Il mio blog preferito

martedì 6 settembre 2016

Commissione Curriculum (quando l'insegnante si dà malato o si nasconde sotto il tavolo)

Pinturicchio - Penelope (che ogni giorno fa e disfa la tela) e i corteggiatori

Ogni pochi anni, pensando forse che non abbiamo nulla con cui passare il tempo, il MIUR manda a tutte le scuole del regno la richiesta di aggiornare i suoi curriculum per materie. 
Chiamasi curriculum o curricolo un insulso documento in cui si indicano per ogni materia gli obbiettivi formativi e le modalità con cui si conseguono i suddetti, e forse anche qualche altra roba; e siccome c'è quella strana bestia che si chiama "autonomia della scuola" ogni scuola deve indicare i suoi propri personali obbiettivi e le sue proprie modalità, nel caso decidesse, poniamo, di insegnare inglese analizzando a fondo la grammatica turca o di fare geografia con particolare riferimento al calcolo integrale.
Tutto ciò è sommamente noioso e, almeno per elementari e medie, anche parecchio inutile in quanto ogni scuola ha grosso modo le stesse pretese delle altre scuole, e quand'anche ne avesse di diverse il curriculese è lingua talmente vaga ed eterea da non consentire prese di posizione particolari - senza contare che, se pur è vero che ogni insegnante lavora a modo suo, ogni scuola cambia e ricambia gli insegnanti a getto continuo e dunque nessun docente si sognerebbe di impastoiare con troppi dettagli l'autonomia didattica di chi verrà dopo di lui - senza contare che le direttive del Ministero sono le stesse per tutti, e anch'esse molto vaghe.
Così la scuola nomina una Commissione Curriculum ove si imbucano i rarissimi docenti che nutrono un sia pur minimo e larvato interesse alla questione e nessun presta il benché minimo interesse a quel che fanno fin quando non producono un qualche documento per il quale il Dirigente Scolastico li ringrazia pubblicamente in Collegio, e tutti i colleghi riconoscenti si associano al ringraziamento.
Ma un anno, a Hogsmeade, la Preside decise che tutte noi di Lettere, volenti o nolenti, eravamo parte della Commissione Curriculum. 
Vivaddio era già stato fatto quello di Italiano e restavano solo Storia e Geografia.
Eravamo cinque insegnanti molto diverse per età, formazione, interessi, indole, metodo di lavoro e visione della vita; in verità le uniche cose che ci accomunavano erano una certa cortesia formale e una ferma determinazione a fare il nostro lavoro al meglio delle nostre capacità - oltre a un totale e profondissimo disinteresse verso la compilazione di qualsivoglia curriculum, orizzontale, verticale o trasversale che fosse. 
La nostra prima preoccupazione fu scovare un modello di curriculum fatto da qualcun altro, e a questo scopo la prof. Caramella frugò in rete, dopo di che considerò completata la sua parte e nessuna di noi pretese da lei nient'altro.
Io mi offrii come dattilografa. Scrivevo veloce, assicurai - e quando mi videro all'opera tutte convennero che ero quella che scriveva più veloce nel gruppo. 
La Decana non aveva un gran rapporto con il computer, e si offrì di dettare. Un altra, più esperta in giochetti grafici, preparò le colonne e gli ovali del testo in cui scrivere. La quinta sfogliò ripetutamente le indicazioni del Ministero e trovò qualcosa da copiare.
Nel corso di questo avvincente lavoro ci capitò di trovare qualcosina che andava semplificato o corretto, e furono fatti alcuni minimi aggiustamenti, ma non esito a dire che si trattava di un lavoro alquanto scialbo. In un ultimo fuggevole guizzo di vitalità salvammo il tutto sulla chiavetta e lo consegnammo alla Preside.
Più avanti costei ci rimproverò dicendo che il nostro curriculum non metteva bene in rilievo i nuclei fondanti della materia.

In effetti non credo che mettesse in evidenza alcunché, ma non sono mai riuscita a capire cosa cavolo potesse essere il nucleo fondante di una materia scolastica - un concetto che la Preside amava moltissimo, tanto da tirarlo in ballo appena possibile, credo anche a sproposito. 
La parola fondante però nella mia mente si associava indelebilmente alla parola fondente, che a sua volta mi riportava alla mente le caramelle fondenti - quei deliziosi zuccherini insaporiti con due gocce di sciroppo di frutta che sia io che i miei dentisti abbiamo tanto amato - e mentre la Preside straparlava di nuclei fondanti la mia mente contemplava sognante l'immagine degli zuccherini bianchi che saltellavano da un capo all'altro della griglia del curriculum.
Per nostra buona sorte, le ore della commissione a quel punto erano esaurite per quell'anno. 
Riprenderete il lavoro l'anno prossimo, ci disse la Preside. Certamente, rispondemmo tutte - ma tutte poi l'anno dopo scegliemmo altre sedi, salvo la Decana che andò direttamente in pensione per limiti di età.

A St. Mary Mead per ben due anni non si parlò di curricoli, ma dopo la nostra metamorfosi in Istituto Comprensivo essi tornarono fuori, come conigli malefici da un cilindro stregato, e alle prime riunioni dell'anno scolastico eccoci lì, dieci insegnanti di Lettere di St. Mary Mead e di Crifosso, rinchiusi in una stanza e obbligati a fare il curricolo di italiano per la scuola media - e non è che le riunioni di Lettere, nella mia scuola, siano mai state molto produttive.
Che dire? Al confronto le bolge infernali sono luoghi tranquilli dove ci si può intrattenere in lieti e ameni conversari.
Il primo anno, dopo una riunione di quattro ore in cui più volte fu sfiorato l'omicidio plurimo, partorimmo un curricolum sinteticissimo di cui eravamo molto soddisfatti, che non piacque alla Nostra Preside perché era troppo sintetico. Contemporaneamente, i colleghi di Matematica videro disprezzare, perché troppo lungo, il curriculum di cui erano a loro volta molto soddisfatti (e che probabilmente avevano realizzato in ragionevole e composta armonia).
L'anno scorso dunque a badare ai curricola c'erano un gruppo di offesissimi insegnanti di Matematica e un gruppo di sfavatissimi insegnanti di Lettere, e tanto per cambiare il primo giorno non compicciammo alcunché.
Il secondo giorno però la rappresentante di Crifosso delle RSU ci spiegò che non dovevamo fare il curriculum per materie e la DS, per legge, non poteva chiedercelo - poteva chiederci solo un curriculum verticale da fare con gli altri ordini di scuola del Comprensivo. Con entusiasmo le credemmo sulla fiducia e passammo a occuparci di altro, ovvero delle malefiche competenze.

Quest'anno abbiamo la Preside Reggente, che ci ha chiesto di fare appunto il curriculum verticale. Con la morte nel cuore abbiamo acconsentito, non potendo fare diversamente, e già ponevamo mano alla scatola degli analgesici che ci sarebbe stata di aiuto per curare l'inevitabile mal di testa che presto ci avrebbe tormentati quando la Preside Reggente ci ha spiegato come si sarebbero svolti i lavori: i dieci micidiali insegnanti di Lettere sarebbero stati diluiti in ben quattro gruppi (italiano, storia, geografia e educazione civica) e sapientemente mescolati con gli insegnanti di elementari e materne.
Ne sono risultati quattro gruppi efficienti e produttivi che nel giro di due riunioni di tre ore l'una han prodotto i curricoli richiesti, e tutto ciò mi ha edificato e commosso - anche perché nel mio cuore alberga la speranza che dopo, almeno per qualche anno, di curriculi non si parlerà più.
Inoltre ho imparato una serie di coserelle interessanti - ad esempio che alle elementari per grammatica non fanno necessariamente tutte le parti del discorso, e accennano solamente all'esistenza dei pronomi, degli avverbi... e del passivo e del riflessivo nei verbi perché i ragazzi non sono ancora capaci.
Sono stata fortemente tentata di avviare una discussione in merito, soprattutto per i pronomi, ma ho poi deciso di tacermi perché ignoro se questa curiosa abitudine è diffusa nelle scuole elementari o è una mattana specifica della nostra scuola e se le indicazioni ministeriali per le elementari effettivamente autorizzano una roba del genere, che a me sembra un emerita cazzata; ma penso che prima o poi mi informerò e cercherò di esaminare meglio la questione. 
Se non altro però, ora che lo so, mi spiego meglio tutta una serie di difficoltà che le prime medie che mi sono passate tra le mani da quando sono a St. Mary Mead incontrano regolarmente sin dal primo testo che gli chiedo di scrivere.

Resta da capire perché la Nostra Preside ha diretto per quattro anni un Istituto Comprensivo tenendo rigorosamente separate le commissioni tra i vari ordini di scuola e ci sia voluta una Reggente che viene dalle scuole superiori e che si occupa di noi nei ritagli di tempo, per partorire la geniale idea di mescolarci per fare i documenti relativi alla scuola. 
Immagino che sia per la la solita questione che qualcuno usa il cervello e qualcuno, essendone piuttosto sprovvisto, non lo fa. O almeno, non mi vengono in mente altri motivi.

venerdì 2 settembre 2016

Jacqueline Kelly - Il mondo curioso di Calpurnia





Quasi quattro anni fa incrociai, proprio nel Venerdì del Libro di Homemademamma cui partecipo anche oggi con questo post,  la recensione  de L'evoluzione di Calpurnia fatta da La Casa di Hilde; mi procurai il libro e lo apprezzai molto anche se notai che non c'era un vero finale, solo una conclusione simbolica con la nevicata, davvero insolita nel Texas, che apriva l'altrettanto simbolico anno 1900 e faceva sperare bene per i progetti della protagonista.
Ho scoperto poi che L'evoluzione era solo il primo libro di una serie - che mi auguro abbastanza nutrita. L'anno scorso è arrivato il secondo volume, e voglio dedicare a entrambi la segnalazione di oggi. 
La serie di Calpurnia riprende nella formula e nella struttura - ma anche nella scelta dei personaggi e nella tipologia degli episodi - quei romanzi o serie di romanzi di formazione dove il/la protagonista è un/a ragazzino/a con un sogno particolare nel cassetto, talvolta avversato dalle famiglie o dalle circostanze, e che si realizza grazie all'impegno dei protagonisti e all'aiuto di qualche Saggio Anziano e di un po' di fortuna.
L'autrice è nata in Nuova Zelanda, cresciuta in Canada e adesso vive nel Texas, dove è ambientata la storia. 
La protagonista è Calpurnia Virginia Tate, detta Callie Vee in famiglia, unica figlia di una covata che comprende anche ben sei fratelli. La sua famiglia è piuttosto benestante e possiede una fattoria ma anche un cotonificio. 
Della famiglia fa parte anche il Nonno, padre del padre di Calpurnia, che è il classico Vecchio Stravagante di questo genere di storie, ma che è anche la persona più colta e istruita del circondario, ed è appassionato di scienza.
All'inizio della storia Calpurnia Virginia Tate ha undici anni, e per lei si avvicina sempre più
l'età in cui dovrà impratichirsi delle temutissime Arti Domestiche. Lei tuttavia è molto più interessata alle scienze naturali, e proprio in quella caldissima estate del 1899 trova nello scorbutico Nonno un alleato e soprattutto un mentore, che la guiderà con adeguate letture, le insegnerà la teoria evoluzionistica e le parlerà dell'importante contributo che tante donne scienziate hanno già dato alla scienza, insegnandole soprattutto ad aiutarsi da sola - un arte verso cui la giovane Callie è abbastanza portata.
Il Nonno però non può intervenire quando Callie viene segregata a fare torte, a ricamare e a fare la calza - tutte attività in cui la fanciulla dimostra una singolare mancanza di talento.
La storia si chiude però con la scoperta da parte di Calpurnia di una nuova specie di veccia villosa, ufficialmente riconosciuta dal Comitato Tassonomia Piante dello Smithsonian Institute, e con una nevicata di buon auspicio che apre il 1900.

Da lì parte il secondo libro, Il mondo curioso di Calpurnia, che copre più di un anno della vita della protagonista.
All'inizio il libro sembra una raccolta di episodi dove sono gli animali vertebrati a farla da padroni (del resto, nell'evoluzione, gli animali soprattutto vertebrati stanno più in alto delle piante in quanto organismi più complessi). Quasi tutti gli animali esaminati sono il risultato dell'insano istinto di Travis, il fratellino di Calpurnia, a raccogliere tutti gli animaletti sperduti che incrocia (col rischio di raccattarne anche qualcuno che sperduto non è), compresi alcuni che, come l'armadillo, sono del tutto inadatti a diventare animali da compagnia; ma entreranno in scena anche animali da compagnia più consueti e addomesticabili: cani, gatti e soprattutto Sciammy, uno sventurato cucciolo nato da un incrocio tra cane e sciacallo che, con singolare razzismo (e mai termine fu più appropriato) viene emarginato sia dai cani che dagli sciacalli che dagli uomini... e perfino un serpente (gulp!) da cassetto che avrà una  parte nell'intreccio.
Animale dopo animale, è inevitabile che entri in scena anche un veterinario, che segnerà una svolta importante nella vita di Calpurnia.
Lentamente viene però introdotto un tema davvero importante: la disparità economica tra uomini e donne, e la conseguente enorme disparità nelle risorse che una famiglia, anche benestante, è disposta a stanziare per l'istruzione maschile e per quella femminile; questo non dipende da un minore affetto per le figlie femmine - entrambi i genitori sono affezionatissimi a Callie, e per lei sono disposti a fare tutto quel che il codice culturale del loro tempo richiede: un buon corredo, dei bei vestiti e perfino, se proprio la ragazza ci tiene tanto, un anno di studi all'università per consentirle di prendere un diploma da maestra.
La disparità risulta in tutta la sua evidenza quando, al momento della distribuzione di un premio in denaro, il padre dà a Calpurnia esattamente la metà di quel che dà ai figli maschi (anche a quelli più piccoli) suggerendole di usarlo per comparsi qualcosa per il corredo.
Una serie di circostanze favorevoli. e soprattutto il concreto esempio di una lontana parente ospite da loro, che magari non è proprio uno zuccherino ma ha idee chiarissime sull'economia, aiutano Calpurnia a entrare nell'ordine di idee che i soldi per l'università si possono anche guadagnare, a rischio di contrastare il codice culturale di cui sopra che prevede che una signorina non chieda mai ricompense per il tempo che elargisce - e così vediamo Callie Vee fare i suoi primi coraggiosi passi, non ancora tredicenne, aprendosi un suo libretto di risparmio, investendo un po' di soldi in un corso di dattilografia e lavorando come assistente, segretaria e fattorino per il veterinario - occasione utilissima anche per imparare qualche nozione di medicina.
Come il precedente, anche questo romanzo si chiude su buoni auspici (l'adozione in famiglia del povero Sciammy e una bella collezione di conchiglie spedita in regalo dalla lontana parente, che pur non avendo mai dimostrato grande affetto a Calpurnia sembra aver capito molto meglio di suo padre cosa le sta veramente a cuore) nonché su un interrogativo inquietante: che fare quando il serpente da cassetto sarà cresciuto troppo per passare dal buco nel muro che gli permette di andare e venire tra il cassetto di Callie e l'esterno della fattoria?
Problemi da naturalista. Gerald Durrell e Konrad Lorenz sicuramente avrebbero simpatizzato per lei, se fossero già nati.

Entrambi i libri, molto gradevoli e avvincenti, sono adatti alla lettura a qualsiasi età a partire dagli otto anni (e particolarmente adatti a giovani lettori appassionati di scienze naturali) e mi auguro che il seguito arrivi al più presto.
Con questo post, oltre ad augurare buone letture a tutti i partecipanti al Venerdì del Libro e a chiunque passi di qua, saluto l'ultimo scorcio di estate che ci aspetta mentre già l'orizzonte è ingombro delle Scartoffie da Inizio Anno.

mercoledì 31 agosto 2016

De Bello Intestino (ovvero sulla bellezza interiore)


E' davvero così bello, l'intestino? 
Impossibile sciropparsi cinque anni di liceo classico (più due di latino alle medie, uno dei quali obbligatorio) e non porsi questa viscerale domanda almeno una quindicina di volte, visto che nelle frasi da tradurre il bellum intestinum, che sarebbe poi la "guerra intestina" ma che viene spontaneo chiamare "bell'intestino" va assai di moda. Per conto mio preferivo trovare il bellum civicum, alias "guerra civile" che offriva assai minor spazio a demenziali giochi di parole, ma purtroppo nessun autore di grammatiche latine ha mai chiesto il mio consiglio per comporre le frasi degli esercizi.

Comunque, se tutti stan lì ammirati a decantare la bellezza e l'interiore armonia del corpo umano, non resta che concluderne che sì, l'intestino ha una sua grazia; di sicuro è parecchio utile.
Le guerre intestine invece, oltre a mancare completamente di bellezza e di armonia, non lo sono affatto; e se è vero che la guerra è quel gioco da cui tutti escono perdenti, che l'unica mossa vincente è non giocare eccetera eccetera, tutto ciò è doppiamente valido per le guerre intestine perché esse sono particolarmente laceranti, seminando ovunque odio e dividendo il padre dal figlio, la moglie dal marito, i fratelli dalle le sorelle e pure i compagni di banco e gli amici del cuore, sempre con risultati disastrosi.
BLEAH!

Attualmente, in Toscana, siamo in piena guerra civile - o forse ci illudiamo di essere in piena guerra civile, e magari il peggio deve ancora venire.
Da diversi anni la Toscana è quella regione dove tutti votano a sinistra, e questo ci ha lasciato relativamente immuni a livello locale dall'ondata berlusconiana. Poi è arrivato il PD, e in molti siamo andati in crisi perché, nonostante le varie componenti dell'ineffabile Destra italiana si ostinino a chiamarlo un partito di comunisti, anche il più moderato tra gli elettori di sinistra non riesce a trovarci dentro un granché riconducibile in qualche modo alla sinistra, e tutto ciò ci sconforta molto. Qualcuno è emigrato verso la cosiddetta sinistra più radicale ma, anche lì, ammettiamolo, Lotta Continua era un altra cosa. Insomma, ci sentiamo un po' orfani.
Ciò nonostante, con santa pazienza, in tanti han continuato a votare PD, pur sentendosi parecchio pirla e citando proverbi del tipo cavarsi la sete col prosciutto.
Poi il PD ha cominciato a fare cose piuttosto strane, tipo sfiduciare a grande maggioranza (non in parlamento, bensì in una riunione del partito) un governo dove uno di loro aveva la presidenza, il tutto al nobile scopo di avere Renzi come Presidente del Consiglio.
Ma forse, una volta conseguito questo risultato, si sono dati una calmata?
No, son lì che si azzuffano vieppiù, e con loro han cominciato ad azzuffarsi tutti i circoli, le associazioni, le formazioni e i cazzi vari che compongono il cosiddetto tessuto sociale della Toscana. I fratelli e le sorelle, appunto. Si azzuffano nei comuni grandi, in quelli medi e in quelli piccoli, e non si campa più, soprattutto se non hai nessuna voglia di azzuffarti senza un motivo ben definito.

In mezzo a tutto questo c'è la riforma della costituzione o, per meglio dire, al momento il pretesto più usato è quello.
Ora, la riforma della costituzione al momento in attesa di referendum confermativo può piacere o non piacere, e ci ha i suoi pro e i suoi contro; ma siccome sono pro e contro abbastanza tecnici è stato deciso (scioccamente, direi. Ma forse non si aspettavano che ci fosse tanta tensione interna?) di non parlare della riforma in sé ma di... boh?
Di cosa stanno parlando in realtà è difficile capire, sono soprattutto slogan e frasi fatte: "Abbiamo eliminato un sacco di poltrone!" "Giù le mani dalla Costituzione!" "Volete un paese retrogrado e mummificato!" "Volete che l'Italia diventi una dittatura!" nella miglior tradizione berlusconiana - solo che i berlusconiani insultavano i loro avversari, di solito, e non i compagni di partito o di associazione.
L'Associazione Nazionale Partigiani ha mandato a dire che la riforma gli rivolta le budella e voterà contro, e perciò è stata coperta di insinuazioni e cattiverie che francamente fanno impressione. Hanno perfino detto che non li vogliono alla Festa dell'Unità. Poi hanno detto che forse. Poi hanno detto che sì, ma non vogliono fare con loro un dibattito sulla riforma, perché essi sono contrari alla riforma in questione (e qui si potrebbe aprire un dibattito sul concetto di dibattito inteso come "conversazione dove tutti sono d'accordo su una determinata cosa").
Adesso nel PD c'è una fazione che strilla che non voterà per la riforma al referendum perché i partigiani sono contrari - che mi sembra un argomento piuttosto cretino, almeno fin quando i partigiani non spiegano nel dettaglio e fuor di slogan perché sono così contrari; ma, comunque la si rigiri, non invitare i partigiani alla Festa dell'Unità è una pura follia e non ci vuole un fine esperto di politica per capire che la base la prenderà molto, molto male.
Poi ci sono quelli - compresi parlamentari che la riforma l'hanno votata - che dicono che voteranno contro la riforma per mandare a casa il governo Renzi - e non si capisce perché non si limitano a sfiduciarlo, il governo Renzi, come han fatto con quello di Letta, che sarebbe un modo rapido e inappuntabile per mandarlo a casa.
E ci sono anche quelli non vogliono la riforma costituzionale perché non vogliono l'inceneritore e la pista allungata all'aeroporto o cose del genere, e gli viene risposto, da gente che ha sempre odiato l'aeroporto e pure l'inceneritore, che invece l'aeroporto è bello, bravo e buono e l'inceneritore lo mettono anche nelle spa perché è tonificante.
Chi sta fuori dalla Toscana vede bene che nel partito stanno litigando, ma chi vive in Toscana sa che non stanno litigando, bensì si stanno divorando vivi: abbiamo vecchi amici che non si salutano più, clienti che disertano librerie dove si sono serviti con piacere per decenni, compagni di bevute che si insultano sui social, biblioteche pubbliche che cominciano a selezionare le conferenze in base all'appartenenza del relatore a questa o quella associazione a seconda di come l'associazione si è schierata o di come loro pensano si sia schierata in cuor suo pur non dicendolo apertamente.

Ora, se non passa la riforma costituzionale il mondo andrà avanti e l'Italia pure: faranno un altra riforma o non ne faranno affatto, e ciò potrà essere un bene oppure un male, ma non un problema irrimediabile.
Se il governo Renzi andrà a casa ne faranno un altro. Abbiamo cambiato più di cento governi, da quando è iniziata la repubblica, e abbiamo imparato con i fatti che un governo di cui dir male nessuno ce lo negherà.
Ma se la Toscana diventa un campo minato rispolverando la buona vecchia tradizione delle lotte tra guelfi e ghibellini e, una volta eliminati i ghibellini, tra guelfi bianchi e guelfi neri (e più avanti, eliminati i guelfi neri, tra guelfi bianchi a righe rosa e guelfi bianchi a quadretti verdi) le conseguenze rischiano di essere a lungo termine, e molto più laceranti di qualsiasi crisi di governo o riforma costituzionale.

Ce la possiamo fare?

giovedì 25 agosto 2016

In attesa di ricominciare


Strana stagione, l'estate. Arriva Ferragosto e sono talmente immersa nella felice dimensione extrascolastica, senza obblighi e senza orari, spengendo la luce alle quattro del mattino e risvegliandomi alle undici, caffé in mano per la prima, tranquillissima navigata del risveglio con giochino di caccia al tesoro annesso, da domandarmi ogni anno  come diavolo farà a rientrare in quello stranissimo mondo dove tutto è  incredibilmente scolastico e dove il calendario e l'orologio hanno una parte  tanto importante nella costruzione della giornata. Mettere la sveglia, ripassare la spedizione dei Mille, preparare il compito di grammatica sui complementi di tempo, trascrivere i voti delle comprensioni del testo... Ma davvero è esistita una vita in cui lo facevo?
Eppure, già nella tardissima mattinata del 16 Agosto (perché nella prima e seconda mattinata dormo, e se il telefono squilla lo lascio fare, guardandolo con benevola indulgenza prima di voltarmi dall'altra parte e riprendere qualche improbabile sogno) qualcosa comincia a strisciare dalle fessure.
E pigramente si riaffacciano strani interrogativi.
Che si fa con l'Europa, quest'anno? La mia futura seconda non è classe da interessarsi più di tanto ai problemi dell'Unione Europea. Se cominciassi con un bel giretto di assaggio sugli stati piccolissimi, tutti insieme?
Già, ma avrò ancora quella classe? E l'avrò per tre ore o per quattro?
Quest'anno è rimasta una sola classe a tempo prolungato, dunque Lettere ha perso cinque ore e vanno ristrutturate le cattedre. Inoltre, per nostra grande perversione (di cui sono innocentissima perché quell'anno non ero a St. Mary Mead) nelle classi a tempo normale finora abbiamo, anzi hanno, avuto tre ore per fare storia e geografia - che è un idiozia completa e totale. Tutte le scuole sennate hanno da tempo accorpato la demenziale ora di Approfondimento a Storia e Geografia, noi ancora no. Finora avevo ottenuto di fare tutte le dieci ore in una classe, più Storia e Geografia per sei ore al Prolungato (ma un ora era di mensa) più due Approfondimenti dove facevo quel che voleva la titolare senza intromettermi. Quest'anno non si sa. Ma se davvero mi ritrovo a fare Storia e Geografia in tre ore dovrò arrangiarmi in qualche modo.
L'unica cosa che sembrerebbe sicura è che riavrò la Nuova Arrivata (non più tanto nuova, ormai) come partner per la ex-Prima ormai diventata Seconda, e al sol pensiero sento il latte scorrere possente verso le ginocchia e anche più in basso, e mi assale anche una gran voglia di litigarci (con la collega, non col latte); ma certo occasioni non ne mancheranno.
Dovrei scegliere i film da vedere, almeno quelli di apertura dell'anno. Per due classi o per tre?
E poi c'è la Gran Riforma Costituzionale, che se passa al referendum dovrò ben spiegargli nel dettaglio, ma per spiegargliela io per prima dovrò saperla per benino. Vabbe' che per votarla dovrò ben imparare di che si tratta, ma la futura Terza, se non è parecchio cambiata durante l'estate, spaccherà il capello in quattro e le palle in sedici. 
Il Senato... ah, l'incubo del Senato. Com'è, come sarà, come dovrebbe essere? E che dire del malefico Titolo Quinto?
Se quelle bestiacce inconcludenti avessero tenuto fede alla prima idea, cioè votare a Settembre, avrei avuto subito il risultato e quindi saputo come regolarmi, mentre così rischio di ritrovarmi sotto l'albero, col nastro argentato in una mano e il nuovo testo della Costituzione nell'altra. 
Che palle, davvero. Magari appendo anche quelle all'albero.
Seguire le discussioni sul referendum non tanto prossimo venturo su Facebook è un vero strazio, solo frasi fatte e luoghi comuni, e nessuno che si preoccupi di spiegare in modo semplice, chiaro e gradevole la questione del titolo quinto.
Proprio vero, gli insegnanti sono trascurati e nessuno si occupa di loro. 
Che faccio, salto lo Statuto Albertino? Perché se parlo dello Statuto Albertino certe cose sulla Costituzione devo dirle... a fine Settembre.
Uffa.
Non so che classi avrò, non so su che libri devo prepararmi (salvo che per la Terza) e non so come fare ad arrivare alla Seconda Guerra Mondiale prima di Maggio.

Speriamo almeno che le classi me le dicano il primo Settembre, e non il 14 come l'anno scorso.
E poi chi ce le dovrebbe dire?
Non solo non abbiamo le classi, non sappiamo nemmeno che preside avremo.

Quindi avrei tutto il diritto di continuare col mio beato letargo estivo.
Perché il mio subconscio è così refrattario a capirlo?

venerdì 19 agosto 2016

La contessa segreta - Olga Ibbotson

Olga Ibbotson è famosa soprattutto come autrice per ragazzi, ma questo libro non ha un target di età preciso - anche se ogni ragazzina o giovinetta ne può trarre gran piacere.
La copertina è azzeccatissima (evento molto raro nell'editoria italiana), il rigo scritto sotto il titolo per presentare la storia molto meno: si tratta senz'altro di una storia d'amore, ma descriverla come "la storia di un grande amore, una sfida a tutte le convenzioni sociali" la fa più drammatica del necessario; cioè, drammi volendo ce ne sono, ma sono raccontati in modo assai felpato e il tutto si legge con gran piacere e godimento. 
E' senza dubbio una bella storia d'amore, comunque.

Andiamo per ordine: la prima guerra mondiale è appena finita, e in Russia c'è stata la rivoluzione. Inoltre in Inghilterra, dove si svolge quasi tutta la vicenda, c'è una discreta crisi economica che incide a tutti i livelli.
E così la bellissima e lussuosa... beh, diciamo ex-lussuosa tenuta di Marsham, dove vivono i conti di Westerholme, è in piena decadenza. Il giovane conte Rupert però ha trovato per puro caso un eccellente soluzione, fidanzandosi con una ricchissima ereditiera di grande bellezza e fascino, che ha conosciuto all'ospedale militare dove la fanciulla, infermiera volontaria, lo ha amorevolmente curato. 
Adesso è tempo che la bella ereditiera vada a Marsham, per celebrare il matrimonio ed essere presentata a famiglia e vicinato con tutte le cerimonie del caso.
Nello stesso periodo a Marsham approderà anche una giovane e adorabile cameriera, Anna, che si è rifugiata in Inghilterra dalla Russia, dove fino a poco tempo prima lei e la sua famiglia erano ricchi oltre ogni immaginazione.
Con grande sollievo della lettrice di turno (io) il conte inglese e la contessa russa in incognito non passeranno trecento pagine e passa a becchettarsi e insultarsi, com'è ormai d'uso nella stragrande maggioranza dei romanzi d'amore: infatti il conte Rupert è uno squisito gentiluomo, molto attento a non urtare i sentimenti altrui, mentre Anna, oltre che bella e gran lavoratrice, ha un carattere solare e gentile e una gran comprensione dell'animo umano.
E la fidanzata? 
La fidanzata è un tipo particolare, molto particolare, con una grande passione per l'eugenetica - per esempio non le piacciono gli ebrei e nemmeno gli storpi o i mentecatti. In compenso quasi tutti gli altri personaggi non hanno niente contro le bambine afflitte da qualche leggera malformazione fisica, mostrano un buon grado di comprensione verso le persone un po' confuse mentalmente e la ricca famiglia ebrea approdata di recente nelle vicinanze è assai ben vista da tutti. L'arrivo della fidanzata sarà dunque destinato a creare parecchi attriti, e non certo per colpa di Anna.

E' un romanzo storico costruito con molto garbo e accuratezza: ci sono i problemi con la servitù (la servitù ha una parte molto importante nell'intreccio), le complicazioni con i vicini, i traumi da bombardamenti, il vecchio zio un po' suonato, l'ombra delle problematiche di razza che comincia lentamente a incombere, l'antisemitismo nemmeno troppo strisciante, i musicisti dell'epoca, un corpo di ballo russo assai vivace, le ragazze a caccia di marito, i giri di compere e il tema, sempre molto serio, delle Prove dei Vestiti e della Scelta delle Damigelle - perché c'è un Grande Matrimonio da allestire e non te la puoi cavare con un aperitivo servito agli ospiti in terrazza. 
Le rose, anche. Un sacco di rose. Un cigno di meringa. Una bellissima cavalla bianca (il dono dello Sposo alla Sposa).
E ci sono anche molti dei topi letterari ricorrenti nei romanzi dell'epoca in cui è ambientato:  gli aristocratici russi in esilio, allegri e di buon cuore, il Grandioso Ballo verso cui punta tutta la vicenda, un bel po' di questioni sociali e anche il ritrovamento finale di un tesoro scomparso che risolverà parecchi problemi.
C'è poi una villa inglese assolutamente incantevole che qualsiasi amante del genere adorerà, e un sacco di informazioni sulla vita della servitù all'epoca. 
E' una lettura piacevole, luminosa, rilassante e che fa bene all'anima, nonché una bella storia d'amore, anzi due (volendo, anche tre). Di amore in effetti si parla parecchio, senza limitarsi alle coppie da formare. Per esempio anche la villa è molto amata, e ama molto i suoi abitanti.

E' una lettura che va bene in spiaggia, naturalmente, ma la vedrei molto bene anche in parchi e giardini, sotto gli alberi, all'aperto. Rende bene soprattutto in un clima di mezza estate o tarda primavera, secondo me.
Con questo post idilliaco partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e una felice chiusa d'estate a chiunque passi di qua.

mercoledì 17 agosto 2016

17 Agosto 2016 - Giornata della valorizzazione del Gatto Nero (ma non solo dei gatti, e non solo di quelli neri)

Com'è noto, qualsiasi persona provvista di un minimo di logica sa che un gatto nero non porta con sé alcun influsso malefico, ma solo il piacere che ogni bel micio è in grado di elargire.
E infatti nessun micio si sognerebbe mai di discriminare un gatto nero in quanto nero, come ben dimostrano queste foto, fornite per gentile concessione da Acquaforte:

La deliziosa, piccola gattina quasinera chiamata Magò è stata accolta con amichevole ospitalità dal più grande gatto quasibianco Benjamin, già ospitato su questo blog qualche tempo fa.
I due ci offrono una piacevole e affettuosa simmetria molto miciosa e non priva di possibili raffronti con la classica raffigurazione yin-yang:
Un altro esempio di simmetria miciosa bianco-nero ci è offerto da Eva*, che mi ha inviato la foto di due gatti (o gatte?) della sua amica Chiara:  (osservate il delicato gioco di rimandi tra cravatte, mascherine eccetera):
I gatti sono consapevoli che esiste una sola razza, quella felina, indipendentemente dal colore e dalla taglia, e non si perdono in assurde discriminazioni.
Nella speranza che l'umanità prenda esempio da loro, dedico ai gatti neri e diversamente neri (o anche diversamente gatti) una bella canzone che giocava appunto sulla simmetria dei colori, estesa financo ai cantanti:

* (in questi giorni in lutto stretto per la dipartita del bel Fred, stroncato da infausta malattia e che, pur non essendo affatto nero, era un gatto molto bello e ricco di pregi)

domenica 14 agosto 2016

Haeretica - La Disciplina - 5 - Il rapporto tra pari


Tra le mie molte stravaganze insegnantesche ce n'è una che è talmente stravagante che a malapena per molti anni ho osato confidarla in privato a carissimi colleghi amici con cui non ho mai lavorato e assai difficilmente avrò occasione di lavorare. La loro reazione unanime mi ha convinto di aver agito con molta accortezza evitando con cura di espormi sull'argomento a scuola.
Col tempo le cose sono un po' cambiate, anche perché sono alla media di St. Mary Mead - e forse sono cambiate anche fuori da St. Mary Mead. Ma insomma la stravaganza di cui vado adesso a parlare continua a godere della generale disapprovazione nel corpo insegnantesco e solo raramente può essere apertamente esposta a piccolissimi gruppi di docente selezionati con cura senza scatenare la generale e totale disapprovazione.
Così, ben nascosta dietro il mio paravento, mi confiderò con il mio blog, in estiva e tranquilla solitudine, cercando di esporre i motivi morali, culturali, temperamentali, sociali e bocciofili per i quali codesta stravagante idea si è radicata nel mio animo perverso - perché è proprio radicata, e il massimo di compromesso che riesco ad accettare è tacerla, regolandomi su di essa ma parlandone il meno possibile.

Ed eccomi che esco allo scoperto: valutando la condotta, trovo molto più grave la mancanza di garbo e/o rispetto verso i compagni che quelle verso un insegnante.
Passo ora a spiegarne i motivi.

Il primo e basilare motivo è che, se io sono lì dove sono, in quella classe con l'alunno che mi cencia, è perché ho firmato un contratto in merito. Certamente nel contratto non era scritto che avrei trovato alunni che mi cenciavano, ma in fondo sono lì in una classe a insegnare per mia libera scelta. Potevo fare un altro lavoro, o scegliermi un'altra scuola. E poi a fine mese mi pagano, e in fondo nel contratto non era nemmeno scritto che avrei trovato solo angeli rispettosi. Inoltre a fine quadrimestre e a fine anno io darò il voto a chi mi cencia, lui no. Non è un rapporto alla pari, ho modo di rivalermi (che scelga o no di farlo è un'altra questione) e l'alunno che mi cencia lo sa.

Un alunno che cencia un insegnante può avere le sue ragioni. Attenzione, non sto parlando di garbate rimostranze o di un opposizione motivata basata su torti più o meno reali da me inflitti, sto parlando di autentici sgarbi o male parole. Il problema, tanto avvertito e così spesso tirato in ballo nei Consigli di Classe che l'alunno Tale o Talaltro "è polemico" e "mi guarda dall'alto in basso" e insomma "non è rispettoso" o critica certe mie scelte o comportamenti non lo ritengo tale: se mi guarda dall'alto in basso penso che a questo mondo ognuno guarda gli altri come gli pare, se è polemico cerco di rispondergli spiegando come e perché faccio quel che faccio e lo ascolto - e se alla fine mi sembra che abbia ragione mi regolo di conseguenza. Lavoriamo insieme, ed è mio dovere fare quel che posso per creargli un ambiente di lavoro confortevole.
Sto parlando di dispetti, scherzi del cavolo, offese, aperti tentativi di sabotare la lezione. Certe volte sono comportamenti dettati da estrema leggerezza, ma c'è sempre sotto qualche problema del ragazzo - e quando l'alunno ti rende sistematicamente impossibile la lezione i problemi sono decisamente seri. 
Ma, per quel che mi risulta, non si dà mai il caso in cui l'alunno che rende impossibile la lezione si comporti correttamente con i compagni, per cui si ritorna al discorso di prima: tanto vale intervenire soprattutto sul secondo aspetto, perché il primo a quel punto risulta marginale.
Tralasciamo dunque il caso dell'alunno con scompensi neurologici che, poniamo, sputa addosso all'insegnante; perché lì non è questione solo del voto di condotta - e sono quei casi in cui gli insegnanti si ritrovano abbastanza disarmati e i compagni pure (perché di solito sputa anche addosso a loro, e con molta più frequenza di quel che fa con l'insegnante).

Un alunno che manca di rispetto a un insegnante ed è compiutamente in grado di intendere e di volere fa una scelta e sceglie di opporsi all'elemento più forte della classe. Corre consapevolmente un rischio e si prende le sue responsabilità - anche nel peggiore dei casi, quando è convinto di godere di una certa impunità, sa che qualche conseguenza potrebbe comunque esserci.
Un alunno che prende in giro i compagni o li sottopone a prepotenze varie (di solito facendo ben attenzione a non farsi notare dall'insegnante) fa anche lui una scelta, e prende di mira un elemento debole. Di solito, anzi, ha cura di scegliere l'elemento più debole: lo straniero, quello in posizione sociale più bassa, quello malvisto dai compagni, quello che i compagni non si preoccupano di difendere, quello che non è capace di difendersi da solo. Oggi lo chiamano bullismo, quando a farlo sono ragazzi minorenni, ma di fatto si tratta di prepotenza pura e semplice compiuta su qualcuno che per i più  vari motivi non reagisce, ed è una prepotenza fatta con la beata convinzione (spesso, ahimé, assai fondata) che la cosa resterà senza conseguenze disciplinari, vuoi perché gli insegnanti non se accorgono, vuoi perché fanno conto di non accorgersene, vuoi perché stabiliscono che "non è grave" e che "sono cose tra ragazzi e non è bene interferire".

Lo spettro delle possibilità è molto ampio: si va dal singolo alunno che prende di mira un compagno o due e li offende nei modi più classici, fino a gran parte  della classe che prende di mira uno o più elementi che vengono usati come punching ball, ideali quando uno si sente un po' giù e vuole scaricarsi i nervi. Oh sì, anche in questo caso ci sono delicate motivazioni psicologiche legate al disagio interiore del molestatore ma, siamo seri: quale adolescente su questa terra non è a disagio? Anzi, quale essere umano su questa terra non è a disagio? E una volta sfogato il disagio sul malcapitato di turno, quale adolescente (o essere umano) ne trae un concreto e duraturo beneficio?
La risposta a tutte e tre le domande mi sembra una sola: NESSUNO.
Usare dunque i compagni di classe come punching ball è una pratica inutile nel migliore dei casi per chi la fa, piuttosto dannosa nel migliore dei casi per chi la subisce e del tutto deleteria per l'ambiente di classe. E' dunque opportuno sanzionarla con grande decisione, senza farsi troppe seghe e senza perdersi nell'autocoscienza collettiva per portare avanti il discorso.

Anche perché c'è un altro fattore da considerare, e ogni tanto lo ripeto in classe: Gli adulti sono per voi un incidente di percorso, ma i coetanei sono quelli con cui avrete a che fare per tutta la vita. Dovete imparare a trattarli correttamente e a evitare gli attriti non necessari, e soprattutto prima imparerete a lavorarci insieme e meglio sarà, perché per tutta la vostra vita lavorativa avrete a fianco i coetanei, e se non saprete lavorarci la vostra carriera ne risentirà.

Per difendere questo mio eretico punto di vista sono perciò entrata nella sottocommissione POF addetta alla preparazione della tabella delle motivazioni del voto di condotta. E siccome là dentro non ero del tutto sola in cotal eresia, dopo qualche discussione, un po' di lamentele e un accorto uso del metodo panzer, la fazione eretica ha infine prevalso, non senza qualche merito da parte mia, e adesso all'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead, almeno sulla carta, il comportamento con i pari è uno dei principali indicatori di cui tenere conto nell'assegnazione del voto in condotta.
E di ciò sono molto fiera
anche se evito di vantarmene in pubblico.

mercoledì 10 agosto 2016

Boschi della Terra di Mezzo - 5 - Le Entesse


Anche se tendenzialmente gli Ent possono vivere all'infinito, sono una razza in via di estinzione. Qualcuno si sta alberizzando, sì, e qualcuno è morto per gli accidenti della vita. Ma il vero problema è che non hanno germogli ent: ne hanno avuti alcuni, in epoche molto lontane, ma poi perdettero le entesse.
"Quando il mondo era giovane, e i boschi vasti e selvaggi, gli Ent e le Entesse camminavano e vivevano insieme. Ma i nostri cuori non svilupparono i medesimi sentimenti"
racconta Barbalbero "gli Ent si erano affezionati ai grandi boschi selvaggi. Ma le Entesse si occuparono delle piante più piccole, dei prati illuminati dal sole ai margini delle foreste; videro le prugnole sugli alberi, i meli ed i ciliegi selvatici fiorire in primavera, l'erba verde crescere in estate nelle terre irrigue, ed i semi germogliare nei campi in autunno.

Entwife - Natalia Nikitin
Esse non desideravano parlare con queste cose, ma volevano essere ascoltate e obbedite. Le Entesse ordinarono loro di crescere secondo i propri desideri, e di produrre frutti e di portare foglie a volontà; le Entesse infatti volevano ordine, abbondanza e pace, e ciò per loro significava che ogni cosa doveva restare al posto che esse avevano stabilito. E crearono giardini, per abitarli. Molti uomini appresero l'arte delle Entesse e furono estremamente riconoscenti".
Insomma, mentre gli Ent si concentrarono sulla loro alberità, le Entesse inventarono l'agricoltura e la insegnarono agli uomini, mettendo le piante più piccole al loro servizio. Si potrebbe dire che, per amore di dominio, domarono le piante e le legarono alla catena della produzione agroalimentare, oppure che cercarono di produrre qualcosa che fosse utile anche alle altre specie - quelle che camminavano liberamente su due gambe, verso cui non provavano alcun rancore e a cui anzi elargirono un dono senza prezzo: prima dei loro utili insegnamenti, infatti, uomini (e hobbit, si suppone) vivevano allo stato di cacciatori e raccoglitori, insomma carne arrosto o bollita e  bacche, radici e funghi (come si alimentassero gli elfi, che da millenni imperversavano per il mondo, non è dato sapere).
Quello dell'agricoltura è il più antico mestiere del mondo, nella nostra storiografia: caccia,  raccolta di bacche e perfino allevamento sono infatti praticati anche dagli animali, mentre l'agricoltura è una caratteristica esclusivamente umana. I campi biondeggianti di grano e i frutteti carichi di pesche e susine segnano l'inizio della civiltà umana, ma portano con sé la fine della libertà delle piante, rinchiuse in giardini e condannate a produrre, produrre e ancora produrre. Ordine, pace e abbondanza: piatti pieni su tutte le tavole, frutteti e orti ben strutturati e curati, bellezza e rigoglio ovunque.
Chi aveva ragione?
Dal punto di vista umano le Entesse, senz'altro. Dal punto di vista vegetale non so, ci sarebbe parecchio da discutere e sarebbe interessante sentire cosa ne pensavano gli Ucorni.
Quel che è certo è che la separazione degli Ent maschi dalle Ent femmine si rivelò un disastro per la razza degli Ent nel momento in cui le Entesse... scomparvero. 

Gli Ent maschi erano rimasti nelle foreste, ma andavano ogni tanto a trovare le loro Entesse. Non risulta che le Entesse facessero altrettanto, perché erano assolutamente soddisfatte della loro scelta. Coltivare la terra le aveva cambiate anche fisicamente: erano diventate più curve e brune "avevano i capelli riarsi dal sole e del colore del grano maturo, e le guance rosse come mele. Eppure gli occhi erano ancora come i nostri".

Fimbrethil, consorte di Barbalbero

Ad ogni modo i giardini delle Entesse cambiarono più volte locazione, dopo ognuna delle venute dell'Oscurità, rifiorendo ogni volta più belli e fertili. Eppure ci fu un triste giorno in cui gli Ent trovarono solo terre bruciate: "era tutto un deserto, ogni cosa bruciata e sradicata dalla guerra devastatrice" e niente più tracce delle Entesse. Gli Ent le cercarono, e chiesero loro notizie. Seppero solo vagamente che erano andate a sud, oppure a est, oppure... insomma, le cercarono e non le trovarono mai più. 
Per confortarli, gli Elfi scrissero delle canzoni. Che altro potevano fare?
Barbalbero ne canta una, una specie di contrasto dove nell'ultima strofa i due rami della razza si riuniscono dopo aver perso entrambi le loro dimore:
Insieme allora nella bufera fianco a fianco ad ovest ce ne andremo
Ed una terra dove i nostri cuori riposar potranno troveremo.
Tuttavia niente di tutto ciò è avvenuto nel tempo in cui Barbalbero incontra gli hobbit, e l'Ent sospira che le canzoni, come gli alberi, portano frutti solo a tempo giusto e a modo loro; e a volte appassiscono anzi tempo".

Dove erano finite le Entesse? Esistevano ancora, nella Terra di Mezzo?
Un affascinante teoria  sostiene che, almeno per un certo tempo, hanno avuto cura dell'Ithilien, che non a caso veniva chiamato il giardino di Gondor, e trova le loro tracce... in una ciotola di pietra piena d'acqua, simile a quelle che c'erano nella casa di Barbalbero visitata dagli hobbit. In tutti i casi Tolkien non ha lasciato tracce molto esplicite - ma va pur considerato che il Signore degli Anelli  pullula di leggeri accenni abilmente nascosti nelle pieghe del testo.

La storia ha un tono squisitamente vittoriano, a partire dalla teoria (nata, mi sembra, proprio in quegli anni) che vuole le donne come inventrici dell'agricoltura: senz'altro un bel titolo di vanto per il nostro sesso, e tuttavia mi sono sempre chiesta se esiste un qualche elemento oggettivo su cui basarla, al di là dell'opinione che gli uomini avevano in quell'epoca sulla natura femminile: i maschi rincorrono l'infinito, i misteri, studiano la natura alberesca, mentre le femmine sono portate verso le piante più piccole e produttive, vogliono un piccolo regno dove comandare ed essere obbedite, cercano la regola, la pace, l'abbondanza e si occupano di ciò che ha un utilizzo pratico. Una volta passato l'entusiasmo della giovinezza, quando i sogni e i sentimenti sono gli stessi, i cuori di maschi e femmine prendono direzioni diverse, anche se l'affetto nella coppia permane immutato. 
E' la crisi della coppia, un tema molto presente nella letteratura degli anni di Tolkien: non la coppia che si separa per contrasti o perché nuovi interessi sentimentali han preso il posto dell'antico amore - tutte cose cui un divorzio potrebbe porre rimedio - ma la coppia che si continua ad amare ma che ha interessi in gran parte separati perché maschi e femmine, maturando, sviluppano interessi diversi essendo diversi per natura (Tolkien stesso visse un matrimonio assai felice dove però i coniugi, pur continuandosi sempre ad amare, avevano interessi in larga parte divergenti. Per coltivare i suoi, del resto, Tolkien preferì sempre la compagnia maschile).
La separazione degli Ent dalle Entesse non avviene per leggerezza, motivi futili o scarsità di sentimento, ma perché i due rami della razza sono intrinsecamente diversi, e davanti a questa differenza naturale l'autore non riesce a trovare altro che la possibilità di una riunione "dopo" che la vita ha seguito il suo corso.
Resta un ultima osservazione da fare: in questa storia le Entesse sono mute, come spesso le controparti femminili delle razze di Tolkien. Pochissimo sappiamo delle signore hobbit, poco delle donne, le Entesse appaiono solo di riflesso nel racconto di un Ent malinconico, quasi nulla viene detto delle nane, nulla del tutto delle orchette. Solo la voce delle Elfe risuona con una certa chiarezza.