Il mio blog preferito

sabato 22 settembre 2012

Io e la Geografia (autobiografico)


Non ho mai avuto il minimo senso dell'orientamento e viaggio come un pacco postale. Non mi è mai importato di sapere dove sono Vicenza o Timbuctù, basta lo sappiano il guidatore del treno o il pilota dell'aereo. Se mai dovessi andarci. Sul posizionamento dei vari luoghi nel mondo ho sempre coltivato una felice ignoranza - tuttora celebre il mio Nepal in Africa, che è solo una delle tante gemme in una scintillante caverna dei tesori. Sul posizionamento di molte città italiane sono tuttora assai incerta, e a dirla tutta questo non mi ha intralciato nella mia personale ricerca della felicità.

Alle medie Geografia mi annoiava oltre ogni dire. Lo studio delle regioni d'Italia mi annoiava perché lo trovavo provinciale, lo studio dell'Europa mi annoiava perché c'erano troppi fiumi, lo studio del mondo mi annoiava perché l'Africa aveva troppi paesi che si ostinavano ad essere poveri oltre ad essere noiosi di per sé. Un sussulto di interesse lo ebbi al momento di studiare il Canada, dove era ambientata una parte della saga di Angelica, e che era un paese rispettabile: molto freddo, con tanto ghiaccio e un sacco di risorse minerarie e di gente ricca. Gli statunitensi, che erano imperialisti e cattivi, già mi interessavano molto meno. Per giunta avevamo un libro con aspirazioni liriche: monti che si stagliavano imponenti, fiumi che lambivano sinuosi, colline che digradavano dolcemente, acque che scorrevano impetuose per poi precipitare di qua e di là. Eccheppalle, se volevo leggermi delle poesie potevo sempre aprire il libro di qualche poeta decente, il libro di geografia non avrebbe potuto limitarsi a fare il suo noioso mestiere senza infierire oltre?*
Poi un pomeriggio, in terza, venne un tale che ci fece una lezione sul Brasile con gran copia di diapositive. Niente Carnevale né samba né carioca (tutta roba che mi annoiava assai): ci parlò invece dell'autostrada nell'Amazzonia, che tanti guai avrebbe portato, della gestione dei latifondi, dello sfruttamento dei contadini brasiliani, delle favelas. Insomma, parlò di economia e di ambiente
E per molto tempo il Brasile rimase per me l'unico stato dell'America del Sud che avesse un senso.

All'università feci un esame di geografia, convinta che sarebbe stato uno strazio; ma avevo un buco libero nel piano di studi e non aveva senso tagliarmi volontariamente fuori dall'insegnamento (anche se non avevo la minima intenzione di insegnare). E comunque perfino Geografia mi interessava di più di Teoria e Tecnica delle Comunicazioni di Massa, che all'epoca era uno degli esami-toppa per completare i venti necessari per la laurea.
Mi assegnarono due libri molto interessanti sui paesi sottosviluppati e dei vari motivi per cui lo erano, e sui problemi demografici. Preparai l'esame assai volentieri, nonostante la soporifera parte sulle tavole topografiche (che mi annoiavano. E chi l'avrebbe mai detto?).

Quando cominciai ad insegnare scoprii che nel frattempo i libri di geografia si erano fatti molto più interessanti - i corsi d'acqua lambivano un po' meno ma venivano descritti con più criterio, ad esempio si spiegava come si formavano e che effetti avevano sull'ambiente e le popolazioni. Imparai l'importanza dei fiumi navigabili, scoprii la complessa questione delle maree, appresi un sacco di cose sull'erosione e le sue conseguenze e via dicendo. Un manuale dopo l'altro (per fortuna negli anni delle supplenze brevi ne trovai diversi molto validi) mi studiai coscienziosamente vulcani, terremoti, aree climatiche, desertificazione, biomi e biodiversità. Cominciai a seguire con attenzione i giornali quando parlavano di acqua potabile, gasdotti e scioglimento della calotta polare. Imparai che le carte geografiche raccontavano un sacco di cose. Scansavo ancora le regioni italiane come la peste ma scoprii che, con un po' di mestiere, ero diventata in grado di parlare perfino di quelle, se proprio ci dovevo far lezione - cosa che, se appena potevo, evitavo con gran cura; fortuna che le prime mi capitavano soprattutto a inizio anno, quando si faceva la parte introduttiva, oppure ci insegnavo italiano.
Avendo imparato con la pratica come si fa una lezione di geografia, con un occhio al manuale e usando molto materiale di riciclo, insegnai anche agli alunni come si prepara un'interrogazione di geografia studiando il meno possibile - e qualcuno si è anche impadronito di tale nobile arte. A sorpresa, nelle mie classi spesso i ragazzi preferiscono geografia a storia - anche e soprattutto quelle classi che per vari disguidi ne avevano fatta poca o niente in prima o in seconda ed erano state formate quasi completamente da me in cotal materia; e si sa che l'insegnamento elargisce sconfitte e vittorie con modalità imprevedibili, ma nemmeno nelle mie più stravaganti fantasie avrei mai pensato che un giorno qualcuno avrebbe potuto apprezzare le mie eventuali lezioni di Geografia.
Il colpo di grazia me lo diede la LIM, quando cominciai a selezionare le cartine tematiche e le immagini per fare lezione; e va detto che Geografia è senz'altro più spettacolare di storia, tra foto di uragani, carte tematiche sulle piogge o il posizionamento delle basi militari e immagini di strane forme di vegetazione o ancor più strani animaletti. Una bella immagine della barriera corallina e la classe si sciropperà semza colpo ferire Melanesia e Polinesia; un paio di strampalatissimi pesci degli abissi, e tutti ascolteranno l'excursus sulle fosse e i loro problemi di misurazione.

Nonostante le infinite lacune che continuo a portarmi dietro (perché Geografia è una materia praticamente infinita e ogni manuale la affronta con un taglio diverso) adesso mi ci muovo con una certa confidenza; perché è vero che tante cose ancora non le so, ma siccome Geografia è una materia praticamente onnipresente, su tutto sono in grado di dire qualcosa, magari riciclandolo da tutt'altre materie.
Geografia, ho scoperto con gli anni, è una delle poche materie di scuola dove puoi trovare sempre un aggancio con la vita di tutti i giorni: facile da attualizzare, perfetta per introdurre qualsiasi argomento, magnifica per riempire un quarto d'ora con qualche curiosità. E' un po' come quei portali dei romanzi di fantasy che introducono ai mondi paralleli: ci trovi tutto e il contrario di tutto.

Non chiedo quasi niente di ciò che mi annoia. Mi bastano pochi fiumi e il minimo indispensabile di catene montuose, per giunta con la carta squadernata davanti. E tutti i miei alunni, anche i più deboli, anche i più sfaticati, dopo qualche mese imparano a farmi un'interrogazione decente (...in certi casi programmata...) leggendo la carta e tirandoci su qualche collegamento, aiutandosi con quel che sanno fuori della scuola - perché Geografia è una materia dove tutti sappiamo un sacco di cose, e a volte basta saperle collegare per sbarcare un'interrogazione, come io ci sbarcavo le prime lezioni, anni fa (stante che come riuscissi a sbarcare le interrogazioni a scuola incassando ogni anno il mio regolare sette l'ho completamente dimenticato).

Dunque adesso amo Geografia, e addirittura amo le mie lezioni di geografia, frutto di paziente studio e ricerche e navigazioni in rete, e non capisco quei colleghi che scuotono la testa e sospirano che, loro, la geografia la odiano.
E davvero è un bene che adesso la ami, perchè quest'anno farò Geografia in tre classi tre: la Prima d'Ogni Grazia Adorna, la Seconda Effervescente, più un'altra Seconda dove farò gli stati europei nell'ora di Approfondimento. Europa a colazione, a pranzo e a cena, con il solo rischio di confondermi tra una classe e l'altra.
A fine anno dovei essere un'autorità in materia.

*per la cronaca: era il Nangeroni-Sacchi, e solo un insegnante di Lettere che odiasse la Geografia avrebbe potuto sceglierlo. Oppure un insegnante che odiasse NOI, ma non era quello il caso - e del resto gli altri libri di lettere erano molto validi.

mercoledì 19 settembre 2012

Taglio del Nastro 2012 - E non sembra niente male



La mia Prima, al momento, sembra una rosa senza grosse spine - una rosa piacevolmente  vivace, per giunta. Erano ormai sei anni che non incignavo una prima e, con mia grande sorpresa, ho scoperto che la cosa mi diverte, forse perché questi non sono troppo bambini. Non si è ancora vista l'ombra di un genitore, e anche questa è una buona cosa. Sono vivaci, piuttosto curiosi e hanno fatto in lungo e in largo le regioni d'Italia, con mia grande gioia, così me le risparmierò. 
Per il momento ce ne stiamo a leggere fiabe (leggono piuttosto bene), a conversare del più e del meno e a preparare il lavoro per storia e geografia - un po' di riepilogo e di preliminari, cercando di capire cosa sanno. Sanno parecchie cose per essere una prima, mi è sembrato, e c'è perfino qualche speranza che il lavoro di italiano non si risolva in una stressante gimkana contro tonnellate di errori ortografici. Qualcuno è convinto di avere una scrittura orribile, ma onestamente ho visto di peggio (anche le maestre sembravano molto preoccupate per la loro scrittura). Qualcuno si è anche detto ammirato dalla mia pazienza e non aveva del tutto torto, ma era Sabato alla quinta ora, quando qualsiasi insegnante di prima media sa che di pazienza vi è assai d'uopo.

Ho anche una Seconda a tempo prolungato, cui faccio Storia e Geografia. E' una classe effervescente e molto ricca di interessi, di quelle che ti spolpano viva in mezz'ora e lasciano indietro solo qualche ossicino a biancheggiare al sole prima di accingersi a divorare l'insegnante dell'ora successiva. Diciamo che mostrano un vivace interesse alle materie letterarie, ecco.

In classe c'è una LIM, per quanto non collegata a Internet. Il fatto si presenta invero piuttosto misterioso: il collegamento arriva alla mia aula dell'anno scorso, dove la LIM è doverosamente in rete,  prosegue fino a metà corridoio e lì si blocca. Stiamo cercando di venire a capo della questione, ma finora il Comune si è limitato a blandirci con dolci parolette e non ha fatto un accidente per rimediare. 
Praticamente appena entrata gli ho promesso che avremmo fatto il possibile e l'impossibile per entrare in rete in tempi brevi, a costo di andare in comune con un bazooka.
Qualcuno ha suggerito che potevamo provare con le chiavette: una chiavetta costava nove euro al mese, loro erano più di venti e non sarebbe venuta una gran cifra.
"E poi vuoi mettere, rispetto a tutti quei soldi che spenderemmo per il bazooka" ha aggiunto un altro.
Credo che li amerò follemente, anche se mi lasceranno a biancheggiare al sole.

domenica 16 settembre 2012

Manuale del Perfetto Insegnante - Il Gran Mistero dei Libri di Inizio Anno



La scuola è indubbiamente luogo di Grandissimi Misteri, ma pochi di essi si possono paragonare, per grado di misteriosità, al Gran Mistero dei Libri di Inizio Anno.

E' noto infatti a chiunque lavori nella scuola che l'anno scolastico inizia a Settembre ma i libri vengono adottati nel Collegio Docenti di Aprile, cinque mesi prima. E' altresì noto a chiunque abbia a che fare con la scuola, avendo dei figli di cui deve curare l'istruzione, che già ai primi di Giugno è pronta per loro una lunga lista di costosissimi libri di cui è richiesto  l'acquisto entro l'inizio del successivo anno scolastico - ovvero tre mesi e qualche giorno dopo.

E' infine noto a chiunque conosca il viver del mondo che la stragrande maggioranza dei suddetti genitori, ritirata la lista, si dirige, con la lista in questione, in tempi assai brevi verso la libreria o cartoleria più vicina o più da loro apprezzata e provvede ad ordinare i libri in questione (le poche eccezioni, costituite da genitori che sopravvivono ai limiti estremi della società cosiddetta civile, non hanno rilevanza statistica, anche perché spesso ad occuparsi della questione libri al posto loro ci sono i servizi sociali che non di rado provvedono a contattare la scuola spiegando che non c'è una lira e chiedendo se è possibile raccattare i libri in qualche modo, grazie).
E' altresì noto a chiunque lavori in una scuola che le adozioni dei libri sono attualmente vincolate per un certo numero di anni e dunque qualsiasi editore è in grado di predire con un buon margine di approssimazione e con un certo anticipo le richieste librarie cui dovrà far fronte entro l'inizio dell'anno scolastico venturo.
E' infine noto a chiunque che, al giorno d'oggi, gli ordini delle merci non viaggiano più a dorso di cammello, su barche a vela o su carretti trainati da pazienti ma non velocissimi asinelli; al contrario, grazie ai moderni mezzi di comunicazione, tra produttori, intermediari e distributori di qualsivoglia prodotto industriale è in atto ormai da tempo una rete di collegamenti che permette di seguire in tempo reale sia la produzione che la distribuzione del qualsivoglia prodotto industriale di cui sopra, permettendo con ciò di adattare sul momento l'offerta alla domanda ed evitando in tal modo lamentevoli sprechi o deplorevoli carenze del prodotto in questione.
A ciò va aggiunto il non trascurabile dettaglio che, salvo pochissime eccezioni, anche quelle non di rilevanza statistica, l'acquisto dei libri scolastici avviene in un solo periodo dell'anno, ovvero all'inizio delle lezioni.
E' infine noto a qualsivoglia insegnante che, al momento dell'inizio dell'anno scolastico, una buona metà degli alunni non dispone dei libri scolastici per l'anno in corso, e almeno un quarto di costoro non ne disporrà per circa un mese.

Come ciò possa avvenire è un Grande Mistero per il quale da sempre sono state proposte varie spiegazioni.

La prima è che gli editori di libri scolastici siano curiosamente indifferenti alle loro vendite, evitando di stampare un numero adeguato di copie. Il che non ha senso, perché non si capisce per quale motivo un editore dovrebbe rinunciare volontariamente ad un celere incasso.
La seconda è che il sistema di distribuzione sia inefficiente - il che ha ancor meno senso: perché si dovrebbe trascurare la distribuzione in un settore così sicuro e redditizio come quello dell'editoria scolastica?
La terza è che alcuni dei venditori al dettaglio siano trascurati, rimandando per lungo tempo la comunicazione dell'entità e quantità dei libri loro richiesti - e anche questo appare molto strano, specie in tempi di crisi economica (e ogni venditore al dettaglio di qualsiasi categoria da gran tempo assicura che siamo in piena crisi economica); perché mai dovrebbero posticipare l'ingresso di un'entrata sicura e anche piuttosto consistente nelle loro casse ormai perennemente vuote e invase solo da fitti festoni di ragnatele?
La quarta è che tale trascuraggine vada estesa uniformemente ai tre rami coinvolti, ovvero produzione, distribuzione e vendita al dettaglio - ma con questa spiegazione l'assurdità risulta moltiplicata per sé stessa per ben tre volte - elemento, quest'ultimo, che porta in effetti a considerare che si tratti della spiegazione con più alto tasso di veridicità.

Ad ogni modo, il risultato di tutto questo si traduce in un notevole incomodo per insegnanti e alunni che, nelle prime settimane dell'anno scolastico, devono arrangiarsi variamente usando un mix di fotocopie e schemi-da-copiare-alla-lavagna, con una congrua serie di difficoltà aggiuntive legate ai compiti da svolgere a casa.


Cosa può fare davanti a questo assai irritante intralcio il Perfetto Insegnante, oltre a lanciare cospicue maledizioni in lungo e in largo?

Il Perfetto Insegnante ha a disposizione soltanto due possibilità. La prima è lamentarsi cospicuamente con gli editori; tuttavia tale tecnica, per quanto coscienziosamente applicata, porta ad esiti talmente minimali che la gran parte degli insegnanti la trascura completamente - e tuttavia varrebbe forse la pena di tentare di batterla con qualche continuità, rivolgendosi direttamente agli editori e non coinvolgendo i rappresentanti che, a buon diritto, si sfileranno dalla questione limitandosi a dire che loro non c'entrano (il che è la pura verità).
La seconda soluzione è riflettere con perspicua cura se i libri acquistati sono davvero indispensabili e se non esiste un modo di evitarne o limitarne l'uso. Qualora la scuola disponesse di un adeguato grado di sussidi didattici, un po' di applicazione permetterebbe di scoprire interessanti alternative almeno per alcuni campi di applicazione. Sempre in questo ambito, è possibile tentare di provvedersi usando libri in precedenza usati da altri alunni e da loro gentilmente lasciati alla scuola. Tutto ciò presenta molte difficoltà tecniche ma è possibile che, applicando una certa larghezza di vedute e consigliandosi con colleghi e amici, alcune di queste difficoltà si rivelino sormontabili e aggirabili, magari con l'aiuto di una fotocopiatrice che lavori di buona lena.

Potrebbe infatti essere che, incoraggiate da una cospicua dieta dimagrante, le capacità gestionali e organizzative di editori e distributori subiscano un netto miglioramento e l'arrivo dei libri scolastici gradatamente migliori, così com'è possibile che un giorno il lupo e l'agnello giacciano fianco a fianco e l'agnello possa, in  tali circostanze, concedersi il piacere di una serena dormita.

venerdì 14 settembre 2012

Suzanne Collins - La trilogia di Hunger Games


I tre romanzi che compongono la trilogia sono Hunger Games, La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta. Sono usciti negli USA tra il 2008 e il 2010 e ne sono stati tratti dei film - il primo già uscito, gli altri due in fase di lavorazione. Rientrano nel filone della letteratura per Giovani Adulti, genere fantascienza. Sono ambientati in un qualche genere di futuro, nel territorio attualmente degli Stati Uniti.

Ci sono tredici distretti, e il primo vive principalmente alle spalle degli altri dodici; il grado di sfruttamento aumenta in base al numero assegnato al distretto. C'è stata una rivolta, in tempi andati. Capital City ha vinto e da allora, perché i distretti ribelli non dimentichino, ogni anno avviene la Mietitura: ogni distretto sorteggia un ragazzo e una ragazza, tra i dodici e i diciotto anni. I ventiquattro ragazzi così sorteggiati partecipano agli Hunger Games, un reality ripreso minuto per minuto e le cui scene salienti vengono trasmesse agli spettatori. Nei distretti dei sorteggiati guardare le trasmissioni del reality è obbligatorio, anche per i bambini.

Nel reality i ventiquattro ragazzi, dopo un breve addestramento e una serie di sbrilluccicose parate e interviste televisive, vengono sbattuti nell'Arena, che cambia ogni anno, dotati di qualche sussidio e lasciati ad ammazzarsi tra loro. L'ultimo sopravvissuto vince gli Hunger Games e vivrà di rendita tutta la vita (ma i suoi eventuali figli non saranno esclusi dal sorteggio) e per un anno il suo distretto avrà forniture extra di cibo, I distretti più poveri vincono molto raramente, mentre nei distretti con i numeri più bassi i ragazzi ambiscono a partecipare al gioco, interessati soprattutto alla gloria che deriva dalla vittoria più che al cibo extra.

L'equilibrio politico è molto fragile perché il sistema è troppo sbilanciato. Così il fatto che nel primo volume la protagonista riesca, con una serie mosse che aiutano una piccola dose di fortuna, a forzare i direttori del gioco a lasciar sopravvivere anche il suo compagno di distretto, con cui ha avviato una liason a vantaggio delle telecamere, finisce per innescare un fenomeno di rivolta che si diffonde tra i vari distretti come una fiammata. Alla fine della trilogia il Vecchio Sistema viene rovesciato, anche se a prezzo di molte distruzioni e molti morti. Non c'è un finale lietissimo, ma insomma i due innamorati (che nel frattempo sono diventati tali anche lontano dalle telecamere) si sposano e avranno dei figli, che cresceranno in un mondo meno ingiusto anche se piuttosto spartano e un tantino malconcio.


Il tema più appariscente è quello del reality: dover vivere una competizione mortale sotto l'occhio delle telecamere, con l'imperativo di commuovere gli spettatori quanto basta per avere aiuti dall'esterno, ma senza dare l'aria di cercare di farlo, puntare su una storia d'amore che in realtà non esiste (ancora) senza poterne mai parlare in privato con la controparte, sperando di capirsi abbastanza lo stesso per agire nel modo più opportuno. Qualsiasi spettatore non solo di reality, ma di televisione in generale, ha molta familiarità con la questione, e le giovani generazioni in modo particolare.

In questa situazione la storia d'amore ha delle notevoli difficoltà a partire, anche per circostanze esterne non strettamente collegate al reality (ma spesso legate alla situazione politica): ad esempio il carattere molto spinoso della protagonista, carattere che si è formato anche in conseguenza di una serie di ingiustizie da lei subite in quanto orfana e povera; inoltre si forma una specie di triangolo all'acqua di rose, simile a quello della serie di Twilight, quasi altrettanto esasperante per il lettore e non sempre gestito benissimo dall'autrice.
Il vero tema portante però mi è sembrato proprio quello del dislivello economico tra i distretti e dello sfruttamento di un piccolo numero di privilegiati ricchi e viziati su una massa di persone povere e private dei loro diritti - che è una questione particolarmente degna di riflessione nel mondo occidentale.

Nel complesso l'ho trovato un esperimento interessante. La lettura scorre bene, o più esattamente una volta iniziati i libri non si riesce a smettere, soprattutto nel secondo volume. Io, almeno, ci ho fatto un paio di notti molto lunghe, con conseguenti risvegli assai traumatici.

Da acquistare senza rimpianti per i figli che lo chiedono. 

Con questo post partecipo a I venerdì del libro di Homemademamma.

lunedì 10 settembre 2012

Incontro Maestre-Professori, ovvero il Congresso delle Anatre

Invero una nobile razza di animali, le anatre. 
Ma nessuno potrà negare che starnazzino.
E di solito lo fanno tutte assieme.


L'incontro con le maestre a inizio anno non è un frutto della recente verticalizzazione, bensì fa parte degli usi e costumi di St. Mary Mead dalla notte dei tempi come minimo.
Funziona così: a Giugno arrivano le maestre dalle elementari e incontrano i professori incaricati di formare le prime medie. Ai primi di Settembre invece incontrano i professori che insegneranno nelle future prime medie. E tutto ciò è molto utile.
Perciò stamani svariate maestre hanno incontrato svariati professori, nella luminosa Sala Professori di St, Mary Mead, e uno per uno hanno descritto i nostri futuri alunni
E' noto che la categoria professionale dei maestri non si è mai distinta per soverchia laconicità, ed è altrettanto noto che in questo i professori tengono loro validamente testa, e dunque l'incontro non è stato dei più brevi. Inoltre sia i maestri che i professori sono, a quel che sembra, del tutto incapaci di stare zitti anche mentre qualcun altro parla e insomma pareva di stare in una classe, e non delle più tranquille.
Il problema non erano le maestre che parlavano l'una sull'altra interrompendosi a vicenda (non lo facevano se non molto occasionalmente) bensì le maestre che chiacchieravano del più e del meno con i professori e che si esortavano a vicenda a fare silenzio per permettere agli altri di sentire.

Nello specifico poi, i maestri di St. Mary Mead si distinguono per una forte tendenza a "lasciar capire senza dire". Come dappertutto, anche a St. Mary Mead ci sono ragazzi con situazioni piuttosto delicate - in effetti ci incontriamo con le maestre soprattutto per conoscerle in anticipo ed evitare le gaffe più appariscenti almeno nei primi giorni di scuola; e d'altra parte non è del tutto indispensabile girare intorno ai pettegolezzi più croccanti per poi servirli in tavola, un bocconcino per volta, in mezzo a un grande squittìo scandalizzato. Non è necessario, ma a St. Mary Mead usa così e certe notizie vanno tirate fuori col forcipe.
Dopo un'ora e passa di questa manfrina ero sull'orlo dell'idrofobia. Non so come hanno retto le colleghe che avevano più prime e di conseguenza hanno dovuto sciropparsi tutto l'incontro, per poi sentirsi pure rimproverare che non avevano fatto bene le classi.

Il nostro è un lavoro che richiede molta, molta pazienza. Non solo con i ragazzi.

sabato 8 settembre 2012

8 Settembre: l'Italia nel suo labirinto


Per molti di noi oggi è il 46° anniversario di Star Trek, splendida serie di telefilm di fantascienza. Per l'Italia però è anche il 69° anniversario di uno degli snodi più importanti della nostra storia, quando l'allora sovrano Vittorio Emanuele III riuscì a cacciare tutti i suoi sudditi, nessuno escluso, nei pasticci, avendo comunque cura di mettersi al riparo e parendogli anche di non essercisi messo abbastanza.
Qualcuno sostiene che lo stato italiano è morto l'8 Settembre 1943, altri che proprio in quel giorno è nato. Nessuna delle due tesi mi convince più di tanto: secondo me l'8 Settembre è una delle tante tappe della nostra italica storia, anzi forse la più caratteristica delle date della storia italiana. Quale altro stato poteva infatti disporre di una classe dirigente capace di ficcarlo in un pasticcio simile? Quale altro paese poteva vantare un re capace di trasformare una guerra persa in un casino di quella portata?
La notte tra il 7 e l'8 Settembre gli italiani andarono a dormire (piuttosto di malumore) alleati con i tedeschi, si svegliarono la mattina dell'8 alleati con gli Alleati, in un paese letteralmente invaso dai loro nemici (che ancora la sera prima non erano nemici ma alleati) e senza vedere in giro l'ombra dei loro alleati. In compenso mancava qualcosa: il re. Il sovrano d'Italia stava scappando.
Molti paesi sono stati invasi, nella storia dell'umanità, e molti hanno cambiato alleanze da un giorno all'altro, e molti governi sono stati rovesciati; ma quanti paesi si sono ritrovati invasi da nemici che non erano entrati da nemici bensì da alleati, mentre i nuovi alleati stavano altrove ?

Ogni singolo italiano si ritrovò con una scelta da fare, anche se in certi casi all'inizio si trattò di una scelta solo formale. Non ebbero molta scelta, ad esempio, i soldati che si ritrovarono prigionieri dei tedeschi e deportati prima ancora di aver capito cosa stava succedendo - ma poterono scegliere in seguito se arruolarsi con i tedeschi e continuare con loro la guerra, o morire di stenti nei vari campi di deportazione. Anche i ragazzi arruolati a forza nella Repubblica di Salò non ebbero in partenza molta scelta, ma poterono in seguito cercare di scappare (e molti ci riuscirono). In quella situazione però le singole scelte rischiavano (rischiavano?!?) di ricadere anche sulle rispettive famiglie, spesso in modo molto pesante. Qualcuno scelse con più libertà, qualcuno cercò di scegliere tra ciò che era giusto e ciò che era conveniente; per molti, soprattutto militari e ragazzini cresciuti a pane e propaganda eroica, c'era il serio problema di salvare l'onore della patria - impresa, a quel punto, singolarmente difficile.
Gli ex-alleati tedeschi ci guardavano con comprensibile diffidenza, i nuovi alleati pure. Inoltre non eravamo più un paese autonomo, e la scelta che restava era tra aiutare gli invasori già presenti sul nostro territorio oppure lavorare per aiutare altri invasori a invaderci meglio - in un modo o nell'altro c'era da collaborare con gli invasori, che non è poi questa gran prospettiva anche quando il tuo grado di fanatismo patriottico è a livelli minimali. Per l'appunto le giovani generazioni erano state cresciute a pane e fanatismo patriottico, e questo complicò ulteriormente le cose.

In questa demenziale situazione, l'italico genio riuscì a sfruttare una serie di opportunità favorevoli. Fino all'8 Settembre in Italia non c'era una vera resistenza, perché non eravamo un paese invaso; ma profittando di una situazione decisamente confusa, alcuni gruppi di ragazzi inventarono la resistenza armata - che non fu un pranzo di gala, certamente; ma parò il culo all'intero paese, al momento di stilare i trattati di pace (Giappone e Germania furono trattati con assai minor cortesia): gli Alleati ci occuparono in modo più soft e ci lasciarono più liberi - e ci diedero anche molti più soldi, perché al momento di votare risultò che avevamo un partito comunista numericamente molto importante, ed eravamo geograficamente collocati ad un passo dal Pericolo Rosso.


Inoltre, cosa assai importante, al referendum gli italiani scelsero di togliersi dai piedi i Savoia. Non a maggioranza schiacciante, come avrebbero dovuto, ed è probabile che il nuovo re Umberto si sarebbe comportato meglio di suo padre (che facesse peggio, del resto, era umanamente impossibile); ma insomma in quel momento levarsi dai piedi i Savoia era oggettivamente il meglio che si potesse fare.

l'8 Settembre è una data su cui i manuali di storia delle medie tendono a sorvolare, preoccupatissimi di ricordare che ci furono i buoni e i cattivi, le scelte giuste e le scelte sbagliate. A me pare invece che andrebbe esaminata con cura la situazione del momento, che era disperatamente confusa e piena di tagliole ad ogni dove, ricordando e spiegando bene che tutti noi cittadini di un'Italia democratica e repubblicana, siamo figli di uno dei più insoliti crocevia che la storia ricordi, che in quella confusione le scelte erano oggettivamente difficili da fare e che, se ogni tanto ci accorgiamo che l'Italia non sempre negli ultimi 69 anni ha goduto di grande prestigio internazionale, ciò è dovuto anche al fatto che nella nostra classe dirigente troppo spesso non ha prevalso il senso dello Stato e delle Istituzioni. Sotto questo aspetto, siamo un paese abbastanza anomalo in Europa (e non solo in Europa, se solo ricordiamo come si comportò l'imperatore del Giappone, che infatti rimase sul trono senza perdere il rispetto e la devozione dei suoi sudditi).
Insomma, una data su cui riflettere e un momento da esaminare con molta attenzione, magari con qualche laboratorio dedicato. D'accordo, non è uno dei nostri momenti gloriosi; tuttavia, ognuno è figlio anche dei suoi errori e degli errori dei suoi padri e madri e zii. Perché rimuoverli?


giovedì 6 settembre 2012

Riunione per materie (oh Gesù d'amore acceso)



Quando eravamo una Grande Scuola le riunioni per materie si volgevano alla Grande Sede, ma divise per plesso. Ne venivano fuori delle cose piuttosto tranquille ma concrete.
Ora che ci siamo verticalizzati le facciamo con i colleghi di Crifosso, di cui va senz'altto detto che non soffrono di complessi di inferiorità. E buon per loro.

Ci riuniamo intorno al tavolo. Dunque, primo argomento... c'era un argomento di cui parlare?
Non risulta. Forse la verticalizzazione. E' importante verticalizzarci, e andrebbe fatta una commissione per il curricolo verticale, con le insegnanti delle elementari. Tutti ne conveniamo. Si ricama a punto croce e sopraggitto sul concetto di verticalizzazione (a quanto pare il corso di ieri ha lasciato forti tracce in qualcuno), poi sul concetto di programmazione e sul fatto che le elementari non son più quelle dei nostri tempi.
Gli argomenti trattati successivamente sono: l'importanza del curricolo verticale, l'importanza della continuità, il fatto che la riforma dei bienni non è mai stata abolita e non si potrebbe bocciare all'interno dei bienni*; l''importanza della storia antica, il concetto di democrazia, l'importanza del latino alle scuole medie,  l'importanza dello studio delle regioni d'Italia, di come l'orario di Crifosso sia bello e ben organizzato e di come siano ganzi, bravi e ricchi di inventiva a Crifosso. 
Per la prima ora ascolto in silenzio cercando di capire di cosa stiamo parlando, poi mi calo in un mondo tutto mio e organizzo il menu del prossimo invito (mi piacerebbe fare una focaccia con le verdure per antipasto).

Le altre materie staccano alle undici dopo aver programmato il mondo, riorganizzato i laboratori e preparato la lista dei desiderata. Noi firmiamo verso mezzogiorno e non ho la minima idea di cosa sia stato concluso in questa riunione (a parte l'oggettiva constatazione che a Crifosso sono molto ganzi e ben organizzati - ma si sapeva anche prima).

Torno a casa meditando che gli insegnanti di Lettere andrebbero strozzati in culla. 
Io per prima, si capisce.

*vero, non è stata mai abolita. Anche perché non è mai passata.

martedì 4 settembre 2012

Verticale e orizzontale


Il Nuovissimo Istituto Comprensivo di St. Mary Mead è appena nato, e in questi giorni emette i primi vagiti; ci siamo verticalizzati, come pare che la legge imponga, e la cosa, per quanto a lungo attesa, non mi convince più di tanto perché secondo me le medie sono un mondo a parte e a parte dovrebbero restare. Comunque adesso abbiamo meno plessi, meno chilometri tra noi e la sede centrale e soprattutto la Segretaria Ansiosa e Rompiballe è rimasta nel capoluogo principale, con grande sollievo della collettività.
La verticalizzazione naturalmente ha i suoi pro e i suoi contro. I pro spero che prima o poi qualcuno si ricordi di elencarmeli, perché al momento non ne vedo nemmeno uno; tra i contro indicherei senz'altro il corso sulla verticalizzazione, ove tutti noi stramazziamo orizzontalmente, visto che si tratta di una delle cose più soporifere che mai ci sia capitato di affrontare - in effetti, nei due terzi cui ho assistito lo scorso Giugno scorso, mi è parso talmente inutile e improduttivo da far arrossire nel confronto perfino l'Area Trasversale della SSIS di Firenze: ci chiudono in una stanza, seduti, poi arriva qualcuno che parla per quattr'ore senza dire niente e alla fine non ci danno nemmeno i trenta punti né ci sono borse di studio. Sinceramente, ci vedo gli estremi per una denuncia per mobbing.

La lezione di domani sarà comprensiva di laboratorio, e dovevamo dividerci tra cinque allettanti proposte non una delle quali mi ispirava minimamente. Così ho scelto quella di "attività comune nei tre ordini di scuole", dove si era segnato il mio gruppo di colleghi preferito (ho aspettato di segnarmi alla fine appunto per vedere dove andavano gli altri) onde avere qualcuno con cui chiacchierare. Al momento mi sento troppo assonnata e orizzontale per domandarmi seriamente quali attività possano essere comuni a materne, elementari e medie - entrare e uscire dalla scuola, forse, e fare colazione.


Veniamo ai lati positivi: nessuno ha nemmeno lontanamente accennato a registri elettronici o nuovi curricoli, né ad unità didattiche o di apprendimento, mono o multidisciplinari che siano.

Mobbing sì, ma con criterio.

venerdì 31 agosto 2012

Storie della storia del mondo - Laura Orvieto


Quando ero bambina questo libro era un must: non c'era biblioteca di classe che non lo avesse, spesso e volentieri era letto a scuola alle elementari e molti di noi lo avevano anche a casa, nella libreria personale - almeno, così avveniva a Firenze e dintorni (va detto però che l'autrice era a lungo vissuta a Firenze e che la casa editrice era fiorentina).
Ho poi scoperto che Storie della storia del mondo era in realtà una serie di libri, non completata dall'autrice, e che quel che la mia generazione ha conosciuto con questo titolo aveva anche un sottotitolo Greche e barbare che nelle edizioni successive è ricomparso; che Laura era Orvieto da sposata e che il suo vero cognome era Cantoni; e infine che il libro che per anni ho letto, riletto e praticamente consumato era praticamente un pezzo d'epoca, essendo stato pubblicato nel 1911. Era però scritto in un bell'italiano (italiano, non toscano) fresco e scorrevole, che non ha mai creato problemi di comprensione in nessuno di noi, e il modo con cui l'autrice si rivolgeva ai giovani lettori non era irritante (e quello sì che era un tratto insolito!).
Anzi, i giovani lettori proprio non c'erano: c'erano due bambini che giocavano e la loro mamma che, chiacchierando del più e del meno, ad un certo punto parte con la storia di Laomedonte, il primo re di Troia;  i bambini chiedono il seguito e allora la madre, mostrandosi una degna erede di Sherezade, il seguito lo racconta tutto, narrando la storia di Troia fino alla sua caduta, con qualche finestra sui vari ritorni degli eroi e sul viaggio di Enea. 

E già questo, che qualcuno sia riuscito a raccontare con chiarezza e precisione la storia di Troia più buona parte degli annessi e connessi ha del prodigioso. Ancor più prodigioso è il fatto che le illustrazioni fossero belle e utili: ispirate alla pittura vascolare, chiarivano a meraviglia come fossero fatti elmi, armature e vestiti e come si vestiva quella gente.
La vicenda non è espurgata: adulteri, assassini, figli bolliti e fatti mangiare al padre, tradimenti di vario tipo venivano raccontati senza infingimenti e senza alterare le motivazioni di base - solo qualche accoppiamento casuale veniva pudicamente etichettato come "matrimonio", ma si evinceva chiaramente che il matrimonio, nella mitologia greca, era una cosa un po' diversa quanto a peso legale da un matrimonio europeo del XX secolo. Al termine della lettura la vicenda si delineava con chiarezza nella mente del lettore e caratteri e motivazioni che muovevano i vari personaggi, dèi compresi, risultavano comprensibili (anche se non sempre del tutto condivisibili).
Era insomma un'eccellente introduzione alla mitologia greca e alla guerra di Troia, e si lasciava ricordare. Arrivati alle medie, nessuno di noi aveva difficoltà a tuffarsi nel rutilante mondo della mitologia e della guerra di Troia: Achille, Patroclo, Elena e Agamennone (quest'ultimo, da sempre, mi ha ispirato un'antipatia mostruosa, al contrario degli altri tre) erano per noi persone note e stranote - che era pure comodo; e ancora oggi rabbrividisco in cuor mio all'idea che esistano persona che non hanno sulla punta della lingua in qualsiasi momento i nomi dei quattro figli di Tindaro e le vicende degli atridi.

Probabilmente il mio grande amore per la mitologia greca è nato da questo libro. Per anni e decenni ho cercato un manuale di mitologia greca che fosse altrettanto chiaro e gradevole, e non l'ho mai trovato. Ho trovato cose diverse, come il manuale di Kerényi, che tutto fa tranne semplificare (e proprio lì sta la sua utilità e anche il suo fascino), ma niente di nemmeno lontanamente paragonabile a questo libro.

Oggi Storie della storia del mondo viene ancora ristampato, corredato nuovamente del suo sottotitolo originario, ma non ha più quella diffusione universale di cui godeva ai tempi della mia infanzia. D'istinto tendo a pensare che questo sia un male, soprattutto perché ci si preoccupa moltissimo di addolcire la mitologia greca ai ragazzi, facendo così di eroi e dèi un solo mucchio di perfetti idioti. Si potrebbe discutere se sia così indispensabile fornire ai giovani virgulti in divenire una preparazione di base sui miti classici - e no, non sono convinta che sia poi così indispensabile, ma farlo non recherebbe noia o danno alcuno ai virgulti in questione; ma sono sicura che una mitologia greca in versione friendly, priva di cattiveria e mistero e grandiosità (e sesso e violenza) è, prima ancora che inutile, del tutto dannosa.

Con questo post entro anch'io nel Club del Venerdì del libro.  Arigato, Homemademamma :)


lunedì 6 agosto 2012

Brevi ma soporiferi cenni di didattica modulare



Un insegnante intento a modulare la sua programmazione. O, a scelta, un quadro del 1621 di Hendrick Terbrugghen, intitolato "Il suonatore di flauto"

Anni fa Sary, dopo lunga pratica di insegnamento, entrò di ruolo. Un giorno, chiacchierando del più e del meno, mi raccontò della caccia che aveva dato a lungo a una collega per "farsi spiegare come si faceva un'unità didattica" perché  costei era tra le poche nella sua scuola al corrente di tale arte magica.
"Come sarebbe a dire?" strabiliai "E' una vita che insegni, la saprai ben fare da sola, un'unità didattica".
Mi spiegò che né lei né la maggioranza degli insegnanti facevano alcun uso delle unità didattiche, e che infatti anche quella le serviva solo per la relazione sull'anno di prova dove era appositamente richiesta.
Non capivo. "Ma, scusa, credevo che da tempo ormai usassero solo unità didattiche, a scuola" (all'epoca non insegnavo, e questo può spiegare questa mia candida ignoranza; anche se proprio con un'Unità Didattica sulla Lettera avevo preso l'abilitazione al concorso qualche anno prima).
"No, sono piuttosto scomode e non servono".
Presi atto della cosa. Anni dopo, quando mi ritrovai dietro una cattedra, mi resi poi conto che era vero: le famosissime (tanto famose che perfino io le avevo sentite nominare) Unità Didattiche erano più di impiccio che altro, e le lezioni andavano sempre per il loro verso a seconda del caso, e assai raramente si sarebbero potute inquadrare in quel grazioso giochetto geometrico noto come "unità didattica".

Quando arrivai alla SSIS scoprii che, mentre io perdevo il mio tempo a far fare in classe ore su ore di esercizi legati al corretto uso del che (pronome o congiunzione), dei pronomi personali, del congiuntivo e consimili scempiaggini, la didattica si era vieppiù evoluta, elaborando i moduli e le unità di apprendimento, e che se volevi essere un Bravo Insegnante dovevi usare quelli e soltanto quelli per la tua programmazione.
Sulle unità di apprendimento, per fortuna, nessuno insisté più di tanto, ma mi parve di capire che fossero il nuovo nome dei moduli. Ebbi comunque cura di non approfondire la questione facendo tesoro della mia felice ignoranza.
Per la didattica modulare invece non ci fu proprio verso: più e più volte ce ne parlarono, ripetendoci voluttuosamente in una specie di mantra "l'insegnante modula la sua programmazione". E io me lo vedevo, l'insegnante, in una bella radura erbosa o sulla riva di un laghetto, seduto su un sasso o su un vecchio ceppo col suo zufolo, che modulava la programmazione mentre gli animali selvatici uscivano dalla foresta e si radunavano intorno a lui/lei per ascoltarlo/la, come nel Flauto Magico.

Ma veniamo a spiegare all'incirca cos'è un modulo nella programmazione scolastica (e non nell'orario scolastico: perché lì sappiamo tutti che è un tempo-scuola per le elementari che piaceva a famiglie e alunni ma che la Gelmini ha smantellato per far piacere a Tremonti in nome della salute dei conti pubblici, che infatti com'è noto adesso vanno a meraviglia). 
In breve: un modulo in didattica non è un foglio da compilare per averne in cambio un documento, non è un elemento di architettura e non ha nemmeno qualcosa a che vedere col diametro delle colonne; è invece un'unità di programmazione, composto a sua volta da altre unità più piccole (esatto, proprio loro: le unità didattiche, che a  volte sono chiamante anche sotto-moduli).

Perché sono nati moduli e unità di apprendimento, dal momento che nessuno li usa? Di solito la risposta data è "perché sono più flessibili", che non si capisce bene cosa voglia dire in quanto qualsiasi programmazione è di per sé flessibile, altrimenti si chiamerebbe resoconto, e non programmazione, e qualsiasi insegnante, se proprio non è un idiota completo e totale, flette alla grande qualsiasi programmazione qualora il caso si presenti, cioè una media di circa sette volte al giorno compresi i giorni festivi e quelli liberi.
Al momento, comunque, i libri di testo sono strutturati vuoi a moduli, vuoi a unità di apprendimento, ed entrambe le denominazioni sostituiscono i vecchi capitoli, né più né meno, oppure sono sezioni di cui i capitoli sono le unità didattiche.

Insomma, blocchi di lezioni. Quante lezioni?
Ah, saperlo, saperlo. Ho letto schemi di moduli di tre ore (che nessuna classe per quanto capace e ben organizzata avrebbe saputo svolgere in meno di dieci) e ho sentito parlare di moduli che durano un trimestre o quadrimestre. Alla SSIS ci facevano fare moduli di una decina di ore, all'incirca. 
La realizzazione di ogni modulo avviene secondo una procedura ritenuta ormai indispensabile che si chiama algoritmo didattico la cui sequenza risulta in grandi linee: a) assicurazione dei prerequisiti (con pre-test/analisi della situazione/prove d’ingresso); b) realizzazione; c) verifica (post-test) il cui risultato determina la scelta didattica successiva, cioè o passare al successivo modulo, o integrare e correggere quello precedente con un’unità didattica di sostegno.*

Per preparare un modulo, dunque, devo prima di tutto predisporre una tabella di prerequisiti e obbiettivi formativi. Sorvoliamo pietosamente sul termine "pre-requisito", ormai diventato di moda nella programmazione ma in sé un tantino ridondante: requisiti sono le cose richieste, i prerequisiti le cose che richiedi prima dei requisiti... Immagino che il prerequisito per eccellenza sia essere vivo, altrimenti non puoi seguire moduli di alcun tipo (ma forse neanche quello: chi ci dice che uno zombie o un vampiro non possano usufruire con successo di un modulo, poniamo, sul verbo in latino o in tedesco? Ma anche: chi ci dice il contrario?).
La cosa però non è molto chiara anche chiamandoli semplicemente "requisiti". Per esempio: se faccio un modulo sulla scrittura creativa i ragazzi devono... sì, dovrebbero saper leggere e scrivere decentemente, chiedo scusa "padroneggiare le principali strutture della lingua italiana" e saper distinguere un brano di narrativa da una zuppa di farro. Ma può anche darsi che io il modulo di scrittura creativa glielo faccia appunto perché scrivono da cani e leggono la narrativa in modo troppo superficiale, e dunque l'unico vero requisito senza pre è che siano disponibili a darmi retta e a lavorare. Poi dovrei saggiare l'effettivo possesso di questi prerequisiti, con un test o qualcosa del genere - è una fase su cui di solito si sorvola, e i prerequisiti si danno per accertati. Del resto, sono i miei alunni, saprò bene se distinguono la narrativa dalla zuppa di farro, no?
Oppure: gli faccio un modulo sui pronomi, e già lì indicare i prerequisiti è più complicato: cosa devono sapere, per seguire un modulo sui pronomi? Non i pronomi, perché lo scopo del modulo è appunto insegnarglieli. Allora si ritorna al fatto che devono avere un po' di conoscenze di italiano parlato e scritto. Chessò, saper formare una frase di senso compiuto. Ma può essere che io mi imbarchi in un lungo lavoro sui pronomi proprio perché il senso delle loro frasi non si capisce bene.
Di sicuro, per vedere se han capito qualcosa, non aspetterò la fine del blocco delle lezioni sui pronomi: li sottoporrò a un fuoco di fila di esercizi e se vedo che certe cose ancora non sono chiare insisterò su ogni singolo tipo di pronome, aggiustando il tiro via via che le lezioni danno i loro frutti (e si spera che prima o poi li diano). Non posso fare una lezione sui pronomi personali, una sui pronomi relativi, una sui pronomi possessivi e interrogativi e poi distribuire il testo della verifica dei pronomi; devo controllare passo passo se hanno capito cos'è un pronome relativo, se hanno capito cos'è un pronome, se sanno distinguere un pronome da un aggettivo o da una congiunzione. La spiegazione va fatta, per onor di bandiera e perché a volte basta quella, ma non posso andare avanti con i pronomi per un mese e solo dopo verificare se tutte le mie brillanti spiegazioni sono servite a qualcosa - devo vederlo dopo dieci minuti e in caso ricominciare o stabilire che per quel giorno la vigna non dà uva, passare all'antologia e riprovarci due giorni dopo. Quindi anche il calcolo dei tempi va un po' a farsi friggere.
Di fatto, l'unico tipo di scuola in cui una programmazione a moduli non sembrerebbe fuori posto è... il seminario universitario, ovvero dove l'interazione degli studenti con l'insegnante è molto relativa e il motto è "Se ci siete, seguitemi; se non avete capito, arrangiatevi". Alla scuola dell'obbligo si va avanti a passettini, un giorno dopo l'altro, mettendo insieme tante briciole per fare un panino perché se provi a tirargli in bocca il panino intero gli alunni non riescono ad afferrarlo né tanto meno a mangiarlo, salvo rare eccezioni - e alla scuola dell'obbligo proprio non si può far lezione solo per le rare eccezioni e lasciare il resto della classe a sguazzare nel trogolo - e non mi sembra una grande idea nemmeno farlo nel triennio, anche se siamo tutti d'accordo che l'alunno a quel punto deve essere autonomo quanto basta per sbrogliarsela un po' da solo anche senza la balia che lo rincorre col cucchiaino di cibo omogeneizzato.

Dunque se nessuno usa in classe i moduli e le unità didattiche, se non molto occasionalmente, il motivo c'è: non funzionano, perché non tengono minimamente conto di come procede il lavoro in classe.

Altra postilla: alla SSIS il vero problema della stesura di una programmazione a moduli non era la programmazione in sé: programmare contenuti virtuali per una classe virtuale è operazione di una semplicità confortante. Il problema arrivava quando consegnavi i moduli ai docenti che te li correggevano, e dopo la correzione dovevi andare a cercare per tutto il corridoio le palle che ti erano cascate o asciugare il latte che ti era caduto ben sotto le ginocchia.
Il modulo era sempre troppo corto, tanto per cominciare (il loro sogno erano arcate di due-tre mesi su un argomentuccio secondario) e spesso i contenuti erano troppo superficiali (visto che ci ostinavamo a fare delle lezioni di scuola, e non dei corsi da dottorato di ricerca). Talvolta mancavano i sussidi didattici (cioè i vari gadget, tabelle etc. che usavi durante la lezione, e che spesso sono semplicemente quelli che hai sul libro). All'epoca i gadget non erano così semplici da reperire: computer e LIM spesso scarseggiavano, con le fotocopie le fotografie venivano (e vengono) male, e non tutti avevamo voglia di spendere soldi per pagare le fotocopie fatte con la fotocopiatrice laser (e va da sé che la SSIS, nonostante i soldi che prendeva, non ci metteva a disposizione nemmeno un ciclostile degli anni '60).
A monte di tutto restava la questione di base: che senso aveva sprecare tempo per costruire delle programmazioni virtuali per classi virtuali su blocchi di argomenti virtuali e disagevoli da gestire, quando ogni insegnante avrebbe avuto tanto da imparare sull'insegnamento reale in classi reali? 
Ecco, una domanda del genere potrebbe costituire un valido spunto per un modulo sulle perversioni umane, utilissimo nella medicina psichiatrica.

*La definizione è presa da http://www.edscuola.it/archivio/didattica/promod.html, che qui cita il Dizionario di scienze dell'educazione. ELLE editore. Algoritmi a parte, comunque, corrisponde a quanto dicevano alla SSIS

lunedì 30 luglio 2012

La scuola ai tempi della Net Generation - 2 - I cinque gradi di informatizzazione per i compiti a casa (che poi sono sei)



C'è il Grado Zero, che consiste nell'alunno che chiede speranzoso "Prof, possiamo fare i compiti al computer?" (con mia grande sorpresa, la maggior parte di questi alunni speranzosi continua a chiedermelo fino all'esasperazione, anche se la risposta, fin dalla prima volta, è sempre stata "Certo che sì"). Di fatto, quello che viene consegnato è un foglio in A4, che si distingue dai più consueti compiti scritti a mano principalmente perché non ha le righe ed è decorato con qualche graziosa cornicina, oppure ha il nome dell'autore stampato con qualche effetto grafico.
Poi c'è il Grado Uno: lo studente non solo fa i compiti al computer, ma non spreca carta e consegna una chiavetta. La chiavetta gli verrà poi da me restituita con le correzioni in un bel verde squillante - e così nemmeno io spreco inchiostro. Il problema arriva quando la classe ci prende gusto e mi ritrovo con sette o otto chiavette, e magari qualcuno si è dimenticato di scrivere il nome sul suo compito - ma a suon di rampogne anche a questo si rimedia. Quanto alla collezione di chiavette, se in classe c'è una LIM o un computer mi faccio copiare tutti i compiti sulla mia chiavetta, così mi risparmio di girare con il carrettino.
Il Grado Due è il compito che mi arriva via mail. Siccome il mio indirizzo mail è qualcosa che entra in scena soltanto verso Aprile prima dell'esame (in effetti nessuno me l'ha mai chiesta prima, altrimenti non avrei avuto problemi in tal senso) non è molto frequente.
Il Grado Tre è lo studente che, consegnando la chiavetta o il file, mi spiega che gli è venuto in mente un modo diverso per svolgere il compito, magari con una serie di slide o una tabella (no, non mi è ancora successo con le frasi di grammatica. Ma mai dire mai). Da notare che in certi casi l'impostazione alternativa è sbagliata sin dalla radice e la povera creatura deve rifare il compito anche due o tre volte. Fa niente, se si provano strade nuove può capitare di sbagliare, e del resto loro son qui per imparare e se già sapevano li lasciavamo a casa a riposare o a fare altre cose. 
Correggere le slide o le tabelle però è un po' un problema: di solito ammasso le mie correzioni (sempre in un verde squillante) in fondo al file, magari aiutandomi con una serie di asterischi. Ma se ne viene a capo.
Al Grado Quattro finora è arrivato soltanto Sirius Black - in effetti se l'è inventato lui. Consisteva in una piattaforma con directory a me dedicata, dove andavo e trovavo i compiti svolti - quasi sempre in ritardo, devo dire. Corretto il compito, lo infilavo nell'apposita cartellina e lo rispedivo al mittente. Ci vollero due o tre aggiustamenti perché il tutto funzionasse (la prima volta mi trovai davanti uno stupendo compito composto prevalentemente da asterischi, ricordo), ma dal momento che non conoscevo nessun altro caso di piattaforma dedicata (anche) all'insegnante, mi adattai di buon grado.
Il Grado Cinque, suppongo, consisterebbe in una piattaforma dedicata alla classe, dove i singoli alunni inviano i loro compiti smistandoli tra i vari insegnanti e le varie materie. Probabilmente non è nemmeno molto complicato, e la scuola potrebbe dedicare a questo una parte del suo sito. Magari un sacco di scuole lo fanno già, non so.

Quali sono i vantaggi, a parte quello, per l'insegnante,  di non consumarsi gli occhi cercando di decifrare scritture illeggibili?

Ai miei occhi principalmente uno: quello di abituarli a considerare il computer come uno strumento con cui si fanno anche lavori seri e ben curati - che magari sembra un concetto di una banalità disarmante, ma pare che non lo sia.
E poi quello di uscire dalle pur bellissime grotte di Altamira e prendere confidenza con il pennino, la piuma d'oca e la foglia d'oro; insomma, con strumenti più moderni.

martedì 24 luglio 2012

La scuola ai tempi della Net Generation - 1 - Una scuola come si deve



Compito di artistica (di buon livello) eseguito da un alunno delle medie. Per realizzarlo il ragazzo si è avvalso dei più moderni ritrovati a disposizione della scuola, ovvero la parete di una caverna, un carboncino e colori a base naturale.

Nell'Anno di Grazia 2012, quando le dichiarazioni dei redditi sono ormai informatizzate e le operazioni bancarie si eseguono da casa e un cellulare poco più spesso di una carta da gioco basta a tenerti in contatto con l'universo mondo anche se sei in un ritiro per monaci trappisti e rivoluzioni e colpi di stato si seguono on line in tempo reale, sarebbe magari gradito all'insegnante (nonché ai suoi alunni)  per somministrare le sue pregiate lezioni, poter usufruire di strumenti che vadano un minimo al di là della voce, il foglio di quaderno, il foglio di libro e la lavagna di ardesia - non tanto in nome di un soverchio entusiasmo per l'innovazione fine a sé stessa, quanto per desiderio di impartire decorose lezioni agli allievi in questione; perché se è vero che né Socrate né Maria Montessori avevano la LIM né facevano vedere film in classe, nessuno può garantirci con sicurezza che l'uno e l'altro, avendo a disposizione cotali possibilità, le avrebbero rifiutate con sdegno (di fatto, non so proprio perché avrebbero dovuto).

Ambiente conservatore per eccellenza, la scuola si è trincerata dietro una serie di alibi: prima di tutto la mancanza di fondi (che non è affatto un alibi bensì una deplorevole realtà), la mancanza di personale tecnico specializzato (che non è più del tutto indispensabile), la mancanza di banda larga (e nemmeno questo è un alibi), la "paura che i ragazzi se ne approfittino per non studiare" (ma sappiamo tutti che un giovinetto risoluto a non studiare può farlo senza incomodo e con eccellenti risultati anche usando i metodi più tradizionali) e, soprattutto, una certa resistenza di fondo che non viene solo dalla scuola in sé ma anche da quella gran corte dei miracoli che la scuola da sempre si trascina dietro, prima tra tutti l'editoria scolastica.


Di fatto, la mancanza di fondi può persino essere stata utile, per certi aspetti, perché ha finito con l'evitare spese che sarebbero risultate obsolete in pochi anni - o almeno, possiamo provare a consolarci così. Ma sarebbe ormai tempo di darsi una mossa, perché non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo starcene seduti con le mani in mano in attesa che il Grande Fiume dei cambiamenti rallenti la sua portata. In fondo lo sappiamo tutti, che il Meglio è nemico del Bene.


Veniamo dunque a quel che si potrebbe fare con spese modeste.

La banda larga sarebbe gradita, naturalmente, ma anche un onesto collegamento in ADSL in tutte le aule per il momento sarebbe bastevole. E un buon computer regolarmente funzionante, con delle buone casse e una stampante a colori in ogni aula con proiettore e schermo touch screen. Ormai i personal computer te li tirano dietro per due spiccioli, sono fuori tendenza, praticamente antiquati: è davvero tempo che entrino in classe, che lì sappiamo cosa farcene.
Delle spesse tende scure, anche, da tirare quando si vuole utilizzare il proiettore di cui sopra. Per ogni banco (e anche per la cattedra, già che ci siamo), secondo l'accorto consiglio che Cuorcontento diede al MIUR quattro anni fa, "banchi attrezzati con dizionari e calcolatrici incorporate", magari aggiungendo anche una videoscrittura e un programma per la lettura delle immagini (e uno per fare le slide, se proprio proprio vogliamo sdarci). Due o tre chiavette USB per ogni alunno, una chiavetta o due per classe ad ogni insegnante. Per proiezioni da fare con più classi, una convenzionale postazione video in un'aula provvista di tende, computer, buone casse e buon proiettore.
Fine.

E le leggendarie LIM, le miracolose LIM, le rutilanti e costosissime (neanche più tanto, a dire il vero) LIM?

In realtà le LIM sono principalmente dei grandi schermi, di qualità variabile. I ragazzi possono scriverci sopra con i simil-pennarelloni... ma con l'aiuto di una tastiera senza fili possono scriverci lo stesso, con la videoscrittura. E fare le correzioni in diretta.
E' vero, esistono programmi per LIM con cui puoi fare l'esercizio che si autocorregge o ti segnala che è sbagliato, ma ci sono programmi dello stesso tipo per computer. E comunque è controproducente che la LIM faccia tutto da sola, in una classe dove ci sono venti compagni che a guardare solo la LIM si annoiano e un insegnante stipendiato. La correzione degli esercizi si fa comodamente anche a voce.
E se si vuole provare il brivido dello scrivere a mano, ci sono anche quei programmi per dipingere con cui puoi farlo. Il tutto senza pagare costosi corsi per insegnare ai docenti a usare la LIM.

E veniamo al proiettore e al collegamento in Internet. E scriviamo la parola magica: YouTube. Ci sono video di tutti i tipi, su YouTube: video per la scuola, video di storia, video storici, video geografici, video di astronomia, video che descrivono e analizzano quadri, video di musica, di architettura, di sociologia applicata, di bocciofilia... basta cercare. Se poi proprio qualcosa non c'è, si può fare e poi caricare: è pieno di video fatti da insegnanti e scolaresche. Fine dei sussidi didattici, fine della caccia ai documentari e ai filmati, fine dell'acquisto di tonnellate di videocassette e CD-ROM e diapositive. L'insegnante fa una navigatina la sera prima della lezione, trova quel che gli serve e lo fa vedere il giorno dopo in classe.

"Ragazzi, oggi esamineremo nel dettaglio come funziona un'eruzione vulcanica. Prima di tutto eccovi lo schema del vulcano. Questa è la canna centrale...".
Seconda parola magica: Google. Con Google si trovano immagini e testi di tutti i tipi. Il diavolo di Tasmania, l'Europa del congresso di Yalta, la Polonia nel XII secolo, disegni esplicativi dei monsoni, primi piani dell'Himalaya, ritratti di Elisabetta I (molti meno ritratti si trovano per Agilulfo, ahimé. Però ci sono delle belle miniature).  Fine dell'Atlante Storico, fine dell'Atlante di Geografia, fine delle carte microscopiche da visionare tenendosi un occhio in mano alla caccia della Vistola o di Aix-la-Chapelle che nel libro segnano come Aquisgrana.
E tanti tanti tanti brani di letteratura. Da stampare e, volendo, fotocopiare. Oppure da stampare in più copie. Con tanti cari saluti all'antologia. Certo, spesso mancano le impagabili illustrazioni che decorano le nostre antologie. E' una perdita dolorosa, certo, ma una classe dotata di stoicismo e forza d'animo può probabilmente sopravvivere alla  delusione di vedersi deprivata delle impagabili illustrazioni con cui le antologie tanto spesso ci allietano. Tanto più che oltre ai brani si trovano facilmente schemi, carte tematiche (alcune anche ben fatte), percorsi guidati, esercizi... Il segreto sta nel non cercare sui siti per le scuole, ma cercare e basta (possibilmente, per le immagini, con una stringa in inglese, così  esce molta più roba). Perché anche il materiale didattico non sempre è nei siti specializzati per la scuola: spesso è a giro, qua e là, nei luoghi più impensati. Libero, a disposizione di tutti. Freeload, come si dice. Chiedete, e vi sarà dato.

Un computer non sostituisce tutto, in una scuola; ma è un buon aiuto per sostituire i manuali fatti male (che al momento sono davvero un buon numero) come a suo tempo (un tempo non molto lontano, in verità) è stato un notevole aiuto per abbassare i prezzi della musica.

Io, in verità, mi sono sempre fatta un sacco di scrupoli per la musica e scarico solo musica regolarmente pagata. Ma nei confronti dell'editoria scolastica non riesco a farmi particolari problemi - anche perché non lavoro mica col loro materiale...
(D'altra parte, per esempio, un piccolo contributo a Wikipedia non sarebbe affatto fuor di luogo. Piccolo, ma se moltiplicato per ogni studente e per ogni scuola potrebbe non risultare poi tanto piccolo, senza svenare nessuno).