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giovedì 2 luglio 2015

Il mio esame di maturità (lungo, ma con ricetta)



L'esame di maturità si accompagna per me a molte piacevoli memorie, alcune dolci e altre salate, e rimane uno dei periodi che ricordo più volentieri.

E' un esame di maturità dei bei tempi andati, quando i grembiulini erano bianchi e la scuola era una roba seria, non come ora che è decaduta per colpa del 68 e dell'eccesso di riforme: si portavano ben due materie scelte da una rosa di ben quattro selezionata verso Aprile, una delle quali a scelta del candidato, l'altra pure ma la commissione poteva cambiarla a sorpresa (di fatto non la cambiava quasi mai) - non come ora che questi giovani debosciati le portano tutte;  inoltre c'erano ben due scritti: italiano più uno a sorpresa, che per lo scientifico era sempre matematica (ma va?) e per il classico era latino o greco, a regolare alternanza. 
Davano il voto in sessantesimi e la commissione era tutta esterna, tranne per un unico membro interno - una soluzione che aveva i suoi pro e i suoi contro. Si inziava il 3 Luglio con il tema (in quegli anni le lezioni terminavano a fine Maggio o primissimi di Giugno perché c'erano sempre elezioni o  referendum), poi il 4 c'era il secondo scritto e gli orali terminavano a fine Luglio. Questo per quanto riguarda le procedure ufficiali, ma in realtà l'esame di maturità, per noi come per tutti, iniziò il primo giorno di scuola, che mi sembra fosse il 18 Settembre, quando ogni singolo insegnante da noi incrociato ebbe cura di citare l'esame minimo dieci volte con fare casuale. 
Diventò subito un tormentone abituale "Quando sarete all'esame", "Se all'esame vi chiedessero... dovete dire che...", "Può essere che all'esame succeda questo e questo": niente di minaccioso in apparenza, solo un bonario stillicidio di istruzioni per l'uso il cui scopo, immagino, era evitarci il rischio di dimenticare, anche solo per un ora del giorno o della notte, che quell'anno, ebbene sì, c'era l'esame. E chi l'avrebbe mai detto? E invece sì, c'era proprio l'esame. Ma tu guarda gli strani casi della vita.

Che c'era l'esame lo sapevamo benissimo, ed eravamo anche disposti di buon grado a farci spaventare un po' ed entrare in una blanda ansia da prestazione. Al di là di questo però non tutti erano poi così terrorizzati - come sintetizzò un giorno una compagna "Perché dovremmo avere paura della maturità quando la facciamo da cinque anni portando tutte le materie?": le nostre interrogazioni di fine anno, invero, avevano arcate assai lunghe e si dava per scontato che l'interrogazione del giorno non dovesse vertere necessariamente sull'ultima lezione e nemmeno sull'ultimo mese - né trovavamo niente di irragionevole in questa pretesa anche se non tutti eravamo sempre all'altezza. Inoltre eravamo al liceo classico, dove la percentuale dei promossi sfiorava il 100%, ed eravamo una classe piuttosto buona, con tre scartine che arrancavano sull'orlo di una sufficienza un po' risicata (tutti figli di buona famiglia costretti a fare il liceo classico per contratto, il cui esempio mi convinse di quella che a tutt'oggi resta una delle mie incrollabili certezze: non c'è imbecille che non possa strappare una licenza classica, con un po' d'impegno) e per il resto medie piuttosto alte. Avevamo una concreta disponibilità a studiare, a volte anche solo per il piacere di farlo; nessuno di noi desiderava uscire dal liceo coperto di catrame, piume e disonore e dall'esame ci ripromettevamo buoni risultati. Davamo assolutamente per certi tre  sessanta e altamente probabile un quarto (almeno noi dello zoccolo medio; cosa ne pensassero realmente i tre Sessanta non lo possiamo sapere, naturalmente, ma ai nostri occhi per loro si sarebbe trattato di una mera formalità burocratica) e ci aspettavamo gran copia di voti intorno o un po' sopra al cinquanta.
Eravamo molto zelanti e prendevamo tonnellate di appunti ad ogni lezione, anche perché quasi nessuno degli insegnanti seguiva i libri di testo - gli sarà sembrato troppo banale farlo, chissà. Studiavamo con tanta buona volontà, sempre pronti a fare rimandi e collegamenti, avevamo una forbita conversazione traboccante di coltissimi riferimenti e quell'anno riuscivamo a trovare demenziali doppi e tripli sensi nelle frasi più piane e innocue, roba da fare invidia a una classe di tredicenni alla sesta ora; traducevamo in inglese, latino e talvolta anche in greco canzoni e canzoncine, filastrocche, canti goliardici e gridi di battaglia dai cartoni animati giapponesi, insomma eravamo la più istruita e scervellata scolaresca che mai sia stato dato vedere o sentire, e tutto ciò era molto divertente.

Anch'io, come tutti, ero ben decisa a non farmi sorprendere dall'esame e mi riproposi di prendere almeno sette in pagella al primo quadrimestre in tutte le cinque materie papabili per l'uscita (c'era un incertezza tra Matematica e Scienze): studiai con gran cura Geografia Astronomica, che mi piaceva moltissimo, ma l'insegnante decise che non era cosa per me e mi lasciò inchiodata al sei (e ben me ne incolse); feci sempre tutti gli esercizi di Matematica assegnati, pur dimenticando completamente di cosa trattavano già ad Aprile, dopo il sorteggio delle materie (caso rarissimo per me, che ho sempre ricordato quel che ho fatto a scuola); studiacchiai Storia con scarso entusiasmo: l'Ottocento proprio non mi piaceva e nutrivo una cordiale antipatia per il Novecento - quest'ultimo però era un problema relativo, perché in quegli anni si andava poco oltre la Repubblica di Weimar. 
Guardavo un sacco di cartoni animati giapponesi, anche: non solo Goldrake, Gaiking, il Grande Mazinger e Danguard, ma soprattutto Gundam: quell'anno infatti il maggiore Char entrò nella mia vita per mai più uscirne, e riempì a lungo i miei sogni di fanciulla e quelli della mia amica del cuore, nonché, temo, gli incubi di Sary, la mia fida compagna di banco, che me ne sentiva sempre parlare ma che dei cartoni animati con i robottoni se ne fregava completamente.
Avevamo anche una  colonna sonora, naturalmente: in quegli anni vivevamo tutti letteralmente attaccati alla radio. Tuttavia l'unica canzone che associo agli esami è la bellissima Vienna dei Pooh, che in quel periodo attraversavano una delle loro molte stagioni di grazia. 

Comunque ci furono molti Pooh (che a Sary piacevano moltissimo) ma anche un infinità di altre canzoni di tutti i tipi e generi, ed era anche l'anno della bellissima Another Brick In The Wall che proprio alla scuola era dedicata.
Infine sorteggiarono le quattro materie, e Fisica, Filosofia e Matematica uscirono dalle nostre vite per non più tornarvi (non vi erano mai entrate molto, per la verità). 
Si trattava di scegliere tra Italiano, Latino, Storia e Scienze. Gran parte della classe scelse l'accoppiata Italiano-Latino, poi ci mettemmo a coccodrillare perché eravamo in troppi ad averle scelte e ce le avrebbero sicuramente cambiate. La prof. Legree però ci rassicurò dicendo che per un liceo classico non era così strano, e probabilmente non ci avrebbero cambiato un bel nulla (come infatti fu). Sandro, da qualche mese ragazzo di Sary (con gli anni è poi salito di grado diventandone prima marito e infine padre dei suoi figli) e una delle Campigiane scelsero Scienze, e mal gliene incolse. Non riesco proprio a ricordare se qualcuno scelse Storia.

Come ho detto, c'era un solo membro interno, e in qualche modo lo sceglieva la classe. Non so in base a qual criterio scegliemmo la prof. Jazinga, che quell'anno ci faceva Latino e Greco - una brava e cara supplente annuale, combattiva all'incirca come un coniglio. Accettò un po' sorpresa, dicendo che sì, volentieri, ma per lei sarebbe stata la prima Maturità.
"Anche per noi" la rassicurammo. 
Va detto che nessuna delle altre opzioni sembrava proponibile: come tante classi prima e dopo di noi scegliemmo l'insegnante che ci stava più simpatico e sentivamo più vicino a noi e non quello più combattivo o potenzialmente più utile; se col senno di poi la prof. Legree probabilmente ci avrebbe mandato in ansia peggio di un banditore di sciagure, la prof. Permaflex avrebbe sortito invece una sua utilità. Ma vallo a sapere, e poi buona parte della classe le avrebbe dato volentieri fuoco a paglia molle - non io, che più civilmente mi sarei limitata a sbatterle la porta in faccia per non rivederla mai più, senza nemmeno scomodarmi a mandarla a Fanculo.

Come tutti i maturandi, anche noi cercavamo di capire in base ad astrusi calcoli delle probabilità quale sarebbe stato il tema di Italiano, ovvero di quale autore ci avrebbero chiesto di parlare: correva voce che avrebbe potuto essere Manzoni, che non usciva da qualche anno, ma mi sembra di ricordare che fossero molto gettonati anche Leopardi, Verga e Pascoli. Non ricordo che nessuno di noi si sia mai minimamente interessato al cosiddetto tema di attualità, detto anche Prima Traccia, e di sicuro non me ne interessai io: svolgere una traccia di attualità alla maturità sembrava richiedere immani quantità di acqua calda, tiepida e fresca e non prometteva alcun tipo di soddisfazione. Molto meglio un buon tema tecnico di letteratura, e a questo scopo mi esercitai coscienziosamente svolgendo solo temi di letteratura per tutto l'anno, con buoni risultati. Che fosse Manzoni, Verga, Pascoli o Porta ne sarei venuta a capo più che onorevolmente, aiutata anche da un parco letture che andava assai oltre i soliti brani standard inseriti nelle antologie. Manzoni, certo, sarebbe stato il massimo ma ero aperta a tutte le possibilità... diciamo a quasi tutte.

Finì la scuola e iniziò il Sistematico Ripasso... beh, almeno ci provammo. Ci eravamo divisi in gruppetti, e di pomeriggio e talvolta perfino di mattina questi gruppetti si ritrovavano per studiare, io e Sary e altre da una parte, Sandro e la sua Campigiana in sontuoso isolamento dall'altra, a casa di ognuno a rotazione. Talvolta Sandro, unico della classe a disporre di quella strana cosa chiamata macchina (una simpatica Panda) nelle sue trasferte a Campi Bisenzio accompagnava anche me e Sary dalle nostre Campigiane. Sospetto però che loro due studiassero un po' più seriamente di noi.

Che dire di quei pomeriggi di studio? Iniziarono con una certa serietà: due ore di studio, pausa merenda, altre due ore. La pausa merenda comunque sin dall'inizio si mostrà molto... come dire... nutrita: ognuna di noi ci teneva a non lasciare le altre affamate, e fin dall'inizio fu tutto un festival di torte, bignoline, pasticcini, tartine, focacce e schiacciate ripiene, pizzette e salatini. Madri e sorelle vennero arruolate senza alcun ritegno, i migliori pasticceri della zona scomodati senza esitazione e non di rado pure noi ci mettevamo al tavolo di preparazione, spalmando, farcendo e decorando senza risparmiare le nostre forze. Persino io, da sempre negata per i dolci, ideai un simpatico semifreddo di cui passerò a dare la ricetta. E' un dolce infallibile e non manca mai di suscitare consensi:


Triomphe des fraises à la Murasaki
(Trionfo di fragole alla Murasaki)

Ingredienti:
Un tot di fragole abbastanza mature
Un tot di ciliege ben dolci (se la stagione lo consente)
Un tot di banane abbastanza o molto mature
Mezzo litro circa di panna fresca da montare
Decorazioni, se si ha tempo e voglia
Una larga ciotola alta dai 10 cm in su.

Esecuzione:

Affettare le banane, snocciolare le eventuali ciliege tagliandole in due parti, lavare e pulire e tagliare a pezzi non troppo grossi le fragole. Mettere il tutto nella ciotola e mescolare con cura.
Montare la panna con un po' (un po', non troppo - ma nemmeno troppo poco, certo) di zucchero.
Mettere la panna sulla frutta: un bello strato alto che sigilli il tutto.
Si può decorare con: mezze fragole e mezze ciliege armoniosamente disposte, cialdoni o biscottini da panna, una coroncina di bignoline alla panna o alla crema chantilly, magari anche altro se l'ispirazione soccorre. Ma la decorazione non è indispensabile (comunque non ho mai sentito nessuno lamentarsi dell'aggiunta di cialdoni e bignoline - anche perché tutti erano troppo impegnati a mangiare per lamentarsi).

Mettere in frigo per almeno un ora.


Al momento di servire, attingere dalla ciotola col cucchiaio più grande di casa e servire in dosi enormi.


Tempo di preparazione: una mezzoretta scarsa.

Difficoltà: men che zero.

Giorno dopo giorno, i tempi della Merenda Ristoratrice Per Ritemprarci Dal Duro Studio si dilatarono sempre più, mentre lo studio si faceva sempre meno duro. Finì con interminabili mangiate mentre una di noi leggeva ad alta voce un po' di appunti.
La qualità della conversazione fu comunque sempre all'altezza delle vivande servite al buffet: brillante, gradevole, attraente, affascinante e assai conviviale. Ho un gustoso ricordo di quegli squisiti pomeriggi.

A sera, tornati a casa, dopo cena (naturalmente cenavamo: forse che aver spelluzzicato qualche piccolo spuntino avrebbe dovuto toglierci l'appetito? E quando mai?) ci rimettevamo sui libri. O almeno ci provavamo; ma, certo, se la micia più bella e cara del mondo si mette di traverso sul libro di latino, non è forse il caso di mettere da parte Lucrezio e coccolarla come si conviene?
In fondo sappiamo tutti che Lucrezio è eterno ma purtroppo i gatti no - e dunque era giusto cogliere l'attimo e coccolare Giselle finché c'era.

Tra una puntata di Gundam e l'altra (lo replicarono parecchio, quell'estate) giunse infine l'esame.

Come ci eravamo ripromesse da tempo, la sera prima della prima prova scritta io e la mia amica del cuore andammo al cinema, e fortuna voleva che avessimo a disposizione niente meno che Tutto quel che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) di Woody Allen, che non avevamo visto quando era uscito nel 1972 per questioni anagrafiche. Fu davvero molto divertente e, dati i nostri interessi, apprezzammo in modo particolare l'ultimo episodio, ambientato nella sala centrale di una base fantascientifica impegnata in una complicatissima missione (in realtà il cervello durante un rapporto sessuale).

La mattina dopo, armata di cioccolata e fogli protocollo, mi accinsi a fare il tema. 

La prima tappa era, naturalmente, capire di cosa volevano si parlasse, e quell'anno non fu questione da poco:
Analizzate e discutete, alla luce dei vostri studi e delle vostre convinzioni, il seguente giudizio di Francesco de Sanctis: "Il Romanticismo, come il Classicismo, erano forme sotto alle quali si manifestava lo spirito moderno. Foscolo e Parini nel loro classicismo erano moderni, e moderni nel loro romanticismo erano Manzoni e Pellico".
In un sol colpo e in quattro righe, dunque, avevamo a disposizione Classicismo, Romanticismo, la "modernità" (che poteva essere la nostra modernità del 1980 oppure quella dei tempi di De Sanctis, qualsiasi cazzo di roba fosse la modernità) nonché Foscolo, Parini, Manzoni, Pellico e volendo pure de Sanctis. Non solo, ma dovevamo dare un parere su un parere di de Sanctis, ovvero riflettere su quanto scritto da qualcuno che di mestiere rifletteva sugli scrittori. Più che un tema di letteratura sembrava un gioco di specchi. Richiedeva una struttura complessa, argomentazioni ben articolate e un a accurata pianificazione degli incastri.
Affilai i coltelli e mi misi al lavoro. Tentai diversi inizi, tentai di saltare l'inizio e partire dal mezzo, tentai una scaletta e alla fine il tema si avviò. 
Intorno a me la classe lavorava e chiacchierava tranquillamente, come sempre durante i temi (oh, quanto mi aveva addolorato il pensiero che durante il tema non avrei potuto scambiare una parola con nessuno; e invece i sorveglianti si limitarono ad avvisarci che "verba volant, scripta manent", cioè che non ci facessimo trovare con i bigliettini in mano, e ogni tanto a incitarci a calare il volume del brusio, che invero a tratti era piuttosto alto). Io lavoravo come una locomotiva, probabilmente lanciando anche fumo, anche se non fischiavo mai.

Era una traccia molto adatta a me, che dopo un anno a base di critica letteraria ero ben lieta di spiegare come la critica letteraria per i lettori non è sempre molto interessante, perché i lettori tendono a vedere i testi un po' come gli pare, guidati dalle loro personali inclinazioni e dalla cultura del periodo, e di come tutte quelle divisioni in movimenti e correnti sì, via, insomma, chissenefrega, tanto son solo etichette che gli mettiamo, si sa che cambiano a seconda dell'etichettatore e del momento in cui si incollano.
La scelta degli autori, ammettiamolo, era un po' cattivella: di Pellico conoscevo solo un paio di paginette dalle sue prigioni, che mi ero comprata all'usato (perché tra l'altro non era e non è un libro che si trova a tutti gli usci, indipendentemente dal fatto di venire letto a scuola, e che io sappia al massimo si leggeva qualcosina alle elementari, ma al liceo non era  nemmeno preso in considerazione); mi era venuto il latte alle ginocchia e avevo riposto il libro in attesa di tempi migliori, e certo non vi avevo trovato alcunché di moderno né di romantico. 
Parini... beh, Parini era rimasto nella strozzatura tra seconda e terza, e ne avevamo fatto ben poco. Su Foscolo e Manzoni eravamo triplamente preparati: sia De Divinis che Blasio che Legree ce ne avevano parlato assai, ed eravamo perfino riusciti a sviluppare opinioni personali in  merito. 
Si aggiunga poi che sul Romanticismo italiano (come, del resto, su tutto) avevo mie personalissime opinioni, e l'unico scrittore romantico della letteratura italiana per me era ed è rimasto Foscolo, che viene universalmente messo tra i neoclassici. 
Infine, l'eventuale modernità di un autore ai miei occhi era data da due indicatori, ovvero l'attenzione verso il proletariato sfigato e verso la questione femminile; ma nessuno dei quattro signori tirati in causa da De Sanctis aveva alcunché da dire sulla questione femminile, che in Italia gli scrittori maschi manco sapevano cos'era (e di scrittrici ne avevamo ben poche, che peraltro a scuola non si facevano - anch'io avevo praticamente solo sentito nominare Serao e Aleramo, e lì si chiudeva la mia lista);  quanto al proletariato, l'unico che sembrava darsene un po' pensiero era Manzoni, che lo guardava con lo sguardo di "una cattolica società protettrice degli animali" secondo una citazione molto azzeccata ma non so quanto esatta che Legree ci aveva fatto da Gramsci.
Insomma, modernità de che?

Scrissi il tema, poi lo rifeci da capo a pié e infine lo copiai. Rilessi le mie quattro colonne ben dense con grande soddisfazione, e consegnai con la serena convinzione di aver fatto il miglior tema di cinque anni di liceo (ma chissà se poi era vero?).
Uscii ben pasciuta interiormente e assai compiaciuta. Mentre aspettavo il tram alla fermata con le amiche ebbi modo di adocchiare un simpatico completo lilla a maniche lunghe (era un estate invero assai clemente).
Nel pomeriggio esposi la questione a mia madre, che tirò fuori dalla borsa una bella banconota da 100.000 lire e me la consegnò. Così andai a fare spese con l'amica del cuore - che guardava con molta serenità allo scritto di matematica che doveva fare la mattina dopo. Comprai il completo lilla più una borsetta di camoscio di una sfumatura lilla più azzurrata di quella del completo, ci aggiunsi un bellissimo paio di sandali in camoscio blu e mi rimasero pure 4.000 lire di resto. Mia madre approvò tutto, ma predisse vita breve per la borsetta - che infatti qualche settimana dopo era già sporca. Provai a pulirla con la gommapane, come mi avevano consigliato, ma capii che gli accessori chiari in tinta erano per fasce di reddito più alte della nostra; quella borsa non vide due estati né mai più mi attentai in un acquisto destinato a vita così breve a meno che il prezzo non fosse molto, molto più basso. A occhio, direi che quelle 100.000 lire equivalevano a 300 euro attuali, anche se i prezzi dei vestiti sono molto cambiati da allora.

La versione di greco... mah, insomma, la feci, con un piccolo aiuto di amici e professori. Mi pare fosse Aristotele, un autore che ho sempre guardato dall'alto in basso e capito poco, in qualsiasi lingua fosse scritto (al contrario di Platone che, strano ma vero, riuscivo a tradurre correttamente, se pure in tempi assai lunghi, e mi è sempre piaciuto moltissimo).

Iniziò la correzione degli scritti e il membro interno, com'era consuetudine, prese un telefono e chiamò. Chi era stato chiamato chiamò a sua volta e il panico si diffuse a velocità di tifone. Alla commissione i temi non erano piaciuti, anzi gli avevano fatto proprio schifo. Non c'erano sufficienze, tranne un sei e mezzo. Ci volevano segare tutti. Ci avevano già non solo segato, ma pure crocifisso all'albo della scuola. Stavano arrivando i carnefici a casa nostra per procedere alla decapitazione. Non ci sarebbero stati prigionieri.

Dopo un bel giro di telefonate allarmate decisi di risalire alla fonte, perché qualcosa non mi convinceva: al mio tema per esempio non potevano aver messo l'insufficienza, e a quello dei quattro sessanta papabili nemmeno. E com'era andato greco?
Sfrondato delle più allarmistiche voci, il resoconto risultò meno tragico: la commissione non si spiegava perché quasi tutti ci fossimo incaponiti a fare il tema di letteratura né perché l'avessimo fatto così lungo (si favoleggiava addirittura di 17 colonne 17, e se è vero so anche chi è stato) né perché fossimo così fissati con Gramsci (se quest'ultima è vera, trovo che la commissione mancasse un tantinello di acume: uno o due alunni in una classe che citano Gramsci possono essere frutto del caso o di studi individuali, ma un intera classe che tira in ballo l'intellettuale organico... non sarà che gliene hanno parlato parecchio?) e comunque detti temi non erano piaciuti granché. Sembra che, in particolare, avessero trovato il mio piuttosto spregiudicato, ma che si fossero degnati di assegnargli un sette e mezzo. In tutta onestà mi aspettavo come minimo un otto abbondante, ma visto che parecchi temi erano rimasti sotto il sette mi guardai bene dal lamentarmi e chiamai invece la mia impagabile amica del cuore, che nel corso di una telefonata di un buon tre quarti d'ora riuscì a calmarmi e a ridimensionare la gran tragedia usando buon senso, discernimento e logica. Non ricordo i particolari, ma solo che chiamai assai scossa e riattaccai tranquilla e pacificata col  mondo. Però, sempre la mia amica del cuore, mi spiegò che il membro interno, più che riportare voci e considerazioni sparse, riferiva i voci degli scritti, e se il nostro non l'aveva fatto voleva dire che era parecchio inesperta del viver del mondo. Resta il fatto che il voto del mio tema alla maturità non l'ho saputo mai (nemmeno quello della versione di greco, in effetti, ma preferisco così).

Lentamente l'ondata di panico si ritirò e rimanemmo in attesa degli orali, tra un banchetto luculliano e l'altro. La nostra era l'ultima classe della scuola, e la mia lettera era una delle ultime. Insomma, avevo l'orale a fine Luglio. 
Non andai a sentire gli orali della mia amica del cuore perché me lo vietò fermamente, e nemmeno mi sembra che mi abbia mai raccontato qualcosa in proposito. Addirittura, neanche ricordo che voto prese.
Andai invece a sentire gli orali al mio liceo, un po' come tutti; ma sentivamo ben poco, perché tutti parlavano a voce assai bassa e la sala era grande. Ci sembravano interrogazioni diverse da quelle che facevamo di solito, ma non avremmo saputo dire esattamente in che modo fossero diverse. Il professore di scienze, che era anche il presidente di commissione, sembrava assai suonato e ancorato a cognizioni scientifiche dei tempi di Pio IX, la professoressa di lettere sembrava abbastanza tagliente nelle sue domande, ma non mi pareva chiedesse niente a cui non fossimo in grado di rispondere.

Il mio orale era a mezzogiorno, ma naturalmente la commissione era in ritardo. E quando mai la commissione di un esame non è in ritardo?
La mia amica del cuore venne a farmi assistenza morale, portando tra l'altro le sue belle sigarette Cocktail, comprate in Inghilterra
che erano anche abbastanza forti. Nell'attesa passeggiammo nel cortile interno lastricato,  sotto il sole - un attività che in qualsiasi altro Luglio sarebbe stata foriera come minimo di un coccolone, specie per chi aveva la pressione bassa come me, ma che quell'anno tutti praticarono con grande tranquillità e senza conseguirne alcun inconveniente - come ho già detto, era un estate invero assai gentile.
Ero molto elegante, col mio bel completo in tre pezzi rosa-viola, camicia a maniche lunghe color vinaccia, gonna portafoglio rosa-viola a due strati e gilet di maglina viola chiaro. Al collo portavo la collana di cristallo della nonna, alle orecchie gli orecchini Avon in similplatino e acquamarina sintetica - un accoppiata che illuminò il mio viso per molti anni, finché non persi uno degli orecchini e decisi che era veramente venuto il momento di bucarmi le orecchie. 
Avevo paura ma non troppo - la dose giusta per combattere, insomma.

Feci il colloquio. Trovai la commissaria di lettere molto più acida sull'italiano che sul latino. In effetti l'interrogazione di italiano non andò molto liscia, anche perché la professoressa mi interrompeva sempre e io non capivo cosa voleva esattamente da me perché, per quanto rispondessi, sembravo non darle mai quel che voleva - una sensazione cui non ero abituata. Il  mio tema sembrava esserle rimasto sul gozzo,  ma dava anche l'impressione di non sapere nemmeno lei come criticarlo (ma magari sbaglio).
Latino invece scivolò via senza problemi: senza dubbio quella sala aveva visto interrogazioni più memorabili, ma fu comunque una cosa abbastanza dignitosa, persino nelle domande di grammatica - dove scoprii di essere in grado di inventarmi (o ricostruire) sul momento il paradigma di un verbo.
Il pubblico di turno mi disse che era stato un buon orale, ma non so se e quanto fosse sincero. A me comunque non era sembrato granché, ma nemmeno malaccio. 

Molto peggio andò a Sandro e alla Campigiana, che sfiorarono il disastro a Scienze, perché il professore non era d'accordo con niente di quel che dicevano. Pure, col senno di poi, non abbiamo mai notato alcuna incongruenza o errore in quanto ci aveva insegnato la prof. Permaflex e a tutt'oggi quel disastro ce lo sappiamo spiegare solo col fatto che sì, il presidente di commissione era parecchio suonato. Sta di fatto che Sandro strappò a malapena un miserabile 36, dopo un quinquennio con la media del sette e senza mai essere stato minimamente rimandato in alcunché, e la Campigiana raccattò un poco meno miserabile 37, anche lei dopo un quinquennio più che onorevole.

Come previsto passammo tutti, scartine comprese, anche se su Sandro discussero parecchio. Io presi 43, con un lieve disappunto che svanì nel giro di mezz'ora senza lasciare tracce; Sary prese un rispettabile 48 che, tenendo conto dello strano trattamento che ci avevano fatto, era un voto abbastanza equo (anche se l'avrei data come minimo sul 50). Di 60 ne prendemmo uno solo, più un 58 e un 52, e gran parte di noi si trovò con voto tra il 40 e il 45, ovvero più basso del dovuto.

Seguì un estate lunga e bella, perché a quei tempi non c'erano test di ammissione all'università, l'anno accademico cominciava a Novembre e ancora in pieno Ottobre stavamo a fare raduni e grandi tavolate. 
Restammo in contatto per diversi anni, e i gruppi si sfaldarono solo nella seconda parte degli anni '80. Naturalmente il fatto che mezza classe approdasse a Lettere e Lingue ci facilitò nel proseguimento dei rapporti.
All'università, del voto che avevamo preso alla maturità non è mai importato niente di niente a nessuno e, con grande stupore generale, l'unico 60 faticò assai a prendere la laurea in medicina.

venerdì 1 luglio 2011

Esami a Hogsmeade - 3 Io! Io! Io e soltanto io!


Passano sette giorni, durante i quali vengono esaminate le altre tre terze (ignoro se con o senza supporto informatico). Durante questa settimana viene celebrato anche l'ultimo Collegio dei Docenti dell'anno. Sì, lo so: usa farlo dopo la conclusione degli esami e non in mezzo, ma, come ho già accennato più volte, a Hogsmeade seguiamo usanze tutte nostre.
Il Collegio a sua volta fa da farcitura tra la prima e la seconda parte di un ricco rinfresco che le tre colleghe future pensionate offrono alla collettività. La collettività, devo dire, avrebbe gradito meglio e di più se il torrido clima tropicale non avesse smorzato anche gli appetiti più vivaci. Ad ogni modo nessuno si tira indietro e personalmente attingo senza remore al pregiato spumante, sia brut che dolce, confidando che mi sarà di conforto per reggere il Collegio, né ho motivo di rimpiangere le abbondanti libagioni, nonostante l'alcool mi abbassi vieppiù la pressione, che d'estate tende al rasoterra.
Infatti la Preside saluta le tre pensionande, com'è giusto, e dedica loro anche... una sua poesia - una composizione di rara originalità, basata sullo spregiudicato paragone tra le varie stagioni dell'anno e le varie epoche della vita, condita con un riferimento alla rugiada del tempo.
Naturalmente applaudo, come tutti. Apprendo però che l'usanza della poesia (sempre rigorosamente made by Preside) ai Collegio di inizio e fine anno vige da diversi anni. E improvvisamente ricordo che il Collegio conclusivo dello scorso anno l'avevo saltato per indisposizione, mentre ai due Collegi di inizio anno non avevo ancora preso servizio*.

La mattina dopo alle otto riprendono gli orali. Le temperature virano su più ragionevoli gradazioni, abbiamo undici e non dodici alunni da esaminare e l'unico scoglio di Smemorina, e ormai i punteggi delle prove Invalsi dovrebbero essere stabili.
Le cose vanno bene sin dall'inizio: in onore dell'esame Smemorina riesce a ricordarsi quanto basta a fare un'orale almeno vagamente sufficiente e tutti noi siamo ben lieti di collaborare con accorte domande sul colore del cavallo bianco di Napoleone e sul nome del progettista della Tour Eiffel.
Con sorpresa di molti (ma non mia) l'Orfanella sfodera una bella grinta e fa un colloquio brillante - ma in effetti anche nei momenti più neri se l'è sempre cavata meglio nell'orale che nello scritto, e non c'è dubbio che dall'inizio dell'anno abbia fatto un gran bel miglioramento.
Alcuni dei ragazzi portano percorsi piacevolmente originali, che a fine esami sono particolarmente graditi alle commissioni stremate: Lunastorta è riuscito a collegare tutte le materie con i pipistrelli, spaziando dalle tecniche di volo alla foresta amazzonica fino a Dracula di Bram Stoker e ai vari fumettisti di Batman ("possiamo anche dargli otto al colloquio" commenta Inglese con un bel sorriso "tanto il sette non gli viene comunque" e tutti annuiamo soddisfatti: l'orale era effettivamente da otto ma nessuno, me compresa, ha nessuna obiezione da fare al sei per Lunastorta, che dopo due anni delle mie amorevoli cure scrive ancora stò e sà senza formalizzarsi, ha quattro in matematica e in tre anni ha sempre e solo studiato se e quando gli pareva, e non è che gli paresse spesso); Sognatrice porta un percorso sul Giappone ma, accanto al consueto progetto Manhattan e alla solita energia atomica parla di Memorie di una geisha e, soprattutto, di Rumiko Takahashi, la Divina autrice di Ranma e Lamù e Inuyasha (ebbene sì, grazie alle mie accorte manovre al suo orale si è parlato soprattutto della Takahashi, visto che il Progetto Manhattan l'abbiamo ormai sentito e risentito e dell'energia atomica siamo tutti stufi e arcistufi).
Il problema del dieci si ripresenta quando arriva il turno di Tank, che non suona notturni di Chopin ma fa comunque un orale con fiocchi e controfiocchi che sembra a tutti assai indecoroso sigillare con un banale "nove", tanto più che il ragazzo ha sempre studiato come un castoro** ed è uno straniero arrivato sei anni fa digiuno di italiano ma che adesso parla e scrive meglio di quasi tutti i suoi compagni.
Ma come fare, se anche Tank si ferma al solito 9.46 e il dieci scatta solo a partire dal 9.50?

Sulla possibilità di dare o meno questi due dieci la commissione si incarta miserevolmente per più di un'ora in fase di scrutini, la mattina dopo. Il problema non è se dare o no il dieci, perché tutti noi siamo convinti che darli è opportuno - o, per dirla più esattamente, nessuno di noi è contrario a darli perché gli sembrano eccessivi. No, il problema è se possiamo, e soprattutto in che modo.

Preside e Vicepreside spiegano che la Circolare del Ministero non concede margini. Chiedo e ottengo pubblica lettura del passo incriminato.
E qui occorre una premessa giuridico-sostanziale: si tratta della leggendaria Circolare 46 del 26 Maggio 2011, quella con cui il Ministero dell'Istruzione detto MIUR spiega, due settimane prima dell'inizio degli esami di licenza media, come va fatto l'esame di licenza media e, tra le righe, lascia scivolare la notizia che - SORPRESA!! - la prova scritta della seconda lingua comunitaria (altrimenti detto Compito di Francese o di Spagnolo) va fatto da tutti, volere o volare, perché la notte prima il Ministero aveva deciso che non era più facoltativa - decisione che poi ha dovuto rimangiarsi***.
Per quanto riguarda la valutazione conclusiva dell'esame, si tratta di un documento malamente raffazzonato con materiali di riciclo dalla Circolare 49 del 2010 che a sua volta per la valutazione di fine anno citava il D.P.R. 122 del 2009. Veniva detto che il voto finale dell'esame “è costituito dalla media dei voti in decimi ottenuti nelle singole prove e nel giudizio di idoneità arrotondata all’unità superiore per frazione pari o superiore a 0,5”. (e questo viene dal D.P.R., cioè dalla legge). Segue un passo preso dalla Circolare 49 del 2010 che viene segnalato come molto importante: "Al riguardo è quasi inutile ricordare che tutti gli allievi ammessi all’esame di Stato hanno già conseguito nello scrutinio finale almeno un voto di sufficienza nelle diverse discipline. Sarà perciò cura precipua della Commissione e delle Sottocommissioni d’esame, e della professionalità dei loro componenti, far sì che il voto conclusivo sia il frutto meditato di una valutazione collegiale delle diverse prove e del complessivo percorso scolastico dei giovani candidati. Si cercherà così di evitare possibili appiattimenti che rischierebbero di penalizzare potenziali “eccellenze”». Il tutto, conclude candidamente la circolare 46," nella prospettiva di evidenziare i punti di forza nella preparazione dei candidati anche in funzione orientativa rispetto al proseguimento degli studi.
Inoltre è stata avanzata, da qualche scuola, l’ipotesi di applicare un “bonus” in analogia all’esame di Stato conclusivo del II ciclo d’istruzione. In merito si fa presente che tale istituto non è contemplato da alcuna norma per l’esame finale del I ciclo. Pertanto, va escluso che le Commissioni d’esame possano decidere in tale senso. ". In coda, la circolare spiega che se vogliamo possiamo dare la lode a chi ha dieci, purché la cosa venga decisa all'unanimità.

Non è proprio un testo chiarissimo, diciamoci la verità: prima ti spiegano che va fatta la media dei voti dell'esame e del voto di ammissione, Poi ti ricordano che all'esame si viene ammessi solo se c'è almeno la sufficienza nelle varie materie e perciò la commissione deve dare un voto che sia "il frutto meditato di una valutazione collegiale delle diverse prove e del complessivo percorso scolastico".
"Perciò una sega" viene da dire: cosa c'entra che l'ammissione è sufficiente, e soprattutto volete la media dei voti o volete il frutto meditato? Perché la media dei voti non richiede meditazione e fruttificazione alcuna, mentre un frutto meditato, che tenga conto delle diverse prove e del percorso scolastico e delle meditazioni più o meno fruttuose della commissione, può portare a risultati diversi dalla media calcolata con un foglio in excel.
Non solo, ma il frutto meditato viene meditato allo scopo di evitare possibili appiattimenti che rischierebbero di penalizzare potenziali "eccellenze".
Infine, per meglio chiarire le idee a chi legge si aggiunge che la Commissione non può assegnare un bonus come di fa alla maturità perché l'esame di licenza media non è l'esame della maturità. E grazie tante.
Dunque, non si sa se dobbiamo calcolare o meditare fruttuosamente, ma ci spiegano che non dobbiamo penalizzare le eccellenze e non dobbiamo dare il bonus della maturità, e in più si ricorda che quelli che fanno l'esame sono stati ammessi con tutte sufficienze - il che col resto del discorso sembra entrarci come il proverbiale cazzo a merenda.
Con un testo del genere ci sono gli estremi per stabilire che non possiamo alzare i voti perché il calcolo del voto finale è una semplice operazione aritmetica (somma dei voti e poi divisione per il numero delle prove) ma anche che li possiamo alzare, purché prima ci meditiamo fruttuosamente, anzi deve essere nostra precipua cura alzarli, se la nostra meditazione frutta in tal senso, qualora ci sembri di avere un'eccellenza da valorizzare. Due eccellenze, nel nostro caso, e tutt'altro che "potenziali".

La Vicepreside si era fermata alla prima frase, quella della media dei voti, e ne aveva concluso che non potevamo decidere di testa nostra. Io invece ho rivoltato come un calzino la frase successiva sulla precipua cura e la fruttuosa meditazione, insistendo sul rischio dell'appiattimento delle eccellenze e sulla valutazione come frutto meditato, e ho dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che il voto lo potevamo alzare, eccome.
Ho evitato con cura però di esternare quello che per me era l'argomento più valido: con una circolare formulata in quel modo, davanti a un eventuale e improbabilissimo ricorso saremmo stati in una botte di ferro, perché quel testo giustificava in partenza qualsiasi decisione prendessimo: dal momento che non spiegava quale delle due strade andava percorsa, se il calcolo aritmetico o la fruttuosa meditazione, ci autorizzava di conseguenza a percorrere quella che più parva opportuna alla nostra "professionalità". Sapevo però che gli insegnanti sono spesso una razza tremebonda e davanti a una circolare confusa si sentono in colpa perché non la capiscono e ne concludono che qualsiasi cosa faranno basandosi su quella circolare sarà sanzionabile; così, invece di rassicurare i colleghi spiegando che quella circolare era meglio del pongo e potevi dargli la forma che volevi, ho fatto una tirata sulle eccellenze e sul frutto meditato.

Qualcuno si convince, qualcuno ha paura, qualcuno non è convinto ma vuole dare quei due dieci ed è disposto a correre il rischio.
Si formano vari partiti. Uno sostiene che dare il dieci a uno dei due ci obbliga a darlo anche all'altro - siccome non c'è nessuno contrario a questo, anzi tutti trovano ciò cosa buona e giusta, non mi è ben chiaro perché su questo si discute per almeno dieci minuti, o meglio discutono, perché io non apro bocca e risparmio le forze per un'eventuale tirata finale.
Altri sostengono che con questo dieci i due fanciulli potranno usufruire di un assegno di studio, che è una bella cosa - e anche lì, nonostante nessuno trovi nulla da ridire all'idea che Sirius e Tank si godano il loro assegno di studio, la questione va per le lunghe.
La Preside Esterna, mitemente, suggerisce di alzare i voti degli scritti - che è più facile a dirsi che a farsi perché a Italiano e Matematica i voti sono già al massimo, mentre le prove delle lingue straniere sono state corrette con la griglia e quindi il voto (che è nove) non si può cambiare, così come il voto dell' Invalsi.
Certo, se i due avessero preso dieci anche all'Invalsi ci avrebbero levato le castagne dal fuoco perché sarebbe scattata la fatidica soglia del 9.50 che permette di dare dieci senza farsi tutte queste seghe, ma invece no, hanno preso solo nove.
Sempre mitemente, la Preside Esterna osserva che, visto che sapevamo che erano in zona dieci, potevamo ammetterli con voti più alti. Rimprovero ingiusto, secondo me, dal momento che, molto banalmente, ci eravamo limitati a mettere i voti che andavano messi, a loro come a tutti gli altri. Le tre gemme della classe - De Rossi, Sirius e Tank, erano stati ammessi con nove e con l'implicita possibilità di un dieci finale, ma era una possibilità che stava a loro portare a compimento facendo un esame da dieci. De Rossi aveva fatto un ottimo esame da nove e aveva risolto il problema alla radice, ma Sirius e Tank avevano fatto l'esame da dieci, e quindi non c'era motivo che non prendessero dieci. Se non c'è possibilità di alzare il voto di ammissione, a cosa serve l'esame? Lasciamo i ragazzi a casa a riposarsi, riposiamoci anche noi e amen, proprio non c'è motivo di scomodarci tanto, se c'è solo da confermare il voto degli scrutini di ammissione.
Nessuno di noi comunque ritiene utile o fruttuoso avviare una sottodiscussione du questo tema, e quindi la mite rimostranza della Preside Esterna viene accolta e seppellita da qualche mormorio generico, del tipo "eh, ma sa..."
Qualcuno suggerisce di mettere dieci e fregarsene, tanto un ricorso contro un dieci non si è mai visto a memoria d'uomo, qualcuno dice però che i documenti vanno al Provveditorato dove, se controllano... anche se la possibilità che al Provveditorato di Firenze, dove di solito non controllano nemmeno il molto che dovrebbero, si mettano a controllare le medie delle singole scuole, classi e alunni non sembra in verità molto probabile a nessuno.

Infine, dopo che tutti abbiamo detto tutto e il contrario di tutto, viene fatta la votazione e i due dieci diventano ufficiali. Mi sento assai fiera del risultato: perché senza la mia puntigliosa analisi si sarebbero tutti arenati davanti a quella circolare balzana e contraddittoria. Invece io, io, io e soltanto io sono riuscita, con la mia fluviale oratoria e la forza persuasiva dei miei argomenti, a dare un senso financo a un demenziale documento del MIUR, permettendo con ciò ai colleghi di fare quel che volevano fare - perché, a conti fatti, a questi due dieci non era contrario nessuno, Preside Esterna compresa.
Tuttavia non mi autorizzo a gioire né a stappare alcuno champagne interiore finché l'ultimo voto non è stato trascritto e l'ultimo cartellone firmato. E finalmente usciamo, per lasciare il posto alla commissione successiva.

Stanca ma soddisfatta passo il resto della mattinata a sgranocchiare i pasticcini che alcuni gentili colleghi hanno portato (a Hogsmeade c'è sempre qualche gentile collega che porta il frutto delle sue fatiche o passa da un buon pasticcere in queste occasioni) e chiacchierando del più e del meno. Una collega ci legge la raccolta delle perle della sua commissione, e all'unanimità viene votata come migliore la Guerra di Secessione tra nudisti e sudisti.
Infine una rapida riunione finale, dove vengono letti i risultati e proiettato un video costruito con una serie di fotografie della Decana, che una volta di più piange abbracciando tutti prima di lasciare per sempre la scuola. Siamo tutti commossi, e anche notevolmente stremati. Con la coda dell'occhio vedo i custodi che attaccano i quadri con i risultati.
Nessuno sapeva quando sarebbero stati attaccati questi quadri, nemmeno la segreteria, nemmeno noi - si era parlato del primo pomeriggio, del tardo pomeriggio o del giorno seguente, invece vengono attaccati poco dopo mezzogiorno. E mentre i custodi sono ancora lì che trafficano con il nastro adesivo, vedo i primi alunni che scendono per la strada che porta alla scuola per guardare i risultati. Come abbiano fatto a sapere che li avremmo attaccati a quell'ora è uno di quei misteri insondabili che solo chi è nato e cresciuto in un piccolo paese può capire.

*E dunque una volta tanto nella vita mi ritrovo a ringraziare l'inettitudine del Provveditorato di Firenze, grazie ai quali le nomine sono state fatte in ritardo. E' proprio vero, tutti, ma proprio tutti, facciamo qualcosa di buono nella nostra vita.
**ammesso che i castori studino
***Su tutta la spinosa vicenda si è soffermata a lungo e con alti lai LaProf a partire da qui e nei post delle due settimane successive. La lettura di questi post è comunque assai deprimente (anche se non per colpa della Prof, naturalmente).

martedì 8 agosto 2023

8 Agosto 2023 - Giornata Mondiale del Gatto

Spiace non poter citare l'autore di questa bella immagine, ma ne ignoro il nome.
Sarò naturalmente ben lieta di rimediare se qualcuno mi fornirà i dati.
Nel frattempo mi congratulo con lui, oppure con lei, chiunque sia.
Lo stesso vale per le altre immagini del post.

Visto che oggi il mondo intero festeggia Sua Maestà il Gatto, com'è suo dovere e com'è vero scandalo che non avvenga tutti i giorni, ho pensato di dedicare questo post al rapporto tra libri e gatti. No, non i gatti in letteratura, ma proprio i gatti e i libri intesi come oggetti fisici. 
L'immagine che apre il post appartiene ad un ricco filone che omaggia questi graziosi amanti dei libri, anche se tende forse a inzuccherare un pochino la realtà. Talvolta infatti il rapporto è meno idilliaco di come sembra qui, e se è notoriamente vero che i gatti lasciano impronte nel nostro cuore, chi tiene in casa una libreria e dei gatti sa che costoro lasciano impronte, talvolta molto visibili, anche sui libri, sotto forma di morsi, graffi e simili. Tuttavia, i gatti sanno sempre come farsi perdonare questi piccoli inconvenienti.

Qualche volta i gatti amano dormire nelle librerie, sopra i libri
e niente è più piacevole di allungare una mano verso uno scaffale pieno di libri e trovarlo occupato anche da una creatura dolce, giocosa e fusaiola.
Ma altre volte i gatti amano riposare dietro le file di libri (e questo da solo è un motivo che dovrebbe spingere ad evitare di tenere libri in doppia fila. L'altro motivo, ahimé, è che non avendo sempre sotto gli occhi tutto ciò di cui si dispone, può capitare di scoprire di aver comprato più copie dello stesso libro).
Dicevamo dunque dei gatti dietro i libri. Molto carini, ed è graziosissimo  vedere due orecchie a punta spuntare da dietro i volumi.
Un po' meno graziosissimo, forse, è dover riporre con pazienza i libri crollati a terra qualche tempo dopo: i gatti amanti dei sonnellini dietro i libri talvolta escono dalla scaffalatura rifacendo esattamente lo stesso percorso che han fatto in entrata, senza smuovere un sol foglio, ma più spesso buttano giù i volumi con due zampate per poi scendere per la via più facile - il mio scaffale di romanzi russi avrebbe parecchio da raccontare sull'argomento.

I gatti sanno leggere? 
Non è scientificamente provato, tuttavia si sa di casi di gatti che cercano di affrettare la voltatura delle pagine o che protestano se la pagina è voltata troppo in fretta dal lettore umano. Comunque un altro filone di immagini che si trova facilmente riguarda gatti e umani che leggono insieme:
Tuttavia ve ne sono parecchie, per lo più foto, dove il gatto legge il libro per conto suo (che in effetti è più comodo perché se la lettura è un piacere che raddoppia quando è condiviso, poter tenere il proprio ritmo è comunque comodo):
Altre volte il micio di casa collabora con il suo umano impedendogli la lettura. Ciò è molto gentile da parte sua quando il libro in questione è un libro di studio.
Questa foto mi ha ricordato di come la bellissima Giselle collaborava al mio esame di maturità distogliendomi dallo studio di Lucrezio in tarda serata, come ho già raccontato nel mio post sull'esame di maturità. Questa foto descrive meglio la circostanza perché il gatto impedizionista è grigio come Giselle, e il libro di cui ostacola la lettura è in versi proprio come il De Rerum Natura (che è comunque un bellissimo testo, checché ne pensasse Giselle):
A chiusura del post, ricordo che un gatto può essere anche un eccellente fermalibro
e talvolta, se gli gira, anche un segnalibro particolarmente puccioso:
I gatti sanno dunque tenerci compagnia anche in quella affascinante attività che è la lettura, perciò è vieppiù nostro dovere onorarli e festeggiarli ringraziandoli per la bella compagnia che ci offrono.
Auguri a tutti i gatti, in questo e in tutti i giorni che verranno. E naturalmente l'augurio vale anche per tutti i diversamente gatti, indipendentemente dal numero delle zampe.

mercoledì 24 giugno 2020

Cronache dell'Esame che non è un esame - Colloqui a distanza, o presunti tali.

Non ho mai visto questo film.
Tuttavia il titolo rende bene l'idea.
Dopo aver letto gli elaborati, aver valutato gli elaborati e avere variamente commentato gli elaborati, era giunto infine il momento dei colloqui orali, dove sarebbero stati gli alunni che avevano fatto gli elaborati a parlare dei loro elaborati. E noi su quei loro discorsi avremmo dovuto valutare... boh, non si sa bene che cosa, ma insomma dovevamo valutare.
Non eravamo affatto tranquilli. In particolare, io scrutavo continuamente il cielo che prometteva pioggia, diluvio e temporali, e spesso li manteneva anche.
Quando a un esame normale piove non è di solito un gran problema: tutti, esaminatori ed esaminandi, prendono l'ombrello per ripararsi dalla pioggia mentre vanno alla sede degli esami e questo è quanto. Anche se le condizioni delle scuole non sempre sono ottimali, normalmente dentro non ci piove.
Stavolta saremmo stati tutti al comodo nelle nostre casette, ma la linea... ah, la linea.
"Che succede se durante gli esami parte il collegamento?" chiedo preoccupata dopo il secondo mini black-out di pochi secondi mentre i fulmini saltellano allegramente per il contado fiorentino.
"Eh...." sospira la vicepreside "Speriamo che non succeda".
"Cos'ha detto la preside?".
"La preside dice poco, perché è a fare la maturità da tutt'altra parte".
Normalmente nel corso degli esami delle medie il Dirigente Scolastico della scuola non dice alcunché, in quanto è impegnato a sovrintendere agli esami in altra scuola - ma abbiamo naturalmente un Dirigente Scolastico di altra scuola che ci assiste o intralcia, a seconda dei casi e comunque offre un qualche tipo di soluzione ai nostri dubbi e alle nostre ambasce.
Stavolta però la nostra Preside è stata precettata per dirigere gli esami di maturità, e si suppone che sia assai impegnata, ma non è stata sostituita da alcunché. E non è che le circostanze dell'esame siano delle più ordinarie - tanto per cominciare perché stavolta l'Esame non è un esame, bensì Stanislao Moulinsky in uno dei suoi più riusciti travestimenti.

Il primo giorno comunque il mio collegamento è decoroso. In compenso Musica ha la telecamera rotta e un bellissimo fondale arancione, degno di un fervente seguace di Krishna. D'altra parte una delle alunne ha portato un percorso che include anche l'India, quindi è tutto molto congruo.
Uno ad uno arriviamo tutti, esaminatori ed esaminandi, e i colloqui vanno a incominciare.
Andromeda ci racconta del suo percorso interstellare, raccontandoci quanto le stelle sono sempre state importanti per lei. Mentre ci spiega che nei momenti più difficili sin da piccola ha sempre trovato conforto nel contemplare la volta stellare si commuove ma continua a parlare. Più volte le lacrime affiorano, ma il percorso è brillantemente esposto. Alla fine Fisica le fa i complimenti e attacca una tirata spiegando che le sue lacrime non sono segno di debolezza bensì di forza. A quel punto Andromeda si scioglie vieppiù in lacrime.
In cuor mio dissento: da brava dama hejan, ritengo che le lacrime non siano segno né di forza né di debolezza, solo di profonda sensibilità e di raffinato sentire e non mi sembra il caso di insisterci sopra, ma me ne sto zitta e buona.
Il secondo colloquio è abbastanza balordo, ma la cosa rientrava nelle previsioni. Nessuno piange se non per il sollievo quando arriva la fine.
Al terzo Ippolita ci spiega il profondo affetto che da sempre la lega ai cavalli, e di nuovo si sfiorano le lacrime. Stavolta però ricorriamo tutti alla tecnica dello struzzo e facciamo finta di niente.
Ecco, a volte succede anche agli esami dal vivo che qualcuno pianga, ma di solito rimediamo con l'offerta di un kleenex e di un bicchiere d'acqua  e qualche pacca sulla spalla. In rete non si può.
D'altra parte non è mica tanto comune che qualcuno pianga all'esame. La tensione, d'accordo, ma di solito arrivano tutti ben armati e vanno via trionfanti...
Quando però si mette a piangere anche Ifigenia finalmente comprendo.
"Va tutto bene" la rassicuro  "Tutto questo succede perché non avete avuto l'ultimo giorno di scuola".
"Eh?" chiedono i colleghi perplessi mentre Ifigenia si asciuga gli occhi.
"Questi poveri ragazzi non hanno avuto il rituale dell'ultimo giorno, quando tutti si sciolgono in lacrime" spiego compunta "Quindi stanno facendo in contemporanea l'addio alla scuola e l'esame".
Dai microfoni arrivano vari "È vero" "Giusto" "Ecco che cos'era". Ifigenia finisce per mettersi a ridere.
"Benissimo. Chi vuol piangere pianga, va benissimo così" stabilisce Arte.
In un lago di lacrime l'Esame che non è un esame prosegue e la giornata arriva al suo giusto compimento.
Il giorno dopo però nessuno piange.
Tutte anime dure e insensibili?
Non proprio. Ma piove a dirotto e dire che il collegamento fa pena è fargli un complimento.
Non il mio: a Lungacque il tempo è bello e la mia connessione non crea problema alcuno.
Ma oh, quella degli altri, in particolare gli alunni!
Davvero non è il caso di definirli "colloqui". Al massimo "Tentativi malriusciti di".
Musica va e viene peggio di uno spirito in pena, gli alunni sembrano immersi nell'acqua o parlare dall'oltretomba. Disastro su tutta la linea, letteralmente - o meglio, disastro di tutta la linea.
Più che colloqui, sono stati atti simbolici di fede.
"Beh, non sarebbero stati comunque un granché" prova a consolarsi Matematica.
"Diciamo che è il pensiero che conta".
Nemmeno la possibilità di fargli un saluto decente, alla fine di un triennio.
Ma è inutile piangere sull'esame versato (che per fortuna non è un vero esame).
In assenza di colloqui valutiamo i non-colloqui e l'esame che non è un esame e chiudiamo la seduta con quaranta minuti di anticipo, al grido di "Prima finisce quest'anno di merda e meglio è".

L'Esame che non è un esame è finito, evviva l'esame.