Il mio blog preferito

venerdì 18 agosto 2017

Dov'è finita Audrey? - Sophie Kinsella

Sophie Kinsella ha cominciato a scrivere come Madaleine Wickham, e appunto con questo nome l'ho conosciuta grazie a Mamma Avvocato che ha presentato per il Venerdì del Libro il suo primo romanzo A che gioco giochiamo, che mi era piaciuto molto.
Così avevo provato altri suoi libri, ma dopo due tentativi avevo lasciato perdere perché c'era sempre qualcosa che non mi andava, nonostante l'idea di partenza che mi sembrava molto buona e la storia che nonostante tutto finiva per prendermi... a tratti. La verità è che la chick lit mi dà proprio sui nervi - probabilmente avrò scelto le autrici sbagliate, vai a sapere; ma dopo un po' invece di rilassarmi e divertirmi, come dovrebbe succedere nelle intenzioni di chi scrive, mi vengono dei gran nervi. Limite mio, senz'altro.

Dov'è finita Audrey? è stata presentata diverse volte sul Venerdì del Libro, da Mamma Avvocato, da Tazze Spaiate e probabilmente da qualcun altro che non riesco a ritrovare. Le recensioni mi avevano lasciato una buona impressione, come di qualcosa dove le corde dell'autrice avevano dato il suono giusto - senza contare che sono sempre in cerca di bocconcini prelibati per la biblioteca di scuola; ma per molto tempo il libro spariva dalla biblioteca comunale non appena cercavo di avvicinarmi, per ricomparire solo quando ero strapiena di altre cose da leggere e magari pure in ritardo con le restituzioni (prima o poi qualche bibliotecario mi ucciderà e spero che quel giorno qualcuno vada a testimoniare che ci sono state numerose provocazioni gravi, per ottenergli almeno uno sconto di pena ma magari anche la piena assoluzione).
Infine quest'estate sono riuscita a prenderlo e spolparlo è stata questione rapidissima. Non solo non mi sono innervosita, ma mi è piaciuto molto.
Si tratta del primo tentativo dell'autrice nel periglioso mondo della letteratura per giovani adulti, per giunta trattando l'insidiosissimo tema del bullismo dove già tanti autori anche blasonati hanno dato miserevole prova di sé. Kinsella ha scelto una strada piuttosto interessante, lasciando parlare la protagonista in prima persona ma senza mai raccontare con precisione cosa è successo. Lo intravediamo in trasparenza, per accenni, ma alla fine abbiamo le idee piuttosto chiare in materia.
Dopotutto, ci rendiamo conto, non ha importanza sapere cos'è successo esattamente e quali sono stati gli esatti movimenti in successione che hanno sprofondato la ragazza ion una grave depressione. Ad un certo punto comunque a scuola la faccenda è venuta fuori, c'è stato un gran casino, con tutto il relativo corollario di sospensioni, espulsioni e quant'altro e Audrey è finita in clinica, dove ha avviato un lungo percorso di riabilitazione a base di terapie varie e psicofarmaci. Dopo qualche mese è tornata a casa, dove vive una segregazione volontaria, accortamente seguita da una psicologa - una creatura miracolosa che non sbaglia un colpo che è uno (ne esistono davvero? Forse sì).
Conosciamo quindi Audrey quando in parte è già uscita dal tunnell e quel che ci viene raccontato è la parte centrale della sua guarigione. Vive reclusa, parla solo con i suoi familiari (e con sé stessa, molto) combattendo col suo cervello-lucertola che cerca continuamente di prendere il sopravvento per evitarle contatti traumatici, porta sempre occhiali scuri per non dover guardare nessuno negli occhi e passa le sue giornate leggendo fumetti e seguendo distrattamente la vita di casa, un po' come se fosse a pensione in casa sua.
La famiglia sembra un po' squilibrata, all'inizio, con un fratello ben determinato a passare le sue giornate col videogame di Lord of Conquest (LOC), una madre il cui unico scopo nella vita sembra sia impedire al figlio di giocare a LOC (la quale madre dopo un po' il lettore vorrebbe ardentemente strozzare) e un padre che prende la cosa molto meno sul drammatico della moglie e cerca di barcamenarsi tra lei e il figlio senza gran successo.  Solo nel corso della storia il lettore, attraverso gli occhi di Audrey che lentamente si risveglia e torna al mondo reale, si rende conto che la vera causa dell'inquietudine della famiglia è proprio Audrey: la madre ha lasciato il lavoro perché lei non si sentisse trascurata, ma il lavoro le manca molto, il padre - che a lavorare continua perché la famiglia deve pur mangiare - è soprattutto preoccupato delle ripercussioni che qualsiasi cosa possa avere su Audrey e  anche il fratello, apparentemente avvolto nella sua bolla incantata di videogiochi è altrettanto scosso e preoccupato dei genitori; che insomma il barbaro trattamento che Audrey ha subito dalle compagne - tanto più crudele perché inizialmente travestito sotto le forme insidiose dell'amicizia - non ha colpito solo Audrey, ma tutta la famiglia, che si è ritrovata nuda e disarmata e avvolta dalla cappa del senso di colpa perché come abbiamo potuto non accorgerci di nulla? - l'eterno, angoscioso interrogativo di ogni famiglia quando salta fuori una storia del genere.
In realtà appare chiaro che non è affatto colpa della famiglia e delle gravi carenze affettive che ha inflitto alla ragazza se è successo quel che è successo, perché gravi carenze affettive in effetti non risultano: è stata solo la classica storia di un componente del gruppo (non necessariamente debole o fragile) con cui alcuni elementi hanno deciso di allestirsi un morboso banchetto mentre altri stavano a guardare inorriditi ma senza riuscire a capire in che modo intervenire e a chi chiedere aiuto. Cose di tutti i giorni, si sa, e che succedevano anche un tempo.
Nel corso del romanzo Audrey riprende lentamente i contatti col mondo, uscendo dal suo bozzolo: ricomincia a uscire, avvia una storia con un ragazzo (naturalmente un amico del fratello. Chi altri avrebbe avuto la possibilità di accostarla se non qualcuno che ha accesso alla casa ma in apparenza non viene lì per lei?) riprende i contatti con le amiche (quelle vere); c'è addirittura un incontro con una delle bulle, che ufficialmente vuole rivederla per chiederle scusa ma che gioca in realtà un gioco molto più sporco (probabilmente il capitolo più affascinante del libro perché all'incontro partecipano anche i genitori della bulla e il lettore insieme ad Audrey deve malinconicamente convenire che il sangue non è acqua); soprattutto, osserva attentamente la sua famiglia, girando per casa con una telecamera per preparare il documentario che la psicologa ha richiesto.
La visuale di Audrey, inizialmente claustrofobica, si va allargando, il cervello-lucertola si ritira in buon ordine, la famiglia comincia lentamente a rilassarsi. La storia si avvia verso un lieto fine che però il lettore si limita a intravedere.
L'ho trovato superiore di parecchie lunghezze a qualsiasi altro romanzo sul tema che mi sia mai capitato tra le mani - un interessante gioco di sfumature e chiaroscuri dove il lettore deve darsi parecchio da fare e molto di quel che gli viene detto e fatto capire non è narrato esplicitamente; e come tutti i buoni libri per giovani adulti ha parecchio da dire anche a chi adulto lo è ormai da un pezzo.
Naturalmente è adattissimo per tutte le ragazze dai dodici anni in su, ma non sarebbe male se si riuscisse a farlo finire anche nelle mani di qualche ragazzo. Certo, la copertina rosa, con la protagonista in primo piano con la sua telecamerina violetta, l'aria deficiente che più deficiente non si può e la maglietta decorata a cuoricini e stelline certamente non aiuta in questo senso: non solo qualsiasi ragazzo cresciuto nei nostri anni, ma qualsiasi essere umano dotato di un barlume di senso estetico non può ragionevolmente sentirsi attratto da una roba del genere. Le copertine originali sono molto, molto più decorose:




















Comunque l'ho ordinato per la biblioteca, e ho fotocopiato un capitolo per farne una delle prime letture per la Terza, l'anno prossimo. 

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture - ma non sui prati perché, almeno dalle mie parti, non abbiamo più prati ma solo una grande sterpaglia.

giovedì 17 agosto 2017

17 Agosto 2017 - Giornata della valorizzazione del Gatto Nero

Si racconta che i gatti neri siano a tutt'oggi discriminati perché   qualcuno ritiene che portino sfortuna e perciò sono meno facilmente adottati - il che sarebbe molto stupido.
Tuttavia esiste anche un pregiudizio favorevole (inglese, pare) che sostiene che i gatti neri portino fortuna, più una teoria più restrittiva che sostiene che sì, portano fortuna ma solo alla famiglia che li adotta.
Entrambe queste superstizioni rovesciate contengono un fondo di verità, perché avere in casa uno o più gatti è comunque una fortuna, e dunque anche avere un gatto nero (o due gatte nere, com'è il mio caso).
Esistono anche persone che prediligono i gatti neri (con tanto di apposite pagine su Facebook) - ma si tratta di solito di persone che amano i gatti in generale e che di tendenza hanno anche un gatto nero oppure hanno solo un gatto nero perché è capitato così - un gatto infatti, sia nero o di qualsiasi altro colore, di solito non è per caso e arriva perché l'ha deciso lui.
Tuttavia i gatti neri corrono rischi che non tutti i gatti corrono: il primo sono le messe nere (ma potrebbe trattarsi per lo più di leggende metropolitane) e il secondo è dato dai pellicciai, perché pare che abbiano il pelo eccezionalmente morbido e folto; non a caso uno dei soprannomi di Ninphadora (datole da mia madre) è "Black Diamond", che è un tipo particolarmente pregiato di visone nero.
La prospettiva di trasformarsi in cappa o stola è comunque piuttosto inquietante per il micetto di turno:
...ma si spera che anche questa sia, almeno in buona parte, una leggenda metropolitana.
Un gatto nero è comunque un perfetto complemento d'arredo, e rallegra e devasta piacevolmente la casa come qualsiasi altro gatto, e averlo intorno è sempre una grande gioia.
Tuttavia qua nessuno vuol discriminare nessuno, e anche nella giornata della Valorizzazione del Gatto Nero ci tengo a valorizzare anche altri gatti.
Per esempio i gatti rossi, come Fuffy, un gattino che Eva raccolse nove anni fa, vagabondo e affamato:
che ben presto si racconfortò
e finì a casa di amici, dove è diventato un magnifico gattone rosso
Auguri dunque a tutti i gatti, anche a quelli diversamente neri, e buona giornata a chiunque passi da qua.

martedì 15 agosto 2017

Un terno per Ferragosto (due anni dopo)

Ormai da tre anni lo stimato Romolo di Viaggi Ermeneutici invita i tenutari di blog, nei giorni di Ferragosto, a presentare il frutto delle loro fatiche attraverso tre post a loro avviso particolarmente rappresentativi. E' una bella e simpatica iniziativa che permette di conoscere nuovi blog e invita a riflettere sul lavoro che si è fatto. Per me poi è particolarmente meditativa perché cade intorno al compleblog - perché proprio in Agosto iniziai il mio diario in rete, ormai nove anni fa.
Quest'anno è stato per me un anno molto particolare, quasi una rinascita - e mi capita spesso di parlare del tempo passato come della mia vita precedente.
In realtà per il blog non è cambiato molto: continuo a parlare di scuola, di Tolkien, di libri, talvolta di musica, molto sporadicamente di politica. Unica eccezione quest'anno una lunga serie di post piuttosto lamentosi dove descrivevo una lagnosissima convalescenza, peraltro non ancora conclusa.
Durante questa convalescenza sono stata assistita materialmente e spiritualmente da tante persone su cui non avrei mai pensato di poter far conto, e chi mi segue in rete ha dato il suo bel contributo, che mi è stato di grande aiuto e incoraggiamento - l'ho già detto ma non lo dirò mai abbastanza.
Adesso sono un po' meno lamentosa e ho ripreso una parte delle abitudini della mia vita precedente - ad esempio suonare il flauto nel giardino d'inverno con una bella tigre accanto*.

Ma veniamo ai post. Dopo attenta disanima ho scelto
- il racconto del mio esame di maturità che è anche l'unico post del blog che contiene una ricetta (molto breve però, e assolutamente impossibile da sbagliare)
- un breve trattatello sull'arte di mantenere una rigorosa disciplina in classe, con esempi presi dal vero
- e uno dei miei (comprensibilmente) rari esperimenti poetici: la canzone dell'insegnante a fine anno scolastico.

Buon Ferragosto a tutti!

E tanti auguri alla signora Repubblica dell'India, che oggi compie 70 anni

* no, non ho mai fatto niente del genere, e non solo perché non ho la minima idea di come si suona un flauto e non possiedo un giardino d'inverno; ma dovevo pur giustificare in qualche modo il lussuoso autoritratto che apre questo post. 

domenica 13 agosto 2017

La forza della bufala scorre potente in questi giovani (ma sapeste negli anziani!) - 2

Ed eccoci quasi riallineati col giusto asse temporale, anzi addirittura un po' in anticipo.
Buona fine del mondo a tutti!

Nel 2014 due piccoli e insignificanti episodi mi lasciarono assai scossa e pensierosa sul senso critico di taluni miei connazionali.
All'epoca avevo già una certa dimestichezza con la spinosa questione delle Bufale in Rete (non andava ancora troppo di moda chiamarle fake news): avevo messo il Disinformatico tra i blog che usavo per l'aggiornamento, seguivo sporadicamente qualche pagina sulle bufale su Facebook e avevo compreso alcune regola essenziale:
- se non c'è data, luogo e fonte è una bufala
- se ci sono scritte del tipo SVEGLIAAAAA!!!!! (rigorosamente con almeno quattro a) o Se sei indignato condividi è una bufala
- se parla di musulmani e di scuola insieme è una bufala
- se parla della Teoria Gender è una bufala
- se i parlamentari si sono appena aumentati lo stipendio in gran segreto non vale nemmeno la pena di finire di leggere la scritta indignata
- poi ci sono quelle che non importa controllare se davvero sono bufale, perché è del tutto evidente anche al più idiota degli idioti che sono chiaramente frutto di malafede, pregiudizio o mente assai turbata (tipo la scuola che organizza corsi di masturbazione per i bambini dell'asilo, per intendersi).
Queste poche,  basilari regole che a me sembravano del tutto evidenti non erano però patrimonio comune di ogni persona che fosse riuscita a conseguire almeno la licenza media, in particolar modo per l'ultimo punto, quello dove si fa appello al più elementare buonsenso - e questo lo scoprii appunto grazie agli episodi di cui sopra e che vado adesso a raccontare.

Il primo episodio data all'estate del 2014. In Giugno l'allora presidente del consiglio Renzi fece un viaggio in Vietnam, in Cina e forse anche altrove - insomma, nella zona detta "estremo oriente". Ufficialmente il motivo era, come sempre in questi casi, "rafforzare i legami tra i due paesi" e roba del genere. Non sono una esperta di politica internazionale ma, visto che i legami che abbiamo con Vietnam e Cina sono soprattutto di tipo commerciale, immaginavo che ci fosse di mezzo qualche questione legata al commercio: petrolio, tessuti, cellulari, roba così. Roba in grande stile, comunque, se si muoveva addirittura il presidente del consiglio. 
Al comparto alimentare non avevo proprio pensato, anche se visito regolarmente i ristoranti orientali di Firenze e faccio anche modesti ma regolari acquisti di salsa di soia, curry, spaghettini di riso, ramen, wasabi e simili nei negozi specializzati.
"Hai visto perché Renzi è andato in Vietnam?" mi chiese un giorno una collega e cara amica, laureata con una delle più complesse e raffinate lauree che l'Università di Lettere di Firenze possa sfornare e felicemente addottorata in ricerca sempre nella raffinatissima materia di cui sopra.
"Boh? Qualche trattato internazionale, immagino".
"Sì, e non del miglior tipo: importazione di carne di cane!".
Risulta così che il nostro presidente del consiglio si è mosso per andare in Vietnam a trattare la vendita di ben 20.000 tonnellate di carne di cane.
Non ho osato contraddire la mia amica senza prove perché l'informazione le veniva da una persona di cui fa gran conto (e che ritenevo all'epoca completamente inaffidabile per tutto quel che riguarda la politica. Dopo questo episodio invece la ritengo completamente inaffidabile su tutto, senza esclusione alcuna). 
Appena arrivata a casa però ho cercato su Google e ho trovato questa foto:
Si tratta dunque di una bufala; comprensibilmente non ha nemmeno avuto una gran diffusione ed è durata pochi giorni.
Ad inquietarmi davvero che venisse ritenuta credibile da una persona laureata e dottorata e che ai miei occhi è sempre parsa assai provvista di discernimento. Insisto sul suo ricco curriculum accademico perché spesso si attribuisce all'ignoranza il seguito che hanno certe bufale francamente al di là del credibile - ma il livello di istruzione della mia amica è molto alto e il tipo di studi che ha fatto l'ha costretta a lavorare con gran pazienza esclusivamente su fonti di prima mano.
Dunque: il presidente del consiglio d'Italia (un paese che non è una grande potenza, ma ha comunque un certo peso economico nell'economia mondiale) va in Vietnam, che non è proprio dietro l'angolo. E tutto questo per curare l'importazione di 20.000 tonnellate di carne di cane.
Domanda n. 1: forse che non abbiamo carne in Italia? Ci mancano gli allevamenti di pecore, mucche, bufali, maiali, cavalli, struzzi, conigli, pollame vario?
Domanda n. 2: abbiamo nel mercato questa furibonda richiesta di carne di cane?
Domanda n. 3: il mercato della carne è in così grande espansione da dovere importare la carne a botte di 20.000 tonnellate? Non si direbbe, a giudicare dall'espansione dei reparti che i supermercati riservano a polpette vegetali e derivati dalla soia.
Domanda n. 4: forse che in Italia mancano i cani? Non possiamo allevarne anche qui?
Domanda n. 5: Quanti cani hanno, in Vietnam, da potercene sacrificare a centinaia di migliaia per mandarceli (perché per arrivare a 20.000 tonnellate devi macellare un numero di cani decisamente ragguardevole).
Il consumo di carne di cane in Italia ha una modestissima tradizione, legata ad alcune particolari aree geografiche e a poche ricette. Da parecchi decenni è scomparso, o almeno limitato a casi davvero sporadici, ed era già vietato per legge durante la seconda guerra mondiale. Per quanto ne so, nell'Unione Europea non è fra gli alimenti consentiti.
Insomma, il presidente del consiglio se ne va all'altro capo del pianeta a comprare 20.000 tonnellate di un alimento il cui uso da noi non è legale né diffusamente richiesto dal pubblico, senza nemmeno aspettare che siano state fatte le procedure per inserire la carne di cane tra gli alimenti consentiti? 
Ma soprattutto: da quando in qua il presidente del consiglio si muove per trattare l'importazione di una partita di cibo, quasi che il telefono e la posta aspettino ancora di essere inventati?
Da qualsiasi parte si rigiri, la notizia è talmente balorda che non si capisce nemmeno come sia potuta venire in mente a qualcuno, fosse pure dopo la terza bottiglia.
Quando, con molta cautela, azzardai la possibilità che la storia della carne di cane non fosse molto attendibile (avendo cura di farlo in presenza di un veterinario che aveva lavorato per qualche anno come ispettore al mercato alimentare e che espresse il suo parere in merito senza mezzi termini) la mia amica scosse le spalle borbottando qualcosa di molto vago sul fatto che forse aveva capito male - che è una classica reazione da persona sbufalata e non convinta, ma troppo cortese per piantare una grana in una cena tra amici.

E veniamo al secondo episodio.
In una tranquilla (per me) sera di Ottobre me ne stavo tranquilla a cazzeggiare su Facebook, tra gattini pucciosi, draghi fiammeggianti e tolkiename vario, mentre a Genova imperversava l'alluvione; ed ecco che mi scorre davanti il post di una amica-di-gatti che rilanciava un avviso indignato che notificava come, a Genova, tra tutte le foto dove si vedeva gente che spalava acqua e fango, naturalmente non c'era nemmeno un immigrato. Seguivano una serie di commenti assai indignati sugli immigrati che non facevano mai nulla di utile.
Rimasi perplessa: prima di tutto perché non ero affatto sicura di riconoscere a prima vista un immigrato da un indigeno, salvo che il primo avesse la gentilezza di portarsi dietro un cartello con su scritto "Ebbene sì, sono un immigrato": albanesi, rumeni, polacchi, serbi - ma anche, diciamocelo, parecchi mediorientali, levantini, sudamericani e perfino cinesi e indiani, se sono vestiti come noi, si possono molto facilmente scambiare per italiani, senza contare che oggi ci sono in giro un sacco di ragazzi magari fisicamente piuttosto diversi dall'italiano medio (qualsiasi cosa si intenda per "italiano medio") che sono arrivati con le adozioni internazionali o con la buona vecchia pratica di prendersi un partner straniero e farci dei figli, e che dunque immigrati non sono. D'altronde l'immigrato più famoso dei nostri anni, che attualmente di mestiere fa il vescovo di Roma, non è poi così facilmente distinguibile da un qualsiasi vecchietto nostrano se gli togli l'abito bianco e la papalina.
Ma la mia vera perplessità nasceva dal ragionamento di base: nelle foto non ci sono persone presumibilmente immigrate (=negri) a spalare il fango, ergo nessun immigrato spala il fango. D'accordo che ci vuole il politically correct, ma un fotografo è tenuto a osservare le quote nere quando infila un paio di foto sull'alluvione di Genova? Se per un qualche caso nella ventina di foto che i giornali avevano pubblicato sui genovesi che spalavano il fango e i servizi dei vari TG non c'era un senegalese più nero del carbone, si poteva ragionevolmente dedurre che solo i genovesi purosangue avevano spalato il fango?

Posso dedurre che in Kenya non ci sono gnu se vedo quindici foto di fila del Kenya senza che ci sia uno gnu?
Non mi pare proprio.

Espressi dunque questa mia banale constatazione nei commenti. Seguì una sorta di crocifissione della sottoscritta che non cessò nemmeno quando un paio di genovesi intervennero per dire che da loro gli immigrati spalavano eccome - anche perché, quando ti entra l'acqua in casa, nessuna persona sana di mente sta a discutere sulla sua origine e provenienza, pulisce e basta. Ma niente, furono crocifissi anche i genovesi, perché era ora di finirla con questo schifo di buonismo, punto e basta. E l'amica-di-gatti mi tolse la sua amicizia (che peraltro era stata lei a chiedermi). Non ne feci un dramma, ma nel mio gran candore mi chiesi com'era possibile che i pregiudizi potessero indurre a sì distorti ragionamenti. Andai però a cercarmi qualcosa sugli immigrati di Genova e l'alluvione e scoprii che la realtà era stata piuttosto diversa da quel che raccontavano su quel post.
Trovai anche la sbufalatura ufficiale della questione. In realtà sembra che né le foto né i servizi dei vari TG si fossero mostrati così selettivi nella scelta delle loro immagini, ma ammetto che non ho approfondito la questione.
Da allora sono diventata più vecchia e più saggia e ho compreso che la bufala era stata artisticamente montata per sfruttare in qualche modo contro gli immigrati un evento come l'alluvione di Genova, di cui non si poteva (ancora) dare direttamente la colpa agli immigrati - ma continuando su questa strada, non dubito che tra qualche anno bombe d'acqua, maremoti e scarse precipitazioni verranno imputate direttamente agli immigrati: non a tutti, si capisce, solo a quelli con la pelle piuttosto scura.

Entrambi questi episodi, nella loro insignificanza, mi hanno reso molto più sensibile alla questione delle fake news, come usa chiamarle oggi (bufale pare ormai troppo domestico e giocoso).
Questo può forse contribuire a spiegare la reazione piuttosto rigida che ho avuto verso un commentatore del blog che provò qualche mese fa a rifilarmi la notizia che J.K. Rowling è una adepta di Satana - e che qualche tempo prima, su un blog dedicato ai film dello Hobbit, una volta che Harry Potter era stato tirato in ballo senza un perché spiegò con grande nonchalance che una persona affidabilissima gli aveva spiegato che J.K. Rowling era non satanista (che è pur sempre tecnicamente possibile, anche se  piuttosto improbabile) ma... una strega, e delle più potenti. E rimase ben inchiodato su questa idea per quanto gli venisse fatto osservare che in quel modo ammetteva implicitamente l'esistenza delle streghe, cosa che da parecchio tempo anche la Chiesa si guardava bene dal fare.

In conclusione: chi inventa le fake news lo fa talvolta per mestiere e talvolta per propaganda, ma non vanno sottovalutati quelli che ancora lo fanno per passione... e soprattutto i molti che sono disponibili a credere possibili certe notizie al di là di ogni logica se solo da qualche parte una corda segreta del loro cuore li induce a ritenerle possibiliUn po' di diffidenza verso la classe politica è comprensibile, la paura dell'Uomo Nero dorme un sonno inquieto nel profondo di molti di noi per risvegliarsi al minimo pretesto, sappiamo che la scienza ha compiuto più di un esperimento azzardato, vediamo bene che la nostra vita è piena di insidie, qualche volta è anche rilassante pensare che il male che vediamo intorno a noi nasca esclusivamente dalla crudeltà di alcuni poteri forti che perseguono un ben preciso disegno e non dal casuale scontro di molti idioti, del cieco Caso e di un destino crudele.
Tuttavia, prima di pensare male di qualcuno, occorre pur cercare di avere in mano delle prove precise e circostanziate - altrimenti è tutta discesa per arrivare dal processo alle intenzioni alla caccia alle streghe.
(to be continued)

venerdì 11 agosto 2017

La forza della bufala scorre potente in questi giovani (ma sapeste negli anziani!) - 1

Sì, il giorno di Star Wars è il 4 Maggio. Ma io sono rimasta un po' indietro. Capita.

Non so quando ho cominciato a preoccuparmi della precisione di quel che dicevo o scrivevo - qualche traccia di questa inquietante perversione si è senz'altro mostrata in me già in tenera età (pur risparmiandomi molto quando mi avveniva di tradurre dal greco e dal latino, ove seminavo con grande disinvoltura non dico errori, non dico orrori, ma autentici abomini in grande quantità) ma fiorì in modo piuttosto deciso ai tempi dell'università: è probabile che, semplicemente, abbia frequentato troppi filologi.
Sta di fatto che, arrivata alla tesi, mi ritrovai tra le mani un argomento molto scivoloso dove si andava avanti soprattutto a colpi di interpretazione. Occorreva dunque tenersi ben stretti quei pochi elementi concreti di cui si disponeva, e utilizzarli con gran cura - e ricordo infatti che venni lodata in sede di discussione per non avere tratto conclusioni laddove i dati che avevo a disposizione non me lo consentivano.
Proprio mentre preparavo la tesi un evento insignificante venne a scuotere molta della mia fiducia nel genere umano: scorrendo un testo che esponeva una teoria assai articolata dandola assolutamente per certa ed elencando fieramente le infinite pezze d'appoggio di cui il suo ideatore era convinto di disporre, trovai un riferimento al fatto che il Tal dei Tali, nella biblioteca del suo convento, aveva certamente a disposizione un dato testo, com'era stato ampiamente dimostrato dallo studioso XY.
Io l'articolo di XY l'avevo letto, e anche con una certa attenzione; e mi meravigliai fortemente di non aver minimamente fatto caso a quel particolare tutt'altro che secondario. Così tornai nella biblioteca apposita, ripresi in mano l'articolo, andai al punto segnalato... e scoprii che XY accennava vagamente alla possibilità che forse, magari, il Tal dei Tali avrebbe potuto anche avere in biblioteca quel testo, qualora il testo in questione fosse stato fatto copiare dal monastero ZZ (cosa di cui non risultava l'ombra di una prova ma che in effetti non era nemmeno impossibile).
Rimasi attonita. Guardai meglio. Riguardai. 
Ma, niente, era proprio come sembrava: uno studioso si era inventato senza una prova al mondo, semplicemente per aggiungere un altro punto d'appoggio alla sua teoria, la possibile presenza di un manoscritto in una biblioteca dove non ne restava traccia, e un altro studioso sulla base di questa fantasiosa ipotesi aveva deciso che quel manoscritto c'era senz'altro, anzi che la sua presenza in quella biblioteca era stata dimostrata.
Orrore e abominio! Com'era mai possibile tanta cialtroneria e faziosità in due nobili filologi, cioè gente che per contratto era tenuta ad avere la minor quantità di fantasia possibile, almeno quando scriveva saggistica?
Ebbene sì, era possibile. Peggio, era successo davvero.
O mondo infido e crudele, in chi mai si poteva confidare se perfino i filologi ti raccontavano serenamente un mare di balle?

Con gli anni scoprii che il fenomeno non era così insolito, e che non erano rari gli studiosi che ritoccavano qua e là un po' di dati per amore di una teoria - e non solo, ahimé, nel campo della filologia mediolatina e della storia medievale; e nemmeno erano rari gli studiosi che su teorie confermate da dati taroccati lavoravano e ricamavano con impegno per costruirci teorie ancor più taroccate. In effetti uno degli studiosi che aveva lavorato di più sul mio argomento aveva imbastito una teoria fascinosissima (e che credo in parte fosse anche valida) utilizzando all'incirca lo stesso metodo del "quattro indizi fanno una prova, anche se due dei quattro indizi stan su solo con gli stecchini" che aveva guidato gli autori del mio amatissimo Santo Graal nella costruzione della teoria storica che parte da Gesù sposo di Maria Maddalena fino ad arrivare al priorato di Sion che custodisce tuttora la sua discendenza. A me la teoria del Santo Graal era piaciuta moltissimo e per certi aspetti mi aveva anche convinto, ma vedevo bene che buona parte dei dati era piuttosto opinabile e i blocchi della storia non erano collegati tra loro in modo valido. La cosa non mi disturbava in un libro di storiografia alternativa; da un filologo però mi aspettavo una roba scialba ma  attendibile e un metodo di lavoro rigoroso.

Passarono gli anni. Scoprii l'esistenza delle leggende metropolitane e imparai che i coccodrilli uscivano talvolta fuori dallo scarico della doccia mentre la Polizia (per motivi mai del tutto chiariti) lanciava vipere nei boschi dagli elicotteri, e che la sigla di Jeeg Robot era stata cantata da Piero Pelù ancora giovanissimo. E tutto ciò era piuttosto divertente e, mi sembrava, assolutamente innocuo - tranne che per le povere vipere che si spiaccicavano al suolo, naturalmente.
Ma davo per scontato che solo qualche sprovveduto molto anziano potesse prendere sul serio queste storie (tranne nel caso della sigla di Jeeg Robot, che veniva creduta soprattutto dai giovanissimi che però venivano prontamente redarguiti dai postatori più navigati sui siti specializzati nell'animazione giapponese).
Col tempo queste leggende assunsero un colore più inquietante. 
Qualche anno fa un collega Tuttologo portò un giorno dei volantini a scuola che raccontavano dei parlamentari che si erano alzati la settimana prima lo stipendio (il tutto condito con i soliti "Vergogna!" e "Il mondo deve sapere!").
Lo mangiai per pane dicendo che su quel cazzo di volantino non c'era un cazzo di data e nemmeno si diceva da dove cazzo avevano preso la notizia, e per giunta la storia che la settimana prima i parlamentari si erano alzati lo stipendio la vedevo non meno di una volta al mese da almeno sei anni, e insomma a questo punto quanto cazzo di stipendio prendevano questi parlamentari?
Il Tuttologo ci rimase molto male, e borbottò qualcosa del tipo che "era il pensiero che contava" e che qualche volta l'avevano pur fatto.
Me lo mangiai vieppiù per pane dicendo che un insegnante era tenuto a valutare con un po' di senso critico le notizie che diffonde, visto che si suppone che avendo studiato abbia qualche strumento critico per farlo.
Lo lasciai molto deluso.

Non era la prima volta che sotto questo aspetto gli insegnanti mi deludevano: il primo anno a St. Mary Mead una collega di Tecnologia (emigrata per nostra fortuna in altra scuola l'anno dopo, e meno male perché era una persona piuttosto scorretta) mi spiegò che le fragole avevano al loro interno il disegno di una specie di lisca bianca perché erano state incrociate con dei pesci, e glielo aveva detto il tecnico della Coop venuto a fare una lezione sull'alimentazione.
Non ho idea di cosa potesse avergli raccontato il tecnico della Coop, ma il fatto che ti raccontino una pura follia non ti obbliga a crederci, almeno non senza prima consultare appositi testi e aver trovato un qualche straccio di conferma.
Ci tengo a precisare che sono una persona disponibilissima a tutto: credo agli UFO, ai miracoli, ai sogni profetici, alle visioni mistiche, alla telepatia - ma prima di parlarne in classe e rifilare telepatia e telecinesi come cose attendibili ai miei sventurati allievi voglio come minimo una dichiarazione ufficiale dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità o una direttiva speciica del MIUR. A casa mia credo a quel che mi pare, ma quel che dico a scuola deve essere condiviso anche da persone meno disponibili di me al sovrannaturale.

Tuttavia, un paio di anni fa ho scoperto che la collega di Tecnologia e il Tuttologo non sono gli unici, nel corpo docenti, disponibili a prendere per buone cose molto, molto strane.



(to be continued...)

domenica 6 agosto 2017

Manuale del Perfetto Insegnante - Sulla nobile arte della discrezione

Come risulta assai evidente alla luce del più elementare buonsenso, è assai più facile costruirsi una reputazione di persona pettegola e indiscreta piuttosto che di persona discreta e accorta nel custodire i segreti altrui.
Nel caso della persona pettegola infatti sono le circostanze stesse che permettono di  scoprirla in breve tempo: avete giusto ieri confidato a qualcuno in gran segreto che meditate di separarvi dal vostro attuale partner e il giorno dopo gente cui a malapena avete rivolto tre volte la parola nel corso della vostra vita vi domanda se per caso il partner in questione ha una relazione che avete appena scoperto? Avete raccontato, dietro giuramento di assoluta riservatezza, che siete assai preoccupati perché le analisi di vostra madre mostrano ombre sospette nei polmoni e poche ore dopo uno stormo di  conoscenti, con l'aria molto solidale, vi racconta la dolorosissima morte dei loro genitori, parenti e amici per orribili forme di tumore ai polmoni e ad altri organi vitali? Avete detto, in un momento di debolezza, che sospettate in cuor vostro che l'ultimo fidanzato di vostra figlia abbia frequentazioni troppo strette con pasticche stupefacenti ed ecco che il pomeriggio seguente avete davanti una fila di persone ansiose di spiegarvi come tutto il paese,  tutta la provincia, che dico, tutto il pianeta sa che il ragazzo in questione spaccia regolarmente tutti i Martedì sera sulla piazza principale del paese?
Inutile mentire: il sospetto di aver scelto male il confidente prima o poi arriva.
Oppure: siete al corrente di tutte le relazioni coniugali, vere o presunte, di X e di Y anche se non vi è mai passato per l'anticamera del cervello di informarvi sull'argomento? E' inevitabile che in voi sorga il sospetto che chi ve l'ha raccontate sia persona cui conviene a malapena confidare di avere due piedi o uno stomaco.
Tuttavia, se il vostro vicino di scrivania non vi ha mai intrattenuto con le tresche del capo reparto né vi ha mai spiegato che il figlio di Z è sospetto del grave reato di tendenze omosessuali, non per questo siete immediatamente portati a dare per scontato che costui sia persona cui confidare con fiducia il sospetto di avere più palchi di corna del padre di Bambi senza che la notizia faccia il giro della città in meno di mezz'ora - perché in effetti costui potrebbe non avervi raccontato mai i fatti degli altri semplicemente perché non ne è informato.
Certo, con l'andare del tempo si finisce per riflettere sul fatto che è strano che il vicino di scrivania in questione non sia mai informato di niente di niente, pur conducendo una normalissima vita sociale e anzi intrattenendo rapporti cordiali con tante persone; e magari con gli anni potreste persino prendere in considerazione la possibilità che costui o costei non spartisca facilmente col primo venuto quei fatti che gli sono stati narrati in confidenza. Ma ci vuole, appunto, molto tempo.
La persona che non spiattella in giro le confidenze degli altri non si contraddistingue infatti per il fatto di spiegarvi appena vi conosce che non le racconta (che anzi è un chiaro indicatore di gran tendenza al pettegolezzo) ma al contrario perché dà l'impressione di non avere mai niente di particolarmente succoso da raccontarvi. Avvolge la confidenza ricevuta in un morbido bozzolo di oscurità e scansa abilmente ogni domanda indiscreta, senza nemmeno lasciar intendere che ha capito cosa gli state chiedendo e guardandosi bene dal seminare indizi sul fatto che sì, lui sa, e volendo potrebbe dirvi un sacco di cose. Non ne parla e basta.

Esauriti questi indispensabili preliminari, è ora tempo di illustrare in che modo la questione della discrezione riguardi il complesso mestiere dell'insegnante.
Com'è noto, tra i doveri dell'insegnante delle medie c'è quello di farsi presentare i suoi futuri alunni dagli insegnanti delle elementari. In questa complessa cerimonia viene solitamente dedicato un po' di spazio al profitto generale degli alunni in questione, abbastanza spazio ad eventuali problemi di apprendimento e molto spazio alle sue brache personali, che finiscono inevitabilmente per coinvolgere anche quelle della sua famiglia. Il virgulto è stato adottato? Se sì, da molto o da poco tempo? Dov'è nato e soprattutto che esperienze ha avuto? I suoi genitori sono in buoni rapporti tra loro? Oppure sono notoriamente di fuori come balconi? Godono buona salute? Ci sono conflitti in famiglia?
Non si tratta di bieca tendenza al pettegolezzo, anche se talvolta, al momento di elargire i particolari più succosi di certe separazioni l'impressione (talvolta più che giustificata) è proprio quella: se il futuro alunno si è fatto il giro di sette orfanatrofi uno più disastrato dell'altro, se è stato raccattato per la strada da qualche associazione umanitaria, se la madre sta morendo di tumore, se i genitori lo usano come ostaggio per vendicare torti effettivi o presunti subiti nel corso di una relazione tutt'altro che positiva, se il padre soffre di depressione cronica o se la famiglia è in carico ai servizi sociali è molto, molto probabile che tutto ciò incida sullo stato psicologico (e talvolta anche fisico) della giovane creatura che presto sarà affidata alle vostre cure, ed è opportuno che almeno sappiate che è opportuno evitare certe domande o certi argomenti o non dare per scontato che i compiti a casa vengano sempre eseguiti nel migliore e più solerte dei modi. E qualche volta è opportuno anche scendere nei dettagli, a volte sentendosi terribilmente impiccioni - ma che parte ha il nonno in tutta la faccenda, chi si prende cura della bambina quando la madre è all'ospedale, con i cugini e le zie vanno d'accordo? E via indagando, neanche dovesse venire preparato un rapporto per i servizi segreti sulla questione, prendendo furiosamente appunti che verranno poi nascosti sotto il materasso o fra la biancheria intima e di cui non sarà mai scritta una parola in alcun documento salvo un eventuale in considerazione della delicata situazione attuale dell'alunno nella relazione finale per giustificare come mai l'alunno viene ammesso alla classe successiva all'unanimità anche se ha cinque insufficienze di cui due gravi.
Tutte queste faccende assai private verranno poi sciorinate al Consiglio di Classe dai fortunati che hanno partecipato all'incontro con i maestri, e magari integrati dalle chiacchiere di corridoio - perché gli altri insegnanti del Consiglio non è che vivono sulla Luna, spesso hanno avuto tra i loro allievi i fratelli minori o i cugini del virgulto in questione, o addirittura i genitori stessi medesimi e ricordano, sanno, comparano - magari raccontando che la madre o il nonno gli sono scoppiati in lacrime nel bel mezzo del colloquio raccontando nuove tragedie.
Tutto ciò, anche se all'apparenza può sembrare indiscreto, è professionalmente cosa buona e giusta ed è di grande aiuto nel delicato lavoro dell'insegnamento. Tuttavia occorre sempre ricordare che si tratta di materiale altamente riservato, che andrebbe maneggiato con lo stesso riguardo che si ha per le bombe inesplose, evitando rigorosamente di parlarne con chi non insegna nella stessa scuola e al di fuori delle quattro mura scolastiche se non ci si trova in luoghi isolati e - ovviamente - con colleghi, a rischio di sembrare o anche di essere paranoici - evitando con gran cura di fare nomi se per una qualche circostanza si desidera il consiglio o l'assistenza morale di qualcuno che non fa parte della scuola - e questo vale sia per la scuoletta del paesello come per la grande scuola a dodici sezioni della capitale. 
Una accorta riservatezza non causerà danno alcuno alla vita sociale dell'insegnante: mai nessun coniuge ha mai chiesto il divorzio perché non gli venivano raccontati i particolari più ghiotti di una separazione di cui in teoria non era tenuto a sapere niente, nessun parrucchiere ha mai rifiutato clienti che non lo intrattenevano con questioni dinastiche, nessun amico di lungo corso (o anche di breve) si è mai offeso perché non gli veniva spiegato per filo e per segno cosa hanno fatto le famiglie quando X è stato sospeso e certo nessun figlio di insegnanti si è mai lamentato perché non era a conoscenza degli affari di gente che non conosceva. L'insegnante troverà di sicuro alternative più che valide per intrattenere parenti e amici con la sua brillante conversazione*.

Altro aspetto assai delicato è quando di certe cose, anche tra colleghi, anche in sedi e luoghi opportuni e pertinenti, si parla troppo e troppo spesso. Questo avviene soprattutto sugli affari privati delle famiglie. D'accordo ricordare che Edwige è stata brutalmente traumatizzata dalla separazione dei suoi genitori che è avvenuta in questa e quest'altra circostanza (...dieci anni fa) o che i rapporti tra i vari padri dei vari figli di Berta dal Lungo Pié sono così e cosà e che questo rende la struttura della famiglia un po' complicata - per quanto, le circostanze della separazione non sono sempre del tutto pertinenti, e non sempre è necessario riferire tutta la storia di una stirpe partendo dal tempo in cui Adamo vagava tra i pruni dopo essere stato cacciato dal paradiso terrestre. Non è sempre necessario esternare la propria opinione su come si sono comportate male le famiglie né fare l'albero genealogico della dinastia dai tempi delle crociate: il consiglio di classe si occupa del percorso degli alunni, non di storiografia comparata, e quando una determinata storia viene narrata per la terza o quarta volta in pochi mesi conviene che qualcuno, a rischio di sembrare molto scortese, ricordi con fermezza che del gossip si occupano già i giornalisti, che certo sanno fare benissimo il loro lavoro anche senza l'aiuto dei docenti. Tale salutare pratica del darci un taglio è altamente raccomandabile non solo per limitare le perdite di tempo, ma anche e soprattutto per evitare che un Consiglio di Classe di gente che si conosce da tanti anni si trasformi in un gallinaio dove il livello qualitativo degli interventi risulti  deplorevolmente basso anche quando le brache degli alunni vengono accantonate per passare a temi più pertinenti al lavoro - perché c'è un certo tipo di pettegolezzi che sporca anche chi si limita ad ascoltare e rende tutto più meschino; senza contare l'assoluta necessità di non scandalizzare il supplente di turno, che già al terzo risvolto della prima saga familiare si domanda un po' schifato tra che razza di gente è andato a finire.

* sì, d'accordo, suona strano detto da me che da nove anni tengo un blog dove racconto i fatti degli altri e quasi niente dei miei; però sui fatti degli altri ho fatto qua e là un certo lavoro di editing e assolutamente nessuno delle scuole dove ho lavorato sa che tengo un blog - e se anche capitasse qui e capisse chi sono, ben difficilmente riconoscerebbe di chi sto parlando. Credo. Spero. Confido. Succede sempre così, vero?

venerdì 4 agosto 2017

L'ibisco viola - Chimamanda Ngozi Adichie

Quel che vado oggi a presentare è il primo romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, scritto quando questa eccellente autrice - dal nome per me assolutamente irricordabile nonostante la grande ammirazione che sento per lei - aveva 26 anni, nel 2003 e tradotto nel 2006 per le edizioni Fusi Orari. Adesso l'autrice è in carico a Einaudi, che dovrebbe ormai aver pubblicato tutti i suoi romanzi  - ma ignoro se per questo ha approntato o meno una nuova traduzione. 
Nel frattempo sono passati gli anni e l'autrice è diventata molto famosa, almeno negli USA. Io comunque l'ho scoperta solo l'anno scorso, con Americanah, per la qual scoperta devo grande riconoscenza al blog de I dolori della giovane libraia - e ripensandoci, sospetto che il trip africano me l'abbia innestato proprio lei perché fino all'anno scorso per me l'Africa era solo un continente pieno di stati che si ostinavano ad essere poveri, giusto per autocitarmi, e la Nigeria un paese dove tutti gli stati più ricchi andavano a prendere petrolio senza lasciarne nemmeno un barattolino ai legittimi possessori e dove ogni tanto rapivano un ingegnere proprio per questioni legate allo sfruttamento del petrolio - mentre adesso è il paese dove abitano i protagonisti dei romanzi di Adichie e dove tutti mangiano grandi quantità di platano fritto e igname lesso oltre a tanti altri piatti dal nome incomprensibile (e che mi piacerebbe provare, ma a Firenze non ci sono ristoranti nigeriani, anche se ne ho scovato uno eritreo che prima o poi proverò quando il mio stomaco avrà smesso di fare i capricci).

Ma veniamo all'Ibisco viola. Nonostante platano fritto e da friggere e igname da sbucciare e poi lessare e condire nei più vari modi abbondino, nonostante il nonno della protagonista che è ancora legato agli antichi culti, nonostante la penuria di benzina e le continue interruzioni della corrente elettrica che complicano parecchio la vita del frigorifero della zia della protagonista, più che un romanzo nigeriano si tratta di un romanzo ambientato in Nigeria: la storia raccontata potrebbe svolgersi in qualsiasi paese (e certamente in Italia), anche nell'appartamento del piano di sopra o nella casa all'angolo. Per dirla in breve, è una storia di violenza familiare, e certamente non è necessario scomodarsi ad andare in Nigeria per viverla; però è raccontata molto bene. Ne viene fuori una narrazione inquietante e spesso opprimente quando la protagonista vive in famiglia; ma per fortuna l'autrice ha avuto compassione del lettore e buona parte dell'azione si svolge a casa della zia della protagonista - che non sarà la perfezione incarnata, ma è un assai piacevole essere umano, e in casa sua l'atmosfera è molto diversa.
La protagonista, Kambili, ha quindici anni e un fratello di diciassette. La sua famiglia è molto ricca e abita in una bella villa piena di marmo. Niente interruzioni della corrente, per loro, niente problemi con la benzina e molta servitù, tra cui un autista. C'è un padre tanto buono e amorevole, e c'è una madre  che ogni tanto ha tracce violacee intorno agli occhi e strani lividi. Tutto questo viene raccontato nelle prime dieci pagine, dopo le quali il lettore ha capito la situazione e quel che non ha capito comunque lo intuisce, perché appunto la storia è fuori dal tempo e dallo spazio, e molto simile a certe che leggiamo sui giornali o intuiamo vagamente nelle persone che abbiamo intorno a noi.
Kambili e suo fratello condividono un sacco di cose di cui non parlano nemmeno tra loro se non col linguaggio degli sguardi - l'unico consentito ai prigionieri - e vivono in una campana di vetro. Il padre gli fornisce un orario molto preciso con cui scandire la giornata ed evita rigorosamente che i figli abbiano contatti col mondo esterno: per esempio l'autista li accompagna e li va a prendere a scuola avendo cura di non lasciargli tempo per comunicare con i compagni e stringere - orrore! - amicizie, ed è rigorosamente sottinteso che anche i pensieri dei figli (e della moglie) siano regolati secondo la volontà del capofamiglia. 
I due fratelli sono cresciuti sotto il peso della paura e non ricordano nemmeno che ci sia stato un tempo in cui non  e avevano - probabilmente perché non c'è stato, e la paura l'hanno assorbita già quando erano nel ventre materno. 
L'improvvisa entrata in scena della zia spezza questo cerchio malefico e i due ragazzi realizzano molto gradualmente la follia completa e totale della loro situazione. Si tratta quindi della storia di un risveglio, molto ben narrata. Ma è anche la storia, o meglio il ritratto, del padre, un uomo il cui principale problema è la necessità di un controllo assoluto su tutto quel che ha intorno - un uomo che, come riassume mirabilmente la zia, dovrebbe smettere di cercare di fare il lavoro di Dio, perché Dio è ormai abbastanza grande per farlo da solo, anche senza il suo aiuto; e infatti la religione (cattolica, ma un cattolicesimo dove il Concilio Vaticano II non risulta in alcun modo pervenuto, nonostante siamo ormai nel 1995) è uno dei principali nodi della questione.

Non è un libro leggero e spensierato, anche se si lascia leggere molto bene - come tutto quello che esce dalla penna di Adichie; volendo, si lascia leggere bene perfino sotto l'ombrellone, anche se probabilmente facendo così ci si ritrova a guardare con sospetto quei genitori preoccupatissimi che i loro figli si facciano male, attacchino discorso con estranei e stiano troppo nell'acqua; perché si sa, il diavolo si annida nei dettagli.

Con questo post partecipo al primo Venerdì del Libro di Homemademamma di questo torrido Agosto - avendo cura però di precisare che la Nigeria è sì un paese caldo, come succede spesso in Africa, ma qualsiasi immigrato africano sarà lieto di raccontarvi che il caldo che ha patito nelle estati italiane a casa sua non lo ha mai nemmeno intrasentito. Buona bollitura a tutti e che l'estate sia con voi.