Il mio blog preferito

lunedì 12 gennaio 2009

C'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek



Fabrizio De André mi è quasi sempre arrivato attraverso qualche filtro: la compagna delle medie che mi insegnava la Guerra di Piero e Carlo Martello, l'amico che cantava con la chitarra sulla spiaggia Non al denaro né all'amore né al cielo, gli amici dei miei genitori che accanto al caminetto leggevano sullo spartito Via del Campo, lo scolaro che mi cita c'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek mentre spiego cosa sono i creek... 
Per radio non passò quasi niente fino all'arrivo delle radio libere, e poco anche dopo, per qualche anno: erano tutte troppo occupate a trasmettere i cantautori che incidevano in quel periodo (una quantità immane, va detto, e molti  decisamente meritevoli di essere trasmessi e ascoltati) per avere molto spazio per le vecchie glorie. Lo trasmisero molto di più negli anni successivi, dopo il successo del tour con la PFM. Buona cosa perché, al contrario di parecchi colleghi, De André non ebbe un vero periodo d'oro - o, per meglio dire, ebbe un solo e lunghissimo periodo d'oro,  continuando fino alla fine a fare dischi diversi tra loro ma tutti molto validi.
Altra caratteristica particolare era di essere un ottimo traduttore. Credo che l'unica cosa più difficile di tradurre una poesia sia tradurre una canzone, e lui è riuscito  a fare bene entrambe le cose.
Come tutti, anch'io ho la mia ventina di sue canzoni preferite, ma oltre a questa ventina ne ho due che sono Particolarmente Preferite.
La prima è Il giudice, una storia che ho sempre apprezzato profondamente e che contiene uno dei miei versi preferiti le notti insonni vegliate a lume del rancore. De André la canta in tono distaccato: ormai libero dalle pastoie terrene che lo hanno condizionato, il giudice mantiene comunque una certa curiosità per il mistero della statura di Dio. Morgan invece, nel suo bel rifacimento vagamente disco, lo carica della rabbia che il giudice si è trascinato dietro negli anni, da vivo.
La seconda è Don Raffaé, una canzone dalla vena  profetica che ho sempre collegato in cuor mio con la valanga di Tangentopoli che arrivò poco dopo. De André, che oltre che traduttore era poeta e quindi veggente, aveva in qualche modo intuito cosa c'era nell'aria. La mia versione preferita è quella dal vivo con Roberto Murolo, che gli fece rallentare il tempo e dare una verniciata di apparente indifferenza a un testo decisamente esplosivo (oltre a portare un accento meridionale decisamente più credibile) e che venne cantata proprio nel 1992, per il concerto del 1 Maggio. Tale pregiatissima canzone contiene anche un'inarrivabile e tutt'ora assai attuale descrizione dello Stato italiano che si costerna, s'indigna, s'impegna / poi getta la spugna con gran dignità.

martedì 6 gennaio 2009

Una scuola come si deve

La scuola di St. Mary Mead, come dovrebbe essere secondo il mio savio alunno

All'ultimo tema in classe la mia terza si è trovata una traccia sulla Lettera Formale: si trattava di scrivere al Consiglio di Istituto per proporre qualche miglioria per le strutture della scuola.
Il gruppo che ha scelto questa traccia ha chiesto per lo più cose molto ragionevoli: nuovi computer, nuove carte geografiche, banchi attrezzati con dizionari e calcolatrici incorporate (che, pensandoci bene, si potrebbe fare con relativamente poca spesa e sarebbe comodo quasi quanto le leggendarie Lavagne Interattive di cui si dispera di vedere mai traccia); il giovane Armageddon, un ragazzo di animo gentile e cortese che deve il suo soprannome alla tendenza a chiudere i suoi racconti con la distruzione del mondo e, talvolta, dell'universo intero, ha proposto però un progetto più articolato, dimostrando di avere idee molto chiare su cosa dovrebbe essere la scuola.
Naturalmente non posso riportare l'intero tema senza la sua autorizzazione, per cui mi limiterò a postarne una sintesi di cui Gelmini, Tremonti e annessi e connessi farebbero assai bene a tener conto.
Inanzitutto il cosiddetto "giardino della scuola" andrebbe ristrutturato, includendo al suo interno una riserva naturale* e ospitando una piscina con idromassaggio, un centro benessere, un autoscontro, un padiglione coperto e una fontana che mandi getti di cioccolato.
Venendo all'edificio vero e proprio: la palestra dovrebbe diventare un palazzetto dello sport con adeguate attrezzature; invece il laboratorio di scienze dovrebbe trasformarsi in un centro scientifico, soprattutto nucleare, dove i migliori scienziati arrivino da tutto il mondo per svolgere e mostrarci esperimenti di tutti i tipi.
Ovviamente il laboratorio di musica dovrebbe diventare un punto di riferimento per i musicisti più conosciuti (con in più la tomba di Beethoven) mentre in quello artistico gli studenti devono avere la possibilità di studiare dal vivo i più grandi capolavori dell'arte figurativa.
Quanto al laboratorio di linguistica, oltre a strutture adeguate deve essere munito di una macchina per il teletrasporto che possa portare rapidamente gli studenti in qualsiasi parte del mondo desiderino vedere.
Un certo decoro dovrebbe venire osservato anche per le altre aule (tranne la Presidenza, che dovrebbe diventare un tugurio ma in effetti ci assomiglia abbastanza anche lasciandola così com'è): la Sala Professori andrebbe abbellita con fiori, maniglie d'oro e tavoli in smeraldo, la Segreteria ornata con opere d'arte di pregio, i bagni dovrebbero avere muri d'oro, maniglie in diamante e lavandini di smeraldo, oltre a grandi specchi contornati da cornici sbalzate in metalli preziosi. Anche l'aula di sostegno e quella di informatica andrebbero dotate delle migliori attrezzature, mentre la biblioteca dovrebbe trasformarsi in un ambiente lussuoso che consenta la proiezione di film su grande schermo, tappezzato da librerie ricolme di enormi quantità di libri.
Quanto alle classi (con banchi lussuosi e intarsiati, ovviamente) dovranno essere dotate di lavagna digitale, grandi mappamondi e finestre ben funzionanti montate in argento.
In chiusa di lettera Armageddon fa presente che, qualora le sue richieste non venissero prontamente accettate, questo innescherà le bombe automatiche da lui piazzate in ogni casa dei membri del Consiglio.
Non sono affatto sicura che sia un buon esempio di Lettera Formale. Viceversa ho molto apprezzato il tipo di scuola ivi descritta e ritengo che il ragazzo abbia dimostrato una corretta visione della funzione formativa e insieme culturale che la scuola deve avere.
Trovo inoltre molto accorto il metodo di persuasione da lui scelto, e ritengo che tale metodo andrebbe esteso ai vari funzionari del Ministero, che, forse, in questo modo la smetterebbero di vedere la scuola come qualcosa che occorre solo tagliare, potare, sfrondare e impoverire, fino a trasformare in pezzenti i nostri figli e i nostri nipoti.

*si tratta di una classe molto sensibile ai problemi ambientali.

Manuale del Perfetto Insegnante - I libri di testo alle medie - 2



Ma perché occuparsi di carta patinata se ben presto i libri scolastici diventeranno virtuali, elettronici e quant'altro? Lo dice la legge, no?
Ah sì, la legge lo dice. Le leggi dicono un sacco di cose, in Italia; quando poi prevedono l'introduzione di qualcosa entro una certa data, spesso dicono anche che si fa la proroga. Al momento mi sembra improbabile che nel giro di due anni l'insegnante medio riesca a districarsi con gli e-book e che la scuola in cui lavora glieli stampi senza problemi. Se poi dovesse stamparli l'editore, non c'è problema: l'editore li stamperà solo e soltanto su carta patinata - per garantire un'adeguata resa grafica etc. etc.
E torniamo appunto agli editori scolastici - che non è la categoria che più rientra nelle mie simpatie, devo dire. Strano ma vero, che ci fossero governi di destra, di centro o di sinistra, gli editori di libri scolastici han continuato serenamente a fare il loro miglio: aumentare i prezzi ogni anno, cambiare edizione ogni anno, aumentare ogni anno i gadget grafici per dare al libro un aspetto "dinamico e moderno" - un tipo di specchietto da allodole cui abbocca molto più facilmente l'insegnante dell'alunno (che, anche quando interessato e ben disposto verso la scuola, non valuta certo un libro scolastico con gli stessi parametri con cui valuterebbe un videogioco con cui può liberamente scegliere se giocare o non giocare).
Il settore è ben protetto e ha saputo tutelarsi, immagino, con accordi interni; altrimenti non si spiega come mai i prezzi dei libri delle varie materie all'incirca si equivalgano e perfino gli aumenti si somiglino molto. 
Non esiste un equivalente della vecchia BUR o dell'attuale casa editrice Newton-Compton, tra i libri scolastici; eppure verrebbe da pensare che, almeno per le antologie di italiano o la cosiddetta "narrativa" potrebbe offrire un suo contributo: un editore magari con pochi titoli mantenuti a lungo nel catalogo, con veste grafica semplice... strano ma vero, non c'è niente di nemmeno lontanamente paragonabile. Eppure esistono molti libri che, attraverso qualche decina di nuove edizioni e variazioni (variazioni che a volte comprendono solo la numerazione delle pagine con gli esercizi...) imperversano per interi lustri sui banchi di scuola.
Aumentando di prezzo ogni anno, si capisce.

Ancora auguri? Massì...



Sì, lo so che più che una Befana sembra una strega: in nero, sulla scopa, con cappello a punta e regolamentare gatto nero al seguito...

Perché, la Befana non è una strega?
E allora godiamoci questo supplemento della Festa della Donna, che è anche l'ultima festa per un po'. Niente mimose ma agrifogli, qualche torrone residuo, propositi di dieta disintossicante...
Quanto ai regali, mi dicono che tante colleghe sono intente a preparare calzette per le loro amate scolaresche. Considerando gli attuali sviluppi della crisi ucraina, sarà bene abbondare con il carbone.

sabato 3 gennaio 2009

Manuale del perfetto insegnante - I libri di testo alle medie - 1


Com'è noto, i libri scolastici sono cari assaettati, tanto che al Ministero hanno istituito un tetto di spesa che però è praticamente impossibile osservare: infatti gli editori ogni anno si inventano una nuova edizione, aiutati in questo dal nostro ineffabile Ministero dell'Istruzione che quasi ogni anno straparla di riforme. E quindi abbiamo l'edizione col portfolio (che nessuno ha mai capito cosa diavolo è, tanto che alla fine l'hanno abolito per manifesta indefinibilità del suddetto), l'edizione a moduli, la Nuova Edizione Riformata etc. etc..
Ad ogni modo, anche quando il Ministero lascia le cose come stanno, esiste sempre la Tecnica dell'Aumento Subdolo, Per intendersi: si adotta un libro in tre volumi che costa 10 euro, l'anno dopo il secondo volume costa 12 euro, e quando arrivi al terzo volume se ti va bene sono 13,90 euro, con un tasso di inflazione che nemmeno fossimo in Argentina ai tempi d'oro.
Sì, certo, l'aumento della carta. Ragazzi, ma quanto aumenta 'sta carta!
D'altra parte il problema del prezzo ci si può porre soltanto in prima, perché in seconda e in terza si devono mantenere i libri già adottati, e dunque una normale terza media si ritrova inevitabilmente a sforare il tetto di svariate decine di euro, anche ricorrendo a escamotage quali non mettere in lista la cosiddetta "narrativa".
Ogni tanto, davanti alla cifra complessiva, qualche genitore bofonchia; il genitore, ricordiamolo, è quel curioso animale che può avere un figlio ma può anche averne tre o quattro, di solito in età ravvicinata, da rifornire ogni anno di libri scolastici. 
Gli insegnanti insorgono: ah, questi genitori cui non interessa la formazione e la cultura dei figli! Eppure spendono senza pensarci su, quando si tratta di videogiochi o di scarpe firmate! (Su questo argomento delle scarpe firmate alcuni insegnanti sono un po' fissati, forse perché non sempre possono permettersele; sta di fatto che per molti di loro la spesa dei libri scolastici per i figli non è un gran problema perché intervengono in loro aiuto colleghi e rappresentanti).
Se qualcuno prova a fargli osservare timidamente che, al di là dell'importanza di acculturare i pargoli, oggettivamente i libri scolastici quasi mai valgono quel che costano, le risposte sono varianti sul tema "Ah, ma i genitori non hanno mica la cultura e la competenza per valutare il prezzo di un libro scolastico!".
Sorvolando sul fatto che non proprio tutti i genitori escono dalla caverna armati di clava per vagare nella giungla in cerca esclusiva di scarpe firmate e videogiochi, anzi qualcuno oltre a comprare libri li scrive o lavora nell'editoria, resta il fatto che il rapporto qualità-prezzo è di solito molto più alto nei videogiochi e nelle scarpe firmate che nei libri scolastici per le scuole medie, e che la maggior parte dei genitori è abbastanza esperta del viver del mondo per intuirlo; inoltre videogiochi e scarpe firmate sono spesso accolti con gran feste dai loro figli, mentre i libri scolastici suscitano un entusiasmo assai minore.
Il Buon Libro Scolastico si manifesta in ogni dettaglio come un vero inno allo spreco: tanto per cominciare, in virtù di qualche legge non scritta, deve essere stampato su carta patinata e pesantissima. "E' per le fotografie", ti spiegano. Ma non è chiaro perché anche i libri di narrativa e di antologia debbano ospitare fotografie - di solito non le ospitano, infatti. Ospitano disegni. Su carta patinata.
Ci sarebbe molto da dire sulle illustrazioni delle antologie di letteratura delle medie, ma niente che possa figurare in un blog rispettabile scritto da una signora e letto da gentilpersone. Diciamo che non sempre risultano di qualità eccelsa, ecco. Qualche fotografia a colori potrebbe far comodo, ma si potrebbe stamparla su alcune pagine in carta patinata - anche se le moderne stampanti stampano a colori su carta normale che è una meraviglia.
Inoltre non si capisce perchè quasi tutti i libri di testo abbiano grossi fascioni bianchi a lato. No, non quelli per le rubriche e le parole chiave, proprio fascioni bianchi completamente vuoti - e nemmeno perché tutti, indistintamente, debbano avere ricche e gaie copertine plastificate, ornate di fotografie o disegni orripilanti. Cosa ci sarebbe di male in una sobria copertina telata, magari accompagnata a una buona colla da usare per la rilegatura, onde impedire che il libro caro assaettato si sfasci verso il quarto mese?
Quasi tutti i libri scolastici poi contengono qualche demenziale introduzione (che quasi tutti gli insegnanti saltano a pié pari per non essere presi a sassate dalla scolaresca): in essa introduzione qualche personaggio storico malamente disegnato ma dall'aria molto divertita (saprà ben lui il perché) promette gli incauti lettori che li guiderà alla scoperta dell'affascinantissima materia X. Qualche volta il personaggio è opera di fantasia, e allora ci si ritrova a rimpiangere quelli storici.
Segue poi l'introduzione alla materia: coloratissima, allegra, con pretese di accattivanza. In questo modulo scoprirai questo e quest'altro, imparerai quello e quell'altro e alla fine sarai in grado di fare questo e quest'altro ancora. Queste pagine allegre (?) e dinamiche (?) possono arrivare a occupare un decimo delle pagine e del peso del tomo. La maggior parte degli studenti le salta, alcuni le scorrono e le trovano irritanti - tutti, comunque, le hanno pagate.
E poi ci sono le foto, talvolta spettacolari - e molto spesso INUTILI; ci sono foto inutili (si stenta a crederlo) perfino nei libri di artistica o di geografia, e danno particolarmente sui nervi perché chi le paga (e anche chi non le paga, come gli insegnanti che tra i pochi vantaggi del loro mestiere hanno quello di non dover pagare i libri su cui lavorano) si irrita pensando a quante altre fotografie belle e utilissime potevano metterci invece.
Naturalmente tutto questo si basa sul criterio che "tanto i ragazzi non se ne accorgono, figuriamoci i genitori". I ragazzi però su quei libri ci passano un tot di tempo e, almeno a livello istintivo, si accorgono di un sacco di cose; e pure i genitori, anche quelli con la clava appena usciti dalla caverna per la caccia alle scarpe firmate, notano un bel po' di dettagli.
E trovano che i libri di scuola sono cari (e pesanti).

venerdì 2 gennaio 2009

I miei insegnanti - Il professor Ruf

In quest'immagine c'è il prof. Ruf, ma anche sapendolo non è facile individuarlo. 
Non è un tipo molto appariscente, ecco.

Nella saga di Harry Potter il grigio professor Ruf (Cuthbert Binns, nella versione originale) è un insegnante fantasma: un giorno, mentre faceva lezione, era morto e non se n'era accorto, così aveva continuato a fare lezione. Visto che svolgeva il suo lavoro esattamente come prima non c'era motivo di sollevarlo dall'incarico, e la cattedra era rimasta a lui. 
Da quando ho letto per la prima volta Harry Potter e la pietra filosofale l'ho immaginato come un fedele ritratto del mio altrettanto grigio e polveroso professore di storia e filosofia del liceo. 
Costui era vecchio e grigio e traballante nel passo, tanto che circolava la leggenda che avesse già passato l'età massima per insegnare, ma che fosse rimasto in servizio usufruendo di una particolare legge per profughi, soldati o vittime di guerra. Continuò a insegnare per diversi anni dopo che ebbi finito il liceo, e quando andò infine in pensione avevo ormai da tempo scoperto che non esisteva nessuna legge del genere e che il nostro professor Ruf stava in cattedra semplicemente perché aveva ancora l'età per farlo - in pratica, quando l'avevo conosciuto aveva poco più di mio padre, anche se sembrava il mio bisnonno.
Ricordo l'inizio della sua prima lezione con lui, perché fu l'unica che ascoltai, almeno in parte: parlava piano e ci voleva una notevole fatica per seguirlo. Ci spiegò cosa pensava della psicologia (disse "psicologia", ma mi diede l'impressione di parlare in realtà della psicanalisi): che non ci credeva, che comunque non funzionava se non in pochissimi casi... staccai l'audio quasi subito: non vedevo perché avrei dovuto scomodarmi a seguire uno che parlava a ultrasuoni, senza dire nulla di pertinente alla sua materia e infilando sciocchezze su qualcosa che non era nel suo programma e di cui nessuno gli aveva chiesto di parlare. 
Il suo tono basso e monotono non ci conciliava il sonno, perché eravamo una classe che non sprecava il suo tempo: c'erano tante cose di cui chiacchierare, tanti bigliettini da scriverci, tanti fard e ciprie e ombretti da provare e tante lezioni da fare, copiare o ripassare per le ore successive. Non so se qualcuno lo abbia mai ascoltato, ma credo che un gruppetto abbia fatto più di un onesto tentativo in proposito.
Non ricordo se mi mise qualche impreparato o se venni semplicemente interrogata tardi, in virtù di una serie di assenze strategiche, sta di fatto che al primo quadrimestre della prima avevo sei in pagella. In seguito mi stabilizzai su un rispettabile sette per entrambe le materie, facilmente gestibile perché avevamo elaborato una brillante strategia a base di volontari per le interrogazioni. Quando toccava a me studiavo, facevo la mia brava esposizione sugli ultimi capitoli del programma, incassavo il mio sette e questo era quanto. I miei compagni si regolavano in modo analogo; i più bravi, naturalmente, prendevano i voti più alti. 
Di solito alle interrogazioni il professor Ruf si faceva delle domande e si dava delle risposte e l'unica vera difficoltà era trovare il momento adatto per inserirsi e ripetere la nostra lezioncina. 
Il libro di testo di filosofia era il La Manna, a suo tempo assai famoso e carico di anni: ci aveva studiato anche mia madre, e ha sempre sostenuto di non averci mai capito niente - il che vuol dire, immagino, che almeno ci aveva provato. 
Io non mi facevo tanti scrupoli: seguivo i ragionamenti principali e li esponevo; perché quella brava gente ivi descritta si facesse tante seghe sull'essere, la conoscenza, il senso dell'esistenza e simili non lo sapevo e non mi interessava. Sospettavo che filosofia potesse essere meno insignificante di così,  perché avevo amiche in un'altra scuola che me ne parlavano come di materia assai interessante; ne conclusi che ero negata. In effetti non ero del tutto negata per la filosofia greca (che mi arrivava attraverso la letteratura), e più avanti negli anni scoprii una certa simpatia per Pascal e, attraverso un esame di filosofia medievale preparato con pazienza e devozione, imparai almeno a distinguere un filosofo medievale da un paracarro. Ad ogni modo, a tutt'oggi, l'intera mia conoscenza della filosofia dal 1600 ai giorni nostri si riassume nel detto "Le monadi non hanno finestre" - da cui era partita un'analisi con la mia compagna di banco che ci aveva portato a concludere che cotali monadi non spendevano nulla in Vetril ma molto in luce elettrica.
A storia invece era successo uno strano prodigio: mosso dalla convinzione che tre autori per tre periodi storici avrebbero garantito maggior accuratezza (convinzione, per quanto ho potuto constatare, assolutamente sensata) aveva scelto il Cracco-Prandi-Traniello, un manuale enorme, grande all'incirca il doppio degli altri manuali - anche perché conteneva più del doppio degli argomenti. Alle interrogazioni il professor Ruf chiedeva comunque dei sunti del Bignami, ed era risaputo che storia si studiava sul Bignami o pubblicazione analoga, e leggere il libro ufficiale era solo una perdita di tempo, quando non una complicazione inutile.
Io, che amavo molto la storia, continuai impavidamente per due anni a studiare sul libro di testo (salvo poi ripassare sul Bignami per le interrogazioni); in terza allentai molto le briglie, perché la storia contemporanea mi interessava meno. 
Quella moderna mi interessava abbastanza, invece, e andavo matta per quella medievale. Sul manuale di Cracco c'era di tutto: arabi, bizantini, disquisizioni teologiche, dinastie su dinastie, approfondimenti sulle tecniche agricole e artigiane, sul diritto civile e canonico, sugli ordini monastici e sulla letteratura... Quando le mie amiche dell'altra scuola mi mostrarono il loro manuale di storia mi sembrò una risciacquatura di piatti, al confronto. Scoprii in seguito che il Cracco era ritenuto un manuale a livello universitario (per quanto all'università ho visto accettare manuali molto più scadenti e addirittura lo Spini che, con tutto il rispetto, era davvero un po' datato per gli anni '80).
Così quel professore, che non ascoltai mai per partito preso, ebbe in realtà un'influenza molto profonda sulla mia vita, convincendomi che la filosofia non era pane per i miei denti (indipendentemente dal numero di finestre che può avere una monade) ma che la storia al contrario lo era moltissimo, e in particolar modo quella medievale.
Inoltre grazie a lui (e al signor Cracco, naturalmente) passai direttamente alla fase "il Medioevo era un'età molto ma molto ganza" saltando a pié pari quella de "il Medioevo è un'età buia e noiosa di decadenza e di mentalità ristretta" che ancor oggi ha grande e immeritata circolazione.

mercoledì 31 dicembre 2008

martedì 30 dicembre 2008

Domino - Un racconto diabetico


L'ultima trovata delle pregiatissime Laura e Lory è il Domino Letterario, ovvero una collana di racconti a tema libero ma con l'inizio determinato dalle ultime parole del racconto precedente.

Siccome il mio turno è arrivato proprio nei giorni di Natale ho fatto una storia leggerissimamente diabetica, e siccome sono una signora di buone letture a quello che veniva dopo ho rifilato un bell'incipit di Eliot, di cui proprio in queste settimane vengono ripubblicate le poesie sui gatti in edizione economica dalla BUR.



Un ringraziamento speciale alla Glitter Graphica il cui contributo per rendere diabetico questo blog si sta rivelando insostituibile.

domenica 28 dicembre 2008

Un racconto di Natale


-Ci vorrà pazienza, ma ce la faremo - aveva promesso Angela ai figli. In effetti convincere Shaddie era stata operazione lunga, che aveva richiesto mesi di pazienti offerte e di cauti appostamenti, ma tutta la famiglia si era presa una sbandata per quella gattina lunatica e ombrosa color argento brunito e aveva perseverato; perfino Chablis, la saggia custode tigrata della casa, aveva fatto qualche cauto approccio assicurando la nuova venuta che era disposta ad accoglierla.
E alla fine, in Ottobre, dopo tre mesi di corteggiamento serrato Shadow Dancing aveva permesso a Luca di accarezzarla.
Una volta rotto il ghiaccio le cose si erano mosse in fretta e già a metà Novembre Shaddie spadroneggiava sul letto dei ragazzi anche se continuava a scappare all’arrivo degli estranei, chiunque fossero.
-C’è speranza di vederla, stasera? - chiese Valentina da dietro la barriera di tartine che andava spalmando. In trent’anni di amicizia lei e Angela avevano condiviso un’infinità di gatti trovati e perduti, svezzati e accuditi, seppelliti o collocati presso amici e parenti. Anche dietro l’incontro con Francesco, suo marito ormai da quindici anni, e con suo fratello Max, felicemente sposato ad Angela, c’erano stati dei gatti galeotti.
-Sì che la vedrai, e anche presto - promise Angela - Il branzino può molto, su queste gatte.
Nel forno filetti e tortini di pesce si doravano; ognuno di loro aveva fornito un contributo per riempire la grossa ciotola a due piazze delle micie di casa - che nessuno pensasse che non era vigilia di Natale anche per loro!
-Luca, vai a chiamare Chabbie e Shaddie, c’è la loro cena.
Luca andò alla porta e intonò il richiamo.
-Direi che siamo perfettamente nei tempi - si rallegrò Valentina finendo di disporre l’ultima tartina nell’ultimo vassoio. Le varie portate cuocevano o raffreddavano, dolci e frutta secca erano disposti negli eleganti vassoi rossi e oro decorati ad agrifogli e la cucina poteva quasi dirsi in ordine nonostante gli elaborati preparativi per la cena di Vigilia di dodici persone. Mancava ancora un’ora all’arrivo dei suoceri e del fratello di Max e Francesco (con nuova fidanzata al seguito), e restava solo da apparecchiare la tavola, compito tradizionalmente riservato ai ragazzi.
- Niente gatti - avvisò Luca dalla porta della cucina - Sicura che siano fuori?
-Proprio sicura no, ma è da stamani che non si vedono. Se nemmeno Chabbie si è presentata, con tutto il pesce che abbiamo maneggiato... - in effetti c’era qualcosa di inquietante in quell’assenza, ammise Angela in cuor suo - Preparate la tavola, intanto.
-Tovaglia con le renne? - chiese Luca.
-Tovaglia con le renne e candelieri dorati - confermò Angela. Luca sparì a chiamare fratello e cuginette.
-Tovaglia con le renne? - si informà Valentina.
-Ricamata con le mie manine, un capolavoro. Due renne per commensale, otto stelle comete e agrifoglio dappertutto. E’ stata un’impresa EPICA.
-Ci credo, anche solo le ventiquattro renne... Quanto ci sei stata?
-Quattro mesi, ma vedrai che bella: ricade quasi fino a terra e le stelle comete d’oro sono al centro del tavolo, mentre l’agrifoglio fa da bord...
Luca fece irruzione in cucina - Mamma, mamma, Shaddie ha fatto i gattini!
-Proprio sulla tovaglia con le renne! - aggiunse il fratello con visibile soddisfazione.
-Gattini? - riuscì a balbettare Angela.
-Sono due. Tutti bagnati, sembrano topi - disse una delle bambine.
-Fa un po’ schifo, c’è sangue dappertutto - aggiunse l’altra.
-E’ normale che ci sia il sangue, se ha partorito - spiegò Valentina con dolcezza alla figlia.
-E Chablis li sta leccando!
-Si sono sporcate tutte le tovaglie - informà Luca, concreto come sempre.
-Ma Shaddie non era incinta! - protestò Angela debolmente.
-Se ha fatto i gattini, forse un po’ lo era - osservò Luca sarcastico.
Giusto due mesi prima Shadow Dancing era diventata più trattabile, ricordò Angela.
-Ma non aveva la pancia! - insisté.
Luca non si scomodò a risponderle.
-Come facciamo per la tovaglia? - chiese Valentina preoccupata.
Era un bel problema, ammise Angela frastornata. Invece di dodici coppie di renne, una coppia di gattini...
-Luca, vai dal babbo e digli che prepari una bella cesta nell’angolo più riparato della nostra camera. Da lui Shaddie si lascerà toccare, anche se ha fatto i gattini. E datele da mangiare, avrà fame. Voi tre, venite con me che vi prendo la tovaglia.
-Non ci sono più tovaglie pulite, mamma - ricordò Luca.
-La tovaglia è uno stato d’animo - stabilì Angela - Se prendo un qualunque pezzo di tessuto bianco, posso benissimo chiamarlo tovaglia.
-Per esempio?
-Per esempio un lenzuolo matrimoniale!
-Suoceri e fidanzata nuova a cenare sul lenzuolo? - chiese Valentina, un po’ interdetta.
-Se non gli sta bene, vanno a casa loro e cenano su quello che gli pare - tagliò corto Angela.
-Giusto.
-Zia, come li chiamate i gattini? - domandò Paola.
-C’è tempo, per questo - sorrise Angela - Dar nome a un gatto è una questione complessa.

mercoledì 24 dicembre 2008

sabato 20 dicembre 2008

Festa di Natale


Ultimo giorno di scuola. Il VicePreside ha organizzato la festa della scuola al Palazzetto dello Sport di St. Mary Mead, essenzialmente un grosso campo da pallavolo coperto e circondato da gradinate in cemento con un acustica che dire pessima non rende nemmeno lontanamente l'idea. E con cosa comincia la festa? Sissignori, con un bel concerto.
I professori assistono in gradinata, senza potersi sbilanciare troppo con i commenti perché i Genitori incombono un po' dovunque.
Le classi sfilano, si alternano e si mescolano. Scopriamo finalmente chi stonava Adeste Fideles (e che ha continuato a stonarla), chi arrancava su White Christmas (ma che alla fine l'ha cantata bene), abbiamo ascoltato una versione completa dei 12 giorni di Natale, qualcuno ci rifila financo "Caro Gesù Bambino" (sì, proprio quella del, bambino povero che non ha giocattoli e vorrebbe giocare con Gesù. Allo Zecchino d'Oro è passato un po' di tutto, si sa).
La mia classe canta Marry Christmas, ma per motivi a me ignoti Musica ha deciso di non metterci il ritornello "war is over" - cosa che, come ascoltatrice, mi ha frustrato moltissimo.
Abbiamo anche avuto l'esibizione delle Tre Supercocche, che ci hanno cantato L'amore dei Sonohra (meglio di quanto han fatto i legittimi interpreti a Sanremo) e poi Niente Paura di Ligabue (con salda intonazione ma in modo non entusiasmante; del resto se ti impunti per far cantare a tre soprani leggeri una canzone da basso profondo non è detto che il risultato faccia gridare al miracolo).
A seguito sono arrivati i giochi a squadre, di quelli molto più divertenti da fare che da guardare... La staffetta però mi ha offerto dei buoni spunti di riflessione:  è sempre interessante osservare i tuoi allievi in un contesto completamente diverso da quello in cui sei abituato a vederli, e ci sono cose che ti restano impresse, ad esempio vedere uno dei due Teppisti (quello più a rischio, a opinione generale) che fa un percorso impeccabile rispettando fin nei minimi particolari le complesse regole assegnate mentre una delle Stelle della Scuola ne scavalca platealmente una buona metà; o quando vedi l'alunno celebre per la sua lentezza - l'ultimo a finire la cartella, l'ultimo a tirare fuori il libro, l'ultimo a consegnarti i tagliandi firmati, l'ultimo a scrivere la lezione - guizzare come un'anguilla cosparsa d'olio cui hanno appena dato fuoco e sfoggiare tempi da velocista per il tratto di corsa.

"Sono stato il suo insegnante, pensavo di conoscerlo" si lamenta il prof. Lumacorno dopo che Piton ha buttato Silente giù dalla torre dell'Astronomia.
Certo, ci piace molto pontificare sui nostri allievi. Ma di qui a conoscerli...

giovedì 18 dicembre 2008

Memorie di una bambina quasi perbene


Questo è il brano  (rigorosamente autobiografico) con cui ho partecipato al gigantesco Amarcord scolastico organizzato e ospitato da Flaviablog
Lei lo ha ornato con un pezzetto di alfabetiere all'incirca di quegli anni (ha una collezione di illustrazioni di vecchi libri di scuola che tutti lì le invidiamo profondamente). Io invece ho ripescato quello che già all'epoca era una delle mie letture preferite: i Peanuts, e in particolare il giovanissimo Linus quando si innamora perdutamente della sua prima insegnante, miss Othmar. Del resto anch'io ho molto amato la prima maestra, mentre la seconda mi dava l'orticaria. E in effetti uno dei Grandi Inconvenienti del Maestro Unico è proprio questo: come vivi la scuola, se il tuo Unico Punto di Riferimento ti fa venire il latte alle ginocchia?


La mia scuola elementare era enorme: un bell’edificio del ventennio costruito senza risparmio, con grandi finestre, grandi corridoi in  marmo lunghi più di novanta metri, grandi aule luminose e un grande giardino dove non abbiamo mai giocato perché “potevamo farci male”.
Era un bene che tutto fosse grande, perché erano grandi anche i numeri. Erano gli anni sessanta, in pieno boom demografico, e quando facevo la terza abbiamo passato i duemila iscritti, con sette sezioni maschili e sette femminili (siamo stati l’ultima scuola di Firenze a tenere separati maschi e femmine). Ogni classe passava i trenta alunni; nella mia eravamo trentatré bambine.
Anche i grembiulini erano divisi per sesso: angelicamente bianche noi, neri come corvi i maschi. A ricreazione i maestri ci mettevano in fila per due: lunghi cortei di angiolette bianche e di corvi neri scivolavano in corridoio senza accalcarsi. Era molto raro che due classi entrassero in contatto per qualche attività comune - in effetti era molto raro che facessimo qualsiasi cosa che non fosse stare in classe a fare lezione. 
Il nostro era un quartiere ricco, di professionisti e funzionari. Fiumi di madri ben impellicciate e ingioiellate venivano ogni giorno a prenderci all’uscita, causando immani ingorghi. Quelle poche che non avevano pellicce né gioielli né una villetta di lusso dove  riportare la prole al termine delle fatiche scolastiche immagino dovessero sentirsi un po’ a disagio. 
In classe mia c’era una bambina quasi povera (o forse povera per davvero, non lo so) con qualcosa di diverso dalle altre. Le più informate ne accennavano sussurrando ma, sospetto, senza avere le idee molto chiare in proposito. Ancor meno avevo le idee chiare io, ma vedevo bene che non era del nostro mondo e, come le altre, la tenevo anch’io un po’ a distanza, ma senza grande convinzione. Sparì dopo la seconda, non so se perché bocciata o trasferita o che altro.
Mia madre non aveva pellicce né gioielli, e in casa avevo assorbito la vaga convinzione che pelliccia e gioielli fossero un tantino out. Ai miei occhi lei era qualche gradino sopra le altre madri perché lavorava; guarda caso lavorava appunto nella mia scuola, dove insegnava alla Classe Differenziale, ovvero il piccolo ghetto in fondo al corridoio dove stavano i mongoloidi (era il nome ufficiale, all’epoca) che avevano orari sfalsati rispetto ai nostri per non turbare con la loro spiacevole vista la nostra infanzia normale.
Ero figlia di un’insegnante e la scuola per me era cosa nota, perciò non soffrii particolari traumi il primo giorno e non mi capacitavo che tante compagne si sciogliessero in lacrime come se le avessero portate al mattatoio. A parte la notevole seccatura di alzarmi presto la mattina la scuola anzi non mi dispiaceva, perché non avevo nessuna difficoltà a capire quel che mi spiegavano e neanche a metterlo in pratica: avevo una bella lettura espressiva, calcolavo in fretta e bene, mandavo a memoria senza sforzo lunghe poesie, scrivevo...
Ecco, scrivevo, o almeno ci provavo. L’ortografia non era un problema per me, ma la forma delle lettere sì: mi venivano proprio malandate. E i miei quaderni erano pasticciati. Tutte le mie compagne, senza eccezioni, erano infinitamente più ordinate e precise di me. 
Per esempio il grembiule. Entravamo in classe ogni giorno con il grembiulino immacolato, ma il grembiulino delle altre era immacolato anche all’uscita, e restava immacolato per tutta la settimana, mentre il mio, dopo una sola mattinata, era un campo di battaglia dove ogni pennarello che avevo sfiorato aveva lasciato tracce evidentissime, per tacere delle penne a sfera che in mano mia versavano regolarmente fiumi di inchiostro per ogni dove, neanche fossero state stilografiche. Ogni pomeriggio, per cinque anni, mia madre lavò un grembiule e ogni sera lo stirò per consegnarmelo immacolato la mattina seguente e ricominciare imperterrita la stessa trafila all’indomani senza lamentarsi (quasi) mai.
Anche i miei quaderni sembravano campi di battaglia. Quelli delle mie compagne erano squisitamente rileccati e ornati di splendide cornicine intorno agli esercizi (autentici capolavori in cui fiori, frutta, casette e raffinati motivi geometrici colorati con gusto incorniciavano  esercizi impeccabilmente ordinati), mentre i miei erano logori, macchiati e ornati al più di scialbe sfilate di quadratini o crocette - di più proprio non mi riusciva fare, e giuro che ci ho provato.  
La mia mortificazione era grande. Mi disapprovavo per il mio gran disordine, mi disapprovavo profondamente, ma non sapevo che farci. Vedevo però che miglioravo col tempo: passai un pomeriggio, agli inizi della seconda, cancellando quel che avevo scritto (a lapis) sui quaderni di prima e riscrivendolo nella mia assai più ordinata scrittura di un anno dopo; quando se ne accorse, mia madre quasi si strappò i capelli, anche se io non riuscivo a capire il motivo: non vedeva com’era tutto molto più leggibile? 
Solo col passare degli anni ho compreso il valore che un quaderno pasticciato (ma originale) può avere agli occhi di una madre.

All’università ritrovai la più ordinata delle mie compagne, quella i cui quaderni, ricchi di splendide cornicine, erano regolarmente mostrati a esempio a tutta la classe. Aveva una scrittura rozza ai limiti dell’incomprensibile. 
Dal canto mio, col tempo e la pazienza,  avevo sviluppato una grafia un po’ scialba ma molto facile da leggere.

domenica 14 dicembre 2008

Correzioni in rosso. Davvero io non mi credea...




Saltellando per la rete, guarda un po' cosa trovo qui:


Australia, bandite le correzioni con la penna rossa, troppo stress per gli studenti

Il rosso è considerato un colore che stimola la violenza e amplifica il disagio psicologico

SYDNEY (AUSTRALIA) - Niente penna rossa per i ragazzini australiani: nelle nuove policies decise dal Ministro della Salute Stephen Robertson, c’è anche una raccomandazione specifica sulla necessità di evitare la penna rossa per sottolineare gli errori. In particolare nel Good Mental Health Rocks kit, destinato a 30 scuole dello stato del Queensland e finalizzato a smorzare il disagio sociale e l’aggressività nei giovanissimi, si offre ai docenti una serie di strumenti e consigli per migliorare lo stato psicologico degli allievi e si bandisce la penna di color rosso, considerato un colore che stimola la violenza e amplifica lo stress.
(...)
LA PENNA ROSSA - Addio alla maestra della penna rossa di deamicisiana memoria, dunque. Del resto nelle scuole, e anche in quelle italiane, da tempo la penna rossa non è più l’unico strumento per correggere o sottolineare un errore. Spesso viene sostituita, a piacimento degli insegnanti, anche con altri colori e l’atteggiamento generico è quello di prescindere dallo strumento di segnalazione, evitando le caratterizzazioni. (...)

Insomma, sia io che Laprof che Lanoisette siamo in realtà inserite in un'illustre (e variegata!) tradizione.
Anche se io, per la verità, quando stavo dall'altra parte della barricata, facevo molto più caso al voto che al colore eventualmente stressante delle correzioni (che, se in rosso, mi rammentavano comunque il sol dell'avvenire)