Il mio blog preferito
mercoledì 24 ottobre 2012
Da 18 a 24 parte terza - Il Ritorno del Buon Senso (...forse...)
Sembra, pare, dice, si sussurra, si racconta, che il Terrifico Aumento di orario incautamente minacciato senza corrispettivo guiderdone dal Governo sia stato ritirato dalla Legge di Stabilità. Resterebbe da capire come mai era stato pensato e scritto e approvato e financo pubblicato nonostante una precisa legge italiana condanni gli atti osceni in luogo pubblico, ma insomma questa mattana che aveva il tipico sapore delle Geniali Trovate delle finanziarie del precedente governo parrebbe al momento scongiurata, tanto che verrebbe quasi da pensare che, forse, nonostante tutto, cento e più anni di legislazione sul lavoro non siano ancora completamente diventati carta straccia. Ciò mi rallegra e mi racconforta, sia come cittadina che come lavoratrice. Come cittadina sono altresì consapevole che il momento è brutto, lo spread è alto e le mezze stagioni sono da tempo scomparse (per tacere del fatto che sta per arrivare l'influenza) e quindi, armata di disponibilità e buona volontà, mi dichiaro pronta a fare comunque del mio meglio per aiutare il mio Paese in questa angosciosa congiuntura, purché non mi venga chiesto di sputare sopra la Costituzione.
Navigando nelle secche scolastiche, mi sono anche trovata davanti un simpatico articoletto di Nicola Porro, opinionista e tuttologo di punta in uno schieramento che non ha mai avuto a dolersi del mio appoggio, pubblicato sul suo blog in data 23 Ottobre e sul Giornale in data 24 Ottobre. Gli argomenti sono quelli consueti ma, curiosamente, mancano quelle piccole constatazioni sul diritto del lavoro e la Costituzione che, pure, a mio avviso hanno un certo qual peso nel caso presente - e, curiosamente, ci si dimentica di accennare che in cambio dell'aumento di orario l'insegnante non riceverà nemmeno il tradizionale centesimo bucato. D'altra parte mi rendo conto che i giornalisti lavorano duramente e quindi non hanno tempo di star dietro a tutti questi piccoli e insignificanti dettagli; in fondo, si tratta solo dell'aumento di un terzo dell'orario, che senso ha impuntarsi sul fatto di non ricevere un aumento di un terzo della retribuzione?
Tuttavia, leggere che qualcuno parla seriamente (o, forse, sperando di essere preso sul serio) di casta degli insegnanti... sì, certo, può suonare un po' irritante, ma a me è sembrato soprattutto buffo: di solito, le caste casteggiano dall'altro di retribuzioni un po' diverse, mi sembra.
Ma, chissà, ora che siamo finalmente diventati anche noi casta, può darsi che arrivino anche retribuzioni da casta. Nel qual caso sarà un piacere festeggiare, insieme a tante altre categorie che, magari, stanno per diventare caste pure loro: quella degli operatori ecologici, per esempio, o dei braccianti. Resta da decidere con cosa brinderemo al nostro passaggio in casta: scartati, per tutta una serie di considerazioni che non voglio qui esporre per non annoiare nessuno, lo champagne Veuve Clicot millesimato e il Brunello di Montalcino, credo che la gazzosa alla fragola o la spuma bionda rappresentino le scelte più adeguate.
Prosit!
domenica 21 ottobre 2012
Of Median School, and proud of it
Da qualche mese siamo non più una Scuola Media, bensì un Istituto Comprensivo. La Preside, tuttavia, si ostina a non comprendere che, all'interno di cotale Istituto Comprensivo, sono comprese ben due scuole medie. Così come io ho una visione mediacentrica dell'istruzione, in cui tutti gli ordini e gradi di scuola che precedono e seguono le medie sono casuali accidenti di scarsa rilevanza per lo sviluppo dei miei amati alunni, mentre l'unica tappa veramente importante per la loro istruzione è il triennio delle medie, allo stesso modo Costei si rifiuta di riconoscere l'esistenza di qualcosa che non siano le materne e le elementari (al contrario di lei, però, io non dirigo alcuna di queste scuole insignificanti, né mi rifiuto a priori di riconoscerne l'esistenza).
Alla prima tappa del Corso di Verticalizzazione venne un tale che, con tre ore di (noiosissima) lezione frontale - in cui ci chiese di non intervenire troppo perché se no il tempo non gli sarebbe bastato per completare la sua lezione frontale - ci spiegò che le elementari erano più ganze delle medie perché si facevano più lezioni interattive e laboratoriali che frontali; disse poi che, chissà perché, gli insegnanti delle medie si preoccupano sempre, quando arrivava la verticalizzazione, del rischio che la loro scuola si "elementarizzasse", ma non c'era motivo di temerlo; ciò nonostante, al momento di compilare il questionario, tra i motivi di diffidenza verso la verticalizzazione molti colleghi, pur assai meno mediocentrici di me, scrissero appunto che temevano che la scuola si elementarizzasse troppo (vedi tu che razza di creature diffidenti che siamo, noi insegnanti?).
Quest'anno però non abbiamo più timore in merito, ci limitiamo a prendere atto della situazione.
A tutt'oggi la Preside non si è mai vista, né qui né nella media di Crifosso, nemmeno per il consueto saluto di inizio anno alle prime. In compenso si sono visti una serie di strani moduli e soprattutto di strane funzioni di cui non avevamo mai sentito parlare ma che sono tipici delle scuole elementari e materne; e siccome sono state mantenute anche le consuete e banali funzioni delle medie, attualmente ci abbiamo un organigramma da fare invidia al Ministero degli Interni pur essendo una piccola media di paese, con tre sezioni nemmeno troppo numerose.
Insomma, la Dirigenza non sta nemmeno cercando di trasformarci in scuole elementari, bensì è convinta che già lo siamo. E la prova provata l'ho avuta ieri, mentre compilavo una dichiarazione di infortunio, regolarmente intestata all'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead-Crifosso, e dunque nuovo di pacca, che per prima cosa chiedeva di specificare l'ordine di scuola ove era avvenuto l'infortunio, dandomi la scelta... tra materne ed elementari.
Al momento, e nonostante tutto, il mio livello di autostima professionale è piuttosto buono, nel senso che non mi sento né un rifiuto tossico né una parassita della società. Da un paio di mesi però mi sento... come dire... un po' invisibile.
Così sto raccogliendo adesioni lì a scuola per un Media Pride. Mica per chiedere chissà quali concessioni, eh, ma giusto per ricordare che esistiamo anche noi delle scuole medie.
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giovedì 18 ottobre 2012
It's the same, old story
Ratto di Proserpina, di Hans von Aachen (fine XVI secolo). Come si può agevolmente vedere, Proserpina non era molto contenta
Rileggendo una raccolta di fiabe celtiche riscritte in tempi moderni* mi ha colpito la considerazione fatta più volte dall'autrice che la fiaba di Barbablù, più che parlare delle stranezze coniugali di un uomo dai discutibili valori morali, si rifaceva ad una leggenda molto più antica: la Vergine rapita dall'Oltretomba. Il regno dei morti chiede carne fresca e viva, e può ottenerla solo con la forza. Oppure: morte e vita sono legati dal più indissolubile dei nodi nuziali.
Sta di fatto che il collegamento funziona, e se proviamo a identificare i vari Barbablù, Mr. Fox e demoni vari con o senza naso d'argento che vengono a chiedere giovani fanciulle a una madre riluttante ma costretta a cedere alla violenza, con il più tenebroso degli dei, molte storie acquistano una prospettiva nuova di lettura.
Così, visto che ho una prima e le prime devono pascolare a fiabe almeno per un po' (cosa che è ben lungi dal contrariarmi, anche se non ho mai capito perché proprio le prime e perché si dia per scontato che, dopo, di fiabe non si parlerà più perché sono roba da bambini e non da ragazzi) ho pensato di elaborare un percorsino che andasse dalla fiaba al mito, con lo scopo neanche troppo nascosto di dimostrargli che si tratta di ingredienti della stessa zuppa.**
Sull'antologia c'era Naso d'argento, dalle fiabe italiane di Calvino, dove un diavolo cerca ragazze a servizio per intrappolarle in una stanza segreta (e proibita) che è poi un passaggio per l'inferno. Ho aggiunto Barbablù, nella più ortodossa versione di Perrault, il signor Fox, dalle fiabe popolari inglesi della Briggs, dove un bel cavaliere fa collezione di ricche fanciulle che poi uccide e infine L'amore crudele, ripreso dalla Childe da una ballata scozzese, dove la fanciulla tiene testa al diavolo rispondendo a una serie di domande e guadagnandosi così la libertà. Infine, da una vecchia antologia, ho ripreso una narrazione del mito di Persefone, dove mancavano solo i cinque semi di melograno (ma uno dei ragazzi se li ricordava da una lettura delle elementari).
Tutte le versioni sono state pienamente apprezzate, e tutti i punti di collegamento e le differenze sono stati trovati. Con mia grande soddisfazione alla discussione non hanno partecipato solo le punte di diamante della classe, ma tutti, proprio tutti. E qualcuno ha perfino osservato che "non ci sono padri, in questa storia, la mano viene sempre chiesta alle madri" (a volte un po' a forza, va pur detto). E c'è stato spazio perfino per un piccolo excursus sulla Grande Dea mediterranea, ascoltato con religiosa (è proprio il caso di dirlo) attenzione.
Volendo, si potrebbe definire un'unità didattica - ma mi sono ben guardata dal fare una verifica finale, magari con uno schema di differenze e somiglianze: la gente andrà pur lasciata libera di godersi una buona storia, anche se ha la disgrazia di andare a scuola.
*Streghe, vittime e regine di Elinor Childe
*Proprio di zuppa parla il mio amato Tolkien sostenendo questa tesi in Sulle fiabe, un testo che ha suscitato in me una totale e assoluta condivisione: un bel calderone dove dalla notte dei tempi bollono tutte le storie, per riemergerne in forme diverse a seconda del gusto dell'epoca.
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Da 18 a 24 parte seconda - Il governo colpisce ancora
A quanto pare non si trattava di una voce falsa e tendenziosa messa in giro dai sindacati per questioni di propaganda, ma di una vera e autentica proposta di legge del governo racchiusa nella Legge di Stabilità così come è stata licenziata dal Consiglio dei Ministri. E a quanto pare qualche sindacato, più o meno timidamente, ha cominciato a sollevare la questione della costituzionalità. Dunque, se in un primo momento ero perplessa, adesso sono piuttosto accigliata e affetta da una certa nausea.
Gli insegnanti sembrano principalmente concentrati su due filoni di pensiero: il primo è "Ma così la qualità dell'insegnamento ne risente" - che è un argomento che lascia il tempo che trova, perché a quanto pare della qualità dell'insegnamento i nostro governanti si interessano assai meno di quanto possa interessarsene una colonia felina di media qualità; il secondo è "Ma lavoriamo già tanto anche così" e segue un'accorata descrizione delle molte ore di lavoro al di fuori di quelle trascorse in cattedra che svolgono coscienziosamente - ma di fatto anche il più pelandrone e nullafacente degli insegnanti è costretto a fare un buon numero di ore al di là di quelle curriculari, figurarsi un medio insegnante mediamente desideroso di fare un lavoro di medio livello, e per carità di patria non mi soffermo su quelle fatte da un insegnante che aspira a fare un lavoro di livello buono o ottimo; ma anche questo è un discorso inutile perché vedi sopra il riferimento alla colonia felina.
In realtà la qualità dell'insegnantesca opra mi sembra al momento l'ultima delle questioni legate a questa disgraziata vicenda, perché prima di essere insegnanti tutti noi siamo lavoratori e ancor prima cittadini - e la legge presentata ferisce gravemente i diritti degli uni e degli altri, e caso mai venisse approvata (per essere subito sputata via dalla Corte Costituente) costituirebbe un precedente disastroso per ogni cittadino e lavoratore, argomento che solo adesso e timidamente i sindacati cominciano ad accennare.
Tuttavia, anche volendo guardare la questione solo dal punto di vista strettamente insegnantesco, c'è veramente da vomitare. Perché non si tratta, semplicemente, di mandarci sei ore in più alla settimana in cattedra, poniamo dandoci un'altra classe. Nossignori, la legge prevede che queste sei ore aggiuntive siano usate "per la copertura degli spezzoni orario disponibili nella istituzione scolastica di titolarità, per spezzoni di sostegno e per le supplenze brevi e saltuarie" e non altro, dal momento che l'organico delle scuole non viene ridotto: "il personale in questione sarà d’ora in poi obbligato alla copertura dello spezzone senza ricevere più una remunerazione aggiuntiva per questo". Si tratta insomma di una vera e propria corvée, come quelle che i feudatari potevano esigere dai loro contadini - e se in un primo tempo la corvée era un modo per il contadino di pagare in natura la protezione del feudatario, più avanti, quando della protezione si incaricò lo stato, diventò una semplice e pura forma di sopruso (detto per inciso, fu anche una delle cause che spinsero i contadini a partecipare alla rivoluzione francese).
Tutto ciò al nobile scopo di impedire che qualsivoglia precario possa addentare anche una sola delle ore di scuola vacanti o impadronirsi di una pur breve supplenza breve.
Lavoro obbligatorio non retribuito. Per una sola categoria di lavoratori. Statali. Nel XXI secolo. In uno stato che fa parte dell'Unione Europea.
Assai viscidamente, il governo spiega di essere ben disposto a trattare "purché vengano garantiti saldi invariati" ovvero purché gli insegnanti si impegnino a qualcosa che procuri altrettanti risparmi di quanti ne procurerebbe l'applicazione delle corvée.
Cioè siccome non sanno dove pescarli, quei soldi, gli dobbiamo trovare qualche idea (anche se loro sarebbero pagati, a ben guardare, appunto per farsi venire idee, possibilmente non in conflitto con la costituzione e il moderno diritto del lavoro).
Attendo gli sviluppi, ma credo che procurerò di leggerli a stomaco rigorosamente vuoto: non vorrei sprecare del buon cibo vomitandolo. Nel frattempo linko un articolino che rispecchia abbastanza il mio stato d'animo.
Siccome, nonostante tutto, continuo ad essere una vera signora, non commenterò le uscite sulla centralità della scuola - anche perché sono uscite che potrebbero essere adeguatamente commentate solo con il sangue, molto sangue.
No, non il mio.
domenica 14 ottobre 2012
Da 18 a 24?
La voce si è diffusa con la rapidità di un incendio nell'erba secca: lassù, nelle Alte Sfere del Governo, avrebbero deciso di aumentare l'orario di lavoro degli insegnanti da 18 a 24 ore a settimana MA senza alcun aumento di stipendio. L'attuale Ministro dell'Istruzione Profumo ha parlato di bastoni e carote (oddio, certo che l'eleganza della metafora gareggia con quelle dei migliori ministri del non rimpianto governo precedente), della necessità di un sacrificio da parte dei docenti, e insomma non ha smentito. E circola una bozza dell'articolo di legge che proporrebbe tutto ciò, e anche la bozza non è stata smentita (ma nemmeno confermata, mi sembra). Acute analisi e accorati lamenti si inseguono ovunque ci siano almeno due insegnanti o almeno un opinionista e un insegnante (ma le due categorie possono anche sovrapporsi). Chiaramente, gli insegnanti biasimano l'idea - e vorrei vedere; ma per quanto abbia cercato, non ho trovato quel che cercavo, ovvero qualcuno che sostenesse che la cosa è impossibile.
Non ingiusta, disumana, errata, mal impostata, ma proprio impossibile. Perché a me, di primo acchito, sembra per l'appunto impossibile, e prima che indignata, accasciata, infuriata, contrariata o quant'altro, sono spiacevolmente sorpresa e in cuor mio piuttosto incredula.
Dunque, il parlamento di una repubblica costituzionale appartenente all'Unione Europea voterebbe una legge che stabilisce l'aumento di un terzo dell'orario lavorativo di una categoria professionale senza un corrispettivo aumento di retribuzione (pur se con un aumento delle ferie retribuite) - il tutto senza contrattazione sindacale né altro.
Una cosa del genere, per quel che so e ricordo, non si era mai vista. Succedeva nel privato, in tempi piuttosto lontani, e nell'ambito del lavoro nero succede tutt'oggi - ma è un ambito illegale, che vive di patti non scritti e leggi violate.
Alla luce del sole una cosa del genere è del tutto illegale anche nel privato, figurarsi nello Stato. E che invece proprio nell'ambito dello Stato sia stata proposta mi sorprende assaissimo. Ma proprio assaissimo.
Potrebbe certo avvenire in presenza di un nuovo contratto, se tale contratto venisse approvato dalle rappresentanze di categoria, ma non mi risulta che nessuno abbia parlato di un nuovo contratto - che verrebbe comunque deciso appunto in seguito a contrattazione.
Ma così, di punto in bianco, che una mattina ti alzi e decidi "Da oggi è così perché io so' io e voi non siete un cazzo"? E' legale?
La Corte Costituzionale ratificherebbe? Il Presidente della Repubblica firmerebbe?
E se diventasse legale, le altre categorie di lavoratori, tutte le altre categorie di lavoratori, starebbero a guardare? Senza intervenire? Vabbe' che siamo un paese passivo, vabbe' che gli italici sindacati non sono tra i più agguerriti, ma... sul serio, lascerebbero correre pensando "Beh, tanto gli insegnanti lavorano poco"?
E' soltanto a me che questa storia sembra strana?
venerdì 12 ottobre 2012
La saga di Twilight - Stephanie Meyer

La saga è in quattro romanzi: Twilight (2005), New Moon (2006), Eclypse (2007), Breaking Down (2008). L'autrice, Stephanie Meyers, è americana. Fa parte del filone della narrativa per Giovani Adulti. E' stato un grande successo negli anni passati ed è tuttora molto popolare tra le giovani leve, soprattutto ragazze. E' tuttora di gran moda parlarne con grande sufficienza e trattarlo dall'alto in basso, se sei adulto.
Si tratta essenzialmente di una storia d'amore, con buona parte degli stilemi classici della narrativa romance americana attuale, anche se qua e là risultano in parte giustificati dalla trama (o, se vogliamo, la trama è costruita per giustificarli). La scrittura è scorrevole ma non sempre di grande qualità.
L'intreccio è piuttosto semplice, anche se i romanzi sono lunghetti. Tra i pro c'è il vantaggio che i punti più importanti sono spiegati con estrema chiarezza - ma proprio non c'è verso di sbagliarsi, eh. Tra i contro c'è il fatto che la lentezza della narrazione può a volte risultare esasperante.
Ma andiamo a riassumere la vicenda.
Twilight
La protagonista e narratrice è Bella, una ragazza delle scuole superiori che si sente piuttosto scialba, goffa e insignificante (ma, di fatto, non sappiamo se lo è davvero). Per lasciare sua madre più libera di seguire il nuovo marito sempre in giro per lavoro, Bella decide di andare per un po' a vivere col padre, abbandonando un paese dal bel clima soleggiato per rintanarsi in una delle località più piovose e grigie degli Stati Uniti. Proprio a scuola incontrerà un bellissimo e tenebroso Edward, un tipo piuttosto introverso. Dopo qualche incomprensione e un po' di apparente antipatia reciproca, i due si innamoreranno pazzamente. Questa trama assai consueta ha un suo perché : Edward è un vampiro, che abita lì con la sua famiglia adottiva appunto per evitare il più possibile i raggi del sole e che nei primi tempi cercherà di evitare Bella perché l'odore del sangue di lei lo attira irresistibilmente, e non vuole ucciderla. Edward infatti è un vampiro di alti principi morali, più esattamente un Vampiro Gentiluomo, e da tempo ormai, come tutta la sua famiglia, non si nutre di sangue umano ma solo del sangue di animali, che caccia nei boschi circostanti. Lui e la sua famiglia vivono con una certa conflittualità la loro condizione vampiresca, mentre Bella lo accetta senza difficoltà e sin dall'inizio dichiara la sua ferma intenzione a diventare vampira a sua volta per vivere con lui per sempre. Edward è contrarissimo a questo progetto perché non vuole che l'innocenza di Bella sia turbata dalla brutale condizione vampiresca.
New Moon
All'inizio del volume Edward decide di troncare la castissima relazione - in pratica lascia Bella perché la ama troppo e non vuole metterla in pericolo. Bella, convinta (comprensibilmente) che Edward non la ami più, trascina molto malinconicamente la sua ormai vuota esistenza, col cuore spezzato. L'unico pallido raggio di luce è la sua amicizia con Jacob, che scoprirà poi essere un lupo mannaro, di una particolare tribù che sin dalla notte dei tempi difende quella zona dai vampiri. In una serie di equivoci più o meno abilmente giocati Bella salva Edward, che stava per suicidarsi convinto che lei fosse morta, e scopre che lui non ha mai smesso di amarla e di proteggerla da lontano. Edward si convince che Bella non può vivere senza di lui e i due tornano insieme.
Eclipse
Il padre di Bella non vuole che lei frequenti Edward, che l'ha fatta soffrire troppo (ma non sa che lui e Bella passano comunque le notti insieme, in casto connubio perché Edward non vuole rischiare di fare del male alla sua amata. In realtà non sa nemmeno che Edward è un vampiro); Edward non vuole che Bella frequenti Jacob, che per lui è un nemico; Jacob si rifiuta di frequentare Bella perché lei frequenta Edward, che secondo lui è troppo pericoloso. Bella, invece di mandare all'inferno tutti e tre riesce col tempo e la dolcezza a riconciliarli. Alla fine Edward e Jacob hanno una lunga conversazione, dove Edward riesce a convincere Jacob che entrambi hanno a cuore nella stessa misura il bene di Bella (tale conversazione rappresenta forse il punto più insopportabile della saga). Sempre Edward decide di seguire punto per punto i desideri di Bella, pur se preoccupatissimo. Bella opta per un tradizionalissimo matrimonio.
Breaking Down
Il matrimonio si celebra e i due partono in viaggio di nozze. Lì Bella scopre che il sesso con un vampiro è assai piacevole, pur se a volte un po' violento (naturalmente Edward era preoccupatissimo per questo, mentre Belle aveva più volte cercato di farlo cedere).
Contro ogni previsione Belle resta incinta e la gravidanza, per quanto breve, si rivelerà devastante. Saranno necessarie molte sacche di plasma (prelevate dal padre adottivo di Edward, che è medico, da una regolare banca del sangue) per portarla avanti. Il parto sarà ancor più devastante e alla fine l'unico modo di far "sopravvivere" Bella sarà trasformarla in vampiro con qualche anno di anticipo sulla tabella di marcia prevista. La trasformazione sarà dolorosissima ma alla fine Bella scoprirà, nella sorpresa generale, che essere vampiro per lei è una condizione ottimale: persa ogni traccia di goffaggine, immune dalle terribili crisi che tormentano i vampiri neonati, si adatterà prontamente alla sua nuova condizione, che le calzerà come un guanto. Diventa anzi una vampira assai potente, in grado di sviluppare fortissimi scudi difensivi che le permetteranno di difendere sé stessa, la bambina e tutta la sua famiglia adottiva da un attacco sferrato da un gruppo di vampiri nemici. Jacob, che è sempre stato innamorato di lei, scopre che l'amore si è trasferito sulla bambina (che tra l'atro cresce molto, molto in fretta) in quello che, tra i lupi mannari, è un legame per la vita. Tutti quindi sono molto felici e anche i genitori di Bella, finalmente informati della situazione, si adattano in fretta e senza crisi al genero e alla figlia-vampira.
La saga è stata al centro di numerose polemiche e questioni di lana caprina. Edward non è un vero vampiro, si è detto (cos'è un vero vampiro non mi è chiaro. Forse esiste un Comitato di Certificazione Autentici Vampiri di cui mi è sfuggita l'esistenza finora?). E' solo un romanzo rosa. Le ragazze leggono solo romanzi rosa, dovrebbero darsi a letture più impegnate. Le ragazze che leggono la saga di Twilight sono scervellate e non amano la buona letteratura. Si perde tutto il valore trasgressivo del Vampiro inteso come Diverso. La scrittura è superficiale. La storia non sa di niente. Eccetera.
Nonostante tutte queste dotte disquisizioni, alle ragazze la saga piace, e personalmente non riesco a capire perché non dovrebbero leggersela in santa pace (di fatto, comunque, è quel che fanno). E' evidente che Edward non partecipa della consueta natura sulfurea e demoniaca dei vampiri - di fatto, sembra chiaro che vorrebbe con tutte le sue forze essere solo un Bravo Ragazzo e più avanti un Buon Padre di Famiglia e che soffre moltissimo di non poterlo essere nel modo più usuale; è probabile però che, dopo un lungo training, Bella riuscirà a convincerlo ad essere alfine quel che è senza troppi rimpianti. Si tratta di un tipico Personaggio in Cerca di Redenzione, anche se, come certe figure di cortigiane pentite dei romanzi dell'Ottocento, non sembra al lettore che abbia poi così grande necessità di essere redento.
Bella invece è un personaggio interessante, a modo suo. La sua è la forza dell'ostinazione passiva: non contraddice nessuno, non attacca mai nessuno, obbedisce a tutti ma ha un gruppo di obbiettivi cui è attaccata con le unghie e con i denti e da cui non si scosta di un millimetro: ama Edward, vuole continuare ad amare Edward, vuole diventare un vampiro per stare per sempre con Edward e vuole che nessuno soffra per colpa sua. La forza della sua tranquilla ostinazione riuscirà ad averla vinta su tutti quei personaggi (primo fra tutti, Edward) che a tutti i costi vogliono perseguire il bene di lei.
In qualsiasi momento Bella sarebbe pronta a farsi da parte e rinunciare a tutto, tranne alla sua ferma determinazione ad amare Edward in vita o in morte. Praticamente una versione americana della Griselda di Boccaccio. Anche se passa quattro libri in forma umana deprecando la sua totale inadeguatezza al meraviglioso Edward, la sua forza da Motore Immobile finisce per spogliare tutti gli altri personaggi delle loro sovrastrutture ed accettare che sia fatta la sua volontà. Va ricordato che la saga comincia con un (grave) sacrificio che del tutto spontaneamente lei decide di fare per aiutare qualcuno che ama (sua madre). Senza quel sacrificio iniziale, nella cittadina soleggiata e luminosa dove abitava prima che inizi la vicenda, e dove lei stava così volentieri, non avrebbe mai conosciuto Edward. Insomma, la struttura base è quella della fiaba, e dalle fiabe attinge una forza che permette al lettore di sopravvivere anche alle interminabili riflessioni sull'amore di Edward e ai capricci di Jacob.
E' una lettura consona ed adeguata per una giovinetta dei giorni nostri?
Edward si preoccuperebbe molto della questione. Io no. Ma se l'avessi letto da ragazzina probabilmente mi sarebbe piaciuto. Di fatto, non mi è dispiaciuto nemmeno leggendolo da adulta.
Per una recensione forse leggermente più acida, ma comunque improntata a grande rigore, basta andare qua, sul blog di Gamberetta.
Del tutto sconsigliato a chi ama le storie d'azione: in ogni libro c'è un combattimento preceduto da un po' di azione, ma è confinato in un cantuccio e non sa di molto.
Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homedemamma.
mercoledì 10 ottobre 2012
Disciplina - 3 - Tempo e spazio (post banale)
Corre voce che, in condizioni di sovraffollamento, i topi in gabbia si stressinio e, addirittura, diventino irrequieti. Incredibile, vero?
Quello che vado a esporre nel presente post è di una banalità assoluta - e tuttavia, come qualsiasi insegnante sa bene, quando si affronta un argomento occorre esporre anche le premesse più ovvie - che regolarmente risultano non essere poi del tutto ovvie proprio per tutti.
E' cosa cognita a chiunque lavori in cattedra che le classi più numerose e sovraffollate sono parimenti quelle dove è più difficile mantenere la disciplina, anche laddove per "mantenere la disciplina" si intenda un banalissimo "realizzare condizioni minimali di convivenza".
Per il numero, si fa presto a spiegare: quando a respirare, prendere la penna, sfogliare un libro, cancellare eccetera son ventinove invece di diciotto, anche la semplice operazione di "Aprite il libro di storia a pagina 245" produce un gran rumore. Inoltre si ha l'impressione che la scolaresca passi letteralmente il suo tempo ad andare in bagno, chiedere il bianchetto al compagno dietro, stropicciare i piedi, spostare la seggiola e via dicendo - e non parliamo di quando qualcuno ha la tosse: un sesto della classe attossicato è più che sufficiente a rendere incomprensibile la più bella delle lezioni.
Tuttavia i veri problemi arrivano col sovraffollamento. Se uscire per andare in bagno (o per chiedere alla classe vicina se hanno una squadra da prestare) richiede una gimkana con annesso salto a ostacoli tra banchi, zaini e tastiere, un quinto della classe che esce per un qualche motivo dalla classe basta e avanza a provocare un notevole disturbo. Se poi ogni volta che tiri una riga con la squadra o prendi un pennarello di colore diverso rischi seriamente di ficcare un gomito nelle costole del compagno di banco o di interferire con la sua riga o la sua colorazione, la situazione diventa davvero ardua da sopportare e tutti sono più nervosi (e dunque discutono, questionano e si rimbrottano molto più che se stessero adeguatamente larghi). Postremo sed non ultimo, se in mezzo a tutto questo l'insegnante di turno strilla a tutta canna di non fare tutto quel rumore e voi siete assolutamente convinti (a torto o a ragione) di non farne affatto, ma siete altresì irritati dalla gran quantità di rumore che fanno gli altri, i nervi cominciano seriamente a logorarsi.
Si dirà che un tempo le classi erano molto numerose ma che non c'era tanta confusione. A parte che non sempre è vero, un tempo le aule erano più grandi, perché all'epoca si prevedevano classi tra i 25 e i 35 alunni che venivano infilati in aule calibrate appunto per 25-35 alunni laddove oggi abbiamo aule progettate per contenere al massimo 20 alunni ma dove le leggi sconsiderate di un ancor più sconsiderato governo hanno infilato di punto in bianco tra i 25 e i 30 ragazzi. Inoltre dntro queste aule un tempo c'era meno roba. Quando andavo alle medie avevo una cartella di modeste dimensioni che costituiva tutto il mio bagaglio, non un maxizaino farcito di quaderni in A4, senza contare che non dovevo gestire anche una tastiera e una valigetta dimensione A2 con l'attrezzatura da disegno. Le classi erano più numerose, ma l'insegnante si muoveva attraverso l'aula senza rischiare ogni volta di rompersi l'osso del collo.
Inoltre, in quegli anni a scuola si passava meno tempo. Le mattinate lunghe erano di cinque ore, ma in prima media cinque mattine su sei erano di quattro ore; sommessamente si può anche aggiungere che la scuola cominciava solo e soltanto il primo ottobre, e c'era anche qualche giorni di festa in più; insomma il sacrificio scolastico coinvolgeva una quota minore dell'anno solare.
Quattro o cinque ore in una settimana di sei giorni. E qui entra in gioco il fattore tempo, di cui anche LaNoisette si è occupata di recente, esaminando la questione dal versante delle superiori con una serie di savissime e molto opportune considerazioni.
In molte scuole medie è invalsa la bieca consuetudine della settimana corta: l'orario è articolato su sei giorni, da Lunedì e Venerdì, e di Sabato la scuola è chiusa. Di conseguenza per cinque giorni di fila i ragazzi entrano alle otto ed escono alle due dopo essersi sciroppati sei ore consecutive di scuola con, quando va bene, due intervalli di dieci minuti l'una - ma qualche scuola gestita da pazzi dissennati fa un solo intervallo (con il consistente rischio che alla sesta ora la scolaresca affamata decida di provare ad addentare qualche insegnante più giovane o un compagno dall'aspetto tenero e succulento).
Ordunque, per dirla in sintesi: uno scolaro affamato è uno scolaro ingestibile, uno scolaro stanco è uno scolaro insopportabile, e uno scolaro della prima media alla sesta ora è del tutto inutilizzabili a fini prettamente scolastici a meno che non abbia passato la quinta ora a pranzare e farsi una buona ricreazione.
Come ulteriore aggiunta possiamo osservare che, alla sesta ora, anche l'insegnante assai raramente è al suo meglio.
Corollario ulteriore: l'alunno che finisce alle due, specie se deve prendere il pulmino, si alza da tavola dopo le tre. A quel punto deve preparare i compiti per la successiva mattinata di sei ore - e se per gli scritti può avvantaggiarsi, le materie orali vanno quanto meno ripassate con cura la sera precedente. E forse, possiamo azzardare, la prospettiva di altre sei ore tappato in un'aula stretta e sovraffollata non lo attira soverchiamente.
Certo, c'è la mattina del Sabato libero... e anche un po' di nausea da smaltire, probabilmente.
Conclusione: le classi meno numerose che hanno aule grandi e l'orario articolato su sei giorni alla settimana sono anche quelle dove mantenere la disciplina è più facile.
Sono consapevole che è un discorso molto banale ma, ahimé, non sempre si può stupire il lettore con effetti speciali.
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Buon compleanno Rumiko (e non solo)!
Doppio festeggiamento, oggi: la grande disegnatrice di Ranma, Lamù e Inuyasha, Rumiko Takahashi per l'anagrafe giapponese nonché "la Divina" per noi reverenti Brigatisti compie gli anni; e li compie anche 'povna, una delle mie blogger preferite. Colpita solo oggi dalla coincidenza, colgo l'occasione per fare a entrambe dolci e rosei
AUGURI!
mercoledì 3 ottobre 2012
Granducato di Lituania: chi era costui?
Per la cartina, come per il poco che so sul Granducato di Lituania,
sono totalmente debitrice a Wikipedia
Per iniziare il programma di storia di seconda media, niente di meglio di una carta politica dell'Europa nel XV secolo, e Grandangolo ce ne fornisce una bella, chiara e grande. Siccome il libro non mi è ancora arrivato e quindi non ho avuto modo di prepararci su la lezione, improvviso su una carta che vedo per la prima volta in vita mia. Ma sono un'insegnante seria e ben preparata, saprò bene spiegargli una carta dell'Europa nel XV secolo, no?
Così espongo la complessa questione dell'impero asburgico, spiego che la Spagna era ormai quasi tutta reconquistada e riunificata, poi la Francia, l'Inghilterra, spostiamoci verso est... Impero Ottomano, Principato di Mosca, i domini dell'Ordine Teutonico...
"Prof, e il Granducato di Lituania?".
Il Granducato di Lituania - un'enorme territorio di cui non ho mai sentito parlare in vita mia. Due abilitazioni, un esame di Storia Moderna passato con trenta e i complimenti del professore, una vita passata a spulciare e approfondire, e il Granducato di Lituania è lì, nella sua interezza, e io non so assolutamente che diavolo sia. E non posso cavarmela dicendo che era la Lituania, perché l'attuale Lituania è molto più piccola nonché più esposta sul mar Baltico.
Naturalmente le fitte note accanto alla cartina non danno spiegazioni. Non ne danno nemmeno per i domini dei Teutoni o il Principato di Mosca, ma lì sono ampiamente in grado di supplire grazie ai miei studi sulle crociate del Nord, nonché alle mie pazienti ricerche su Aleksander Nevskij, di cui sono innamorata fin da ragazzina grazie al film di Eisenstein. Peccato che Eisenstein non abbia mai fatto un film sul Granducato di Lituania (del resto, non so perché avrebbe dovuto).
"Ragazzi, fino a mezz'ora fa ne ignoravo financo l'esistenza. Per adesso posso dirvi che era un granducato, per la prossima volta vedrò di informarmi".
La volta seguente arrivo senza grandi notizie, in verità. Verso la metà del XII secolo nasce questo misterioso ducato, che poi si confedera con la Polonia e dura fino alla fine del XVIII secolo. Nel momento di massima espansione comprende buona parte dell'attuale Polonia, la Bielorussia, quasi tutta l'attuale Lituania, la Rutenia (che non è che abbia ancora capito bene cos'era, salvo il fatto che era abitata dai ruteni), Ucraina, pezzi dell'attuale Russia e un po' di minutaglia circostante. Se è durata quasi sei secoli deve essere stata un entità piuttosto forte; pure, i nostri libri di storia se ne sono occupati ben poco, per quel che mi risulta*.
Ma, a ben guardare, i manuali di storia dicono molto poco in generale su tutta l'Europa dell'est: ad un certo punto arriva il Principato di Mosca, poi c'è Ivan il Terribile e infine la Russia rispunta definitivamente con Pietro il Grande, e da lì sappiamo cosa succede almeno a lei. Anche la Polonia comincia a fare capolino, se non altro per citare il fatto che la Russia cerca regolarmente di papparsela (con un certo successo). Ma, a questo punto, del Granducato di Lituania resta solo il ricordo; anzi, a noi non resta nemmeno quello perché non abbiamo mai saputo che c'era.
E siamo d'accordo che non si può fare tutto. Altresì siamo d'accordo che un eccesso di studio nozionistico può soltanto annoiare. Ma insomma, in tempi di Europa Unita, e l'importanza dell'Europa, e l'Idea di Europa, e le nostre radici europee e tutto questo genere di cose, non sarebbe forse il caso di allargare un minimo i confini dei nostri programmi al di là del blocco dei Paesi Fondatori della UE parlando di qualcosina in più che Spagna, Italia, Austria, Germania e Francia più Benelux? Durante tutti quei secoli in cui non vengono citati nemmeno di striscio, i nostri confratelli dell'Est avevano sviluppato lingue, culture, stili di vita e forme architettoniche non del tutto vili o prive di interesse. Non giravano vestiti di pelli rozzamente conciate e non dormivano in capanne di fango cucinando solo su pietre arroventate né si limitavano a decorare sommariamente le pareti delle caverne usando colori ricavati spremendo le erbe. D'accordo, non misero su imperi coloniali e non gli venne in mente di andare a portare la civiltà e il cristianesimo in Africa. Tuttavia potremmo forse prendere in considerazione la possibilità di perdonargli queste gravi mancanze, visto che, dopo tutto, non erano quattro gatti e occupavano ben più di mezza Europa?
*che se poi sono tra le poche a non sapere vita morte e miracoli del defunto Granducato di Lituania e, insomma, il mio è solo un triste caso isolato, vi scongiuro, ditemelo senza giri di parole.
lunedì 1 ottobre 2012
Sugli incomparabilissimi vantaggi di avere una LIM collegata a Internet rispetto ai colleghi terragnoli che non ce l'hanno
Nella Seconda Effervescente c'è una LIM, donata alla scuola dal genitore di una delle alunne e da lui amorevolmente curata come una seconda figlia.
Felicemente consapevole di questo arrivo il primo giorno con la mia chiavetta: così imparo subito come funziona, controllo come legge le immagini, vedo se caso mai ci sono problemi...
Il primo problema è un sole splendente che irrompe trionfale nella classe, costringendo gli alunni a migrare di qua e di là per non rosolare a fuoco vivo.
Due chiacchiere di presentazione, poi estraggo la chiavetta. "Proviamo a vedere se la LIM legge le mie immagini?" chiedo "Vengono da un Mac, non so...".
Una visibile corrente di approvazione si alza per la classe (l'insegnante di Storia e Geografia dell'anno scorso la LIM non la usava mai perché, mi spiegò serenamente "ci sarebbe voluto troppo tempo per preparare le lezioni").
Gli informatici di classe si alzano, accendono, mi spiegano le differenze d'uso con la LIM su cui lavoravo l'anno prima... e mentre porgo la chiavetta a uno di loro il programma si chiude e il computer si riavvia, tutto da solo.
Ci guardiamo perplessi, ma si sa, Windows ha le sue stranezze.
Alla terza volta che il programma si chiude e Windows riparte da solo senza averci permesso di fare alcunché stabilisco che non tira aria, faccio spengere tutto e passo a mezzi più tradizionali.
"Questa appesa al muro è una carta geografica dell'Europa. Prima di tutto sapete da dove viene il nome Europa?" eccetera eccetera.
Il giorno dopo in classe trovo il Padre della LIM (e, incidentalmente, anche di una delle mie alunne) che dà il biberon virtuale alla figlia virtuale, mentre la figlia terrena fa parte dell'ansioso gruppo che attende il responso.
Il problema del computer, mi assicura il Padre, adesso è stato risolto. Porgo la chiavetta per procedere alla prova. Mica voglio fare chissacché, solo vedere se quella singola LIM legge le immagini della mia chiavetta.
Non le legge. Sullo schermo appare una scritta sdegnata che parla più volte di trojan.
"Ma la mia è una chiavetta virtuosissima!" insorgo "La usavo solo con la LIM della mia Terza".
"La usava con il computer della sua Terza" obbietta, non irragionevolmente, il Padre "E non sappiamo cosa c'era in quel computer. Probabilmente lo usavate in molti".
Vero. C'era un gran traffico di chiavette, in quel computer, in alcuni casi assai promiscue. Ma credevo che quel pallosissimo antivirus che sempre rallentava anche le operazioni più semplici ci difendesse saldamente da ogni insidia. Invece mi ritrovo perfino i trojan. Io, un'insegnante rispettabile e informaticamente prudentissima quant'altre mai.
"Il problema è che adesso dalla sua chiavetta è stato cancellato quasi tutto".
"No, non è un problema, ho la copia a casa. Stasera formatto la chiavetta".
Il Padre saluta e se ne va. Inizio la lezione.
"Prof, che cos'è un trojan?"
"Un trojan è un qualcosa di molto insidioso che ti mangia i programmi dall'interno del computer. Secondo voi perché si chiama così?"
Segue una graziosa ricostruzione dei guerrieri greci che, nel silenzio della notte, aprono la pancia del cavallo e si intrufolano nella città addormentata. Poi, aiutati dal buon vecchio, banale e concreto manuale di storia, passiamo a riepilogare l'Europa del XV secolo.
Il giorno dopo, in un tripudio di sole, riusciamo infine a inserire la mia chiavetta, non più troiana ma formattata, ripulita e ricopiata. La LIM legge perfettamente le immagini, siamo noi che sullo schermo non vediamo quasi nulla perché c'è troppa luce. Il Catafalco è stato preso in un'altra classe. Mi riprometto di cercarne un altro.
Il giorno dopo è felicemente nuvolo ma i tecnici sono infine arrivati e hanno avviato i lavori per connetterci in rete, e il primo risultato di ciò è che non c'è più nemmeno il computer.
Passa qualche giorno. Passa una settimana. Passano dieci giorni. Le custodi mi ripescano il secondo Catafalco. In classe ci siamo ormai ripassati con ogni cura confini e monti e fiumi dell'Europa, la situazione della medesima alla fine del Medioevo, la situazione dell'Italia dopo la pace di Lodi e un sacco di altre cose per le quali una LIM sarebbe stata utilissima. Arriviamo infine all'invenzione della stampa, in onore della quale avevo anche raccattato un po' di immaginette.
"Prof, c'è sempre l'aula video"
"Sì, c'è, ma è un altro computer. Volevo evitare che questa chiavetta facesse vita promiscua e non ne ho ancora comprata una nuova. Non importa, gli incunaboli e i torchi li vediamo domani".
Ma l'indomani, per motivi per me incomprensibili, tutto è di nuovo saltato e non si vede un accidente. C'è il catafalco, ci sono le nuvole, ma il computer si rifiuta di funzionare. Tra un'imprecazione e l'altra, interrogo a spizzico sul ripasso.
Finalmente ieri tutto era risolto. Entro in classe accolta da un bel cielo plumbeo e da venti e passa smaglianti sorrisi "Prof, c'è Internet!".
Ma io avevo un raffreddore di categoria extralusso e la febbre, ed ero alla quarta ora su cinque.
"Son contenta, ma stamani facciamo col libro. Ci sono delle buone carte, sul libro".
E, nella perplessità generale, ho spiegato (maluccio) la ricerca delle nuove rotte per l'India e i nuovi tipi di navi (caravelle e galeoni), ovvero quanto di più adatto ad una LIM ci fosse al mondo.
Mi stava fatica destreggiarmi in piedi tra una trentina di slide.
Domani è un altro giorno e si vedrà.
venerdì 28 settembre 2012
A me le guardie! - Terry Pratchett
Pubblicato nel 1993, tradotto in Italia nel 2003.
Con questo libro, il primo del Ciclo delle Guardie, Terry Pratchett è entrato nella rosa dei miei scrittori preferiti. Ufficialmente è uno scrittore di fantasy umoristica, ma a me sembra soprattutto sociologia (scritta in modo divertente). Di fatto, è un autore realistico e molto attento al contemporaneo. A modo suo.
Le Guardie di cui si parla sono le scalcinate Guardie Notturne della città di Ankh-Morpork, la più grande città del Mondo Disco - un mondo piatto sorretto da quattro elefanti sorretti da una tartaruga gigante*.
La trama è relativamente semplice: nella caotica metropoli di Ankh-Morpork una setta segreta composta da scervellati ricolmi di frustrazioni sociali e vaghe rivendicazioni, guidata per giunta da uno scervellato che è convinto di essere in realtà assai accorto e lungimirante, evoca un drago da una piega del Multiverso dove i draghi sono finiti ormai da tempo immemorabile. Lo Scervellato in Capo ha un piano che dovrebbe portare a un nuovo ordinamento della città, ma l'intera faccenda, e soprattutto il drago, gli sfuggono ben presto di mano con conseguenze drammatiche. A risolvere il problema interverrà l'Amore: il drago sceglierà, in base a criteri del tutto imprevedibili, come solo l'Amore può dettare, un partner sorprendente e i due si avvieranno sui monti ai confini del Disco, ove si suppone vivranno felici. Ankh-Morpork, seppure malconcia, sopravviverà alla dura prova e continuerà la sua caotica esistenza ai limiti del possibile. La Guardia Notturna sarà ricompensata. Lo Scervellato pagherà, gli altri scervellati pure. E con loro pagheranno anche un sacco di innocenti e di tipi magari poco raccomandabili ma che non avevano evocato alcun drago né mai avevano minimamente pensato di farlo.
In parallelo a quella del drago si sviluppa un'altra storia d'amore tra il capo della Guardia, Samuel Vimes, e l'allevatrice ed esperta di draghi di palude Lady Sybil - entrambe narrate assolutamente senza parere. Tutte le vicende in effetti sono raccontate senza parere, con una curiosa tecnica a incastro che trascina il lettore allo stesso modo con cui il fangosissimo fiume di Ankh-Morpork trascina la sua... acqua? No, di certo non è acqua; contro ogni logica comunque quel fiume scorre, e riesce persino a dissetare la città; addirittura pare funzioni anche per spengere gli incendi.
Il romanzo è pieno di personaggi principali, tutti molto affascinanti: l'acido, cinico, perennemente arrabbiato, quasi perennemente rassegnato (e ubriaco) Samuel Vimes, che è finito a capo del più screditato corpo di difesa della città per una deplorevole tendenza a dire spesso quel che pensa; Lady Vimes, ricca aristocratica pazzamente innamorata dei draghi di palude che alleva e cura con grande dedizione, donna di notevole senso pratico ed eccellente competenza draghesca; Lord Vetinari, il Patrizio a capo di Ankh-Morpork, grandissimo politico capace di dare una organizzazione assai più reale che apparente alla sgangherata città e di uscire indenne dal ciclone draghesco; il caporale Carota, bel giovane dal sorprendente candore, dotato di tale autorevolezza e carisma da riuscire a domare con poche parole financo una rissa tra nani e troll; il Bibliotecario dell'Università di Magia, trasformato in orango da un incantesimo e talmente abile nel suo lavoro da saper gestire i campi di magia generati dalla sua biblioteca e usare con successo i corridoi che portano nelle dimensioni Altre; i capi delle Gilde, il gruppo degli scervellati evocatori (molto divertente fin quando non tornano in mente le società segrete con cui Hitler avviò la sua scalata al potere), gli altri componenti della guardia, le nobili dame che lavorano alla clinica dove si curano draghi di palude abbandonati e malati....
Il libro pullula, letteralmente, di riferimenti e citazioni letterarie e non: alla fantasy, alla letteratura fantastica in generale, alla storia politica, sociale ed economica, alla pubblicità, alla musica, allo sport, alla filatelia e alla gingillometria applicata... il lettore non è tenuto a coglierli tutti, e nemmeno la maggior parte (ma se non ha vissuto per tutta la vita su un'isola deserta e senza collegamenti col resto del mondo qualcuno lo coglie per forza): la storia funziona perfettamente anche senza decifrarli. Ed è una gran bella storia.
Come tutti i romanzi del Mondo Disco e, nello specifico, del Ciclo delle Guardie, è autonomo e autoconclusivo.
Corre voce che, in traduzione, Pratchett perda parecchio (gli abbondanti riferimenti sono fatti anche grazie a una serie di giochi di parole o allusioni intraducibili). Corre anche voce che leggere Pratchett in inglese non sia alla portata di tutti e non basti armarsi di buona volontà, dizionario e qualche ricordo scolastico.
Per quanto si possa perdere, comunque, garantisco che qualcosa per il lettore rimane anche in traduzione.
Con questo post partecipo ai Venerdì del libro di Homemademamma, augurando buone letture a tutti per questo week-end che, per clima e temperature e raffreddori incombenti, alle letture si presta parecchio.
*un mondo sorretto da quattro elefanti sorretti da una tartaruga? Sì, è possibile che qualcosa del genere sia stato già immaginato prima di Pratchett. Quasi niente è originale, in Pratchett, e tutto lo è. Del resto, lo stesso Mondo Disco è un mondo abbastanza contraddittorio, che non si preoccupa affatto di sanare le sue contraddizioni e dove tutti sono costretti a prendere le cose come vengono. Ricorda niente?
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mercoledì 26 settembre 2012
Disciplina - 2 - Ogni 1 ha le sue regole
Da brava amante dei gatti non sono molto incline a dare ordini, anche perché ho ben presente la possibilità che non vengano eseguiti. Data questa premessa, il lettore potrebbe essere forse portato a dedurne che nelle mie classi la disciplina non sia delle più rigorose; cotal conclusione in effetti è ben lungi dall'essere falsa, e tuttavia, alla prova dei fatti, con me le classi non risultano più indisciplinate di quanto siano in media con gli altri insegnanti del Consiglio - in pratica: le classi ordinate e composte lo sono con me come con gli altri, le classi che fan casino con gli altri lo fanno anche con me, e il massimo che posso sperare di ottenere con loro è un casino decentemente produttivo (di solito ci riesco; di solito; più o meno; credo; o almeno, me lo auguro vivamente).
Molti insegnanti sono convinti che le regole debbano essere uniformi in tutto il Consiglio "altrimenti i ragazzi si confondono"; altri sostengono che dette regole debbano essere condivise e passano gran copia di ore, all'inizio dell'anno, a stilare elenchi di regole interne e discuterne con i ragazzi per poi fargliele trascrivere su grossi cartelloni che decorano l'aula. Per quel che ho visto tale procedura non fa danni e può anzi portare risultati positivi in molte classi, ma ritengo sia efficace solo se l'insegnante è in assoluta buona fede: per quel che ho visto i ragazzi sono comprensibili e adattabili alle idiosincrasie dei singoli docenti, ma hanno un orecchio sensibilissimo per l'ipocrisia. Io non sarei in buona fede parlando di regole condivise, perché ritengo che le regole si possano condividere solo nei rapporti tra pari, laddove a scuola i rapporti sono gerarchici e quello che pratica l'insegnante è un assolutismo illuminato* (almeno, ci si augura caldamente per il bene di tutti che sia illuminato dalla luce di un po' di ragionevolezza); da condividere c'è ben poco, perché è comunque l'insegnante che decide se accettare eventuali proposte degli alunni.
Inoltre, per quel che ho visto, quando arrivano alle medie i ragazzi hanno già sentito parlare a lungo e approfonditamente di regole, con tutte le introduzioni storico-sociologiche-antropologiche del caso, e quelle essenziali nella convivenza scolastica le conoscono benissimo; il che non toglie che ci sia spesso, nelle classi più intrattabili, qualche manipolatore che sgrana gli occhioni irradianti innocenza e assicura che "nessuno ci ha mai detto le regole da seguire" - di solito, guarda caso, si tratta di alunni per i quali l'unica Regola da seguire è di scassare le balle all'universo mondo il più possibile, e che a detta regola si attengono con coerenza e costanza davvero degne di miglior causa.
In linea di massima, quando entro in una nuova classe l'unica Regola che do è che tengano un quaderno ad anelli per consegnarmi il singolo foglio del compito, invece dell'intero quaderno; poi aggiungo che, se preferiscono, possono anche tenere dei quaderni normali e consegnarmi quelli, ma allora ne devono avere più di uno per materia - insomma, è una regola caucciù che possono adattarsi a loro piacimento.
Le altre regole le do per implicite e lascio che le scoprano col tempo (ma non tutte le classi hanno dovuto scoprirle: in alcuni casi erano già implicite anche per loro).
La prima regola implicita è che la lezione deve andare avanti a qualsiasi costo, e se la lezione non fa il suo corso divento una tigre zannuta - dunque possono allargarsi, ma con criterio, e di solito il criterio si chiarisce da solo con qualche nota sul diario o qualche compito supplementare che assegno a tutta la classe, e dopo se la vedranno tra loro. Spesso non occorre nemmeno arrivare alla nota, basta ritirare qualche diario e l'aria si calma. Corollario: se vogliono questionare tra loro, devono farlo fuori dall'aula o comunque non nelle ore di lezione, perché a scuola non si viene per litigare**.
La seconda regola implicita è che la lezione deve andare avanti ma loro devono essere a loro agio, nei limiti concessi dalle scomodità della situazione. In pratica al primo che mi chiede se può bere rispondo che possono bere come e quando vogliono durante le mie lezioni, al sesto che lo chiede spiego che il prossimo che interrompe la lezione per chiedere di bere invece di idratarsi a suo piacere senza scocciare la collettività lo lascerò a morire di sete senza rimorso alcuno, e questo di solito chiude la questione una volta per tutte. Quasi subito imparano che in bagno possono andare quando gli pare, ma che se me lo chiedono a gesti senza interrompere apprezzo molto di più. E nel giro di pochi giorni, con le buone o con le cattive, imparano anche che i commenti sui compagni devono imparare a farli solo e soltanto quando io sono fuori portata d'orecchio. A quel punto la convivenza si fa abbastanza rilassata.
In generale tollero lo scambio di biglietti o di scritte sul diario, se non è troppo palese o continuato. Qualche volta, se proprio non posso decentemente esimermi dal notare la cosa, domando se, per consegnare un biglietto, è proprio necessario scomodare un'intera ala della classe e proclamarlo ai quattro venti, ricordando che una delle arti indispensabili alla sopravvivenza di uno scolaro è, appunto, quella dello scambio dei biglietti silenzioso e discreto. Se sono costretta a sequestrarne uno lo coriandolo e lo butto via senza leggerlo, anche se qualche volta ho minacciato di farne pubblica lettura se le chiacchiere non si fermavano IMMEDIATAMENTE (in quel caso si produce di solito un silenzio molto contrito). Talvolta, durante la lettura, impongo il silenzio assoluto: non si esce, non ci si alza, non ci si muove e non si respira, si legge e basta. Chiaramente lo faccio solo con le classi dove l'attenzione è, come dire, un po' fragile.
Chi vuole buttare qualcosa nel cestino si alza e la butta, senza autorizzazione protocollare: il fatto che qualcuno si muova in classe non mi disturba né disturba la sua capacità di ascolto. Al cambio dell'ora non gli impedisco in alcun modo di muoversi né di parlare, purché i decibel e le gomitate non passino una certa soglia.
Non commento mai abbigliamento o pettinature, se non è per dire qualcosa di estremamente positivo. Non sempre approvo come sono vestiti o pettinati, ma altrettanto mi succede con molta gente che incontro per strada e certo non li fermo per dirglielo. Secondo alcuni, criticandoli in tal campo adempirei alla mia Alta Funzione di Educatore, ma ho parecchie remore a criticare, per qualcosa di non attinente alle mie materie, qualcuno che non può rispondermi liberamente. Del resto faccio ben poco caso a come sono vestiti - tra l'altro mi sembrerebbe stupido perdere tempo con le loro pettinature quando c'è tanto da lavorare sui loro congiuntivi e con la pace di Westfalia ancora da spiegare e la ex-Iugoslavia ancora da cominciare. I loro congiuntivi sono affar mio ma dubito molto che altrettanto si possa dire per il loro modo di vestire - e comunque ricordo benissimo l'ondata di odio puro che si alzava in silenzio verso gli insegnanti che ai miei tempi hanno avuto l'incauta idea di pronunciarsi sull'argomento (pochissimi, sia chiaro). L'Alta Funzione di Educatore la lascio a chi la vuole, mi interessando di più i congiuntivi.
Raramente le mie classi sono silenziose. Di fatto, quando riesco a parlare per più di un tot di minuti senza nemmeno un'interruzione mi insospettisco e ne concludo che non stanno ascoltando. Sì, certo, quel bel silenzio assorto quando la classe ti ascolta in un unico afflato di anime... molto gratificante, d'accordo, ma se passa i due massimo tre minuti secondo me non è afflato, è solo che hanno staccato l'audio. Altrimenti commenterebbero. Di fatto, le classi molto silenziose mi mettono addosso un notevole senso di frustrazione.
In pratica il mio ambiente di lavoro consueto è una classe di media effervescenza, con qualcuno in piedi, qualcuno che esce e qualcuno che scrive a qualcun altro mentre uno o due controllano che la LIM non faccia i capricci e qualcuno mi rivede le bucce perché sette settimane prima ho detto X, oggi dico Y e il manuale, nella didascalia della terza immagine dice Z.
Altri preferiscono classi più ferme e composte, e si regolano diversamente da me per ottenerle - il che mi sembra assolutamente legittimo.
Di fatto, purché il programma vada avanti a velocità decorosa e i fanciulli ricordino a distanza di qualche settimana le linee essenziali di quel che è stato detto dagli insegnanti, credo che ognuno debba praticare l'Assolutismo (speriamo passabilmente illuminato) a modo suo: un po' di varietà secondo me non disturba chi passa trenta o trantasei ore confinato in un banco senza altro conforto che qualche briciola di intervallo e due ore di Fisica e ha, come unico spettacolo cui assistere, un gruppo di persone che cercano di ammaestrarlo su cose magari utilissime, ma che spesso suscitano in lui un interesse molto moderato.
*secondo la geniale definizione di Sary
**va da sé che nessun insegnante può ragionevolmente sottrarsi all'abominevole ma talvolta necessario rito dell'Autocoscienza Collettiva quando i conflitti tra alunni toccano il livello di guardia; tra l'altro, va pur detto, talvolta tale rito sortisce effetti molto positivi. Talvolta. Ho scritto "talvolta".
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