Il mio blog preferito

lunedì 14 marzo 2016

Welcome back my friends to the show that never ends


Negli anni 70 del secolo scorso imperversava il progressive rock, dove gruppi blasonatissimi di grandi strumentisti suonavano brani sontuosamente lunghi e sontuosamente orchestrati nonché eseguiti con grande sfoggio di strumentazione elettronica. A me piaceva alla follia e anche se all'occorrenza spelluzzicavo un po' di tutto apprezzavo soprattutto i Pink Floyd e gli Emerson, Lake and Palmer.
I Pink Floyd hanno avuto una storia decisamente lunga e variegata, mentre la cometa degli Emerson, Lake and Palmer bruciò in una decina di anni (il resto sono stati soprattutto strascichi) lasciando però una traccia profonda e incancellabile nel mio cuore.
Oltre che per le loro composizioni (che non sempre capivo o apprezzavo completamente)   mi piacevano molto le loro rivisitazioni della musica cosiddetta classica; e nelle loro abili mani, brani che mi erano sempre sembrati un po' incompleti prendevano nuova vita e nuovo ritmo risultandomi improvvisamente godibilissimi. E per quanto mi piacesse molto la voce di Greg Lake e riconoscessi che Carl Palmer era un grandissimo batterista, il mio prediletto era Keith Emerson, autentico virtuoso della tastiera elettronica (ma che se la cavava molto bene anche con il piano).

In tempo reale riuscii a seguire solo il loro ultimo album Works, dove una facciata su quattro era dedicata a un concerto per piano scritto ed eseguito da Keith Emerson  che tante volte ho ascoltato, senza mai riuscire a decidere se mi piaceva davvero o no. Andavo invece matta per la loro versione di Fanfare for the common man di Aaron Copeland (molto meglio di quella eseguita con l'orchestra tradizionale, secondo me)

così come ho sempre preferito la loro versione dei Quadri di Mussorsgky a quella per orchestra

Ma in effetti, dove c'è un Moog a cosa serve un orchestra?
(Senza contare che gli orchestrali non vestono quasi mai di broccato).

Dicevo del pianoforte. Ecco, il pianoforte è uno strumento che non mi ha mai troppo entusiasmato, anche se qualche concerto per piano e orchestra lo ascolto volentieri. A dirla tutta preferisco il clavicembalo, o la spinetta.
Ci sono comunque molti tipi di pianoforte, e molti modi di suonarlo. Emerson era un virtuoso dalle dita veloci che sapeva scegliersi il repertorio, oltre che scriverlo.
Così in Italia molti lo ricordano soprattutto per due brani che furono le sigle finali di Odeon, trasmissione televisiva di gran pregio di quegli anni: Honky Tonky Train Blues, un simpatico brano che usa miliardi di note per descrivere l'ingresso di un treno in stazione


e Maple Leaf Rag di Scott Joplin, qui in versione elettronica.


Gli anni passano e la vita fa il suo corso, ma la musica resta.

giovedì 10 marzo 2016

Gran Torneo delle citazioni (stavolta poetiche)


Il torneo di citazioni organizzato l'anno scorso dalla povna mi era rimasto nel cuore, così all'inizio dell'anno scolastico avevo chiesto alla Prima Diligente, con cui faccio solo italiano, di portarmi una citazione qualsiasi da un libro che gli fosse piaciuto, giusto per conoscerli meglio e farmi un idea del retroterra culturale; e gli avevo pure messo il voto - per familiarizzarli con l'idea che "li valuto anche per come respirano". Naturalmente gli avevo messo dei voti piuttosto alti, per familiarizzarli con l'idea che la prof. Murasaki era buona e comprensiva e non si nutriva di carne umana, ma nel complesso non ne era venuto fuori granché - il retroterra culturale non sembrava dei più alti; anche se i ragazzi leggevano molto e volentieri, non sembravano letture di particolare livello.

Qualche giorno fa mi è venuta l'idea di ripetere l'esperimento, ma con citazioni poetiche. Un po' spaventati, molti mi hanno detto che non conoscevano poesie, anche se poi è risultato che di poesie alle elementari ne avevano lette una barcata, e pure imparate parecchie a memoria.
"Cercatene qualcuna" avevo ordinato "Vanno benissimo anche quelle delle elementari. Poesie, filastrocche e canzoni. Trovatemi una citazione che per voi significa qualcosa e spiegate perché l'avete scelta. Stavolta non metterò il voto ma sceglierò quella che mi è piaciuta di più".
Stabilito che la canzone dovevano solo leggerla, e non cantarla, e che l'unico divieto erano le poesie che avevano letto con me, hanno chiesto che portassi anch'io la mia brava citazione.
Ho accettato con serena incoscienza, confidando nel mio ricco carniere di letture d'ogni sorta, ma tutto quello che mi veniva in mente mi sembrava improponibile: le citazioni da canzoni e libretti d'opera erano spesso difficili o astruse, e parlavano di temi per loro ancora incomprensibili (sono una Prima ancora implume, che non ha ancora compiuto il salto verso l'adolescenza, come tutte le prime di questa nuova mandata, e il loro lessico non è particolarmente ricco), Dante, Guinicelli e Leopardi mi sembravano ostici, Pascoli troppo lamentoso, le poesie di guerra troppo dure, quelle di Tolkien mi piacciono solo in inglese, greci e latini richiedono sempre un po' di introduzione, questo non andava bene e quello nemmeno... 

Infine il Gran Giorno è arrivato, e ha portato bei frutti. Solo un paio si sono nascosti dietro improbabili scuse, e solo uno (piuttosto distratto quando do le istruzioni per i compiti) ha portato un pezzo in prosa. Ed essi sono stati rampognati.
Molti hanno raccontato di essersi messi a frugare nei libri di poesie che c'erano a casa e di avere pescato da lì (che era la mia segreta speranza), qualcuno è ricorso per assistenza ai fratelli maggiori e ai loro libri di scuola, qualcuno ha navigato in rete a caccia di ispirazione e qualcuno ha riesaminato il repertorio dei suoi cantanti preferiti. Abbiamo avuto un Leopardi e un Pascoli - letti assai male per i problemi di cui sopra, e anche inutilmente lunghi, ma ho fatto finta di niente; e anche uno Shakespeare spurio (il celebre La donna uscì dalla costola dell'uomo, non dai piedi per essere calpestata che la rete gli ha regalato ma che sembra attribuibile al Talmud o, a scelta, a un poeta inglese del Settecento, ma di ciò ho evitato con cura di fare parola) poi, in ordine sparso: un poeta sardo nonno di un alunno, che si era scritto da vivo una poesia per la sua tomba - e la poesia è stata filologicamente letta prima in sardo e poi in italiano - un sonetto di Trilussa contro il razzismo dedicato a un simpatico cane, due filastrocche marine, la vita che non è una scala di cristallo di Hughes, l'inno della Juventus, alcune fascinose poesie italiane che non avevo mai sentito prima, una poesia in siciliano, una ninna nanna, versi di Mengoni, Tiziano Ferro e Fedez, Avrai di Baglioni e altre cose che non ricordo.
Abbiamo passato un ora assai piacevole e ognuno ha tirato fuori qualcosa di sé.
Alla fine, dopo avere elargito gran copia di complimenti ho premiato il presunto Shakespeare con scelta politicamente corretta perché eravamo a due giorni dalla festa della donna e qualcosa sulla pari dignità della donna e contro la violenza ci stava assai bene, ma quella che mi ha colpito di più è stata Diritto al gioco di Tognolini, che non conoscevo e che secondo me andrebbe scolpita all'interno di ogni Sala Insegnanti, per ricordare a tutti  noi l'importanza che ha trovare quel che non si stava minimamente cercando.
In fondo è quel che è successo a noi stamani, perché avevo sì qualche obbiettivo didattico, ma piccolino piccolino - non una cosa seria come i miei amati pronomi.
Ho concluso con la mia personale citazione: Eliot, naturalmente, e proprio non so come ho fatto ad avere dei dubbi nella scelta:
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile, effabile,
effineffabile,
profondo e inscrutabile unico NOME.
Naturalmente ho dovuto spiegare sia ineffabile che effabile ma in fondo era una lezione di italiano e dovrò pure fare qualcosa ogni tanto per guadagnarmi lo stipendio.

L'anno prossimo quasi quasi ci riprovo. Crescono in fretta, a quell'età.

lunedì 7 marzo 2016

Geografia economica e ippogrifi

(questo bellissimo ippogrifo è di ChrisQuilliams)

Nonostante i rutilanti effetti speciali che la Geografia consente con poca spesa ad un insegnante di utilizzare - cascate suggestive, fascinosi monumenti, foreste misteriose, pietanze tipiche dall'aspetto assai invitante (specie all'ultima ora), calciatori di fama mondiale - per me la parte più importante è l'economia. Dall'economia derivano le questioni ambientali, i conflitti etnici e razziali, le invasioni che spostano i confini eccetera eccetera. Su questo batto e insisto fino allo sfinimento collettivo.
Naturalmente i ragazzi delle medie sono giovani  e implumi, e di economia non sanno granché - cosa, quest'ultima, assai comprensibile dal momento che, in Italia, si ritiene del tutto disonorevole sapere alcunché di economia, e non solo a quattordici anni. 
Finché si tratta di spiegare i tre settori va tutto bene - anche se non riesco ancora a capire, dopo quindici anni di onorato servizio, come mai nessuno si ricorda mai che il grano è un cereale e tutti mi spiegano, al momento dell'interrogazione, che nel paese X si coltivano grano e cereali, quasi che il grano fosse un ortaggio. Ma col tempo e la pazienza tutti imparano all'incirca cos'è il PIL, cos'è la speranza di vita e cosa la può determinare e gli effetti negativi dell'erosione e della desertificazione - e anche se alla Grande Domanda, ovvero "Perché, se sono tanto poveri, invece delle armi per fare la guerra ai vicini non comprano qualcosa di più utile?" è sempre difficile se non impossibile dare una risposta che abbia un senso ai loro occhi (o anche ai miei).
Tuttavia la Seconda Effervescente, per quanto piuttosto studiosa e interessata, sotto questo aspetto si sta rivelando davvero coriacea. Così, dopo un epica lezione che si è rivelata un bagno di sangue in cui, in due interrogazioni su tre (programmate) sulla Svizzera si erano scordati di far cenno alle banche, che in Svizzera rivestono pure una certa qual importanza, e in tre microinterrogazioni su cinque sul Liechtenstein (non programmate)  non era stato fatto cenno alla parte finanziaria, su cui pure il libro di testo si era generosamente speso dedicandogli una colonnina e mezzo su tre, presa da profonda esasperazione ho ruggito "A quel che sembra questa classe è composta soprattutto da ippogrifi dell'Ariosto, che si nutrono di sola aria e luce; ricordate però che il resto del mondo è popolato da ippogrifi della Rowling, che invece si nutrono con grandi quantità di furetti, e se non hanno la loro bella dose di furetti per fare colazione, prima diventano molto nervosi, poi  si indeboliscono e infine muoiono di fame!" prima di assegnare una scarica di quattro e di cinque.
Mi hanno guardato con grandi occhioni spalancati ed espressione ferita: loro avevano studiato, loro. E infatti tutto il resto lo sapevano. Ma non l'economia. Cioè, sapevano che nel Liechtenstein c'era il turismo e che in Svizzera facevano orologi e cioccolato e medicine, ed evidentemente erano convinti che l'economia di questi due paesi fosse tutta lì.
Mi hanno chiesto quando potevano venire a rimediare.
"Nessuno di voi rimedierà un bel niente se non vi ficcate in testa che la gente mangia, e se non mangia diventa del tutto irragionevole e poi languisce e muore, proprio come gli ippogrifi! Non potete continuare a saltare la parte finanziaria come se fosse di nessuna importanza. Oppure potete, ma a fine anno vi ritroverete sulla scheda un voto  molto, molto basso".

Vediamo cosa succede domani con la Grecia. Ma non sono molto ottimista.
Anche se la questione degli ippogrifi di Ariosto li ha molto interessati.

domenica 28 febbraio 2016

Il Vero Insegnante non teme il ridicolo - 5 - E cura molto il suo desktop

...una certa, insopprimibile vena ludica che non mi ha mai abbandonato...

Quest'anno l'intero pacchetto Dislessia delle prime ammontava a tre ragazzi. E' stato così deciso di tenerli nella stessa classe, ed è la classe dove faccio italiano.
Uno è della categoria soft, e con l'aiuto di qualche piccolo aggiustamento se la passa benissimo. Gli altri due di soft non hanno proprio niente, e usano tutti gli strumenti compensativi possibili e immaginabili e tutti noi vorremmo tanto inventargliene qualcun altro perché fanno davvero una gran fatica.
In compenso tutti e tre hanno un rapporto assai aperto con i loro Disturbi Specifici dell'Apprendimento, sono abituati a farsi aiutare dai compagni e accettano serenamente la riduzione di compiti e financo che l'insegnante o il compagno gli scrivano i compiti sul diario.
E hanno un computer portatile (anche se uno dei tre ha un aggeggio che non sempre fa bene il suo lavoro). 
E' comunque indispensabile che il computer di classe funzioni bene, quando decido di metterli a scrivere.
Così, dopo aver collezionato un paio di cadaverini informatici defunti in poche settimane sono finalmente riuscita a strappare a Jorge un vero iMac, uguale a quello con cui sto scrivendo, dono recente di una caritatevole istituzione che cambia spesso le sue attrezzature e ci omaggia di quelle vecchie.
Non solo, dopo adeguate suppliche sono perfino riuscita ad ottenere che Jorge non ci installasse Windows e che il caro iMac funzionasse con i suoi programmi originari.

Naturalmente, il giorno stesso in cui l'Imac è entrato in classe, il collegamento che da qualche settimana funzionava quasi regolarmente è entrato in sciopero, ma questi son dettagli.

Finalmente un Mac in classe!
Un grazioso iMac dal grande schermo, con cui sentirmi come a casa mia. Anche meglio, volendo, perché per quanto "vecchio" non ha nove anni.

Prima di tutto ci voleva un bel desktop. Dopo breve discussione ci siamo accordati per una  immagine di delfini che balzano dalle onde, in onore di Alternativo che, misteriosamente, era arrivato a undici anni di vita senza sapere cos'era un delfino.
Poi tre cartelline, una per ognuno dei tre DSA, dove potessero salvare i loro compiti e prove scritte varie.
Poi due belle icone sul desktop per le due videoscritture che avevamo a disposizione.

Ma quando poi sono rimasta in classe da sola, mi sono detta: perché non personalizzargli anche le cartelline, con qualche bella immaginetta? 
(Non so se si capisce dal mio blog, ma mi piace un sacco cercare immagini a tema)
Così ho trovato una bella coppia di fringuelli per Fringuelli, uno scudo di bronzo ben lavorato per Scudieri e un magnifico pastore maremmano per Cagnoli; poi, dopo un po' di pasticci (perché, appunto, era un sistema più recente di quello che uso sul mio computer che è di nove anni fa) sono riuscita a incollare le tre foto come icone al posto della solita cartelletta grigio-azzurra, anonima e un po' deprimente.

Certamente la quarantina di minuti che ho dedicato al tutto avrebbe potuto essere impiegata in maniera più seria e fruttifera: per esempio... cioè... dunque... non so, di sicuro qualcosa di più serio da fare c'era. Però mi sono divertita moltissimo.
E quando, la mattina dopo, ho mostrato ai tre il risultato dei miei sforzi tutti e tre sono stati abbastanza cortesi da farmi un sorriso di ringraziamento, qualsiasi cosa possano aver pensato in cuor loro.

venerdì 26 febbraio 2016

The Help - Kathryn Stockett


Il romanzo è stato pubblicato nel 2009 e ne hanno anche tratto un film assai apprezzato. Mi ci sono imbattuta per puro caso durante una navigata e dopo averlo preso in biblioteca e letto ho finito per comprarmelo e comprarlo anche per la biblioteca della scuola. Non è un libro specificamente per ragazzi, ma dai quattordici anni in su può essere molto apprezzato, anche in qualità di romanzo storico.
Siamo nel Mississippi, ovvero la quintessenza dello stato razzista degli USA, agli inizi degli anni 60, nel pieno di quel sogno americano assai simile all'incubo dove lo scopo principale delle signorine bianche è sposarsi e avere due o tre figli nonché organizzarsi in terrificanti circoli di beneficenza che ogni anno producono pranzi, balli e gare di torte. 
I neri sono ancora negri (e come tali vengono chiamati per tutto il libro) e hanno i loro quartieri, i loro ristoranti, i loro negozi eccetera eccetera. Però sono anche la manodopera più a buon mercato, e per le famiglie bianche è normale avere una tata nera che cresce i bambini ma di cui si cerca di rimuovere in un certo senso l'esistenza. Non tutti i bianchi sono completamente assorbiti in quest'ordine di idee e buona parte dei neri, dietro una facciata impassibile, nutre opinioni assai personali su questo stato di cose. 

Una ragazza bianchissima e di ricca famiglia, Eugenia detta Skeeter, torna a casa dopo gli studi. Stare lontano dalla cittadina dov'è nata l'ha assai pervertita e adesso sogna un lavoro, una carriera e soprattutto di uscire da quella provincialità soffocante. Un agente letteraria di New York ha compassione di lei e le offre un piccolo aiuto, diciamo un barlume di possibilità; da quello Skeeter inizia a coltivare il progetto di raccogliere in un articolo qualche testimonianza da parte delle tate nere sulla loro vita con i padroni bianchi.
Il fatto di essere stata "fuori" le impedisce di capire appieno le regole del mondo che la circonda e il fatto di trattare con i neri come se fossero normali esseri umani le è all'inizio di grande ostacolo. Tuttavia il tempo e le circostanze le offrono la possibilità di entrare in confidenza con Aibileen, una nera che ha fatto la tata per tanti anni e in tante famiglie. Con grande paura e preoccupazione Aibileen comincia a fidarsi di lei, e insieme avviano un piccolo complotto - uno di quei sassolini da cui nascono talvolta le valanghe - che finisce per includere anche Minny, domestica nera celebre per il suo caratteraccio che le è costato più volte il posto di lavoro. Insieme le tre donne avviano quello che ben presto diventa un lungo articolo e poi un libro, coinvolgendo altre domestiche in un gioco che potrebbe facilmente trasformarsi in disastro - cosa di cui Aibileen e Minny sono ben consapevoli sin dall'inizio e che Skeeter impara a capire un po' per volta.
Attraverso questo lavoro terribilmente clandestino le tre donne si rendono gradualmente conto del valore delle loro tranquille e domestiche testimonianze, e di quante cose riescano a raccontare. La forza della vita quotidiana e dei legami dell'affetto (e il racconto che l'autrice sviluppa con grande abilità attraverso i punti di vista delle tre protagoniste) aiutano a vedere la questione dei rapporti tra bianchi e neri in un ottica molto diversa da quella che siamo abituati a conoscere attraverso il racconto delle lotte per i diritti civili dei neri - un punto di vista femminile tripartito dove non si parla mai nemmeno di striscio di emancipazione femminile ma in cui il lettore contemporaneo, grazie all'accorto lavoro dell'autrice contemporanea, riesce a vedere come per le donne la questione fosse comunque (e come sempre) "diversa" appunto in virtù della condizione femminile che le accomuna indipendentemente dal colore della pelle.
Apparentemente leggero, molto scorrevole, pieno di quei piccoli e grandi dettagli che disegnano nel migliore dei modi il quadro d'insieme, il libro lascia un piacevole retrogusto e offre lo spunto per una gran quantità di riflessioni di ogni taglia, spessore e qualità. Anche se piuttosto lungo (supera le 500 pagine) e decisamente ricco di personaggi si segue senza difficoltà e riempie in modo proficuo un fine settimana lungo o una noiosa influenza, ma può anche essere un piacevole appuntamento per molte brevi sedute la sera prima di dormire.

Con questo sperticato elogio ritorno, dopo l'ennesimo e si spera ultimo disastro telefonico (stavolta su larga scala), all'appuntamento col Venerdì del Libro di Homemademamma con l'augurio che l'ombra della discriminazione e dell'intolleranza possa allontanarsi una volta per tutte dai nostri orizzonti, lasciandoci in un mondo migliore.

mercoledì 24 febbraio 2016

Sulla delicatissima e serissima (serissima? Mah) questione dell'utero in affitto


Ognuno ha le sue personali idiosincrasie. La mia è contro l'utero in affitto. Attenzione: non contro la pratica della maternità surrogata (o Gestazione Per Altri  o Gravidanza d'Appoggio), bensì contro l'uso di lanciarsi in crociate contro il minaccioso Spettro dell'Utero in Affitto ogni volta che c'è in ballo un problema di una qualche serietà che richiederebbe l'uso di una sia pur minima quota di cervello per essere adeguatamente ponderato. Ed è mio personale sospetto, dettato magari solo da malignità di pensiero e ancor più maligne prevenzioni, che la vera paura di chi evoca cotal Spettro sia in effetti ritrovarsi circondato da persone che, essendosi scomodate a toglier le ragnatele dal loro cervello e a inserirgli la spina che gli consenta di pensare, si ritrovino - orrore! - a pensare a modo loro sul problema centrale - col quale problema, solitamente, la maternità surrogata c'entra quanto il tradizionale cavolo a merenda.
Insomma, ai miei occhi il minaccioso Spettro dell'Utero in Affitto è una delle tante facce del Komplotto, e il Komplotto in questione è, tutto insieme, contro la legge sulle unioni civili che al presente l'italico parlamento sta cercando alfine di approvare (al momento senza grandi esiti), contro gli stereotipi di genere, contro una visione non eccessivamente demonizzata della sessualità e - soprattutto - contro una qualsiasi visione della famiglia che non sia quella che nell'immaginario collettivo è definita come patriarcale e che prevede un Padre che la dirige, una Madre sottomessa che badi ai figli e tenga la casa e dei figli bravi, costumati e obbedienti che non pensino al sesso prima di sposarsi - anzi, possibilmente che non pensino affatto né abbiano opinioni personali su alcunché.
La maternità surrogata viene quindi usata come pretesto - in modo del tutto arbitrario - contro un mondo pericoloso e cattivo, dove le donne guidano i camion, le bambine giocano con i trenini, i bambini fanno la calza e tutti vedono il mondo come qualcosa di più grande di un utero da affittare o di una coppia di maschi pervertiti che pretendono di tirar su un orfanella dandole un tetto, del cibo, un istruzione e un po' di calore umano.
Che succederebbe infatti se il nostro paese, una bella mattina, decidesse di uscire finalmente fuori dalla spirale malefica dove l'unica preoccupazione delle giovinette è di essere belle ma non zoccole, l'unica preoccupazione dei giovinetti è di  essere abbastanza maschili e l'unica preoccupazione dei genitori è che i figli siano abbastanza maschili o femminili? Potrebbero forse tutte le energie incanalate nelle fissazioni a livello sessuale che ci circondano e ci opprimono da ogni dove essere impiegate nella costruzione di un Mondo Migliore, o almeno di un paese un po' meglio organizzato, dove si è interessati a procurarsi un buon servizio di trasporti, una efficiente ridistribuzione delle risorse, un po' di cognizioni scientifiche per tutti, delle case ben costruite e un mercato del lavoro meno dispersivo e meglio retribuito, e già che ci siamo anche con bambini meglio tutelati contro la fame, l'ignoranza, l'omofobia e la violenza? Dove uomini e donne trombano serenamente con chi vogliono (purché consenziente) e dopo aver felicemente trombato impiegano le loro energie in attività che gli interessano senza preoccuparsi troppo di essere maschi, femmine o chissà cos'altro? Dove i cuccioli d'uomo sono patrimonio della società tutta, indipendentemente da dove e come sono nati? Dove gli uteri sono affitati ad equo canone e regolarmente registrati presso l'Unione Inquilini, nonché adeguatamente provvisti di acqua, luce, gas, doppi vetri e tetto ben coibentato? Dove le famiglie sono famiglie e basta, senza essere divise per classi energetiche? Dove i parlamentari pensano a fare leggi ben fatte, invece di consumare il tempo in giochi di ruolo?
Dove, in somma delle somme, ci si preoccupi finalmente di qualche problema reale, ovvero i famosi "ben altri" problemi, sempre evocati quando qualcuno chiede il riconoscimento di qualche diritto di base?

martedì 23 febbraio 2016

Sull'iter parlamentare della legge Cirinnà (o meglio, di quel che ne resta)




A quanto sembra in questo giocondo e pacioso paese l'unico serio problema che minaccia la nostra stabilità 
sociale, la nostra florida economia e financo le famiglie tutte è un modesto disegno di legge che prevederebbe - finalmente - di legalizzare le unioni di persone dello stesso sesso, e che di giorno in giorno va perdendo pezzi onde venire incontro a quella parte della popolazione che ha deciso che, a qualunque costo e a qualsiasi prezzo, l'Italia deve restare bloccata dalla ruggine fino a finire in polvere.

Difficile trovar parole.

mercoledì 17 febbraio 2016

17 Febbraio 2016 - Giornata Nazionale del Gatto


Al presente l'Italia non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori: la nostra economia è arrugginita, le nostre città inquinate, la nostra scuola antiquata, il nostro parlamento sputa sangue anche per sfornare un insignificante leggina sulle unioni civili. 
Senza contare che i giovani d'oggi non c'hanno più rispetto e non ci son più le mezze stagioni.
Insomma, uno strazio.

I nostri gatti però sono tanti, e tutti bellissimi, e oggi è la loro festa. 
Così posto una bella gatta tricolore e spero nel futuro.
Auguri a tutti i gatti, italiani e non, e anche a chi gatto non è - ma magari lo diventerà nella prossima reincarnazione, se si comporta molto ma molto bene.

giovedì 28 gennaio 2016

Manuale del Perfetto Insegnante - Tipologie di Genitori - 3. Il genitore che fa i compiti


Qualche giorno fa Dolcezze si interrogava sullo scarso discernimento mostrato da quegli alunni che copiavano senza ritegno dalla rete varie tipologie di compiti di italiano senza prevedere che il loro insegnante, pur abituato a leggere la loro usuale produzione scritta, potesse anche solo vagamente insospettirsi per un improvviso cambio di registro linguistico e un ancor più improvviso maturarsi di modalità espositive e capacità critiche di cui poi, al momento di scrivere o parlare in classe, non restava più traccia veruna.

L'argomento è di quelli che aprono la strada a molti dolorosi interrogativi: per esempio "Forse che cotali miei alunni pensano che sia scema/o?" (la risposta è "Sì") oppure "O forse sono loro che sono scemi?" (e, di nuovo, la risposta è "Sì!").
E tuttavia si tratta pur sempre di giovinetti in crescita, poco usi alle malizie del mondo, sprovveduti anche per colpa dell'inesperienza, avventati come spesso solo i giovani sanno esserlo. Insomma, niente vieta di sperare che col tempo e l'esperienza, insieme alla statura cresca anche il loro buon senso.
Tuttavia ogni insegnante, non solo di Lettere, nel corso della sua vita lavorativa si trova ad affrontare una branca dell'idiozia umana ancor più sconfortante dell'Alunno Che Copia I Compiti, ovvero quella del Genitore Che Fa I Compiti. 
Non i suoi, mentre magari studia per una seconda laurea o un nuovo diploma o impara una lingua straniera, no. Costui o costei fanno i compiti per i loro figli. Al loro posto. E si impegnano anche molto, per farli bene, dedicando all'opra tempo ed energie che francamente risulterebbero assai meglio utilizzate scavando buche nel terreno per poi riempirle nuovamente, oppure spalando l'acqua con un forcone.
Tesori di conoscenze e competenze artistiche, linguistiche e matematiche vengono profusi senza risparmio - perché questa categoria di genitori mira in alto e vuole buoni voti, ché non vuole sfigurare accanto ai voti degli altri genitori. 
Avviene infatti che, mentre spesso il Genitore Che Fa I Compiti è un caso isolato, in molte classi si scateni invece una sorta di virtuosa emulazione che porta questi perfetti idioti a elaborare schede di libri sempre più impegnativi, allestire disegni di impianto sempre più complesso, sfornare composizioni nelle più varie lingue infarcite di costruzioni e considerazioni sempre più mature e risolvere problemi ed equazioni ricorrendo a sofisticate tecniche universitarie.
Inevitabile che l'insegnante se ne accorga: anche al più distratto le incongruenze saltano ben presto agli occhi, e si sentirà infine obbligato a tentare di affrontare l'argomento con l'invadente genitore. Il quale può avere due tipi di reazione:
1) negare stizzosamente qualsiasi tentativo di intromissione giurando che la loro prole, al solo avvicinarsi di un qualsivoglia genitore ai loro amati quaderni, apre le artiglierie e li caccia in malo modo perché non tollera intromissione alcuna, no, giammai!
2) abbozzare un sorrisetto complice e ammettere con una punta di orgoglio (e non già con profonda vergogna, come il più elementare senso di decenza imporrebbe) "Sa, l'ho un po' aiutato" mostrando con ciò di desiderare, oltre al voto alto per il figlio, anche l'ammirata approvazione del docente. Qualora poi l'insegnante si azzardi ad accennare cautamente qualcosa sull'importanza per l'alunno di confrontarsi con i suoi limiti ed esprimersi liberamente con la sua voce o analoghe banalità, il Genitore Che Fa I Compiti ribatte stizzosamente che purtroppo la creaturina è troppo timida, insicura o priva di autostima per riuscire ad esprimersi all'altezza della sua profonda sensibilità. In pratica, costui o costei han già stabilito a tavolino che il loro rampollo è una povera ameba che, privato del loro valido aiuto, franerebbe rapidamente... sì, per mancanza di capacità. 
A questo punto l'insegnante può provare a ricorrere alla più assoluta schiettezza o rifugiarsi dietro la più raffinata diplomazia, ma in entrambi i casi sa che quanto dirà sarà perfettamente inutile e che il Genitore Che Fa I Compiti, con squisita malafede, non terrà in alcun conto quanto gli viene detto, talvolta ammettendolo subito con squisito candore; ma dietro tutte le sue apparenze protettive, questa rama di genitori ha già stabilito che la loro prole esiste solo per brillare della luce riflessa del loro genio, e dell'eventuale possibilità che la sventurata creatura abbia una sua propria personalità si curano solo quel tanto che basta per aver cura di soffocarla onde impedire che il fanciullo o la fanciulla crescano (o anche semplicemente esistano) in una forma che non sia una proiezione esatta al millimetro del loro delirio di grandezza. 

Inutile porsi la domanda se questa particolare tipologia di genitore pensi che gli insegnanti siano del tutto scemi, perché la risposta è "Degli insegnanti non si curano né tanto né poco, e la questione ai loro occhi non riguarda il rapporto dei loro figli con la scuola, ma il loro rapporto con sé stessi  e soprattutto con la loro immagine". 
Intrappolato in questo gioco di specchi di inusitata crudeltà, il figlio avrà il suo bel da fare e da patire per riuscire a svincolarsi e vivere di vita propria.
Quanto all'insegnante, se i suoi cauti o ruvidi tentativi di intervento non sortono effetti visibili (raramente ne sortono, ma l'insegnante è tenuto comunque a tentare, prima ancora che per dovere professionale per puro e semplice spirito umanitario) la tecnica più semplice per aggirare l'ostacolo è valutare solo le prove eseguite in classe e lasciare il genitore a strepitare per conto suo o in Sala Insegnanti (cosa che spesso farà senza alcun pudore), salvo poi sfogarsi con i colleghi.

venerdì 22 gennaio 2016

L'isola lontana. Quadrilogia della Memoria - Annika Thor


La Quadrilogia della memoria è un ciclo di quattro romanzi (Un'isola nel mare, Lo stagno delle ninfee, Mare profondo, Oltre l'orizzonte) dove si raccontano le vicende di due sorelle ebree, Stephanie detta Steffi e Nelli, che all'inizio del racconto, nel 1939, hanno rispettivamente undici e cinque anni. I genitori delle due sorelle, fino a poco tempo prima ricchi e ben inseriti nell'alta borghesia viennese, dopo essersi vista sequestrata dal governo nazista la bella villa dove trascorrevano felicemente la loro esistenza ed essersi ridotti in un minuscolo appartamentino e dopo che al padre medico è stata impedita di esercitare la sua professione se non per curare gli ebrei, in attesa di un visto per espatriare in America (che non arriverà mai) decidono di affidare le loro figlie al  kindertransport, ovvero l'accoglienza presso famiglie straniere di bambini ebrei, spesso orfani (la Svezia ne accolse alcune centinaia). E' una scelta contro natura, che causa dolore  tutti loro, ma che garantisce almeno una speranza per le bambine.
Le due sorelle partono, per un soggiorno che dovrebbe durare pochi mesi. Ma i genitori verranno internati e le due sorelle passeranno sei anni in Svezia, sempre sospese al filo di lettere che arrivano in ritardo, che a volte non arrivano affatto e infine alle rare cartoline di trenta parole che sono concesse ai detenuti dei campi di concentramento. Infine la corrispondenza si ferma del tutto, dopo l'annuncio della morte della madre. Due anni dopo il padre, fortunosamente scampato alle marce della morte, riuscirà a ricontattare le figlie che partiranno con lui verso l'America.

Non ci sono quindi campi di concentramento, se non alla lontana. Non c'è fame né ghiaccio né deportazione per le due sorelle; solo molta angoscia, il trauma di dover cambiare vita e ambiente e famiglia e la sorda paura di quel che sta succedendo fuori dalla Svezia e dall'isoletta di pescatori dove sono state accolte in due famiglie di metodisti, le difficoltà di trovarsi tra estranei senza conoscere la lingua, qualche assurda angheria subita a scuola o in paese per la loro condizione di profughe ebree, e la nostalgia dei genitori e della vita precedente. Eppure il lettore ha l'impressione che anche così sia più che abbastanza, e che si possa soffrire molto anche senza le marce della morte.

Strappate alla famiglia e al loro paese natale e separate in due famiglie diverse, le due sorelle soffrono per la lontananza dai genitori e per la nostalgia di casa. L'isoletta di pescatori dove vengono accolte è lontana anni luce dal loro mondo e nei primi tempi tutto è terribilmente complicato. Col passare dei mesi si ambientano, imparano la lingua, si legano di profondo affetto alle famiglie che le hanno adottate, allacciano rapporti di amicizia e di amore. Restano però due profughe e il Comitato che ha gestito il loro arrivo non si dimostra particolarmente prodigo, specie quando si tratta di pagare gli studi di Steffi che vorrebbe diventare medico (ma perché non possono andare a lavorare come tutte? Tanto si sa che le ragazze poi si sposano). Inoltre in Svezia, nonostante la neutralità ufficiale del governo, non mancano i simpatizzanti del nazismo e le due sorelle subiranno occasionalmente la loro parte di prepotenze e di emarginazione. 
Alla fine della guerra, una volta ritrovato il padre, per le due sorelle ci sarà una scelta da fare, inevitabilmente dolorosa: riunirsi a lui o restare con le loro nuove famiglie? (Da notare che il padre sarebbe disposto a stabilirsi in Svezia, ma lì la sua laurea non sarebbe riconosciuta e non potrebbe lavorare se non per curare "la sua gente"). E tra tante complicazioni alla fine la famiglia decide di riunirsi in America, dove potranno cominciare una nuova vita - la terza, per le ragazze, che per la seconda volta nella loro breve vita si ritrovano con le radici strappate. Proprio il tema delle radici strappate più volte e il senso di una provvisorietà senza scampo è quello che mi ha più colpito in questa Quadrilogia, che vale la pena di essere letta non solo per quel che racconta, ma anche per il molto che lascia sospeso tra le righe senza scriverlo, e che aiuta a capire il dramma dei sopravvissuti, anche dei sopravvissuti più fortunati, quelli che non hanno visto il peggio e hanno sofferto solo per la paura, il senso dell'abbandono e lo sradicamento culturale.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e offro il mio contributo per la Giornata della Memoria.

mercoledì 20 gennaio 2016

Life Skills Strikes Back - La gestione delle emozioni - 2 - Dalla parte degli alunni


Ordunque, venendo alle emozioni provate dai ragazzi a scuola, esse sono numerosissime e non basterebbe la pergamena ricavata da un gregge di pecore ad elencarle tutte. Cotali emozioni si riferiscono in parte alla loro vita scolastica, ma parecchio anche alla loro vita sociale e personale: i poverelli passano infatti almeno trenta ore alla settimana a scuola, più altre a fare i compiti o a scansare i compiti o a pensare ai compiti che non vogliono e non sanno fare (le due cose sono più collegate di quanto non si creda), e in più c'è il tempo per andare a scuola o per prepararsi per andare a scuola. A scuola inoltre, soprattutto a elementari e medie, si svolge gran parte della loro vita sociale e affettiva, che si allunga tramite telefono, visite, incontri vari e perenne permanenza sui social, ove gran parte di loro è saldamente impiantata dall'alba al tramonto e talvolta, ahimé, anche dal tramonto all'alba. Quel che succede in aule e corridoi dunque ha grandi ripercussioni nella loro vita quotidiana, e amplifica le emozioni da loro provate in cotal luogo, mentre quel che succede fuori si ripercuote spesso anche lì, in un complesso gioco di rimbalzo di cui ogni insegnante, per sua buona sorte, è solo assai parzialmente informato.
Da ciò consegue che i virtuosi tentativi di noi insegnanti per creare un ambiente sereno e giocosamente creativo all'interno del gruppo-classe sono influenzati da un infinità di fattori di cui siamo beatamente ignari e perciò talvolta destinati a fallire nonostante premesse all'apparenza assai positive oppure, al contrario, a riuscire clamorosamente laddove nemmeno ci eravamo accorti di aver tentato. E tutto ciò è cosa buona e giusta perché ogni giorno ci insegna i valori dell'umiltà, ci incita a coltivare tatto e diplomazia e ci aiuta a contenere i danni di un ego ipertrofico.

Detto questo, a scuola i ragazzi vanno principalmente per imparare e farsi valutare, e stante che in fondo al nostro cuore siamo tutti piuttosto convenzionali, quasi sempre i suddetti ragazzi preferiscono imparare molto con poco sforzo e riuscire benissimo riportando voti alti, e quando ciò non gli riesce le emozioni che ne ricavano sono soprattutto legate alla sfera dell'umiliazione, dell'incazzatura e dell'autodenigrazione. Perché quando ci dicono di ruotare un triangolo io non ho la più pallida idea di cosa ne viene fuori? Perché non riconosco un predicato verbale dopo sei mesi di analisi logica? Perché quando il mio compagno di banco disegna esagoni tutti sono soddisfatti e quando li disegno io l'insegnante sospira e mi spiega in tono frustrato che per disegnare un esagono prima di tutto devo fare una roba che abbia sei lati e non sette?
Naturalmente sarebbe molto comodo per tutti se, per divina illuminazione, il povero insegnante di turno fosse capace di riconoscere il momento esatto in cui la creaturina è inciampata nella difficoltà senza riuscire a rialzarsi - preso all'inizio, spesso il sassolino potrebbe essere agevolmente aggirato invece di crescere fino a diventare una montagna. Molto spesso invece una sfortunata serie di circostanze, spesso del tutto al di fuori del controllo di chi sta in cattedra, contribuisce a ingigantire la questione. E qui entrano in gioco una serie di fattori, spesso figli della Natura Matrigna: le reazioni dei compagni, per esempio (o degli stessi insegnanti), il carattere della creaturina, la sua tendenza a rassegnarsi (spesso ereditata col DNA dalla famiglia), il suo più o meno innato senso di inferiorità, il grado di suscettibilità che gli è stato assegnato dalla nascita o dalle circostanze, gli aiuti di cui dispone, il livello sociale e culturale della famiglia.
I fattori sono spesso collegati tra loro in un perverso groviglio: da un ragazzo che esce da una famiglia di spacciatori e alcolisti i compagni e le famiglie che conoscono la situazione si aspettano determinate reazioni, determinati comportamenti e comunque un basso rendimento scolastico (e questo si proietta spesso anche sugli insegnanti che vivono nel paese o nel quartiere che conoscono bene la situazione) - e ci sono ragazzi candidati al ruolo di buffoni e bulli della classe sin dal grembo materno. Una famiglia dove a scuola si è sempre vivacchiato sull'orlo del cinque e mezzo ad andar bene raramente scodella una creatura carica di ambizioni e determinazione che vede nell'otto il primo voto almeno vagamente accettabile. Una stirpe di persone ansiose e tendenti all'autocolpevolizzazione raramente produrrà un germoglio il cui motto di vita sarà "Io ci provo, e se non mi riesce ci riprovo finché non ci riesco!". Questi e molti altri fattori, tendenzialmente riconducibili all'autostima o meglio a una sua desolante assenza, portano spesso la creatura a rifugiarsi nell'apparentemente comoda scappatoia del "Non ci provo nemmeno" oppure "Faccio tanto kasino" che gli permette di ammantarsi dell'alibi "Non vado bene a scuola perché non studio e nemmeno ascolto le lezioni", che in realtà andrebbe etichettata come "Non studio e nemmeno ascolto le lezioni perché tanto non caverei un ragno dal buco".

E dunque come uscirne? Ma si capisce subito, è semplicissimo: basta che l'insegnante trovi il modo di incrementare l'autostima nel virgulto, e di convincere i suoi compagni che cotal virgulto possiede una squisita intelligenza degna di ogni stima e riguardo, indipendentemente dal fatto che i suoi abbiano spacciato o spaccino tuttora e che non gli riesca calcolare il volume di un cono ottenuto per rotazione.
Ora, sappiamo tutti che se un fanciulletto è carente di vitamine basta dargliele, ma come si fa a somministrargli buone dosi di autostima?
Ah, saperlo, saperlo!
Il povero insegnante si ritrova una furia scatenata in classe, spesso alimentata ad arte dai compagni che lo usano come parafulmine emotivo, graffiatoio o giullare di corte e di cui perdono il controllo spesso e volentieri, e per quanto il suddetto insegnante sia disponibilissimo a fare qualsiasi cosa, incluso ricorrere alla magia nera, pur di calmarlo e fare finalmente lezione in pace, non ha la minima idea di come incrementargli alcunché, anche perché spesso la furia in questione rifiuta qualsiasi cosa possa almeno vagamente somigliare ad un contatto (d'accordo, la maggior parte dei casi è meno drammatica, ma non necessariamente destinata a miglior esito scolastico).
Oppure il povero insegnante di cui sopra si ritrova una bella e brava e passivissima pianta, che dà alle lezioni più o meno lo stesso contributo emotivo e intellettivo di una piastrella da pavimento e ogni tanto fa qualcosa di non minimamente scolastico per non annoiarsi troppo, magari distraendo la classe - e, anche lì, non ha la minima idea di come incrementargli alcunché.
Molto più spesso l'insegnante si ritrova uno o più casi più blandamente ascrivibili a queste due categorie. In tutti i casi non ha la minima idea di come trasformare l'irrequieta o amebica creatura in un componente utile e attivo della classe; non solo, se i casi di cui sopra sono parecchi, il loro effetto sulla classe sarà moltiplicato. Ognuno di loro richiederebbe cure specifiche e un tempo particolare a loro dedicato (senza alcuna certezza di riuscita, tra l'altro) mentre le ore si ostinano ad essere composte di sessanta minuti e le classi talvolta sono molto, molto numerose. Inoltre l'insegnante di cui stiamo parlando non è necessariamente un fine diplomatico e anzi talvolta ha il tatto, il garbo e la delicatezza mostrati da un elefante di malumore in una cristalleria o da una tigre a digiuno da tre giorni lasciata libera in una conigliera - mica per cattiveria o per menefreghismo, semplicemente gli viene così. Un corso per raffinare la nostra rozza interiorità non ce lo fa nessuno (e probabilmente è un male, ma mi rendo conto che non sarebbe facile da organizzare).

L'empatia non sempre è il mio forte, in diplomazia non avrei mai fatto carriera, con gran fatica ho imparato l'unico modo in cui una persona col mio carattere può evitare le gaffe più appariscenti, ovvero evitare di parlare. Comunque anch'io ho il mio vissuto, e come tutti noi lo utilizzo quando insegno - e nel mio vissuto ci sono molti gatti, adorabili creature spesso assai provviste di autostima.
Cosa si fa quando ti arriva in casa un gatto spelacchiato, denutrito, cisposo, rognoso, tremolante, scontroso e con gravi carenze affettive?
D'accordo, gli si dà da mangiare. Poi si porta dal veterinario. Gli si danno le medicine, con tanta pazienza. Gli si passa un asciugamano di carta umido sul pelo sporco. 
Poi gli si dice che è bello, tanto bello, il più bel gatto che avete mai visto, e ci si sdilinquisce per la sua estrema bellezza qualsiasi cosa faccia e qualsiasi cosa sporchi.
Purché il veterinario abbia azzeccato le medicine giuste, il gatto diventerà effettivamente di una bellezza stellare e sarà consapevolissimo di esserlo e se ne compiacerà assai. Non è detto che diventerà affettuoso, ma sarà bello e soddisfatto di sé.
Parto sempre da due principi base: i miei alunni sono di rara intelligenza, e di estrema simpatia. Dopo pochi giorni li amo appassionatamente e senza ritegno. Li copro di complimenti sinceri. Cado in estasi davanti alle loro numerose virtù. E cerco di tenerli sempre occupati in classe perché, come diceva (pare) Gerolamo "occorre sempre fare qualcosa, acciocché il diavolo non ci sorprenda oziosi".

Temperatura emotiva bassa in classe, molto lavoro e un insegnante che mostra di apprezzarvi perché siete così incredibilmente e meravigliosamente ganzi.

Funziona?
Non sempre, ma spesso qualche effetto buono lo produce.
Quanto meno, non fa danni.
In pratica: gestisco le emozioni della classe estranee alla lezione sbattendole fuori dalla porta a calci. Concentratevi sui pronomi e dimenticatevi per un po' di voi stessi se non per ricordarvi che siete assai ganzi.

(No, non sempre ci riesco. Figurarsi).

lunedì 11 gennaio 2016

We can beat them, forever and ever


Tra tanti modi possibili, Bowie entrò nella mia vita come alieno e come attore. Era il 1976, credo inizio d'estate, e i miei mi portarono a vedere L'uomo che cadde sulla terra, film di fantascienza che narra la tristissima storia di un alieno che arriva sulla Terra per costruire un astronave che porti lì in salvo i pochi abitanti del suo pianeta sopravvissuti a orrende catastrofi - e tra questi pochi ci sono sua moglie e i loro due figli*. Gli andrà malissimo, e invecchierà solo e disperato sulla Terra, ma senza odiare nessuno.
Il film non era affatto il mio genere, oh no tessoro, ma mi rimase assai impresso - e Bowie, naturalmente, era un alieno perfetto.
Qualche giorno dopo scoprii da un trafiletto del giornale che Bowie, che era anche un musicista rock, aveva aperto una causa col regista che aveva rifiutato la colonna sonora che gli aveva scritto. Io comunque come musicista non lo conoscevo, e sospetto che alla radio non lo passassero molto.
Un anno dopo lo rividi alla trasmissione Odeon, dove presentavano da Berlino il suo nuovo disco, Heroes, e la canzone omonima. Non ricordavo il suo nome, ma lo riconobbi subito, la canzone mi affascinò (ci avevano messo anche i sottotitoli, mi sembra) e qualche giorno dopo entrai in negozio e mi comprai l'intero LP; nonostante Heroes fosse una canzone molto orecchiabile il resto del disco era decisamente ostico per le mie giovani orecchie, ma lo ascoltai con grande pazienza e devozione fino a digerirlo.
Nel frattempo alla radio diventò una presenza abituale, vecchie e nuove canzoni. Così Bowie diventò parte integrante del mio panorama e alla fine degli anni 80 andai perfino a vederlo e sentirlo dal vivo, alla sua prima apparizione in Italia - serata davvero memorabile, con uno stadio di Firenze pieno zeppo e un concerto tutt'altro che leggero.
In quegli anni era assolutamente d'obbligo trovarlo bellissimo, ed era un imperativo cui mi sottomisi senza alcuno sforzo; ma oltre che bello e molto bravo l'ho sempre trovato estremamente importante, una delle presenze di massimo rilievo della mia epoca.

Stamani ho scoperto che era morto, a 69 anni appena compiuti - una coltellata che mi ha lasciato fuori fase per tutto il giorno.
Ma non fa differenza: morto o vivo, il Duca Bianco resta comunque importante, non soltanto perché era un ottimo attore e un musicista di gran calibro, ma perché era ed è comunque lui. 
Ed era, fra le molte altre cose, un cantante strepitoso, da solo o in compagnia.

*perché dovrebbero costruire l'astronave sulla terra e non a casa loro, dove hanno un eccellente tecnologia? Perché hanno la tecnologia, ma hanno finito il carburante.

venerdì 8 gennaio 2016

Mio figlio è un fenomeno. Amorevoli disastri dei genitori nello sport giovanile - Fabio Benaglia

Il libro che presento questa settimana mi è passato tra le mani per puro caso: quando ho portato la mia prima in visita turistica alla biblioteca di St. Mary Mead la bibliotecaria, che dispone tra l'altro di una bella voce e legge meravigliosamente bene, ha offerto qualche assaggio da tre libri; uno era questo.
Visto l'interesse che ha suscitato nei ragazzi l'ho preso in prestito e, oltre a leggerlo per conto mio, ne ho anche letti vari passi in classe. 
Si è rivelata un esperienza a doppio taglio perché, se da una parte la classe ascoltava con grande attenzione, subito dopo e senza alcuna necessità di incoraggiamenti da parte mia partiva una lunga discussione condita di aneddoti personali e zittirli per poi passare alla consueta lezione di grammatica non era affare di poco conto. D'altra parte sono state discussioni piuttosto interessanti e ho imparato molte cose su di loro senza dovermi scomodare a fare domande personali o altro. 

E' un saggio sul rapporto dei ragazzi con lo sport e, soprattutto, sui rapporti delle famiglie con lo sport praticato dai loro figli. Non è necessariamente indirizzato ai ragazzi e qualsiasi adulto che abbia a che fare con dei giovinetti troverà la lettura molto utile. In effetti si parla di sport, ma il problema del genitore convinto di avere un fenomeno per figlio è purtroppo vecchio come il tempo e spazia per molti campi, dalla musica classica al mondo dello spettacolo. In questi anni però le attenzioni genitoriali puntano soprattutto verso lo sport - o meglio, i genitori delle fasce medio-basse hanno scoperto lo sport dei figli come possibilità di ascesa sociale, laddove un tempo si preferiva indirizzarsi verso campi più colti, come la musica o la danza classica, e il fenomeno riguardava in prevalenza fasce sociali più alte.

Si parla insomma di quel fenomeno ormai relativamente comune per cui una partita tra due squadre delle medie può finire, con grande confusione e imbarazzo dei giovani giocatori, in una rissa ben condita di insulti tra genitori, non necessariamente delle due squadre avversarie, o in aggressioni vere e proprie verso l'arbitro e gli allenatori, accusati di non aver arbitrato correttamente o di non aver valorizzato nel modo giusto i pregiati fanciulli affidati alle loro mani.
Le risse tra genitori sono, naturalmente, solo la punta di un inquietante iceberg con cui ogni insegnante si ritrova prima o poi a battere le corna: ragazzi e ragazze sottoposti ad intensi allenamenti troppi giorni alla settimana, che tornano a casa tardi la sera dopo partite, trasferte e allenamenti, che vanno scarrozzati su e più per tutta la regione e assai raramente trovano il tempo e l'agio per studiare almeno lo stretto indispensabile o anche per frequentare la scuola con una certa regolarità e che le famiglie evitano con cura di riportare con i piedi per terra, estirpando anzi con decisione quei barlumi di buon senso di cui il giovanetto o la giovinetta possono essere ancora provvisti - insomma la terribile sindrome del "ho un campione in casa", che copre un ampio spettro di possibilità che vanno dai genitori che si aspettano una carriera strepitosa escludendo a priori qualsiasi altra possibilità a quelli che, semplicemente, spingono troppo oltre l'onesto e legittimo tifo con cui ogni genitore appoggia i giovani sportivi di casa.

In 125 pagine scarse il libro, che si basa su un ampio lavoro di interviste a genitori, allenatori, dirigenti sportivi, tecnici e giornalisti descrive il punto di vista delle famiglie, delle società dilettanti e professioniste e dei loro cauti tentativi di arginare il genitoriale entusiasmo (e talvolta, ahimé, la genitoriale follia) con una ricca aneddotica quasi sempre rigorosamente anonima. Il lavoro è infarcito di gustose scenette dall'aria assai autentica ed è di lettura scorrevole anche per un lettore molto giovane.
La prefazione è di Maurizio Viroli, le note di Dionigio Dionigi e l'editore è Il Ponte Vecchio, di Cesena. Il prezzo è di 11 euro.
Molto consigliato anche per le biblioteche scolastiche.

Con questo post ritorno finalmente, Telecom permettendo, a partecipare al Venerdì del Libro di Homamademamma dopo un assenza del tutto indipendente dalla mia volontà e auguro felici letture a tutti quelli che passano di qua.