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martedì 6 novembre 2018

Haeretica - Sulla utilità e le didattiche finalità dello insegnamento della historia

Questa bella canzone di De Gregori non risponde alle domande del post, ma può essere comunque utile farla ascoltare con attenzione agli alunni, perché spiega bene un concetto molto importante: la storia PRESENTE è fatta da tutti noi, volenti o nolenti.
Quanto alla storia passata, la questione è un po' diversa.

Qualche mese fa Tenar si soffermò in un un post sulle difficoltà per l'insegnante di gestire una materia complessa come Storia a un giovanissimo pubblico digiuno dell'argomento, domandandosi tra l'altro perché insegnare storia, a prescindere dal fatto che sono pagata per farlo - anche se a lei, come a me, insegnare storia piace molto.
La domanda mi perplime da quando studiavo volenterosamente storia dall'altra parte della barricata - perché è una materia che ho sempre studiato molto volentieri anche se raramente raccattavo qualcosa di più di un dignitoso 7 (e del resto era giusto così perché non la studiavo certo in modo regolare). 
Mi piaceva molto, però: leggevo romanzi storici, mi appassionavo alle biografie dei personaggi più illustri, amavo le descrizioni della vita quotidiana del passato, guardavo con piacere gli sceneggiati e i film storici (soprattutto quelli inglesi, che sono sempre fatti molto bene) e ne parlavo volentieri con mia madre, che è poi quella che mi ha trasmesso questa passione. Cominciai già dalla fine delle elementari a leggere semplici testi divulgativi, per poi orientarmi su scelte più complesse e raffinate dove i miei non potevano aiutarmi più di tanto perché all'epoca il filone divulgativo non era ancora di moda e in libreria non si trovava molto per i giovani stomaci in formazione. Ricordo ancora l'entusiasmo con cui lessi e rilessi Civiltà sepolte di Ceram e il bellissimo racconto degli scavi della tomba di Tutankamen.
Le letture storiche sono sempre continuate, in una forma o nell'altra - e oltre a una laurea a sfondo storico, a un piano di studi pieno di esami storici e un diploma alla Scuola di Archivistica ho lavorato per qualche anno in un centro di studi storici. Tutto ciò mi permise di affrontare con grande noncagance le prove SISS di storia, dove presi dei voti decisamente alti, nonché di insegnare Storia improvvisando senza difficoltà nelle supplenze brevi. 
Naturalmente, da quando insegno, ho una scusa ulteriore per approfondire qua e là e ogni estate mi procuro in biblioteca qualche vasto tomo, di solito collegato alla storia del Novecento che è quella dove ero più sguarnita; e naturalmente il bonus-scuola che ancora ci viene assegnato mi ha permesso l'acquisto di qualche volume piuttosto caro.
Tutto questo per dire che magari sono una pessima insegnante di Storia, ma la preparazione è buona e continuamente rinfrescata e la materia mi piace assai. Le mie lezioni sono ricche, varie e assai colte:  faccio ampio uso della LIM per brevi filmati, quadri e immagini, disserto piacevolmente su vita quotidiana, abbigliamento, questioni dinastiche, scandali dell'epoca (di qualunque epoca) e via dicendo.
Insegno Storia molto volentieri, non mi pesa l'aggiornamento e scelgo i manuali di storia da adottare in base a rigorosi criteri didattici ma anche disciplinari; di solito le classi sopportano con una certa benevolenza e qualcuno si appassiona pure. Lavoro molto sulla preparazione di base, cioè cerco di spiegargli che certe cose un tempo erano davvero differenti da ora: le luci, i trasporti, i rapporti sociali, i rumori, le condizioni igieniche, l'abbigliamento e le forme di corteggiamento, che per chi è digiuno della materia mi sembrano cose più importanti della maggior parte delle date.
Quando però da qualche alunno arriva puntuale la domanda (non sempre polemica) sul perché si studia la storia, non so mai cosa rispondere se non "Io la studio perché mi piace e sono curiosa, ma perché sta nei programmi ministeriali non saprei proprio" - mentre invece non ho nessuna difficoltà a spiegare perché vengono insegnate tutte le altre materie, in particolare l'utilissima Geografia per cui ho trovato la risposta standard "perché ci aiuta a capire il mondo intorno a noi e a seguire i notiziari".

So che esiste un prontuario di risposte anche per la fatidica domanda "perché studiamo storia"; il punto è che non mi sono mai sembrate valide, anzi le trovo singolarmente idiote.
Perché la storia si ripete?
Cazzate, la storia non si ripete mai. Nessun uomo si bagnerà due volte nello stesso fiume, e figurarsi se possiamo rivivere la rivoluzione francese o la seconda guerra mondiale.
O forse perché la storia passata ci insegna a interpretare il presente?
Cazzata ancora più grossa, a mio (non molto) modesto avviso; caso mai vale il discorso opposto: tendiamo a leggere e reinterpretare la storia passata alla luce della storia presente, per esempio immaginando un prospero Regno delle Due Sicilie saccheggiato dai Piemontesi ai tempi del Risorgimento, o una solida coscienza nordista nella Lega Lombarda ai tempi della battaglia di Legnano o una nascita della "borghesia" che si verifica non meno di cinque volte dal medioevo in poi a seconda della corrente storiografica cui aderisci - e non sempre sono operazioni fatte in malafede o da sciocchi sprovveduti e ignoranti. La storia passata è un caleidoscopio che gira e gira e ogni decennio si rinnova alla luce di nuove fonti e di un nuovo presente. La presa della Bastiglia continua ad essere avvenuta il 14 Luglio 1789, ma il modo con cui ci si arriva cambia in continuazione, così come la valutazione che viene data di tutto quel periodo.
Oppure perché gli alunni imparino a identificare il rapporto causa-effetto che lega gli avvenimenti tra loro?
Beati loro, se ci riescono! Anche tralasciando l'infinito numero di domande senza risposta (perché Hitler invase la la Russia? Perché i nostri Padri Costituenti vollero il bicameralismo perfetto? Perché ogni tanto i popoli impazziscono e cercano di sterminare i loro vicini di casa con cui fino all'anno prima sembravano andare d'accordissimo?) che tuttora affliggono e sempre affliggeranno gli storici, qualcuno è davvero sicuro di aver capito perché intorno al Mille l'Europa rifiorì e quali furono esattamente le cause della crisi del Trecento? Per tacere della caduta dell'impero romano che a volte viene ritardata dall'avvento del cristianesimo che invece altre volte ne è una delle cause principali. E qualcuno mi sa dare una vera causa per la nascita e l'enorme successo dell'Islam che nel giro di pochi anni cambiò completamente il mondo occidentale?
Siamo seri: a malapena siamo in grado di abbozzare una spiegazione sul perché abbiamo scelto questa casa invece di quest'altra - ma si è trattato di un processo che conteneva tante di quelle varianti e variabili (il proprietario aveva fretta di vendere, lo zio del nonno del proprietario dell'altra casa si era detto contrario a svendere per quel prezzo, i titoli in banca erano andati male e mi sono ritrovata qualche migliaia di euro in meno sul conto, il giardino aveva una bella atmosfera, la terrazza aveva una veranda simpatica, c'erano un sacco di piastrelle gialle... - ché anche le spiegazioni di eventi all'apparenza semplicissimi sono piene di se e di ma. E queste sventurate creature dovrebbero intuire con ragionamento logico perché scoppiò la Guerra dei Cento Anni di cui sentono parlare per una decina di giorni scarsi?
Gli alunni, poverelli, sono indifesi nelle nostre mani. Gli insegniamo che l'impero romano cadde per colpa dei barbari, o dei romani che erano diventati decadenti, o dei cristiani, e che Carlo Magno inventò l'Europa, o la Francia, o la religione di stato, e loro abboccano come carpe. E che altro potrebbero fare, sottoporre tutto ad un ampio e serrato esame delle fonti (che non saprebbero dove trovare né come valutare)?
Gli abbiamo insegnato che l'Italia si unì perché Dio lo volle e più avanti perché lo vollero gli inglesi o in generale alcune potenze occidentali, che gli inglesi non ebbero l'Illuminismo perché lo avevano già avuto un secolo prima, che i francesi ebbero la rivoluzione francese perché incapparono in alcune annate con pessimi raccolti, che Benito Mussolini era inviato dal Signore, che Benito Mussolini era al soldo degli industriali italiani... loro ascoltano,  a volte, cercano di memorizzare e magari ci fanno anche degli schemi, poi ci ripetono più o meno passivamente o sensatamente quel che gli abbiamo detto, a seconda di quanto l'han capito e di quanto glien'è fregato di capirlo.
Con Geografia possono applicare senza problemi quel che leggono o gli diciamo alla vita di tutti i giorni (i dazi contro la Cina, l'effetto serra, l'inquinamento dei fiumi, la sovrappopolazione di alcune aree, l'elevata produzione di agrumi nelle zone a clima caldo ma non troppo secco), l'italiano e l'inglese li usano regolarmente, sentono parlare assai di selezione genetica e di interventi sul DNA... ma la colonizzazione dell'America del Sud, l'impero cinese in crisi, la storia delle crociate non sono questioni di grande interesse ai loro occhi, e non influiscono più di tanto sulla loro vita quotidiana. Perché devono perdere tempo a studiarle?
"Perché così ha deciso il Ministero dell'Istruzione. Io invece ho deciso che dovete essere in grado di riassumermi in modo sintetico, sensato, preciso e coerente la storia della rivoluzione americana, e se non lo fate prenderete un bellissimo quattro".
In pratica, uso Storia come prova di esposizione di un testo tecnico, insistendo assai sulla precisione del lessico specifico. Dubito che il Ministero l'abbia messa in programma per questo, ma io qualcosa di utile con quelle due ore devo farci e non posso contare solo sull'innata curiosità dei ragazzi per il tempo passato, perché una buona parte di loro ne sembra del tutto priva - il che non è detto che sia un male o un bene, è solo una constatazione.
A conti fatti dunque trovo che Storia sia una materia tutto sommato inutile ma molto dilettevole quando piace, e mi sforzo come posso di trarne un qualche utile espositivo, senza preoccuparmi troppo che imparino la versione "giusta" perché tanto alle superiori e all'università e nella loro vita futura gli smantelleranno quasi tutto quel che hanno imparato alle medie, proprio com'è successo a me - che ho finito per trovare affascinante e divertente questo gioco di trasformazione. 
Oppure di storia non si occuperanno mai più, e non è detto che saranno cittadini negligenti o inconsapevoli solo per questo.

domenica 4 novembre 2018

Fantasmi del passato - La leggenda del Portfolio

"Portafoglio" un tempo indicava una scatola o addirittura un mobile destinato a contenere documenti

Visto che siamo in zona Halloween e per qualche giorno i fantasmi sono di rigore, ho pensato di riesumare la vecchia Saga del Portfolio, frutto avvelenato della riforma Moratti che mai giunse a maturazione.
Ne parlo un po' come curiosità storica, ma soprattutto perché mi sembra molto indicativa del modo con cui la classe politica ha affrontato il tema scuola (ma anche parecchi altri temi) negli ultimi 25 anni: con incompetenza, leggerezza, cialtroneria e tanta approssimazione.
E iniziamo con una bella canzoncina:
Ma cos'é 'sto portfolio
paraparaparaparapappà
Ma cos'é 'sto portfolio?
Chieda un poco alla Moratti
che tal mostro generò
E vedrà
Men che prima ne saprà
(da cantarsi sull'aria di "Ma cos'e' questa crisi" di de Angelis).


Cominciamo, come sempre, con un po' di normativa: ai tempi della riforma Moratti (legge 28 marzo 2003 n. 53) di cui rimangono tuttora tracce nell'ordinamento scolastico non si parlava esplicitamente di portfolio - tuttavia questa strana parola aleggiò sin dall'inizio del progetto negli ambienti scolastici: era il mitico portfolio delle competenze e avrebbe dovuto accompagnare i giovani studenti sin dagli anni delle materne. Nel DECRETO LEGISLATIVO 19 febbraio 2004, n.59 se ne parlava negli allegati, dove si spiegava che detto portfolio avrebbe dovuto articolarsi in due sezioni, una legata all'orientamento e una alla valutazione dell'alunno - in pratica avrebbe dovuto servire per dare i giudizi ma anche per aiutare l'alunno a scegliere il suo percorso formativo.
Siccome, al di là di questo, nessuno dal Ministero si era sprecato ad elargire grandi chiarimenti, le scuole più volenterose avevano provato a imbastirsi un portfolio (magari aiutati da altrettanto volenterosi editori che allegavano ai loro libri appositi fascicoli per creare il portfolio in questione) ma tutti erano andati un po' a tastoni, con esperimenti improntati ad un'ampia gamma di soluzioni e alla massima flessibilità, in modo da proporsi come efficace supporto all'azione educativa e agli interventi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi formativi di ciascun alunno (ovvero aveva fatto un po' il cazzo che gli sembrava più pertinente) secondo quanto affermato dalla circolare ministeriale 85 del 3 Dicembre 2004, dove finalmente qualcuno decise di sporcarsi le mani e dare qualche elemento chiarificatore.
E quanto chiarificatori furono, questi elementi!

Per prima cosa venne precisato che, visto che si trattava di un processo ancora in fase di avvio, interessava di più che le scuole si occupassero della parte valutativa del portfolio.
E, tanto per cominciare con i chiarimenti, il primo da dare sarebbe senz'altro "Come accidenti ve lo dobbiamo fare, questo accidenti di portfolio?" Così il Ministero chiarisce che è  opportuno che la strutturazione e l'utilizzo del Portfolio siano improntati ad un'ampia gamma di soluzioni e alla massima flessibilità, in modo da proporsi come efficace supporto all'azione educativa e agli interventi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi formativi di ciascun alunno. 
D'altra parte, l'esperienza realizzata nel corrente anno scolastico potrà consentire di affinare e qualificare l'impiego di tale strumento, avvalendosi dell'apporto diretto e partecipato delle scuole.
Che tradotto in italiano suona più o meno come "fate un po' il cazzo che vi pare, poi magari se ci gira passiamo a dirvi se avete fatto giusto o sbagliato, e chissà che a forza di tentare qualcuno di voi non trovi la strada giusta e ce la spieghi".
Secondo punto da chiarire: chi se ne dovrebbe occupare? Perché il portfolio, come tutte le cose di questo mondo, mica si fa da solo.
Ed ecco il pronto chiarimento del MIUR:                                                                                   
ferma restando l'autonoma determinazione delle singole istituzioni scolastiche, si raccomanda di ispirarsi a criteri di funzionalità ed essenzialità, anche per non gravare i docenti di adempimenti formali aggiuntivi.
e insomma, se non è un chiarimento questo... fate voi, ma non perdeteci troppo tempo. 
D'accordo, facciamo noi, ma come?
La cura della sezione relativa alla valutazione è rimessa alla diretta competenza di tutti i docenti titolari delle attività educative e didattiche previste dai piani di studio personalizzati (articoli 8 e 11 dello stesso decreto).
Insomma, Tecnologia valuterà Tecnologia, Lettere valuterà Italiano e Musica valuterà Musica. Ecco qualcosa che, senza i chiarimenti del MIUR, non sarebbe mai venuto in mente a nessun docente. Ma...è opportuno ricordare che il portfolio documenta il processo di apprendimento di ciascun alunno, nonché gli elementi di rilievo del comportamento, anche mediante annotazioni relative al conseguimento degli obiettivi formativi delineati nei Piani di studio personalizzati. 
Le annotazioni significative dei processi di apprendimento, effettuate secondo scansioni temporali individuate direttamente dagli insegnanti interessati, concorrono alla organica e formale valutazione periodica dell'alunno, da riportare sulla scheda personale e da comunicare alle famiglie, ovviamente nel rispetto delle regole sulla riservatezza. 
E meno male che i docenti non andavano gravati di adempimenti formali aggiuntivi - In effetti devono solo aggiungere commenti individuali legati al percorso didattico individuale. Però possono scegliere da soli ogni quanto farli, questi commenti individuali.
Niente scartoffie aggiuntive, ah no, assolutamente.

Ad ogni modo tutto questo non chiariva cosa doveva esserci in questo accidente di portfolio.
Ma per fortuna un anno dopo arriva una bella normativa vieppiù chiarificatrice, probabilmente da considerarsi allegato virtuale della circolare del 2004: 10 Novembre 2005, Linee guida per la definizione e l'impiego del Portfolio delle competenze nella scuola dell'infanzia e nel primo ciclo di istruzione.
Durante l'anno trascorso comunque i vari IRRE regionali (appositi organi preposti allo sviluppo dell'autonomia scolastica, che non so se esistono ancora; quello che cito qui è comunque tratto dal documento elaborato dall'IRRE della Lombardia, ma è un documento che in rete non mi pare si trovi più) si erano dati parecchio da fare e avevano rintracciato ed esaminato quante più esperienze significative ... al fine della individuazione e definizione degli elementi fondamentali e imprescindibili che ogni Portfolio ... dovrà contenere, in quanto effettiva certificazione di competenze.   
Insomma, la palla era passata agli IRRE, che avevano deciso come doveva essere il portfolio.
E se qualcuno pensa che non sia una procedura molto seria per un ministero nazionale  inventarsi la necessità di un corredo didattico per un alunno senza dire come va fatto e sbolognare il lavoro a una pluralità di enti regionali (che, essendo venti enti diversi, avranno ragionato ognuno a modo suo, si suppone) non so che dire se non che sono d'accordo con lui/lei.

Così comunque scriveva l'IRRE di Lombardia:
(il portfolio) comprende la scheda di valutazione e la scheda di orientamento. La prima è redatta sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero ... La seconda è costruita dalle scuole e dai responsabili del processo educativo seguito dagli allievi, e si stratifica lungo il percorso formativo. 
Per intendersi la prima era la buona, vecchia scheda di valutazione che da sempre diamo agli alunni a fine trimestre/quadrimestre e a fine anno, e trasmettevamo all'istituto di grado superiore terminato l'esame di terza media. La seconda era un curioso ricciocorno schiattoso a noi completamente ignoto; tra l'altro sorgeva spontanea la domanda: cosa diamine orienti a tre anni, o a sei, da doverlo poi stratificare?
Mistero.

Nel portfolio andava comunque anche messo qualcos'altro, e finalmente l'IRRE ce lo viene a spiegare: nel portfolio,gli operatori scolastici, insieme alle famiglie e ai ragazzi stessi, aggiornano indicazioni e dati, raccolti in ordine ai seguenti aspetti:
- prove scolastiche significative, capaci di descrivere le più spiccate capacità e competenze dell'allievo, specie sul piano logico-scientifico-matematico, linguistico-espressivo e storico-sociale;
-osservazioni dei docenti sui metodi di apprendimento del ragazzo, con la rilevazione delle sue caratteristiche originali nelle diverse esperienze di apprendimento, disciplinari e interdisciplinari;  
-commenti su lavori personali ed elaborati significativi, scelti dal ragazzo in collaborazione con il docente, ritenuti esemplificativi di attitudini e di risorse personali;
-indicazioni che emergono da un questionario attitudinale compilato da ciascun studente
-qualità e attitudini del ragazzo, individuate negli incontri insegnanti-genitori, anche grazie all'aiuto di appositi questionari;
-indicazioni che emergono da un progetto personale di vita, elaborato dallo studente e consegnato al docente, relativo alla sua futura collocazione nella società e in una o più attività professionali.

E non basta:
Si possono costruire vari tipi di portfolio a seconda dei soggetti a cui è affidata la costruzione. Il portfolio può essere costruito dall'alunno che decide cosa, quando e come raccogliere i materiali.
Tale costruzione può essere gestita in toto dal singolo alunno o con la consulenza e l'aiuto da parte del docente. Una seconda modalità è quella che vede protagonista il docente nell'organizzazione del portfolio. Nel primo caso si dà credito all'alunno di capacità di scelta, di costruzione di criteri con cui attuare le scelte, di riflessione sulle proprie capacità e sui propri progressi di apprendimento, a partire dalla convinzione che sia pedagogicamente utile educare da subito l'alunno ad una autoconsapevolezza e ad un impegno di scelta. Nel secondo caso si privilegia la funzione del portfolio come documentazione aggiuntiva, quasi una 'memoria' visibile, destinata al docente nell'espletamento del suo impegno di valutazione/orientamento. Nella scuola primaria sembra opportuna un'integrazione delle due modalità di costruzione. In prima battuta è consigliabile che il docente ipotizzi la struttura di portfolio che intende adottare nella propria classe, quindi individui le sezioni di
sua specifica competenza e quelle che possono essere riempite dall'alunno, col suo apporto di consulenza e di scaffolding (sostegno).
Dunque nel portfolio ci stanno prove scolastiche significative (cioè, immagino, quelle venute bene. Anche molte mie versioni dal greco erano altamente significative, a modo loro, ma certo a nessuno sarebbe mai venuto in mente di metterle in un portfolio, col loro bel corredo di meritatissimi 4 e 5; anche se, a ben guardare, testimoniavano assai a favore della mia brillante creatività); ma che queste prove possano davvero descrivere le piu' spiccate capacita' e competenze dell'allievo è però assai discutibile: il sistema scolastico si occupa solo di *alcune* competenze (soprattutto quelle logico-scientifico-matematiche, linguistico-espressive e storico-sociali, appunto) - che sono una piccola e quasi insignificante parte dell'universo mentale delle creature in questione, che tra l'altro sono in piena età evolutiva e quindi ci cambiano sotto gli occhi giorno per giorno, schifando magari ciò per cui fino al giorno prima deliravano e impazzendo d'amore per ciò che fino a un attimo prima non sopportavano. 
Ma alla fine si sa che questi documenti stilati "dall'alto" sulla pelle dei fanciullini contengono spesso delle clamorose sciocchezze. Il vero problema era un altro, e non era risolvibile: chi le sceglieva, queste prove scolastiche? Scelti dal ragazzo in collaborazione col docente  è una bella tegola. A chi spetta la scelta? Alla creatura, che vuole un portfolio che lo rispecchi, o all'insegnante, che vuole un portfolio che rispecchi quello che *lui crede* sia la personalita' della creatura? 
Come ho scritto prima, è facile che un insegnante fraintenda parecchio la personalità e le capacità di un alunno; ma che dire degli allievi stessi? Siamo sicuri che si vedano come davvero sono, insomma che si conoscano? Il tutto senza considerare che la loro personalità e le loro inclinazioni sono ancora materiale in piena fusione e ben lungi dal solidificare.
Imbarcarsi nella costruzione di un portfolio senza decidere prima chi avrà l'ultima parola è una missione suicida; e lo devi decidere a livello nazionale, non regionale o locale, altrimenti i portfolio della vostra scuola avranno lo stesso valore valutativo, orientativo e descrittivo di un rotolo di carta igienica bianca, a prescindere dall'impegno che possano aver richiesto; senza contare che, in queste condizioni, qualsiasi creatura fornita di un minimo di personalità rischia di prendersi delle arrabbiature micidiali all'atto di confezionare il suo portfolio.
Ma non lo rischia solo la creatura: infatti si parla de IL DOCENTE, sorvolando allegramente sul fatto che il docente unico non c'è nemmeno alla materna. I vari consigli e gruppi di insegnanti si ritrovano dunque per fare insieme i portfolio, e prima ancora si sono trovati per decidere i criteri con cui confezionarlo - e meno male che il lavoro al portfolio andava fatto senza aggravare il docente di ulteriori oneri. Sì, certo, come no.
Messo cosi', il portfolio sembra un bel sasso gettato in uno stagno che, volenti o nolenti, i docenti devono ripescare. Molto comodo, per il Ministero, ma anche molto stupido.
Per giunta qui si tirano in ballo pure i questionari attitudinali, e financo i genitori, ficcndosi in un bel ginepraio: nel migliore dei casi si rischia di urtare la loro suscettibilità, e di tirare la creaturina in mezzo a un bel groviglio emotivo. Chi insegna alle medie sa di quante spine è seminata la strada del consiglio orientativo per la scuola superiore, figurarsi se i genitori hanno apertamente voce in capitolo.
Sorvoliamo poi per pietà sul personale progetto di vita, che anche quando c'è mostra una certa qual tendenza a cambiare abbastanza di frequente (e che forse a tre e sei anni non è poi così chiaro e ben definito agli occhi del fanciullino o della fanciullina).

Tuttavia, anche una volta compilato a dispetto di tutti l'incompilabile porfolio, chiunque se lo sia sobbarcato, resta il fatto che ci sono, nella creatura portfoliata, capacità rimaste impregiudicate o sottoutilizzate durante tutto il periodo della scolarizzazione precedente (nelle attività scolastiche e di laboratorio). 
Perché ci sono anche competenze che la scuola non tocca. Se tutto va bene il ragazzo sa di voler diventare agronomo o pasticcere, ma certo non l'ha scoperto grazie alla scuola media. A quel punto avere o non avere il portfolio per lui è proprio la stessa. Se poi per sua disgrazia è pure molto bravo in italiano o in geometria, per colpa del portfolio rischiamo di perdere per strada eccellenti pasticceri e agronomi - per tacere delle molte competenze che la creatura potrebbe avere in nuce (chessò, lavorare il legno o tagliare e cucire abiti) ma che non ha mai avuto la minima occasione di sperimentare.
Esistevano poi altre questioni, di ordine brutalmente pratico. Sul newsgroup dell'Istruzione (da dove ho ripescato il materiale per questo post) una persona assai sensata chiese:
Ma poi il portfolio quanto dovrebbe essere grande? Cioè, materialmente cos'è? Uno scatolone, un faldone, una cartellina? I ragazzi che metteranno nel portfolio i loro "lavoretti" avranno bisogno di uno o più scatoloni? E tutta questa roba dove verrà archiviata? E quanto materiale ogni anno dovrà essere selezionato, considerando che si parte dai 3 anni? A 16 anni hai un'opera completa in venti volumi. E ad ogni cambio di scuola tutti i prof si dovranno andare a leggere tutti i portfolio di tutti i nuovi alunni? E se no, chi se li deve leggere questi portfolio? Cioé, a chi cacchio servono? Ai prof. all'alunno (non diciamo per cosa), alla mamma che si conserva i disegnini del figlio (già lo facciamo!)? Oppure qlcn si illude che un futuro datore di lavoro si vada a guardare il portfolio? (Beh, magari se proprio è un lavoro di eccellenza...). Ma davvero all'estero è già in funzione da anni? Con quali risultati?
Le ultime due domande, che io sappia, sono sempre rimaste senza risposta. Non ho svolto indagini accurate, ma nonostante avessi sentito spesso circolare la storia che all'estero il portfolio c'è da tanto tempo non mi sono mai imbattuta in qualcuno che ne sapesse più di questo o in un articolo, graffito, dibattito o messaggio di fumo che descrivesse un po' meglio cosa succedeva in questo mitico estero con questi fantomatici portfoli.
Quanto alle altre domande, sul newsgroup qualcuno rispose ricordando alcune concrete circostanze:
Pensa che nella mia scuola ci sono i topi : è arrivata l'ASL che ci ha intimati di non conservare montagne di carte e cartoni.
E allora sti portfolio dove li mettiamo ? E' solo una mossa pubblicitaria.
Ma poi dico io : nell'era dell'informatica non sarebbe stato meglio far fare delle prove di verifica al ragazzo e trasferire tutto su un cd? Compreso i dati, la foto e tutto il resto? 
Idea interessante, a parte che una bella fetta di scuole non avrebbe saputo come confezionarli, questi CD (e tuttora, sospetto, più di una scuola incontrerebbe qualche difficoltà).

Fu così che, a parte qualche pallido tentativo sotto forma di circolare e qualche vaga evocazione, il portfolio sparì dalle vite di noi insegnanti senza esserci in realtà mai davvero entrato (molto più lente a scomparire si riveleranno le sezioni dei libri per il portfolio, a riprova del fatto che l'editoria è sempre la parte più conservativa della scuola).


Nota conclusiva: chi, per sua sventura, passando casualmente da queste parti, si fosse ritrovato impaniato in questo interminabile post e non fosse ancora crollato addormentato leggendolo si potrebbe forse domandare perché ho ritenuto indispensabile raccontare una storia così insulsa.

I motivi sono almeno due: prima di tutto avevo conservato un thread sull'argomento, ai tempi del newsgroup, e ho sempre pensato che volevo ricavarci un post; ma soprattutto mi piaceva ricordare a lettori e colleghi come la nostra vita scolastica è stata spesso scandita da questi fantasmi: progetti demenziali mai portati a compimento perché mancanti delle basi minime di progettazione, idee deliranti prive di logica e criterio, destinate fin dalla nascita a sparire nel limbo delle intenzioni.
E qualcuno potrà osservare che, purtroppo, non è affatto un uso limitato alle scuole.
Non sarò io a contraddirlo.

4 Novembre 1918, ovvero quella volta che abbiamo vinto (ma non c'è molto da festeggiare, a Firenze men che meno)

La Prima Guerra Mondiale rappresenta un unicum nella storia italiana: non soltanto perché l'Italia era effettivamente tra gli stati che vinsero, ma anche perché, una volta tanto, i Savoia la iniziarono e la terminarono nella stessa parte dello schieramento - cosa mai successa prima, salvo nei casi in cui lo schieramento era stato cambiato due volte.
Con tutto ciò alla fine della guerra non c'era molto da festeggiare né per noi né per nessuno:   il bilancio alla fine del conflitto era disastroso per tutti, vincitori e vinti, e se alcuni sconfitti portarono lungamente e dolorosamente rancore ai loro avversari, i vincitori come i vinti si ritrovarono con un sacco di macerie in giro e una intera generazione massacrata e infortunata. Se gli sconfitti ambivano alla rivincita, i vincitori ambivano a non ritrovarsi mai più in una situazione così disastrosa - e questo spiega perché gli stati che avevano governi democratici e dovevano quindi render conto ai loro elettori cercarono in tutti i modi di scansare la seconda guerra mondiale e provarono in tutti i modi a placare Hitler con offerte di territori e concessioni di tutti i tipi. Unica eccezione: gli Stati Uniti, che in verità ci si erano ritrovati tirati per i capelli e che ritardarono il più possibile l'ingresso nel conflitto - anche se poi furono quelli che ne decisero l'esito, visto che la situazione entrò in stallo quasi subito e senza l'intervento americano sarebbero ancora lì a spararsi da una trincea all'altra.
Ciò nonostante, era pur sempre una vittoria e come tale in Italia venne festeggiata - anzi un paio di anni dopo qualcuno ebbe anche l'idea di innalzare un monumento al Milite Ignoto, ovvero i milioni di poveretti morti smembrati e mai identificati. Il risultato fu un monumento cui tuttora vengono tributati omaggi dalle nostre massime autorità in occasione di vari anniversari di guerra:
Per molto tempo il 4 Novembre fu festa nazionale, e insieme al 1 e al 2 Novembre (Ognissanti e Giorno dei Morti) costituì un simpatico ponte che allietò diverse generazioni di scolari all'inizio dell'autunno. Poi verso la fine degli anni 70 decisero di abolire un po' di feste e rimase solo il 1 Novembre.

Ad ogni modo nel 1966 il 4 Novembre era ancora festa, e molti fiorentini dormivano beatamente nei loro comodi letti, in attesa di godersi il piacevole riscaldamento che dopo tanto umido che aveva infestato il piovosissimo Ottobre di quell'anno, sarebbe finalmente scattato, e tutti i depositi di case, appartamenti e condomini erano ben ricolmi di combustibili  fossili assai solidi (nafta, soprattutto) essendo il ben più ecologico metano ancora di là da venire.
Per quelli che abitavano ai piani bassi o addirittura negli interrati del centro storico di Firenze fu un amarissimo risveglio, e per i direttori della Biblioteca Nazionale e dell'Archivio di Stato fu semplicemente un incubo: all'alba l'Arno traboccò, le fogne scoppiarono, i depositi di combustibile scoppiarono... e molti fiorentini* si ritrovarono letteralmente nella merda, come ricorda la celebre canzone di Marasco:
Io vivevo ai piedi delle colline di Fiesole e per quanto ricordo tutti i parenti e soprattutto gli amici di famiglia stavano in zone ben lontane dal centro; l'alluvione non ci danneggiò (a parte il trascurabile dettaglio di passare qualche giorno senza acqua corrente) ma naturalmente era impossibile non sentirne parlare intorno a me. La leggenda di famiglia vuole comunque che mio padre sia stato uno degli ultimi a varcare il ponte - credo - di Santa Trinita: infilandosi nelle lenzuola matrimoniali dopo una lunghissima serata di piacevoli conversari con amici (= quattro del mattino) svegliò mia madre per dirle "ci soo le fogne che stanno traboccando, in centro".
"Assurdo" rispose mia madre prima di riaddormentarsi "Avete semplicemente bevuto troppo: se le fogne fossero traboccate adesso ci sarebbe mezza Firenze sotto'acqua".
In effetti aveva ragione; il problema era che mio padre non aveva affatto bevuto in modo pregiudizievole per la sua lucidità mentale, e le fogne stavano effettivamente traboccando.
E infatti quando mia madre si alzò qualche ora dopo e andò in cucina per avviare il pranzo, accendendo la radio si sentì esortare a "mantenere la calma" dall'annunciatore del notiziario - che, per quanto calmo uno possa essere, non è mai un gran segnale.

*naturalmente non fu un problema solo di Firenze: l'Arno traboccò in molti altri comuni che ebbero risvegli parimenti drammatici. Firenze però era più famosa e fece più scalpore - senza contare che io abitavo lì, e degli altri comuni non mi interessai né tanto né poco.

sabato 3 novembre 2018

La mia prima visita fiscale



Ore 12.30 di Sabato. Me ne stavo al computer di sala combattendo con un post particolarmente complicato del blog, di quelli da scrivere con dieci finestre aperte contemporaneamente e un sacco di riferimenti normativi (sì, insomma, quello dedicato al fantasma del Portfolio), regolare flebo nutritiva attaccata all'apposito trespolo, e smoccolavo alla grande in modo tutt'altro che distinto per una compassata dama hejan dietro al suo paravento, quando in contemporanea suonano il telefono in camera da letto e il campanello di casa.
"Ellamiseria" smoccolo vieppiù "nemmeno fossi il ministro dell'interno".
Del telefono decido di fregarmene: se proprio mi vogliono chiamino al cellulare.
Quanto al campanello, non aspettavo nessuno, e quaggiù alle 12.30 suonano esclusivamente due categorie di persone:
- giovani volontari che raccolgono alimenti per le missioni africane
- improbabili venditori di improbabili convenientissimi contratti di telefono, luce e gas.
Ai piazzisti di improbabili contratti di solito non rispondo nemmeno. Alle collette alimentari invece partecipo sempre volentieri, ma in questo periodo le collette alimentari sono gli altri che le fanno per me, nel senso che dipendo da loro anche per un etto di burro, e quindi in casa di scorte ne ho ben poche e nemmeno posso andare a fare la spesa mirata per la missione africana come faccio di solito; e comunque i raccoglitori-missionari di solito avvisano con qualche giorno di anticipo.
"Chi è?" ruggisco.
Nessuna risposta. Nuova scampanellata. Nuovo ruggito da parte mia.

Alla terza scampanellata mi rassegno alla ria sorte, mi alzo e vado ad aprire, trascinandomi dietro il trespolo della flebo.
Davanti alla porta, un uomo con una valigetta.
"Chi è? Che cosa vuole'" gli chiedo in malissimo modo.
"...sono il medico dell'INPS"
Lo guardo malissimo "Di Sabato?!?"
"ehm... anche di Domenica, all'occorrenza"
"Alle 12.30?!?"
"...la vostra fascia di reperibilità arriva fino alle 13.00...".
Lentamente realizzo cosa sta succedendo, mi faccio da parte, io e il mio trespolo, per far passare il poveretto e lo accompagno nel corridoio scusandomi molto per come l'ho accolto.
Poi, per meglio mettere le cose in chiaro, mi rispalmo sulla sedia del computer e mi faccio portare la minestrina che avevo appena cotto. Lui si mostra molto collaborativo e me la porta.

Finiamo in un profluvio di scuse reciproche (lui veramente non avrebbe nulla di cui scusarsi, ma la mia apparizione con la flebo al seguito lo ha fatto sentire molto in colpa); gli racconto un po' della mia storia clinica, gli spiego la situazione eccetera. Lui invece mi spiega che quel tipo di chiamate le gestisce il computer e la sua non è una visita richiesta dai datori di lavoro, ovvero dalla scuola.
Mi prende un po' di documenti, mi fa firmare un po' di carte, conferma che sono davvero malata e ci lasciamo in termini assolutamente civili. Del resto, non me la sento nemmeno di dare la colpa al computer: dopo un mese e mezzo di assenza dal lavoro lo Stato ha ben diritto di controllare, e di sicuro al presente non ho nulla da nascondere: basta guardare come cammino per rendersi conto che la mia non è una abile simulazione.

E così posso dire di avere anche provato l'emozione di una visita fiscale.
Che dire, sono esperienze anche queste. Magari non del tutto indispensabili per una vita piena e ricca, ma sono comunque esperienze anche queste.

venerdì 2 novembre 2018

Poldark - Winston Graham

A partire dal 1945 e fino al 2002, a scadenze assai irregolari, il romanziere inglese Winston Graham pubblicò una serie di quattordici romanzi storici che raccontavano la storia dell'immaginaria famiglia della piccola aristocrazia di Cornovaglia dei Poldark e che riscossero un notevole successo.
A nessuno in Italia venne mai in mente di degnarsi di tradurne financo mezzo; del resto erano gli anni in cui il romanzo era ufficialmente dato per morto, e leggendo narrativa la premessa indispensabile era spallarsi alquanto sciroppandosi interminabili storie di intellettuali in crisi esistenziale - anche se, viene da pensare, Agatha Cristie e Angelica venivano pubblicati con gran successo e letti assai volentieri.
La mancata traduzione della saga di Poldark si fece sentire con una certa acutezza a partire dal 1978, quando anche da noi venne trasmessa la serie televisiva della BBC tratta appunto da questi romanzi, e che riscosse anche in Italia un grande successo, vuoi per il fascino delle vicende e dei protagonisti, vuoi per l'eccellenza dell'ambientazione storica, vuoi per la bravura - e il fascino personale - di molti degli attori, in particolare del protagonista Ross
interpretato da Robin Ellis e qui ritratto insieme a Demelza, interpretata da Angharad Rees.
Nonostante il successo riscosso dalla serie comunque a nessuno venne in mente di tradurre un cavolo di niente. 
Passarono gli anni e i decenni, finché alla BBC venne in mente di riprovarci e fare una nuova serie, stavolta con Aidan Turner come protagonista - sì, proprio il Kili de Lo Hobbit di Peter Jackson, il nano a suo tempo assaissimo criticato perché non era abbastanza brutto, goffo, peloso e idiota da un sacco di gente convinta di sapere come erano esattamente i nani di Tolkien.
E anche questa serie sta riscuotendo un gran successo e non c'è dubbio che Turner renda molto bene il personaggio di Ross:


di cui ci viene raccontato più volte quanto sia giovane e bello, oltre che dotato di tante altre eccellenti qualità.

A questo punto qualcuno (Sonzogno) si è finalmente dato una svegliata e ha deciso di tradurre la saga in italiano, della serie "mai dire mai"; e nel giro di tre anni ci hanno scodellato i primi cinque titoli, ovvero:
- Ross Poldark
- Demelza
- Jeremy Poldark
- Warleggan
- La luna nera

Dopo un primo assaggio in biblioteca mi precipitai l'anno scorso a comprare i primi tre romanzi, i soli che al momento erano usciti. Li spolverai in pochi giorni senza lasciare nemmeno gli ossicini: la storia, anche per chi se la ricorda a grandi linee, è avvincente e ricca di colpi di scena, i personaggi dotati tutti di un loro fascino e ben ritratti, il protagonista è eccezionalmente amabile, la parte storica va giù che è un incanto, la scrittura di Graham è scorrevole ma non banale. Se non si è capito, consiglio questi romanzi a chiunque ami i romanzi storici, le storie d'amore e d'avventura, i romanzi inglesi, i romanzi che non fanno venire il latte alle ginocchia, i romanzi... sì, i romanzi in generale. In autunno poi, direi che sono il massimo e ci si può più facilmente immergere nella storia - perché, lo ricordo, siamo in Cornovaglia dove piove sempre parecchio.
Qualche riga di trama: si parte dal 1788, quando il giovane aristocratico Ross Poldark torna a casa dopo aver partecipato alla guerra di indipendenza degli USA (che per gli inglesi fu una sconfitta). Il ragazzo sa di non venire da una famiglia ricca ed è consapevole che il padre non è stato un amministratore dei più accorti, ma si ritrova in una catapecchia con due servi ubriachi come unica compagnia, per tacere della quasi-fidanzata che nel frattempo si è promessa al cugino.
Ross si mette al lavoro con determinazione e impegno e riesce a rimettere in sesto la proprietà e perfino a far partire una nuova miniera di rame: perché siamo all'alba della rivoluzione industriale, quella che cominciò con le miniere e soprattutto con le macchine per drenarle, e tra i protagonisti la serie di romanzi conta anche numerosi filoni di metallo, soprattutto rame e stagno.
Tra i protagonisti in verità, insieme a molte e molte(dico molte e intendo molte) botti di gin e di whisky,  c'è anche lo spettro della rivoluzione francese, sempre più inquietante con l'andare degli anni, e le condizioni di vita dei minatori. Ross tende a mescolarsi con le classi inferiori e nutre una certa antipatia per l'aristocrazia di cui fa parte - e che, a ben guardare, tende alquanto a rifilargli notevoli fregature; finisce così per essere un po' fuori posto e un po' a casa sua in entrambi i gruppi sociali, restando antipatico ad alcuni (ma non al lettore!) e irritando a volte gli uni e gli altri, altre volte facendosi apprezzare da tutti, dando talvolta libera espressione ai suoi pensieri e alle sue opinioni con una sprezzatura decisamente aristocratica ma non sempre colma di tatto.
Anche la moglie, Demelza - figlia di poveri che più poveri è difficile immaginare, con padre ubriacone e violento e via dicendo - è una specie di figura simmetrica in questo senso: al contrario del marito sembra capace di andare d'accordo con tutti, ma è anche capace con grande abilità di fare la povera tra i poveri e l'aristocratica fra gli aristocratici. Ma la storia d'amore tra i due è qualcosa che è meglio il lettore si scopra per conto suo, senza rovinarla con anticipazioni - così come tutta la trama, variegata ma ben costruita.

Con questo post partecipo di nuovo, finalmente, dopo lunga e assai involontaria assenza, al Venerdì del Libro di Homemademamma. Ben ritrovati a tutti i lettori!

martedì 30 ottobre 2018

Ingoiare il rospo con dignità


Per questo post invoco, non dico comprensione per il patetico gnégnégné che sto per scodellare, ma almeno un cortese silenzio dall'apparenza solidale; perché dove mai una povera insegnante perseguitata dalla ria sorte può effondere il lamento del suo cuore esulcerato se non sul suo blog rigorosamente anonimo?

In Giugno si vociferava che l'assegnazione delle cattedre di Lettere avrebbe seguito criteri diversi dal consueto, il che complicava non poco la questione dell'adozione dei libri, particolarmente per me che al rifiuto consueto dell'Antologia volevo quest'anno unire l'adozione di un delizioso corso di scrittura creativa che mi aveva portato a elaborare un tipo di programmazione piuttosto diversa, anche in funzione della Nuova Prova di Italiano per l'esame.
Così alla fine decisi di prendere il toro, cioè la DS, per le corna e farmi dire con le buone o le cattive le classi che voleva assegnarmi, quali che fossero.

Scoprii così con vivo orrore non disgiunto da acuto raccapriccio che la causa e l'origine di tutto quel casino ero io: assai incerta e dubbiosa sul mio futuro stato di salute, costei aveva infatti deciso di ridurre i danni potenziali togliendomi italiano e lasciandomi un orario spezzato su Storia e Geografia, in modo che una mia eventuale sparizione dalla scuola arrecasse il minor danno possibile agli alunni: "So che mi odierà tantissimo" aveva aggiunto tutta smancerosa* "ma in assenza di una diagnosi preferisco così".
Con assoluta ipocrisia l'ho assicurata che non la odiavo affatto (ma certo che la odiavo, visto che si frapponeva tra me e e la mia nuova e grandiosa Didattica Sperimentale di Lingua Italiana, mancherebbe solo che non la odiassi con tutte le mie forze) e in assoluta sincerità ho assicurato che Storia e Geografia erano materie che amavo moltissimo e che facevo sempre con piacere. Ho anche provato debolmente a difendere la mia diagnosi, che stava per arrivare, sì, era ormai alle porte - ma quasi subito mi sono chetata perché uno dei miei principi cardine in materia di scuola è la legge affida ai DS l'incarico di assegnare le classi, quindi protestare oltre che ingiusto è una perdita di tempo. D'altro canto soffrivo davvero per l'evidente sfiducia che quella donna nutriva nelle mie capacità di ripresa e la mia conseguente impossibilità di sperimentare la mia nuova didattica innovativa di Italiano. Alla fine ho sfoderato un bel sorriso, ho salutato e me ne sono andata a cercare conforto in Sala Insegnanti:
"Mi hanno Cleptomizzato" ho raccontato assai depressa: la leggendaria Cleptomane infatti si era vista assegnare ogni anno una prima diversa dal Ds, nel (vano) tentativo di contenere i danni, poi un collage di storie e geografie nel (vano) tentativo di ridurre i danni spalmandoli nelle varie classi e infine una serie di laboratori pomeridiani, talvolta in compresenza. 
Dunque proprio ioda sempre mirabile esempio di dedizione al lavoro, ero ritenuta così deleteria per le classi da dover essere spalmata per ridurre i danni?
Le colleghe mi hanno racconfortato spiegando che il mio caso era diverso; ma io sono pur sempre una insegnante, e perciò portata a pensare in cuor mio che qualsiasi malestro, dall'effetto serra alla crisi di liquidità finanziaria, sia in qualche modo da ricondurre ai miei demeriti professionali** e in effetti, ora che ci pensavo, la DS nuova non aveva mai dimostrato un particolare entusiasmo nei miei confronti...
Le colleghe mi hanno racconfortato ma anche fatto capire con bel garbo che il punto di vista della DS, cui spettava di rappresentare gli interessi di tutti gli alunni dell'Istituto, non era poi del tutto irragionevole e che in effetti la mia diagnosi era ancora piuttosto incerta.
Su quest'ultimo punto non concordavo, ma non ho osato ribattere: sempre in cuor mio, sapevo di essere capace di meravigliose riprese fisiche se mi davano una base di partenza dove appoggiarmi; ma per l'appunto la base di partenza sul momento sembrava latitare, e in fondo al mio cuore ne ero amaramente consapevole.
Insomma, mi sono ben guardata dal riprendere l'argomento in pubblico, mi sono messa il cuore in pace (pur se con un certo sforzo di simulazione) e ho particolarmente curato la scelta dei libri di Storia e Geografia oltre che orientato letture e aggiornamenti estivi in direzione storico-geografica, acquistando tra l'altro un poderoso tomo su Costantino e la Storia dei Franchi di Gregorio di Tours con traduzione rivista e corretta, cara assaettata e che mai avrei pensato di potermi permettere se non passava in edizione economica***.

Che dire del resto? A metà Agosto, mio malgrado, ho dovuto ammettere a malincuore che la diagnosi proprio non c'era, la cura non funzionava ed era ora di brucare altri pascoli, e ho infine strappato al medico generico una richiesta di ricovero al Centro di Eccellenza specializzato in malanni come il mio. Lì, in verità, hanno fatto un buon lavoro. Purtroppo la mia disgraziata sorte mi ha indirizzato poi alla Casa di Cura di Lungacque, con i risultati noti; e ancor più purtroppo e con ancor più grandissimo malincuore ho constatato che la DS aveva avuto ragione su tutta la linea e si era anzi comportata con estrema prudenza e saggezza.
Un po' di vasellina, e anche i rospi vanno giù.

*caratteristica saliente dell'attuale DS è infatti di essere tutta smancerosa qualsiasi cosa dica, sia che porga le  congratulazioni per un matrimonio o per una nascita sia che faccia una qualche comunicazione sui morti di Reggio Emilia. Come tutte le persone smancerose tende a fregarti, naturalmente - anche se nel mio caso stava solo facendo onestamente il suo lavoro senza cercare di fregare nessuno ma anzi desiderosa di evitare una fregatura ai miei futuri allievi.

**che esistono, naturalmente, e sono anche molto consistenti - ma che forse non hanno portata ed effetti così globali.

***Cosa che non ha fatto mai e poi mai nonostante la mia trentennale e paziente attesa.