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giovedì 15 marzo 2018

Sorry seems to be the hardest word

Genma Saotome, ovvero un uomo (...uomo?) molto, molto convinto della sua intrinseca dignità ma piuttosto portato a rimuovere alcuni elementi che, come dire, sono ormai parte intrinseca di lui

Ci sono cose davanti alle quali la mia debole mente resta fragile e dubitosa, e come in sospeso. 
Una di queste, anche se magari non la più importante, è la constatazione che il politico italiano abbia enormi difficoltà a prendere pubblicamente atto di una sconfitta elettorale, anche quando cotal sconfitta risulti chiara ed evidente. 
Seguendo le elezioni straniere mi sono accorta che i capi politici stranieri, per quanto presumibilmente non molto soddisfatti in cotal circostanze, si affrettano a prendere pubblicamente atto dell'incresciosa circostanza; e lo fanno con parole pacate e ragionevoli, usando brevi formulette in cui ringraziano i loro elettori, deprecano la loro incapacità nell'aver saputo proporre in modo convincente la loro personale offerta (ma senza dar di deficiente a chi non li ha votati) promettono un analisi approfondita all'interno del loro partito e si congratulano con i vincitori augurandogli di operare nel migliore dei modi - elaborando insomma un cortese e scarno discorsetto politicamente assai corretto per poi, suppongo, andarsi a leccare le ferite in privato o con i compagni di partito.
Da noi i partiti vincitori mostrano sedi affollate, persone che giustamente festeggiano e capi sorridenti che ringraziano e salutano, com'è giusto. Le sedi dei partiti sconfitti invece sono deserte, peggio dei supermercati alle otto del 16 Agosto, e solo dopo innumerevoli ore di attesa qualche personaggio di seconda o terza linea arriva alla fine a fare il discorsetto di cui sopra, con l'aria comprensibilmente scocciata di chi si ritrova tra le mani una patata bollente che non sa assolutamente maneggiare. Il Gran Capo latita, e compare in scena solo il giorno dopo, con tutto comodo, per fare un discorsetto piuttosto stizzito dove normalmente si spiega che gli elettori non hanno capito o si sono fatti ingannare o deviare da questo o quel fattore.
Ci sono delle eccezioni? Ebbene sì, ci sono. Mi vengono in mente Fini, Casini e Follini, che ho visto recitare con garbo discorsetti degni di qualsiasi leader internazionale quando si sono trovati in queste deplorevoli circostanze. Immagino che non fossero contenti di dover dire quel che dicevano ma, appunto, sembravano convinti di doverlo fare - un tratto questo, che rendeva loro onore.
Naturalmente non tutti sono arrivati ai virtuosismi con cui Berlusconi straparlava di brogli elettorali senza mai darne la minima prova; ma in generale l'arte di sparire nel nulla quando c'era da comunicare una lampante sconfitta accomuna da noi tutti gli schieramenti politici. Si scappa, si sparisce senza lasciare recapito o all'occorrenza ci si lancia (ma sempre all'indomani, quando non addirittura due giorni dopo) in complessi arzigogoli per dimostrare che in realtà una sconfitta non c'è stata: come il seriosissimo signor Genma Saotome, raffigurato in alto, ci si trasforma in panda giocherelloni e si fa conto di essere capitati lì per sbaglio, o per puro caso:

E tutto ciò non è affatto bello da vedersi né dignitoso da farsi ma sembra far parte di un curioso costume italico che stabilisce che
1) io non ho mai torto
2) quand'anche avessi torto, è tutta apparenza
3) anche se non è apparenza, è comunque colpa di qualcun altro 
ma soprattutto
4) E gli altri allora? Hanno molto più torto di me (segue elenco dettagliato di motivi più o meno validi. Ma quand'anche fossero tutti motivi validi, la figura di palta rimane).
Io non credo che i capi politici stranieri si divertano a perdere le elezioni, o che siano meno scocciati dei nostri italici capi quando ciò gli accade. E, nonostante la fiducia nell'animo umano e la celestiale ingenuità che da sempre mi caratterizzano, non sono nemmeno convinta che credano ogni singola parola dei loro correttissimi discorsi. Li fanno perché sentono di doverlo fare, e perché sanno (o gli è stato spiegato) che una rapida e pronta ammissione di sconfitta, quando detta ammissione si mostra inevitabile né può essere in alcun modo scansata, tappa la bocca all'avversario e ai famelici giornalisti, sigilla l'avvenimento e permette di chiudere lo spiacevole evento e di tirare avanti senza sprecare tempo ed energie ad allontanare l'inevitabile.
Allo stesso modo, un blando discorsetto di scuse e una pacata ammissione di torto placa gli animi, consente di proseguire il dialogo, olia e rende più scorrevole il rapporto umano. Con gli anni, lavorando in un ambiente fitto di esseri umani come la scuola, ho imparato che in certi casi conviene perfino tagliare corto e farsi moderatamente carico di torti che sono solo apparenti: rende tutto più semplice (sì, lavorando negli archivi non era mai stato necessario. Immagino che anche gli archivi siano suscettibili, a modo loro, ma chiedergli scusa non si era mai rivelato necessario). Sarebbe molto bello riuscire a spiegarlo ai nostri permalosissimi alunni che vengono spesso cresciuti dai genitori in base al principio che il torto non si ammette mai, nemmeno davanti all'evidenza più lampante, e la sconfitta propria è sempre da imputarsi ad altri o almeno a circostanze contro cui la nostra povera volontà è stata oggettivamente impossibilitata a prevalere.
In sostanza, il vero italiano non perde mai e non ha mai torto, in politica come altrove (e del resto, i nostri politici sono da noi scelti appunto perché ci rappresentano). E tutto ciò è molto scomodo da affrontare e superare, per tacere del fatto che ci ostacola non poco.

giovedì 8 marzo 2018

Le nostre istituzioni (e una grossa ciotola di pop corn)

Come mi è già successo di raccontare, ormai da diversi anni tutte le terze che mi sono passate tra le mani si sorbiscono un piccolo corso sul funzionamento delle principali istituzioni italiane con qualche possibile aggancio a quelle estere (repubblica presidenziale ed elezioni del presidente degli USA, per esempio). Il corso cambia di anno in anno a seconda delle circostanze politiche ma tratta comunque alcuni temi principali: il parlamento, il presidente della repubblica, come nasce un governo, come nasce una legge. All'occorrenza faccio ampliamenti su referendum, elezioni degli organi locali e simili, e naturalmente quel che non so me lo vado a cercare.
Tutto questo non nacque per caso, ma dai numerosi strepiti dell'ex presidente del consiglio Berlusconi che amava moltissimo parlare di governi illegittimi perché non eletti dal popolo. Nelle scuole dove insegnavo non è mai stato una figura molto popolare tra gli alunni, pure mi rendevo conto che le sue parole arrivavano con una certa forza. Mi sembrò quindi opportuno chiarire alcuni punti principali e, per non dar l'impressione di voler contraddire il capo del governo, senza citarlo nemmeno di striscio improvvisai appunto il piccolo corso di cui sopra, avendo cura che la classe sottoposta al mio arbitrario capriccio imparasse nel dettaglio quelle lezioni, sia pure per semplice sfinimento.
Sia come sia, queste lezioni hanno sempre sortito un certo tasso di gradimento e più volte hanno innescato discussioni piuttosto interessanti senza mai scivolare nella politica spicciola da bar.
Quest'anno avremmo un po' anticipato, ho spiegato alla Terza Amichevole: infatti avremmo avuto il piacere di assistere in diretta alle elezioni politiche e conseguente nascita del governo. Non solo, siccome tutto sembrava promettere una nascita del governo piuttosto travagliata, avremmo anzi potuto studiare la questione nel dettaglio. 
Ma, addirittura, c'era una ulteriore e fascinosissima possibilità: che le camere venissero sciolte quasi subito per indire nuove elezioni.
"Dovete tenere conto che un governo comunque lo faranno: lo hanno sempre fatto, non c'è motivo che non riescano a farlo proprio questa volta. Non c'è nessun rischio che le cose vadano male. Semplicemente, potrete seguire nel dettaglio un momento particolare. Quindi ci armeremo tutti di sacchetti di pop corn e patatine e cornetti di mais e seguiremo la vicenda a grandi linee".
La prospettiva non sembrava priva di interesse ai loro occhi (soprattutto la parte con i pop corn, immagino) - e quanto a me, adesso son qui che scalpito e maledico la mia mala sorte per essere stamani in malattia invece che a spiegargli il meccanismo delle consultazioni presidenziali. Ma, in effetti, prima ancora sarà bene spiegargli come gran parte delle consultazioni avvengano sottobanco perché consistono in manovre molto simili al corteggiamento - e, sottobanco, con raffinata ars manipolatoria, insinuargli il tenue sospetto che appunto in questo consista la politica: mediare, corteggiare, blandire, contrattare fino allo sfinimento per creare un punto d'accordo - e che in tutto ciò non vi è nulla di riprovevole, anzi è quel che manda avanti il mondo da sempre.

Ma siccome la scuola ha i suoi tempi e la politica ne ha altri, talvolta più frenetici ma talvolta più distesi, mi sembra evidente che la Terza Amichevole avrà finito il suo minicorso sulle istituzioni ben prima che il nostro futuro governo abbia la possibilità di insediarsi. Del resto si sa che la vita è breve e non si può trascorrerla tutta a mangiare pop corn - e non si può ragionevolmente sperare che un quattordicenne riesca ad appassionarsi a certi rituali per più di una settimana o due...

mercoledì 7 marzo 2018

Cronache del ghiaccio e del fuoco (pochissimo il fuoco)


Tutto andava normalmente, febbraio febbraieggiava tranquillo e l'azalea dei miei amati alunni stava mettendo su una sterminata quantità di boccioli, quando sulla scuola medi di St. Mary Mead si abbatté come un turbine la notizia: arrivava il freddo, un terribile freddo, con tanto di neve inclusa. Anzi, con tanta neve inclusa.
All'inizio sembrava trattarsi solo di due giornatelle un po' ghiacciate. Poi le previsioni le hanno fatte diventare tre, poi quattro... la neve comunque c'era sempre, solo che doveva venire di pomeriggio e sciogliersi durante la notte quindi sembrava non riguardarci granché.
Un tempo, prima dell'operazione, il freddo mi piaceva: non mi dava noia e bastava poco per coprirmi. Adesso uno sbalzo di temperatura basta a trasformarmi in un essere dolorante e lamentoso; insomma, da pinguina che ero sono diventata una lucertola tremebonda (e lagnosa).
Comunque ho cercato di organizzarmi per essere all'altezza della situazione.
Per l'azalea rimediare è stato facile: via dalla terrazza e dentro l'appartamento. 
Un po' più complicati sarebbero stati gli spostamenti verso la scuola: tutti i giorni dell'anno vado e torno dalla stazione ferroviaria con un pregiato Liberty a due ruote, ma in questi giorni la temperatura sarebbe rimasta ben salda sotto lo zero anche durante il giorno. Uscendo dal suo tiepido garage il Liberty si sarebbe senz'altro messo in moto, ma dopo qualche ora passata sotto zero nel parcheggio della stazione? Chissà...
Meglio puntare sulla corriera. Così, Lunedì mattina a dieci alle sette, decorosamente intabarrata, aspettavo alla fermata.
Ho aspettato mezz'ora: la corriera era in ritardo - probabilmente per colpa del freddo, pensavano gli altri aspiranti passeggeri. Viene giù dalle montagne (beh, insomma, montagne...), le strade sono ghiacciate...
Sta di fatto che mezz'ora dopo, quando la corriera è infine arrivata, avevo ormai esaurito le batterie per tutta la settimana per tacere delle mani completamente congelate - talmente congelate che mentre compilavo il registro elettronico in classe muovevo ancora male le dita - e meno male che almeno il treno aveva fatto il suo dovere, arrivando e partendo con esemplare puntualità.
Decisamente malandata ho adempiuto come potevo alle mie incombenze, sempre continuando a rabbrividire perché la scuola non era sufficientemente calda: infatti il riscaldamento alla scuola media di St. Mary Mead produce una e una sola (moderata) quantità di calore, senza alcuna considerazione di quanto calore servirebbe (o, più spesso, non servirebbe affatto) alla malcapitata utenza. Insomma, era freddino - il che, vedevo bene, non era comunque di eccessivo incomodo nemmeno per i più freddolosi tra i  miei colleghi, nonostante qualche moderata lamentela di sottofondo. Io invece stentavo assai.
Vivaddio, al ritorno un collega compassionevole mi ha preso in carico e portata fin sull'uscio di casa. Da lì infilarmi sotto molte calde coperte è stato affare di tre minuti, ma scaldarmi... ho cominciato seriamente a scaldarmi solo verso le sei del pomeriggio, e non si può proprio dire che stia in una casa fredda.
Per giunta, da qualche parte della mia gola aleggiava un sospetto di infiammazione. Ma ho fatto finta di niente. In sottofondo c'era anche l'amara consapevolezza che ero soltanto a Lunedì.

E venne il Martedì mattina, quando ugualmente entravo alla prima ora ma nell'aria c'erano quei due-tre gradi in più che rendevano l'esistenza tollerabile.
La corriera è arrivata con mirabile puntualità e alla stazione tutto procedeva regolarmente... tranne per i cinque minuti di ritardo del mio treno, che sono poi diventati dieci, quindici e infine venti "a causa delle avverse condizioni climatiche". 
Qui andrebbe aperto forse un discorso (in effetti ne sono stati fatti parecchi, in questi giorni) sul funzionamento dei treni e su cosa si intenda per avverse condizioni climatiche. Sta di fatto che sulla piana fiorentina non c'era un fiocco di neve che fosse uno, eravamo solo moderatamente sotto zero e soprattutto il mio treno partiva da Firenze, dove le condizioni climatiche non avrebbero dovuto avere nulla di particolarmente avverso rispetto al resto della zona.
Ad ogni modo quei venti minuti di attesa al binario si sono rivelati letali, e quando infine il treno è arrivato avevo i piedi letteralmente gelati. Nemmeno il breve viaggetto verso St. Mary Mead è bastato a sgelarli, nemmeno la passeggiatina verso la scuola, e la mia mente ha cominciato a popolarsi di inquietanti e lugubri riflessioni legate al congelamento degli arti, oltre che di ansiose domande su come avranno mai fatto nei campi di deportazione in Siberia (di fatto, per quanto ne so, facevano infatti piuttosto male). Dopo dieci minuti in classe comunque la circolazione è ripresa, prima dolorosamente e poi normalmente. 
In realtà mi sentivo piuttosto bene e, svolte coscienziosamente le due ore che il mio orario richiedeva, ho festeggiato con un bombolone alla crema mentre mi dedicavo a una serie di rogne, circolari, stampe, fotocopie, chiacchiere di corridoio eccetera - insomma al consueto contorno del nostro affascinante mestiere - per poi riprendere il treno più adatto a incrociare una simpatica corriera che mi avrebbe riportato a casa.
Tutto bene, dunque?
Sì e no. Tra l'altro la temperatura era calata, o comunque qualcosa non funzionava più a dovere. Sta di fatto che avevo la febbre, e anche se la tachipirina mi ha garantito una lunga notte di sonno (pesante e non troppo continuato) non mi sono granché riposata, e Mercoledì mattina la mia interiorità era piuttosto dolorante.
C'era il suo perché: a sorpresa, era molto più freddo del giorno prima. La tentazione di ritornare a letto era molto forte, e ripensandoci avrei probabilmente dovuto darle ascolto visto che era piuttosto insolita. Sta di fatto che entravo alla terza ora quindi ho fatto le cose con una certa calma, anche se la prospettiva di andare a piedi alla stazione mi lasciava dubbiosa. A sorpresa però ho trovato una bella corriera scodellata su un piatto d'argento e il resto è venuto da sé. A fine mattinata però ero decisamente scontenta della vita, e per giunta il bollettino prometteva neve per il giorno dopo - come del resto prometteva con grande costanza da una settimana: neve Giovedì, e solo e soltanto Giovedì, ma nel frattempo erano cambiati gli orari: la neve sarebbe caduta copiosa sin dalle ultime ore della notte e per tutta la mattinata.
Già nel primo pomeriggio si sarebbe sciolta, perché le temperature sarebbero risalite, ma che garanzie c'erano di arrivare a scuola, a che ora sarei riuscita ad arrivare, con quell'abitudine balorda di piazzare sui treni mezz'ore di ritardo come fossero noccioline ad ogni fiocco di neve che caratterizza la provincia di Firenze? D'altra parte per me Giovedì è un giorno molto pregiato perché ho tre ore con la Terza, e già so che mi scipperanno il prossimo Lunedì e Martedì con il ponte elettorale...
Il consulto in Sala Insegnanti è animato. Per chi abita a St. Mary Mead naturalmente non ci sono grandi problemi: basterà alzarsi e guardare fuori dalla finestra. Ma gli altri, tutti gli altri? In parecchi veniamo da fuori. 
Infine il Comune decide di sollevarci dall'imbarazzo proclamando la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado per il giorno seguente. Gran tripudio tra le scolaresche, ma anche il corpo docenti è piuttosto sollevato e si ripromette di godersi serenamente lo spettacolo dei giardini e dei tetti innevati guardando dalla finestra con la tradizionale tazza di cioccolata calda in mano invece di arrancare per le provinciali o vagare per le stazioni ferroviarie.
Torno a casa di umore assai festoso, ma anche infreddolita a morte perché nel corso delle ore la temperatura è ulteriormente scesa. Di nuovo sotto le coperte, con la tazza di tisana calda. Il sospetto alla gola ritorna, la febbre pure. Altra notte inquieta nonostante la tachipirina, e il giorno dopo lo passo in uno stato di rincretinimento notevole perfino per i miei standard. 
La neve arriva, la prima neve da quando abito in casa nuova. Molto suggestiva, sui giardinetti e sul prato e sui tetti, molto romantica, ma io la degno a malapena di uno sguardo. Come promesso, nevica generosamente tutta la mattina e i marmocchi del condominio si divertono alla follia; in compenso continua a nevicare con sentimento anche per buona parte del pomeriggio. Quando infine la neve si trasforma in pioggia siamo ancora molto vicini allo zero e la prospettiva di una bella ghiacciata incombe minacciosa.
Per il giorno dopo comunque ci hanno promesso dodici gradi.

La mattina dopo dei dodici gradi non c'è traccia, probabilmente siamo ancora sotto lo zero. Comunque non c'è ghiaccio, almeno sulle strade, e ci si muove senza troppi problemi. Non sono affatto convinta di stare bene ma ho il mio preziosissimo compito di storia sulla prima guerra mondiale e la rivoluzione russa da fare e la febbre sembra essersene andata. Inoltre il ponte elettorale dovrebbe infine aver ragione della mia stanchezza cronica e condurmi spedita verso un mondo migliore, dove una folta schiera di parlamentari di PiùEuropa ingentilirà con la sua savia presenza un parlamento che si prospetta come piuttosto rozzo.
La pioggia imperversa per tutta la mattinata, il mio stomaco decisamente di malumore si rifiuta di accogliere cibo, la febbre è tornata e sembro la morte in vacanza. Ottengo comunque il mio pacco di compiti e strappo perfino qualche interrogazione più che decorosa nella Terza Cignala.
Strisciando verso casa comunque ammetto perfino con me stessa che andare a scuola è stata una pessima idea e mi propongo fermamente, per Lunedì Mattina, di andare dalla dottoressa e insistere vivacemente perché trovi un modo per riportarmi ad uno stato di salute compatibile con una vita un po' più emozionante di quella di un fungo. La pioggia intanto mi ruscella gelidamente addosso.
Piuttosto sfavata, dopo una lunga seduta con un asciugacapelli mi infilo a letto e scivolo in un inquieto dormiveglia mentre ascolto la rassegna stampa. Combino poco per tutto il pomeriggio, ma sono troppo sfavata per preoccuparmene.

Il giorno dopo però la temperatura si alza davvero e la vita cambia prospettiva, nonostante la vaga sensazione di avere un po' di umori bloccati in gola.Tosse poca, in compenso un raffreddore fluviale mette a dura prova la mia pur consistente scorta di fazzoletti rigorosamente di stoffa. Decido di fregarmene dei compiti di storia e di dedicarmi al romanzo di Trollope che in questi giorni mi tiene meravigliosamente avvinta. Ci sono anche diverse faccende di casa che chiederebbero un certo disbrigo, ma le ignoro risolutamente.
Domenica il raffreddore sembra piuttosto placato, la gola non dà problemi (a parte quella strana sensazione di qualcosa che si è fermato dentro e non riesce a uscire) ma mi sento piuttosto giù di corda - e insomma finisco per ritrovarmi al seggio nell'ora di punta invece che la mattina presto come mi ero ripromessa. Un po' di coda, niente di che, però fa caldo - probabilmente ho messo un golf di troppo perché non ho tenuto conto che la temperatura si è alzata davvero... fa caldo, tanto caldo... e tutto diventa sempre più grigio...
Sto svenendo ma so che potrei anche riuscire a non farlo, perché mi è già successo una volta quarant'anni fa e anche allora riuscii ad evitarlo mettendomi lentamente a sedere per terra.  Fortunatamente si vota nelle scuole, dove una sedia non manca mai. Riesco a procurarmene una e ad accasciarmici sopra con scarsa grazia. Ormai è quasi il mio turno, non sarebbe bene aspettare almeno di aver votato prima di svenire? 
E' una strana sensazione, stare seduti ad aspettare il turno per entrare nella stanza del seggio e non sapere se si riuscirà ad alzarsi, o a fare quei due passi fino alla soglia della stanza. Ma, a sorpresa, una volta entrata nella stanza va subito molto meglio e stare in piedi non è un gran problema. Anche la scheda sembra piuttosto visibile, nonostante qualche zona grigia. Faccio quel che devo fare, riprendo i documenti, ringrazio con un sorriso cadaverico e guadagno l'uscita senza troppi problemi. A casa però mi sento come se fossi passata sotto uno schiacciasassi.
La mattina dopo, in discreta forma, approdo dalla dottoressa. Accenno di sfuggita al mio quasi svenimento, poi attacco a parlare del mio precario stato di salute. Non è che mi fili più di tanto.
"Si faccia sentire" ordina. I polmoni sono senz'altro la cosa che conosce meglio di me, a parte la gola.
"C'è qualcosa in basso" stabilisce "Non è stato un capogiro, lei non respirava".
Oh? In effetti è vero, il corridoio era pieno.
Antibiotico, cortisone, una lastra ai polmoni... "Stia in riposo per una settimana".
"Veramente oggi sto piuttosto bene, penso che potrei andare a sc...."
"Guardi che come le è venuta al seggio le può venire anche in classe".
Decido di rassegnarmi.

Comunque stavolta non è stata questione né di eroismo né di stupidità. 
E' stata pura e semplice sfiga - che, com'è noto, ci vede benissimo.

lunedì 19 febbraio 2018

Lunedì Film - Mississippi Burning - Le radici dell'odio (Film per le medie)

Quest'anno soffermarsi sul tema del razzismo viene, ahimé, abbastanza spontaneo. Non che a St. Mary Mead la pianta cresca granché rigogliosa, che giusto qualche giorno fa del tutto spontaneamente la Terza Amichevole osservava un certo scollamento tra il diverso risalto e biasimo riservato tutt'oggi anche in Italia allo stupro di un nero su una donna bianca rispetto a quello che spetta a un bianco che, eventualmente e caso mai, stuprasse una donna nera*.
Comunque, per farli riflettere su questo tema, il giorno della Festa della Toscana le Terze avevano visto più o meno fortunosamente, fra intralci tecnici di vario tipo e senza trarne gran costrutto, The Help.
Spieghiamo meglio: la parte femminile della classe (e alcune delle ragazze avevano già visto il film e qualcuna pure letto il libro, che orna di sua bella presenza la nostra biblioteca) aveva colto tutte le implicazioni del caso; quella maschile si è lamentata che non si seguiva bene la storia, che raccontava sempre le stesse cose, che boh. 
Riflettendoci su, mi sono resa conto che The Help è un film decisamente al femminile e lavora molto su questioni "da donne". Per molte classi non sarebbe stato un ostacolo, per la mia sì. Il concetto che il mondo riserva un trattamento un po' diverso ai maschietti e alle femminucce e si aspetta da loro cose diverse sembra perfettamente chiaro alle fanciulle e del tutto ignoto ai fanciulli - che è uno dei motivi per cui il corso sull'affettività ha i suoi problemi a decollare.
Preso atto di questo, ho deciso di procurargli qualcosa che puntasse decisamente alla questione vista dal punto di vista maschile, con molta azione e messaggi decisamente chiari: non la dolorosa frattura emotiva di donne sfruttate che allevano e amano quei bambini che di lì a poco le disprezzeranno come già è stato per i loro genitori, e alla solidarietà femminile che finisce per legare bianche e nere, o almeno quelle bianche che non riescono a porsi il problema e considerano le donne nere alla stregua di esseri umani trattandole di conseguenza, ma qualcosa di più esplicito e violento
Dalle brume della memoria è così emerso il ricordo di questo bel film del 1988 per la regia di Alan Parker che non è esattamente il racconto di un pranzo di gala, ha ben poco di intimistico e vede le donne quasi assenti. In compenso abbondano le scene di roghi, edifici bruciati, pestaggi e altre piacevolezze e il finale arriva dopo tali e tante cattiverie che nemmeno riesce a consolare più di tanto anche se alla fine i cattivi sono puniti (ma non quanto avrebbero voluto i ragazzi, che avrebbero gradito vedere almeno qualche condanna di detenzione a due cifre).
Il film ricostruisce abbastanza fedelmente una storia vera: nell'Agosto del 1964 nello stato del Mississippi scompaiono improvvisamente tre attivisti che, per conto del governo, stavano spiegando ai cittadini neri 1) che avevano il diritto di voto e 2) come dovevano fare per iscriversi alle liste elettorali per votare. Quando l'FBI chiede notizie sulla fine fatta da questi tre attivisti, che svolgevano attività perfettamente legali ed erano altamente addestrati per svolgerla anche in territorio assai ostile, le risposte che riceve sono talmente vaghe e fumose (i tre sembrano letteralmente scomparsi nel nulla) che manda sul posto due agenti bianchissimi, uno dei quali è però un perfetto figlio degli stati del Sud e ne conosce la mentalità. L'altro, che sarebbe il capo, un perfetto yankee con una visuale assai ortodossa e nordica sul corretto rapporto che dovrebbe legare bianchi e neri, passato un notevole momento di sconcerto si mostra comunque del tutto granitico ai garbati inviti (in effetti sempre meno garbati) a lasciar perdere e non impicciarsi e chiede rinforzi. Ben presto la cittadina dove i tre attivisti risultano scomparsi si ritrova letteralmente invasa da insopportabili agenti dell'FBI, che sembrano autoriprodursi e brulicano per ogni dove. Tutti comunque continuano a far muro, i neri per paura (terrore, dovremmo dire, ed è un terrore ampiamente giustificato), i bianchi perché sì e non se ne parla nemmeno di collaborare con quei pazzi che vorrebbero sovvertire il naturale ordine del mondo. Ai ragazzi ha ricordato l'omertà mafiosa. 
I tre attivisti nel frattempo continuano a non risultare da nessuna parte. In compenso abbondano i roghi di tutti i tipi e i pestaggio di neri colpevoli anche di aver respirato troppo forte in presenza dei bianchi.
E le scene dei roghi sono bellissime & altamente spettacolari.
Alla fine il muro si sbreccia e qualcuno parla, pur pagandola piuttosto cara; i corpi dei tre sventurati attivisti vengono ritrovati e i colpevoli - tra i quali brillano sceriffo e vicesceriffo e in generale tutti gli esponenti dell'aristocrazia della comunità, nessuno dei quali disdegna di incappucciarsi di bianco quando vanno in giro con le taniche per fare i fuochi d'artificio - vengono isolati, processati e condannati.
I roghi sono uno dei punti di forza del film, il rapporto tra i due agenti dell'FBI, inizialmente conflittuale e poi molto solidale, è un altro e Gene Hackman fa una gran bella interpretazione (a me comunque è piaciuta molto anche quella del collega perfettino, Willem Dafoe).
E' un film molto adatto a scuotere una classe un po' sonnolenta. Il linguaggio, come dire, non è propriamente dei più raffinati, ma serve molto bene a rendere l'atmosfera violenta. Anche i roghi e i pestaggi comunque aiutano.
Non c'è nessun pericolo che il messaggio non arrivi, anche se forse due parole di spiegazione sul sistema elettorale statunitense, che prevede l'iscrizione alle liste per votare, non saranno inutili per i giovani cittadini abituati a veder circolare per casa tessere elettorali alle quali è praticamente impossibile sfuggire.

Ultima nota di colore locale: rivedendo il film ho finalmente realizzato perché nel video di Like a Prayer Madonna passa il suo tempo a passeggiare meditabonda e combattuta in sottoveste invece di andare senz'altro alla polizia per scagionare il giovane nero ingiustamente arrestato: anche per un bianco (o per una bianca) certi gesti potevano rivelarsi potenzialmente pericolosi. In effetti il video è del 1989 e, anche se all'epoca in Italia non ricordo che qualcuno abbia fatto il collegamento, credo che si sia fortemente ispirato a questo film (tranne per le scene di Madonna in sottoveste). La canzone è sempre piaciuta molto, anche per il testo, perché è una bellissima canzone d'amore, ma anche per una sua atmosfera di redenzione e conciliazione che nel finale del film manca completamente.
E poi con i capelli neri secondo me Madonna stava benissimo.



*del tutto casualmente? Beh, l'osservazione è venuta di un alunno che stava raccontando la trama de Il buio oltre la siepe, e l'aveva letto e lo stava raccontando perché glielo avevo dato da leggere appunto a quello scopo. Ma il tutto era finalizzato, appunto, al razzismo negli USA; il collegamento con la cronaca italiana l'ha fatto lui. E tutti si sono detti assolutamente d'accordo, parlandone di cosa ovvia e visibilissima anche a un cieco.

sabato 17 febbraio 2018

17 Febbraio 2017 - Giornata Nazionale del Gatto

La Giornata del Gatto del 17 Febbraio è una tradizione italiana, e piuttosto recente. La data, ci dicono, fu scelta dopo attento studio in base al fatto che il 17 da noi è ritenuto un giorno sfigato ma anche perché Febbraio è il mese dell'Acquario, un segno di spiriti liberi e anticonformisti - e il gatto è ritenuto spirito libero e anticonformista per definizione.
Di fatto la maggior parte dei gatti viene concepita in Febbraio (qualcuno anche a fine Gennaio) e dunque Acquario e gatti sono indubbiamente collegati tra loro.
C'è di più, comunque: l'Acquario è anche alla base del tarocco della Temperanza, carta che raffigura la capacità di riequilibrare:
E infatti i siti gattari sono pieni di articoli che riferiscono di studi scientifici assai attendibili che affermano che la presenza di uno o più gatti in casa riequilibra la pressione degli umani e regolarizza il funzionamento di cuore e circolazione, quasi che a una persona sensata servissero incentivi terapeutici per tenere qualche gatto a portata di mano.
In realtà un gatto in casa è anche foriero di disastri (se gli va)
e raramente mostra segni di pentimento dopo averli commessi
aiutandoci con ciò a staccarci dalla vanità delle cose di questo mondo, che è sempre molto utile.
Inoltre il gatto è un animale felicemente libero da pregiudizi: ama chi gli pare, senza badare alla specie
e valuta le cose in base alle sue preferenze e non al loro prezzo, rivelandosi così alla portata di tutte le tasche purché queste tasche avvolgano un umano provvisto di una certa elasticità di vedute (che il gatto lo aiuta a coltivare):
Auguri dunque ai nostri amatissimi gatti (ma anche a tutto il bestiario, a due o quattro zampe o senza zampa alcuna, che allieta la nostra esistenza).
Per concludere, un piccolo omaggio ai miei due gatti blogger preferiti, al momento soppiantati dai blogger umani e qui ritratti ancora piccoli insieme ai loro due fratellini: Esserino e Balena.

venerdì 16 febbraio 2018

Le relazioni pericolose - Pierre-Ambroise-François Choderlas de Laclos

Non avevo mai comprato questo libro, che pure mi piace molto, perché cpmunque lo avevano i miei... nella vecchia edizione della BUR grigia, quella rilegata in cartoncino. E tuttavia gli anni mi hanno insegnato che, per quanto gloriose e ben curate come edizioni, commenti e simili, le edizioni della BUR grigia sono tutt'altro che eterne. Insomma, alla fine ho deciso di investire una fettina del bonus di aggiornamento per mettermi in casa questo bel classico, e dopo attento studio sui cataloghi editoriali ho scelto l'edizione Feltrinelli in virtù di una copertina molto pertinente tratta da un quadro di Fragonard che si intitola, guarda caso, La lettera d'amore. Un libro con una copertina pertinente al contenuto è roba molto rara in Italia, e Fragonard è assai contemporaneo agli eventi narrati. Prezzo 9 euro, più che conveniente. Naturalmente qualsiasi altra edizione può andare bene, purché si ricordi che il romanzo circola anche con altri titoli, ad esempio, nella BUR, I legami pericolosi, che è traduzione più letterale e con cui l'ho letto la prima volta. Inconvenienti dei classici, e Charlotte Bronte ne sa qualcosa.
Aggiungo che da questo romanzo sono stati tratti, soprattutto negli anni 80, numerosi film e sceneggiati dai più vari titoli che vantano splendidi costumi e cast di grande livello ma da cui ho avuto cura di tenermi accuratamente lontana - per bieco e probabilmente infondato pregiudizio, ma soprattutto perché nessun film, per sua intrinseca natura, può permettersi di mantenere il taglio originale del romanzo, che è un romanzo epistolare estremamente epistolare, dove cioè la storia viene appunto portata avanti dalle lettere. La caratteristica, per quel che ne so, è relativamente insolita: la maggior parte dei romanzi epistolari infatti racconta una storia, appunto, attraverso le lettere, con qualche puntello qua e là del "curatore" che spiega quel che le lettere non raccontano. Ma qui le lettere bastano a loro stesse, e il curatore si limita a qualche notarella molto occasionale per spiegare come mai manca questa o quest'altra lettera e cose del genere, e le lettere non solo sono parte integrante dell'intreccio, ma riescono a raccontare assolutamente tutto, lasciando abilmente intuire anche al più cretino dei lettori quel po' che non viene detto esplicitamente. Formalmente, insomma, si tratta di un lavoro perfetto, e proprio questa perfezione formale è uno dei motivi per cui ammiro incondizionatamente qjuesto romanzo.

Siamo nel tardo Settecento, nell'alta società francese, probabilmente tra 1768 e 1769 e l'azione si svolge in meno di sei mesi. 
La trama all'apparenza non è delle più originali: un po' per divertimento, un po' per scommessa e un po' per vendetta una coppia di amici in grandissima confidenza (ex amanti, con l'intenzione di tornare insieme almeno per un po' una volta terminate le  tresche on cui sono affaccendati al momento), rispettivamente un visconte e una marchesa, si accingono a portare avanti due separate imprese: la seduzione di una bella signora con gran fama di virtù, ovvero la presidentessa di Tourvel e, diciamo, "l'iniziazione" di una fanciullina freschissima di collegio delle monache, uscita da lì per andare a sposarsi. Lo sposo per lei scelto dalla di lei virtuosa madre ha a suo tempo fatto degli sgarbi a entrambi gli amici, quindi farlo cornuto in anticipo sarebbe una graziosa idea, giusto?
Traviare una fanciullina per dispetto e sedurre una donna di virtù col preciso scopo di piantarla subito dopo sono vicende abbastanza tipiche degli intrecci romanzeschi francesi - o lo sono diventati solo dopo questo romanzo? Non saprei. Le seduzioni a freddo comunque abbondano nella letteratura del periodo, e non sono nemmeno rari i casi in cui, nel corso della seduzione a freddo, il seduttore si innamora perdutamente, anche se raramente i risultati sono così disastrosi.
A questo punto ho già introdotto quasi tutti i personaggi principali, tranne uno: il cavaliere Danceny, che si innamora assai rapidamente della fanciullina, che si chiama Cécile, suonando l'arpa con lei sotto gli occhi della madre. Lui è un bravo e ingenuo ragazzo. Non che non cerchi di sedurre la fanciullina, per carità, ma sarebbe in realtà anche disponibile a prendersela con onore sposandosela - anzi, è perfino probabile che sin dall'inizio le sue intenzioni siano quelle.
Abbiamo quindi due donne di singolare ingenuità e di buoni sentimenti, una donna decisamente malvagia e una donna virtuosa (la madre di Cécile) che, da brava madre, si mostra singolarmente stordita; più un giovane di buoni sentimenti e un uomo malvagio che si ritroverà poi rovinato dall'amore per una donna buona, secondo il delizioso paradosso così caro ad Agatha Christie, più un terzo uomo sullo sfondo che è una discreta carogna pure lui, e che la marchesa riuscirà inizialmente a raggirare, ma che finirà riabilitato agli occhi del bel mondo pur essendoci in realtà ben poco da riabilitare. Sullo sfondo c'è anche una confidente, che è anche la zia del visconte, qualche altro personaggio di cui raramente ci si scomoda a dire il nome più alcuni fantasmi il più notevole dei quali è il presidente di Tourvel, provvidamente assente per tutto il tempo dell'azione per trattare importanti affari altrove, e di cui non ci viene detto niente di niente, anche se ufficialmente all'inizio della storia la presidentessa lo ama devotamente. E' buona, non dimentichiamolo, e lui è suo marito - ma il loro è stato un matrimonio combinato.

Le regole non scritte dell'alta società francese sono piuttosto rigide: le relazioni fioriscono rigogliose, ma gli uomini sono legittimati ad averle e quasi fa parte dei loro doveri sociali, mentre per le donne non è prevista indulgenza se la cosa si viene a sapere. Anche sciogliere queste relazioni per la donna può rivelarsi pericoloso, perché l'uomo mantiene un potere di ricatto molto alto e la donna deve manovrare con gran cautela per... farsi lasciare, pena il discredito. La disparità tra i sessi è evidentissima (all'anima del doppio standard) e la perfida marchesa la critica aspramente, senza che niente, ma proprio niente, intervenga a far pensare al lettore che le cose non stanno proprio come dice lei e lasciandogli anzi il sospetto che, al di là di una notevole tendenza alla manipolazione degli altri, certi suoi comportamenti siano semplicemente il prodotto di un legittimo desiderio di difendersi. 
Ma la prima e più importante delle regole non scritte, nonostante l'indubbio garbo e la poeticità del linguaggio adoperato per oltre 150 lettere per descrivere anche situazioni decisamente crude, è evitare come la peste il coinvolgimento sentimentale: di amore si parla molto ma è opportuno provarne il meno possibile, e questo punto di vista accomuna libertini e virtuosi, perché è universalmente noto che le passioni sono estremamente pericolose e andrebbero sempre moderate dalla ragione - che è un po' il messaggio di fondo della Nouvelle Heloise di Rousseau (che la vera Heloise avrebbe probabilmente considerato con sincero disgusto) e che è alla base dei ragionamenti assai speciosi con cui la perfida marchesa riesce a convincere la madre di Cécile (quando, presa da un occasionale attacco di buon senso, stava pensando di far sposare la figlia con Danceny, assecondando le inclinazioni della fanciulla) a non farne di niente perché i matrimoni d'amore rischiano di risolversi in delusioni.
Visto in quest'ottica, l'amore che nonostante tutto lega la presidentessa di Tourvel e il perfido visconte si rivela il più anarchico e pericoloso dei sentimenti, e si capisce anche perché il visconte si sforzi di negarlo con tutte le sue forze - in apparenza per paura del ridicolo, o della disapprovazione della perfida marchesa, ma più probabilmente per paura e basta. Rileggendo il romanzo ho anzi tratto la curiosa impressione che la presidentessa, che pure muore di dolore in una crisi di follia che ne fa forse la prima eroina romantica della letteratura occidentale sia l'unica che esca vincitrice dalla storia proprio perché le convenzioni dell'alta società non la coinvolgono più di tanto: vive il suo amore colpevole con rimorso e qualche senso di colpa, ma senza tradire la sua natura e i suoi sentimenti e soprattutto senza negarli: fortemente ama, fortemente soffre, dolorosamente muore ma anche se il visconte ha cercato di manovrarla, non ha mai potuto farle tradire la sua natura né negare i suoi sentimenti. E più di uno osserverà che non sembra una gran vittoria, ma in quel romanzo la presidentessa è l'unica che agisce esclusivamente guidata dai suoi sentimenti, cosa che non vale nemmeno per Danceny che gioca tanto a fare l'innocente, ma alla fine risponde al codice sociale esattamente come tutti visto che inorridisce davanti alle colpe di Cécile ma non si rende conto che sono esattamente le stesse di cui si è macchiato lui. E, sempre a proposito di Danceny e Cécile, possiamo osservare che la vera origine del loro (notevole) dramma, e delle colpe di cui Cécile si macchia, anche per colpa della sua deplorevole ignoranza, sono dovute principalmente dalla preoccupazione della madre di lei di far fare alla figlia "un buon matrimonio" che, a conti fatti, non dà nessuna garanzia di rivelarsi tale anche perché il di lei promesso sposo (un altro dei fantasmi che popolano il libro e che intravediamo in una sola breve lettera) non nutre, comprensibilmente, alcun sentimento verso una ragazza che non ha mai visto e con cui non ha nemmeno scambiato, in un romanzo dove tutti scrivono a tutti, un banale biglietto di auguri per il compleanno.
Come forse si potrà intuire dal riassunto che non ho fatto, non è un romanzo allegro (anche se non manca di un certo humor lugubre qua e là) e finisce male, ma proprio male: perfino i cattivi vengono puniti, in modo piuttosto crudele, e il finale risulta disseminato di macerie, giovinette infelici che si rifugiano in convento eccetera. E' anche un romanzo opprimente, perché già verso la metà il lettore si rende conto che le speranze che qualcosa, qualsiasi cosa, finisca bene sono veramente minime. Tuttavia è un romanzo veramente bello e mi sento di raccomandarne la lettura a chiunque non cerchi una lettura leggera che lo rilassi e gli tiri su il morale.

Con questo lugubre post (dove, come ho già detto e ripetuto, alla fine il bene non ci pensa nemmeno a prevalere) partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi di qua: fuori è ancora freddo e il tempo del piumone e del kotatsu non è ancora passato, ma una buona lettura d'inverno è sempre indicata.

mercoledì 14 febbraio 2018

Eterna malattia

Negli ultimi mesi, mentre navigavo tra un sintomo strascicato e l'altro, un giorno mangiando male, un giorno mal dormendo, un altro digerendo a stento e l'altro ancora sentendomi sfinita per l'immane sforzo richiestomi dal mangiare, dal dormire e dal digerire, il tutto unito all'immane fatica di recarmi a fare il mio onesto lavoro - unica cosa che riesce a tenere uniti i fili ancora sfilacciati della mia grama esistenza - mi tornava con insistenza alla mente una delle più orride canzoni mai sentite a Sanremo, ovvero "Eterna malattia", cantata (male) da tale Bertin Osborne, di cui mi guarderò bene dal postare il link - mi auguro anzi di essere l'unica sventurata che ancora se la ricorda, in virtù di una tenace memoria che non sempre è un vantaggio. Tale canzone sviluppava il tema assai consueto dell'amore come dolce malattia che fa male e che fa bene, con una singolare rozzezza sia nella musica che nelle parole.
Quanto alla mia personale eterna malattia, piuttosto scevra da complicazioni romantiche, mi rende ancora assai sensibile a qualsiasi malanno circoli per il mondo; ma va pur detto che quest'anno l'influenza è assai perversa e ha mietuto vittime nelle sue forme più strane anche tra persone che invero godono abitualmente di buona salute, e la forma con cui è approdata fino a me è una curiosa infiammazione che, partendo dalla gola, ha interessato il trigemino e pure un braccio che si è mirabilmente gonfiato costringendomi a mettermi per la terza volta quest'anno in malattia. Eccheppalle.
Tuttavia gli sfiammanti stanno sfiammando anche zone insospettabili, e improvvisamente mangiare è tornata una attività piuttosto piacevole. Così, tra una tachipirina e un deflogistico passo le giornate a dormire, e le nottate anche, facendo sogni decisamente strani ma non privi di una loro piacevolezza, e ho pure ripreso a leggere.
Siccome è San Valentino però ho pensato di mettere qui due delle mie canzoni d'amore preferite, dedicate alla grande potenza di questo nobile sentimento invece che al suo aspetto medico: la canzone di Fenton nel Falstaff


splendida e inarrivabile descrizione dell'amore tra ragazzi, e la grandiosa The Power of Love che su di me ha sempre un magico effetto rigenerante, come una doccia sotto una cascata (almeno immagino, perché io una doccia sotto una cascata purtroppo non ho mai avuto il piacere di farla).

Oltre che una malattia, l'amore è la più grande cura di ogni male secondo me, e davanti al suo potere i malanni scompaiono per lasciare il posto a un ben più grandioso ordine di idee e di sentimenti.
Con i migliori auguri a tutti quelli che passano da qua - e un pochino anche a me, che vorrei tanto diventare meno lamentosa.

domenica 14 gennaio 2018

Di presagi favorevoli (le cartucce non servono solo per sparare)

Un anno fa ero in un letto d'ospedale con una bardatura decisamente complicata, anche se mi avevano già levato un po' di pendagli. All'epoca i miei progressi erano vistosi, e avevano già stabilito che il pancreas e il fegato stavano tornando nella norma, mentre avevano ancora qualche dubbio sui reni (che venne fugato nella settimana successiva). Ero ancora a digiuno completo e siccome alcuni amici mi avevano raccontato che il primo passo sarebbe stato darmi del tè caldo e ben zuccherato, ogni mattina a colazione scrutavo speranzosa gli OSS che passavano a dare la colazione e che si limitavano a lasciarmi la brocca "per bagnarmi le labbra". Il sogno di una tazza di tè caldo e ben zuccherato cullava le mie giornate, dunque, perché se non era quella mattina avrebbe potuto essere quella successiva, ed è sempre bene avere qualcosa da sperare in tempi brevi.
Alla luce di questi precedenti, l'inizio di quest'anno non poteva che essere molto migliore. La mia eterna convalescenza prosegue e nutrirmi continua ad essere impresa sempre un po' azzardata, ma questo fine settimana invece di sognare un tè caldo e ben zuccherato mi sono procurata un nuovo giaccone e un nuovo paio di stivaletti ai saldi invernali (che l'anno scorso non ho visto nemmeno col binocolo).
Il ritorno a scuola è stato faticoso, molto faticoso, ma allietato da una serie di simpatiche coincidenze che mi rallegrano dall'inizio dell'anno. L'ultima è stata Venerdì scorso.
La scuola media di St. Mary Mead stava passando un periodo alquanto buio: l'unica stampante affidabile, quella di Sala Insegnanti, era senza cartuccia da fine Novembre. Ci avevano assicurato che prima di Gennaio non si poteva più ordinare nulla. In compenso abbiamo una fotocopiatrice nuova, con un meccanismo che dà un numero fisso di di fotocopie per classe ogni mese e che non era stato ancora aggiornato (al 13 Gennaio 13). In più si raccontava che la cartuccia non sarebbe arrivata prima della metà di Febbraio (!!!).
Lunedì dovevo iniziare il corso dell'affettività, che richiedeva gran numero di fotocopie, e non potevo stampare né fotocopiare un cazzo di niente. Ma avevo deciso di iniziare Lunedì, perché avevamo la scadenza ravvicinata dell'incontro con gli psicologi, perché  non eravamo ancora ripartiti col programma di Italiano e soprattutto perché sì.
Dopo aver ascoltato dai colleghi una lunga e infinita serie di lamentele (cui avevo anche dato un generosissimo contributo) ho deciso infine di tentare un colpo di mano.
Il corso sull'affettività era stato approvato dal Consiglio di Istituto, giusto?
Quindi, stampante o non stampante, cartuccia o non cartuccia, la scuola doveva mettermi in condizioni di avviare quel cazzo di corso, a me e alla mia Terza Amichevole, perché non avevo nessunissima voglia di stampare assolutamente nulla a mie spese, come invece aveva infine fatto la collega dell'altra Terza non riuscendo a venire a capo della questione in altro modo.
Alle elementari non ci amano, ma per qualche motivo misteriosissimo nella Segreteria Amministrativa amano molto me. Così sono scesa con una chiavetta e un bel sorriso e ho chiesto di stamparmi le schede, per favore, perché purtroppo la nostra stampante...
Con altrettanto grandi sorrisi hanno stampato tutto senza batter ciglio, poi una delle segretarie ha chiesto se "mi servivano un po' di copie".
"Ehm, sì, ventiquattro per scheda" ho mormorato (parto sempre mormorando, quando chiedo qualcosa, in base alla regola che per fare un gran casino c'è sempre tempo. Lì poi non stavo nemmeno chiedendo, solo accettando una gentile e spontanea offerta).
Prontamente mi sono state scodellate duecento fotocopie circa. Nel frattempo l'altra segretaria ha detto "Strano che la cartuccia non sia ancora arrivata, forse è in magazzino. Lei ricorda il tipo di stampante?".
Naturalmente non la ricordavo, ma ho chiamato alle medie e l'ho chiesto.
E' risultato che sì, la cartuccia era in magazzino che aspettava tranquilla, nel suo bell'astuccino di cartone.
Da quanto? Perché nessuno ci aveva avvisato?
Altri forse avrebbero indagato più a fondo sulla questione, ma io mi sono limitata a prendere la cartuccia con un grandissimo sorriso e a scappare di gran carriera con le mie 200 fotocopie verso la scuola media, dove sono stata accolta come solo i salvatori della patria vengono accolti. E subito dopo le custodi mi hanno comunicato che era arrivata la ricarica delle fotocopie per Gennaio.
Davanti a sì gran copia di circostanze favorevoli che mi piovono tutto intorno, chi può aver cuore di lamentarsi per un po' di stanchezza o qualche problema di digestione?
Non certo io, che sto pazientemente risparmiando le forze in attesa del ponte elettorale che ci aspetta ai primi di Marzo.
Come ho già scritto, è sempre bene avere qualcosa di piacevole da aspettarsi in tempi brevi, o almeno medi.

domenica 7 gennaio 2018

Di troie e di zoccole parte seconda

Le uniche e vere zoccole di Natale sono, naturalmente, le laboriosissime renne.

All'inizio del 2012 scrissi un post dove riflettevo sulla moderna maniera di usare talune parole di antica e illustre origine.
Da allora il tempo è passato e la lingua si è vieppiù evoluta. Una mattina, per via indiretta e tortuosa, venni a sapere che nella Terza Amichevole Alagna aveva dato di troia ad Angela, che ci era rimasta molto male.
Rimasi perplessa, prima di tutto perché le due erano (e sono poi rimaste) carissime amiche, ma anche perché ai miei tempi, almeno nel mio giro, questo tipo di offese non usava - senza contare che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di rivolgermi ad una amica usando quella parola. 
Ma, mi assicurarono le colleghe, oggi non è così raro.
D'altra parte ognuno è fatto a modo suo e com'è noto la lingua si evolve nella direzione decisa dal parlante: tanto per fare un esempio, quando ero ragazza in Toscana "zoccola" era una parola praticamente sconosciuta.
Avevo giusto avviato le mie usuali lezioni sulle parolacce da non usare in contesti più formali - scoprendo così che maschi e femmine bestemmiavano alla grande ma che per le femmine era considerato più sconveniente.
Mi venne perciò da pensare che forse, più che una lezione dove io insegnavo i giusti costumi secondo cui comportarsi, sarebbe stato il caso di fare una cosiddetta "lezione interattiva", dove sono soprattutto i ragazzi a parlare, onde acculturarmi sugli usi e costumi delle nuove generazioni, più che imporgli modelli magari ormai completamente obsoleti: in fondo, che in contesti ufficiali certe parole non vanno usate in quella classe sembravano tutti saperlo benissimo e dunque battere su quel tasto non sembrava del tutto indispensabile.
Così una mattina profittai di una coppia di ore contigue senza intervallo e dopo aver rapidamente sbrigato un po' di grammatica chiusi con cura la porta e scrissi sulla lavagna a grandi caratteri
PUTTANA
TROIA
ZOCCOLA
poi sedetti in cattedra dicendo "e speriamo che non arrivi la custode con una circolare" - perché è vero che il Vero Insegnante non teme il Ridicolo, ma ugualmente preferivo che non si diffondesse per la scuola a velocità fotonica la notizia che la prof. Murasaki stava sperimentando nuove metodologie didattiche che comprendevano l'uso di parole altamente sconvenienti.

Ebbi fortuna: nessun estraneo arrivò con circolari o avvisi di alcun genere, e la classe godé di una adeguata intimità per il tempo dell'insolita lezione.
"Sono la stessa parola" osservò qualcuno.
"Niente affatto!" ribatté qualcun altro.
"Bene. Chi vuole spiegarmi la differenza?"
Dopo breve discussione risultò che la prima era una indicazione professionale che riguarda una donna che in cambio di prestazioni sessuali prende denaro, mentre la seconda indica una donna che elargisce le sue preferenze senza interesse mercenario e la terza risulta una via di mezzo, nel senso che può indicare l'una o l'altra, ma più raramente è usata come indicazione professionale.
"Sono intese come parole neutre o come insulti?".
A parte la prima, che può essere una semplice constatazione tecnica, la seconda e la terza vengono intese come insulti, mi spiegano.
"E perché?" domando "E' normale che una fanciulla apprezzi la compagnia maschile, no?".
Socrate alza la mano con fare vagamente annoiato "C'è lo stereotipo che per la donna sia una cosa negativa".
Par di capire che lui degli stereotipi ne ha fin sopra i capelli per principio - in effetti è quasi l'unico contributo che darà alla lezione, anche se ascolterà con attenzione. Ma Socrate viene da una famiglia anarchica (anche se ben camuffata) e, come me, funziona a modo suo.
Gli altri, o meglio le altre, perché giunta a questo punto mi par di capire che quegli specifici insulti sono usati soprattutto tra donne, cercano di sviscerare la questione, incalzati da amichevoli domande da parte della professoressa - che in cuor suo ha gli occhi sempre più sgranati.
"Per esempio se una amica si mette con un ragazzo che piace a te".
"Capisco, ma in fondo fa solo quel che vorreste fare voi, giusto?".
"Sì, ma magari non ci pensava nemmeno fin quando non gli hai detto che a te interessava quel ragazzo".
"Beh, comunque non farà tutto da sola, si suppone che anche il ragazzo dia un contributo accettando le sue attenzioni".
Mi assicurano che
1) in quel caso parlano malissimo anche del ragazzo e soprattutto
2) in realtà al parere del ragazzo nessuna mostra di dare molta importanza, considerandolo esclusivamente terreno di caccia.
Resto vieppiù perplessa, perché è un aspetto della questione che non sono abituata a considerare: per il mio candido modo di vedere le cose, il ragazzo reagisce solo se sinceramente interessato; ma sia maschi che femmine sembrano considerare valido il punto di vista delle fanciulle.
Mi espongono poi un ulteriore caso: la ragazza che "si mette troppo in mostra", attirando così l'esclusiva attenzione maschile.
"Ma fa col suo" provo a ribattere "Fa una scelta. Potreste farla anche voi, giusto?".
Scopro così che alcune ragazze, secondo il punto di vista femminile, si espongono troppo, capitalizzando la totale attenzione maschile.
Bene, se non altro questa è una situazione che conosco. Non sono abituata a deprecarla, o almeno non lo farei mai apertamente, ma ricordo benissimo che quando ero giovinetta c'erano fanciulle che sembravano conoscere d'istinto le corde su cui far leva per attrarre l'attenzione maschile - corde che a me mancavano quasi completamente. Ricordo di averle invidiate e talvolta anche ammirate, ma mai disapprovate - più o meno come facevo con chi riusciva a tradurre una frase di greco all'impronta laddove io mi arrabattavo faticosamente e solo con il tempo e molto uso del dizionario ne venivo a capo. Loro potevano, io no e accettavo la cosa con quieta frustrazione.
Sembra però che colei che riesce ad attirare l'attenzione maschile grazie a un trucco e un abbigliamento e a gesti accuratamente ponderati sia da disapprovare.
Perché?
Qui le risposte si fanno confuse, e un po' faticose. Il campo per loro sembra nuovo da razionalizzare.
Perché si prendono un vantaggio sleale. 
Perché si mettono troppo in mostra svalutandosi. 
Perché sembrano dare importanza solo a quello.
Medito se sia il caso di chiedere se dare tanta importanza al fatto di poter esercitare un generico richiamo sessuale sulla popolazione maschile al completo non tradisca secondo loro una certa insicurezza e non sia da compatire come segno di debolezza, ma scarto con decisione la possibilità: vorrebbe dire indirizzare il discorso in una direzione che spontaneamente non avrebbe preso. E io vorrei capire, più che indirizzare.
La conversazione prosegue, fino ad arrivare al momento in cui si parla di quando tali parole si scambiano tra amiche nel corso di un litigio e sono dette con la specifica intenzione di offendere - perché possono essere anche dette in tono scherzoso (?!?); e con grande naturalezza mi raccontano che di recente Angela ha litigato con Alagna chiamandola così, ma Alagna assicura che dopo si sono riconciliate e quindi lei è passata sopra alla cosa perché Angela si è molto scusata. Angela ammette serenamente la sua colpa e dichiara senza cercare scuse di aver sbagliato.
Di nuovo sgrano gli occhioni in cuor mio, perché la faccenda mi era stata raccontata all'opposto, e mi avevano detto che quella offesa era stata Angela. Ma, considero, la cosa mi era stata riferita da adulti, e vai un po' a sapere cosa gli era stato detto o cosa avevano capito.
La conversazione va sfilacciandosi, l'intervallo si avvicina e dichiaro chiusa la seduta, cancellando personalmente le tre parole dalla lavagna.
Solo qualche giorno dopo mi viene in mente un aspetto della questione che non avevo considerato: una volta tanto maschi e femmine si sono confrontati insieme sull'argomento, o per meglio dire i maschi hanno potuto ascoltare con calma e chiarezza il punto di vista femminile spiegato dalle loro compagne.
Ed è possibile che l'abbiano trovato piuttosto interessante.
Quanto a me, un viaggetto nel Paese delle Meraviglie mi ha fatto solo bene.
Potrebbe essere un esperimento da ripetere.