Il mio blog preferito

venerdì 22 maggio 2015

Jurassic phone

La regione Toscana ha avuto la savia pensata di fare un sondaggio a scuola tra le giovani leve per conoscere i loro gusti, inclinazioni, passatempi eccetera. Ottima idea, certo, peccato che abbiano deciso di farcelo proprio a Maggio, mese in cui il povero insegnante è già oberato dei più vari impegni che regolarmente gli impediscono di fare lezione, come da me già deprecato pochi post fa.
Il sondaggio va eseguito a scuola, e fatto rigorosamente on line. E anche questa sarebbe una buona idea se non fosse che in molte scuole la situazione telematica non sempre è delle migliori.

Alla media di St. Mary Mead ci siamo guardati negli occhi. 
"Quante postazioni funzionanti e collegate con Internet abbiamo?"
"Dice che sono otto".
Di queste otto due hanno computer lentissimi.
"Va bene, lo faremo a rate".
Martedì Mattina, dopo esserci accertati che quel giorno il collegamento funzionasse, la Terza Debosciata si avvia in aula informatica.
"Otto di voi faranno il test, gli altri otto avvieranno lo schema sulla seconda guerra mondiale".
I gruppi che fanno storia si dispongono fortunosamente ai tavoli centrali, gli otto fortunati prescelti per la prima tranche si posizionano ai computer.
"Accendete i computer e andate su Google".
E tutti vanno su Google. Poi sul sito del questionario. Cliccano sul questionario e gli viene spiegato che c'è un questionario. Cliccano di nuovo dove gli spiegano che c'è un questionario. Appare la schermata con la richiesta della password. Comunico a gran voce la password.
Tutti inseriscono la password, e a tutti appare una bella schermata che dice che la pagina non è raggiungibile perché il server è giù di corda. Il loro, non il nostro.
La scena si ripete il giorno dopo e due giorni dopo. Prima di noi e financo dopo di noi altre classi svolgono il loro bravo questionario senza colpo ferire. Cominciamo a sentirci perseguitati dalla malasorte. 
Frate Leone, pecora di Dio, tutti fanno il questionario fuori che io.
Stamani, finalmente, il server è di buon umore e ci risponde.
Gli otto fortunati cominciano a inserire.
"Prof, qui che cosa devo scrivere?"
"Fai tu, il questionario è tuo, non mio. Nelle istruzioni c'è scritto che non devo interferire".
"Prof, cos'è un garante?".
Ci resto male. "E' uno che garantisce. Un magistrato".
"E cosa fa un garante per l'infanzia?"
"Tutela i diritti dell'infanzia, immagino".
Una volta di più mi domando come mai una classe che per tre anni è stata affidata alle mie coltissime cure abbia un lessico così minimale. Li ho nutriti a buone letture, gli ho spiegato come funziona la Costituzione, gli ho insegnato come nasce una legge e come si forma un governo, ma a malapena sanno cosa vuol dire abdicare al trono. Le altre terze della scuola sono terze normalissime, e parlano e scrivono come si conviene a dei quattordicenni mediamente istruiti. I miei hanno un vocabolario che farebbe vergogna a un profugo sceso dal barcone cinque giorni fa, nonostante tutti i miei sforzi. Una volta di più mi dico che una classe così è una preziosa risorsa per un insegnante perché lo aiuta a non montarsi la testa. Qualche settimana fa uno di loro ha sostenuto, con Matematica, che non conosceva il significato del verbo "confrontare" perché nessuno gliel'aveva mai spiegato. Qualche giorno fa un altro ha scritto qubo col q. Per la prima volta in vita mia tremo al pensiero della prova Invalsi dell'esame, che finora tutte le mie terze hanno svolto serenamente e con brillanti risultati (come le altre terze della scuola, del resto).
"Ma che domande fanno?" si lamenta Iriza guardando indignata lo schermo "Certo che ho un cellulare, tutti hanno un cellulare. Anche la prof, se vive in questo mondo, ne ha uno. Vero prof?"
"Mhh. Veramente ho solo un aggeggio giurassico, che tengo sempre spento. L'ho comprato per poter avvisare la scuola se il treno era in ritardo, cose così".
Mi guardano perplessi.
"Non mi piace essere sempre raggiungibile, ventiquattr'ore su ventiquattro" spiego in tono di scusa.
"Io vado in ansia se non sono raggiungibile" ammette Arwen.
"Probabilmente alla vostra età avrei visto le cose in modo molto diverso" convengo "E sarei stata contentissima di avere uno smartphone".
Arwen e Ingrid mi guardano con interesse archeologico. "Com'era ai suoi tempi, prof?".
"Completamente diverso. C'era solo il telefono fisso, e i genitori che si lamentavano che ci passavi troppo tempo e che il telefono non era mai libero. Sapevano sempre chi ti chiamava, e dopo facevano un sacco di domande: 'Chi era? Perché il Tale non telefona più? Chi è il Talaltro che ti ha cercato oggi?'".
Le ragazze rabbrividiscono all'idea.
"Stavi praticamente in piazza. Una vera seccatura".
Annuiscono, comprensive.
"Allora si cercava di prevedere le chiamate, per essere a portata di cornetta appena squillava il telefono. Di solito c'erano diversi telefoni in casa, si trattava di riuscire a rispondere per primi. A volte invece c'era un solo telefono, e te ne stavi in piedi in mezzo alla famiglia a parlare dei fatti tuoi. Una vera scocciatura".
Mi ascoltano, affascinate. Ritorno col pensiero a trent'anni fa, all'epoca delle cabine, della caccia agli spiccioli e dell'eterno lamento del genitore che sbuffava perché il telefono era sempre occupato. Scene di un passato lontano.
"Sotto questo aspetto, oggi le cose sono davvero cambiate".
Chissà se riescono a immaginarselo, un mondo senza cellulari. Ormai faccio fatica anch'io, che pure ci ho vissuto dentro per anni.

lunedì 18 maggio 2015

Hortodoxa - 17 Maggio 2015 - Giornata mondiale contro l'omofobia - Oggi parliamo di lesbiche

John William Godward - Nel giorno di Saffo (1904)

Mentre per gli uomini che amano accompagnarsi ad altri uomini ci sono sempre state decine e decine di parole diverse, una più sgradevole dell'altra, almeno fin quando un anima buona decise di dedicargli la parola gay*, per indicare le donne che amano le donne vengono da sempre usate soprattutto due parole, entrambe di altissima derivazione letteraria: da una delle più grandi poetesse di sempre, Saffo, deriva l'espressione "amore saffico" e dall'isola Lesbo, dove Saffo vide la luce, nacque l'appellativo "lesbica", che per quanto taluni si ingegnino di usare con varie alterazioni, resta pur sempre parola di origini colte e raffinate.

Di lesbiche si parla poco, e si tende a rimuoverle, soprattutto in Italia, come se non esistessero e se l'omosessualità fosse questione esclusivamente maschile. La cosa presenta anche dei tratti divertenti, come sa chiunque si sia intromesso in rete o dal vivo in qualche accesa discussione maschile sulle adozioni gay per osservare con aria angelica "Ma in fondo per le donne è già legale, no? Per loro la legge non serve, possono fare legalissimamente tutti i figli che vogliono"** causando sempre una pausa di silenzioso sgomento prima che la rissa riprenda.

Ogni tanto comunque qualcuno provvede a rimediare a questa inspiegabile rimozione: di recente ad esempio tal Felice Balloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, ha ricordato a tutti noi che le lesbiche esistono, sì, e sono le ragazze che giocano a calcio. Con grande finezza infatti costui, il 5 Marzo 2015, durante una riunione del Consiglio di Dipartimento Calcio Femminile, nel corso di un accesa discussione sui finanziamenti da erogare al calcio femminile dilettante, ha chiuso la questione con l'ormai celebre frase "Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche!". Il verbalizzatore ha trascritto questa perla nel verbale - unica frase di tutta la riunione citata come discorso diretto. Qualche anima buona ha poi provveduto a diffondere prima la frase, poi l'intero resoconto della seduta. 
Da allora chiunque sia in qualche modo collegato con lo sport per dilettanti depreca e si scusa con grandi inchini non appena incrocia una femmina più o meno sportiva, mentre le lettere di protesta contro Balloli fioccano da ogni parte, e tutte le calciatrici d'Italia sono molto, molto, molto irritate. Balloli in compenso concede sette interviste al giorno per spiegare che quella frase non l'ha detta, che l'ha detta ma non in quel contesto e in quel modo, che nessuno può dimostrare che l'abbia effettivamente detta e, naturalmente, che lui non si dimetterà, no, no e ancora no - mentre per contro parecchi dei presenti si sono fatti vivi per dire che loro quella frase se la ricordano benissimo, altri provano a spiegare, con alterni risultati, che in quel momento non erano presenti alla riunione e il diretto superiore di Balloli, tale Tavecchio, che si è fatto di recente una certa reputazione grazie a una frase sui calciatori africani che fino a poco tempo fa mangiavano banane, ha preso le distanze deprecando moltissimo l'avventata frase.

Dall'esterno l'impressione è che qualcuno stia cercando di inguaiare Balloli (e spero caldamente che ci riesca). Resta però l'angoscioso interrogativo "Come ha fatto un uomo con siffatto cervello a diventare presidente di alcunché?" dal momento che dovrebbe essere ormai chiaro che questo tipo di apprezzamenti, fatti in sedi ufficiali e con tanto di verbalizzatore a portata d'orecchio possono rivelarsi piuttosto pericolosi, laddove nessuno ti biasimerà mai se te li risparmi.

Come tutti gli insegnanti, anch'io ho avuto un gran numero di alunni che giocavano a calcio, maschi e femmine; le calciatrici mi venivano regolarmente presentate come "maschiacci" particolarmente vivaci (e non sempre lo erano) e ogni tanto ai consigli di classe si apriva l'avvincente discussione se Y o Z fossero o meno lesbiche. Io ascoltavo piuttosto stranita, e mi domandavo da dove diavolo potesse venire fuori un associazione così balorda come quella. Nessuno è mai riuscito a spiegarmelo, al di là del "dài, si sa che è così". Per l'appunto io non lo sapevo, e continuo a non capire come il fatto di prediligere uno sport rispetto a un altro sveli qualcosa del nostro orientamento sessuale - tra l'altro non risulta nemmeno che Saffo giocasse a palla (anche se le fanciulle che giocano a palla sono un classico della letteratura greca e latina, nonché delle frasi sulla prima declinazione).

Oggi è la giornata mondiale contro l'omofobia, ovvero una delle tante giornate mondiali contro l'idiozia. Auguri a tutte le giocatrici di calcio ancora in erba perché facciano una bella e luminosa carriera, auguri a tutti noi di imparare a scansare le frasi fatte, i pregiudizi e le stupidaggini di tutti i tipi.
Auguri anche alle lesbiche, naturalmente, qualunque sia lo sport cui hanno scelto di dedicarsi. 
Ma soprattutto, auguri alla Lega Dilettanti di trovare al più presto un presidente provvisto di un minimo di criterio.

*sì, lo so, è nata come parola unisex; ma non è colpa mia se in italiano correggiuto adesso si usa solo per i gay maschi.
**in realtà anche questo non è vero, la legge servirebbe anche a loro. Comunque se ancoira nion ce l'hanno non è colpa mia.

mercoledì 13 maggio 2015

Progetto Kitten, ovvero un uso alternativo per le foto di gattini iperdiabeticissimi su Facebook

A tutela della dentatura di chi passasse di qua, i gattini della foto sono un po' meno diabetici del solito

Il Progetto Kitten è un operazione non eccessivamente seriosa che è decollata nei giorni scorsi su Facebook, con esiti sorprendenti.
In pratica si tratta di una forma diabetica di spamming: si sceglie qualcuno che ha una pagina su Facebook di contenuto non particolarmente soft o cortese e si inondano i post con commenti impreziositi da foto di gattini iperdiabetici, magari corredati con scritte lievemente sarcastiche. 
A sentire i progettisti, non è un iniziativa politica ma solo un modo per incitare queste pagine a moderare i toni. Il flooding dura un paio di giorni, poi l'invasione migra.
Il primo e fortunato prescelto è stato Matteo Salvini, cui è stato dedicato l'hashtag #gattinisusalvini. Ne è venuta fuori una bacheca spassosa dove c'era perfino un barcone di gattini migranti di una singolare pucciosità:
Tocca dire che né Salvini né i consueti commentatori della pagina l'hanno presa troppo male. Qualcuno si è lamentato che i gatti non costituiscono né una critica politica seria né un dissenso costruttivo e che postarli non aveva senso (difficile dargli torto, in effetti) ma i più hanno sopportato con pazienza o commentato con una certa ironia - insomma nel complesso per un paio di giorni quella pagina è stata assai meno aggressiva del solito e Salvini si è fatto un po' di propaganda extra.

Decisamente meno pacifica si è rivelata la campagna #gattosulmatto, dedicata alla pagina Facebook di Beppe Grillo, anche perché il flooding è cominciato più o meno in contemporanea con la surreale dichiarazione di Grillo sulle mammografie, che ha contribuito a scaldare alquanto i toni, e a poco sono valsi i pur zuccherosissimi gattini postati in gran quantità
Il grillino medio è intervenuto senza ritegno lamentando non solo l'insipienza dei postatori di gattini ma anche stabilendo a priori che detti postatori erano elettori del PD e perciò provvisti di una lunga serie di difetti che ha provveduto a elencare usando toni tutt'altro che signorili.
Per fortuna i postatori di gattini si sono attenuti saldamente ai principi che ispiravano la campagna e le flam sono state condotte in autonomia dai grillini senza che i gattini rispondessero agli insulti - il che ha reso tutto l'insieme molto più comico.

No, io non ho partecipato, nemmeno con un piccolo, innocente gattino. Sono assolutamente d'accordo sul fatto che il dibattito politico in questi anni è troppo aggressivo, mi sono divertita molto scorrendo i commenti, ho trovato l'iniziativa piuttosto valida nella sua totale e completa follia, ma sono convinta che queste cose non fanno per me.
Tuttavia non ho potuto fare a meno di trarre qualche conclusione - ad esempio che la base del Movimento 5 Stelle è ancora più sprovveduta di quel che credevo, e che il Grande Comunicatore della Rete sembra inchiodato a un uso della rete piuttosto antiquato.
Ma anche che effettivamente il tono del dibattito (dibattito? Mah, sembra una parola eccessiva, in effetti. Diciamo "lo scambio di insulti") politico in Italia è da gran tempo ben oltre il livello di guardia e che qualsiasi riflessione in materia è la benvenuta; e che Internet 2.0 cela risorse e possibilità finora solo scarsamente utilizzate dall'utenza.

domenica 10 maggio 2015

Inaspettata valenza didattica di san Giorgio (post con draghi)

Paolo Uccello - San Giorgio e il drago (1456)

La scorsa estate ho passato diverso tempo in un forum tolkieniano discutendo di un infinità di questioni con tante simpatiche persone che, come me, cercavano di ingannare l'attesa del terzo film dello Hobbit. Chiacchiera di qua e chiacchiera di là, parlando di draghi venne fuori anche san Giorgio e ne approfittai per chiedere se qualcuno sapeva la leggenda, dal momento che avevo sempre desiderato conoscerla ma non l'avevo mai trovata da nessuna parte.
Scoprii che la sapevano in diversi e un anima buona mi indirizzò a un link che mi permise di scoprire che la fonte non era, come avevo sempre creduto, un romanzo cavalleresco inglese del tardo medioevo bensì la Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, poderoso testo sulle vite dei santi di cui avevo sentito parecchio parlare nei tempi lontani dei miei studi di medievistica.
Link chiama link e così trovai il testo in latino della leggenda, nonché la notizia che Einaudi aveva pubblicato una traduzione della Legenda (non so in quale versione, visto che ce ne sono parecchie) e che addirittura una copia di questa traduzione riposava tranquilla in una biblioteca piuttosto vicina a casa mia. Fu così che passai buona parte dell'estate immersa nella sua lettura, sforando ignobilmente i tempi del prestito e financo della proroga (si tratta di un malloppo che passa le mille pagine, di lettura non sempre scorrevolissima). Ma sto divagando.
Sul forum intanto si continuava a chiacchierare della storia di san Giorgio e qualcuno ebbe l'incauta idea di esprimere compassione per il povero drago, portato in città al laccio come un cagnolino dalla principessa di Trebisonda, per poi venire ucciso dopo che la popolazione si era convertita al cristianesimo. Dal canto mio spiegai al gentile pubblico che la leggenda aveva origini pagane e che era stata appiccicata solo in seguito alla vita del santo. Lo scrissi serenamente, anche senza aver studiato la questione, primo perché una storia con un drago, così a occhio, non ha mai grosse radici storiche, secondo perché l'eroe che uccide il mostro e salva la fanciulla è una storia vecchia come il mondo.
Fummo così assai rimproverati da un pedantissimo tolkieniano che ci spiegò che non dovevamo avere compassione dei draghi, perché essi erano cattivi, e anche che la storia era molto più recente di quella di san Giorgio, "quando ormai la cristianità aveva conosciuto i "veri draghi" identificando l'intuizione di San Giovanni nell'Apocalisse con diversi mostri delle mitologie baltiche. Inutile tentare di farci entrare a forza anche le tradizioni classiche sulle lotte con le serpi o addirittura quelle estremo-orientali. Non c’è nessun nesso, soltanto un immaginario politicamente corretto le potrebbe accomunare. L’invenzione del drago è un elemento di teologia integrativa tra Cristianità alto-medievale e Northerness in ambiente letterario."
Ora, premesso che sono buona e cara e dolce come pasticcino di marzapane, se proprio qualcuno vuol venire a far lezione sui draghi e i santi nel medioevo a me, che mi considero ancora, a torto o a ragione, un addetta ai lavori, come minimo deve farmi la cortesia di scrivere in un italiano comprensibile, specie se posta in un forum per comuni mortali e non sulla mailing list di un gruppo di dottorandi in filologia medievale - per tacere della storia de "l'immaginario politicamente corretto" che mi sembrava un vero delirio - senza contare che ognuno ha diritto di provare compassione per chi gli pare, e da qualche decennio la cultura occidentale ha prodotto gran copia di draghi buoni, amabili e saggi, da quelli del pianeta Pern al celebre Drago Alberto. 
Mossa perciò da somma irritazione e dal più puro spirito di contraddizione mi sottoposi alla non lieve fatica di leggere questo e altri paragrafi assai pedissequamente pedanti del pedantissimo intervento di costui, cercando di capire di che cazzo stesse mai parlando. 

Dopo attenta disamina conclusi che costui si era convinto che, nel mezzo della folle confusione e sovrapposizione di storie e mitologie che caratterizza il medioevo tutto,  esistesse uno specifico tipo di drago che poteva fregiarsi del titolo di vero e autentico drago (con relativo attestato che il drago avrebbe potuto appendere nella sua grotta, completo di sigillo del Consorzio per la Tutela del Vero Drago Medievale) apparentato con il drago dell'Apocalisse ma non con il drago di Cadmo. Perché? Semplice, perché lo diceva lui, che evidentemente si considerava un autorità in materia (e non lo era, come si vedeva lontano un miglio). Peccato che la parola che usiamo per indicare il drago sia appunto di origine greca e fosse la stessa sia per il drago di Cadmo che per il drago dell'Apocalisse.
Il testo di Iacopo da Varazze parla proprio di un draco - nella fattispecie un drago d'acqua: in una specie di lago salato vicino a una città viveva un drago, che voleva delle vergini da mangiare. Quando non le riceveva, usciva dal suo lago e appestava col suo fiato pestilenziale la città uccidendone così gli abitanti. Secondo qualche interpretazione il drago in questo caso sarebbe stato l'allegoria di una malattia infettiva - e sembrerebbe un idea sensata, salvo il fatto che non si è mai vista, per quel che ne so, una malattia infettiva che chiede un tributo in vergini (mentre si sono viste molte malattie infettive fare strage di vergini e anche di donne e uomini maritati, ma questa è un altra storia). 
A un certo punto gli abitanti della città, stufi di mandare le loro figlie a morte certa, gridarono al sovrano che si desse una mossa e mandasse in pasto al mostro la sua, di figlie, come già aveva mandato le loro, e il re fu costretto ad accettare a furor di popolo.
Ed ecco la povera principessa andare verso il lago, piangendo la sua triste sorte. Passa di lì per caso Giorgio di Cappadocia, futuro santo, e le chiede "Perché piangi, fanciulla?". La ragazza, infelice ma buona, gli risponde "Allontanati di qui, buon giovane, perché questo è un luogo pericoloso". Giorgio insiste per sapere cosa succede eccetera eccetera.
Una principessa votata a morte certa. Un mostro marino. Genitori in lacrime. Un eroe che passa di lì per caso...
Non importa cercare molto lontano: a pochi chilometri dalla tomba di Giorgio di Cappadocia c'è la cittadina di Jaffa, oggi nel distretto di Tel Aviv, dove Perseo salvò la povera Andromeda incatenata sulla rupe in attesa di essere divorata dal solito mostro marino inviato dal solito Poseidone (che, dietro richiesta di qualsiasi divinità, un mostro marino non l'ha mai negato a nessuno). I cristiani si erano limitati a ritoccare la storia mettendo un santo a salvare la fanciulla - un santo che non la sposerà, anche perché ha un destino di martire che l'aspetta e fargli sposare una principessa sembrava troppo frivolo. La leggenda rimbalzò in Europa ai tempi delle crociate; in seguito Giorgio diventò patrono d'Inghilterra e il suo drago si occidentalizzò, diventando un drago da terra, di quelli che abitano le caverne, mentre san Giorgio acquisì una perfetta armatura occidentale di stile quattro-cinquecentesco.
In conclusione scrissi un piccolo, garbato post in cui, nell'italiano più piano e semplice che riuscii a trovare, sotto sembiante di dolcezza davo di cialtrone e incompetente al tolkieniano integralista (che ebbe cura di non rispondermi) ma mi rallegrai anche moltissimo meco per avere imparato tante cose interessanti sulla leggenda di san Giorgio e il drago: niente di meglio di uno spirito polemico per allargare le proprie conoscenze.

Due giorni fa ho portato la Prima Effervescente ad un museo fiorentino dove faceva bella mostra di sé anche la copia di un celebre quadro su san Giorgio.
"Ma non è piccolo, il drago?" ha chiesto Rinaldo.
"A quei tempi li facevano così. Vi spiegherò tutto in classe" ho promesso leccandomi i baffi.
Il giorno dopo, dalla mia magica chiavetta USB sono scivolati fuori dieci draghi dieci più un paio di mostri marini con Perseo e Andromeda, quasi tutti dipinti da celebrissimi pittori, e con la mia migliore faccia di bronzo mi sono cimentata nella mia prima (e unica, immagino, data la mia totale incompetenza in materia) lezione di storia dell'arte.
Ogni scusa è buona, per tirare fuori un drago.
(E le vie dell'aggiornamento,per noi docenti, sono davvero infinite).

lunedì 4 maggio 2015

La canzone dell'insegnante a fine anno


In tanti cantiamo, con alterni risultati. Qui Bugs Bunny canta il mio amatissimo Wagner

Questa è la canzon del professore 
che scopre con orrore
che a Maggio non fa quasi mai lezion.

In primo c'è l'uscita al Gran Museo
Dov'egli porta fuori un altra classe
E perciò, fra il tripudio delle masse
scolaresche, ei non farà lezion.

Subito dopo è tempo della Gita
Di fine anno, dagli alunni tanto amata
che guarda caso è stata organizzata
In quei tre giorni ov'egli ha più lezion.

Ci son poscia le prove del concerto
che si terrà  all'aperto
e con suo gran sconcerto
anche quel giorno ei non farà lezion.

Vengono poi i Giochi della Valle
dove gli alunni faranno grandi gare
che egli resterà mesto a guardare
perché quel giorno non potrà far lezion.

C'è poi la camminata partigiana
con gran commemorazion
della strage nel vallon
e anche quel giorno non si fa lezion.

Di poi c'è l'elezion
con doverosa votazion
del consiglio di Region
e per tre giorni non ci sarà lezion.

E tutti questi impegni
invero più che degni
per casi assai maligni
se ne stan come ragni
proprio nei giorni in cui egli fa lezion,
nel mentre niuno impegno fu fissato
nei giorni in in cui il suo orario strampalato
stabilisce ch'ei farà poca lezion.

Questa è la canzone del docente
che a Maggio combina quasi niente
perché non riesce mai a far lezion.

Questa è la canzon dell'insegnante
che trova Maggio un mese assai frustrante
perché non riesce mai a far lezion.

giovedì 30 aprile 2015

Sull'uso altamente didattico delle bacchette a scuola (post non violento)

Com'è noto, è la bacchetta che sceglie il mago e non viceversa

In classe uso moltissimo la bacchetta.
Non già - anathema sit! - come strumento di punizione per bacchettare vilmente i miei carissimi alunni, che al contrario tiro su a mollichine di pane e buone parole*, e nemmeno per evocare utilissimi incantesimi come il Silencio**. 
Più banalmente, ma con maggior valenza didattica, la uso per indicare sulle carte geografiche i luoghi di cui si parla sul momento. Qui c'è la Lettonia, qui l'oceano Atlantico e quello Pacifico si incontrano, questa è la Pannonia. Cose così.
Nei primi tempi facevo con quel che trovavo - una riga lunga, le mani, il bastone che a volte serve a chiudere le finestre - e naturalmente quando entravo in classe col bastone i commenti di custodi, colleghi e alunni si sprecavano e tutti mostravano di avere grandissimo terrore di me quando percorrevo il corridoio o mi avvicinavo alla carta.
"E' un nuovo metodo didattico?"
"Hai deciso di tornare ai vecchi sistemi?"
"Prof, vuole usarla con chi non ha studiato?"
eccetera eccetera eccetera.
A Hogsmeade, dove il bastone per le finestre non c'era ma in compenso c'era la LIM decisi di organizzarmi in modo più serio. Pensa e ripensa a dove potessi procurarmi una bacchetta, approdai infine in un negozio per bricolage e trovai un ampia scelta di bacchette di varia lunghezza e grandezza.
Dopo accorta meditazione optai infine per una bacchetta cilindrica in leggerissimo legno di balsa, di un delicato grigio-rosato, lunga un metro e dal diametro di 5 millimetri, di cui mi impossessai per la modesta cifra di un euro e dieci centesimi. Di solito non spendo soldi per attrezzature scolastiche, ma pensai che per una volta potevo anche fare un eccezione perché oggetti del genere sono eterni e avrei potuto portarmela via quando avessi cambiato scuola. Tanto, l'unica a usarla sarei stata io - e gli alunni interrogati, naturalmente.
(Nei primi tempi in verità gli alunni la usavano soprattutto per maneggiarla nervosamente, ma a forza di insistenze ottenni che la usassero per indicarmi i fiumi, i laghi, i movimenti di truppe che avanzavano e retrocedevano e via dicendo).

Contrariamente alle previsioni risultò che la bacchetta la usavano in tanti, una volta che c'era, e la Caccia alla Bacchetta diventò lo sport nazionale.
"Prof, vado a cercarla in terza C, mi sembra che siano venuti a chiederla ieri".
Finii per comprarne un altra, nella vana speranza di trovarla sempre nella classe dove andavo. In questo modo alla fine dei miei due anni a Hogsmeade avevo collezionato ben due bacchette rotte, ma si sa che a Hogsmeade gli alunni erano un po' bruschi di modi - almeno, i miei lo erano.

Fu così che ritornai a St. Mary Mead con due nuove bacchette. Si sa che gli alunni di St. Mary Mead sono di temperamento più mite, si sperava che loro non le avrebbero stroncate.
E per ben tre anni infatti quelle bacchette vissero un esistenza piuttosto serena, nonostante ogni tanto in classe arrivasse qualche ragazzo "Ha detto la prof. Therral se può prestarle la bacchetta" "Prendi pure". 
La prof. Therral finì poi per comprarsele a sua volta, e  così St. Mary Mead poteva vantare ben quattro bacchette per nove classi. 
Quest'anno però le bacchette non c'erano mai e mi toccava ogni volta mandare in giro un alunno da riporto quando le volevo usare.
Dopo qualche cauta indagine finii per scoprire che il responsabile delle sparizioni era sempre il nuovo insegnante di Spagnolo.

Che fare? Costui girava su tutte le nove classi e cambiava aula ogni ora -  dunque era comprensibile che si dimenticasse di incaricare ogni volta qualcuno di riportare le bacchette donde erano state prese. 
Fargli presente il problema ricordandogli che le bacchette erano mie mi sembrava un po' scortese, tanto più che lui ci portava sempre delle ottime torte confezionate con le sue abili mani quando c'erano gli organi collegiali...
Giusto in quei giorni però era il suo compleanno. Così comprai ben due ulteriori nuove bacchette, ci feci un bel fiocco con un nastro dorato e gliele portai in dono, spendendo stavolta ben due euro e quaranta centesimi, perché con l'andare degli anni le bacchette erano aumentate di prezzo. D'altra parte, con le sue torte quel sant'uomo aveva speso ben di più per foraggiarci, e in quel modo mi sarei almeno parzialmente sdebitata con lui.
A quel punto, con sei bacchette per nove classi, considerando che la Therral non usava mai le sue perché era in congedo per maternità, potevo ragionevolmente sperare di trovare abbastanza spesso in classe le mie, quando mi fossero servite.
E così infatti è stato, per un po'.

Qualche settimana fa ho notato che una delle bacchette era scheggiata in cima. Anche in fondo, per la verità.
"Che gli avete fatto, a questa bacchetta?"
"E' il prof. di Spagnolo. Lui le usa per batterle sulla cattedra quando facciamo troppo rumore, e così si rompono" (con lui le classi fanno spesso un notevole rumore, pur apprezzandolo molto).
In effetti il legno di balsa è tenerello, e batterlo sulla cattedra con violenza non gli fa molto bene. D'altra parte non è esattamente quello lo scopo per cui viene comprato, di solito.

In conclusione adesso ho una bacchetta scheggiata ai due estremi, che non è la cosa più salutare da maneggiare (e infatti già un paio di ragazzi si sono fatti male con una scheggia) e, da qualche giorno, anche una bacchetta appuntita perché si è rotta malamente venendo sbattuta sulla cattedra - utilissima per cavare gli occhi a qualcuno, caso mai ne sentissi l'inclinazione, ma del tutto inadatta a essere data da maneggiare ai fanciulli, e io stessa non mi ci sento molto a mio agio, senza contare che è anche diventata molto più corta - e immagino che quelle che ho regalato non siano ridotte molto meglio.

Che fare?
Spiegare al collega che placare i ragazzi a colpi di bacchetta sulla cattedra non è cosa - specie quando la bacchetta è in legno di balsa - mi riesce difficile. Mi è facilissimo mandare a Fanculo il collega scortese o prepotente, ma lui non è l'una né l'altra cosa.
Piantargli una grana perché sono stufa di investire il mio stipendio in bacchette da un euro e venti l'una per vedermele poi smantellare brano a brano nel giro di pochi mesi mi è ancora più difficile, e lo sarebbe anche se il collega di Spagnolo fosse meno simpatico e disponibile di quel che è.
Così applico la più consueta tattica di comunicazione tra colleghi, ovvero il Paziente Silenzio.

Chissà se da qualche parte vendono bacchette in duralluminio?

*cioè, quasi sempre
**troppo mi garberebbe!

sabato 25 aprile 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché 10bis (Fuori Concorso)

In chiusura di torneo, mi piace ricordare il punto più alto raggiunto nell'arte del romanzo: Jane Austen.
Grandissima scrittrice ma anche appassionata lettrice, così Jane Austen parla di un tipo di lettura ai suoi tempi piuttosto sottovalutato: il romanzo, appunto


... e quelli scritti da lei sono proprio così.

Haeretica - #iononleggoperché

Dentro un libro si può trovare di tutto. E non sempre ciò è un bene

In occasione della Giornata Internazionale del Libro quest'anno è stata deciso di avviare una complessa iniziativa nomata #ioleggoperché, che aveva come obbiettivo principale l'avvicinamento dei non-lettori, in Italia assai più numerosi che nel resto dell'Europa, a un oggetto sconosciuto detto libro nella nostra lingua. 
Tale iniziativa è stata naturalmente oggetto di numerose polemiche (ché davvero non esiste che fai qualcosa, anche qualcosa che non fa male a nessuno, e non ti criticano quantomeno spiegando che ben altrimenti la faccenda avrebbe dovuto essere condotta). Per esempio ci si è lamentati che fosse un iniziativa promossa dall'Associazione Editori Italiani (e chi l'avrebbe dovuta promuovere, il Consorzio per la tutela del Brunello di Montalcino?) dunque mossa non da puro amore per la cultura ma dall'intento di vendere più libri - e in effetti ci si aspetterebbe, da un editore, che scappi inorridito alla sola idea di vendere libri e farsi pubblicità - ma si sa che al giorno d'oggi la gente non guarda altro che ai soldi.
E ci sono state anche le consuete lamentele sul libro ridotto a merce e bene di consumo (quasi ci fosse qualcosa di male ad essere una merce o un bene di consumo. Ma forse chi si è lamentato di questo vive solo dei prodotti spontanei della terra e di manna celeste, sdegnando bistecche, ciliegie e zucchine e vestendosi unicamente di foglie di fico made in Heaven).

Ci sono poi state anche critiche rivolte al meccanismo di base, in base al noto principio che  Come Fai Sbagli, e, ovviamente, ai titoli scelti, perché  mancavano questo o quell'autore di gran rilievo, bellezza e importanza - per quanto, è chiaro che se scegli 24 titoli saranno ben di più i titoli che non hai scelto, senza contare che, a prescindere dagli intralci che i compilatori della lista possono aver incontrato, per forza di cose erano Lettori, e dunque nella condizione più ardua per compilare una lista perfetta per adescare i Non Lettori.
Molto più sensato mi è parso un piccolo intervento che domandava perché i 24 titoli scelti fossero tutti romanzi, con l'unica eccezione di un testo che non è vera e propria narrativa ma che di narrativa parla, ovvero Come un romanzo. L'editoria non si basa solo sulla narrativa, osservava costui, anzi la narrativa è solo una piccola parte dell'editoria: un quarto a malapena. Di fatto anche noi lettori cosiddetti "forti" non leggiamo solo narrativa.

Nelle campagne pubblicitarie pro-lettura il Lettore è sempre presentato come un personaggio positivo (e siam d'accordo che presentarlo come un povero scemo non sortirebbe grossi risultati) ricco di immaginazione, capace di immedesimarsi con i suoi personaggi preferiti e di vivere le loro vite. Venite con noi, sarete Anna Karenina e Pierre Bezuchov, sarete Julien Sorel e la contessa di Sanseverino, sarete Frodo e Voldemort e la regina dei Caraibi, diventerete intelligentissimi e colti e viaggerete per pianeti sconosciuti, foreste incantate e mari in tempesta, a bordo di vascelli maledetti, aerei dirottati e meravigliose creature alate. Mai uno che dica: venite con noi e imparerete a liberarvi dei sensi di colpa, a mangiare vegano, a trombare meglio e scoprirete come vivono le formiche e i tassi, com'è nato l'universo, cosa visitare a Parigi e perché Hitler ha perso la guerra e dio non esiste (o esiste). 

I Lettori amano pascersi di nobili citazioni che inneggiano al valore aggiunto conferito dalla lettura (incrementando così il loro tasso di autostima) e che descrivono il mondo incantato che si apre agli occhi del Fortunato Che Legge (letteratura) rispetto alla vita squallida e deprimente condotta dal Poveretto Che Non Legge (letteratura). Tutto ciò è molto autoreferenziale, un tantino patetico e piuttosto irritante per chi dispone di uno spirito polemico forte come il mio - e lo spirito polemico, temo, si sviluppa in assoluta parità tra lettori e non lettori, senza indulgere a sciocche distinzioni; il che può forse spiegare perché queste campagne pubblicitarie funzionano peggio di quelle per dentifrici e smartphone: come vi permettete di dire o far capire che sono  una persona insulsa e priva di creatività e immaginazione solo perché scanso i vostri pidocchiosissimi libri? O di sostenere che al contrario sono intelligente e creativa solo perché leggo? Forse che mi va in pappa il cervello, se non leggo? Da quando in qua intelligenza e creatività viaggiano solo su carta stampata? E siamo sicuri che voi, sì, proprio voi che tranciate giudizi su chi legge e chi non legge, siate così incredibilmente intelligenti, indipendentemente dal numero dei libri che avete letto (basso, a giudicare dalla qualità delle vostre deduzioni)?
In effetti intelligenza e creatività esistono da ben prima dell'invenzione della scrittura, e anche l'amore per le storie è assai precedente. Il lettore (di narrativa) è essenzialmente una persona che preferisce leggere per conto suo una storia piuttosto che sentirsela raccontare da qualcuno o vederla raccontata per immagini (o sentirla descrivere attraverso la musica e le parole cantate). Va abbastanza di moda dire che leggere una storia stimola la partecipazione attiva del lettore, mentre vederla rappresentata no - ma ammetto che mi è sempre parsa una stupidaggine: se è vero che leggendo sei costretto a immaginarti certe cose che non vedi, vedendo sei parimenti costretto a interpretare quel che non ti viene detto (i pensieri o i sentimenti dei protagonisti, per esempio). Qualsiasi serie di telefilm può suscitare discussioni, dibattiti e percorsi creativi quanto e più di qualsiasi romanzo. Sono storie, chi ama le storie ci ricama sopra, indipendentemente dal mezzo con cui le storie vengono raccontate. Per la gran parte della sua vita su questa terra l'umanità non ha letto - nondimeno qualcosa ha combinato, a quel che ci risulta, né si è fatta mancare storie cui appassionarsi.

Un essere umano che non legge funziona benissimo lo stesso. Certo, se l'essere umano che non legge è italiano potrebbe essere interessante indagare se si tratta di una persona che non legge perché a malapena sa che esistono i libri. In un paese come il nostro, che sconta ancora il ritardo con cui la carta stampata è arrivata a portata della gran parte della popolazione, il dubbio è legittimo; ma non c'è nessun motivo di guardare dall'alto in basso una persona che, cresciuta in un ambiente culturale decorosamente ricco, ben
istruita negli anni di scuola, messa saldamente in condizione di leggere e scrivere correttamente e che si è vista propinare durante il suo percorso scolastico una vasta scelta di testi letterari e non letterari, avendo a disposizione adeguata scelta di librerie e biblioteche, liberamente decida che di leggere non gliene frega un accidente. 
Sarebbe insomma auspicabile un approccio più rispettoso e meno missionario che facesse leva sul fatto che leggere, il semplice e banale atto di leggere, prima di stimolare la creatività e ampliare l'intelligenza (detto e non concesso che lo faccia, e da lettrice abituale circondata da molti lettori abituali qualche dubbio ce l'ho) prima di tutto fornisce informazioni (anche false e tendenziose) di vario tipo.

lunedì 20 aprile 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché 10 (Fuori Concorso)

Siamo ormai giunti alla decima sessione del torneo di citazioni ideato dalla povna nell'ambito dell'ampia iniziativa di #ioleggoperché - e questo vuol dire che sono ormai passati due mesi e mezzo da quando abbiamo cominciato a duellare a colpi di citazione e la Giornata Internazionale del Libro è ormai alle porte.
Per tutta la settimana dunque si parlerà di lettura, e possiamo concorrere con tutte le citazioni che vogliamo, anche se non ci sarà vincitore - e del resto questo non è stato mai un torneo troppo competitivo, anche se i partecipanti hanno combattuto con ardore e dispiegato gran copia di ingegno e cultura.
L'ultima vincitrice, per la nona sessione, incoronata da Wolkerina, è appunto la povna, e da lei vanno depositati i link che rimandano alle citazioni di questa settimana.

Ma veniamo alla mia citazione: ho scelto di parlare di una persona che ha grandemente contribuito alla causa della lettura, anche se non ha mai scritto libri (e vedremo poi perché): non solo perché su di lui sono stati scritti immani quantità di testi a carattere storico, e non solo perché ha dato non piccolo contributo alla letteratura epica e ispirato gran copia di romanzi, ma anche per alcuni interventi di notevole portata che ha avviato sul piano tecnico della lettura: infatti dietro sua ispirazione è stata inventata una scrittura libraria chiara e armoniosa (littera carolina, secondo alcuni; littera antiqua secondo l'isolato ma assai competente prof. Emanuele Casamassima che ha illuminato di sua scienza almeno due generazioni di studenti all'Università di Firenze, tra cui la sottoscritta) - perché per leggere è ben necessario che qualcuno prima abbia scritto. Inoltre riunì alla sua corte un bel gruppo di studiosi che, tra le altre cose, riformarono il latino, che dai tempi dell'impero romano era andato assai dirazzando, e lo riavvicinò alla lingua usata da Livio, Virgilio e Cicerone; perché non va dimenticato che, se per leggere occorre che prima qualcuno abbia scritto, per scrivere serve una lingua da mettere sulla carta.

Insomma, Carlo Magno amava molto le belle lettere. Eppure, ci racconta il suo biografo Eginardo, non imparò mai a scrivere bene, e non perché non ci avesse provato:

Per maggior sfoggio di erudizione, citerò anche il passo in latino:

Carlo Magno non si può certo definire una persona priva di intelligenza e di cultura: l'organizzazione del suo impero è ancora oggi famosa e le sue leggi erano fatte con criterio. Parlava diverse lingue tra cui il latino, in cui si esprimeva con la stessa facilità che nella lingua materna. Studiò con molta cura dialettica e retorica (anche astronomia, ma qui ci interessa meno) e, ci dice Eginardo, "sapeva esprimere molto chiaramente ciò che voleva", che per un sovrano è cosa assai importante. Inoltre contribuì largamente a diffondere le lettere e a corte era tutto un profluvio di codici manoscritti dei più vari generi. Eppure non riuscì mai a imparare a scrivere - e forse nemmeno a leggere, visto che Eginardo sorvola garbatamente sulla questione.
Non era persona che non sapesse impegnarsi, quando il caso lo richiedesse. Non era persona usa a "volere e disvolere", non era noto per la sua incostanza e sapeva esprimersi più che bene. Eppure non venne mai a capo della scrittura semplice e chiara ideata per sua iniziativa, che tanto ha contribuito e contribuisce tuttora alla diffusione della lettura e che è quella che tuttora adoperiamo, con qualche piccola variante, per stampare i nostri libri. 
Poco più di venti lettere più qualche legatura. Ma lui non riuscì mai a padroneggiarla in maniera soddisfacente. Se ci provò pur senza vera necessità (aveva senz'altro a disposizione lettori e segretari in abbondanza) vuol dire che desiderava imparare, ed era uomo abituato a portare a termine quel che aveva iniziato.

Alla mia perversa mente di insegnante si affaccia un dubbio: che fosse dislessico?

domenica 19 aprile 2015

Mostre del Libro e Mostri del Libro (considerazioni sparse di dubbia levatura)


La Mostra del Libro della Scuola Media di St. Mary Mead si è infine conclusa, dopo una settimana di duro lavoro. 
L'organizzazione stavolta è stata più efficiente: sulla base dell'esperienza dell'anno scorso i volantini sono stati preparati rapidamente e senza intralci, come i poster, e la scuola ha fatto bene la sua parte.
Molto meno la libreria prescelta, che nel frattempo ha cambiato gestione - e ben lo si è visto.
Nei due anni scorsi verso le nove di mattina arrivava un fulmine di guerra che, coadiuvato da una piccola truppa scelta di alunni da lui richiesti e da noi amorevolmente selezionati, nel giro di poco più di un ora allestiva i tavoli nel migliore dei modi. Alle undici portavamo le prime classi ad una non meglio definita "lettura animata" dove il fulmine di guerra in questione blandiva gli alunni presentando vari volumi e leggendo loro passi scelti dai medesimi.
Verso l'una il fulmine di guerra ci lasciava e le prime classi già scendevano in gita turistica. Le vendite iniziavano immediatamente.

Stavolta sono arrivati due topi singolarmente imbranati che non hanno voluto l'aiuto dei ragazzi e hanno finito di montare il tutto un buon quarto d'ora dopo il suono dell'ultima campanella della mattinata. Chiaramente, le vendite sono iniziate solo il giorno dopo. Letture più o meno animate e propagandistiche, nemmeno l'ombra.
Il vero problema però sono stati i libri. C'era una vasta scelta di libri per bambini piccolissimi (avevo chiesto qualcosina per eventuali fratellini minori e nipotini delle colleghe, come tutti gli anni; ma, appunto, qualcosina, non un tavolo pieno); più una bella scelta di libri su questioni didattiche e rapporto genitori-figli (anche per quelli c'era qualcosina anche gli altri anni, ma mirato soprattutto alla dislessia, cavallo di battaglia della libreria e Grande Punto Interrogativo per le scuole tutte) di cui è stato venduto un libro a un insegnante di sostegno - che sta cercando invano da una settimana di riavere i soldi dalla scuola, visto che per la scuola l'ha comprato, e non per il tinello di casa sua - e non disperiamo, nonostante tutto, che col tempo e la pazienza ci riesca. Poi una sezione di scienze adattissima a bambini tra i sette e i dieci anni, una serie di libri da cucina per bambini (?) - e ne abbiamo piazzati ben due - più una serie di non-libri con tecniche per smaltarsi le unghie e simili (assai guardati ma non acquistati) e una vasta scelta di classici per ragazzi, di quelli che allietavano le nostre letture una cinquantina di anni fa. Non li avevo assolutamente richiesti perché la biblioteca di scuola è assai fornita di Verne, Salgari, Twain e simili (è facilissimo trovarli in regalo); ne abbiamo comunque venduti tre, più una Capanna dello zio Tom che ci mancava e che ho preso per la biblioteca.
C'erano poi due tavoli su sei dedicati a letture prettamente adolescenziali. E grazie al cazzo.
In questi due tavoli non c'era l'ombra di Harry Potter né di Hunger Games né alcun libro di Paul Dowswell, Lia Levi, Neil Gaiman, Licia Troisi, Cornelia Funke, Silvana Gandolfi, Jacqueline Wilson, Isaac Asimov, Paul Van Loon, Silvana De Mari.... Michael Ende. E nemmeno Agatha Christie, se vogliamo dirla tutta.
Non c'erano nemmeno i libri che avevo chiesto, come Maus, Flavia de Luce nel campo di cetrioli, l'Evoluzione di Calpurnia o Io sono Malala (che nella nostra scuola è figura popolarissima). Non c'era l'ombra di un hobbit, anche se a questo punto mi sembra il minore dei mali.
C'erano la Ladra di libri e grande abbondanza dei romanzi di Green, ma a questo punto mi sorge il dubbio che ci fossero solo perché mi ero ricordata di chiederli (e infatti Green è andato come il pane).
C'erano nove libri nove della Salani, quattro dei quali per l'infanzia. In compenso c'era una vastissima scelta delle edizioni San Paolo e un po' di roba della Giunti - d'accordo, sono due case editrici che stanno facendo delle buone scelte nella letteratura per ragazzi, ma insomma non mi potete fare una mostra del libro per ragazzi con nove libri nove della Salani, e oltretutto di questi nove uno è l'Ascensore di Cristallo illustrato (peraltro unica presenza di Dahl su quei tavoli) e uno è un libro sulla Costituzione che fa venire il latte ai ginocchi (e qualcosina la dovrà pur cannare anche la Salani, ogni tanto).
Naturalmente mancavano anche le Brutte Scienze e le Brutte Storie. Eccerto, sono Salani pure quelle. 

Quando ho chiesto come mai non c'era nemmeno Harry Potter (che non mi ero preoccupata di chiedere dando per scontato che l'avrebbero portato) ho avuto due risposte diverse da due commesse diverse: una ha detto che era una scelta gestionale della libreria non avere Harry Potter né Geronimo Stilton (al che sorge spontanea la domanda "Ma siete scemi?") mentre l'altra ha infilato una storia su problemi di distribuzione, perché avevano cambiato fornitore - più credibile la seconda, in effetti, ma vai a sapere se almeno una delle due è vera.
Sta di fatto che a St. Mary Mead quest'anno la mostra del libro della scuola media è stata fatta con i fondi di magazzino, i ragazzi si sono lamentati che "non c'era niente" e che "l'anno scorso era meglio" (vere entrambe) e abbiamo incassato il 25% in meno invece di fare il 10% in più come l'anno scorso, senza contare che la biblioteca di scuola ha avuto meno libri in omaggio visto che gli omaggi ce li danno in percentuale, e di scienze non abbiamo potuto comprare nulla perché nulla c'era da comprare. E tutto ciò mi ha alquanto irritato.

Non per questo ho demorduto, anzi mi son subito detta "Guardiamo a chi altri possiamo rivolgerci per organizzare la mostra del libro l'anno prossimo". 
Un viaggio su Google con un paio di stringhe di ricerca ad hoc mi ha però svelato una realtà meno allettante del previsto: abbiamo sì una certa scelta di librerie specializzate per ragazzi (quattro, una delle quali però non è ben chiaro se esista ancora), ma più che libri per ragazzi ho visto che puntano molto sui libri per bambini, settore assai fiorente nella disastrata editoria italiana. Anche i numerosi eventi che organizzano puntano soprattutto sull'avvicinamento dei bambini alla lettura, si suppone in base al criterio che il lettore va catturato appena possibile, meglio se assai prima che abbia imparato a leggere. Anche le mostre del libro, ho avuto l'impressione (e mi piacerebbe molto essere smentita da qualche addetto ai lavori che conoscesse bene il settore invece di andare a tastoni come me) sono eventi assai più comuni nelle scuole elementari che alle medie.
Infatti, con mia grande perplessitudine, vedo che siamo stracolmi di libri - anche molto belli - che sono quasi senza testo ma con brillantissimi disegni, pop-up ed effetti grafici di grande richiamo, come quel delizioso libro di animali con le orecchie in pelliccia (sintetica, immagino) che qualche ragazzo mi ha portato a far vedere. "Prof, ma a chi può interessare un libro così?". Un attimo, e già stavo ad accarezzare le varie orecchie "A me, temo, se non me lo portate subito via" ho risposto. E per fortuna me lo hanno gentilmente sottratto, altrimenti adesso in casa avrei un libro con orecchie in pelliccia da accarezzare - il che mi porterebbe a trascurare indegnamente le belle orecchie delle micie di casa.

Molti genitori, desiderosi di accostare per tempo i loro pargoletti ai piaceri della lettura, devolvono notevoli cifre all'acquisto di questi deliziosi gadget, e i bambini mostrano di gradirli assai. Tuttavia, per quanto questi oggetti siano piacevoli e ben fatti, non sono sicura che rappresentino un effettivo incoraggiamento alla lettura in età più avanzata. Sono senz'altro ottimi giocattoli e va benissimo che i bambini ne abbiano a vagonate, ma non credo costituiscano un effettiva garanzia che la creaturina che a tre anni carezzava le orecchie in pelliccia sintetica dell'orsetto a tredici si legga Hunger Games, la Bussola d'oro o il Giovane Holden. Senza voler distogliere editori e genitori dalla produzione e dall'acquisto dei libri-giocattolo, mi viene da pensare che il vero lavoro di costruzione del lettore andrebbe iniziato lavorando sui ragazzi dai dieci anni in su, curando cioè quell'età in cui le cose si cominciano a fare non tanto per far piacere ai genitori e agli insegnanti delle scuole elementari (o della prima media) ma perché piacciono a noi stessi medesimi o, al limite, all'amica/o del cuore - insomma quando si comincia a decidere in proprio.
Per questa fascia di età i libri ci sono, eccome se ci sono. Ma in un paese librescamente disastrato come il nostro, dove la maggior parte degli adulti non legge nemmeno il tradizionale libro all'anno, fino a che punto ci si preoccupa di accostare i giovinetti in età di sviluppo a librerie e biblioteche - che ci sono, in abbondanza, ma se non stai in una grande città non sempre sono dietro l'angolo? Fino a che punto ci si preoccupa di formare o aggiornare gli insegnanti di Lettere (e di Scienze!) in merito, o di indirizzare le collane di narrativa per la scuola o le mai tanto vituperate antologie di lettura in questa direzione? Non è questo un compito che possa essere delegato più di tanto alle famiglie, perché la maggior parte delle famiglie non leggono e quindi non possono trasmettere quello che non sanno; ma anche la scuola non sembra all'altezza perché, se molti insegnanti delle elementari sanno destreggiarsi assai bene nel mare dell'editoria per l'infanzia, quando si arriva alle medie le cose cambiano, anche perché non sono molti gli insegnanti di Lettere che amano effettivamente la lettura e soprattutto la narrativa per adolescenti ma soprattutto perché non si tratta tanto di consigliare, quanto di far avvicinare i ragazzi alla tavola imbandita perché decidano cosa vogliono mangiare, o anche solo che mangiare non gli va, ma con cognizione di causa e vasta possibilità di scelta qualora decidessero eventualmente di mangiarsi almeno un paio di tartine o un cioccolatino.