Il mio blog preferito

martedì 13 agosto 2013

Di ministri, di scimmie, di banane e infine di bibliotecari

Com'è noto, il razzismo può risultare pericoloso anche per chi lo pratica...

In Aprile, dopo lunghi patimenti e inenarrabili mal di denti, venne infine formato un governo di larghe intese, come già narrato a suo tempo. In questo governo, tuttora in carica, è stata arruolata anche Kashetu Kyenge (detta Cécile) in qualità di ministro dell'integrazione. La signora in questione è nata in Congo ma è cittadina italiana da vent'anni avendo sposato un italiano, e da diversi anni si occupa di diritti dei migranti. Il fatto che avesse la pelle nera contribuiva a dare un tocco, come dire, di colore ad un governo destinato ad una vita piuttosto travagliata, ma onestamente mi era sembrato abbastanza secondario - una nota in più al variegato panorama di ministri che abbiamo avuto in quasi sessant'anni di repubblica. Si è rivelato invece piuttosto importante, e ha dato la stura ad una serie di commenti quanto meno irriguardosi da parte di molte persone che da questo dettaglio sono rimasti letteralmente sconvolti.

All'inizio dell'estate l'ex ministro Calderoli, a tutt'oggi vicepresidente del Senato, in un discorso alla festa del suo partito osservò «Quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare alle sembianze di un orango». Non era la prima dichiarazione un po' surreale ispirata dal ministro in questione (e del resto Calderoli non è nuovo a sortite abbastanza surreali) ma smosse parecchio l'opinione pubblica e sortì richiami financo nelle più alte sfere delle istituzioni. Calderoli finì per fare scuse pubbliche e professare gran pentimento, ma il suo filone di pensiero venne validamente integrato e incrementato dai suoi compagni di partito con una serie di commenti e comportamenti sempre più surreali che hanno incluso, tra l'altro, il lancio di banane sul palco dove il ministro parlava (bollato dalla Kyenge come "un deplorevole spreco di buon cibo") e l'auspicio di veder rinchiusa il ministro in questione in qualche luogo isolato con... vabbe', sorvoliamo, è tardi e devo ancora pranzare.


Ora, non c'è dubbio che chiunque guardi il ministro Kyenge (o qualsivoglia altro essere vivente o manufatto o entità) possa pensare a quel che cavolo gli pare: a una barca a vela, a un paesaggio dei tropici al tramonto, a un gatto certosino, a una formica del miele o a un ornitorinco, nonché ad un orango - quel che vuole, insomma: pensare non è un reato. Tuttavia se Calderoli l'avesse paragonata a una barca a vela, è assai probabile che le polemiche sarebbero state ben contenute, e probabilmente limitate solo allo stato di salute mentale del vicepresidente del Senato in questione, o alla stranezza delle libere associazioni del pensiero. Il paragone con l'orango invece ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, di indignazione, di dichiarazioni più o meno sensate con relative discussioni filosofiche al seguito - e questo perché dietro agli oranghi improvvisamente evocati dal senatore Calderoli si intravede una vera folla di fantasmi, uno più sgradevole dell'altro: le adunate biancovestite del Ku-Klux-Klan con le torce accese per dare fuoco alle case dei neri, le navi negriere che solcavano gli oceani, neri sorvegliati con frusta e cani feroci mentre raccolgono il cotone per i loro padroni, neri segregati in appositi quartieri, neri maltratttati, oppressi, umiliati e soprattutto sfruttati fino all'osso. E, sullo sfondo, il fantasma più inquietante di tutti: torme di scienziati, antropologi, teologi, politici, filosofi e studiosi vari che spiegano nei dettagli perché i neri sono una razza inferiore.


Perché lo sono, è cosa nota. Non è colpa loro, poverelli: non sono necessariamente cattivi, anzi, molti sono fanciullescamente innocenti, eterni bambini prontissimi a sottomettersi all'amorevole e accorta guida di un bianco, che grazie al loro istinto non turbato dai falsi messaggi della civiltà riconoscono come assai superiore a loro (anche se inquinato dai falsi messaggi e privo della fiduciosa innocenza bla bla di cui sopra). Sveglia al collo, ossicino tra i capelli, un bel sorriso amichevole con denti bianchissimi che lampeggiano su fondo scuro ed ecco il buon selvaggio, eterno bambino in cerca di... ebbene sì, di un padrone. Che nella sua benevolenza gli metta un bel collare con guinzaglio.

Ma possono essere anche cattivi, tanto tanto cattivi, ancorati ad un fondo animale che non gli ha mai permesso di fare il salto di qualità che han fatto i bianchi: vivono in balia dei loro perfidi istinti che non riescono mai a disciplinare, a stretto contatto con le forze infernali. Prepotenza, violenza, malvagità allo stato puro e lussuria sfrenata (favorita da membri virili di dimensioni XXL). Occhi iniettati di sangue, ruggiti inarticolati, furia incontenibile. Ti sbraneranno a mani nude, col solo aiuto dei loro denti, e l'unico modo per salvarsi e salvarli dai loro indomabili istinti malvagi sono la frusta, e il cane feroce a sorvegliarli. E' nostro dovere sorvegliarli e domarli perché noi bianchi siamo uomini, e a noi è stata affidata la custodia del creato - e tutte le bestie sono a noi sottomesse per volontà divina.

Che siano buoni o cattivi, comunque, per i negri l'evoluzione si è fermata un (bel) po' prima che per i bianchi. Sono rimasti un po' scimmie, come si evince dai loro lineamenti scimmieschi. Non proprio uomini, perché non hanno completato il passaggio. Scimmie, appunto. Dove la scimmia è vista non tanto come rispettabile scimmia, quanto come "uomo incompleto" (e lì i bianchi si salvano solo perché nessuna specie scimmiesca ha inventato gli avvocati e il reato di danno all'immagine).


Noi bianchi invece... eccoci qui, indubbiamente più belli, più intelligenti, più evoluti e più virtuosi, anche se forse un po' meno innocenti di loro - ma certamente assai meno feroci, e incomparabilmente superiori. Dio ci aveva dato il diritto di disporre di loro a nostro piacimento. La loro forza e la loro innata sottomissione ci tornavano utili, perché di fatto, con collare o con frusta, erano eccellenti macchine da lavoro. E poi potevamo portargli la civiltà, ad esempio insegnandogli l'arte di estrarre l'oro dalle miniere, per poi portarci via l'oro... ma sto divagando.

Ad ogni modo non c'è dubbio che dietro entrambe le teorie - quella del buon selvaggio che andava civilizzato per il suo bene, e quella del cattivo selvaggio che andava civilizzato per il suo bene anche se sembrava un'impresa ai limiti dell'impossibile, c'era prima di tutto una grandissima convenienza economica. Scienziati, filosofi, teologi e politici bianchi avevano senza dubbio tutto l'interesse ad appoggiare questa corrente di pensiero, e infatti la appoggiarono.
Dall'Africa arrivarono uomini, ovvero un'infinità di forza-lavoro a basso prezzo e un sacco di materie prime pagate pochissimo. In cambio noi bianchi portavamo la civiltà ai negri, del che Dio ci avrebbe certamente reso merito.

Tutto ciò riguarderebbe solo in piccola parte gli italiani se non fosse che, all'ultimo momento utile, nel secolo scorso Mussolini non avesse deciso di portare la civiltà e il progresso in uno dei pochi angoletti d'Africa che fino a quel momento se l'era scampata (anche perché di civiltà intesa alla maniera europea non era nemmeno del tutto privo).  E ci riuscì, con enorme dispendio di soldi e di energie, per tacere delle vite umane e dei danni all'ambiente. L'intera operazione, risultata fallimentare sotto tutti gli aspetti, ebbe anche il vantaggio extra di contribuire all'approvazione delle leggi razziali e di fornire la nostra bella lingua di tutta una serie di simpatiche espressioni dedicate ai graziosi animaletti che abitavano la nostra bella, costosa e del tutto inutile colonia. 


Per molti bianchi ricordare i tempi in cui i buoni selvaggi avevano la sveglia al collo e i cattivi selvaggi violentavano le donne bianche senza un perché appena scioglievi la catena è causa di profondi sensi di colpa e vergogna indicibile. Per molti altri bianchi gli stessi ricordi sono causa di profondo e struggente rimpianto (tutta quella forza-lavoro e quella buona merce a buon prezzo...) e di sorda collera (ma come si son permessi di emanciparsi, queste carogne? E pretendono perfino di venire da noi e fare i ministri, manco fossero esseri umani a tutti gli effetti. Inconcepibile!). 

L'atteggiamento che dovrebbe venirci spontaneo, ovvero una serena indifferenza alla questione - è ancora piuttosto raro: rancore e senso di colpa sono duri a sciogliersi, peggio dei nodi del cuore. E dunque davanti alla (stupida) dichiarazione del senatore Calderoli gli italiani hanno squittito e schioccato le code e vibrato di indignazione e solidarizzato a gran voce con il ministro Kyenge, oppure hanno riso e rincarato la dose e infiorato vieppiù il paragone ministerial-scimmiesco.
Le reazioni di gran lunga più equilibrate le abbiamo avute dal ministro Kyenge (mancando costei, comprensibilmente, di un particolare retroterra legato ai sensi di colpa verso i neri o al rimpianto di non poterli più sfruttare) e dagli orango, che si sono ben guardati dall'intervenire nella questione dimostrando con ciò che, evoluti o meno, madre natura gli ha elargito gran copia di buon senso.

E i bibliotecari? Per un lettore di Pratchett i bibliotecari c'entrano, eccome. 

Infatti nel Mondo Disco il bibliotecario dell'Università Magica di Ankh-Morpork si ritrova, nel corso del romanzo  La luce fantastica a subire un'evoluzione, diciamo così, rovesciata ma assai conveniente, quando l'effetto collaterale di un incantesimo molto potente lo trasforma da essere umano in orango. Molto contento di disporre di un paio di mani prensili supplementari e di arrampicarsi assai più agevolmente tra gli scaffali, costui si guarda bene dal cercare di tornare umano e trascorre con palese soddisfazione i suoi giorni da orango continuando con successo il suo lavoro, mangiando banane e partecipando con profitto a vari altri romanzi del ciclo. La sua conversazione, per quanto un po' limitata, risulta tuttavia del tutto comprensibile ad ascoltatori attenti. E' probabile che il suo commento su questa insolita (si spera, ma senza troppa fiducia) vicenda della politica italiana sarebbe stato "Eeek!".
E come non essere d'accordo con lui?

*quale probabilmente il senatore Calderoli non è

venerdì 9 agosto 2013

Kerstin Gier - Blue Red Green (la trilogia delle gemme)






















L'autrice è tedesca e i libri sono usciti tra il 2010 e il 2011 arrivando in Italia poco tempo dopo. Rientrano nel filone della letteratura per Giovani Adulti. Si tratta di letteratura fantastica, ma non mi attento a cercare di capire se fantasy, fantascienza, fantastoria o cos'altro. E' stato già recensito come minimo due volte per i Venerdì del Libro ma ho trovato un solo link, e ciò mi ha molto frustrata. Se qualcuno che passa da qui si ricorda di averlo recensito, mi avvisi e provvederò.

La Trilogia delle gemme è una cosiddetta trilogia editoriale, nel senso che i tre volumi sono in realtà un unico romanzo, ambientato nella Londra contemporanea, con l'azione concentrata in una ventina di giorni e di una lunghezza complessiva equivalente all'incirca all'Ordine della Fenice ma che l'editore ha preferito pubblicare in tre volumi, stampati con un bel font largo e con ampio sfoggio di pagine bianche (l'editore tedesco, intendo. Gli editori degli altri paesi si sono adattati). Per questo motivo il mio personale consiglio è procurarsi tutti e tre i libri prima di avviare la lettura, perché la storia scorre via molto velocemente e si finisce senza problemi in un fine settimana o in un raffreddore, oppure con tre-quattro serate lunghe.


La protagonista della storia è Gwendolyn, una ragazza all'apparenza normale in tutto e per tutto salvo il piccolo particolare che vede (e conversa con) fantasmi che nessun altro intorno a lei percepisce. Conduce una normale e dignitosa vita scolastica e sociale e fa parte del settore "normale" di 
una famiglia con ascendenze aristocratiche dove ogni tanto nasce qualche viaggiatore nel tempo. Da secoli ormai i viaggi nel tempo sono gestiti da una Potente Associazione Segreta che custodisce un Grande Segreto Molto Importante Per l'Umanità. Molto segreto, naturalmente.
L'Associazione, che tutti in famiglia prendono terribilmente sul serio, ha sempre costituito un elemento accessorio nella vita della ragazza fino al giorno in cui scopre con estremo stupore che la viaggiatrice nel tempo della sua generazione è lei e non  la sua cugina, a questo scopo allevata e addestrata sin dalla più tenera infanzia, e che l'Associazione ha un'infinità di progetti a lei strettamente collegati ma di cui nessuno è disposto a spiegarle alcunché.
In effetti il tema conduttore della trilogia è la deplorevole tendenza degli adulti di cercare di fregare le nuove generazioni raccontandogli un sacco di balle accompagnate dal vecchio adagio "fidati di noi che sappiamo quel che va saputo e conosciamo quel che è meglio per te".
L'indottrinamento ha funzionato molto bene con i due Prescelti, Gideon e Charlotte, allevati come Prescelti, cresciuti come Prescelti e condizionati come solo un Bravo Prescelto può essere. L'arrivo di Gwendolyn, cresciuta nel mondo normale e che non ha subito quel progressivo lavaggio del cervello, spezza improvvisamente il cerchio incantato: le risposte che fino a quel momento sono sempre bastate, improvvisamente mostrano dei vuoti logici, le nuove risposte che gli adulti, messi alle strette, sono costretti a tentare, funzionano peggio che mai. Quando poi le risposte vengono del tutto a mancare, Gwen comincia a cercare di riempire i vuoti, con l'aiuto dell'amica del cuore Leslie, che pur non disponendo di una sola briciola di poteri paranormali ha un cervello aperto, flessibile e ben funzionante, oltre a una discreta  capacità nel destreggiarsi con i motori di ricerca. Gideon, che inizialmente è immerso fino al collo nel suo ruolo di primo della classe, dopo qualche incidente comincia a sentir serpeggiare una punta di diffidenza nel suo fiducioso cuoricino e, dopo ben più di un'iniziale resistenza imbevuta di pregiudizi finisce per abbracciare il punto di vista di Gwendolyn (nonché la stessa Gwendolyn, che apprezza  molto). Nonostante la situazione si presenti decisamente confusa, i due innamorati verranno a capo dell'Importantissimo Segreto e dei vari enigmi legati all'Associazione, e agiranno nel modo più opportuno.

Il romanzo travestito da trilogia ha dei pregi e dei difetti. Tra i pregi possiamo senz'altro annoverare un gruppo di personaggi simpatici (di solito più sono giovani e più sono simpatici, ma ci sono anche alcune eccezioni da una parte come dall'altra, ad esempio un impertinente fantasma di demone plurisecolare) tra i quali spicca Leslie, l'amica del cuore, che gioca un ruolo non indifferente nella trama e si mostra molto più capace della protagonista di tirare i vari fili della storia. Il rapporto tra le due, e in particolare i dialoghi decisamente brillanti, risulta molto più autentico di quanto accada di solito e con un bello spessore: le due ragazze parlano in modo frivolo ma non superficiale e, come direbbe Jane Austen, giudicano rettamente in merito alle questioni essenziali. 
Leslie è molto importante proprio perché costituisce un osservatore "esterno" rispetto alla vicenda, senza essere deviata da altri sentimenti oltre all'affetto per Gwendolyn. Sotto questo aspetto Gideon è molto meno affidabile perché combattuto tra lealtà, amore, senso del dovere, condizionamenti vari, pregiudizi e un'infinità di altri fattori che per molto tempo gli rendono praticamente impossibile capire da che parte deve o può stare.
L'ambiente scolastico è descritto con una certa accuratezza e le meccaniche (perverse) di famiglia sono piuttosto ben delineate. Anche i molti vestiti necessari per i viaggi nel tempo programmati fanno bene la loro parte e riempiono a dovere le pagine, con tanto di commenti assai condivisibili sui loro pregi e difetti.

I difetti sono principalmente due, e partirò dal più leggero. Sarebbe vano negare che la vicenda risulta un po' confusa: molti personaggi passano il loro tempo a spiegare a Gwendolyn che lei non ha diritto a sapere questo e quest'altro, e questo fa parte della trama, però una sforbiciatina a questi dialoghi, soprattutto nei punti dove avvengono effettivamente delle rivelazioni, aiuterebbe parecchio il lettore a capire di cosa si sta parlando. Alla fine il quadro risulta un po' approssimativo, e ci sono anche diverse domande rimaste senza risposta, e alcune fanno parte della categoria "Perché i Veghiani si ostinano ad attaccare con un mostro per volta invece di mandarne una quindicina e sconfiggere Goldrake"? Sappiamo tutti che i Veghiani, come l'autrice, si comportano così perché altrimenti la storia finirebbe troppo presto o non andrebbe avanti, ma... il meccanismo non dovrebbe essere così scoperto.
Il secondo punto è più serio, e riguarda la questione dei viaggi nel tempo. L'argomento viene trattato in modo troppo approssimativo e superficiale. Ormai da molti anni nei romanzi la gente viaggia nel tempo, e sono andati stabilendosi alcuni principi cardine da cui è importante che i ragazzi non si lascino deviare (ad esempio la regola che impone a chi viaggia nel tempo di non alterare il passato, pena conseguenze disastrose sul presente che il viaggiatore sta vivendo, quando non sul presente dell'intera umanità). Il passato non è un campo di cocomeri dove le nuove generazioni possano scorazzare a loro piacimento, salvando innocenti e punendo malvagi; del passato occorre avere rispetto e ad esso ci si deve accostare con giusto timore. Libri di questo tipo, pur essendo certamente concepiti come pura narrativa di evasone, rischiano di dare alle nuove generazioni delle idee del tutto sbagliate su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato fare mentre si viaggia nel tempo, e questo può portare a gravi conseguenze quando questi giovani lettori si troveranno alle prese con i loro primi sbalzi temporali. A questo proposito sarebbe forse opportuno  istituire un'apposita cabina di regia da cui la letteratura sui salti nel tempo possa essere accuratamente controllata prima di andare in stampa, onde evitare incresciosi inconvenienti che intervengono sempre, laddove la licenza non è temperata dalla giusta fermezza.

Con questo post partecipo qui e adesso ai Venerdì del Libro di Homemademamma, e auguro a tutti vacanze adeguatamente allungate da opportune distorsioni temporali, che lascino il tempo anche per lunghe e piacevoli letture.

giovedì 8 agosto 2013

I miei insegnanti - La prof. Simona Legree

Uno studente supplica invano la prof. Legree per avere una piccola dilazione per i compiti. 
 Sullo sfondo il cotone, che si sforza di essere il più produttivo possibile nella speranza di evitare le sferzate

Per la legge del contrappasso, dopo il prof. Blasio arrivò la prof. Legree. All'epoca costei faceva ancora le supplenze annuali, ma si era già conquistata una certa reputazione. Neanche a farlo apposta, la sua cattedra era a metà con il blasonato liceo scientifico dove andavano le mie amiche, così potemmo rimbalzarci pettegolezzi e voci di corridoio.
Costei era terribile. Una vera negriera. Avrebbe perfino messo alla frusta i semi del cotone, per farli produrre di più. Ed era strettissima di voti.
Beh, diciamo che non regalava niente. E che si era ritrovata con una classe all'ultimo anno che il grande e leggendario prof. Blasio aveva lasciato nelle secche della letteratura del Seicento. Era una fedele adepta della critica marxista, ma comunque qualsiasi scuola critica dà per scontato che  per studiare l'Ottocento e il Novecento ci voglia una certa consapevolezza di quel che era andato maturando nella seconda metà del Settecento, né le accorte lezioni di storia del prof. Ruf   riuscivano a soccorrerci a tal riguardo, quand'anche avessimo tentato di ascoltarle. Ora che ci penso, nelle prime settimane la Legree tentò effettivamente degli agganci introdotti dalla celebre frase "come avete fatto a storia", ma col  tempo perse l'abitudine e si rassegnò a darci un po' di coordinate storiche che ci permettessero di seguire le sue argomentazioni.

Il primo impatto fu drammatico per tutti. Lei, quando scoprì dove eravamo arrivati col programma, sbiancò e mormorò un flebile "Non è possibile" (e ricordo di averla trovata davvero un po' esagerata, pur comprendendo il suo punto di vista: e la miseria, era un programma di Italiano, non una questione di vita o di morte. Saremmo sopravvissuti tutti quanti, giusto?). 
Noi, alla consegna del primo tema, guardammo con orrore quei voti così mirabilmente bassi, e in molti casi addirittura insufficienti e ci domandammo quale sarebbe stata la nostra infelice sorte (anche lì, forte di un qualcosa intorno al sette che era comunque uno dei cinque voti più alti della classe, ricordo di aver trovato un po' eccessivo il gran lamentare che si faceva intorno a me: e la miseria, un periodo di adattamento ci voleva sempre, al cambio di un insegnante, giusto?).
Quell'anno la classe desiderava assai vibrare e tremare ed entrare in ansia: perché a Giugno ci aspettava nientemeno che la Maturità, terribile mostro a sette teste (che nel caso del liceo classico era una tigre di carta, perché passavano tutti) dove tutti noi saremmo stati impallinati senza pietà come quaglie alla riapertura della caccia. Tragedia, tragedia, terribile tragedia! E in qualche modo la nostra ansia veniva probabilmente anche dalla prof. Legree, vuoi che temesse di non essere all'altezza dell'immane compito di darci una preparazione adeguata, vuoi che, pur essendo un'ottima insegnante, tendesse comunque a drammatizzare un po' le cose.

La frusta schioccò sulle nostre teste e tutti noi chinammo il capo e cominciammo a studiare furiosamente. Appunti, appunti e ancora appunti. Tonnellate di appunti riempirono i nostri quaderni. Dopo un mese eravamo tutti esperti Settecentisti e si partì col programma vero e proprio - un programma un po' aggiornato, perché nel nostro arcaico Salinari mancavano diversi autori a quanto pareva imprescindibili - ad esempio Porta, Baudelaire, Verlaine - nonché testi imprescindibili - ad esempio l'introduzione al Didimo Chierico di Foscolo, che in verità non ci sembrò poi così imperdibile, e quella del Ritratto di Dorian Gray di Wilde, che in effetti mi convinse molto di più. E Germinal, che in molti lessero (ma io no, per una volta: perché avevo già preso in mano una volta un romanzo di Zola, e mi ero resa conto che non era pane per i miei denti). Fotocopie, fotocopie e ancora fotocopie, non solo di testi ma anche di saggi critici. Gramsci a colazione, pranzo e cena. Auerbach, Fubini, Spitzer. L'erlebte rede di Verga, col suo coro di parlanti popolari semireale, l'interpretazione figurale di Dante e l'onnipresente intellettuale organico, che invece di suonare l'organetto alle feste di paese o all'angolo di strada aiutava a prendere coscienza di sé la classe sociale che rappresentava. Croce per diritto e per rovescio (no, non il punto da ricamo, bensì il celebre critico e filosofo) e una barcata di altra gente. Arrivammo a Pirandello, un po' stremati, più dieci canti di Dante spiegati in modo davvero mirabile.

Studiammo tutti, con devozione e con accanimento, in qualche caso (per esempio io, ma non solo) anche con una certa passione. Non ho mai preso molto sul serio la critica letteraria, ma con lei per la prima e unica volta ebbi l'impressione  che forse non era solo un'esasperante serie di seghe mentali, ma poteva perfino servire a capire meglio un testo. La scintilla del Grande Amore comunque non scoccò mai, con nessuno, per quel che ne so.
Era all'apparenza piuttosto fredda, in cattedra - dico all'apparenza perché mi sembra che mettesse molta passione nel suo lavoro: in fondo ci fece un bel po' di ore in più aggratis, e una valanga di interrogazioni fuori classe, né si risparmiò mai in alcun modo; ma in classe, quando c'era lei, la temperatura emotiva era decisamente fredda. Era bassa di voti ed esigente e correttissima come la prof. Della Gherardesca, era elegante come lei, come lei non si allargava e non si intrometteva, ma certo con la prof. Legree non si stabilì mai nemmeno un'ombra di quella confidenza o di quella complicità che in un anno di stretta convivenza sono quasi inevitabili. Ad ogni modo io ne ho conservato un buon ricordo, perché quel che diceva mi interessava, e anche quando non mi interessava mi dava l'impressione che un giorno, in futuro, avrebbe potuto interessarmi e quindi lo ascoltavo comunque con attenzione.

Anche qui c'è un epilogo a sorpresa. Qualche anno fa mi telefonò Sary, annunciandomi che un nostro compagno di classe aveva iscritto sua figlia al nostro liceo, e lo aveva fatto al solo scopo di assicurargli la Legree come insegnante.
"Boh, è una scelta come tante" commentai "Era senz'altro una brava insegnante, però, dopo trent'anni non so se..."
"Sì, ma tu non la odiavi" ribatté Sary "E non cambiavi marciapiede quando la vedevi per non salutarla".
"Non penso proprio che l'avrei fatto" ammisi "Anche se in effetti non l'ho mai incontrata. Ma di sicuro non la odiavo, anzi ne ho un buon ricordo".
"Per l'appunto. Lui invece la odiava".
Il cuore umano è, invero, un curioso guazzabuglio - né, in effetti, il nostro comune compagno di classe ci è mai sembrato una persona particolarmente notevole per buon senso. Ma, se mai qualcuno dei miei alunni mi ha odiato o mi odierà, spero caldamente che si astenga dal mandarmi qualche suo figlio a scuola apposta perché mi abbia per insegnante. Lo troverei piuttosto inquietante, ecco.

lunedì 5 agosto 2013

I miei insegnanti - Il prof. Blasio

Il prof. Blasio, qui ritratto mentre preparava le sue lezioni

Sulla carta era uno dei Grandi Nomi del nostro glorioso Liceo, nonché uno dei motivi di vanto della nostra gloriosa sezione. Era in effetti un nome di un certo peso, e non solo a livello cittadino. Molti suoi alunni lo hanno indicato come il loro insegnante di riferimento, e quando è morto ne hanno lodato senza mezze misure la preparazione, la grande cultura, la competenza ma anche e soprattutto quella capacità di rendere viva la materia e di appassionare le scolaresche scolpendo nelle loro tenere menti non solo versi e brani e analisi critiche, ma anche e soprattutto parametri di giudizio e coordinate culturali. E pare fosse anche un'ottima compagnia nelle escursioni fuori scuola che a volte organizzava. 

"Eh, adesso che siete al liceo avrete il prof. Blasio" - ci dicevano i nostri colleghi dell'ultimo anno "Vedrete, vedrete le meraviglie". E sembrava quasi che ce lo invidiassero, il grande privilegio di riaverlo al primo anno del triennio.


A noi non fece né caldo né freddo. E siamo ancora qui a domandarci che cosa ci avessero trovato, di tanto mirabolante, gli altri.


E' chiaro che il prof. Blasio per noi è stato un'occasione persa, ma come abbiamo fatto a perderla non l'ho ancora capito. Certo non per colpa di pregiudizi, perché se mai su di lui ne avevamo, erano a suo favore.

Ma non funzionò sin dalle primissime lezioni.

In cuor mio ho sempre coltivato la personalissima teoria che alla base ci fosse prima di tutto un problema di genere; eravamo infatti verso la fine degli anni '70, cioè in quegli anni in cui la gran parte del genere maschile* scoprì che quasi tutto quel che pensava e diceva sulle donne era sbagliato. In molti si sforzarono di rimediare a quest'increscioso stato di cose, ma per alcuni disincagliarsi da vecchie pastoie si rivelò piuttosto difficile se non impossibile.

In classe eravamo 21 ragazze e buona parte dei 7 ragazzi erano stati fin dall'inizio espulsi all'esterno del gruppo per manifesta inadeguatezza. Inoltre, specie dopo due anni di ginnasio in cui la De Divinis ci aveva fatto da maestra unica, il concetto che la conoscenza si trasmetteva per via femminile era in noi saldamente ancorato - per abitudine, più che per convinzione, né il prof. Ruf aveva fatto molto per riequilibrare le nostre idee in proposito. E il prof. Blasio trattava noi fanciulle con un blando paternalismo di cui era beatamente inconsapevole, ma che noi percepivamo con chiarezza e che ci irritava assai. Ci colpì molto ad esempio il racconto che ci fece, di quando, anni prima, leggeva in classe l'Ariosto Spinto** dopo aver allontanato l'unica alunna femmina in biblioteca. Era chiaro di come non si rendeva conto che una classe composta per tre quarti di fanciulle rampanti non era in grado di apprezzare nel migliore dei modi una storia del genere. 
C'era poi il fatto che fumava. Ora, all'epoca a scuola tutti fumavano senza problemi - ma in corridoio. In classe c'era un bel cartello con su scritto "VIETATO FUMARE", proprio dietro la cattedra. Quando una fanciulla del primo banco (che tra l'altro aveva problemi di nausee ricorrenti e non sopportava il fumo) osò protestare, si sentì rispondere che la multa era di 10.000 lire e lui era disposto a pagarla - e per meglio dimostrarlo tirò fuori una bella banconota croccante da 10.000 lire e la poggiò sulla cattedra in un silenzio di gelo. Quando poi un'altra fanciulla accanita fumatrice suggerì che, in tal caso, tutti avevamo il diritto di fumare, si sentì rispondere di no - non ricordo se in osservanza del divieto, che per noi valeva, per qualche oscuro motivo, o se perché noi eravamo ventotto mentre lui era uno o, più semplicemente, perché lui era lui e noi non eravamo un cazzo. E non son gesti e risposte che predispongono a tuo favore una scolaresca***.  Anche il fatto che Sabato, nella stagione di caccia, lui fosse regolarmente assente non contribuì a entusiasmarci nei suoi confronti****.

Può darsi dunque che qualcosa di non troppo facilmente quantificabile da parte nostra non gli abbia dato il giusto slancio - resta il fatto che con noi non faceva una sega.
Lo abbiamo avuto negli ultimi due anni della carriera. La quale carriera, sembra, dice, narrano, si fosse incagliata sulle secche di una cattedra universitaria non ottenuta in barba ai suoi numerosi titoli, togliendogli l'entusiasmo e la verve che abitualmente profondeva nel suo lavoro; e dire che, comunque, la cattedra non gliel'avevamo negata noi non serve a nulla perché l'entusiasmo, come il coraggio, se uno non ce l'ha non può darselo. 
Può darsi che fosse semplicemente stufo. Può darsi che boh. Comunque, con noi lavorò ben poco, e noi con lui; il che contribuì vieppiù a innervosirci perché eravamo una classe molto ben disposta verso la letteratura italiana.
Un po' di poesia delle origini (fatta piuttosto bene, devo dire), un po' di Dolce Stil Novo e poi Dante, due lezioni su Petrarca senza interrogazione (fatte bene pure quelle, mi accorsi quando ripresi in mano Petrarca alla SSIS), Boccaccio da studiare durante l'estate e archiviato con un'oretta di ripasso generale all'inizio del secondo anno.
L'anno dopo un pizzico di Dante, un po' di Ariosto spelluzzicato (compreso qualche bocconcino dell'Ariosto Spinto), un vago accenno al Seicento, e morta lì. L'unico autore fatto a dovere fu Machiavelli, anche perché c'era la richiesta tassativa di recitare la Mandragola a fine anno. Noi non avevamo nessuna voglia di recitare la Mandragola, ma nessuno osò dirlo apertamente e quindi per tutto l'anno una volta alla settimana restammo un'ora in più in classe a provare - il che ci permise forse di rafforzare il nostro buon rapporto come classe ma, garantisco, non ci trasformò in attori men che canini.

Si raccontavano cose mirabolanti delle Mandragole di fine anno del prof. Blasio, sui prodigi di scenografia, allestimento, costumi e non so che altro. Della nostra, meno si parla e meglio è (con l'eccezione delle musiche: una delle due musiciste della classe trovò delle musiche del Cinquecento e improvvisò un piccolo coro con una mezza dozzina di soprani con cui vennero cantate le canzoni. Il risultato era davvero gradevole. Peccato durasse circa sette minuti complessivi mentre la rappresentazione toccava le due ore).
Anche se una cosa  merita di essere ricordata, di quella Mandragola: la favolosa parodia che Sary fece di un monologo di Lucrezia (il personaggio che interpretava) e che qui trascrivo fedelissimamente:

"Io ho sempre mai dubitato che la voglia che messer Blasio ha di fare la Mandragola non ci faccia fare qualche errore; e per questo sempre che lui ci ha parlato d'alcuna cosa ne sono stata in gelosia e sospesa, massime poi che m'intervenne quel che voi sapete per andare a Borgunto*****. Ma di tutte le cose che si sono tentate questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere la faccia mia a questo vituperio, ed esser cagione che il Blasio muoia (dalle risate) per vituperarmi; che io non crederei, se noi fussimo i soli attori rimasi al mondo, e da noi avesse a risurgere l'umano teatro, che ci fusse tal schifo concesso"******

Intendiamoci, nessuno di noi aveva niente contro la Mandragola, anzi. La trovavamo assai ben scritta e molto divertente; e avremmo tanto voluto che la recitasse qualcuno in grado di renderle maggior giustizia.
L'anno finì e il prof. Blasio andò in pensione; come regalino d'addio ci lasciò tutti i voti alzati di un punto e metà del programma non fatto.

La storia ha un curioso epilogo. L'anno dopo c'era l'esame di maturità, e pur gemendo tutti quanti sotto il peso delle valanghe di compiti che ci assegnava la prof. Legree, a qualcuno venne in mente di andare da lui a chiedere lumi perché "certe cose del programma non erano molto chiare".
Quali fossero queste cose non molto chiare francamente non saprei dire - ma naturalmente mi infilai nel gruppo, un po' per vedere cosa ci avrebbe scodellato quell'uomo e un po' per compagnia. Il risultato furono sei lunghe lezioni, tenute nell'ampio e comodo salotto di casa sua, arrampicati e accovacciati un po' dove potevamo. Lezioni vere, ricche, dense e particolareggiate. Il fatto che lui appoggiasse un'altra scuola critica rispetto alla prof. Legree le rendeva vieppiù affascinanti - era come guardare il mondo attraverso una lente diversa. E finalmente mi feci un'idea del motivo per cui si era parlato di dargli una cattedra universitaria.
Siccome non c'era stato assolutamente modo di fissare un qualche tipo di compenso, finite le lezioni gli spedimmo a casa una cassa di vini (che spero siano risultati di suo gradimento); e mai ci spiegammo perché ci avesse regalato sei ottime lezioni di sì gran pregio, pur avendocele sempre ostinatamente negate in quei due anni in cui lo stato gli versava regolarmente uno stipendio appunto perché ce le tenesse.

*naturalmente c'erano (come c'erano sempre stati) anche uomini che, vuoi per essere stati educati all'estero, vuoi per loro personale capacità, avevano sempre considerato le donne normali esseri umani e come tali a loro si rapportavano. Per costoro l'avvento del femminismo non comportò particolari rivoluzioni dei piani mentali.
**E "l'Ariosto Spinto" rimase per noi una categoria letteraria, esattamente come il Dolce Stil novo o il Romanticismo.
***No, nessun altro insegnante tirò mai fuori una sigaretta in nostra presenza, nemmeno quelli che notoriamente fumavano con gran gusto al di fuori delle ore lavorative.
****Per tacere dei colleghi, che un paio di volte in nostra presenza mostrarono evidenti segni di contrarietà davanti a questa sua tendenza. O forse davanti al fatto che Lui Poteva e che la dirigenza non gli diceva niente perché, appunto, Lui Poteva.
*****La frazioncina nel cui teatrino parrocchiale avvenne l'abominevole rappresentazione, sulla quale mi permetto di stendere un pietoso e ben spesso coltrone.
******Il testo originale di Machiavelli recita:
"Io ho sempre mai dubitato che la voglia che messer Nicia ha d'aver figliuoli non ci faccia fare qualche errore; e per questo sempre che lui m'ha parlato d'alcuna cosa, io ne sono stata in gelosia e sospesa, massime poi che m'intervenne quel che voi sapete per andare ai Servi. Ma di tutte le cose che si sono tentate questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere il corpo mio a questo vituperio, ed esser cagione che un uomo muoia per vituperarmi; che io non crederei, se io fussi sola rimasa al mondo , e da me avesse a risurgere l'umana natura, che mi fusse simile partito concesso"

mercoledì 31 luglio 2013

La Pizza dei Giovani, ovvero sul nonnismo

Un insegnante appena arrivato alla scuola media di St. Mary Mead presta il dovuto omaggio alla prof. De Rapacis (The Accolade di E. B. Leighton, 1901)

L'anno in cui per la prima volta approdai alla scuola di St. Mary Mead una buona metà delle cattedre era occupata dai cosiddetti precari. Oltre a svariati precari a contratto annuale, che avevano ricevuto l'incarico in quella sorta di ordalia nota col nome di "convocazione per le supplenze annuali" c'era pure un piccolo ma agguerrito drappello di supplenti di terza fascia - quelli senza abilitazione, insomma. I due più giovani erano stati addirittura scelti come mascotte del gruppo e se ne parlava come di due cuccioletti ancora da svezzare, nonostante Petite andasse per i 29 anni e Petit ne avesse ormai compiuti 31; quanto a me e alla De Angelis, avevamo ormai saldamente varcato la soglia dei 40, come Lucy.
Il fatto di essere nuovi della scuola e in buona parte pendolari da Firenze ci saldò in una specie di gruppo interno che era unito soprattutto da una forte simpatia reciproca. Sotto Natale ci venne spontaneo ritrovarci per una classica cena in pizzeria cui si unì la prof. Marzapane, che non solo era di ruolo da un'eternità, ma apparteneva di diritto al gruppo delle Anziane della scuola; né la sua presenza ci causò dispiacere o disagio alcuno, perché è sempre stata un'ottima compagnia.

Passarono le vacanze di Natale, poi tornammo a scuola. Mi ritrovai così un bel giorno di metà Gennaio a fare la mia consueta sorveglianza mensa con la prof. De Rapacis (responsabile di plesso nonché Eminenza Grigia della scuola), la Cleptomane (che come sempre era "salita a prendere un caffé" per non fare ritorno) e la prof. Casini che già da tempo aveva mostrato di essere sempre disposta a dir male di chiunque. D'abitudine le lasciavo parlare senza intervenire, vuoi perché non sempre sapevo di chi stavano sparlando, vuoi perché esporre opinioni di un qualsiasi tipo in loro presenza, specie riguardo ad un essere vivente, non mi sembrava affatto consigliabile. Ascoltarle però era spesso un'esperienza interessante e formativa.

Ad un certo punto (erano partite dall'indispensabilità del libriccino sulle regioni d'Italia allegato al manuale di prima, transitando tra l'altro da: malattie incurabili, depressione e voti dell'esame di terza) la De Rapacis disse che lei non aveva mai fatto distinzione alcuna tra insegnanti di ruolo, non di ruolo e supplenti, e che per lei i colleghi erano sempre stati tutti uguali*, però non si capacitava del fatto che alcuni degli insegnanti di quella scuola avessero organizzato una cena senza avvisare gli altri colleghi - e seguì un elenco di nomi che  comprendeva tutti i partecipanti della nostra innocua pizzata di Natale tranne me.
Siccome con me certe finezze sono del tutto sprecate, ne conclusi semplicemente che si fosse trattato di una seconda cena, che si era svolta in mia assenza. 
"Vabbe', non ci trovo niente di male" dissi "Ognuno va a cena con chi gli pare, giusto?".
No, assicurarono, non era giusto. La Casini  mi spiegò che all'inizio dell'anno aveva fatto anche lei non so che riunione di colleghi a casa sua e aveva impavidamente invitato anche gente che le faceva schifo. 
"Va bene, se mai mi inviterai, mi ricorderò di quanto affettuoso calore può esserci nei tuoi inviti"  assicurai.

Siccome non stavo reagendo nel modo giusto la procedura fu riavviata dall'inizio: prima l'elenco dei partecipanti alla cena, poi la data approssimativa dell'evento, e a quel punto, dato che era oggettivamente improbabile che a scuola fossero state fissate due serate con pizza nella stessa settimana, una con me e una senza di me, ma a parte quello con gli stessi identici partecipanti, realizzai di cosa stavano parlando - e addirittura venni sfiorata dal sospetto che sapessero perfettamente che a quella cena c'ero anch'io e stessero cercando di stanarmi senza aver l'aria.

"Veramente c'ero anch'io a quella cena" dissi conciliante "Non c'era nessun intenzione di escludere nessuno, volevamo andare a cena insieme e ci siamo andati, tutto qui".
No, non era tutto lì: i partecipanti erano stati selezionati in base all'età e questo non andava bene. Avevamo fatto la Pizza dei Giovani.
"Bah, per chiamare giovane me ci vuole una bella fantasia" dissi con un bel sorriso, ben consapevole che le altre due avevano rispettivamente cinque e dieci anni più di me "Eravamo solo persone che avevano voglia di cenare insieme. Persone, avete presente?".
No, non avevano presente. Era stata una grave mancanza verso i colleghi non estendere l'invito a tutti. Il Vecchio Preside avrebbe dovuto non chiamarci più per le supplenze, dopo questo (rischiando peraltro non pochi ricorsi - per tacere del fatto che dal Provveditorato avrebbero continuato a mandargli chi pareva a loro, in base alle graduatorie, senza consultarlo).
"Ma, scusate, come funziona? Se voglio andare a letto con un collega o una collega, devo per forza estendere l'offerta a tutti gli altri, compresi quelli che lavorano negli altri tre plessi?" (all'epoca al Collegio Docenti facevamo più di cento presenze).
Il paragone le lasciò alquanto sconcertate. Non c'entrava niente, mi dissero. Non era la stessa cosa.
E come no, ribattei, sul mio facevo quel che mi pareva; e, di sicuro, ero libera di andare a cena con chi mi pareva senza rendere conto a nessuno.

Era, con tutta evidenza, un caso di incomprensione reciproca: io non riuscivo assolutamente a capacitarmi del fatto che qualcuno, sul posto di lavoro, si azzardasse a sindacare su chi frequentavo una volta uscita da scuola, mentre loro erano altrettanto palesemente sbalordite dalla mia totale, completa e assoluta mancanza del sia pur minimo segno di contrizione.

Dissi che il loro era un modo di ragionare folle (e in effetti sbagliai, perché in quel contesto il verbo "ragionare" era del tutto fuor di luogo). Offesissima,  la Casini ribatté "Vedi di calmarti, qua nessuno ha offeso nessuno dicendogli che il suo modo di ragionare è folle". "Come no, l'ho detto io. Se volete lo ripeto anche, lo metto per iscritto e lo firmo davanti a testimoni".
Il problema di base era che io non potevo (letteralmente: non potevo. Non ne avevo la facoltà né il diritto) fare l'unica cosa sensata, cioè andarmene sbattendo la porta; non solo perché non c'era alcuna porta da sbattere (eravamo in un ampio cortile) ma anche perché eravamo già sotto il numero regolamentare per sorvegliare i cento e passa ragazzi che in quel momento saltellavano come canguri scorazzando intorno a noi - sorvegliandosi da soli, per nostra buona sorte - perché la Cleptomane era via da venti minuti a bersi il suo eterno caffé. Scelsi adunque l'unica possibilità che mi sembrava dignitosa, ovvero mi chiusi in un silenzio avvolto da dense nuvole di fumo nero, ed evitai di raccogliere ulteriori provocazioni; che, devo dire, continuarono numerose. Ad esempio venne stabilito che la prof. Marzapane doveva smettere di andarsene in giro scroccando cene (evidentemente il loro concetto di "scroccare" era un po' particolare, visto che la Marzapane aveva pagato la sua parte senza minimamente cercare di scaricare su di noi il prezzo della sua pizza). Poi la Casini osservò che Petite faceva tanto la giovane, ma aveva già trent'anni, e suo figlio (il figlio della Casini, che all'epoca aveva sei anni ancora da compiere) aveva una maestra della sua età e la considerava vecchia.
E andarino avanti su questo livello per un bel po'.
Finalmente l'intervallo di mensa si concluse e riportammo in classe i ragazzi.

Ero ben decisa a non riferire nulla di quella deplorevole conversazione ai diretti interessati, ovvero il manipolo dei Giovani e Similgiovani; disgraziatamente un'insegnante ci aveva sentito questionare ed era prontamente corsa dalla De Angelis, e da Petite e Petit dicendo che c'era stata una discussione e avevamo parlato anche di loro (l'arte di cucinarsi qualche teglia di cavoli propri è notoriamente poco praticata, ahimé). E così all'uscita di scuola me li ritrovai davanti, tutti e tre, debitamente preoccupati e ricolmi di domande. Sul momento, ahimé, non mi venne in mente una balla adeguata e non seppi fare di meglio che  scodellare un resoconto un po' addolcito di tutta la conversazione (che, per quanto ci provassi, si prestava ben poco ad essere addolcito).


Il saggio Petit trovò la storia divertente e si guardò bene dall'affrontare l'argomento con le due arpie; l'angelica De Angelis provò a mediare, senza sortire grandi risultati, e Petite, semplicemente, andò in crisi, ed essendo di gran lunga la più debole, anche psicologicamente (era alle sue prime supplenze) venne fatta oggetto di lì sino alla fine dell'anno di un moderato bullismo da parte della De Rapacis.

Quanto a me, dismisi ogni forma di rapporto con la De Rapacis (fino a quel momento l'avevo sempre trattata con grande rispetto, anche perché era una brava insegnante) e non contribuii al regalo per il suo pensionamento.

La Gran Tragedia della Pizza dei Giovani fa ormai parte della memoria collettiva ed è stata oggetto di gran divertimento per chi l'ha sentita raccontare; ma io, tuttora, quando ci ripenso sento i canini che si allungano e si aguzzano.


*e già dal fatto che le fosse venuto in mente di fare una precisazione del genere, persino una persona candida e sprovveduta quale mi pregio di essere dovette prendere atto definitivamente che di distinzioni gerarchiche era abituatissima a farne, eccome.

lunedì 29 luglio 2013

Manuale del Perfetto Insegnante - Gli Anticipatari



Chiamansi Anticipatari quelle creature che, nate dal 1 Gennaio al 30 Aprile, possono essere iscritte alla scuola primaria con un anno di anticipo. Fino a qualche anno fa le cose erano un po' più complicate, adesso il genitore riceve la sua brava richiesta di iscrizione anticipata automaticamente quando la creatura è nata in quei quattro fatidici mesi. 
A onore della categoria genitoriale, va detto che la gran maggioranza di loro straccia la lettera e non ci pensa più MA, certo, quando c'è di mezzo un Figlio Unigenito, la questione cambia.
Mettiamola così: non tutti gli Unigenitit, per loro buona sorte, vanno a scuola un anno avanti. Tuttavia non ho ancora incontrato un solo anticipatario che non fosse, ahilui/ahilei, un Figlio Unigenito.

Siccome, per fortuna, un minimo di pudore esiste ancora, quasi nessun genitore ammette apertamente "L'ho mandato a scuola un anno avanti perché era trooooppo superiore agli altri e in compagnia dei suoi scialbi e banali coetanei rischiava, poverino, di annoiarsi troppo". E allora saltano fuori le scuse più varie, non una delle quali si presta a rendere onore al senno di chi la pronuncia.
"Sai,  a quel punto, sapeva già leggere..." (e che leggesse, allora, se già sapeva leggere. Mica è proibito leggere, anche se non vai ancora a scuola. Compragli una bella edizione rilegata di Guerra e Pace e lascialo campare. Oppure compragli le storie di Fratel Coniglietto, o qualche Geronimo Stilton, o quello che gli pare. SE gli piace leggere. E lascialo giocare in pace un anno in più).
"Ci eravamo trasferiti, e il pediatra ci ha spiegato che l'inserimento al terzo anno della materna è difficilissimo, e che quindi era più comodo se lo mettevo direttamente in prima" (sì, certo, i pediatri sono notoriamente espertissimi nella gestione delle classi, e passano le loro giornate non tanto ad aggiornarsi o istruirsi su sciocchezze quali le infezioni, la celiachia o le dermatiti, bensì a scrivere saggi di didattica).
"Ce l'ha chiesto lui, ha detto che altrimenti si annoiava" (ditela tutta: alla settecentoventottesima volta che gli giravate intorno come avvoltoi chiedendogli se per caso non gli sarebbe piaciuto andare a scuola un anno prima, la creatura ha ceduto per sfinimento e ha mormorato un flebile "...forse")
"Il suo migliore amico andava in prima, lui aveva paura di restare solo" (massì, non aveva alcuna possibilità di farsi altre amicizie se non se le portava al seguito: la classe è un luogo che per sua natura predispone alla solitudine, e tra l'altro è noto che gli insegnanti elementari scoraggiano qualsiasi forma di contatto amichevole tra alunni, usando anche la frusta se necessario).
"Ce l'hanno consigliato le maestre" (sì, certo, le maestre, messe alle strette per settanta volte sette, hanno finito per mormorare un pallido "Mah, forse non è detto che si riveli un  disastro completo. Provate, se proprio ci tenete tanto". Ci saranno forse degli insegnanti favorevoli agli anticipi, ma se qualcuno ne ha mai conosciuto uno si faccia avanti e lo indichi, per favore).
Poi c'è il sempreverde "In fondo è di Gennaio, se va a scuola nel tempo stabilito perde un anno" (lo perde come, per strada, facendoselo scivolare di tasca? Gli viene sottratto nei Grandi Uffici della Morte? Gli si accorcia l'esistenza, se non lo mandate a scuola un anno prima?). 
E il celebre "In fondo ha poco meno di quelli che sono nati a Dicembre, non fa molta differenza" (ma quelli nati a Dicembre non avevano scelta, lui sì. Dividendo i ragazzi in annate c'è sempre qualcuno che resta dall'altra parte del margine e si ritrova fregato, per quanti sforzi faccia il legislatore. Ma perché fornire al vostro amato figlio un handicap supplementare, se non siete costretti a farlo?).

Spesso le difficoltà per il poveretto arrivano già alla prima classe elementare, anche quando effettivamente il suo cervello si dimostra in grado di seguire senza troppi problemi i programmi, e sono soprattutto difficoltà di concentrazione per i tempi richiesti, di adattamento a quel poco di autodisciplina che viene chiesto (poca per un adulto, ma per un bambino nemmeno tanto poca), di capacità di autocontrollo. In sintesi: gli anticipatari fanno più fatica fisicamente perché a scuola non ci si va solo col cervello, ma con tutto il corpo, e i tempi di crescita non sono legati solo alle capacità di apprendimento. Magari la creatura riesce effettivamente a fare tutto quello che gli viene chiesto, ma lo fa con più fatica. La scuola per lui/lei sarà sempre qualcosa che gli richiederà più fatica di quel che richiede ai compagni. 

La fatica aumenta al momento dei passaggi, e degli stacchi. In prima media in particolare ci sono sia uno stacco che un passaggio. Il primo è il (faticosissimo, per quasi tutti) cambiamento dalle elementari alle medie, particolarmente faticoso per i maschi. Cambiano radicalmente la struttura della scuola, le aspettative degli insegnanti e anche il tipo di disciplina imposta. Le medie non sono certo dei lager, ma gli insegnanti si aspettano dai loro alunni un comportamento che, nelle prime settimane, è difficile anche per i ragazzi più maturi e disponibili: gli alunni devono stare fermi per più tempo, abituarsi a più insegnanti, stare più zitti, studiare di più e in modo diverso, imparare a gestire una quantità immane di materie, sottomaterie, quaderni, libri e ammennicoli vari, affrontare materie completamente nuove - senza contare che, per i primi mesi, tutti quei professori completamente nuovi non faranno che sospirare "Ma si può sapere che cosa vi hanno fatto alle elementari?", a torto o a ragione che sia.
Soprattutto il fatto di stare fermi più a lungo e concentrarsi più a lungo è particolarmente faticoso per i maschi (e, guarda un po' il caso, la maggior parte degli anticipatari sono maschi). E' uno strano gap fisico che nella seconda parte dell'anno si va equilibrando, ma per i primi mesi esiste. Gli insegnanti hanno una serie di formule per definirlo: i maschi sono "più immaturi", "più viziati", "più agitati", "più piccoli" - ma di fatto in quel periodo della loro vita sono leggermente indietro nella crescita rispetto alla loro controparte femminile.
L'anticipatario, per sua stessa natura, è "più piccolo", nel vero senso della parola. E' anche più apprensivo e un po' più sfiduciato dei suoi compagni, e a casa ha genitori più protettivi e più irragionevoli (se non lo fossero, non lo avrebbero messo in quell'impiccio); i primi mesi delle medie li passerà sentendosi una via di mezzo tra un cane alla catena e un ciuco che deve far girare la ruota della macina: farà sempre e comunque una gran fatica, quasi mai qualcuno sarà soddisfatto di lui (compresi, ahimé, i compagni) e si sentirà sempre stanco e inadeguato, con grande sua frustrazione e dispiacere: gli anticipatari piangono di più e più spesso dei loro compagni di classe, spesso anche solo per stanchezza. Naturalmente risulterà anche la vittima predestinata per i bulli di turno. A tutto ciò, dopo aver pianto tutte le sue lacrime, reagirà elaborando qualche strategia di difesa, spesso del tutto inadeguata - per esempio può provare a spostare la questione sul piano disciplinare, disturbando tutti in continuazione e portando l'intero gruppo-classe all'esasperazione più totale, oppure può provare ad attirare a tutti i costi l'attenzione dei compagni che tendono a "lasciarlo indietro" (spesso con effetti disastrosi), o magari passare il suo tempo a lamentarsi con gli insegnanti di questo e di quello, o anche una devastante miscela di tutte queste possibilità con qualche ulteriore ritocco. Ci sono consistenti probabilità che la classe lo sputi fuori dal gruppo, o che faccia fronte comune contro di lui.
A peggiorare le cose, verso metà dell'anno gli alunni di prima media subiscono una metamorfosi fisica che li avvia verso l'adolescenza - in pratica, smettono di essere bambini e il loro cervello cambia (anche l'organismo, ma quello risulta molto più evidente in seconda). L'anticipatario, per sua stessa natura, è qualcuno destinato a restare bambino per un anno più degli altri. I suoi scherzi, i suoi giochi, i suoi passatempi e i suoi argomenti di conversazione sono ancora quelli di un bambino, e per i compagni risultano spesso terribilmente noiosi e irritanti - come dire, "infantili". Per un triste paradosso, il ragazzo che non riesce a sintonizzarsi con il gruppo (e quindi non ne riceve più le sinergie) è destinato a crescere più tardi degli altri, proprio perché deve farlo da solo e senza l'aiuto che gli altri ricevono dai coetanei.

Per carità, si sopravvive a questo e anche a cose peggiori - e c'è perfino qualcuno che, magari aiutato da circostanze esterne favorevoli o da un gruppo che è comunque troppo abituato a far conto su di lui per prendere seriamente in considerazione la possibilità di lasciarlo indietro, riesce a mantenere la sintonia con i compagni nonostante tutto - cioè nonostante il fatto che fa comunque più fatica degli altri.
Eppurtuttavia, in un mondo così pieno di inevitabili difficoltà, quando la vita impone comunque sì gran mole di dure prove cui è impossibile sottrarsi, si fatica assai a comprendere il punto di vista del genitore che, per il solo e unico piacere di potteggiare un po' sulla spiaggia vantandosi del proprio figlio anticipatario con i vicini d'ombrellone o con i parenti di secondo e terzo grado (ai quali comunque importa davvero poco della cosa, essendo comprensibilmente assai più concentrati sulla vita dei propri figli che su quella dei figli di estranei), sottopone il suo Unigenito a una prova così complessa e così facilmente evitabile, incamminandosi in una strada che ha buone possibilità di richiedere gran dispendio di iperprotezione e autoinganno che senza alcuna spesa potrebbero risparmiarsi e risparmiare alla creatura.

Manuale del Perfetto Insegnante - Tipologie di Genitori - 2. Il Figlio Unigenito

"Tu es filius meus dilectus; in te complacui". 
Secondo le Scritture queste parole vennero pronunciate nelle Alte Sfere in occasione del battesimo di Cristo (qui nella versione di Cima da Conegliano (1493-94), anche lui Figlio Unigenito; tuttavia, per tutta una serie di motivi, Gesù viene considerato un caso abbastanza particolare.

Il Figlio Unigenito non è necessariamente un figlio unico. Spesso ha una o più sorelle, talvolta addirittura dei fratelli - può essere, ad esempio il Primo Maschio o l'Ultimo Maschio; e si danno casi di Figli Unigeniti femmine, anche se non sono la maggioranza. 

Si tratta, sempre, di creature scese in terra a miracol mostrare. O meglio, si tratta di creature i cui genitori hanno stabilito che essi sono scesi in terra a miracol mostrare. Perché essere un Figlio Unigenito è sì una categoria dell'anima - ma dell'anima del genitore. La creatura si trova investita di questo titolo ma non l'ha chiesto, non ha fatto nulla per meritarlo e non è detto che tale investitura gli recherà mai il benché minimo piacere o beneficio, anche se alcuni individui particolarmente adattabili col tempo cercheranno di convincersi che gli va bene anche così.
Non ha senso cercare di categorizzare il Figlio Unigenito: ve ne sono di belli e di brutti, di  ogni tipo e grado di intelligenza, di tutti i temperamenti e caratteri. I genitori del Figlio Unigenito invece sembrano fatti con lo stampino - ma lo sono solo in qualità di genitori, nella vita di tutti i giorni anche loro non sono riconducibili a un preciso stereotipo. 
Sono, essenzialmente, persone che hanno vissuto una vita normale ma che hanno dismesso ogni filtro critico nel momento in cui sono diventati genitori di una specifica creatura. Magari sono eccellenti insegnanti, pessimi ferrovieri, cuochi di buon livello, mariti affettuosi, mogli passionali, fratelli solidali, uomini d'affari onesti, pessimi turisti e via dicendo - ma in qualità di genitori si assomigliano tutti, e sono micidiali.

Il Figlio Unigenito è, diciamo così, un genio per contratto: è stato stabilito che Egli è estremamente intelligente, che fa e ha sempre fatto moltissimi miracoli e che di molti e ben maggiori ne farà negli anni a venire. Tutto cià è del tutto slegato con l'essenza effettiva della creatura, e infatti qualche volta effettivamente capita che un Figlio Unigenito sia anche un genio o qualcosa che molto gli si avvicina; tuttavia, la maggior parte degli Unigeniti comincia ben presto a dare segni di insicurezza, ansia da prestazione e simili - e per elementari considerazioni di misericordia e compassione è meglio sorvolare sulla vita condotta da quegli sventuratissimi Unigeniti che sono senz'altro ottime e stimabilissime creature, ma che Madre Natura non ha fornito di un'intelligenza all'altezza delle aspettative dei suoi affettuosi genitori.
Perciò comincia, molto presto, la Terribile Processione degli Insegnanti Incompetenti. I genitori infatti si convincono che un disgraziatissimo caso li ha messi davanti al peggio del peggio di cui la classe insegnante dispone: tutta gente incapace, inadeguata, priva di intuito e sensibilità e insomma completamente inadatta alla circostanza, e tutti lì, ammassati come le api intorno ai fiori, occupati senza tregua ad intralciare il percorso scolastico del loro Unigenito. E in verità capita spesso che il percorso scolastico del Figlio Unigenito si trasformi in una via irta di spine, al cui confronto il Calvario era un ridente sentiero pianeggiante in una valletta fiorita.
Infiniti sono i patimenti del Figlio Unigenito a scuola, e assai spesso gli Inadeguati e Incapaci insegnanti si ritrovano tra loro a mormorare che quella povera creatura, se soltanto non fosse stata fornita da un caso maligno di due genitori invasati come quelli che si ritrova, avrebbe tutte le carte in regola per fare un percorso scolastico più che dignitoso e soprattutto per campare un po' meglio. Se soltanto in famiglia si rilassassero, e soprattutto lasciassero rilassare lui/lei...
Invero, le pretese scolastiche di un genitore di Figlio Unigenito sono spesso inarrivabili, e si sono visti genitori di Unigeniti storcere il naso persino davanti a pagelle ricolme di dieci (niente lode? Non è stato segnalato per la borsa di studio? Come mai questo nove in Inglese?). Convincerlo che otto è un voto rispettabile e i sette non sono spazzatura è un'impresa improba, e l'apparizione di un sei o (dio non voglia!) un cinque porta spesso diritti in presidenza, dove un Dirigente Scolastico in palese imbarazzo, dopo un ampio dispiegamento di registri scolastici e verifiche scritte, cerca invano di far capire che, laddove la media è tra il quattro e il cinque, un cinque o un sei sottolineato in rosso rappresentano un'opzione del tutto legittima, guardandosi bene altresì dal precisare che qualsiasi insegnante sano di mente (e anche molti un po' squilibrati), per puro istinto di sopravvivenza tende a ritoccare verso l'alto i voti dei Figli Unigeniti senza necessità di alcuna pressione esterna e che quindi assolutamente nessuno ha abbassato i voti "al loro bambino".

Il Figlio Unigenito, oltre a dover andare benissimo a scuola per contratto, è anche tenuto a voler fare sin dalla più precoce età percorsi impegnativi: pianoforte o violino a quattro anni, corsi di lingue straniere a cinque o sei, attività politica o umanitaria sin dalla più tenera infanzia. Gli viene spiegato con molta chiarezza sin dai primi anni non solo cosa vuole fare, ma anche cosa deve pensare e quali opinioni e gusti è obbligato ad avere. Viene tenuto il più lontano possibile da amicizie e gruppi (quasi sempre gli amici che cerca di farsi risultano infatti cattive compagnie che lo traviano dal suo giusto cammino) e quando ha la ventura di innamorarsi, ivi è regolarmente pianto e stridor di denti perché il bene amato risulta sempre, ahimé, penosamente inadeguato a tal mirabolante creatura.
Quasi inevitabilmente, e in special modo se il Figlio Unigenito risulta munito di una forte personalità (ma anche per i più deboli e remissivi prima o poi scatta l'istinto di sopravvivenza) arriva il momento della Crisi, ovvero quando la creatura decide di voler pensare, esistere, vivere e sentire a modo suo, spesso senza riuscire a liberarsi del tutto ma conseguendo quasi sempre qualche risultato. I voti a scuola si abbassano paurosamente, pianoforte, danza e attività umanitarie vengono scaraventate nel bidone dei rifiuti, da rifondino che era la creatura diventa un fido militante di Ordine Nuovo e via dicendo.

Ognuno ha la sua storia, e il Figlio Unigenito può percorrere le più varie strade: qualcuno esce stroncato dalla sua coraggiosa lotta per la sopravvivenza, qualcuno si accomoda in onorevoli compromessi, qualcuno elabora brillanti strategie di sopravvivenza, alcuni perfino riescono, da adulti, ad instaurare un rapporto positivo con la famiglia. Dipende dalla fortuna, dal carattere, dalle circostanze.
In tutti i casi, chi nasce Figlio Unigenito parte con un grosso handicap nei confronti di quella strana lotteria che è la vita e soffre spesso di insistenti sensi di colpa.
Quanto al Genitore di Figlio Unigenito, nella maggior parte dei casi si infila in una sorta di labirinto inestricabile di bugie e autoinganni in cui conduce una vita miserabile ma che a lui sembra tutto sommato l'unica accettabile. Assai raramente diventa col tempo una persona felice.

Spesso e volentieri i Figli Unigeniti sono anche anticipatari... (to be continued)

venerdì 26 luglio 2013

Coraline - Neil Gaiman

Neil Gaiman è stato citato diverse volte ne I Venerdì del Libro, ma mi sembra che Coraline (scritto nel 2002, tradotto in italiano nel 2004) non sia mai stato recensito. 

Romanzo breve (o racconto lungo, a scelta), assai premiato e riverito, destinato in apparenza alla categoria "giovani adulti", funziona per tutte le età per quella specifica categoria di lettori che ama i temi trattati da Gaiman, ovvero essenzialmente la Vita, la Morte, l'Apparenza, la Realtà e soprattutto quanto siano sottili le porte che separano questi mondi.

La protagonista, Coraline, è una ragazzina di undici anni che da poco si è trasferita con i suoi genitori in una casa nuova, un po' isolata dalla città, con un grande giardino incolto e assai misterioso dove tra l'altro abita un bel gatto nero un po' scontroso.

E' estate, i genitori hanno parecchio da fare, non c'è scuola, la ragazza è curiosa e intraprendente. C'è una porta da non aprire, naturalmente. E' una porta che non dà su niente di particolare, solo un muro di mattoni, e la chiave sta non proprio nascosta, ma in alto su un armadietto della cucina, perché non c'è motivo di usarla, per aprire una porta che non dà su niente di particolare tranne un vecchio muro di mattoni di nessuna importanza.
E poi capita che, casualmente (Casualmente? Seeee...)  Coraline apra la porta, dopo aver casualmente recuperato la chiave, e, proprio quel giorno, casualmente, la porta non dia sul solito muro di mattoni bensì su un corridoio buio.

In fondo al corridoio* c'è la sua casa, identica a quella che si è lasciata alle spalle, con i suoi genitori - uguali in tutto e per tutto a quelli che abitano con lei nell'altra casa, salvo il piccolo particolare di avere i bottoni al posto degli occhi e di cucinare molto meglio dei suoi genitori. Coraline mangia molto volentieri una doppia porzione di pollo arrosto con patate, ma poi torna indietro, a casa sua, nonostante l'amorevole offerta dei genitori-con-i-bottoni di restare per sempre con loro.

Naturalmente non si può andare nell'Altro mondo, mangiarci e tornare a casa propria come se niente fosse. A casa infatti manca qualcosa: guarda caso proprio i suoi genitori, catturati dall'Altra Madre e imprigionati dentro uno specchio. Occorre andare a liberarli e l'impaurita Coraline, erede di una lunga serie di intrepide eroine che viaggiano con successo tra i vari mondi, andrà, portandosi dietro il migliore degli aiutanti: niente meno che il gatto nero (forse il gatto più splendidamente gattoso della storia della letteratura), che per sua natura è capace di coesistere in entrambi i mondi, e che rischierà davvero parecchio - come Coraline, del resto.

Liberare i genitori e tornare a casa non sarà né facile né impossibile, e anche l'ultima rappresaglia dell'Altra Madre, che varcherà a sua volta la porta, darà la sua parte di filo da torcere.
C'è una morale, al di là del fatto che un Gatto Nero è sempre un amico impagabile?
Ce ne sono diverse, ma per capirle occorre protendere l'Altra Anima - perché è una storia che parla dell'Altro Mondo, e dei suoi (frequenti, molto frequenti) rapporti col Nostro Mondo.

Se amate questo tipo di tematiche, potete leggerlo a qualsiasi età (se ancora non sapete leggere, o non vi diverte farlo, chiamate qualcuno che lo legga ad alta voce per voi) e vi piacerà moltissimo. Altrimenti la troverete una storia un po' esile e un po' fine a sé stessa, ma comunque non sgradevole.
Di tempo, comunque, ve ne ruberà poco: mezzo pomeriggio assolato, o un lungo dopocena. Non essendo narrativa dell'orrore, non presenta alcuna necessità di essere letto  in case vuote e buie nel pieno della notte: la sottile inquietudine che vi lascerà dentro sarà identica se lo leggerete nel bel mezzo di un cimitero notoriamente inquieto in una notte senza luna o sotto l'ombrellone in una spiaggia affollata.

Dalla storia è stato tratto anche un film, molto apprezzato: Coraline e la porta magica.

Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e buone vacanze a chiunque passi di qua.

*in teoria una brava bambina obbediente si guarderebbe bene dal percorrere il corridoio buio. Ma - a parte che nessun bravo bambino obbediente ha mai fornito materia valida per una buona storia, se non come spalla di qualche bambino tutt'altro che bravo e obbediente - una brava bambina obbediente non sarebbe certo andata a cercare la chiave profittando del fatto di essere sola...