Il mio blog preferito

giovedì 8 maggio 2014

Il gay sotto il letto - 1 - Di pompini e di montature giornalistiche, nonché di una guerra neanche troppo sotterranea in corso.

Oltre a parlare di pornografia, personalmente ritengo giusto anche 
mostrarla, con tanto di pelo

In questi giorni sta facendo gran scalpore il caso del Liceo Classico Giulio Cesare di Roma dove torme di genitori infuriati avrebbero denunciato gli insegnanti del biennio, rei di aver fatto leggere in classe una pagina di bassa pornografia dove veniva descritto in modo esplicito un pompino - o meglio, visto che siamo in un liceo classico, una fellatio - fatto da un maschio ad un altro maschio, il tutto nell'ambito di una lezione contro l'omofobia.

Se qualcuno ha voglia di leggersi il brano incriminato, condito da adeguati commenti orripilati e vibranti di somma indignazione può servirsi qui e qui, senza paura che gli sfugga l'oggetto del contendere, perché i punti più biasimati sono posti in neretto e ben ribaditi nel corso dell'articolo, caso mai il lettore rischiasse di non notarli.
Nell'eventuale caso poi che qualcuno desiderasse risalire effettivamente all'evento in una versione priva dei molti fronzoli di cui è stato ornato strada facendo, la Dirigente del Liceo ha ritenuto opportuno riassumerne i capi in una lettera sul sito della scuola dove si scoprono alcuni retroscena piuttosto interessanti: la denuncia non è ancora arrivata (forse perché non è stata fatta?), i ragazzi, più che dalla lettura incriminata si sono mostrati assai irritati dall'intervento dei media e dalle polemiche scatenate da cotale intervento, il libro non è stato letto in classe*.
Si è trattato, spiega la Dirigente, di un "percorso laboratoriale" (come usa chiamarlo in didattichese) "con l'obiettivo di sviluppare il piacere di leggere, le capacità critico-letterarie e la riflessione tematica"; per farla breve, a partire dalla quarta ginnasio le creature leggono narrativa di vario tipo a casa loro e poi ci fanno su relazioni e discussioni nella loro classe e a classi aperte (ovvero più classi insieme). In qualche caso questi libri li hanno suggeriti loro.
"Ah, ma potevano utilizzare quel tempo leggendo ben altri capolavori!" è il lamento che si è alzato da più parti "Con tanta nobile letteratura che illumina di sé il mondo, niente di meglio di una scalcagnata Melania Mazzucco?". E qui si potrebbe rispondere che occorre la tenebra perché il sole possa brillare, o che la letteratura contemporanea ha spesso un suo perché, in iniziative del genere, che la vita non è sempre una scala di cristallo e tante altre nobili considerazioni più o meno banali - tra cui il fatto che il libro avesse per protagonista una ragazza di dodici anni poteva magari rendere la lettura più agevole ai liceali, oppure che Boccaccio è senz'altro un grande scrittore, ma sul tema dell'inquinamento la sua opera non contiene pagine imperdibili - e insomma, su certi temi i contemporanei sono irrinunciabili. Peraltro la garbata ma perfida Dirigente ricorda che il laboratorio ha previsto anche letture di opere di Aristofane e Plauto - ottimi autori, senza dubbio, ma non sempre dal contenuto castissimo, come chiunque abbia avuto il piacere di fare un Liceo Classico (o di leggerseli per proprio personale diporto al di fuori della scuola) ha avuto modo di constatare. D'altra parte, se vogliamo dirla tutta, il brano esposto al pubblico ludibrio mi è sembrato chiaro, esplicito, non fraintendibile ma piuttosto sintetico. Voglio dire, un pompino si fa così, e garantisco che si può essere mooolto più descrittivi e dilungarsi assai più dettagliatamente sulla questione.

Il problema, insomma, sembra di capire che sia proprio il tema di cui il libro parlava, ovvero la storia di una ragazzina cresciuta da due uomini legati da vincolo amoroso - un tema ancora non sviluppatissimo nella narrativa contemporanea, e che non ha lasciato grandi tracce nella letteratura classica, medievale e moderna per vari e numerosi motivi.
E' opportuno trattare un simile tema a scuola? Se l'utenza mostra di gradirlo, non si vede perché no. Ogni insegnante delle medie (e delle superiori) affronta pazientemente temi non sempre gradevolissimi al suo palato: genocidi, carestie, internamenti, deportazioni di massa, lavoro minorile, uso dei gas nervini in guerra e via dicendo, e non sempre i ragazzi, pur partecipando emotivamente a cotali tematiche, si divertono granché. Pure, il mondo è anche questo.
Svariate associazioni di genitori piuttosto oltranzisti sostengono però che i campi di deportazione vanno bene, i genocidi pure, i bombardamenti anche, ma il solo pensiero che possano esistere persone dello stesso sesso che si vogliono bene o che siano carnalmente legate è cosa troppo brutale da imporre a un povero fanciulletto nell'età del primo sviluppo. E tuttavia i fanciulletti in questione, se stanno in un liceo, hanno l'età per averlo legalmente, un rapporto omosessuale (e qualcuno, immagino, di questo diritto usufruisce anche); non si tratta insomma di qualcosa cui sono completamente estranei, al contrario di una deportazione di massa o di un genocidio (almeno, si spera, finché stanno in Italia e vige la legislazione attuale).
Cotali associazioni di genitori hanno avviato da qualche tempo (ovvero dal 30 Aprile 2013, quando è stata pubblicata la "Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere" che coinvolge, o almeno dovrebbe coinvolgere anche la scuola) una campagna di aperta ostilità contro qualsiasi intervento scolastico in merito, e i segni di queste ostilità possono colpire improvvisamente qualsiasi scuola e qualsiasi insegnante purché minimamente coinvolti nella più scialba e banale attività nel corso della quale ci si ritrovi costretti a convenire, in presenza dei giovani alunni, che sì, può essere, pare, corre voce che, sembra, non saremmo del tutto in grado di escludere che i gay esistano, ahinoi.

Non si spiega altrimenti perché, dopo due anni che il laboratorio andava avanti tranquillamente per i fatti suoi, improvvisamente, a causa di qualche riga che, stando al Comitato dei Genitori del Liceo Classico Giulio Cesare, non ha sconvolto nessuno, sia balzato agli onori delle cronache.

*per i link, ringrazio sentitamente Oglaroon, il blog di LGO, che a questa deplorevole vicenda ha dedicato un post.

lunedì 5 maggio 2014

Haeretica - Di antologie delle medie (inadeguate) e di epica (bellissima)

Giusto in tema: oggi, 4 Maggio, è lo Star Wars Day. Auguri a tutti i fan, e quindi anche a me ^__^

La letteratura epica nasce come genere d'intrattenimento ed è un genere letterario anomalo: a volte nasce recitata e poi viene scritta, a volte nasce scritta; qualche volta conosciamo l'autore e qualche volta no. Qualche volta ha una fonte storica e se la rigira come le pare fino a toglierle ogni pur minima valenza storica. Qualche volta (spesso) riadatta un presunto passato eroico per raccontare a modo suo il presente. 
Ai ragazzi è sempre piaciuta e forse per questo, oppure nonostante questo, continua ad essere ammanita ai fanciulli in fiore. Le attuali antologie delle medie fanno quel che possono per ammazzarla, e anche gli insegnanti di Lettere spesso ci mettono del loro. Ciò nonostante l'epica continua ad essere letta e apprezzata a scuola.

In una normale antologia si ama alternare varie traduzioni per i poemi classici, anche in prosa "così i ragazzi si rendono conto della differenza"; anche se non è ben chiaro di che differenza possa rendersi conto una povera creatura implume che di solito non ha i mezzi, gli strumenti o l'interesse per andare a controllarsi i testi originali: i filologi e i grecisti di undici anni scarseggiano, senza contare che i vari traduttori cercano sì di trasmettere il ritmo e l'atmosfera del testo, ma giustamente ognuno lo trasmette e lo interpreta a modo suo. Il giovane e malcapitato alunno si ritrova così davanti un discutibile collage di traduzioni in versi e in prosa, di brani riassunti, adattati, tagliati e facilitati di cui non di rado gli viene chiesto perfino di fare una "parafrasi"*. 
Quel che è sbalorditivo è che alcuni autori - Omero tra tutti - sopravvivono in qualche modo perfino a questo demenziale trattamento e trovino ancora chi li apprezza tra i banchi di scuola.
Di solito vengono scelti i brani "più belli" o "più famosi" - che, vien da pensare, sono anche gli unici che il compilatore dell'antologia conosce. Da essi si ha cura di espungere qualsiasi pur innocuo riferimento al fatto che i protagonisti di un poema epico spesso e volentieri trombano qualora gliene si presenti l'opportunità, nonché qualsiasi accenno al fatto che la gente, quando si batte in duello e soprattutto quando in duello muore, lo fa con un certo spargimento di sangue e di budella.
Osservazione fuori campo: in realtà ogni poema epico che si rispetti racchiude gran copia di passi dove nessuno tromba e nessuno muore in modo sanguinoso e ciò nonostante il lettore non corre il rischio di annoiarsi. Il problema è che questi passi vanno saputi trovare, e da sempre l'unico modo per trovare qualcosa contenuto in qualcos'altro è setacciare il contenuto del contenitore - in pratica, leggersi il poema tutto intero. Mica necessariamente a un tavolo, seduti su una sedia di chiodi: anche a letto la sera, adagiati su morbidi cuscini, al limite anche scorrendo un po' distrattamente parte del testo. Ma insomma un occhiatina, al poema in versione integrale, gliela dovresti proprio dare.

Non sia mai! 

Perché Lassù, in alto** è stato stabilito che ci devono essere dei duelli, come brani portanti di un antologia epica. Ma niente budella sparse per terra, sennò i ragazzi si impressionano.

Le cose per il giovane lettore funzionano molto meglio se si isolano due o tre nuclei tematici*** e se ne dà lettura estesa o abbastanza estesa. Due o trecento versi, per intendersi. La cosa strana, nell'epica (ma anche nel resto della letteratura) è che trecento versi non sono molto più lunghi di sessanta versi scelti fior da fiore, e restano molto meglio impressi, perché la scena completa ha una sua autonomia e l'insegnante non deve interrompere la lettura ogni dieci parole per spiegare chi è Tizio, chi è Caio e perché Sempronio è fieramente irritato con Tullio, che del resto lo odia da vent'anni.
Scene complete, con un inizio e una fine, un capo e una coda, magari chiedendo un rispettabile riassunto a voce per la volta successiva (ma non è poi un obbligo) si possono tranquillamente fare in classe senza colpo ferire, e ci sono buone possibilità di divertirsi tutti quanti. Inoltre, finito il lavoro, gli alunni hanno una qualche vaga idea del contenuto del poema epico esaminato.
Basta armarsi di una buona fotocopiatrice e di un edizione completa del poema. Quanto alle note esplicative... a parte che esistono un sacco di edizioni con note, non ne servono poi molte. Quelle necessarie le possono scrivere i ragazzi sulle fotocopie.
Certo, se gli autori dei supplementi di epica delle antologie facessero il loro lavoro con un po' di criterio non sarebbe nemmeno necessario scomodare la fotocopiatrice; ma, per qualche e misterioso motivo, i compilatori di antologie hanno un idea del loro dovere che è del tutto incompatibile con la possibilità di usare quei libri per trarne delle buone e piacevoli letture, non so perché.

Ma andiamo sul concreto.
Con Omero non ci sono problemi: ha scene di tutte le taglie e di tutti i tipi. Due o tre per poema e il gioco è fatto. Unica avvertenza: a mio avviso la morte di Argo è indispensabile.

Venendo all'Eneide, occorre prima di tutto considerare se è proprio indispensabile leggere l'Eneide. E' un poema particolare, nato per un pubblico adulto. Per trovare qualcosa di adatto ad un giovane stomaco si deve cercare con un po' di pazienza. Personalmente lascerei molto in pace Didone e i duelli, che mi sono sempre parsi piuttosto soporiferi. Tante scene che a un adulto un po' letterato sembrano assai evocative hanno senso solo se c'è qualcosa da evocare, e a undici anni i ragazzi le seguono poco. Personalmente mi sono sempre limitata al secondo canto: dopo aver seguito la storia dell'assedio di Troia sapere com'è caduta Troia può interessare - e le scene di fuga e disperazione nella città che vola in pezzi come un castello di carte hanno un loro notevole fascino, come la parte dell'inganno del cavallo. E', diciamo, una specie di antiepica. Ma a Virgilio veniva meglio quella che i duelli, che scriveva per questioni di contratto.

C'è poi il resto: Le Argonautiche di Apollonio Rodio, la Pharsalia di Lucano, la Tebaide di Stazio; per le Argonautiche vanto un esperimento piuttosto riuscito (anche se consiglio di evitare il brano dove la freccia apportatrice di pene trafigge Medea) mentre  degli altri due poemi al momento so soltanto che esistono e che la Pharsalia è stata pubblicata nella BUR qualche anno fa. Molti sono gli insegnanti i Lettere che hanno letto l'una, l'altra o entrambe. Perché non tentare qualche esperimento, lasciando gli autori di antologie inchiodati ai loro incontri sforbiciati tra Ettore e Andromaca e ai loro Eurialo e Niso ridotti a colabrodi, e non solo per colpa delle frecce nemiche?

L'epica medievale è una terra incantata e colma di tesori non più tanto nascosti. Se nelle antologie continuiamo a trovare soltanto la morte di Rolando (che a me è sempre parsa di una noia micidiale, al contrario di quasi tutto il resto della Chanson), la morte di Siegfried dalla Canzone dei Nibelunghi e un breve passo del Cantar de mio Cid**** è solo perché i compilatori delle medesime sono talmente pigri da far vergognare al confronto i gatti che dormono al sole. 
Per il Beowulf in particolare non hanno scuse, visto che Einaudi l'ha finalmente tradotto e stampato, da tempo ormai anche in edizione economica. Ma negli ultimi trent'anni è stato tradotto o ritradotto un po' di tutto: la Morte d'Artù di Malory, i cinque romanzi di Chretien de Troyes, il Lancelot-Graal, il Tristan di Thomas e quello di Goffredo di Strasburgo, il Parzifal di Wolfram von Eschenbach e l'Edda di Snorri (e altro). Buona parte di questi libri è esaurita o difficile da trovare, ma in biblioteca ci sono, e per chi cura un antologia dovrebbe essere pur possibile infilare qualche brano per fornire un percorso decente che renda in qualche modo l'idea di una vasta letteratura che è alla base dei fantasy che oggi vanno tanto di moda - perché in fondo sono soprattutto storie d'amore, d'avventura e di incantesimi, e i ragazzi le trovano sempre interessanti quando riescono a metterci gli occhi sopra.
Entrare nell'epica medievale è come tuffarsi in un universo alternativo: il modo dei personaggi di rivolgersi l'un l'altro, la descrizione delle armature (completamente diverse da quelle greche), la mitologia legata alle spade, spesso anch'esse magiche, e il continuo avvicendarsi di fate, maghi, cerve bianche incantate, filtri incantati, fontane incantate, cavalieri dalle armature dai colori più impensati (spesso anch'esse incantate) e sonni incantati è un autentico viaggio nel paese delle meraviglie. Se l'insegnante non ha una biblioteca personale più che fornita, è per questo obbligato a inchiodarsi sulla morte di Rolando e nella leggenda di Artù malamente rimasticata da narratori moderni specializzati in "letture per la scuola" preoccupatissimi di togliere a quelle vicende un qualsiasi accenno di incanto (e a sopprimere implacabilmente ogni storia d'amore, perfino quelle che finiscono con legittimissimi matrimoni)?

Non sarebbe forse il caso, quando si lavora a una raccolta di brani di testi destinati a giovani e implumi lettori, di uscire da un canone ristretto e mummificato per mettere al primo posto la bellezza dei testi e la costruzione di percorsi un po' più complessi della malinconica sequenza tre pagine di introduzione storico-letteraria fatta male, brano di trenta versi, quattro pagine di esercizi insulsi, e di nuovo tre pagine di introduzione storico-letteraria fatta male eccetera eccetera?

Nota per l'incauto e paziente lettore che per avventura fosse arrivato fino alla fine di cotanto sproloquio:
Per quanto mi è stato dato di capire questo tipo di problema preoccupa una e una sola persona nell'italico universo scolastico : me medesima. In quindici anni di insegnamento più o meno accettabile non mi sono mai imbattuta né in un insegnante che si sognasse di mettere in discussione la scelta dei testi del libretto di epica né in un curatore di antologia che desiderasse fornire qualcosa di valido e ponderato in materia. Ne ho scritto sul blog unicamente in base al principio che "il blog è mio e ci scrivo quel che mi pare".

*ammettiamolo: fare una parafrasi delle piane e chiarissime traduzioni di Rosa Calzecchi Onesti è uno dei esercizi più balordi e inutili di passare il tempo.
**dove? Boh.
***detti anche "episodi"
****che ogni anno mi riprometto di leggere ma non so perché trovo sempre qualcosa di meglio da fare.

venerdì 2 maggio 2014

Identici - Scott Turow


Scott Turow è uno dei miei scrittori preferiti sin dal suo primo romanzo, Presunto innocente, su cui circola la stravagante diceria che lo vuole il primo romanzo del genere legal thriller. Naturalmente è un assurdità: da sempre gli scrittori e sceneggiatori americani basano molta della loro produzione su storie che in buona parte si svolgono in tribunale, spesso con buoni risultati, e Turow si è inserito in una ricca tradizione cui ha contribuito a dare lustro.

Turow è un avvocato, e le sue storie si svolgono in ambiente magistratural-avvocatizio. Oltre ad essere interessanti di per sé, hanno anche la curiosa caratteristica di avere dei personaggi che viene spontaneo prendersi a cuore e che sembrano vivere su questa terra - una combinazione irresistibile, ai miei occhi.
Questo romanzo parla di gemelli monozigoti, e uno dei suoi protagonisti principali è il signor DNA, che nel caso dei gemelli monozigoti è quasi identico - nel quasi, naturalmente, si nasconde una delle possibili insidie, mentre l'altra è che i gemelli non hanno le stesse impronte digitali: tali impronte digitali infatti, ho scoperto leggendo questa storia, sono il prodotto della pressione delle dita del feto sulla placenta - a pressioni e movimenti diversi corrispondono impronte diverse.
La storia, si preoccupano subito di raccontare gli editori già nel risvolto della sovraccoperta, è una rielaborazione del mito di Castore e Polluce. Anche l'autore ce lo racconta, ma solo a romanzo finito.
In realtà, saputa questa informazione di base, la prima delle sorprese finali è chiara fin dall'inizio - o almeno, sono chiare alcune delle possibilità. Le sorprese però non si limitano all'uso quasi scontato di una coppia di genelli in un intreccio giallo, e alcune sono piuttosto... come dire... impreviste.
I due gemelli protagonisti si chiamano Cass e Paul. Il primo, venticinque anni prima della vicenda narrata, si è confessato colpevole di omicidio ed ha scontato 25 anni di prigione; il secondo è un bravo ed efficiente politico, nel pieno di una campagna elettorale che lo vede strafavorito nell'elezione a sindaco di una grande città. Sul più bello però il fratello della vittima ritira fuori la storia dell'omicidio e avvia una campagna di... diffamazione? Insomma, avvia una campagna contro Paul accusandolo di essere coinvolto pure lui nell'omicidio. Paul accetta il consiglio dei suoi collaboratori di querelarlo, e da lì ripartono le indagini, anche se in sordina perché non c'è - né mai ci sarà - una vera e propria denuncia per omicidio presentata in tribunale; di sedute in tribunale però ne vedremo parecchie, e il giudice incaricato - che si ingegna con ottimi risultati a procedere nel più totale rispetto dello spirito e della lettera della legge - avrà la sua bella matassa di lana caprina da sbrogliare.
Delle indagini - private - si occupano un vecchio - a 81 anni si può parlare di vecchiaia, con tutti gli inconvenienti del caso compresi occasionali buchi di memoria - e una donna sui 50, nel pieno di una brillante carriera ma in un momento piuttosto delicato della sua vita personale; per giunta l'anziano e talvolta smemorato investigatore ha una bella serie di aderenze con parecchi tra i protagonisti. Ha anche un buon cervello, però, perché riesce a sbrogliare la matassa, insieme alla donna. E, come in tutti i romanzi a sfondo familiare, la soluzione è complessa, stratificata e scottante da maneggiare, e richiede un vero lavoro di scavo archeologico per ricostruire un passato che è - qui si può davvero dire - padre del presente.
Come sempre in Turow i  temi del romanzo sono la fallibilità della giustizia umana, i debiti col passato, la ricerca della felicità, la società americana e gli uomini e donne di buona volontà - che non sono tematiche originalissime, ma c'è modo e modo di trattarle. Quanto alla lunghezza, è perfettamente adeguata: la storia finisce esattamente quando deve, e dopo aver trattato ogni singola questione e aspetto in modo chiaro ed esauriente, ma non eccessivamente lungo - e questa non è una dote consueta in un romanzo, soprattutto americano.
Consigliato a chiunque sopra i 16 anni, col suggerimento di leggerlo in un periodo in cui ci si possa permettere delle rispettabili sedute di lettura - diciamo 50-80 pagine al giorno, anche per godersi il piacere di avere un amico che ti aspetta la sera sul comodino.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e felice fine settimana a tutti i partecipanti, e a chiunque passi di qua.

mercoledì 30 aprile 2014

Il corso di aggiornamento che cambierà le vostre esistenze - 2


(---> continua)
Nei giorni seguenti le colleghe di St. Mary Mead ogni tanto mi domandano "Ma tu hai già scritto qualcosa per le Life Skills?". Poi smettono, perché la mia risposta è sempre  "Sì, qualche pagina" (segue numero, in progressivo  aumento) mentre loro non han scritto un accidente e si sentono un po' in colpa.

Mi fermo dopo otto pagine a spazio uno, carattere in corpo 12. Praticamente un romanzo, ma siccome non ho capito bene cosa devo metterci ho messo tutto quel che mi passa davanti agli occhi.
In effetti "Dinamiche di relazione" è un campo un po' vasto. Mi concentro sulla Seconda, che conosco meglio - siccome la conosco meglio ho più cose da dire.
Rileggendolo prima di stamparlo lo trovo un testo tanto scialbo quanto inutilmente lungo, oltre che pesantemente condizionato dal mio punto di vista - d'altra parte, visto che io stessa sono parte integrante delle dinamiche di classe e che le dinamiche degli alunni le vedo solo per quel poco che loro acconsentono a farmi vedere, non so come avrei potuto evitarlo. Noto anche che sono ossessionata da Wasp - come tutta la classe, del resto - e che ciò non va bene. Devo trovare una soluzione per quello, mi dico. Da qualche parte del mio inconscio la soluzione si presenta da sola, perché Wasp continua a imperversare come prima ma io ho smesso di farci molto caso e di conseguenza lui si è calmato (in compenso parecchi altri si sono messi a fare cose assai strane, e anche questo ha contribuito a distrarmi. Al momento considero Wasp come una piacevole oasi di relax e di quiete, là dentro).

Le mie colleghe portano cose molto più sintetiche - in particolare la prof. Palmina improvvisa una paginetta sotto i miei occhi, nell'ultima mezz'ora prima del terzo incontro. La ammiro molto, visto che il mio testo tanto fluviale quanto scialbo mi è costato ben più tempo e ha assai minor contenuto.

All'incontro le insegnanti di materne ed elementari discettano alla grande sulle dinamiche più o meno perverse nelle loro classi e su come lavorano per regolarle, mentre noi delle medie ci ammantiamo in un pudico silenzio, tristemente consapevoli di non riuscire a fare nulla di così efficace e raffinato - vuoi perché in un Consiglio di Classe siamo tanti e ognuno la pensa a modo suo, vuoi perché è impresa improba intervenire tra quelle spinose creature che ci vengono date in sorte come allievi.
Dopo tanto raccontare, torniamo infine alle Life Skills, di cui ci viene detto che lavorano su autostima, capacità relazione, problem solving - insomma sulla persona, più o meno. Si tratta, nel presente corso, di utilizzarle per migliorare le relazioni interne della classe perché se la classe sta bene allora lavora meglio - che mi ricorda un po' quella pubblicità dei preservativi "Far bene all'amore fa bene all'amore"; d'altra parte entrambe le cose sono vere.
Il corso consisteva dunque nell'elaborare brevi e incisive attività che lavorassero su autostima, socializzazione, empatia e tutto questo genere di cose e che migliorassero le relazioni interne di una classe o "ne alleviassero le aree di problematicità avviando dei comportamenti virtuosi".
No, naturalmente le attività non ce le avrebbe assegnate lei, altrimenti avrebbe rischiato di limitarci o influenzarci*, dovevamo inventarle noi. L'unico esempio che si degnò di fare fu quello del "saluto di inizio mattina", che ho scoperto essere assai comune alle elementari ma un tantino impraticabile alle medie, non fosse che per le lamentele che alzerebbe chi fa la prima ora e se ne vedrebbe scippare mezza in tal modo**. 
La tenutaria promise inoltre che ci avrebbe mandato via mail gran copia di modelli di schede per redigere il Diario di Bordo dei nostri esperimenti. Quest'ultimo fu per me l'unico aspetto consolante, perché mi ricordava tanto il capitano Kirk.
Diario del capitano, data astrale 1416 punto 7. Il signor Spock mi ha appena confermato che la situazione è estremamente critica...

Nelle settimane successive io, Palmina e Marzapane siamo assai prese a cercare una risposta all'assai inquietante domanda "E mo' che cazzo facciamo come breve e incisiva attività?". Ci ritroviamo un pomeriggio per discuterne, a casa di Marzapane, ma finisce tutto in un gran chiacchierare sulle nostre classi mangiando dolcetti.
Finché un giorno, dopo una lezione particolarmente irritante nella Terza Effervescente, mi venne l'ispirazione per un questionario a base di domande del tipo: 
"Ti è mai capitato nella settimana trascorsa di essere interrotto durante un interrogazione?" 
(risposte: mai, da 1 a 3 volte, fino a 5 volte, più di 5 volte); 
"Ti è mai capitato di interrompere un compagno durante un interrogazione?" (risposte: vedi sopra); 
"Hai mai avuto l'impressione che qualche compagno ti mancasse di rispetto?"; 
"Quanto ti senti a tuo agio da 1 a 10 mentre sei in classe?" 
eccetera.

Detto fatto, il Sabato seguente, appena entrata in classe, esordisco "Ho deciso di usarvi come cavie per il mio corso di aggiornamento" e distribuisco i questionari.
Non c'è l'ombra di una discussione: tempo una decina di minuti e mi riconsegnano i questionari compilati, e possiamo così dedicarci ai problemi sociali dell'India.
Bastano una ventina di minuti per schedare le risposte e i risultati non sono sorprendenti: gran parte degli alunni ammette apertamente di essere stato interrotto, di avere interrotto, di essere stato ripreso in tal senso dagli insegnanti molte volte e si ripromette di impegnarsi di più per tenere almeno vagamente pulita l'aula. Nel complesso assicurano di sentirsi a loro agio, ma c'è un gruppetto che soffre abbastanza la situazione e non è contento di stare in una classe così... diciamo così disinibita.
Questa modesta e del tutto artigianale iniziativa suscita il plauso incondizionato di colleghi e genitori, cui vengono letti i risultati durante il Consiglio di Classe.
Con alcune varianti e approfondimenti il questionario viene ripetuto per altre due settimane, dopo che ho comunicato i risultati della settimana precedente. Nel frattempo le interruzioni durante le interrogazioni diminuiscono sensibilmente*** e ogni tanto qualcuno prende la ramazza in mano per spazzare il povero pavimento. Da notare che la classe non si è affatto calmata, semplicemente il pavimento è meno ingombro e le interrogazioni meno snervanti, almeno nelle mie ore. Ed è possibile che tutto ciò non c'entri nulla con i tre piccoli questionari il cui unico e indiscutibile effetto positivo è stato aver alleggerito un po' tre dei loro sabati scolastici... e aver dato a me la ciambella al miele con cui  placare la tenutaria del corso.

Dopo aver spolverizzato con lo zucchero la ciambella**** vado alla quarta lezione dove, con mia grande sorpresa, il mio modesto dolcetto di fabbricazione casalinga viene assai ammirato e apprezzato.
Altre espongono attività ben più valide; in particolare una maestra ci racconta nel dettaglio un complesso lavoro a base di ricci (in cartapesta, mi pare): prima ogni bambino ha costruito e decorato il suo riccio, poi è stata fatta la casa per i ricci, dove dormono a turni, ci sono questioni di precedenza, ci sono state discussioni, la casa è stata ampliata e decorata... L'idea di far fare a ogni bambino il suo avatar per poi avviarci un gioco di ruolo mi sembra bellissima e rimpiango molto che alle medie non ci sia il tempo per fare un attività del genere (certe prime la gradirebbero molto); tuttavia in cuor mio nutro il sospetto che la maestra avrebbe avviato il gioco dei ricci anche senza il grandioso corso delle Life Skills, e stia semplicemente utilizzando a pro del corso il suo consueto lavoro - perché, in verità, alle elementari e pure alle materne sulle relazioni ci lavorano parecchio, e non da ieri mattina, e ogni tratto di quel riccesco lavoro denota pratica ed esperienza, e lo stesso vale per il complesso lavoro sulle emozioni tradotte in disegni, impostato dal gruppo delle materne. 

Alla quinta lezione mi presento con il resoconto di una serie di esperimenti fatti con la Seconda Ancora All'Apparenza di Ogni Grazia Adorna allo scopo di migliorare la loro tecnica di studio della storia, dove ho gran cura di sorvolare con bel garbo sui risultati*****. Palmina e Marzapane invece portano un lavoro dove ogni alunno ne osservava un altro paragonandolo a com'era l'anno precedente e mettendone in rilievo i cambiamenti positivi. Raccontano poi, tra grandi risate collettive, di come al termine di cotal lavoro, teso ad armonizzare meglio la classe, detta classe abbia pesantemente insultato un professore. A mia volta racconto poi quali e quante correnti malefiche imperversassero nella mia Seconda, mentre io mi preoccupavo di migliorare e rifinire il loro metodo di studio della storia. Dopo il nostro sofferto coming out****** anche le altre raccontano i vari travagli traversati dalle loro classi e ne viene fuori una bella seduta di autocoscienza insegnantesca dove le Life Skills di fatto c'entrano il giusto. 

E dunque questa sarebbe la fine del nostro grandioso Corso di Aggiornamento?
Nossignori: dobbiamo ancora presentare un piccolo testo in cui raccontiamo come qualmente la nostra vita professionale sia cambiata grazie all'incontro con le Life Skills.
"Ma allora è una persecuzione!" abbiamo pensato tutte in coro davanti a quel colpo di coda finale.
Tuttavia, almeno nel mio caso, un cambiamento c'è effettivamente stato: mi sono sentita legittimata su certe vaghe considerazioni che ogni tanto affioravano confusamente dal mio inconscio. Senza questo corso non credo che mi sarebbe venuto in mente di assegnare un paio di tutor ai più deboli in storia, chiudere tutti in una stanza grande e provare a fargli studiare tre pagine in mezz'ora con interrogazione immediatamente successiva (anche se, qualora l'idea mi fosse venuta, l'avrei messa in pratica senza esitare); né credo che mi sarebbe venuto in mente di testare gli alunni su come vivono la loro vita in classe (cosa che credo farò a scadenze regolari, d'ora in poi) e, qualora mi fosse venuto in mente, non credo che poi l'avrei fatto. In effetti quest'ultima pensata, al limite tra il banale e l'ovvio, è stata salutata dai colleghi come un uovo di Colombo, lodata e perfino copiata. Non ci vuole un genio per pensarla, ma l'idea non ci aveva mai sfiorati. 
Quindi diciamo che mi sono aperta a nuove prospettive, che è sempre una buona cosa per un insegnante.

In conclusione, e tenendo conto che il corso era gratis e non mi ha preso molto tempo, il bilancio per me risulta positivo.
Se poi il risultato complessivo vale i (parecchi, sembra) soldi che ci sono stati e saranno spesi per pubblicazioni, organizzazione e coinvolgimento delle ASL - sinceramente non lo so, né ho gli strumenti per calcolarlo.

*"And thanks to the prick!" direbbero ad Oxford.
**Grazie a questa simpatica usanza, ogni mattina la classe si dispone in cerchio in mezzo all'aula scambiandosi con bel garbo pensieri e sensazioni. Poi inizia la giornata lavorativa vera e propria. 
***ma NON quelle durante le mie spiegazioni. Assolutamente NO.
****ovvero dopo aver compilato con adeguato sussiego tre schede di diario di bordo relative alla mia nuova attività di sondaggista.
*****che non sono stati nulla di che: mezza classe continua a studiare in modo mnemonico; e siccome  studia molto meno di prima i voti si sono decisamente abbassati. Alle lunghe questo ha però innescato dei comportamenti virtuosi, in quanto molti si sono rimessi a studiare. Forse con nuova consapevolezza, chissà.
******perché anch'io son buona a usare qualche parola di inglese, all'occorrenza. Comunque, la corretta traduzione in italiano di "coming out" è "sputare il rospo".

martedì 29 aprile 2014

Il corso di aggiornamento che cambierà le vostre esistenze - 1

In viaggio verso lidi sconosciuti e incantati

"Murasaki, lo fai un corso d'aggiornamento con me?" mi chiede un nebbioso mattino di Ottobre la prof. Marzapane mentre estraiamo i registri dai cassetti prima della campana di inizio lezioni.
"Su cosa sarebbe il corso?" mi informo con aperta diffidenza.
"Sulle Life Skills".
"Eicchellesono, le Life Skills?"
"E' una roba per la gestione della classe. Si lavora sulle dinamiche tra alunni, cose così. Dice che questo è un corso fatto bene".
Le dinamiche interne della classe sono un mondo assai complesso e misterioso, e qualcosa da imparare c'è sempre. Specie per me.
"OK, mi segni tu?"
"Basta che firmi qui. Ti lascio il foglio nel cassetto?"
"D'accordo, quando ho l'ora buca firmo".
Ho un carattere passivo e sono di indole pigra. Le due cose si compensano, in un certo senso: in quanto pigra è difficile che mi imbarchi spontaneamente in qualcosa, in quanto passiva è difficile che rifiuti le offerte di una persona di cui mi fido. La Marzapane è persona di cui mi fido assai. Ed è così che mi sono iscritta a un corso sulle Life Skills senza la minima idea di cosa fossero le Life Skills. 
D'altra parte i corsi si fanno per imparare quel che non si sa, giusto?

Quel che mi sorprende è che a tutt'oggi, a corso ormai concluso, sulle Life Skills non ne so molto di più di quanto ne sapessi in quella nebbiosa mattina di Ottobre.
Ma andiamo per ordine.

Qualche settimana dopo, in una macchina organizzata dalla prof. Marzapane (che per strappare passaggi è assolutamente imbattibile) il gruppo delle partecipanti di St. Mary Mead si è diretto all'Inaugurazione del Corso, in una delle tante artistiche ville che adornano le colline intorno Firenze. L'inaugurazione dura tre ore buone, con tanto di tè a intervallare. E dico subito che il tè risulta ben fornito di ottimi dolcetti e di grandi ceste di prugne e susine di eccellente qualità. 
Dalle ampie finestre del salone della villa dove si tiene l'inaugurazione si intravede uno splendido panorama; ed è davvero un bene che il panorama sia gradevole all'occhio perché la presentazione del corso, per contro, è di una pallosità invero assai ragguardevole.
Svariate personalità ed autorità ci informano di quanto le Life Skills siano belle e utili e importanti e di quanto il corso che ora va ad incominciare sia bello e utile e importante. Perché questo corso, sapete, non è il solito corso: è un corso concreto, che parla di scuola, dei problemi della scuola e dà risposte concrete ai concreti problemi che affliggono gli insegnanti. Il tutto grazie alla Life Skills. 
Dopo un ora e mezzo di questi interventi, comunque, il mio principale problema in quanto insegnante è un sonno micidiale. Non so se le Life Skills potrebbero rimediare a ciò. Forse sì, se davvero sono concrete come ci assicurano. 

Giunge infine il primo intervento concreto che riferisce su un reale e autentico caso di applicazione delle Life Skills, qualsiasi cosa esse siano: e una signora di un Comprensivo di frontiera ci riferisce nel dettaglio di come le abbiano applicate con interessanti risultati: c'erano dei ragazzi più grandi che facevano qualcosa, a scadenza regolare, con ragazzi più piccoli (si chiama peer education, ovvero educazione tra pari). Di ciò veniva tenuto un diario sui tempi, le modalità eccetera. La scheda del diario di cotale attività ci viene illustrata nei minimi dettagli, con tutte le sue qualità tecniche. Non viene spiegato cosa esattamente facessero in quelle attività né quali effetti abbiano avuto. Nessuna di noi mette in dubbio la qualità del lavoro, ma nessuna riesce nemmeno a capirci qualcosa - almeno nel gruppo di St. Mary Mead.
Torniamo al paesello un po' perplesse, ma tanto la settimana prossima cominciano i lavori, quindi andremo più nel concreto.
Ci hanno dato due corpose pubblicazioni, con belle copertine plastificate che raffigurano uccellini sui rami su uno sfondo crepuscolare. Forse usignoli?
Comunque le copertine sono molto belle, e siccome una di queste pubblicazioni è composta da schede in un raccoglitore ad anelli, tutte meditiamo su cosa fare del raccoglitore ad anelli una volta tolte le schede.

Il giorno dopo, che per me è pure il giorno libero, addento le pubblicazioni, ormai incuriosita - chissà che non mi riesca capire cosa sono le Life Skills?

Non mi riesce. Nelle schede del raccoglitore se ne parla come della cura di tutti i malesseri scolastici, vien detto quanto sono importanti e belle e utili, già da tempo applicate in America, e di quanto servano per indurre i ragazzi a corretti stili di vita. E qui resto un po' perplessa perché questa storia che la gente vada "indotta" a corretti stili di vita mi sa parecchio di manipolazione: io sono un insegnante di Lettere, insegno italiano, storia e geografia (nonché educazione civica) e non mi va di indottrinare nessuno.
Mi accorgo presto comunque, di non correre nessun rischio in proposito al momento, perché nelle esperienze descritte non c'è mai niente di specifico. Per esempio si racconta di un campus formativo dallo spocchioso slogan "Dal benessere al miglior essere". 
Meditazione orientale? Psicanalisi? Terapia con i fiori di Bach? Uso di LSD per allargare le percezioni?
Forse: "Studenti e insegnanti delle scuole coinvolte hanno partecipato a un campus di ricerca-azione che ha utilizzato la metodologia sull'apprendimento esperienziale con la mediazione dei linguaggi artistici. Nel corso dei due giorni i partecipanti hanno approfondito la loro formazione relazionale, si sono confrontati su tematiche inerenti il benessere dei giovani e, su queste, hanno prodotto materiale di comunicazione".
E stando a questa vaghissima descrizione che non dice niente su niente, tale campus può essere stato un esperienza validissima, un immane cagata o uno dei tanti stadi intermedi tra questi due estremi. Ma, stante che di questo fantomatico campo noi non sappiamo nulla, che ce ne frega?
Si parla molto di peer education, di problem solving e di decision making e il tutto è più astratto di un quadro di Kandinskij.
Comunque il raccoglitore è bello.
Nel librotto invece si spiega di quanto è importante instillare negli alunni delle classi adeguate capacità di autocoscienza, gestione dello stress, capacità di costruire relazioni interpersonali, problem solving, decision making e qui mi fermo ma la lista è ancora lunga. Nessun cenno di come fare tutto ciò.
Dalle brume riemerge la teoria di mia madre che la bibliografia in un corso è sempre inutile da leggere (teoria che mi guardai bene dal mettere in pratica all'università, però, e mal me ne sarebbe incolto se l'avessi fatto).

La settimana dopo i lavori cominciano. La tenutaria del corso ci spiega che le Life Skills sono utili e importanti, e che ci ha mandato via mail un documento in proposito (lungo e prolisso, aggiungo dopo averlo letto, e che spiega qualmente di quanto siano importanti le Life Skills e di quanto siano utili). Poi ci distribuisce dei foglietti dove ci chiede di indicare il nostro grado di conoscenza delle Life Skills e le nostre aspettative verso questo corso. Scrivo con assoluta sincerità che non so assolutamente nulla delle Life Skills, che sono disponibile a saperne molto di più e che non ho aspettative particolari sul corso, nel senso che sono aperta a tutti gli sviluppi. Siccome sono buona e cara, e pure un tantino disillusa, non aggiungo che mi piacerebbe tanto capire che cazzo ci sono venuta a fare a questo corso. Voglio dire, siamo a quasi quattro ore ore di preliminari su dieci complessive, il corso quando arriva?

Il corso, scopro più avanti, non arriva. O meglio, lo dovremo fare noi.
E siccome è un corso sulle dinamiche di classe, come compito a casa ci viene dato l'incarico di parlare delle dinamiche di relazione che osserviamo riguardo alle nostre classi mediante un diario di bordo. La tenutaria però non ci dice come dovremo tenere cotal diario, perché "non vuole influenzarci".

Sono vieppiù perplessa, ma un po' più sollevata. Se c'è da scrivere un diario posso farcela. Datemi il punto di appoggio di un diario e vi solleverò il mondo.

domenica 27 aprile 2014

Se dal bosco esce la fiera / dille: Son Camicia Nera!

Quale madre non canterebbe volentieri questa bella ninna nanna alla sua prole?


E' sempre un momento piacevole quando infilo la pennetta nel computer e faccio scorrere la mia piccola raccolta di immagini sulla propaganda fascista: la classe si diverte, io pure, e con una quarantina di slide l'ora passa senza fatica per nessuno. I filmati dell'Istituto Luce lasciano sempre un po' d'inquietudine per il tono magniloquente, i discorsi di Hitler e Mussolini e le parate militari peggio che mai (per non parlare di Stalin, con quella sua aria rassicurante da buon padre di famiglia), le canzoni del ventennio hanno un retrogusto strano,  anche quelle più orecchiabili. Ma le immagini parlano senza rumore, e restano più impresse. Soprattutto quelle - favolose, ma purtroppo in rete ancora piuttosto rare - del Libro Unico di Testo per le Scuole Elementari, che proprio Unico non era in quanto c'erano le versioni per maschietti e femminucce e per cittadini e campagnoli. La Befana Fascista, le filastrocche per Balilla, i santini di Mussolini hanno un loro fascino tutto particolare, senza contare che i libri per le elementari hanno spesso già di loro un non lieve tocco di ridicolo.

I ragazzi guardano e commentano - e quando mai la Terza Effervescente si è tirata indietro, quando c'era da commentare? Improvvisano la musica per la ninna nanna, osservano con cura i dettagli dei disegni, immaginano le reazioni dei piccoli lettori, si interrogano sullo stato d'animo degli insegnanti, si domandano se davvero la Befana Fascista passava di casa in casa. Romolino e Romoletto riscuotono sempre un gran successo, e non parliamo dei negretti abissini in adorante ammirazione dei loro italici coetanei, tanto più belli e civilizzati di loro (non ci sono alunni neri in classe, altrimenti mi sarei sentita obbligata a toglierle per riguardo al loro fegato. Specie con i tempi che corrono).
Lascio che studino bene i dettagli - i dettagli sono sempre importanti, nei manifesti. Non faccio mai fretta per andare avanti. Parlo poco, limitandomi a dare qualche precisazione storica o a chiedergli perché qualcosa è disegnato in un dato modo. Hanno sempre una risposta (spesso ben più di una).

In apparenza è una lezione di storia, abbastanza neutrale. In realtà si tratta di Educazione e Cittadinanza sotto mentite spoglie. 
Quella che faccio vedere è propaganda, e la propaganda non è certo finita con la caduta del fascismo. Viviamo circondati di propaganda, in certi periodi di più, qualche volta di meno - ma qualcosa c'è sempre. E quasi sempre è ridicola. Non solo in Italia, certo - anche se l'Italia ha una decisa propensione per la propaganda ridicola, come se nei nostri cromosomi mancasse qualcosa che ci permetta di individuarla. Però è una medaglia che ha sempre il suo rovescio.
"Capirete a questo punto come mai la generazione cresciuta con questi libri sia andata sulle montagne a sparare ai fascisti, appena ne ha avuto la possibilità" concludo.

In modo all'apparenza un po' defilato anch'io faccio propaganda. A favore del senso critico.

Funziona? 
Non lo so e non posso saperlo. Ma sono figlia del mio tempo, e credo nei messaggi subliminali*.

*Cosa strana, quando alla SSIS il gruppo di lavoro di cui facevo parte propose una volta un lavoro di questo tipo, la pedagogista scosse la testa sostenendo che una terza media non aveva certo la maturità e lo spirito critico per analizzare certe cose. Non saprei dire sulla maturità, ma una terza media priva di spirito critico... mah, può darsi che esista, ma io non l'ho ancora incrociata (caso mai il problema è scansare i getti di acido solforico); e infatti, in una forma o nell'altra, qualche lavoro sulla propaganda fascista nelle terze viene sempre fatto, spesso anche con l'aiuto del libro di storia.

venerdì 25 aprile 2014

Le impossibili metafore delle similitudini

per esempio, definire un gatto "intrecciatore dei gomitoli" è una metafora

Molti insegnanti di Lettere delle medie istruiscono i loro allievi con grande attenzione sulle varie figure retoriche. 
Non io.
Chi si libera infine delle mie amorevoli cure professionali conosce di norma una e una sola figura retorica: la similitudine - cui di solito è stato iniziato sin dagli anni delle elementari. Chi sa di più, non lo sa per merito mio.
Non trovo niente di riprovevole nell'insegnare la similitudine sin dalla più tenera età. Qualora tuttavia qualche insegnante delle elementari, legittimamente preso da altre incombenze, non abbia provveduto, alle medie si rimedia in fretta grazie a Omero: Omero ama le similitudini, ne fa in quantità industriale e di solito sono bellissime. Normalmente ai ragazzi Omero piace, e gli piacciono anche le sue similitudini. Tutto qui.

Purgatorio, cornice dei Superbi. La lettura del breve brano è andata liscia e nessuno sembra aver trovato difficoltà a seguirlo. Per onor di bandiera assegno gli esercizi dell'antologia: due domande con risposta a crocette, due a risposta aperta breve e una piccola tabella dedicata alle due similitudini incontrate.
Nella lezione successiva però metà classe mi spiega che non ha riempito la tabella perché... era troppo difficile. 
Da qualche tempo la Seconda Attualmente d'Ogni Scheletro Ingombra si concede spesso questo tipo di sortite, e stavolta trovo che abbiano davvero esagerato. Il brano conteneva due similitudini: in una i penitenti erano paragonati ai mendicanti ciechi davanti alle chiese, che chiedono la carità appoggiandosi l'uno all'altro per fare più compassione, nell'altra, visto che hanno le palpebre cucite, ai poveri astori cui cucivano le palpebre durante l'addestramento per renderli più docili. La tabella non chiedeva grandi dettagli, solo di indicare i due elementi della similitudine. Davvero nulla di drammatico.

"Ma lo sapete cos'è una similitudine?" chiedo angelica.
"No".
Naturalmente l'anno scorso riconoscevano senza problemi le similitudini - l'ho testato giusto con Omero.
"E le metafore?" chiedo, sempre più angelica "Le sapete riconoscere, le metafore?"
"No".
"Ma sì" interviene il Noce "Ne abbiamo fatte tante, alle elementari, ti ricordi?"
"Sì, ne avevamo un quaderno pieno".
"Oh, davvero?" sorrido. Sarebbero lusingate, le maestre, nello scoprire quanto utilmente hanno utilizzato il loro tempo, all'epoca.
"Le metafore le avete trovate nel Beowulf. Vi ricordate che i personaggi erano definiti ogni volta in modo diverso?"
"Ah sì: il custode del tumulo, il signore degli anelli*..."
Frugano nel quaderno e ritrovano l'elenco fatto qualche mese fa dei vari modi con cui erano definiti il drago e Beowulf.
"Sono tutte metafore" gli spiego  "Nell'epica nordica le metafore andavano molto di moda. Per esempio, secondo voi cos'è il pascolo dei pesci?"
"Il mare!".
"Molto bene, ci ritorneremo" prometto col più dolce dei sorrisi.
Io sono buona e cara, ma c'è un limite a tutto: se uno stupido esercizio gli chiede di individuare i due elementi di una similitudine non possono stabilire ch'è troppo sbattimento sobbarcarsi cotanta impresa.

Passate le vacanze di Pasqua ci siamo ritrovati.
"Oggi ci occuperemo di similitudini, di metafore e financo di adynata"
"AdiCHE?"
"Adynata, altrimenti detti impossibilia. Di solito non si fanno alle medie, io li ho fatti all'università. Mi ci hanno fatto corso di tre mesi**, anche se lo trovai un tantino eccessivo. Ma non sono nulla di drammatico, davvero. Siete stati probabilmente l'unica classe delle medie del regno che si è letta la storia dove Galeotto fa da galeotto, e adesso sarete anche l'unica classe che fa gli adynata già alle medie".
Mi guardano perplessi.
"Carta e penna, che andiamo a cominciare".
Detto delle brevi (molto brevi) definizioni di similitudine, metafora e adynaton, poi qualche esempio, infine li divido in sei gruppi e gli ordino di scodellarmi in breve tempo cinque similitudini, cinque metafore e cinque adynata***.

Una quarantina di minuti dopo son lì che ascolto i risultati.
Cominciano a leggermi le similitudini.
"Il compito di grammatica incombeva come un orribile mostro".
Tutti approvano.
"La pioggia cadeva come i pantaloni di Ibn al-Arabi".
Risata generale.
"I miei pantaloni non cadono!" ribatte Ibn al-Arabi offesissimo "Li tengo su con la cintura".
Alza la felpa e ci mostra la cintura. Ma tutti continuano a ridere lo stesso.
Non ho mai fatto caso ai pantaloni di Ibn al-Arabi, ma mi viene il sospetto che se alle due angiolette di classe è venuta in mente proprio quella similitudine, un motivo probabilmente c'è.
"Dormiva al sole rilassato come un bradipo che riposa disteso sul ramo dopo aver cacciato per due ore".
"La paura lo invadeva come una lenta colata di lava".
"La sua bellezza splendeva come uno specchio illuminato dal sole".

Passiamo alle metafore
"Il padrone del gomitolo di lana verde: il gatto".
Approvo.
"La strada dei pesci: il fiume".
"Il signore della foresta: il leone".
Vabbe'.
"Il faro notturno di Parigi: la Tour Eiffel"
"Ci hanno copiato le frasi!" insorge l'Onesto Iago "WASP è venuto due volte da noi e ci ha copiato le frasi".
"Ma veramente..." ribatte Wasp piuttosto sorpreso.
Faccio cenno con la mano di continuare, poi vedremo. E' vero che Wasp è andato un po' girando per la classe, ma l'ha fatto dopo che il suo gruppo aveva finito l'esercizio, e dunque...
Arriva il turno del gruppo dell'Onesto Iago.
"Il re degli animali: il leone. E' la prima che ci hanno copiato".
Scuoto la testa "Non potete mettere il copywright su una metafora del genere, sono migliaia di anni che il leone è chiamato re della foresta e degli animali. Mi sembra un classico caso di poligenesi".
"Il simbolo di Parigi: la Tour Eiffel".
"E non potete nemmeno mettere il copywright sulla Tour Eiffel. Tra l'altro loro hanno fatto una metafora molto più originale" insisto.
L'Onesto Iago non è convinto. Ci sarebbe anche da considerare che Wasp non ha nessun motivo di copiare niente da nessuno in questo tipo di esercizi perché l'originalità non gli fa certo difetto (mentre, sotto questo aspetto, l'Onesto Iago è piuttosto carente) ma evito di dirlo perché, tra l'altro, l'Onesto Iago è parecchio permaloso nonché del tutto ignaro di esserlo.
"L'abile decoratrice di unghie: Iriza"
(Iriza sorride compiaciuta, ammirandosi le mani).

Contrariamente a quel che mi aspettavo, gli adynata non sono il pezzo forte dell'esercizio, e abbondano i proverbi: vuotare il mare col cucchiaino, pestare l'acqua nel mortaio e simili. Comunque c'è anche chi cammina sulle nuvole, fa bolle di sapone col burro, caccia rinoceronti con la reticella da farfalle, ara con i denti e cammina sull'acqua.
"Prof, ma camminare sull'acqua si può".
Ci penso su "Abbiamo un solo caso registrato, che io sappia, ma non sappiamo quanto siano attendibili le testimonianze. E poi si trattava di una persona abbastanza particolare. Lo considero valido come adynaton".

Così, in una sola lezione di grammatica, ho fatto ben tre figure retoriche e sbarcato un giorno-da-ponte, nonché completato il mio personale programma di questo particolare ramo dell'italiano.
Per il chiasmo, l'anafora e l'ossimoro lascio volentieri il passo ai miei colleghi delle superiori.
Se proprio ci tengono.

*ebbene sì, il romanzo di Tolkien prende il titolo proprio da uno dei molti modi in cui Beowulf è definito. L'ho scoperto quest'autunno, appunto leggendo Beowulf, poema da lui teneramente amato.
*giuro.
***senza farci su un corso di tre mesi, mi limiterà a dire che nell'adynaton, per spiegare di come una circostanza sia impossibile da avverarsi, vien fornito il paragone con qualcosa di ancor più dichiaratamente impossibile. Esempio classico "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli". Se non si desidera costringere i cammelli a sì doloroso esercizio si può spalare l'acqua con un forcone, tirare frecce con l'aratro, cacciare la lepre con l'aiuto del bue e via dicendo. Il mio adynaton preferito è in una poesia di Catullo "Quel che una donna giura all'amante / scrivilo nel vento o sull'acqua che scorre".