di dolci!

lunedì 28 dicembre 2020

Lunedì Film - Lo schiaccianoci e i quattro regni


Come ho già scritto più volte, amo follemente la musica e il balletto dello Schiaccianoci che per me rappresentano una delle vere essenze del Natale.
Uno dei miei grandi rimpianti era che nessuno ne avesse mai tratto un bel film, e fui davvero contenta quando, nell'autunno 2018 il film arrivò, e dai trailer sembrava davvero fascinoso e molto fantasy (come tutte le fiabe, del resto).
Purtroppo proprio quando uscì nelle sale* venni ricoverata per l'ennesima ma ultima volta e non mi rimase che consolarmi con le recensioni - quelle sui giornali tutte ottime, quelle degli spettatori un po' perplesse.
Il tempo passa e infine questa vigilia di Natale, in mancanza di altri festeggiamenti che quelli miei privati che avevo allestito in casa, me lo sono potuto guardare in tempo reale, cioè al momento giusto - perché, com'è noto, è una storia ambientata durante la vigilia e la notte di Natale. 
Mi è piaciuto molto, ma adesso che l'ho visto comprendo anche le perplessità di molti spettatori, specialmente quelli che non stravedono come me per lo Schiaccianoci.

Andiamo per ordine: la regia è di Lasse Hallström, regista svedese non particolarmente prolifico ma molto amante delle favole e del mondo immaginario dei bambini. Per quanto ne so non ha mai sbancato il mondo, ma i suoi film sono gradevoli, simpatici e privi di retrogusto dolciastro ma non di un certo spessore.
Il cast è di tutto rispetto e comprende perfino due nomi che conosco: Vera Knightley, a suo tempo Elizabeth Bennet e qui nel ruolo della Fata Confetta (o Confetta o Dei Confetti, non ricordo che traduzione hanno scelto nell'edizione italiana del film)  e Morgan Freeman che interpreta il padrino Drosselmeyer, più altra gente assai famosa per chi va al cinema un po' più spesso di me.
La colonna sonora... non so perché hanno scritto che la colonna sonora è in parte presa dal balletto. A me sembra che sia stata presa assolutamente tutta dal balletto, anche se la maggior parte dei pezzi è spostata, riarrangiata e infilata comunque in punti diversi da quelli previsti da Chajkovskj, e secondo me va benissimo così. In un punto, sul finale, c'è addirittura una scena del balletto ballata nel più perfetto stile del balletto classico di fine Ottocento, e che racconta appunto la storia (quella del balletto o quella del film? Mah, diciamo che in quel punto coincidono).

La storia... ufficialmente è "riadattata" dal racconto di Hoffmann, ma a dire il vero è proprio una roba diversa e qualcuno ci ha trovato da ridire. Non io, perché tanto c'è la musica di Chajkovskj e l'importante per me è quello.
Siamo ai tempi in cui è ambientato il balletto, ovvero fine Ottocento, in una ricca famiglia che comprende Clara, che non ha nove né undici anni come nella novella, ma all'incirca quattordici-quindici, una sorella, di età non molto diversa, e un fratellino minore. Poi c'è il padre, un pover'uomo affranto dal dolore (cosa di cui tutti si rendono conto benissimo tranne Clara e il fratellino) e che cerca di tirare avanti come può dopo la morte per malattia dell'amatissima moglie. La suddetta moglie, come intuiamo da un flashback, già l'anno prima sapeva di essere malata in modo irrimediabile e aveva lasciato per i suoi figli tre regali da aprire appunto alla vigilia di Natale. E il regalo per Clara era... no, non uno Schiaccianoci, ma un uovo di quelli tipo Fabergè, d'argento e senza chiave. In pratica, un uovo inapribile.
Clara è una bella ragazza, molto amante delle scienze (fisica, chimica, meccanica eccetera) che si diverte ad inventare complicati esperimenti per spiegare al fratellino le leggi delle suddette scienze. Questo grande amore l'ha ereditato proprio dalla madre, orfanella adottata a suo tempo da Drosselmayer, che la considerava la migliore inventrice di sua conoscenza. Come scopriremo più avanti Drosselmeyer non è solo un ricco signore amante pure lui delle scienze, ma qualcosina di più - i suoi topi e i suoi gufi per esempio sono particolarissimi.
Dal padrino la famigliola un po' triste e molto nostalgica va a festeggiare il Natale, in una festa grandiosa dove tra l'altro entra in scena lo Schiaccianoci di legno dipinto da soldatino, che nessuno si fila più di tanto.
Ad ogni modo, quando la festa è appena iniziata, Clara vede la chiave del suo uovo che viene portata via da un topo bianco che scopriremo poi chiamarsi Topolastro. Inseguendo il topo si ritrova ben presto nella Valle degli Alberi di Natale, poi davanti a un ponte che, ebbene sì, conduce a un regno incantato. A guardia del ponte un bel ragazzo vestito da soldatino-giocattolo. Un po' per volta scopriremo che si chiama Philip Hoffmann, anche se per buona parte del film sarà solo "il Capitano"

Il Soldatino la porta nel regno incantato, dove tutti la riconoscono come la figlia di sua madre, che un tempo era la loro principessa e aveva inventato una macchina che dava vita ai giocattoli (tutti loro infatti sono ex-giocattoli).
Tutto andrebbe bene tranne per il fatto che in uno dei Quattro Regni la Regina ha perso la testa e ha deciso di ribellarsi e conquistare gli altri tre.
Clara, aiutata dal Capitano ma anche dal prode Topolastro, riporta le cose a posto anche grazie alla sua conoscenza delle macchine, non senza aver scoperto che la storia non è andata esattamente come le avevano raccontato. 
In pratica, uno Schiaccianoci steampunk dove il personaggio più zuccherino si rivela di una cattiveria inaudita e dove le apparenze ingannano (ma quest'ultima cosa era già evidenziata anche nella storia originale, sia quella scritta che quella musicata).
In effetti è tutt'altra storia che quella del balletto o del racconto di Hoffmann (lo scrittore, non il Capitano) ma a me sembra che funzioni benissimo. Avanzo però due piccole obbiezioni.
Primo, lo Schiaccianoci. Sia nel balletto che nel racconto è quasi sempre sulla scena e fa un sacco di cose, ad esempio rompersi nel primo atto quando è un pupazzo. Qui compare dopo la prima mezz'ora di un film di meno di novanta minuti, fa tutto sommato piuttosto poco e soprattutto: vabbé, Clara a un certo punto lo chiama Schiaccianoci, ma in tutto il film non si vede nemmeno l'ombra di una noce, lui non subisce alcuna trasformazione né è sotto alcun incantesimo e in pratica non fa niente se non aiutare l'eroina in un paio di scene. In pratica: possiamo anche credere sulla fiducia che un tempo lontano sia stato uno schiaccianoci, ma volendo anche un termosifone, un ornitorinco o un dolce alla crema. Cioè, che ci azzecca il titolo, musica a parte?
Secondo e più importante punto: lo Schiaccianoci è essenzialmente una storia d'amore: la piccola Clara trova il suo principe, e alla fine lo sposa pure (anche se in alcune versioni del balletto si ricorre all'espediente di farla risvegliare alla fine della musica per scoprire che è stato solo un sogno). Qui la storia d'amore proprio non c'è, al massimo niente impedisce allo spettatore di immaginarla in controluce  ma senza altro appiglio concreto che ci sono per protagonisti due bei ragazzi e dunque si potrebbe anche andare a finire lì.
D'accordo, ai tempi di Chajkovskj tutte le ragazze sognavano un principe da sposare, anche perché non avevano molto altro da sognare visto che carriere e studi erano loro precluse; al contrario, oggi si ama immaginare giovani eroine con un destino tutto loro da seguire che, tutto sommato, al principe azzurro non ci pensano più di tanto:

Lungi da me deprecare queste valide aspirazioni, e soprattutto è bene ricordare agli spettatori che a questo mondo c'è ben di meglio dei principi, tuttavia a me le storie d'amore piacciono, specie se in sottofondo c'è il leggendario passo a due dello Schiaccianoci

che nel film, ahimé, è usato soprattutto come musica del carillon nell'uovo, in una scena dove un aggancio sentimentale non ce lo trovi nemmeno a cercarlo col microscopio elettronico.
Così Philip accompagna la sua principessa alla frontiera col mondo reale, dove lei ballerà il passo a due... con suo padre, con cui da quel momento avrà un rapporto molto più affettuoso anche se del tutto privo di sfumature incestuose.
Lei e Philip si ritroveranno? Lei promette di ritornare, ma non precisa né come né quando né con quali intenzioni.
Resta comunque un bel film, adattissimo per la vigilia di Natale e assolutamente piacevole. Volendo, adattissimo anche per una classe delle medie se non è l'anno del Covid e quindi i giorni ti precipitano addosso senza che tu riesca a programmare quasi niente.

* strano a dirsi, in quell'epoca remota i film uscivano nelle sale e non in streaming, e sotto Natale quelle sale di solito erano assai piene

venerdì 11 luglio 2014

Incantesimo di fuoco - Laura Amy Schlitz


Il vero motivo per cui ho preso questo bel libro dallo scaffale dei nuovi arrivi della biblioteca   è il nome di una delle protagoniste: Clara - che in una storia a base di marionette ambientata nell'Ottocento mi ha richiamato irresistibilmente la protagonista del mio adorato balletto Schiaccianoci; e in effetti tratti che riportano alla storia dello Schiaccianoci ci sono, ma non basta leggere la trama sul risvolto della copertina per trovarli (ma se anche non li trovi, il libro funziona benissimo lo stesso).

E' un gran bel romanzo e l'ho letto davvero con piacere, rimpiangendo assai di non averlo messo nella lista dei consigli di lettura per la mia seconda. Quanto al genere... non lo definirei fantasy, se non nel senso più largo di letteratura fantastica. Diciamo che è un bel romanzo di avventure che potrebbe essere tratto da una fiaba (ma la fiaba se l'è inventata l'autrice; molto bene, tra l'altro), ambientato nella Londra dell'Ottocento, con la dovuta dose di magia e di bambini più o meno infelici ma comunque perennemente affamati, due italiani discretamente cattivi, un eccellente lieto fine e un bel timbro dickensiano ma con dei personaggi femminili che mai e poi mai Dickens avrebbe osato prendere in considerazione, salvo forse, in parte, Lizzie Rose. 
Qualsiasi adulto amante della letteratura vittoriana o delle fiabe può apprezzarlo senza riserve e qualsiasi ragazzo amante della lettura e non troppo deviato dagli stereotipi di genere dovrebbe gradirlo, anche se probabilmente è più adatto alle ragazze. Il titolo originale è più evocativo di quello italiano: Splendors and glooms, lampi di luce e tenebre profonde. Una fucina dove si lavora del metallo incandescente, per esempio: non sono necessariamente buoni né le tenebre né la luce, e l'accostamento fa paura. A questo tipo di contrasti una città industriale come Londra d'altra parte era abituata, come al contrasto tra ghiaccio e fuoco, entrambi elementi che portano la paura e la morte dietro di sé.

Abbiamo un opale di fuoco dall'alto potere magico: una pietra maledetta che si porta dietro una scia di sangue e disperazione e che sembra impossibile domare.
C'è un burattinaio, che gira per Londra col suo teatro di marionette - un artista ambulante, non sempre con in tasca i soldi per mangiare e far mangiare i suoi piccoli apprendisti, ma grande artista nel suo mestiere. Non si presenta come un personaggio affidabile né raccomandabile e fosche (appunto) ombre incombono sul suo passato. Forse anche sul suo presente. 
I due piccoli apprendisti non nutrono un grande amore per lui, e non si può dargli torto. Entrambi sono orfanelli raccattati letteralmente per strada, come usava molto a quei tempi e le loro mosse sono guidate da quelle due grandi forze che sono la paura e la fame.
Il ragazzino, Parsefall, che di tenebre alle spalle ne ha davvero parecchie, compresa una zona buia dove sono spariti diversi ricordi, è però molto appassionato al suo lavoro e stravede per le marionette e l'arte di muoverle. 
Lizzie Rose è invece una signorina che da un giorno all'altro ha dovuto smettere di esserlo, quando i suoi genitori, due attori di ottima reputazione, sono improvvisamente morti. Ha conosciuto un certo benessere e goduto di una buona educazione: educatissima e istruita, si sforza sempre di scegliere ciò che è giusto rispetto a ciò che è conveniente, anche con la speranza che il merito e la bontà disinteressata vengano un giorno ricompensate, come succede nei romanzi; e questo nonostante la vita le abbia dimostrato più volte che ciò raramente avviene.
Poi c'è Ruby, una bella cagnola fulva, anche lei di animo raffinato e inclinazioni signorili, capace di empatia e solidarietà come ogni bravo cane che si rispetti*.
Infine Clara: lei non ha perso i genitori, e continua a vivere in una ricca e bella casa, terribilmente triste e funestata dall'ombra della morte, che si è portata via tutti i suoi fratelli, compreso il suo amato gemello. Come tutti i sopravvissuti vive tormentata da un irragionevole senso di colpa che i genitori non fanno molto per attenuare, pur consapevoli dell'illogicità di certe loro reazioni. La forzata vacanza che si troverà costretta a prendere dalla sua opprimente famiglia la porterà, in modo assai sorprendente, a scoprire una libertà e una forza che era del tutto ignara di possedere, guidata da una maestra dura ma non spietata.

I personaggi "minori" sono tali perché compaiono in un ridotto numero di pagine, ma sono tutti indispensabili alla trama, che è ricca e sorprendente pur se costruita con elementi che suonano familiari.

Probabilmente l'estate non è la stagione più adatta per leggerlo - tutto quel ghiaccio mi porterebbe a consigliare piuttosto i mesi tra Novembre e Marzo; di fatto però l'ho letto a cavallo del Solstizio e me ne sono trovata benissimo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro ottime vacanze a tutti quanti. Possano le letture riscaldarvi mentre leggete accanto al caminetto, avvolti in una copertina calda!

*no, niente gatti. Ma nemmeno io riesco a trovarlo un difetto perché in effetti in questo romanzo serve un cane e non un gatto. Anzi, serve quel cane, e non un cane qualsiasi. Insomma, Ruby c'è perché ci deve essere, ed è giusto così.

domenica 31 dicembre 2023

Il divario generazionale (post confuso e inconcludente ma scritto con tanto sentimento)

I ragazzi di oggi non sono strani, sono solo un po' imprevedibili

Ho cominciato a insegnare quando avevo trentotto anni. Tra me e i miei alunni c'era una generazione abbondante* ma all'epoca ero più giovane di buona parte dei genitori con cui parlavo. 
Conoscevo molte delle loro letture, abbiamo vissuto insieme la seconda parte, quella più drammatica, della saga di Harry Potter e con loro ho parlato dei film del Signore degli Anelli. Ho condiviso anche una parte dei manga che leggevano; guardavano Inuyasha, Ranma e Gundam che era finalmente ritornato sugli schermi dopo una lunga serie di diatribe legali; ci scambiavamo battute sui Super Sayian. Conoscevo le canzoni che ascoltavano.
Non ero una di loro, naturalmente, e non ho mai cercato di esserlo, ma eravamo relativamente vicini. In tanti non avevamo il cellulare. Gli davo consigli su come navigare in rete - questo, in effetti, lo faccio ancora. Il canone della letteratura era ancora quello con cui ero cresciuta io.
Gli anni sono passati. Le canzoni che girano oggi non le capisco più - credo sia un fatto genetico, la musica si evolve e le frequenze cambiano, anche i miei facevano fatica a capire perché certe musiche mi piacevano, e non per partito preso. I classici per ragazzi dell'Ottocento non fanno più parte delle letture quasi obbligatorie i bambini, i mangaka hanno cambiato tratto e solo di recente mi ci sto riconciliando (in compenso è diventata estremamente di moda la favola dello Schiaccianoci, tanto che l'immane quantità di principi Schiaccianoci che ho trovato in giro questo Natale mi ha quasi dato il rigetto). Il cambiamento è arrivato gradualmente ma me lo sono trovato davanti con più evidenza dopo quel gruppo di anni che per me comprende prima la mia malattia e poi il tempo della pandemia.
In mezzo a questo gruppo di anni ci sono state anche altri fattori: la guerra in Ucraina, che ha cambiato il modo di vedere il mondo, le alleanze e perfino gli eserciti, ma anche il tema dell'ecologia - che siamo d'accordo che circolava già quando facevo le elementari, ma che adesso ha una presa molto diversa - per esempio un gruppo non minimale nella Terza Sfigata è vegano e i ragazzi sanno una infinità di cose sulle tematiche ambientali e sulla transizione energetica.
Questo influisce anche sui programmi: è diverso l'approccio alla geografia ma anche il modo di interpretare la storia, e non solo quella dell'ultimo secolo; il canone letterario sta scivolando in direzioni imprevedibili - e non parliamo della mitica questione dell'LGBT+, dove sono ben più istrutti di me, laddove fino a pochi anni fa mi ritrovavo a spiegare pazientemente a taluni che essere gay non era una malattia né una criticità. Inoltre la disastrosa esperienza del lockdawn ci ha assai più informatizzati, accelerando molto un processo che era già in atto da diversi anni.
Concludendo questa colossale vasca di acqua calda, dopo vent'anni passati a dire che in sostanza non vedevo tutta questa differenza tra le nuove generazioni e quella in cui ero cresciuta io, adesso la differenza la vedo eccome. Probabilmente è stato un progressivo scivolare che i due anni della malattia, in cui ho avuto una strabordante quantità di tempo per pensare ai massimi sistemi, mi hanno aiutato a mettere a fuoco, ma ci sono stati anche dei discreti scossoni dal mondo esterno.
E poi ci sono stati anche gli anni che passavano: quando sono salita in cattedra per la prima volta avevo smesso di studiare da pochi anni (mi sono laureata con comodo, ma poi ho anche fatto due anni di scuola archivistica). Adesso sono quasi venticinque anni che insegno e più di quindici che ragiono sul fatto di fare l'insegnante da questo blog; quando ricordo i tempi andati in cui ero alunna di solito esordisco con un "quando facevo questo e questo, cinquant'anni fa, era tutto diverso" per poi partire con i racconti accanto al fuoco e un nemmeno tanto vago tono da "tanto tempo fa, in una galassia molto lontana".

In mezzo a tutto questo, com'è cambiato il rapporto con i ragazzi?
Sostanzialmente in meglio - anche perché quando gli anni passano, si portano dietro anche quella santa cosa che è l'esperienza, che è sempre un grande aiuto per chi insegna, e quindi se una situazione si presenta all'apparenza nuova, ho comunque un archivio ormai abbastanza ricco da consultare. Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume, ma con l'andare del tempo ogni fiume presenta qualche tratto di somiglianza con altri fiumi conosciuti e anche se sei cambiato, da ognuno di quei fiumi hai imparato qualcosa - almeno, si spera. Dopo la malattia sono diventata molto più scivolosa e ho imparato molto sull'arte di ammorbidire il terreno prima di intervenire. Inoltre il fatto di avvertire i ragazzi come ormai tanto diversi da me mi ha reso molto più prudente ma anche più pronta a cogliere le atmosfere. 
Come si gestisce una classe di cui potresti essere la nonna? Molto semplicemente si fa la nonna. Le nonne, è noto, sono diverse da te ma sono indulgenti e comprensive e sanno tante cose (non tutte, certo. Ma nessuno sa tutto, giovane, vecchio o mezzano che sia). Inoltre i nonni hanno una loro autorità tutta particolare, un po' diversa da quella dei generici adulti
Per loro sono diventata una figura fuori dal tempo. La loro vita non sarà con me, sarà con i loro compagni o con chi ha l'età dei loro genitori. Io sono una specie di terra franca con cui possono essere sé stessi senza preoccupazioni. I nostri mondi sono diversi, ma possiamo sempre incontrarci in molti punti, e io so raccontare un sacco di storie che loro non conoscono.

In sintesi, come si gestisce il divario generazionale?
Non si gestisce, si vive. Si prende atto che le cose sono diventate diverse ma senza cercare di cancellarle, queste differenze, e senza cercare di forzare nessuno in un canone che non funziona più.
Poi ci sono i pronomi, certo. Le nuove generazioni devono, anche loro, soprattutto loro, saperli usare bene. C'è l'ortografia, che un po' sta cambiando ma non quanto credono loro - per lo meno, non ancora. E ci sono anche gli inevitabili cambiamenti lessicali e pure grammaticali che ci ricordano che magari l'Italia è un paese in decadenza (ma chissà, lo siamo già stati tante e tante volte...) però evidentemente è vivo e lotta insieme a noi, visto che la lingua cambia.**
E poi, da chi è diverso da noi, c'è sempre tanto da imparare. Vale per me e vale per loro.
Buon anno a tutti, e possano gli inevitabili e spesso auspicati cambiamenti essere positivi per tutti.
"Little Balls of Purr" by Dragarta.
(sì, mi identifico molto con la Nonna Draga)

* o forse due, adesso le calcolano in modo diverso, dieci anni invece di venti, mi sembra.
** fermo restando che, cambiamento linguistico o no, i pronomi s'hanno a usare bene per riuscire a farsi capire.

domenica 24 dicembre 2017

Notte di Natale 2017


Anche se vengono chiamate "le feste" per molti sono un periodo di lavoro durissimo che comporta settimane se non mesi di preparazione. La Notte di Natale in particolare è quella che richiede più lavoro di tutti.
Sono pronte le scorte? E' stato incartato sin l'ultimo regalo? E' stato deciso fino al minimo dettaglio il menù del pranzo? 
Ma soprattutto: ci siamo ricordati di lasciare il fieno per le renne e la scodella di latte con relativo piattino di dolci per Santa Klaus e tutti i suoi folletti?
Notte tranquilla, sì, notte santa, per pagani e per cristiani. Ma c'è chi deve duramente partorire in scomode circostanze, chi deve assistere la madre in travaglio nel migliore dei modi che le circostanze consentono, e non parliamo di chi quella notte compirà la prima grande fatica della sua esistenza.
C'è chi carica la slitta e chi prepara crostini, chi accoglie parenti e amici allestendo stanze di fortuna e cambiando letti, chi viaggia per raggiungere i suoi cari, chi guida treni e aerei, chi assiste e cura quelli che sono stati così storditi da infortunarsi proprio per quella notte, chi passa pomeriggio e sera della vigilia a ballare sulle punte complessi Schiaccianoci e chi monta e smonta scenografie con l'orologio alla mano, chi stacca biglietti per gli spettatori e chi passa a pulire dopo la fine dello spettacolo.
Per tutti loro e le infinite altre persone, folletti, animali da tiro ed entità varie che stasera e stanotte lavoreranno duramente per preparare la festa, è giusto riservare un pensiero speciale ed avere gratitudine: dietro a ogni festa c'è sempre molto lavoro.
Auguri a tutti loro, a noi che domani ci limiteremo a raccogliere qualche pacchetto prima di andare a festeggiare e a tutti quelli che puliranno dopo l'ultimo brindisi.

E, naturalmente, auguri anche alla Fata Confetta e al principe Schiaccianoci che ha appena riconquistato il suo regno

lunedì 24 dicembre 2012

Buon Natale 2012



Questa notte, come ogni notte di Natale, le 

truppe del principe 

Schiaccianoci sconfiggeranno l'esercito del 

malvagio Re dei Topi, 

con l'aiuto dell'intrepida Clara.

Così possano i vostri desideri trionfare sopra le 

avversità e la Fata 

Confetta portarvi i dolci più belli e più buoni.


Buon Natale 

(e noci in abbondanza per tutti)

domenica 5 luglio 2026

Rigoletto, ovvero sui genitori troppo apprensivi

Questa mamma gatta è estremamente protettiva. Forse troppo? Non necessariamente.

Dopo il perfido lockdown le abitudini delle famiglie di St. Mary Mead si sono fatte molto più casalinghe: laddove era consueto fare periodiche spedizioni di shopping e spedire in terza media i pargoletti ai cinema nel centro storico di Firenze, grazie anche ad un eccellente collegamento ferroviario, ormai il raggio d'azione e la frequenza delle spedizioni si sono molto ridotte, e poi si sa che per le compere c'è Amazon - insomma l'esperienza del teatro, che già era decisamente sporadica, sembra quasi sparita dai radar, e anche se la scuola ogni anno produce un simpatico spettacolino in coda al laboratorio teatrale (quest'anno addirittura in un vero teatro di paese con un vero palcoscenico) non mi sembra esattamente lo stesso che sperimentare uno spettacolo teatrale con tutti i crismi vissuto nella comoda parte di spettatore.
Così, mossa da nobile spirito missionario e da una simpatica serie di offerte di matinée a prezzi stracciati, ho cominciato a portare le mie classi al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, vuoi perché con gli spettacoli musicali mi oriento meglio, vuoi soprattutto perché per noi provinciali raggiungere i più moderni teatri di periferia, che pure offrivano opportunità molto allettanti, è assai complicato senza pullmini*, mentre il Teatro del Maggio si raggiunge in pochi minuti dalla stazione centrale di Firenze. 
Quest'anno ho potuto contare su uno Schiaccianoci per la Prima, ma per la Seconda mi sono trovata davanti a due possibilità in un certo senso  equivalenti, ovvero due spettacoli tratti dal Rigoletto e dal Ballo in maschera. E qui provo a spiegarmi, anche se ai miei occhi di melomane è un discorso talmente chiaro che spiegarlo mi sembra quasi offensivo - ma magari chi passa di qui non si è necessariamente consumato gli occhi a studiare i delicati collegamenti tra musica lirica dell'Ottocento e politica del tempo.
Sul piano musicale e narrativo le due opere sono abbastanza diverse, ma hanno in comune un tratto: entrambe finiscono col tentativo, perfettamente riuscito nel Ballo e miseramente fallito nel Rigoletto, di uccidere un re che nel frattempo era diventato qualcosa di molto diverso da un re, per effetto della censura austriaca -che, come tutte le censure di ogni tempo e luogo, non ha mai avuto alcuna remora a coprirsi di ridicolo.
Il soggetto di Rigoletto è tratto da un dramma di Hugo intitolato Il re si diverte**. Il re in questione è Francesco I di Francia, che nel dramma riesce a complicare non poco la vita del suo buffone di corte tanto che il poveretto, esasperato oltre ogni dire, arriverà al punto di cercare di ucciderlo riuscendo invece a fare ammazzare la sua figlia, che voleva proteggere. 
La censura trovò il dramma immorale e soprattutto deprecava  l'idea di uccidere un re, perché davvero non era il caso di mettere in testa al pubblico strane idee in un periodo in cui ogni due per tre scattava qualche insurrezione, senza contare che in tempi ancora recenti un re di Francia era stato appunto ucciso e...
Verdi si seccò abbastanza: non gli pareva che il soggetto fosse per niente immorale e gli sembrava che la storia funzionasse benissimo proprio come se l'era immaginata Hugo, ma finì per accettare di trasformare il re di Francia in un Duca di Mantova ed evitò con cura di indagare sul perché l'assassinio di un duca italiano fosse meno improponibile di quello di un re di Francia.
Qualche anno dopo si cimentò poi con un libretto tratto da un dramma di Scribe che raccontava una versione piuttosto romanzata dell'assassinio (storico, avvenuto appunto durante un ballo in maschera) di Gustavo III di Svezia. Anche stavolta l'assassinio durante il ballo diventò accettabile solo dopo che il re era stato trasformato... nel governatore di Boston, che a quanto pare poteva essere ucciso senza troppi problemi. Già che c'era la censura trovò anche da ridire su un paggetto en travesti*** e cercò di trasformarlo in un armigero con voce di basso (probabilmente anche all'epoca stavano già in fissa per la grave questione del gender) ma su questo Verdi tenne duro e, vivaddio, Oscar rimase un soprano leggero.
Entrambe le opere si prestavano dunque a un approfondimento sull'importanza politica della musica durante il Risorgimento****, con tanto di ascolto di Va' pensiero e riflessione sul fatto che i re non si potevano uccidere mentre i governatori e i duchi magari sì; tuttavia, considerati attentamente gli intrecci e la brochure introduttiva della compagnia che aveva organizzato lo spettacolo, trovai che nel caso di Rigoletto si puntava abbastanza sul tema della reclusione di Gilda e della protettività piuttosto esasperata di suo padre Rigoletto - un tema decisamente attuale in un'epoca in cui bambini e adolescenti sono stressati da un forte eccesso di sorveglianza che si ingegnano in ogni modo per aggirare, non di rado con considerevole successo*****.

Questi spettacoli richiedono spesso un lavoro preparatorio in classe. Nel caso del Rigoletto  però si trattava solo di raccontare la trama ai ragazzi e di fargli fare un po' di ascolti di brani celebri - in questo caso di quattro dei moltissimi brani celebri dell'opera. La selezione puntava più sul duca di Mantova che su Rigoletto, e la versione richiesta era una delle moltissime dove il duca era Pavarotti, ovvero probabilmente il miglior duca di Mantova di tutti i tempi, assolutamente mirabile per la disinvoltura con cui maneggia l'altissima tessitura di un personaggio che della disinvoltura fa il suo punto di forza: dopo le prime note di Questa o quella anche il più sprovveduto studentello delle medie è perfettamente in grado di inquadrare il duca - uomo di sentimento e uso a impegnarsi con grande leggerezza, molto fiducioso sia nell'inevitabile effetto del suo fascino che nella sua gran fortuna - entrambe caratteristiche che non mancheranno di assisterlo facendolo uscire del tutto illeso da una trama assai ricca di sventure per tutti gli altri protagonisti. 
Benissimo per gli ascolti, dunque... ma la trama?
Raccontare un'opera lirica è sempre piuttosto complicato, specie se l'opera è di Verdi. Raccontarla a un gruppo di fanciulletti quasi del tutto ignari delle perversioni degli intrecci ottocenteschi, peggio che mai. Dopo averci pensato su decido di fare come gli organizzatori dello spettacolo e di puntare sul Duca di Mantova, che è una sorta di motore immobile della vicenda circondato da un nugolo di vespe impazzite che ronzano senza sosta per tre atti.
Così ho trasformato l'opera in una costellazione che ho disegnato alla lavagna: al centro Lui, poi gli altri.
Prima caratteristica: tutte le protagoniste lo amano, perfino Maddalena che si suppone abbia sviluppato un certo pelo sullo stomaco a forza di attirare uomini a casa perché il fratello Sparafucile abbia modo di ammazzarli a suo agio: anche con lei bastano due paroline dolci e ben cantate e già prega il fratello perché questa volta ammazzi il committente, invece della vittima designata******.
E già mentre disegnavo alla lavagna la costellazione mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: il Duca viene perfettamente descritto già nei primi dieci minuti dell'opera. Inizia chiacchierando con un cortigiano di una bella ragazza che sta cercando di farsi (ed è Gilda, la figlia di Rigoletto), subito dopo va a corteggiare la contessa di Ceprano sotto lo sguardo piuttosto risentito del marito, spiega poi a piena voce che questa o quella per lui pari sono e definisce la costanza come un tiranna del cuore morbo crudele predicando invece le gioie del libero amore. Subito dopo veniamo a sapere che ha anche un'amante più o meno ufficiale lì a corte. 
Nel secondo atto apprendiamo che ci ha pure una una legittima consorte che, molto saggiamente, quando gli vuol parlare manda prima un paggio ad avvisarlo, e infine nel terzo atto scopriamo che nei pochi giorni coperti dalla vicenda ha anche messo gli occhi su Maddalena. A tutte (tranne che alla moglie, che del resto non compare mai in scena) canta bellissime canzoni d'amore appassionate e tutte abboccano come carpe - compresa Maddalena che, a giudicare da quel che sappiamo di lei, un po' di mondo l'ha pur visto.
In più, durante le due ore e qualcosa che dura l'opera, lo vediamo sempre maravigliosamente involto in pasticci sentimentali ma mai, nemmeno per un minuto, intento ad occuparsi di alcunché che riguardi la gestione del suo ducato*******.

Più variegati i sentimenti che nutrono i personaggi maschili nei suoi confronti:  Rigoletto in parte lo ammira, in parte lo invidia e un po' lo detesta (insomma in un certo senso lo ama anche lui), i cortigiani notte e giorno sembrano ossessionati dalle sue tresche e mai cessano di leccarlo e di raccontargli pettegolezzi e di reggergli il candeliere, poi c'è Sparafucile che, vivaddio, di lui se ne frega e vuole soltanto contentarlo... ma comunque accetta per una volta di deviare dalla (sua) retta via e di risparmiarlo, e infine il duca di Monterone, padre molto contrariato dell'amante ufficiale, che non lo ama affatto ma si rassegna al fatto che, alla faccia della maledizione che gli ha lanciato, il Duca sia destinato a vita lunga e felice. 
E il Duca, si ama? Parrebbe proprio di sì: sembra assai convinto di essere molto, molto ganzo e niente di quanto succede nell'opera gli fa cambiare minimamente idea. Nel suo caso, l'arco narrativo proprio non esiste, e alla fine dell'opera è esattamente come quando lo abbiamo incontrato all'inizio del primo atto: lo sentiamo cantare il ritornello de la donna è mobile mentre ritorna a palazzo, beatamente ignaro di essere scampato alla morte - e non resta che concludere che Monterone ha ragione e che il Duca ha una fortuna sfacciata. 
Gilda non si fa problemi e ama tutti: suo padre, il Duca... nemmeno porta rancore a Maddalena, anzi stabilisce che, se perfino Maddalena, che è una donnaccia, prega per la vita del Duca, tanto più lei, Gilda, è tenuta ad aiutarlo. E lo aiuta. Con risultati che magari possono non sembrare pienamente positivi allo spettatore, ma lei ragiona in modo diverso e alla fine riesce a rimanere fedele al suo sogno - e a realizzare il sogno di quasi qualunque personaggio di Verdi, ovvero morire.
La classe esamina il campo di forze alla lavagna e discute. Naturalmente ben presto viene fuori la Grande Domanda che prima di loro si sono fatti intere generazioni di melomani: ma non è che Rigoletto si è messo nei pasticci da solo? 
"Se invece di tenere Gilda reclusa l'avesse lasciata libera di fare una vita normale, probabilmente lei e il Duca non si sarebbero incontrati mai".
"Possibile" convengo io "Ma avrebbe comunque incontrato qualcuno che le sarebbe stato dietro, magari il garzone di un calzolaio o un apprendista o roba del genere".
"E allora? Chiunque sarebbe stato meglio del Duca. Magari col garzone del macellaio sarebbe stata benissimo e avrebbe avuto una vita felice".
L'obiezione è molto valida, ma non so come spiegargli che Rigoletto non voleva solo evitare che Gilda si innamorasse del Duca di Mantova, voleva evitare che si innamorasse di chiunque. Non doveva contaminarsi (ma Gilda non è comunque tipo da farsi contaminare, muore innocente così come innocente è nata e vissuta).
Son cose difficili da spiegare a dei ragazzi di dodici anni, che comunque anche così hanno colto il centro della questione: in quelle condizioni, Gilda diventata una preda predestinata del Duca, e Rigoletto cercando di evitarlo ha manovrato in modo da rendere un incontro col Duca quasi inevitabile. 
Così, dopo aver convenuto con tutti loro che cercare a tutti i costi di evitare qualcosa è un ottimo modo per sbatterci contro le corna, passo agli ascolti, non senza avergli ricordato che parlare con i genitori è sempre importante******** che è poi la chiave dell'interpretazione dello spettacolo che vedranno di lì a un paio di giorni.

* che da qualche anno chiedono cifre abominevoli, e anche il comune di St. Mary Mead si è fatto assai più tirchio
** il quale dramma in verità aveva avuto a sua volta notevoli guai, tanto che era stato direttamente vietato. Hugo non la prese benissimo, e ci scrisse su una dissertazione lunga e fitta di argomenti secondo me più che validi.
*** chiamansi così i ruoli di giovani maschi cantati da contralti o soprani - per esempio Cherubino nelle Nozze di Figaro.
**** ma del resto, quando mai la musica non ha avuto una forte rilevanza politica? Davvero non c'era motivo che proprio il Risorgimento italiano facesse eccezione.
***** e qui si potrebbe discutere a lungo sul diritto del prigioniero a tentare la fuga e sulla singolare incapacità degli adulti di organizzare una sorveglianza ragionevole ma non troppo appariscente, che del resto è un tema tuttora molto attuale.
****** proposta cui Sparafucile ribatte indignato "Che diavol dicesti? Un ladro son forse? Son forse un bandito?" e se è pur vero che Sparafucile non è un ladro, purtuttavia per un uomo che uccide su commissione "bandito" non è una definizione del tutto fuori luogo.
******* al contrario del governatore di Boston del Ballo in maschera che, per quanto indubbiamente innamorato, è sempre occupatissimo con questioni politiche e amministrative.
******** e per la verità Gilda ci prova in diverse occasioni, ma Rigoletto è il classico personaggio che, almeno con sua figlia, non risponde mai alle domande che la poverina gli fa.

sabato 4 dicembre 2021

Diario di Natale - 2 - Ricordi spiccioli del Natale degli anni 60 (con un po' di anni 70)



Da bambina avrei molto apprezzato a Natale un salotto come quello della foto. 
Ma proprio non c'era verso; e non solo non lo avevo io, ma non l'aveva nemmeno nessuno dei nostri amici o parenti.
Non solo perché i caminetti, all'epoca, c'erano solo in campagna.
Non solo perché le candele non erano particolarmente associate al Natale, e in giro si vedevano solo candele rosse a tortiglione che la cera non l'avevano mai vista nemmeno di lontano.
Il vero punto era che i gadget natalizi erano ben pochi e al pranzo ci si limitava a tirare fuori il servito buono e il panettone era servito su un tradizionalissimo vassoio da dolci rotondo.
Insomma, era proprio l'andazzo della casa che non si prestava a quei begli scenari ipernatalizi che oggi usano tanto e che dalle Alpi in su sono del tutto consueti dalla notte dei tempi.
Erano i gioiosi e tanto amati anni 60, e l'arredamento che andava per la maggiore era decisamente geometrico ed essenziale. I miei, in particolare, andavano pazzi per lo "stile svedese", definizione con cui all'epoca veniva indicata una curiosa commistione di acciaio, legno verniciato e plastica, il tutto assemblato in mobili rigorosamente squadrati e spigolosi (e che dubito molto usasse in Svezia).
Siccome i miei genitori frequentavano soprattutto intellettuali e artisti legati alle avanguardie (la molto tradizionalista Firenze all'epoca era all'avanguardia in tutte le avanguardie) velluto e tessuti erano a malapena tollerati - giusto il minimo indispensabile per i divani - i cuscini scarseggiavano e tutti si ritenevano in dovere di ricoprire i loro pavimenti con stuoie di cocco. L'albero di Natale, di solito rigorosamente abbinato al presepe, faceva la sua brava figura, ma l'insieme della stanza non era molto natalizio.
All'epoca Natale cominciava più tardi. Le prime pubblicità apparivano sui giornali a Dicembre ormai avviato e le vetrine natalizie arrivavano solo a metà mese, quando anche a scuola ci si cominciava a dedicare ai lavoretti natalizi che spesso comprendevano un grande uso di quella che era chiamata "porporina" ma non era affatto di color porpora anche se, all'occorrenza poteva anche essere di un viola porpora - si trattava insomma di brillantini in polvere incollati sui biglietti di auguri tramite la leggendaria colla Coccoina. I miei biglietti di auguri non venivano mai granché bene, ma io adoravo comunque la porporina, come tutto quello che sbrilluccicava.
Le decorazioni luminose per la strada arrivavano anche loro un po' più tardi di adesso ma duravano un po' di più degli alberi e delle vetrine e di solito le smontavano solo dopo l'Epifania. Usavano molto i colori psichedelici e andava parecchio il rosa e il verdolino. Però era tutto molto metallizzato e questo mi piaceva.

L'albero di Natale era qualcosa che veniva fatto soprattutto "per i bambini", e una volta che questi erano cresciuti veniva abbandonato senza rimpianti. Così purtroppo avvenne anche a casa mia e di parecchi miei amici, alla fine delle medie. Io però non ero molto contenta, e qualche anno dopo cominciai a comprarmi ogni anno qualche addobbo che mi appendevo in camera, mentre quelli usati a suo tempo per l'albero restavano nel sottoscala ad accumulare polvere; quando anni dopo vennero tirati fuori, al momento della spartizione, la maggior parte risultò inservibile. Comunque conservo ancora una pallina di plastica ormai di un dorato molto sbiadito che un tempo era decorata a renne e che appendo solennemente all'albero ogni anno.
I nostri alberi erano qualcosa di grandioso, e solo alcuni amici con ricche ville ed enormi salotti potevano sfoggiare qualcosa di vagamente paragonabile. Tre metri e mezzo di altezza, e ci voleva la scala per decorarlo tutto. Il puntale veniva messo dal ballatoio della scala che portava in mansarda. Per decorare alberi del genere ci vogliono addobbi in quantità industriale, ma noi ne avevamo - sei ghirlande di luci, tanto per cominciare. A quei tempi (e per molti anni a venire) le luci avevano le loro forme: c'erano ghirlande di fiori e di piccoli alberelli di Natale, campanelle di zucchero, fiori di ghiaccio, pupazzetti di neve eccetera. Le nostre (a parte i fiori di ghiaccio che comprai personalmente) erano astratte: strani cosi di vetro da palline che ogni tanto si rompevano e quanto al grado di sicurezza... uhm, diciamo che far saltare l'impianto infilando la spina delle luci dell'albero era un classico dell'epoca. Adesso è quasi impossibile trovare altro che lunghissime ghirlande di punti-luce, anche se all'Ikea ogni tanto si ostinano a mettere in vendita delle ghirlande vere.

Come ho già scritto, a quell'epoca Natale era una festa breve, che cominciava tardi e finiva presto. L'albero di Natale era montato la sera della Vigilia, come nella prima scena dello Schiaccianoci, e raramente resisteva fino a Capodanno salvo qualche caso in cui organizzavi la festa a casa tua invece di andare dagli amici. Un anno però, forse per forza d'inerzia, lo tenemmo fino all'Epifania e ricordo che apprezzai molto.
C'era il suo perché: erano alberi veri e anche se il profumo di resina era molto piacevole, dopo qualche giorno cominciavano a spelare e c'era da spazzare tutto intorno - nel caso di un albero di tre metri e mezzo, naturalmente, c'era da spazzare parecchio. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

A casa mia eravamo "liberi pensatori", o almeno questa fu la definizione che mi diede mia madre; in effetti ai miei non sarebbe mai venuto in mente di definirsi atei ma con la Chiesa non avevamo assolutamente nulla a che fare. Il Natale era molto apprezzato, ma era considerata una festa che non aveva alcun aggancio con la religione. Non ricordo che intorno a me nessuno insistesse sul fatto che si doveva essere più buoni, era una festa e basta. E mi compravano un sacco di regali che mettevano sotto l'albero, senza incartarli, ma nessuno si aspettava che anch'io regalassi qualcosa. Con gli anni cominciai comunque a fare dei piccoli pensierini, anche se la mia vera preoccupazione era fare i regali alle amiche (e riceverli, naturalmente). Mi piaceva fare i pacchetti e finii per sviluppare una certa abilità, tanto che ai tempi del liceo ero ormai diventata  l'incartatrice ufficiale di casa (all'epoca i commessi si offrivano sì di fare i pacchetti, ma venivano fuori delle cose molto mence, al contrario di adesso: carte bige a quadrettini con nastrini scuri, cose così).

Per il pranzo di Natale nella mia zona l'antipasto classico erano (e sono) i crostini di fegatini di pollo, e per vedere una tartina qualsiasi e non parliamo di quelle al salmone sono dovuti arrivare gli anni 80; tartine o meno, comunque, i crostini sono rimasti e restano un baluardo irremovibile di qualsiasi pranzo di Natale in famiglia, nel contado fiorentino.
Siccome la Toscana non ha una particolare tradizione di dolci di Natale finimmo per importare quelli degli altri, anche grazie a una certa opera uniformatrice della televisione. I panettoni erano rigorosamente industriali e solo verso la fine degli anni 70 entrò in scena Sua Maestà il Pandoro, mentre i fornai e le pasticcerie cominciarono a sfornare panettoni "artigianali", che in realtà erano semplicemente dei panettoni fatti bene e senza conservanti e infatti mancavano completamente di quel lieve retrogusto di detersivo che caratterizzava i vari Motta, Alemagna e Wamar. Insieme al panettone arrivarono in tutta Italia anche ricciarelli e panforte, che però non sono affatto dolci di Natale ma semplicemente dolci molto buoni che i senesi mangiano (giustamente) tutto l'anno - anzi, a ben guardare all'inizio c'era solo il panforte, i ricciarelli arrivarono un po' più tardi e finirono per migrare anche verso la Pasqua. 
Dopo i dolci della televisione comunque arrivava sempre il classico dei classici della nostra zona, ovvero vin santo e cantuccini con le mandorle da inzupparci dentro - che dopo un finale a base di panettone, panforte e datteri innaffiati di spumante finiva di stendere gli adulti, mentre i bambini prendevano qualche fetta supplementare di panettone e guardavano con scarso entusiasmo il vin santo (anche se i cantuccini con le mandorle avevano i loro bravi estimatori anche tra i piccoli). Mantenevano una certa diffusione anche i fichi secchi farciti con noci e mandorle: erano considerati un po' popolari (del resto lo erano), ma piacevano tanto...
Di biscottini a forma di albero di Natale, voul au vent a forma di stella cometa e biscotti alle spezie non c'era nemmeno l'ombra dell'accenno di un sospetto. 

All'epoca rimaneva un certo spleen dopo Santo Stefano perché "ormai era già tutto finito": Capodanno era una festa rigorosamente per adulti e la Befana venne smantellata senza pietà (e senza alcun rimpianto da parte mia). Adesso invece le feste, com'è giusto, durano due settimane piene e il senso del rimpianto per qualcosa di troppo breve è completamente sparito, rimpiazzato da una certa disponibilità a ritornare alla vita normale dopo due settimane di bagordi e da un rinnovato amore per i brodi di verdura leggeri e le porzioni ridotte di pasta.

blogmas 2021 creato da lacreativeroom.com

venerdì 24 febbraio 2023

Siedi sulla sponda e aspetta, vedrai passare di tutto

Come tutti gli ucraini, anche i gatti di laggiù hanno un forte senso patriottico

Alle 4.07 di stamani, 24 Febbraio 2023, la guerra in Ucraina ha compiuto un anno.
E' stata sin dall'inizio una guerra complicata e terribilmente faticosa anche per chi come me la seguiva dalla poltrona, rigorosamente su YouTube perché i consueti notiziari mi sembravano vuoti e scarsamente informati.
L'ho seguita e la seguo con estrema dedizione, sciroppandomi le cartine militari e un sacco di live dei più vari canali, perfino uno filorusso, che rappresenta con estrema fedeltà la narrazione della guerra che il governo russo cerca di portare avanti, e dunque in certi casi può risultare interessante.
Ho evitato con cura di farmi una cultura sulle armi perché mi sembrava una causa senza speranza: di fatto, riesco a malapena a distinguere un carro armato da un paracarri, ma se anche decidessi di approfondire la mia cultura e uscissi dal limbo in cui il Leopard è un bell'animal con la pellicc maculat, cosa cambierebbe? Non è che aspettano me per decidere le strategie di guerra, e davvero fanno benissimo a non farlo. 
Tuttavia perfino una persona della mia totale ignoranza può trovare spunti di interesse, nel seguirne le alterne vicende armamentali (chissà se si dice così; ma ne dubito). 
E' una guerra combattuta tra due stati che un tempo han fatto parte dello stesso esercito e usato le stesse armi. L'Armata Rossa aveva un grandissimo arsenale, e fino a una certa data (inizio anni 80?) si trattava di roba davvero efficiente, tenuta con gran cura perché da un momento all'altro c'era la possibilità di dover combattere contro la NATO. Poi, piano piano, molte cose sono state abbandonate, stoccate, cannibalizzate, abbandonate - ché le armi costano parecchio quando le compri, ma costa anche tenerle in efficienza, e questo lo capisci anche con una laurea in latino medievale. Così abbiamo visto riemergere dai cimiteri dell'Armata armi degli anni 80, poi 70, poi 60... gli esperti di storia militare ci sono andati in sollucchero, come un medievista se trovano la tomba di un re longobardo appena scoperta.
E poi c'è l'altra caratteristica delle armi vecchie: funzionano solo con proiettili di vecchio tipo. E tutti i paesi dell'ex-Patto di Varsavia a frugare in cantina per vedere se trovavano qualche cassa di proiettili da dare all'esercito ucraino che, poverello, era rimasto a corto quasi subito, e a tirare fuori reperti museali e a rimetterli in forza per passarli ai vicini sotto attacco, mentre i soldati ucraini andavano all'estero a imparare a usare le armi nuove promesse dagli occidentali. E i meccanici russi e ucraini che si davano all'archeologia cercando di rendere efficiente questo e quello e a dare la caccia ai pezzi di ricambio. 
Fantasmi, fantasmi ovunque. Una guerra del XXI secolo combattuta con armi del XX più o meno restaurate, con modalità dell'inizio del XX secolo e qua e là spuntavano puntatori elettronici che andavano in qualche modo adattati alle vecchie armi... la Storia ha strani modi di vendicarsi.
Quasi subito si è cominciato a parlare moltissimo di logistica, una strana parola che conoscevo a malapena e che sta a indicare tutto ciò che riguarda l'organizzazione militare, dai rifornimenti all'addestramento degli uomini alla manutenzione e riparazione delle armi. Ho dunque imparato che sul piano logistico i russi funzionano malissimo e nemmeno gli ucraini erano dei fulmini di guerra ma si sono dimostrati disponibilissimi a fare i compiti a casa. Bravi ragazzi.
Naturalmente sono favorevolissima all'invio delle armi e dispostissima ad applaudire financo l'attuale Presidente del Consiglio se le manda*. Brava ragazza.
E di punto in bianco mi sono ritrovata nell'insolita parte di guerrafondaia militarista nonché filoamericana. La cosa non mi ha creato alcun problema sociale perché nel mio piccolo universo la mia posizione è talmente condivisa che nemmeno ne parliamo, e l'attuale presidente russo non è affatto ben visto (e non voglio nemmen provare a ridire come ne parlano gli alunni, con cui per vari motivi storici e geografici mi ritrovo a sfiorare l'argomento non meno di una volta a settimana). 
Lo strano è che ho sempre condiviso l'atteggiamento un po' snobistico del "sì, gli americani sono antipatici e imperialisti" pur possedendo solo strumenti informatici Apple, ascoltando di buon grado musica americana e guardando con gran piacere film e telefilm americani oltre a pascolare volentieri da McDonald. 
E sono sempre stata molto pacifista e contraria alle spese militari. Mettete dei fiori nei vostri cannoni, date alla pace una possibilità eccetera eccetera.
E ho odiato con tutte le mie forze le due guerre del Golfo (sì, anche quella con l'autorizzazione ONU. Davvero, non mi ha affatto convinta). All'epoca della seconda anzi venivo regolarmente insultata - non tanto io singolarmente in qualità di  Murasaki, ma quanto anonima partecipante tra chi deprecava queste guerre di aggressione e veniva definito perciò pacifinto perché sì, è vero che le guerre sono un male ma non quelle dove il governo decide di mandarci. A capo del governo ai tempi della guerra del 2002 c'era un tale (che ci ha pure fatto partecipare alla guerra in Afghanistan anche se, come ho scoperto in seguito, nessuno ce l'aveva chiesto e che in fin dei conti non è poi finita in modo così onorevole né per noi né per nessun altro) che non godeva delle mie simpatie, e sui suoi giornali e nelle sue televisioni veniva spesso esposta la curiosa tesi che sì, la pace, la pace, ma chi era contrario alla seconda guerra in Iraq lo era perché mancava di fibra morale. Io ero molto fiera di mancare di fibra morale, e avrei tanto voluto stare con i francesi e i tedeschi, che quella guerra si limitarono a guardarla da lontano rifiutando decisamente di averci a che fare. Ma sto divagando.
Insomma, sono guerrafondaia e pazienza, ma non riesco a capire perché sia deplorevole aiutare chi è stato attaccato, soprattutto se si trova a un passo dai confini di casa mia, che di fatto è l'Unione Europea.
E anche i polacchi mi sono sempre stati abbastanza sull'anima, ma ho molto apprezzato quella loro decisa tendenza a dar via anche le mutande per mandare soldi (e armi) all'Ucraina e frugare nelle cantine a caccia di residuati bellici.
Al contrario dei polacchi, i russi invece mi sono sempre piaciuti molto: ho un piccolo scaffale di classici russi, ho fatto una bella ricerca sulla rivoluzione russa per l'esame di terza media, tengo Il Maestro e Margherita sull'altarino, adoro l'inno russo (in versione comunista, dove citano Lenin), il mio film preferito è russo e a Natale in casa lo Schiaccianoci imperversa per settimane e settimane, senza contare che adoro il balletto classico. Mi dispiace molto che i russi si siano cacciati in questo pasticcio e vorrei tanto che la loro mattanza finisse - dopotutto, gli ucraini hanno almeno la soddisfazione di morire per difendere casa loro, mentre i poveri ragazzi russi mandati in guerra con l'equivalente delle nostre scarpe di cartone nemmeno quello, e ne muoiono anche di più. Chi attacca muore molto di più, ho scoperto - è proprio una legge matematica, e a ripensarci è anche abbastanza ovvio, però io non lo sapevo.
In questo anno, a forza di spulciare video ho imparato una immane quantità di cose che non sapevo.
Parecchia geografia, per esempio, e non solo io - è una vera sorpresa vedere i ragazzi di prima media alla scoperta della carta geografica d'Europa che si mostrano consapevolissimi dell'importanza del Dnipr/Nepr/Nipro e della Crimea, e chissà che non abbiano sentito nominare perfino la Transnistria. 
Inoltre ho scoperto (cosa ovvia, a pensarci) che eravamo abituati a sentire i nomi geografici dell'Ucraina nella loro versione russa. Bolzano non è Bolzano, è Bozen, Fiume sarebbe in realtà Viums, Caporetto si chiama Kobarid. E Kiev in realtà sarebbe Kijv (oppure Kyiv? In effetti sono entrambe traslitterazioni dal cirillico ucraino), e un sacco di altri posti hanno un nome impronunciabile in russo e un altro nome, a volte molto diverso ma altrettanto impronunciabile, in ucraino. I commentatori ci diventano pazzi.
E adesso so anche che esiste una chiesa ortodossa autocefala** ucraina e perfino - una scoperta fresca di questo Natale, che solo la febbre dell'influenza mi ha permesso di digerire senza conseguenze - che nella chiesa ortodossa ucraina il Natale si festeggia secondo il calendario cattolico/protestante appunto per differenziarsi dai russi che lo festeggiano nei giorni riservati al calendario ortodosso più classico; e qualcuno poi ci ha spiegato pure che in realtà negli anni del comunismo il Natale non si festeggiava affatto, solo un po' di straforo, e che dunque anche il Natale ortodosso era in un certo senso una novità. Alla fine di tutta quella storia mi sono ritrovata a pensare che il cattolicesimo romano ci avrà pure qualche limite, ma che già nel IV secolo aveva scelto come data per il Natale il 25 Dicembre e si è sempre attenuto a quella data per tutti i secoli dei secoli successivi, amen. Un po' di coerenza, vivaddio!
Ho anche imparato po' di storia sulla nascita della Russia, e parecchia storia recente e recentissima dell'Europa dell'Est, di cui i nostri manuali si occupano veramente col contagocce, oltre a parecchie notizie su come è montato il conflitto; volente o nolente mi sono trovata ad ascoltare infinite versioni sulla questione del Dombas (cui, ho scoperto con una certa fierezza, il manuale adottato fresco di pacca l'anno scorso aveva dedicato una paginetta più che dignitosa) e ho avuto un sacco di chiarimenti sulla misteriosa occupazione della Crimea di qualche anno fa, che è stata uno dei molti punti di partenza di questa storia, e che all'epoca avevo seguito con interesse e partecipazione, ma era stata ingoiata nel nulla con una rapidità sbalorditiva, almeno in Italia.
In effetti avvisaglie che Qualcuno, a Mosca, aveva idee strane del giusto spazio vitale che spettava alla Russia ce n'erano state da dare e da serbare. Rispetto agli anni 30 del secolo scorso però diplomatici, politici e militari avevano il grosso vantaggio di aver studiato su manuali di storia che raccontavano come si era arrivati alla seconda guerra mondiale, e alla fine qualche campanello era scattato sicché la situazione non li aveva trovati del tutto impreparati***.
Ho imparato anche un sacco di cose su come funziona un esercito. Nella mente di tanti di noi gli eserciti sono quelle robe che vanno a fare la guerra, con alterne fortune; adesso so qualcosa su come vengono riforniti, sui problemi che dà riparare un carro armato e che gli ufficiali e i sottoufficiali hanno funzioni importantissime che vanno al di là di puntare la baionetta sulle schiene dei soldati in trincea per spedirli all'attacco, tanto che la loro mancanza crea serissimi problemi, e so anche che l'esercito ucraino, che ai tempi dell'occupazione in Crimea era poco più che una raccolta di scalzacani, aveva passato una capillare riforma ad opera della NATO, che lo aveva organizzato all'occidentale (con ottimi risultati, a quel che sembra) mentre quello russo aveva avviato una riforma che aveva però abortito per ritornare all'organizzazione precedente, e questo aveva creato invece un sacco di problemi.
Un anno è passato e io mi sono tanto tanto aggiornata. Nel frattempo la guerra sembra essere svoltata, un passetto per volta. L'attacco russo ha sortito una serie di reazioni alchemiche di portata invero ammirevole: la NATO, che da parecchi anni vivacchiava con una certa aria di disarmo (dopotutto, era nata soprattutto per tenere testa all'URSS ai tempi della guerra fredda, ma ormai da tempo non esisteva più né la guerra fredda né tanto meno l'URSS; almeno, così sembrava) si è improvvisamente rinvigorita mettendo foglie e fiori e ricevendo richieste di annessione da due paesi che  suo tempo si erano fatti un vanto di non allinearsi con nessuno dei due blocchi; l'Unione Europea, che grazie alla pandemia aveva dimostrato una certa vitalità e una qualche consapevolezza di esistere, ha reagito con ammirevole rapidità e una coerenza di cui davvero non si era vista la minima traccia ai tempi delle guerre dell'Iugoslavia. 
Quanto all'Ucraina, paese all'apparenza diviso, del tipo "se metti insieme due ucraini avrai tre opinioni su tutto", ha improvvisamente scoperto una compattezza mai mostrata prima e adesso è piena di russofoni che durante l'anno han deciso che la loro lingua era l'ucraino e soltanto l'ucraino e al diavolo il russo (primo tra tutti il presidente Zelensky, di cui la maggior parte di noi non aveva mai sentito nemmeno parlare e che ormai è diventato un soggetto di conversazione comune quanto i più celebri calciatori). Insomma l'Europa sta cambiando pelle, ed è un processo affascinante ai miei occhi.
Tutto ciò avrebbe magari potuto maturare lo stesso, magari con tempi e forme diverse, ma ormai è andata così. Di sicuro, e questa è l'unico aspetto che trovo positivo di tutta questa vicenda (a parte l'innegabile importanza del mio aggiornamento) non una sola di queste conseguenze era stata minimamente prevista da colui che ha scatenato il conflitto, ed è stata per lui motivo di profonda irritazione.
E meno male, almeno questo.

*Naturalmente approvavo anche Draghi quando l'ha fatto, ma questo non è strano perché io, di tendenza, approvo Draghi anche solo per il modo con cui respira.
** giuro, si chiama proprio così
***anche perché i servizi segreti americani si erano dati ad analizzare la questione con una cura e uno scrupolo ben diverso da quello che, due anni fa, avevano dedicato alla partenza dall'Afghanistan, dove erano sembrati davvero portati dalla piena.