Il mio blog preferito

venerdì 12 ottobre 2012

La saga di Twilight - Stephanie Meyer



La saga è in quattro romanzi: Twilight (2005), New Moon (2006), Eclypse (2007), Breaking Down (2008).  L'autrice, Stephanie Meyers, è americana. Fa parte del filone della narrativa per Giovani Adulti. E' stato un grande successo negli anni passati ed è tuttora molto popolare tra le giovani leve, soprattutto ragazze. E' tuttora di gran moda parlarne con grande sufficienza e trattarlo dall'alto in basso, se sei adulto.

Si tratta essenzialmente di una storia d'amore, con buona parte degli stilemi classici della narrativa romance americana attuale, anche se qua e là risultano in parte giustificati dalla trama (o, se vogliamo, la trama è costruita per giustificarli). La scrittura è scorrevole ma non sempre di grande qualità. 
L'intreccio è piuttosto semplice, anche se i romanzi sono lunghetti. Tra i pro c'è il vantaggio che i punti più importanti sono spiegati con estrema chiarezza - ma proprio non c'è verso di sbagliarsi, eh. Tra i contro c'è il fatto che la lentezza della narrazione può a volte risultare esasperante. 
Ma andiamo a riassumere la vicenda.

Twilight
La protagonista e narratrice è Bella, una ragazza delle scuole superiori che si sente piuttosto scialba, goffa e insignificante (ma, di fatto, non sappiamo se lo è davvero). Per lasciare sua madre più libera di seguire il nuovo marito sempre in giro per lavoro, Bella decide di andare per un po' a vivere col padre, abbandonando un paese dal bel clima soleggiato per rintanarsi in una delle località più piovose e grigie degli Stati Uniti. Proprio a scuola incontrerà un bellissimo e tenebroso Edward, un tipo piuttosto introverso. Dopo qualche incomprensione e un po' di apparente antipatia reciproca, i due si innamoreranno pazzamente. Questa trama assai consueta ha un suo perché : Edward è un vampiro, che abita lì con la sua famiglia adottiva appunto per evitare il più possibile i raggi del sole e che nei primi tempi cercherà di evitare Bella perché l'odore del sangue di lei lo attira irresistibilmente, e non vuole ucciderla. Edward infatti è un vampiro di alti principi morali, più esattamente un Vampiro Gentiluomo, e da tempo ormai, come tutta la sua famiglia, non si nutre di sangue umano ma solo del sangue di animali, che caccia nei boschi circostanti. Lui e la sua famiglia vivono con una certa conflittualità la loro condizione vampiresca, mentre Bella lo accetta senza difficoltà e sin dall'inizio dichiara la sua ferma intenzione a diventare vampira a sua volta per vivere con lui per sempre. Edward è contrarissimo a questo progetto perché non vuole che l'innocenza di Bella sia turbata dalla brutale condizione vampiresca.

New Moon
All'inizio del volume Edward decide di troncare la castissima relazione - in pratica lascia Bella perché la ama troppo e non vuole metterla in pericolo. Bella, convinta (comprensibilmente) che Edward non la ami più, trascina molto malinconicamente la sua ormai vuota esistenza, col cuore spezzato. L'unico pallido raggio di luce è la sua amicizia con Jacob, che scoprirà poi essere un lupo mannaro, di una particolare tribù che sin dalla notte dei tempi difende quella zona dai vampiri. In una serie di equivoci più o meno abilmente giocati Bella salva Edward, che stava per suicidarsi convinto che lei fosse morta, e scopre che lui non ha mai smesso di amarla e di proteggerla da lontano. Edward si convince che Bella non può vivere senza di lui e i due tornano insieme.

Eclipse
Il padre di Bella non vuole che lei frequenti Edward, che l'ha fatta soffrire troppo (ma non sa che lui e Bella passano comunque le notti insieme, in casto connubio perché Edward non vuole rischiare di fare del male alla sua amata. In realtà non sa nemmeno che Edward è un vampiro); Edward non vuole che Bella frequenti Jacob, che per lui è un nemico; Jacob si rifiuta di frequentare Bella perché lei frequenta Edward, che secondo lui è troppo pericoloso. Bella, invece di mandare all'inferno tutti e tre riesce col tempo e la dolcezza a riconciliarli. Alla fine Edward e Jacob hanno una lunga conversazione, dove Edward riesce a convincere Jacob che entrambi hanno a cuore nella stessa misura il bene di Bella (tale conversazione rappresenta forse il punto più insopportabile della saga). Sempre Edward decide di seguire punto per punto i desideri di Bella, pur se preoccupatissimo. Bella opta per un tradizionalissimo matrimonio.

Breaking Down
Il matrimonio si celebra e i due partono in viaggio di nozze. Lì Bella scopre che il sesso con un vampiro è assai piacevole, pur se a volte un po' violento (naturalmente Edward era preoccupatissimo per questo, mentre Belle aveva più volte cercato di farlo cedere). 
Contro ogni previsione Belle resta incinta e la gravidanza, per quanto breve, si rivelerà devastante. Saranno necessarie molte sacche di plasma (prelevate dal padre adottivo di Edward, che è medico, da una regolare banca del sangue) per portarla avanti. Il parto sarà ancor più devastante e alla fine l'unico modo di far "sopravvivere" Bella sarà trasformarla in vampiro con qualche anno di anticipo sulla tabella di marcia prevista. La trasformazione sarà dolorosissima ma alla fine Bella scoprirà, nella sorpresa generale, che essere vampiro per lei è una condizione ottimale: persa ogni traccia di goffaggine, immune dalle terribili crisi che tormentano i vampiri neonati, si adatterà prontamente alla sua nuova condizione, che le calzerà come un guanto. Diventa anzi una vampira assai potente, in grado di sviluppare fortissimi scudi difensivi che le permetteranno di difendere sé stessa, la bambina e tutta la sua famiglia adottiva da un attacco sferrato da un gruppo di vampiri nemici. Jacob, che è sempre stato innamorato di lei, scopre che l'amore si è trasferito sulla bambina (che tra l'atro cresce molto, molto in fretta) in quello che, tra i lupi mannari, è un legame per la vita. Tutti quindi sono molto felici e anche i genitori di Bella, finalmente informati della situazione, si adattano in fretta e senza crisi al genero e alla figlia-vampira.

La saga è stata al centro di numerose polemiche e questioni di lana caprina. Edward non è un vero vampiro, si è detto (cos'è un vero vampiro non mi è chiaro. Forse esiste un Comitato di Certificazione Autentici Vampiri di cui mi è sfuggita l'esistenza finora?). E' solo un romanzo rosa. Le ragazze leggono solo romanzi rosa, dovrebbero darsi a letture più impegnate. Le ragazze che leggono la saga di Twilight sono scervellate e non amano la buona letteratura. Si perde tutto il valore trasgressivo del Vampiro inteso come Diverso. La scrittura è superficiale. La storia non sa di niente. Eccetera.

Nonostante tutte queste dotte disquisizioni, alle ragazze la saga piace, e personalmente non riesco a capire perché non dovrebbero leggersela in santa pace (di fatto, comunque, è quel che fanno). E' evidente che Edward non partecipa della consueta natura sulfurea e demoniaca dei vampiri - di fatto, sembra chiaro che vorrebbe con tutte le sue forze essere solo un Bravo Ragazzo e più avanti un Buon Padre di Famiglia e che soffre moltissimo di non poterlo essere nel modo più usuale; è probabile però che, dopo un lungo training, Bella riuscirà a convincerlo ad essere alfine quel che è senza troppi rimpianti. Si tratta di un tipico Personaggio in Cerca di Redenzione, anche se, come certe figure di cortigiane pentite dei romanzi dell'Ottocento, non sembra al lettore che abbia poi così grande necessità di essere redento.
Bella invece è un personaggio interessante, a modo suo. La sua è la forza dell'ostinazione passiva: non contraddice nessuno, non attacca mai nessuno, obbedisce a tutti ma ha un gruppo di obbiettivi cui è attaccata con le unghie e con i denti e da cui non si scosta di un millimetro: ama Edward, vuole continuare ad amare Edward, vuole diventare un vampiro per stare per sempre con Edward e vuole che nessuno soffra per colpa sua. La forza della sua tranquilla ostinazione riuscirà ad averla vinta su tutti quei personaggi (primo fra tutti, Edward) che a tutti i costi vogliono perseguire il bene di lei.
In qualsiasi momento Bella sarebbe pronta a farsi da parte e rinunciare a tutto, tranne alla sua ferma determinazione ad amare Edward in vita o in morte. Praticamente una versione americana della Griselda di Boccaccio. Anche se passa quattro libri in forma umana deprecando la sua totale inadeguatezza al meraviglioso Edward, la sua forza da Motore Immobile finisce per spogliare tutti gli altri personaggi delle loro sovrastrutture ed accettare che sia fatta la sua volontà. Va ricordato che la saga comincia con un (grave) sacrificio che del tutto spontaneamente lei decide di fare per aiutare qualcuno che ama (sua madre). Senza quel sacrificio iniziale, nella cittadina soleggiata e luminosa dove abitava prima che inizi la vicenda, e dove lei stava così volentieri, non avrebbe mai conosciuto Edward. Insomma, la struttura base è quella della fiaba, e dalle fiabe attinge una forza che permette al lettore di sopravvivere anche alle interminabili riflessioni sull'amore di Edward e ai capricci di Jacob.

E' una lettura consona ed adeguata per una giovinetta dei giorni nostri?
Edward si preoccuperebbe molto della questione. Io no. Ma se l'avessi letto da ragazzina probabilmente mi sarebbe piaciuto. Di fatto, non mi è dispiaciuto nemmeno leggendolo da adulta.

Per una recensione forse leggermente più acida, ma comunque improntata a grande rigore, basta andare qua, sul blog di Gamberetta.
Del tutto sconsigliato a chi ama le storie d'azione: in ogni libro c'è un combattimento preceduto da un po' di azione, ma è confinato in un cantuccio e non sa di molto.

Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homedemamma.



mercoledì 10 ottobre 2012

Disciplina - 3 - Tempo e spazio (post banale)

Corre voce che, in condizioni di sovraffollamento, i topi in gabbia si stressinio e, addirittura, diventino irrequieti. Incredibile, vero?

Quello che vado a esporre nel presente post è di una banalità assoluta - e tuttavia, come qualsiasi insegnante sa bene, quando si affronta un argomento occorre esporre anche le premesse più ovvie - che regolarmente risultano non essere poi del tutto ovvie proprio per tutti.

E' cosa cognita a chiunque lavori in cattedra che le classi più numerose e sovraffollate sono parimenti quelle dove è più difficile mantenere la disciplina, anche laddove per "mantenere la disciplina" si intenda un banalissimo "realizzare condizioni minimali di convivenza". 
Per il numero, si fa presto a spiegare: quando a respirare, prendere la penna, sfogliare un libro, cancellare eccetera son ventinove invece di diciotto, anche la semplice operazione di "Aprite il libro di storia a pagina 245" produce un gran rumore. Inoltre si ha l'impressione che la scolaresca passi letteralmente il suo tempo ad andare in bagno, chiedere il bianchetto al compagno dietro, stropicciare i piedi, spostare la seggiola e via dicendo - e non parliamo di quando qualcuno ha la tosse: un sesto della classe attossicato è più che sufficiente a rendere incomprensibile la più bella delle lezioni.
Tuttavia i veri problemi arrivano col sovraffollamento. Se uscire per andare in bagno (o per chiedere alla classe vicina se hanno una squadra da prestare) richiede una gimkana con annesso salto a ostacoli tra banchi, zaini e tastiere, un quinto della classe che esce per un qualche motivo dalla classe basta e avanza a provocare un notevole disturbo. Se poi ogni volta che tiri una riga con la squadra o prendi un pennarello di colore diverso rischi seriamente di ficcare un gomito nelle costole del compagno di banco o di interferire con la sua riga o la sua colorazione, la situazione diventa davvero ardua da sopportare e tutti sono più nervosi (e dunque discutono, questionano e si rimbrottano molto più che se stessero adeguatamente larghi). Postremo sed non ultimo, se in mezzo a tutto questo l'insegnante di turno strilla a tutta canna di non fare tutto quel rumore e voi siete assolutamente convinti (a torto o a ragione) di non  farne affatto, ma siete altresì irritati dalla gran quantità di rumore che fanno gli altri, i nervi cominciano seriamente a logorarsi.

Si dirà che un tempo le classi erano molto numerose ma che non c'era tanta confusione. A parte che non sempre è vero, un tempo le aule erano più grandi, perché all'epoca si prevedevano classi tra  i  25 e  i 35 alunni che venivano infilati in aule calibrate appunto per 25-35 alunni  laddove oggi abbiamo aule progettate per contenere al massimo 20 alunni ma dove le leggi sconsiderate di un ancor più sconsiderato governo hanno infilato di punto in bianco tra i 25 e i 30 ragazzi. Inoltre dntro queste aule un tempo c'era meno roba. Quando andavo alle medie avevo una cartella di modeste dimensioni che costituiva tutto il mio bagaglio, non un maxizaino farcito di quaderni in A4, senza contare che non dovevo gestire anche una tastiera e una valigetta  dimensione A2 con l'attrezzatura da disegno. Le classi erano più numerose, ma l'insegnante si muoveva attraverso l'aula senza rischiare ogni volta di rompersi l'osso del collo.
Inoltre, in quegli anni a scuola si passava meno tempo. Le mattinate lunghe erano di cinque ore, ma in prima media cinque mattine su sei erano di quattro ore; sommessamente si può anche aggiungere che la scuola cominciava solo e soltanto il primo ottobre, e c'era anche qualche giorni di festa in più; insomma il sacrificio scolastico coinvolgeva una quota minore dell'anno solare.
Quattro o cinque ore in una settimana di sei giorni. E qui entra in gioco il fattore tempo, di cui anche LaNoisette si è occupata di recente, esaminando la questione dal versante delle superiori con una serie di savissime e molto opportune considerazioni.
In molte scuole medie è invalsa la bieca consuetudine della settimana corta: l'orario è articolato su sei giorni, da Lunedì e Venerdì, e di Sabato la scuola è chiusa. Di conseguenza per cinque giorni di fila i ragazzi entrano alle otto ed escono alle due dopo essersi sciroppati sei ore consecutive di scuola con, quando va bene, due intervalli di dieci minuti l'una - ma qualche scuola gestita da pazzi dissennati fa un solo intervallo (con il consistente rischio che alla sesta ora la scolaresca affamata decida di provare ad addentare qualche insegnante più giovane o un compagno dall'aspetto tenero e succulento). 
Ordunque, per dirla in sintesi: uno scolaro affamato è uno scolaro ingestibile, uno scolaro stanco  è uno scolaro insopportabile, e uno scolaro della prima media alla sesta ora è del tutto inutilizzabili a fini prettamente scolastici a meno che non abbia passato la quinta ora a pranzare e farsi una buona ricreazione.
Come ulteriore aggiunta possiamo osservare che, alla sesta ora, anche l'insegnante assai raramente è al suo meglio.
Corollario ulteriore: l'alunno che finisce alle due, specie se deve prendere il pulmino, si alza da tavola dopo le tre. A quel punto deve preparare i compiti per la successiva mattinata di sei ore - e se per gli scritti può avvantaggiarsi, le materie orali vanno quanto meno ripassate con cura la sera precedente. E forse, possiamo azzardare, la prospettiva di altre sei ore tappato in un'aula stretta e sovraffollata non lo attira soverchiamente.
Certo, c'è la mattina del Sabato libero... e anche un po' di nausea da smaltire, probabilmente.

Conclusione: le classi meno numerose che hanno aule grandi e l'orario articolato su sei giorni alla settimana sono anche quelle dove mantenere la disciplina è più facile.
Sono consapevole che è un discorso molto banale ma, ahimé, non sempre si può stupire il lettore con effetti speciali.

Buon compleanno Rumiko (e non solo)!


Doppio festeggiamento, oggi: la grande disegnatrice di Ranma, Lamù e Inuyasha, Rumiko Takahashi per l'anagrafe giapponese nonché "la Divina" per noi reverenti Brigatisti compie gli anni; e li compie anche 'povna, una delle mie blogger preferite. Colpita solo oggi dalla coincidenza, colgo l'occasione per fare a entrambe dolci e rosei 

AUGURI!


mercoledì 3 ottobre 2012

Granducato di Lituania: chi era costui?

Per la cartina, come per il poco che so sul Granducato di Lituania, 
sono totalmente debitrice a Wikipedia

Per iniziare il programma di storia di seconda media, niente di meglio di una carta politica dell'Europa nel XV secolo, e Grandangolo ce ne fornisce una bella, chiara e grande. Siccome il libro non mi è ancora arrivato e quindi non ho avuto modo di prepararci su la lezione, improvviso su una carta che vedo per la prima volta in vita mia. Ma sono un'insegnante seria e ben preparata, saprò bene spiegargli una carta dell'Europa nel XV secolo, no?
Così espongo la complessa questione dell'impero asburgico, spiego che la Spagna era ormai quasi tutta reconquistada e riunificata, poi la Francia, l'Inghilterra, spostiamoci verso est... Impero Ottomano, Principato di Mosca, i domini dell'Ordine Teutonico...
"Prof, e il Granducato di Lituania?".
Il Granducato di Lituania - un'enorme territorio di cui non ho mai sentito parlare in vita mia. Due abilitazioni, un esame di Storia Moderna passato con trenta e i complimenti del professore, una vita passata a spulciare e approfondire, e il Granducato di Lituania è lì, nella sua interezza, e io non so assolutamente che diavolo sia. E non posso cavarmela dicendo che era la Lituania, perché l'attuale Lituania è molto più piccola nonché più esposta sul mar Baltico. 
Naturalmente le fitte note accanto alla cartina non danno spiegazioni. Non ne danno nemmeno per i domini dei Teutoni o il Principato di Mosca, ma lì sono ampiamente in grado di supplire grazie ai miei studi sulle crociate del Nord, nonché alle mie pazienti ricerche su Aleksander Nevskij, di cui sono innamorata fin da ragazzina grazie al film di Eisenstein. Peccato che Eisenstein non abbia mai fatto un film sul Granducato di Lituania (del resto, non so perché avrebbe dovuto).
"Ragazzi, fino a mezz'ora fa ne ignoravo financo l'esistenza. Per adesso posso dirvi che era un granducato, per la prossima volta vedrò di informarmi".

La volta seguente arrivo senza grandi notizie, in verità. Verso la metà del XII secolo nasce questo misterioso ducato, che poi si confedera con la Polonia e dura fino alla fine del XVIII secolo. Nel momento di massima espansione comprende buona parte dell'attuale Polonia, la Bielorussia, quasi tutta l'attuale  Lituania, la Rutenia (che non è che abbia ancora capito bene cos'era, salvo il fatto che era abitata dai ruteni), Ucraina, pezzi dell'attuale Russia e un po' di minutaglia circostante. Se è durata quasi sei secoli deve essere stata un entità piuttosto forte; pure, i nostri libri di storia se ne sono occupati ben poco, per quel che mi risulta*.
Ma, a ben guardare, i manuali di storia dicono molto poco in generale su tutta l'Europa dell'est: ad un certo punto arriva il Principato di Mosca, poi c'è Ivan il Terribile e infine la Russia rispunta definitivamente con Pietro il Grande, e da lì sappiamo cosa succede almeno a lei. Anche la Polonia comincia a fare capolino, se non altro per citare il fatto che la Russia cerca regolarmente di papparsela (con un certo successo). Ma, a questo punto, del Granducato di Lituania resta solo il ricordo; anzi, a noi non resta nemmeno quello perché non abbiamo mai saputo che c'era.

E siamo d'accordo che non si può fare tutto. Altresì siamo d'accordo che un eccesso di studio nozionistico può soltanto annoiare. Ma insomma, in tempi di Europa Unita, e l'importanza dell'Europa, e l'Idea di Europa, e le nostre radici europee e tutto questo genere di cose, non sarebbe forse il caso di allargare un minimo i confini dei nostri programmi al di là del blocco dei Paesi Fondatori della UE parlando di qualcosina in più che Spagna, Italia, Austria, Germania e Francia più Benelux? Durante tutti quei secoli in cui non vengono citati nemmeno di striscio, i nostri confratelli dell'Est avevano sviluppato lingue, culture, stili di vita e forme architettoniche non del tutto vili o prive di interesse. Non giravano vestiti di pelli rozzamente conciate e non dormivano in capanne di fango cucinando solo su pietre arroventate né si limitavano a decorare sommariamente le pareti delle caverne usando colori ricavati spremendo le erbe. D'accordo, non misero su imperi coloniali e non gli venne in mente di andare a portare la civiltà e il cristianesimo in Africa. Tuttavia potremmo forse prendere in considerazione la possibilità di perdonargli queste gravi mancanze, visto che, dopo tutto, non erano quattro gatti e occupavano ben più di mezza Europa?

*che se poi sono tra le poche a non sapere vita morte e miracoli del defunto Granducato di Lituania e, insomma, il mio è solo un triste caso isolato, vi scongiuro, ditemelo senza giri di parole.

lunedì 1 ottobre 2012

Sugli incomparabilissimi vantaggi di avere una LIM collegata a Internet rispetto ai colleghi terragnoli che non ce l'hanno


Nella Seconda Effervescente c'è una LIM, donata alla scuola dal genitore di una delle alunne e da lui amorevolmente curata come una seconda figlia.
Felicemente consapevole di questo arrivo il primo giorno con la mia chiavetta: così imparo subito come funziona, controllo come legge le immagini, vedo se caso mai ci sono problemi...

Il primo problema è un sole splendente che irrompe trionfale nella classe,  costringendo gli alunni a migrare di qua e di là per non rosolare a fuoco vivo.
Due chiacchiere di presentazione, poi estraggo la chiavetta. "Proviamo a vedere se la LIM legge le mie immagini?" chiedo "Vengono da un Mac, non so...".
Una visibile corrente di approvazione si alza per la classe (l'insegnante di Storia e Geografia dell'anno scorso la LIM non la usava mai perché, mi spiegò serenamente "ci sarebbe voluto troppo tempo per preparare le lezioni").
Gli informatici di classe si alzano, accendono, mi spiegano le differenze d'uso con la LIM su cui lavoravo l'anno prima... e mentre porgo la chiavetta a uno di loro il programma si chiude e il computer si riavvia, tutto da solo.
Ci guardiamo perplessi, ma si sa, Windows ha le sue stranezze. 
Alla terza volta che il programma si chiude e Windows riparte da solo senza averci permesso di fare alcunché stabilisco che non tira aria, faccio spengere tutto e passo a mezzi più tradizionali.
"Questa appesa al muro è una carta geografica dell'Europa. Prima di tutto sapete da dove viene il nome Europa?" eccetera eccetera.

Il giorno dopo in classe trovo il Padre della LIM (e, incidentalmente, anche di una delle mie alunne) che dà il biberon virtuale alla figlia virtuale, mentre la figlia terrena fa parte dell'ansioso gruppo che attende il responso.
Il problema del computer, mi assicura il Padre, adesso è stato risolto. Porgo la chiavetta per procedere alla prova. Mica voglio fare chissacché, solo vedere se quella singola LIM legge le immagini della mia chiavetta.

Non le legge. Sullo schermo appare una scritta sdegnata che parla più volte di trojan.
"Ma la mia è una chiavetta virtuosissima!" insorgo "La usavo solo con la LIM della mia Terza".
"La usava con il computer della sua Terza" obbietta, non irragionevolmente, il Padre "E non sappiamo cosa c'era in quel computer. Probabilmente lo usavate in molti".
Vero. C'era un gran traffico di chiavette, in quel computer, in alcuni casi assai promiscue. Ma credevo che quel pallosissimo antivirus che sempre rallentava anche le operazioni più semplici ci difendesse saldamente da ogni insidia. Invece mi ritrovo perfino i trojan. Io, un'insegnante rispettabile e informaticamente prudentissima quant'altre mai.
"Il problema è che adesso dalla sua chiavetta è stato cancellato quasi tutto".
"No, non è un problema, ho la copia a casa. Stasera formatto la chiavetta".
Il Padre saluta e se ne va. Inizio la lezione.
"Prof, che cos'è un trojan?"
"Un trojan è un qualcosa di molto insidioso che ti mangia i programmi dall'interno del computer. Secondo voi perché si chiama così?"
Segue una graziosa ricostruzione dei guerrieri greci che, nel silenzio della notte, aprono la pancia del cavallo e si intrufolano nella città addormentata. Poi, aiutati dal buon vecchio, banale e concreto  manuale di storia, passiamo a riepilogare l'Europa del XV secolo.

Il giorno dopo, in un tripudio di sole, riusciamo infine a inserire la mia chiavetta, non più troiana ma formattata, ripulita e ricopiata. La LIM legge perfettamente le immagini, siamo noi che sullo schermo non vediamo quasi nulla perché c'è troppa luce. Il Catafalco è stato preso in un'altra classe. Mi riprometto di cercarne un altro.
Il giorno dopo è felicemente nuvolo ma i tecnici sono infine arrivati e hanno avviato i lavori per connetterci in rete, e il primo risultato di ciò è che non c'è più nemmeno il computer.

Passa qualche giorno. Passa una settimana. Passano dieci giorni. Le custodi mi ripescano il secondo Catafalco. In classe ci siamo ormai ripassati con ogni cura confini e monti e fiumi dell'Europa, la situazione della medesima alla fine del Medioevo, la situazione dell'Italia dopo la pace di Lodi e un sacco di altre cose per le quali una LIM sarebbe stata utilissima. Arriviamo infine all'invenzione della stampa, in onore della quale avevo anche raccattato un po' di immaginette.
"Prof, c'è sempre l'aula video"
"Sì, c'è, ma è un altro computer. Volevo evitare che questa chiavetta facesse vita promiscua e non ne ho ancora comprata una nuova. Non importa, gli incunaboli e i torchi li vediamo domani".

Ma l'indomani, per motivi per me incomprensibili, tutto è di nuovo saltato e non si vede un accidente. C'è il catafalco, ci sono le nuvole, ma il computer si rifiuta di funzionare. Tra un'imprecazione e l'altra, interrogo a spizzico sul ripasso.

Finalmente ieri tutto era risolto. Entro in classe accolta da un bel cielo plumbeo e da venti e passa smaglianti sorrisi "Prof, c'è Internet!".
Ma io avevo un raffreddore di categoria extralusso e la febbre, ed ero alla quarta ora su cinque.
"Son contenta, ma stamani facciamo col libro. Ci sono delle buone carte, sul libro".
E, nella perplessità generale, ho spiegato (maluccio) la ricerca delle nuove rotte per l'India e i nuovi tipi di navi (caravelle e galeoni), ovvero quanto di più adatto ad una LIM ci fosse al mondo.
Mi stava fatica destreggiarmi in piedi tra una trentina di slide.

Domani è un altro giorno e si vedrà.

venerdì 28 settembre 2012

A me le guardie! - Terry Pratchett



Pubblicato nel 1993, tradotto in Italia nel 2003.
Con questo libro, il primo del Ciclo delle Guardie, Terry Pratchett è entrato nella rosa dei miei scrittori preferiti. Ufficialmente è uno scrittore di fantasy umoristica, ma a me sembra soprattutto sociologia (scritta in modo divertente). Di fatto, è un autore realistico e molto attento al contemporaneo. A modo suo.
Le Guardie di cui si parla sono le scalcinate Guardie Notturne della città di Ankh-Morpork, la più grande città del Mondo Disco - un mondo piatto sorretto da quattro elefanti sorretti da una tartaruga gigante*.

La trama è relativamente semplice: nella caotica metropoli di Ankh-Morpork una setta segreta composta da scervellati ricolmi di frustrazioni sociali e vaghe rivendicazioni, guidata per giunta da uno scervellato che è convinto di essere in realtà assai accorto e lungimirante, evoca un drago da una piega del Multiverso dove i draghi sono finiti ormai da tempo immemorabile. Lo Scervellato in Capo ha  un piano che dovrebbe portare a un nuovo ordinamento della città, ma l'intera faccenda, e soprattutto il drago, gli sfuggono ben presto di mano con conseguenze drammatiche. A risolvere il problema interverrà l'Amore: il drago sceglierà, in base a criteri del tutto imprevedibili, come solo l'Amore può dettare, un partner sorprendente e i due si avvieranno sui monti ai confini del Disco, ove si suppone vivranno felici. Ankh-Morpork, seppure malconcia, sopravviverà alla dura prova e continuerà la sua caotica esistenza ai limiti del possibile. La Guardia Notturna sarà ricompensata. Lo Scervellato pagherà, gli altri scervellati pure. E con loro pagheranno anche un sacco di innocenti e di tipi magari poco raccomandabili ma che non avevano evocato alcun drago né mai avevano minimamente pensato di farlo.
In parallelo a quella del drago si sviluppa un'altra storia d'amore tra il capo della Guardia, Samuel Vimes, e l'allevatrice ed esperta di draghi di palude Lady Sybil - entrambe narrate assolutamente senza parere. Tutte le vicende in effetti sono raccontate senza parere, con una curiosa tecnica a incastro che trascina il lettore allo stesso modo con cui il fangosissimo fiume di Ankh-Morpork trascina la sua... acqua? No, di certo non è acqua; contro ogni logica comunque quel fiume scorre, e riesce persino a dissetare la città; addirittura pare funzioni anche per spengere gli incendi.

Il romanzo è pieno di personaggi principali, tutti molto affascinanti: l'acido, cinico, perennemente arrabbiato, quasi perennemente rassegnato (e ubriaco) Samuel Vimes, che è finito a capo del più screditato corpo di difesa della città per una deplorevole tendenza a dire spesso quel che pensa; Lady Vimes, ricca aristocratica pazzamente innamorata dei draghi di palude che alleva e cura con grande dedizione, donna di notevole senso pratico ed eccellente competenza draghesca; Lord Vetinari, il Patrizio a capo di Ankh-Morpork, grandissimo politico capace di dare una organizzazione assai più reale che apparente alla sgangherata città e di uscire indenne dal ciclone draghesco; il caporale Carota, bel giovane dal sorprendente candore, dotato di tale autorevolezza e carisma da riuscire a domare con poche parole financo una rissa tra nani e troll; il Bibliotecario dell'Università di Magia, trasformato in orango da un incantesimo e talmente abile nel suo lavoro da saper gestire i campi di magia generati dalla sua biblioteca e usare con successo i corridoi che portano nelle dimensioni Altre; i capi delle Gilde, il gruppo degli scervellati evocatori (molto divertente fin quando non tornano in mente le società segrete con cui Hitler avviò la sua scalata al potere), gli altri componenti della guardia, le nobili dame che lavorano alla clinica dove si curano draghi di palude abbandonati e malati....

Il libro pullula, letteralmente, di riferimenti e citazioni letterarie e non: alla fantasy, alla letteratura fantastica in generale, alla storia politica, sociale ed economica, alla pubblicità, alla musica,  allo sport, alla filatelia e alla gingillometria applicata... il lettore non è tenuto a coglierli tutti, e nemmeno la maggior parte (ma se non ha vissuto per tutta la vita su un'isola deserta e senza collegamenti col resto del mondo qualcuno lo coglie per forza): la storia funziona perfettamente anche senza decifrarli. Ed è una gran bella storia.

Come tutti i romanzi del Mondo Disco e, nello specifico, del Ciclo delle Guardie, è autonomo e autoconclusivo.


Corre voce che, in traduzione,  Pratchett perda parecchio (gli abbondanti riferimenti sono fatti anche grazie a una serie di giochi di parole o allusioni intraducibili). Corre anche voce che leggere Pratchett in inglese non sia alla portata di tutti e non basti armarsi di buona volontà, dizionario e qualche ricordo scolastico.

Per quanto si possa perdere, comunque, garantisco che qualcosa per il lettore rimane anche in traduzione.

Con questo post partecipo ai Venerdì del libro di Homemademamma, augurando buone letture a tutti per questo week-end che, per clima e temperature e raffreddori incombenti, alle letture si presta parecchio.

*un mondo sorretto da quattro elefanti sorretti da una tartaruga? Sì, è possibile che qualcosa del genere sia stato già immaginato prima di Pratchett. Quasi niente è originale, in Pratchett, e tutto lo è. Del resto, lo stesso Mondo Disco è un mondo abbastanza contraddittorio, che non si preoccupa affatto di sanare le sue contraddizioni e dove tutti sono costretti a prendere le cose come vengono. Ricorda niente?

mercoledì 26 settembre 2012

Disciplina - 2 - Ogni 1 ha le sue regole



Da brava amante dei gatti non sono molto incline a dare ordini, anche perché ho ben presente la possibilità che non vengano eseguiti. Data questa premessa, il lettore potrebbe essere forse portato a dedurne che nelle mie classi la disciplina non sia delle più rigorose; cotal conclusione in effetti è ben lungi dall'essere falsa, e tuttavia, alla prova dei fatti, con me le classi non risultano più indisciplinate di quanto siano in media con gli altri insegnanti del Consiglio - in pratica: le classi ordinate e composte lo sono con me come con gli altri, le classi che fan casino con gli altri lo fanno anche con me, e il massimo che posso sperare di ottenere con loro è un casino decentemente produttivo (di solito ci riesco; di solito; più o meno; credo; o almeno, me lo auguro vivamente).

Molti insegnanti sono convinti che le regole debbano essere uniformi in tutto il Consiglio "altrimenti i ragazzi si confondono"; altri sostengono che dette regole debbano essere condivise e passano gran copia di ore, all'inizio dell'anno, a stilare elenchi di regole interne e discuterne con i ragazzi per poi fargliele trascrivere su grossi cartelloni che decorano l'aula. Per quel che ho visto tale procedura non fa danni e può anzi portare risultati positivi in molte classi, ma ritengo sia efficace solo se l'insegnante è in assoluta buona fede: per quel che ho visto i ragazzi sono comprensibili e adattabili alle idiosincrasie dei singoli docenti, ma hanno un orecchio sensibilissimo per l'ipocrisia. Io non sarei in buona fede parlando di regole condivise, perché ritengo che le regole si possano condividere solo nei rapporti tra pari, laddove a scuola i rapporti sono gerarchici e quello che pratica l'insegnante è un assolutismo illuminato* (almeno, ci si augura caldamente per il bene di tutti che sia illuminato dalla luce di un po' di ragionevolezza); da condividere c'è ben poco, perché è comunque l'insegnante che decide se accettare eventuali proposte degli alunni.
Inoltre, per quel che ho visto, quando arrivano alle medie i ragazzi hanno già sentito parlare a lungo e approfonditamente di regole, con tutte le introduzioni storico-sociologiche-antropologiche del caso, e quelle essenziali nella convivenza scolastica le conoscono benissimo;  il che non toglie che ci sia spesso, nelle classi più intrattabili, qualche manipolatore che sgrana gli occhioni irradianti innocenza e assicura che "nessuno ci ha mai detto le regole da seguire" - di solito, guarda caso, si tratta di alunni per i quali l'unica Regola da seguire è di scassare le balle all'universo mondo il più possibile, e che a detta regola si attengono con coerenza e costanza davvero degne di miglior causa.

In linea di massima, quando entro in una nuova classe l'unica Regola che do è che tengano un quaderno ad anelli per consegnarmi il singolo foglio del compito, invece dell'intero quaderno; poi aggiungo che, se preferiscono, possono anche tenere dei quaderni normali e consegnarmi quelli, ma allora ne devono avere più di uno per materia  - insomma, è una regola caucciù che possono adattarsi a loro piacimento.
Le altre regole le do per implicite e lascio che le scoprano col tempo (ma non tutte le classi hanno dovuto scoprirle: in alcuni casi erano già implicite anche per loro).
La prima regola implicita è che la lezione deve andare avanti a qualsiasi costo, e se la lezione non fa il suo corso divento una tigre zannuta - dunque possono allargarsi, ma con criterio, e di solito il criterio si chiarisce da solo con qualche nota sul diario o qualche compito supplementare che assegno a tutta la classe, e dopo se la vedranno tra loro. Spesso non occorre nemmeno arrivare alla nota, basta ritirare qualche diario e l'aria si calma. Corollario: se vogliono questionare tra loro, devono farlo fuori dall'aula o comunque non nelle ore di lezione, perché a scuola non si viene per litigare**.
La seconda regola implicita è che la lezione deve andare avanti ma loro devono essere a loro agio, nei limiti concessi dalle scomodità della situazione. In pratica al primo che mi chiede se può bere rispondo che possono bere come e quando vogliono durante le mie lezioni, al sesto che lo chiede spiego che il prossimo che interrompe la lezione per chiedere di bere invece di idratarsi a suo piacere senza scocciare la collettività lo lascerò  a morire di sete senza rimorso alcuno, e questo di solito chiude la questione una volta per tutte. Quasi subito imparano che in bagno possono andare quando gli pare, ma che se me lo chiedono a gesti senza interrompere apprezzo molto di più. E nel giro di pochi giorni, con le buone o con le cattive, imparano anche che i commenti sui compagni devono imparare a farli solo e soltanto quando io sono fuori portata d'orecchio. A quel punto la convivenza si fa abbastanza rilassata.
In generale tollero lo scambio di biglietti o di scritte sul diario, se non è troppo palese o continuato. Qualche volta, se proprio non posso decentemente esimermi dal notare la cosa, domando se, per consegnare un biglietto, è proprio necessario scomodare un'intera ala della classe e proclamarlo ai quattro venti, ricordando che una delle arti indispensabili alla sopravvivenza di uno scolaro è, appunto, quella dello scambio dei biglietti silenzioso e discreto. Se sono costretta a sequestrarne uno lo coriandolo e lo butto via senza leggerlo, anche se qualche volta ho minacciato di farne pubblica lettura se le chiacchiere non si fermavano IMMEDIATAMENTE (in quel caso si produce di solito un silenzio molto contrito). Talvolta, durante la lettura, impongo il silenzio assoluto: non si esce, non ci si alza, non ci si muove e non si respira, si legge e basta. Chiaramente lo faccio solo con le classi dove l'attenzione è, come dire, un po' fragile.
Chi vuole buttare qualcosa nel cestino si alza e la butta, senza autorizzazione protocollare: il fatto che qualcuno si muova in classe non mi disturba né disturba la sua capacità di ascolto. Al cambio dell'ora non gli impedisco in alcun modo di muoversi né di parlare, purché i decibel e le gomitate non passino una certa soglia.
Non commento mai abbigliamento o pettinature, se non è per dire qualcosa di estremamente positivo. Non sempre approvo come sono vestiti o pettinati, ma altrettanto mi succede con molta gente che incontro per strada e certo non li fermo per dirglielo. Secondo alcuni, criticandoli in tal campo adempirei alla mia Alta Funzione di Educatore, ma ho parecchie remore a criticare, per qualcosa di non attinente alle mie materie, qualcuno che non può rispondermi liberamente. Del resto faccio ben poco caso a come sono vestiti - tra l'altro mi sembrerebbe stupido perdere tempo con le loro pettinature quando c'è tanto da lavorare sui loro congiuntivi e con la pace di Westfalia ancora da spiegare e la ex-Iugoslavia ancora da cominciare. I loro congiuntivi sono affar mio ma dubito molto che altrettanto si possa dire per il loro modo di vestire - e comunque ricordo benissimo l'ondata di odio puro che si alzava in silenzio verso gli insegnanti che ai miei tempi hanno avuto l'incauta idea di pronunciarsi sull'argomento (pochissimi, sia chiaro). L'Alta Funzione di Educatore la lascio a chi la vuole, mi interessando di più i congiuntivi.

Raramente le mie classi sono silenziose. Di fatto, quando riesco a parlare per più di un tot di minuti senza nemmeno un'interruzione mi insospettisco e ne concludo che non stanno ascoltando. Sì, certo, quel bel silenzio assorto quando la classe ti ascolta in un unico afflato di anime...  molto gratificante, d'accordo, ma se passa i due massimo tre minuti secondo me non è afflato, è solo che hanno staccato l'audio. Altrimenti commenterebbero. Di fatto, le classi molto silenziose mi mettono addosso un notevole senso di frustrazione.
In pratica il mio ambiente di lavoro consueto è una classe di media effervescenza, con qualcuno in piedi, qualcuno che esce e qualcuno che scrive a qualcun altro mentre uno o due  controllano che la LIM non faccia i capricci e qualcuno mi rivede le bucce perché sette settimane prima ho detto X, oggi dico Y e il manuale, nella didascalia della terza immagine dice Z. 
Altri preferiscono classi più ferme e composte, e si regolano diversamente da me per ottenerle - il che mi sembra assolutamente legittimo.

Di fatto, purché il programma vada avanti a velocità decorosa e i fanciulli ricordino a distanza di qualche settimana le linee essenziali di quel che è stato detto dagli insegnanti, credo che ognuno debba praticare l'Assolutismo (speriamo passabilmente illuminato) a modo suo: un po' di varietà secondo me non disturba chi passa trenta o trantasei ore confinato in un banco senza altro conforto che qualche briciola di intervallo e due ore di Fisica e ha, come unico spettacolo cui assistere, un gruppo di persone che cercano di ammaestrarlo su cose magari utilissime, ma che spesso suscitano in lui un interesse molto moderato.

*secondo la geniale definizione di Sary
**va da sé che nessun insegnante può ragionevolmente sottrarsi all'abominevole ma talvolta necessario rito dell'Autocoscienza Collettiva quando i conflitti tra alunni toccano il livello di guardia;  tra l'altro, va pur detto, talvolta tale rito sortisce effetti molto positivi. Talvolta. Ho scritto "talvolta".

sabato 22 settembre 2012

Io e la Geografia (autobiografico)


Non ho mai avuto il minimo senso dell'orientamento e viaggio come un pacco postale. Non mi è mai importato di sapere dove sono Vicenza o Timbuctù, basta lo sappiano il guidatore del treno o il pilota dell'aereo. Se mai dovessi andarci. Sul posizionamento dei vari luoghi nel mondo ho sempre coltivato una felice ignoranza - tuttora celebre il mio Nepal in Africa, che è solo una delle tante gemme in una scintillante caverna dei tesori. Sul posizionamento di molte città italiane sono tuttora assai incerta, e a dirla tutta questo non mi ha intralciato nella mia personale ricerca della felicità.

Alle medie Geografia mi annoiava oltre ogni dire. Lo studio delle regioni d'Italia mi annoiava perché lo trovavo provinciale, lo studio dell'Europa mi annoiava perché c'erano troppi fiumi, lo studio del mondo mi annoiava perché l'Africa aveva troppi paesi che si ostinavano ad essere poveri oltre ad essere noiosi di per sé. Un sussulto di interesse lo ebbi al momento di studiare il Canada, dove era ambientata una parte della saga di Angelica, e che era un paese rispettabile: molto freddo, con tanto ghiaccio e un sacco di risorse minerarie e di gente ricca. Gli statunitensi, che erano imperialisti e cattivi, già mi interessavano molto meno. Per giunta avevamo un libro con aspirazioni liriche: monti che si stagliavano imponenti, fiumi che lambivano sinuosi, colline che digradavano dolcemente, acque che scorrevano impetuose per poi precipitare di qua e di là. Eccheppalle, se volevo leggermi delle poesie potevo sempre aprire il libro di qualche poeta decente, il libro di geografia non avrebbe potuto limitarsi a fare il suo noioso mestiere senza infierire oltre?*
Poi un pomeriggio, in terza, venne un tale che ci fece una lezione sul Brasile con gran copia di diapositive. Niente Carnevale né samba né carioca (tutta roba che mi annoiava assai): ci parlò invece dell'autostrada nell'Amazzonia, che tanti guai avrebbe portato, della gestione dei latifondi, dello sfruttamento dei contadini brasiliani, delle favelas. Insomma, parlò di economia e di ambiente
E per molto tempo il Brasile rimase per me l'unico stato dell'America del Sud che avesse un senso.

All'università feci un esame di geografia, convinta che sarebbe stato uno strazio; ma avevo un buco libero nel piano di studi e non aveva senso tagliarmi volontariamente fuori dall'insegnamento (anche se non avevo la minima intenzione di insegnare). E comunque perfino Geografia mi interessava di più di Teoria e Tecnica delle Comunicazioni di Massa, che all'epoca era uno degli esami-toppa per completare i venti necessari per la laurea.
Mi assegnarono due libri molto interessanti sui paesi sottosviluppati e dei vari motivi per cui lo erano, e sui problemi demografici. Preparai l'esame assai volentieri, nonostante la soporifera parte sulle tavole topografiche (che mi annoiavano. E chi l'avrebbe mai detto?).

Quando cominciai ad insegnare scoprii che nel frattempo i libri di geografia si erano fatti molto più interessanti - i corsi d'acqua lambivano un po' meno ma venivano descritti con più criterio, ad esempio si spiegava come si formavano e che effetti avevano sull'ambiente e le popolazioni. Imparai l'importanza dei fiumi navigabili, scoprii la complessa questione delle maree, appresi un sacco di cose sull'erosione e le sue conseguenze e via dicendo. Un manuale dopo l'altro (per fortuna negli anni delle supplenze brevi ne trovai diversi molto validi) mi studiai coscienziosamente vulcani, terremoti, aree climatiche, desertificazione, biomi e biodiversità. Cominciai a seguire con attenzione i giornali quando parlavano di acqua potabile, gasdotti e scioglimento della calotta polare. Imparai che le carte geografiche raccontavano un sacco di cose. Scansavo ancora le regioni italiane come la peste ma scoprii che, con un po' di mestiere, ero diventata in grado di parlare perfino di quelle, se proprio ci dovevo far lezione - cosa che, se appena potevo, evitavo con gran cura; fortuna che le prime mi capitavano soprattutto a inizio anno, quando si faceva la parte introduttiva, oppure ci insegnavo italiano.
Avendo imparato con la pratica come si fa una lezione di geografia, con un occhio al manuale e usando molto materiale di riciclo, insegnai anche agli alunni come si prepara un'interrogazione di geografia studiando il meno possibile - e qualcuno si è anche impadronito di tale nobile arte. A sorpresa, nelle mie classi spesso i ragazzi preferiscono geografia a storia - anche e soprattutto quelle classi che per vari disguidi ne avevano fatta poca o niente in prima o in seconda ed erano state formate quasi completamente da me in cotal materia; e si sa che l'insegnamento elargisce sconfitte e vittorie con modalità imprevedibili, ma nemmeno nelle mie più stravaganti fantasie avrei mai pensato che un giorno qualcuno avrebbe potuto apprezzare le mie eventuali lezioni di Geografia.
Il colpo di grazia me lo diede la LIM, quando cominciai a selezionare le cartine tematiche e le immagini per fare lezione; e va detto che Geografia è senz'altro più spettacolare di storia, tra foto di uragani, carte tematiche sulle piogge o il posizionamento delle basi militari e immagini di strane forme di vegetazione o ancor più strani animaletti. Una bella immagine della barriera corallina e la classe si sciropperà semza colpo ferire Melanesia e Polinesia; un paio di strampalatissimi pesci degli abissi, e tutti ascolteranno l'excursus sulle fosse e i loro problemi di misurazione.

Nonostante le infinite lacune che continuo a portarmi dietro (perché Geografia è una materia praticamente infinita e ogni manuale la affronta con un taglio diverso) adesso mi ci muovo con una certa confidenza; perché è vero che tante cose ancora non le so, ma siccome Geografia è una materia praticamente onnipresente, su tutto sono in grado di dire qualcosa, magari riciclandolo da tutt'altre materie.
Geografia, ho scoperto con gli anni, è una delle poche materie di scuola dove puoi trovare sempre un aggancio con la vita di tutti i giorni: facile da attualizzare, perfetta per introdurre qualsiasi argomento, magnifica per riempire un quarto d'ora con qualche curiosità. E' un po' come quei portali dei romanzi di fantasy che introducono ai mondi paralleli: ci trovi tutto e il contrario di tutto.

Non chiedo quasi niente di ciò che mi annoia. Mi bastano pochi fiumi e il minimo indispensabile di catene montuose, per giunta con la carta squadernata davanti. E tutti i miei alunni, anche i più deboli, anche i più sfaticati, dopo qualche mese imparano a farmi un'interrogazione decente (...in certi casi programmata...) leggendo la carta e tirandoci su qualche collegamento, aiutandosi con quel che sanno fuori della scuola - perché Geografia è una materia dove tutti sappiamo un sacco di cose, e a volte basta saperle collegare per sbarcare un'interrogazione, come io ci sbarcavo le prime lezioni, anni fa (stante che come riuscissi a sbarcare le interrogazioni a scuola incassando ogni anno il mio regolare sette l'ho completamente dimenticato).

Dunque adesso amo Geografia, e addirittura amo le mie lezioni di geografia, frutto di paziente studio e ricerche e navigazioni in rete, e non capisco quei colleghi che scuotono la testa e sospirano che, loro, la geografia la odiano.
E davvero è un bene che adesso la ami, perchè quest'anno farò Geografia in tre classi tre: la Prima d'Ogni Grazia Adorna, la Seconda Effervescente, più un'altra Seconda dove farò gli stati europei nell'ora di Approfondimento. Europa a colazione, a pranzo e a cena, con il solo rischio di confondermi tra una classe e l'altra.
A fine anno dovei essere un'autorità in materia.

*per la cronaca: era il Nangeroni-Sacchi, e solo un insegnante di Lettere che odiasse la Geografia avrebbe potuto sceglierlo. Oppure un insegnante che odiasse NOI, ma non era quello il caso - e del resto gli altri libri di lettere erano molto validi.

mercoledì 19 settembre 2012

Taglio del Nastro 2012 - E non sembra niente male



La mia Prima, al momento, sembra una rosa senza grosse spine - una rosa piacevolmente  vivace, per giunta. Erano ormai sei anni che non incignavo una prima e, con mia grande sorpresa, ho scoperto che la cosa mi diverte, forse perché questi non sono troppo bambini. Non si è ancora vista l'ombra di un genitore, e anche questa è una buona cosa. Sono vivaci, piuttosto curiosi e hanno fatto in lungo e in largo le regioni d'Italia, con mia grande gioia, così me le risparmierò. 
Per il momento ce ne stiamo a leggere fiabe (leggono piuttosto bene), a conversare del più e del meno e a preparare il lavoro per storia e geografia - un po' di riepilogo e di preliminari, cercando di capire cosa sanno. Sanno parecchie cose per essere una prima, mi è sembrato, e c'è perfino qualche speranza che il lavoro di italiano non si risolva in una stressante gimkana contro tonnellate di errori ortografici. Qualcuno è convinto di avere una scrittura orribile, ma onestamente ho visto di peggio (anche le maestre sembravano molto preoccupate per la loro scrittura). Qualcuno si è anche detto ammirato dalla mia pazienza e non aveva del tutto torto, ma era Sabato alla quinta ora, quando qualsiasi insegnante di prima media sa che di pazienza vi è assai d'uopo.

Ho anche una Seconda a tempo prolungato, cui faccio Storia e Geografia. E' una classe effervescente e molto ricca di interessi, di quelle che ti spolpano viva in mezz'ora e lasciano indietro solo qualche ossicino a biancheggiare al sole prima di accingersi a divorare l'insegnante dell'ora successiva. Diciamo che mostrano un vivace interesse alle materie letterarie, ecco.

In classe c'è una LIM, per quanto non collegata a Internet. Il fatto si presenta invero piuttosto misterioso: il collegamento arriva alla mia aula dell'anno scorso, dove la LIM è doverosamente in rete,  prosegue fino a metà corridoio e lì si blocca. Stiamo cercando di venire a capo della questione, ma finora il Comune si è limitato a blandirci con dolci parolette e non ha fatto un accidente per rimediare. 
Praticamente appena entrata gli ho promesso che avremmo fatto il possibile e l'impossibile per entrare in rete in tempi brevi, a costo di andare in comune con un bazooka.
Qualcuno ha suggerito che potevamo provare con le chiavette: una chiavetta costava nove euro al mese, loro erano più di venti e non sarebbe venuta una gran cifra.
"E poi vuoi mettere, rispetto a tutti quei soldi che spenderemmo per il bazooka" ha aggiunto un altro.
Credo che li amerò follemente, anche se mi lasceranno a biancheggiare al sole.

domenica 16 settembre 2012

Manuale del Perfetto Insegnante - Il Gran Mistero dei Libri di Inizio Anno



La scuola è indubbiamente luogo di Grandissimi Misteri, ma pochi di essi si possono paragonare, per grado di misteriosità, al Gran Mistero dei Libri di Inizio Anno.

E' noto infatti a chiunque lavori nella scuola che l'anno scolastico inizia a Settembre ma i libri vengono adottati nel Collegio Docenti di Aprile, cinque mesi prima. E' altresì noto a chiunque abbia a che fare con la scuola, avendo dei figli di cui deve curare l'istruzione, che già ai primi di Giugno è pronta per loro una lunga lista di costosissimi libri di cui è richiesto  l'acquisto entro l'inizio del successivo anno scolastico - ovvero tre mesi e qualche giorno dopo.

E' infine noto a chiunque conosca il viver del mondo che la stragrande maggioranza dei suddetti genitori, ritirata la lista, si dirige, con la lista in questione, in tempi assai brevi verso la libreria o cartoleria più vicina o più da loro apprezzata e provvede ad ordinare i libri in questione (le poche eccezioni, costituite da genitori che sopravvivono ai limiti estremi della società cosiddetta civile, non hanno rilevanza statistica, anche perché spesso ad occuparsi della questione libri al posto loro ci sono i servizi sociali che non di rado provvedono a contattare la scuola spiegando che non c'è una lira e chiedendo se è possibile raccattare i libri in qualche modo, grazie).
E' altresì noto a chiunque lavori in una scuola che le adozioni dei libri sono attualmente vincolate per un certo numero di anni e dunque qualsiasi editore è in grado di predire con un buon margine di approssimazione e con un certo anticipo le richieste librarie cui dovrà far fronte entro l'inizio dell'anno scolastico venturo.
E' infine noto a chiunque che, al giorno d'oggi, gli ordini delle merci non viaggiano più a dorso di cammello, su barche a vela o su carretti trainati da pazienti ma non velocissimi asinelli; al contrario, grazie ai moderni mezzi di comunicazione, tra produttori, intermediari e distributori di qualsivoglia prodotto industriale è in atto ormai da tempo una rete di collegamenti che permette di seguire in tempo reale sia la produzione che la distribuzione del qualsivoglia prodotto industriale di cui sopra, permettendo con ciò di adattare sul momento l'offerta alla domanda ed evitando in tal modo lamentevoli sprechi o deplorevoli carenze del prodotto in questione.
A ciò va aggiunto il non trascurabile dettaglio che, salvo pochissime eccezioni, anche quelle non di rilevanza statistica, l'acquisto dei libri scolastici avviene in un solo periodo dell'anno, ovvero all'inizio delle lezioni.
E' infine noto a qualsivoglia insegnante che, al momento dell'inizio dell'anno scolastico, una buona metà degli alunni non dispone dei libri scolastici per l'anno in corso, e almeno un quarto di costoro non ne disporrà per circa un mese.

Come ciò possa avvenire è un Grande Mistero per il quale da sempre sono state proposte varie spiegazioni.

La prima è che gli editori di libri scolastici siano curiosamente indifferenti alle loro vendite, evitando di stampare un numero adeguato di copie. Il che non ha senso, perché non si capisce per quale motivo un editore dovrebbe rinunciare volontariamente ad un celere incasso.
La seconda è che il sistema di distribuzione sia inefficiente - il che ha ancor meno senso: perché si dovrebbe trascurare la distribuzione in un settore così sicuro e redditizio come quello dell'editoria scolastica?
La terza è che alcuni dei venditori al dettaglio siano trascurati, rimandando per lungo tempo la comunicazione dell'entità e quantità dei libri loro richiesti - e anche questo appare molto strano, specie in tempi di crisi economica (e ogni venditore al dettaglio di qualsiasi categoria da gran tempo assicura che siamo in piena crisi economica); perché mai dovrebbero posticipare l'ingresso di un'entrata sicura e anche piuttosto consistente nelle loro casse ormai perennemente vuote e invase solo da fitti festoni di ragnatele?
La quarta è che tale trascuraggine vada estesa uniformemente ai tre rami coinvolti, ovvero produzione, distribuzione e vendita al dettaglio - ma con questa spiegazione l'assurdità risulta moltiplicata per sé stessa per ben tre volte - elemento, quest'ultimo, che porta in effetti a considerare che si tratti della spiegazione con più alto tasso di veridicità.

Ad ogni modo, il risultato di tutto questo si traduce in un notevole incomodo per insegnanti e alunni che, nelle prime settimane dell'anno scolastico, devono arrangiarsi variamente usando un mix di fotocopie e schemi-da-copiare-alla-lavagna, con una congrua serie di difficoltà aggiuntive legate ai compiti da svolgere a casa.


Cosa può fare davanti a questo assai irritante intralcio il Perfetto Insegnante, oltre a lanciare cospicue maledizioni in lungo e in largo?

Il Perfetto Insegnante ha a disposizione soltanto due possibilità. La prima è lamentarsi cospicuamente con gli editori; tuttavia tale tecnica, per quanto coscienziosamente applicata, porta ad esiti talmente minimali che la gran parte degli insegnanti la trascura completamente - e tuttavia varrebbe forse la pena di tentare di batterla con qualche continuità, rivolgendosi direttamente agli editori e non coinvolgendo i rappresentanti che, a buon diritto, si sfileranno dalla questione limitandosi a dire che loro non c'entrano (il che è la pura verità).
La seconda soluzione è riflettere con perspicua cura se i libri acquistati sono davvero indispensabili e se non esiste un modo di evitarne o limitarne l'uso. Qualora la scuola disponesse di un adeguato grado di sussidi didattici, un po' di applicazione permetterebbe di scoprire interessanti alternative almeno per alcuni campi di applicazione. Sempre in questo ambito, è possibile tentare di provvedersi usando libri in precedenza usati da altri alunni e da loro gentilmente lasciati alla scuola. Tutto ciò presenta molte difficoltà tecniche ma è possibile che, applicando una certa larghezza di vedute e consigliandosi con colleghi e amici, alcune di queste difficoltà si rivelino sormontabili e aggirabili, magari con l'aiuto di una fotocopiatrice che lavori di buona lena.

Potrebbe infatti essere che, incoraggiate da una cospicua dieta dimagrante, le capacità gestionali e organizzative di editori e distributori subiscano un netto miglioramento e l'arrivo dei libri scolastici gradatamente migliori, così com'è possibile che un giorno il lupo e l'agnello giacciano fianco a fianco e l'agnello possa, in  tali circostanze, concedersi il piacere di una serena dormita.

venerdì 14 settembre 2012

Suzanne Collins - La trilogia di Hunger Games


I tre romanzi che compongono la trilogia sono Hunger Games, La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta. Sono usciti negli USA tra il 2008 e il 2010 e ne sono stati tratti dei film - il primo già uscito, gli altri due in fase di lavorazione. Rientrano nel filone della letteratura per Giovani Adulti, genere fantascienza. Sono ambientati in un qualche genere di futuro, nel territorio attualmente degli Stati Uniti.

Ci sono tredici distretti, e il primo vive principalmente alle spalle degli altri dodici; il grado di sfruttamento aumenta in base al numero assegnato al distretto. C'è stata una rivolta, in tempi andati. Capital City ha vinto e da allora, perché i distretti ribelli non dimentichino, ogni anno avviene la Mietitura: ogni distretto sorteggia un ragazzo e una ragazza, tra i dodici e i diciotto anni. I ventiquattro ragazzi così sorteggiati partecipano agli Hunger Games, un reality ripreso minuto per minuto e le cui scene salienti vengono trasmesse agli spettatori. Nei distretti dei sorteggiati guardare le trasmissioni del reality è obbligatorio, anche per i bambini.

Nel reality i ventiquattro ragazzi, dopo un breve addestramento e una serie di sbrilluccicose parate e interviste televisive, vengono sbattuti nell'Arena, che cambia ogni anno, dotati di qualche sussidio e lasciati ad ammazzarsi tra loro. L'ultimo sopravvissuto vince gli Hunger Games e vivrà di rendita tutta la vita (ma i suoi eventuali figli non saranno esclusi dal sorteggio) e per un anno il suo distretto avrà forniture extra di cibo, I distretti più poveri vincono molto raramente, mentre nei distretti con i numeri più bassi i ragazzi ambiscono a partecipare al gioco, interessati soprattutto alla gloria che deriva dalla vittoria più che al cibo extra.

L'equilibrio politico è molto fragile perché il sistema è troppo sbilanciato. Così il fatto che nel primo volume la protagonista riesca, con una serie mosse che aiutano una piccola dose di fortuna, a forzare i direttori del gioco a lasciar sopravvivere anche il suo compagno di distretto, con cui ha avviato una liason a vantaggio delle telecamere, finisce per innescare un fenomeno di rivolta che si diffonde tra i vari distretti come una fiammata. Alla fine della trilogia il Vecchio Sistema viene rovesciato, anche se a prezzo di molte distruzioni e molti morti. Non c'è un finale lietissimo, ma insomma i due innamorati (che nel frattempo sono diventati tali anche lontano dalle telecamere) si sposano e avranno dei figli, che cresceranno in un mondo meno ingiusto anche se piuttosto spartano e un tantino malconcio.


Il tema più appariscente è quello del reality: dover vivere una competizione mortale sotto l'occhio delle telecamere, con l'imperativo di commuovere gli spettatori quanto basta per avere aiuti dall'esterno, ma senza dare l'aria di cercare di farlo, puntare su una storia d'amore che in realtà non esiste (ancora) senza poterne mai parlare in privato con la controparte, sperando di capirsi abbastanza lo stesso per agire nel modo più opportuno. Qualsiasi spettatore non solo di reality, ma di televisione in generale, ha molta familiarità con la questione, e le giovani generazioni in modo particolare.

In questa situazione la storia d'amore ha delle notevoli difficoltà a partire, anche per circostanze esterne non strettamente collegate al reality (ma spesso legate alla situazione politica): ad esempio il carattere molto spinoso della protagonista, carattere che si è formato anche in conseguenza di una serie di ingiustizie da lei subite in quanto orfana e povera; inoltre si forma una specie di triangolo all'acqua di rose, simile a quello della serie di Twilight, quasi altrettanto esasperante per il lettore e non sempre gestito benissimo dall'autrice.
Il vero tema portante però mi è sembrato proprio quello del dislivello economico tra i distretti e dello sfruttamento di un piccolo numero di privilegiati ricchi e viziati su una massa di persone povere e private dei loro diritti - che è una questione particolarmente degna di riflessione nel mondo occidentale.

Nel complesso l'ho trovato un esperimento interessante. La lettura scorre bene, o più esattamente una volta iniziati i libri non si riesce a smettere, soprattutto nel secondo volume. Io, almeno, ci ho fatto un paio di notti molto lunghe, con conseguenti risvegli assai traumatici.

Da acquistare senza rimpianti per i figli che lo chiedono. 

Con questo post partecipo a I venerdì del libro di Homemademamma.