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mercoledì 1 aprile 2026

Una pesca abbondante

Due bei pesci / si dondolavano
Lungo il filo di un'altalena...

Certi anni Pasqua ti arriva addosso come una valanga, lasciando tutto a mezzo. Appena il tempo di accorgerti che sei in vacanza ed ecco che le vacanze sono finite: emergi faticosamente dalla valanga arrampicandoti malamente sui mucchi di ghiaia e ti rituffi stancamente nel vortice che ti risputerà solo alla fine dell'anno scolastico.  Quest'anno è stato diverso. Prima di tutto la Seconda Rigenerata ha collezionato nel mese di Marzo una serie di impegni extrascolastici a base di gite nei boschetti, gite a Roma, uno spettacolo teatrale fatto in un vero teatro dopo cena dove i ragazzi hanno provato il vero brivido del palcoscenico, una specie di seminario sulla prevenzione degli incendi boschivi, la cosiddetta gita di fine anno e altre varie amenità. Il ritmo delle lezioni, che in Marzo di solito è piuttosto implacabile si è allentato per forza di cose e in più, nei ritagli di tempo, è partito anche il progetto di Leggere, forte! dove alla fine gli si chiedeva soltanto di starsene buoni ad ascoltare l'insegnante di turno che leggeva Blackbird introducendoli nel misterioso mondo dell'URSS e delle centrali nucleari.
Così, una volta tanto, sono riuscita a chiudere argomenti per tutte le materie e a non dare compiti per le vacanze a nessuna classe, archiviando una pratica dopo l'altra. E loro non lo sanno, ma ho in mente di ripartire in modo soft, con dei film.
Stamani era l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Pasqua e io facevo le ultime due ore, così ho deciso di concedergli una seconda seduta di lettura (il romanzo infatti sta riscuotendo un certo successo). Tuttavia, nonostante un discreto livello di attenzione, alcuni dei ragazzi sembravano molto affaccendati col disegno. Ma non c'è nulla di male se disegnano qualcosa mentre ascolto e così non ho fatto caso né alla inconsueta richiesta di un paio di forbici né a quella ancora più inconsueta del rotolo di scotch trasparente né a un certo lavorìo.
Finita la lettura ci siamo dedicati alla rotta artica, alla restituzione di qualche scampolo di compiti, a un po' di presentazione di certe attività che ci aspettavano... Poi le due ore erano quasi trascorse e ho chiuso cinque minuti prima per portarli fuori, cosa che hanno chiesto e supplicato nonostante il freddo quasi polare che imperversava e il vento da allarme giallo che spazzava il paese intorno a noi. 
E ho notato una grande attività a capannelli e infine ho sentito come una pressione tra le spalle...
Ah giusto, è il Primo Aprile. Pesci. In effetti io stessa avevo aperto la lezione proiettando sulla LIM la coppia di pesci in altalena che apre questo post.
E mi sono guardata intorno con più attenzione, mentre tutti giravano come invasati per la classe incollando con piccoli pezzetti di scotch trasparente tanti tanti piccoli pesciolini. Il pannello davanti alla cattedra era praticamente tappezzato, la lavagna bianca era piena di pesciolini disegnati e un grosso pesce sorrideva, con un sorriso fatto con le piccole calamite usate per attaccare fogli e foglietti. Un pesciolino sul computer, uno sull'armadietto, uno sulla mia agenda, un paio sulla carta geografica d'Europa... la classe era diventata una specie di pescheria.
Pesci di qua, pesci di là, pesci sui miei alunni e una strana sensazione sulla schiena, come di un grande foglio che svolazzava...
Così, nonostante il freddo, sono uscita senza piumino ad accompagnare la classe all'uscita, carica di pesci come un albero di Natale è carico di palline e stelle argentate e mentre i miei alunni saltellavano qua e là coprendo tutti di pesci e venendo da tutti coperti di pesci e ogni tanto qualche alunno non delle mie classi si avvicinava timidamente per dirmi "Prof, ha dei pesci sulla casacca".
"Sì, caro, non preoccuparti. Oggi gira così" gli rispondevo garbatamente.
Ammettiamolo, è stato un fine mattinata più divertente del solito. A casa ho contato ben sei pesci, uno dei quali sulla gonna e uno molto grande con il nome della donatrice.
E buon Primo Aprile, anche se ormai si è fatto tardi - tanto è il pensiero che conta.

venerdì 2 giugno 2023

Blackbird. I colori del cielo - Anne Blankman


Il romanzo è stato scritto nel 2020 e tradotto in Italia nel 2021, ovvero prima della guerra in Ucraina; io però ne ho appreso l'esistenza solo quest'anno, alla Mostra del Libro che finalmente a scuola abbiamo rifatto. Mi sono precipitata a comprarlo perché, appunto, la storia parte dall'Ucraina, ma soprattutto perché racconta un avvenimento che mi ha sempre molto interessato, ovvero lo scoppio della centrale atomica di Chernobyl. Inoltre è la storia di un'amicizia al femminile, che è sempre stato uno dei miei generi preferiti.
Prima di presentarlo, una nota filologica: il titolo originale è The Blackbird Girls, ovvero "Le ragazze merlo". Mi rendo conto che tradotto così non aveva molto senso, e sembrava puntare sul fantasy evocando fanciulle mutaforma. Va detto però che il titolo originale non aveva molto senso nemmeno per un lettore americano (l'autrice è una purosangue americana e vive a New York) ma in qualche modo gli americani sembrano essersene fatti una ragione perché l'hanno assai apprezzato. Ad ogni modo il titolo italiano non è filologicamente corretto ma è molto attrattivo, e la copertina mi sembra bellissima - tra l'altro di colori del cielo si parla abbastanza, almeno nelle prime pagine. 
L'autrice è americana, ma una sua cara amica, incontrata a scuola, veniva appunto da Chernobyl e l'idea del romanzo nasce dai racconti suoi e dei suoi nonni.

La storia comincia a Pripyat, ovvero la cittadina nata intorno alla grande centrale di Chernobyl, in Ucraina che all'epoca era in Russia ma soprattutto in Unione Sovietica, e che oggi è diventata una specie di museo deserto a cielo aperto. E' il 1986, mese di aprile, e si parte proprio descrivendo il colore del cielo ddi Pripyat, che in quella mattina non è azzurro bensì con un bagliore rosso a sfumature scarlatte. Dalla zona della centrale vengono nuvole rosse, nell'aria c'è uno strano odore e soprattutto i merli neri, che ogni mattina venivano a fare colazione sul davanzale della prima protagonista che incontriamo, Valentina, quel giorno non ci sono. Nemmeno uno.
Inoltre il padre di Valentina, che quella notte era di turno alla centrale, non è ancora rientrato. Tutto è normale, a parte questi pochi ma non secondari dettagli, e la giornata si snoda tranquillamente nella solita routine scolastica. Nessuno fa domande, e chi le fa non si vede dare risposte. C'è (stato?) un incendio alla centrale, ma si sa che la centrale è sicura...
Il lettore occidentale di una certa età ricorda benissimo come dalla Russia cercarono di negare fin quando fu materialmente possibile farlo, ma si resta dolorosamente sorpresi scoprendo come in Russia furono informati ben dopo rispetto a noi.
Il racconto si snoda alternando la storia delle due protagoniste, Valentina e Oksana, due ragazzine coetanee, compagne di classe e legate da una profonda inimicizia. Valentina è ebrea e dunque abituata da sempre ad essere oggetto di antipatia e diffidenza e a mettersi in mostra il meno possibile. Oksana è di famiglia più ricca e antisemita, abituata da sempre a diffidare degli ebrei, notoriamente infidi e ingannatori. Nel giro di pochi capitoli però le ragazze si ritroveranno ad avere solo loro due su cui contare. 
Pripyat viene evacuata, i pullman trasportano gli sfollati fino a Kiev per poi scodellarli nel centro della città e questo è quanto, alla faccia dell'organizzazione. Su quei pullman comunque sono salite solo le due ragazze e la madre di Valentina: i due padri  e la madre di Oksana, contaminati dalle radiazioni, vengono ricoverati. Certamente è questione di poco, certamente si ricongiungeranno presto con le figlie, sta di fatto che i padri le ragazze non li vedranno mai più e, quanto alla madre di Oksana, riuscirà a tornare da sua figlia solo dopo molti mesi.
E' solo l'inizio di una complessa odissea: il primo rifugio (una parente della madre) durerà ben poco, alla stazione ferroviaria i biglietti del treno sono razionati e infine le due ragazze si ritrovano da sole, dirette a Leningrado, dall'ignara nonna di Valentina, che per buona sorte delle due si rivelerà molto ospitale ma che è estremamente ebrea, molto più della figlia, e ogni settimana continua di soppiatto a celebrare lo Shabbat. 
La permanenza dalla nonna è lunga e felice, nonostante le notizie dall'esterno siano tutt'altro che confortanti; se Valentina ne approfitta per ricostruire un po' di storia di famiglia, e sua madre le raggiungerà relativamente presto, anche se con tristi notizie, Oksana si ritroverà costretta a rivedere tutte le sue convinzioni e i suoi progetti, con un processo piuttosto doloroso. La sua storia è la più complicata, perché la riunione con la madre porterà molti e nuovi problemi e solo un abile colpo di coda della nonna di Valentina le permetterà infine di trovare la sua giusta collocazione.
Cosa c'entrano i merli con tutto questo? E cosa sono le ragazze-merlo? 
Sono le amiche unite da un legame profondo e duraturo, tanto profondo da superare agevolmente anni di separazione. Troveremo nel romanzo due coppie di ragazze-merlo: la prima è quella di Valentina e Oksana, che col tempo e le vicende imparano a superare pregiudizi e antipatie e si legano per tutta la vita in un legame di eterna amicizia. Ma c'è un'altra coppia di ragazze merlo:la nonna di Valentina e una sua amica, che vive all'altro capo dell'URSS e da cui Oksana infine si rifugerà, accolta come una figlia perduta e finalmente ritrovata.
La storia dunque è complicata e molto ben costruita. Per chi ama le storie di resilienza femminile c'è un pascolo nutrito e abbondante, ma il romanzo ha, per noi europei, un valore aggiunto tutto particolare perché ci mette in contatto con la realtà dell'URSS pochi anni prima della sua caduta: abitudini, cibi, problemi economici e abitativi, gerarchia sociale e soprattutto quella sottile (neanche tanto sottile, a volte) paura che in una dittatura ti accompagna dappertutto, e impedisce sia le domande che le risposte. A conti fatti, la vita nell'URSS per noi rimane ancora abbastanza misteriosa perché l'unico arco di tempo in cui c'è stata una certa libertà di narrazione è durata poco, e in quegli anni chi viveva lì era troppo occupato a vivere il presente per rielaborare il passato in una narrativa domestica, mentre dal canto nostro c'era (e per certi versi c'è ancora) una sorta di filtro ideologico che ci rende difficile approfondire certi dettagli.
Dal mio punto di vista dunque i sedici euro di questo libro sono stati spesi molto bene perché, oltre a leggere una bella storia di formazione al femminile (ma anche di violenza domestica) mi sono ritrovata come bonus una specie di romanzo storico che mi ha raccontato qualcosa che si svolgeva molto vicino a me ma che conoscevo solo in modo molto indiretto - sì, certo, il mondo è pieno di reportage giornalistici, ma un bel romanzo è tutta un'altra cosa.
Lettura piacevole, di quelle che sei contenta di ritrovare quando torni a casa; mi ha regalato tre serate molto affascinanti (erano giorni in cui non avevo molto tempo per leggere). Consigliato a chiunque, soprattutto alle donne dagli undici anni in su.