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| È mia personale opinione che l'attuale Ministra dell'Istruzione non si segnali per capacità organizzativa. E ciò mi irrita. Molto. |
Detta intervista, datata 17 Luglio 2020, è presa dal sito dell'Huffington Post ed è stata gestita da Fabio Luppino, giornalista di lungo corso che non vanta particolari competenze sul comparto scolastico ma che non ha mostrato veruna tendenza ad atteggiarsi a Tuttologo. È una intervista molto soft, senza nessun tentativo di mettere la ministra all'angolo - vuoi per cavalleria, vuoi per scelta editoriale, vuoi perché tanto basta lasciarla parlare, e commentare sarebbe come portare acqua al mare, vuoi per una infinità di altri motivi tutti rispettabili.
In compenso il tasso di supercazzola esibito dalla ministra è davvero notevole.
Andiamo a cominciare.
Al momento, e secondo le disposizioni attuali, qualcuno ha calcolato che la superficie delle aule è inferiore a quella richiesta per un rientro a scuola in sicurezza. In risposta all'accusa di mettere un milione di bambini fuori dalla scuola a settembre (col solito amore per i numeri vaghi che accomuna la politica di tanti partiti al giorno d'oggi. Ma guarda te, proprio un milione. Immagino si ritenga che l'elettore medio fatichi a comprendere una cifra meno rotonda, sia pure approssimata al migliaio, come potrebbe essere 863.000 o 1.080.000); la ministra risponde che chi dice questo probabilmente non ama né i musei, né i teatri, né i cinema che per lei invece rappresentano luoghi di cultura. Quindi, portare gli studenti anche lì, al di là dell'aula scolastica, è un modo per avvicinare tantissimi ragazzi, anche con poche possibilità economiche, nei luoghi dove si fa cultura.
Nel suo genere è una risposta fantastica, tanto che non si sa nemmeno bene da che parte cominciare per commentarla - anche perché non è una risposta ma un perfetto esempio di gnégnégné dove invece di rispondere si spara in modo del tutto gratuito su chi ha posto una questione; e quand'anche la persona in questione fosse effettivamente un troglodita nemico di cinema, teatri e musei, che accidente c'entra? È stato segnalato un problema, e questo problema non sparirà nel nulla solo perché chi l'ha segnalato è un essere incolto, becero e magari tifa pure per la squadra sbagliata.
Abbiamo troppi alunni rispetto ai metri quadri calpestabili necessari, vogliamo parlarne?
Evidentemente no. Meglio esaltare la potenza salvifica di cinema, teatri e musei; peccato che la funzione culturale di queste nobili strutture non c'entri una beneamata minchia col problema posto.
È verissimo che nei cinema e nei teatri (che non di rado possono sovrapporsi tra loro, e infatti molti cinema sono nati dal riadattamento di teatri e molti teatri ospitano all'occorrenza proiezioni cinematografiche) si fa cultura, proiettando film, rappresentando spettacoli e, a volte, ospitando dibattiti e conferenze; molte volte infatti si sono viste ampie scolaresche allietare con la loro bella e fresca presenza tali luoghi di cultura, ivi recandosi per vedere film, guardare spettacoli o partecipare a dibattiti, cerimonie e congressi e talvolta anche a proporre film, spettacoli e interventi da loro preparati. Sono belle esperienze, spesso assai fruttuose sul piano didattico e che di solito lasciano bei ricordi in chi ci partecipa, allievo o insegnante che sia; e certo aiutano anche gli alunni provenienti da contesti culturalmente non troppo fertili a familiarizzarsi con questi ambienti - e già che ci sono aggiungo pure che le poltroncine di cotali locali quasi sempre si rivelano ben più comode delle sedie che usualmente si adoperano a scuola.
Ma questi ambienti, per quanto ci si possa far cultura, non sono stati progettati per farci scuola, senza contare che possono ospitare solo una classe per volta, non è che puoi mettere la 2A a destra a fare scienze e la 2B a sinistra a fare inglese; oppure puoi anche mettercele, ma è probabile che sul piano didattico non se ne ricavi un granché.
Un po' diverso mi sembra il discorso dei musei, dove è assai utile portare le scolaresche per acculturarle su temi particolari, ma che non sono certo nati per ospitare classi a tempi lunghi per farci lezione e hanno il sistema di riscaldamento e di illuminazione studiato in funzione non già di una scolaresca ospite fissa, bensì della visibilità del materiale esposto e di una sua adeguata preservazione: tasso di umidità dell'aria, temperature delle lampade puntate sulle bacheche... percorsi di sicurezza in caso di incendio...
L'ha mai visto un museo, la ministra? Lo sa come funziona?
Voglio sperare che sì, ma qualche dubbio viene.
La supercazzola però va al di là di questo, perché dove sta scritto che gli alunni rimasti fuori dalla scuola siano necessariamente poveri e disagiati culturalmente? Una superficie è una superficie, un numero è un numero. Se la scuola X si trova settanta alunni di troppo per la metratura di cui dispone non vuol dire che ci sono tre classi di troppo, ma che alcune (o tutte le) classi hanno ognuna l'eccedenza di un gruppetto di alunni. Come scegliamo quelli da mandare al museo, col sorteggio? Guardiamo l'ISEE o il titolo di studio delle famiglie per mandare a teatro i ragazzi di famiglia meno abbiente o meno acculturata? Facciamo un questionario alle famiglie per sapere quanta dimestichezza hanno con musei, cinema e teatri per avvicinare a questi ambienti gli alunni meno usi a frequentarne?
Tutte domande senza risposta. Ma non sta a noi comuni cittadini preoccuparci, perché al ministero stiamo lavorando dalla mattina alla sera per riportare tutti a scuola a settembre - cosa che, quand'anche fosse vera, è motivo di forte inquietudine per tanti di noi.
Con garbo, l'intervistatore si informa su una questione di cui il paese comincia a mormorare, ovvero il fatto che le classi in entrata, formate quest'anno in piena pandemia, sono affollate come quelle degli anni precedenti: Le scuole hanno già costituito le classi, secondo la legge vigente, la Gelmini, che obbliga a non scendere sotto i 27 alunni, in tempo di Covid un vero problema. Lei ha detto ai sindacati che si può derogare. Già da quest'anno? si informa l'intervistatore.
Ovviamente la risposta esatta è "No": le classi quest'anno sono state giù formate e i pazienti genitori stan già acquistando i libri di testo che serviranno ai loro figli. Le classi ci sono e così come sono ormai ce le dobbiamo tenere. E anche se fa sinceramente piacere, (perché è cosa buona e giusta che le parti sociali dialoghino tra loro) che la ministra abbia detto ai sindacati, che di formazione classi non si sono mai occupati a memoria d'uomo, che dai numeri della legge si può derogare, è un vero peccato che non le sia venuto in mente di parlarne anche con i provveditorati due o tre mesi fa, perché per quest'anno le classi saranno non numerose quanto gli anni scorsi, bensì più numerose, come ci informa una persona informata dei fatti, a causa di una riduzione degli organici avvenuta un po' di soppiatto e che al Ministero nessuno si è preoccupato di intralciare.
Ma questo la ministra non lo racconta, bensì molto scivolosamente afferma:
Nel decreto Rilancio c'è un'enorme novità, sfuggita quasi a tutti, su questo punto. Sulle classi più numerose possiamo iniziare, compatibilmente con gli spazi, a derogare. Non possiamo eliminare le classi pollaio in un mese e mezzo, ma è l'inizio di un processo. Quando arriveranno i soldi del Recovery Fund li utilizzeremo anche per quest'obiettivo, senza contare che da quel giorno nei fiumi scorrerà latte, le fontane daranno vino, dalle travi del soffitto goccioleranno burro e miele eccetera, praticamente l'età dell'oro. In un futuro indefinito, naturalmente - l'età dell'oro della scuola inizia sempre in un futuro indefinito.
Quale sia mai questa enorme novità sfuggita quasi a tutti non saprei dire; e a quel che sembra non lo saprebbe dire nemmeno la ministra, che infatti non lo dice. Ma se è pur vero che eliminare le cosiddette classi pollaio in un mese e mezzo è ormai difficile, quattro mesi fa i mesi sarebbero stati cinque e mezzo senza contare che negli scorsi mesi decreti emergenziali ne abbiamo pur visti parecchi, e qualcosa sulla scuola avrebbe pur potuto passare. Se fosse stato proposto, certo.
Veniamo a una ulteriore supercazzola sulla riapertura: a domande assai precise si risponde vagamente Non ci sarà più un lockdown generalizzato come quello che c'è stato, siamo molto più pronti. Nelle linee guida riportiamo quel che il ministro della Salute ha detto che si deve fare se si dovessero verificare contagi nelle scuole. Ci vuole senso della responsabilità da parte di tutti, a partire dalla misurazione della temperatura a casa. Se un bambino ha 37,5 non lo mettiamo sugli autobus, non lo facciamo uscire di casa, non mettiamo in pericolo gli altri.
E ci fa piacere sapere che siamo molto più pronti, ma misurare la temperatura ai bambini non sono sicura che sia una grande garanzia - anche perché il lockdown passato non è stato causato da torme immani di bambini che giravano con la febbre, mi sembra di ricordare, ma è pur possibile che una parte di responsabilità ce l'abbiano invece avuta stormi di bambini asintomatici che circolavano liberamente, all'apparenza sani come lasche.
I banchi singoli che permetteranno il distanziamento nelle aule arriveranno in tempo per la riapertura? si informa l'intervistatore.
Personalmente non mi spiego la storia dei banchi singoli: da quando insegno, nelle classi ho visto solo e soltanto banchi singoli; quadrati, rettangolari e anche a tronco di trapezio da disporre in esagono, ma sempre rigorosamente singoli. Magari la provincia di Firenze è una felice isola di individualisti, non so.
Per l'arrivo di questi indispensabili banchi comunque la ministra ripone grande fiducia nell'intervento del mitico Arcuri, detto "Il Signore delle Mascherine e dei Respiratori Mancanti" e si lamenta ma anche qui solo polemiche. Prima ci portano a esempio la bella scuola dei paesi scandinavi, poi quando proviamo a rendere più bella la scuola in Italia solo chiacchiere. I nuovi banchi serviranno a costruire una scuola innovativa.
Come possano dei semplici banchi (singoli oppure a due e financo tre piazze, ma pur sempre banchi) costruire una scuola innovativa non riesco davvero a immaginare, tanto più che dove lavoro io i banchi singoli abbondano, e anche se nel nostro piccolo cerchiamo con tanto impegno e tanta buona volontà di fare, tutti, del nostro meglio e di aggiornarci il più possibile, non mi pare che la scuola di St. Mary Mead sia poi così incredibilmente innovativa. Boh?
Sono comunque molto contenta che la scuola dove lavoro abbia già dei banchi singoli, perché anch'io sono tra quelli che considerano molto improbabile che l'intervento di Arcuri ci rechi gran sollievo, parendomi che costui non abbia dato prova molto brillante di capacità direttive e organizzative nell'ultimo anno. Ma è pur possibile, a questo proposito, che una certa ostilità di fondo mi faccia velo: ho infatti digerito molto male la supercazzola che Arcuri ha sfoderato sui liberisti che criticano dal divano sorseggiando cocktail quando gli venne fatto osservare che calmierare il prezzo delle mascherine non necessariamente pareva destinato a risolvere il problema della reperibilità delle mascherine in questione.
Infine la ministra parla di scuola. Prima la scuola in generale:
la scuola viene usata per prendere consenso elettorale e se restiamo così non cambierà mai nulla. E invece è una cosa serissima. Siccome oggi la scuola parla alla metà delle famiglie del Paese, a 8 milioni di studenti, a un milione e 250mila circa di lavoratori, questo fa sì che ci sia un'attenzione forte, ma che in passato non c'è stata.
In effetti è vero che la scuola è usata da chi è a caccia di consensi elettorali (basta pensare all'eterna promessa di pingui aumenti che gli insegnanti ricevono da tutti i partiti ad ogni campagna elettorale a carattere nazionale; promessa di cui i partiti in questione si dimenticano regolarmente una volta chiuse le urne e a cui, immagino, nemmeno i più giovani e sprovveduti tra i docenti danno il minimo credito) né so immaginare, visto i numeri su cui viaggia, che possa andare diversamente. Ma per l'appunto questi numeri di oggi sono ben più modesti di quelli di qualche decennio fa, quando eravamo in pieno boom demografico, e il fenomeno non è certo nuovo. In questi mesi si è parlato parecchio di scuola soprattutto perché praticamente tutti, da un giorno all'altro, se la sono letteralmente ritrovata in casa o han deplorato assai di non averla a casa e insomma ha smesso per un po' di essere quel posto esterno dove spedivi la prole per un certo numero di ore e la cui esistenza era data per scontata (come in effetti dovrebbe essere). E se è vero che la classe politica l'ha talvolta trascurata, ancora più vero è che spesso se n'è occupata fin troppo; ma non è questo il caso del presente governo che davvero nessuno potrà accusare di avere dedicato eccessiva attenzione alla scuola, salvo citarla a sproposito in estemporanei interventi nei social, nelle trasmissioni televisive e sui giornali.
Tuttavia la ministra sembra convinta di avere fatto meraviglie - ed è davvero un bene che ne sia convinta lei, perché in parecchi tendono a pensarla diversamente.
In realtà stiamo facendo cose meravigliose per la scuola italiana, a partire dalla digitalizzazione delle graduatorie provinciali che danno anche ai giovani la possibilità di iniziare il percorso dell'insegnamento, giovani sempre maltrattati.
Per carità, che i giovani insegnanti siano vessati e maltrattati e umiliati e offesi mi sembra davvero fuor di dubbio e sarebbe davvero ora che gli allestissero un percorso decente e soprattutto stabile di avvio alla professione - ma, onestamente, non mi sembra che la causa dei maltrattamenti fosse la mancanza di digitalizzazione delle graduatorie; se è pur vero che, all'inizio degli anni 90, compilai a mano e a mano consegnai la mia prima domanda per le supplenze, nel corso degli anni le cose sono assai cambiate e l'ultima domanda che ho fatto prima di entrare in ruolo, una decina di anni fa, la sbrigai al computer e dal computer qualche settimana potei controllare la mia posizione - ma oggi credo che arrivi direttamente l'avviso sul telefono.
E allora di cosa sta parlando la ministra?
Hanno cambiato sistema informatico, tutto qui. Lo annunciano con grandissima pompa sul sito del Ministero, col tono di chi ha appena appena aperto il canale di Panama o fatto il primo passo sulla Luna. Par di capire che tutto ciò segni anche la fine del rito barbarico noto come Convocazione per le supplenze annuali - e davvero questa sarebbe una bella cosa, ma non è che siamo passati nel giro di una settimana dalla tavoletta spalmata di cera al riconoscimento facciale.
E dal profondo del mio animo fortemente prevenuto avanzo pure qualche dubbio che il merito sia dell'attuale ministra e non di procedure di rinnovamento partite qualche anno fa. Ammetto comunque di non avere prove che appoggino sì nero sospetto.
Avete digitalizzato le strutture scolastiche? si informa quietamente l'intervistatore.
Nessuno lo aveva fatto prima assicura la Ministra. Che mi sembra davvero confidare troppo nella mancanza di memoria di chi legge.
Il Piano Nazionale Scuola digitale venne annunciato con trombe e tamburi nella legge della Buona Scuola del 2015 e, a dispetto di tutto e di tutti, è stato perseguito con una certa determinazione nel corso degli anni, conseguendo qualche buon risultato e parecchi risultati ampiamente migliorabili. Tuttavia nemmeno quello partì dal nulla e già da tempo anche il mondo della scuola cercava faticosamente di digitalizzarsi: per esempio i registri elettronici circolavano già da qualche anno (la scuola media di St. Mary Mead per esempio si lanciò nell'avventura già nel 2014, come da me narrato in numerosissimi post, ma non fu certo la prima).
Con tutto ciò la digitalizzazione nella scuola è ancora molto in divenire, come è stato ampiamente dimostrato nel corso del lockdown, e non saprei proprio dire in che modo la ministra Azzolina possa allegarsene meriti e demeriti: innumerevoli genitori impazziti negli ultimi anni nel vano tentativo di iscrivere la loro prole alla scuola pubblica per via telematica per poi approdare nelle segreterie delle scuole a firmar carte possono testimoniare che la digitalizzazione della burocrazia scolastica è un processo ormai avviato da tempo, anche se non sempre efficientissimo.
In ultimo, una chiosa assai graziosa.
La DaD (didattica a distanza) da settembre sarà usata solo al bisogno. Ma ci sarà e non è contemplata da nessun contratto. Non sarebbe il caso, dopo i ringraziamenti di questi mesi ai docenti, di normarla? suggerisce l'intervistatore, in perfetta versione Serpente nell'Eden.
Stiamo, intanto, scrivendo le linee guida sulla didattica a distanza per colmare il vuoto che c'era. Poi si penserà al contratto nazionale risponde serafica la ministra.
Qualcuno magari potrebbe osservare che le linee guida sarebbe stato interessante e forse perfino utile averle durante il lockdown, quando gli insegnanti hanno coniugato intensamente il verbo "arrangiarsi", e che ormai un po' di linee guida ce le siamo date per conto nostro applicando il metodo sperimentale, visto che altro non potevamo fare. Ma a me sembra ancor più pertinente domandarmi come funziona il cervello di chi prepara delle linee guida per qualcosa che non è ancora normato per contratto, mostrandosi nel contempo del tutto ignaro dei problemi che potrebbe comportare rimettere le mani su un contratto scaduto ormai nella notte dei tempi e che ostinatamente nessuno si preoccupa di rinnovare per tutta una serie di motivi prima di tutto finanziari.
E qui smetto di sparare sulla Croce Rossa.









