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lunedì 30 aprile 2012

La nebbia ai dolci colli / non sempre se ne sale


Tipico paesaggio collinare intorno a Hogsmeade e a St. Mary Mead

In questi due anni ho avuto la LIM in classe e l'ho trovata utilissima. Tuttavia entrambi gli anni ho dovuto combattere col problema delle tende.
Si parte da una contraddizione di base: le le aule scolastiche moderne sono costruite in modo da garantire l’accesso della massima quantità di luce solare possibile per limitare il ricorso alla luce artificiale, che oltre ad avere un suo costo stanca gli occhi. Per lo stesso  motivo le tende a scuola sono in tessuti leggeri e chiari. Viceversa la LIM, che è prima di tutto un grande schermo, richiederebbe almeno un po’ di penombra per permettere una visione chiara delle immagini e delle scritte. Sarebbe quindi opportuno, per le aule dotate di LIM, disporre di un ulteriore tendaggio scuro che permetta all’aula un momentaneo oscuramento. 
A Hogsmeade le tende erano di un delicato celeste pastello, di un tessuto assai fragile che si andava sbriciolando già dopo il primo anno di vita. Provai a chiedere un qualche tipo di drappeggio scuro che parasse la luce ma la Preside non sembrò mai realizzare l'effettiva entità del problema, anche se giurava di avere chiesto tende al Comune.
D'altra parte era anche la stessa Preside che teneva il proiettore in una grande aula completamente a vetri e raccontava che c'era un grandioso (e, immagino, costosissimo)  progetto per dotare l'aula in questione di pareti a vetro fumé, con il risultato che in tutta la scuola media di Hogsmeade non c'era una stanza dove farsi una proiezione decente. Insistei fino all'esasperazione (sua) spiegando che era assurdo tenere un oggetto costoso come la LIM se poi non c'erano le premesse per utilizzarlo ma non addivenni ad alcunché. Non era nemmeno possibile arrangiarsi con una colletta per le tende nuove perché le tende in un'aula devono rispondere a requisiti speciali e sono piuttosto costose, inoltre spettavano al Comune - che, come tutti i Comuni in questi anni, non aveva soverchia copia di fondi a disposizione e, fornendoci in abbondanza di carta da fotocopie e carta igienica, faceva già del suo meglio.
Per fortuna fu un anno molto, molto piovoso: spesso il tempo era grigio e nelle prime ore della mattinata ci assisteva quasi sempre una benefica nebbia che creava condizioni piuttosto adeguate: in sostanza il problema si limitò a una manciata di ultime ore di Giovedì quando facevo geografia e il sole batteva dalla nostra parte.

A St. Mary Mead ci sono delle orribili tende a pannello di una tela pesante e bianca, arrotolabili. Le tende arrotolabili sono da sempre una fissazione di St. Mary Mead, che però si ostina a sceglierle di un tipo che si arrotola male, si incastra volentieri e spesso finisce per rompersi, il tutto anche senza calcolare Cristaccecami che cercava di tirarle giù attaccandocisi (riportando talvolta anche un parziale successo). Inoltre l'aula della mia classe si distingueva per una posizione assai favorevole, da dove il sole poteva baciarla appassionatamente sin dal primo istante di lezione. Verso la fine della mattinata il sole girava e le cose miglioravano, ma per l'appunto io avevo quasi soltanto prime ore.
La Nostra Preside mi assicurò che le tende erano state richieste, con lo stesso esatto tono con cui me l'aveva garantito la Preside di Hogsmeade. Piuttosto sconfortata salii nella Stanza dei Fantasmi, uno stanzone al terzo piano ricolmo di relitti del passato, in cerca di una qualche ispirazione: perché le nostre finestre erano talmente grandi e luminose da farmi dubitare che perfino la tradizionale nebbia di St. Mary Mead bastasse ad assisterci. 
E quasi subito trovai, non dico la soluzione, ma una miserabile toppa per sbarcare quelle prime settimane di piena estate: il Catafalco.
Costui era un grande e lungo pannello di tela nera, probabile ricordo di una scenografia degli anni passati, montato su legno leggero e dall'aspetto assai lugubre. Gli efficienti custodi provvidero prontamente a portarlo in aula dove tre scolari di buona volontà fecero numerosi tentativi e alla fine scoprirono che, sistemandolo in una data e precaria posizione dove rischiava continuamente di cascare in testa a chi stava nei banchi accanto alle finestre sì, effettivamente oscurava una buona parte della luce. Altra cosa che risultò subito chiara era che, in presenza di Cristaccecami, il pannello andava gestito con grande cautela.
Si inaugurò così una scomoda routine in cui il Catafalco era conservato in Segreteria (che di solito era chiusa a chiave, onde salvare la fotocopiatrice dalle incursioni di Cristaccecami) e portato in classe quando serviva. Non era un oggetto maneggevole né di scarso ingombro, non era facile da collocare nella posizione giusta ma a modo suo funzionava, e frasi come  “Prof, andiamo a prendere il catafalco?” e “Prof, possiamo riportare a posto il catafalco?” sono entrate nel nostro linguaggio comune. Non solo, anche il Catafalco è entrato nell'uso comune della scuola e più volte lo si è visto muoversi da una classe all'altra per consentire la visione di video o film.
E "meno male che il Catafalco c'è" dovremmo cantare tutti in coro perché quest'anno, a causa di una curiosa combinazione metereologica, St. Mary Mead si è ritrovata quasi completamente sguarnita dalla sua celebre e onnipresente nebbia, e uno scintillante sole ha infelicitato quasi ogni giorno delle nostre attività didattiche. Le poche comparsate della nebbia, ho notato, riguardavano soprattutto momenti in cui non vi era alcuna necessità di usare la LIM e anzi erano state programmate attività in cui la LIM era del tutto inutile.

domenica 22 aprile 2012

Quel che gli scolari non dicono

E' noto che alcune divinità hanno più di una faccia. E anche alcuni scolari.

Venerdì alla prima ora ero di supplenza in una prima quasi sconosciuta, dov'ero stata solo un'altra volta, a inizio anno, per un'altra supplenza; quel giorno gli avevo risentito un po' di verbi, mentre Venerdì la prof. Palmina, che sostituivo perché era in gita con le Terze, mi aveva chiesto di spiegare loro la Sardegna.
Entro, saluto, mi metto a sedere. Uno dei ragazzi di prima fila fa vedere che ha i pantaloni bagnati fino al ginocchio "perché Acquacheta mi ha schizzato". Gli altri intorno a lui mi confermano che è vero, è stato Acquacheta. Suggerisco al giovinetto inzuppato di chiamare a casa, se c'è qualcuno, per farsi portare un cambio asciutto, perché stare così zuppo non mi par cosa; e il giovinetto va a telefonare.
Poi mi informo sul come mai il giovinetto in questione è stato inzuppato. Non c'è un motivo, mi assicurano. Acquacheta fa così. Fa anche altre cose, spiegano: picchia, insulta, bestemmia in modo esasperante. A scuola, all'entrata della scuola, sul pulmino della scuola e anche altrove, ad esempio a calcio. Lo fa da sempre, dai tempi delle elementari; scocciava abbastanza anche all'asilo, ma meno. Lo fa senza un particolare motivo: non con qualcuno in particolare, non per ottenere elargizioni forzate di soldi o merende o altro. Lo fa e basta.
Non ci sono incertezze né contraddizioni nelle accuse. Non c'è traccia di omertà. Non c'è nemmeno livore, solo una certa (comprensibile) esasperazione. I ragazzi inanellano una sequela di capi d'accusa invero notevole. Piglio qualche appunto, poi, presa dal dubbio di star facendo una cosa inutile chiedo: "Naturalmente di tutto questo avete già parlato con i vostri professori, vero?".
Mi assicurano che no, mai.
Trasecolo. "Scusate, io conosco poco la prof. Palmina, ma mi è sembrata una persona molto disponibile e interessata ai suoi allievi".
Tutti confermano, e mi fanno vedere prove di tal disponibilità e interesse - ad esempio un bel cartellone fatto in classe dove per ognuno erano state elencate dai compagni le qualità positive. Poi mi raccontano aneddoti vari dove la prof. Palmina si è prodigata in vario modo per loro.
"E allora" chiedo "Come mai di questa cosa non avete parlato con lei, invece che con me che vedete per la seconda volta dall'inizio dell'anno?".
Perché io, mi spiegano serenamente, insegno nella classe di Acquacheta (un'ora alla settimana, per il malefico Approfondimento). Quindi, siccome è un mio alunno, posso fare qualcosa.


Resto vieppiù sconcertata. La classe intera ha taciuto per più di sei mesi non per omertà, non per una malintesa solidarietà verso Acquacheta, non per paura, ma semplicemente perché convinti che solo un'insegnante di Acquacheta avesse la possibilità di intervenire - e loro, insegnanti di Acquacheta in classe non ne vedevano mai, finché per caso non sono arrivata io. E sembrano in sincerissima buonafede.


Due ore dopo raggiungo gli insegnanti della classe di Acquacheta e scodello il tutto, compresi i nomi di chi ha reclamato - nomi elargiti senza esitazioni né precauzioni né remore. E le insegnanti ascoltano e sgranano gli occhioni perché mai nessuno in classe si è minimamente lamentato di Acquacheta. Anzi, è sempre parso loro un ragazzo un po' troppo controllato, quasi compresso, con genitori iperformalisti. E' vero, ammetto, Acquacheta ha proprio l'aria di un ragazzo un po' compresso da una famiglia iperformalista. Un po' ansioso, anche.
Li lascio a gestire la patata bollente come meglio credono e torno nella classe di Cristaccecami (dove, nonostante le squadre e le forbici che volano alla luce del sole e senza infingimenti, i conflitti nascosti non mancano di certo); e una volta di più invidio quelle candide creature che con tanta convinzione discettano su come son fatti i ragazzi e come funzionano, e che con tanta precisione descrivono i loro processi mentali. 
E' così riposante, avere delle certezze. Non so se sia sempre utile, ma riposante lo è di sicuro. Almeno credo, perché io di certezze ne ho ben poche.

domenica 15 aprile 2012

Haeretica - Alcune pacate considerazioni sull'inopportunità di uno studio approfondito del latino alle scuole medie


Il mio atteggiamento verso il latino non è dei più amichevoli

Persino io stessa medesima, quando provo a ragionare sulla questione, sono costretta ad ammettere che il mio atteggiamento verso il latino ha qualcosa di patologico, tanto più che in latino mi sono pure laureata. D'accordo, il latino medievale è un po' un mondo a sé, comunque Livio e Virgilio mi piacciono molto, ho la mia brava mensola di autori latini (molti con testo a fronte) e ogni tanto li rileggo (con un occhio all'originale) e qualche citazione in latino la faccio pure io (di solito in cuor mio). Però, sia chiaro, col latino ho un pessimo rapporto.

Quando andavo alle medie latino era ancora obbligatorio in seconda, facoltativo in terza. Quindi in seconda media me lo trovai davanti come materia curricolare. 
Fu odio a prima vista. Il problema, lo capii solo col tempo, non era tanto il latino quanto le grammatiche latine. Anzi, il contesto generale delle grammatiche latine.
Il mio istinto di contraddizione scattò subito al primo paragrafo "A cosa serve il latino".
"A una sega" fu la risposta che mi diedi in cuor mio. Né alcuna delle motivazioni addotte dal Manna (manualista all'epoca in gran voga per il latino) servì ad addolcirmi. Non ricordo cosa diceva, ma nulla che avesse un senso ai miei occhi. Provarono a spiegarmi (ci provano ancora, ogni tanto) che il latino apriva la mente, ma a me non sembrava che la mia fosse particolarmente chiusa. Cercarono di adescarmi con la promessa di migliorare il mio grado di comprensione dell'italiano, peccato però che l'italiano lo comprendessi già benissimo; anche quello arcaico, anche quello medievale.
E poi c'era la grandezza della civiltà latina; ma io ero una perfetta figlia degli anni 70 e per me i latini erano una manica di imperialisti guerrafondai e pure assai maschilisti, e l'idea della grandezza della passata gloria imperiale mi faceva venire l'orticaria.
C'erano le frasi, poi: fanciulle che giocavano a palla, ancelle assai soddisfatte di un braccialetto d'argento, discepoli assidui, alfieri strenui, Annibale e i suoi elefanti. E le favole di Fedro - ah, quell'abominevole concentrato di banalità, buon senso spicciolo e moralismo d'accatto. Le favole di Fedro mi davano addirittura il voltastomaco.
L'avversione per quello strano mondo era tale che davanti al latino feci muro, semplicemente. Ci vollero anni e anni per rimediare quel primo, disastroso avvio; ci vollero eccellenti insegnanti e i più bei versi di Virgilio e Lucrezio prima che sopportassi di avere a che fare con quella robaccia e mi adattassi a cercare di tradurla.
Il mio profitto a italiano calò drasticamente: in prima media avevo uno sfolgorante nove, unico di tutta la scuola, in seconda un miserabile sette, dato che il latino faceva media con italiano. In terza mi arrangiai meglio - perché nel frattempo i miei genitori, in un attacco di singolare idiozia, decisero di farmelo fare anche se era facoltativo perché volevano mandarmi - e mi mandarono - al liceo classico. Dove ovviamente fu pianto e stridor di denti perché continuavo ad avere l'allergia alla cultura classica e nemmeno la meravigliosa prof. De Divinis, con tutta la sua cultura, il suo senso assai classico della misura e le sue idee antimperialiste riuscì completamente ad aggirare le mie difese (e non so immaginare che disastro totale sarebbe stato se avessi incontrato una di quelle pazze scatenate che circolano tuttora in libertà ad insegnare al Ginnasio, seriamente convinte che il latino apra la mente, dia un metodo e trasmetta sani valori morali).

E fin qui è storia personale. Qualche anno dopo qualche anima accorta decise che il latino non era propriamente indispensabile alla formazione di base nella scuola dell'obbligo - e pazienza se per colpa della sua mancanza ai virgulti non si sarebbe aperta la mente ancora per chissà quanti anni.
Così approdai alle medie per insegnare, fiduciosa e ragionevolmente convinta che di latino, lì, non si sarebbe più parlato.
E invece, scoprii, il latino c'era ancora. Ancora con gli alfieri strenui, le fanciulle che si grattavano le palle, le ancelle operose e, naturalmente, con Annibale e i suoi elefanti, questi ultimi sempre in gran numero.
In effetti le frasi erano le stesse, scoprii con orrore, anche perché il Manna continuava a circolare, più o meno adattato. E c'erano insegnanti che si contendevano all'arma bianca il mirabile privilegio di annoiare a morte i loro alunni con appositi corsi pomeridiani di latino a pagamento; e  questa ai miei occhi rimane la cosa più sbalorditiva: che ci siano genitori che pagano per mandare i loro assidui e diligenti figli ai corsi serali di latino, incuranti che l'anno prossimo i figli avranno fior di insegnante regolarmente stipendiato dallo Stato per insegnargli latino al liceo mediante un regolare corso di studi curriculare,e che invece di ricompensare l'assiduità negli studi dei loro integerrimi figli con gelati, scarpe firmate, giochi per la wii o, al limite, semplicemente lasciandoli in pace, si preoccupano di tormentarli ulteriormente con il latino.
Tali corsi sono riservati ai più bravi "quelli che faranno il liceo"; anche se i privilegiati, depositari di tanto onore, devo dire che spesso mostrano entusiasmo piuttosto scarso, soprattutto quelli che fanno latina in alternativa al Cineforum o ai laboratori di Artistica o Fisica.
Scopo di questi corsi, a quanto vedo, è fornire ai virgulti subito, in anteprima, la parte più noiosa del latino scavalcando tutto ciò che di piacevole il latino può avere. Se non è il Manna buonanima sono strane imitazioni del Manna (sempre con gli alfieri strenui e il pio Enea) - tutta roba capace di stroncare sul nascere ogni sia pur vaga inclinazione agli studi classici.

Mi hanno detto - e probabilmente è vero - che il mio istintivo rigetto per il latino è stato un caso isolato, che i virgulti si adattano spesso di buon grado, che la cosa non fa poi danni così grossi come la mia drammatica esperienza mi porta a presumere. E' possibile, senz'altro è possibile; e magari a loro la mente si apre davvero, non so.

Io, comunque, continuo a trovare il tutto piuttosto privo di senso.

giovedì 5 aprile 2012

Dalle lire agli euro (avventura scolastica)

Queste monete da una lira e due lire sono state coniate negli anni Cinquanta, e anch'io ne ho appreso l'esistenza mentre lavoravo al Progetto, perché mai mi erano passate tra le mani. Api, olive e spighe di grano ricorrono con frequenza sulle lire dell'Italia repubblicana, come simboli dell'onesto lavoro, dell'abbondanza e della tenacia. L'arancia invece mi risulta essere stata usata solo in quest'occasione.


All'inizio dell'anno, le sventurate terze di St. Mary Mead vennero variamente inseguite e tampinate dal Comune e dalla Nostra Preside perché partecipassero ad un concorso indetto - mi pare - dalla Provincia, qualcosa di molto vago sul senso delle istituzioni.
Mandammo a dire che sì, poteva essere un'idea, ma ci spiegavano per favore di cosa accidenti parlava il progetto esattamente?
La risposta, ancor più vaga del bando, si premurava comunque di chiarire che il contributo poteva avere la forma che più ci piaceva. Leggendo con attenzione, ci parve anche di capire che in qualche modo c'entrava il 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
La Nuova Preside ci saltellava intorno, il Comune ci saltellava intorno e la collega Palmina era visibilmente tentata. Io e la prof. De Angelis molto meno.  Lo scoglio era: sì, ma che diamine facciamo?
Non so come venne partorita una fumosa idea sui simboli istituzionali e le monete. Piano piano, e senza alcun contributo da parte mia (nell'organizzazione di un progetto gente come me è utile all'incirca quanto la zavorra per un aereo leggero in fase di decollo) prese forma una scaletta che prevedeva rielaborazioni grafiche dell'euro e un qualche lavoro sui simboli istituzionali. Qualcuno mi disse "Tu dovresti occuparti della lira. Ci stai?".
"Boh" fu la mia entusiastica risposta. Poi feci una navigatina e scoprii che, tutto sommato, le monete in lire della Repubblica Italiana non erano molte, mentre quelle del Regno d'Italia si somigliavano un po' tutte, avendo per lo più il non sempre bellissimo ritratto del re di turno da una parte, e lo stemma d'Italia e dei Savoia dall'altra.
Sapevo che in classe pasticciavano tutti decorosamente col computer, così proposi una presentazione a slide sulle varie monete repubblicane. Fu accettata.
Mentre Palmina e la De Angelis organizzavano un complesso affare sui vari simboli dell'Italia, la bandiera, l'inno e via discorrendo e Arte vagava per le tre terze facendogli produrre disegni su disegni, io divisi la classe in quattro gruppi, assegnai ad ogni gruppo quattro o cinque monete e dissi che volevo delle slide con la descrizione, la data di coniazione e cose del genere - qualche riga di testo per ogni moneta, che potessero leggere sullo schermo mentre esponevano.
Naturalmente il lavoro richiese un po' di aggiustamenti, ma grazie alla nostra nobile LIM il tutto venne fatto in classe senza troppi traumi, salvo le due volte in cui Cristaccecami ci staccò la corrente. C'era poi il piccolo dettaglio che la LIM e tutti i computer della scuola reggevano un Power Point più vecchio di quello di uno dei gruppi, più il fatto che uno dei computer dei ragazzi commise suicidio giusto in quei giorni e recuperare il file dalle sue viscere fu assai complesso. Nel frattempo anche il computer di Sala Professori stava passando un momento di profonda crisi interiore e ci furono anche dei grossi problemi con le stampe.
Poca roba rispetto agli altri: una feroce ondata della più debilitante influenza stroncò la terza della De Angelis, il computer di Arte andò anche lui in tilt costringendo lo sventurato figlio della sventurata insegnante a un complicatissimo repechage delle immagini dei (pregevoli) disegni delle tre terze, e la Palmina ebbe il suo daffare a cucire taluni file che si rivelarono incompatibili. In compenso la sua terza preparò una brochure deliziosa che venne distribuita agli allievi.
Il lavoro andava esposto nella Sala del Consiglio Comunale di St. Mary Mead - dove naturalmente ci furono dei problemi con i microfoni, il proiettore e financo le luci. Insomma, tutte le leggi di Murphy possibili e immaginabili si erano addensate sul nostro incauto progetto, reo di esistere. Ignoro quale suscettibile divinità potessimo avere offeso.

Ciò nonostante, in una non troppo fredda mattina di Dicembre eravamo lì, alla presenza di assessori e sindaco più un gruppetto di genitori, con i disegni esposti su appositi pannelli.  Il video con i disegni fu proiettato senza intoppi, l'inno d'Italia venne eseguito, la bandiera italiana fu spiegata e dispiegata, vennero  letti articoli scelti della Costituzione, proiettati e illustrati tutti i simboli italici (che sono un bel po', ho scoperto) e i miei alunni, dopo una breve introduzione sulla storia della Lira, (a partire dalla sua invenzione, ad opera di Carlo Magno) illustrarono le varie monete in lire - che i ragazzi ovviamente non conoscevano e che molti degli adulti presenti hanno scoperto di aver dimenticato.
Alla faccia delle oscure congiunture la cerimonia è andata nel migliore dei modi possibili e tutti siamo rimasti molto soddisfatti, specie gli alunni che non sono inciampati nemmeno una volta né nella bandiera né nella loro esposizione e che, dopo assai timori, erano davvero compiaciuti di sé - a buon diritto.

Il meglio però non l'abbiamo potuto raccontare loro; perché qualche mese dopo sono pure arrivati un po' di soldi, non in lire ma in più moderni euro, che hanno permesso alla scuola di pagare agevolmente la gita ai (non pochi, ahimé) allievi che, per problemi economici, rischiavano di non poter partecipare, mantenendo intatto il programma iniziale su tre giorni e due pernottamenti.
E direi che uso migliore non si sarebbe potuto trovare.

mercoledì 28 marzo 2012

Note di informatica scolastica

Il prof. Jorge a Moria, intento a fermare la connessione ASDL che minaccia di raggiungere i computer della scuola di St. Mary Mead

Esistono scuole con laboratori informatici scintillanti, doppia ADSL perforante, stampanti fotoniche, mouse senza cavi, programmi aggiornatissimi e senza virus, il tutto curato da abili professori che con magico tocco rimediano i rari inconvenienti che talvolta intervengono perfino lì - roba di un attimo, pochi abili gesti e la primavera brilla di nuovo dopo la breve pioggerella. 
Nessuno bestemmia, in quei laboratori, e molti lavorano. Producono slide, bigliettini, brochure, file multimediali con delicati effetti grafici e sonori, colorano e sfumano immagini, montano sofisticate presentazioni.

Poi ci sono scuole che hanno laboratori diversi. St. Mary Mead, per esempio: poche macchine grigie lasciate indietro da Annibale quando abbandonò in fretta l'Italia annegano in un groviglio di cavi e cavetti dove perfino Arianna si sarebbe persa e non parliamo di Teseo. Alcuni mouse sono senza palle, altri senza cavi, altri senza pile. Alcuni computer sono senza mouse, altri senza tastiera, molti senza stampanti. Alcune stampanti sono senza cartucce, altre senza cavi. Alcuni cavi sono senza computer. Molti computer sono senza internet. Non c'è un solo programma che abbia visto una licenza legale sia pure in fotografia. Ci sono almeno sette diverse versioni di Word e tre diverse versioni di Power Point. Alcuni antivirus sono stati portati da Carlomagno quando scese in Italia e sconfisse i Longobardi, e all'epoca erano aggiornatissimi. Polvere e ditate regnano sovrani, E alcune macchine hanno subito il devastante passaggio di Cristaccecami. Virus di ogni tipo prolificano festosi.

Nonostante le apparenze, non è un laboratorio abbandonato a sé stesso: c'è chi lo cura. Anche noi abbiamo il nostro professore dedito alla cura dell'apparato multimediale della scuola. E' il professor Jorge. Il suo sogno, da sempre, è complicare oltre ogni dire la vita di chiunque desideri in qualche modo accedere alle rutilanti prospettive didattiche offerte dall'informatica moderna - e tale sogno è da considerarsi tutt'altro che irrealizzato. Tutto deve passare attraverso di lui, sennò si offende. Più esattamente, tutto deve fermarsi davanti a lui, sennò si offende. Ha poche occasioni di offendersi, devo dire.
Non sappiamo se e quando si occupa delle macchine, ma di solito si nota subito il suo passaggio dall'apparire di nuove password finalizzate ad impedire l'entrata di chiunque in qualunque apparecchiatura o programma.
Se c'è un problema (e capita assai spesso che ce ne siano, il che non è sorprendente) promette che se ne occuperà. Non ora, che ha lezione. E dopo deve andare a casa, e domattina non può, ma comunque se ne occuperà. Prima o poi.
Sì, lo sa che nell'aula multimediale non arriva internet. Non sa perché. Se ne occuperà quando può. Sì, è vero che nella stampante dell'aula di informatica manca il toner, farà presto un fax per chiederlo in segreteria. Sì, aveva già sentito dire che i mouse erano senza pile. Avrebbe chiesto al più presto di provvedere. E passano le settimane.

Anni fa era costretto a fare qualcosa perché il programma della scuola prevedeva l'offerta formativa di due ore di informatica a settimana, ma con i tagli della Gelmini informatica non c'è più e il nostro laboratorio, che anche prima non era in gran salute, va spegnendosi in una lugubre agonia.
L'aula multimediale va parimenti spegnendosi: il proiettore è pallido e fioco, il computer oppresso sotto il peso delle più strane password, il suono arriva male perché una delle casse è dentro un armadio ed è impossibile spostarla perché il cavo è troppo corto, internet ogni tanto sparisce; lui scuote la testa e spiega che non ha idea del perché, fin quando qualcuno ricorda che basta cambiare la tastiera* costringendolo ad accettare a malincuore il triste evento del ritorno della rete.

Nel piccolo orticello della mia classe le cose vanno un po' meglio perché abbiamo la LIM dove un bel mattino è tornata la rete. La LIM che avevo a Hogsmeade era un po' più spartana di quella che uso adesso ma aveva una tastiera e un mouse senza cavi. Questa  invece è collegata a un computer dai molti cavi (che Cristaccecami si diverte a ingarbugliare e staccare) e la tastiera è malamente appoggiata su un tavolino da cui sembra impossibile muoverla perché i cavi sono incastrati. Usarla è un po' scomodo, ma lì dentro siamo cresciuti a una scuola che ci rende molto adattabili, quindi la usiamo lo stesso, con una certa frustrazione da parte del professor Jorge.

Una mattina il computer non si accende, e nemmeno la LIM. Chiamato prontamente in soccorso, il prof. Jorge racconta che era già successo l'anno prima "ma dopo qualche settimana il computer si era riacceso". Mi suggerisce dunque di fare così: aspettare. Magari riparte da solo.
Dopo essermi accertata che non sta scherzando (del resto, la parola "scherzare" non fa parte del suo vocabolario, e basta guardarlo in faccia per accertarsene) e che anzi è convinto di avermi dato un suggerimento assai sensato, suggerisco di prendere un computer ancora funzionante dal laboratorio.
Preso in contropiede mi spiega che non è così semplice, che le macchine in laboratorio sono poche e che è un lavoro complesso che va ben ponderato, anche perché le macchine in laboratorio sono poche.

A me, detto per inciso, del suo laboratorio non importa un accidente; tutto quello che voglio è che la mia LIM costosa, per quanto non più all'avanguardia, non vada sprecata, visto che sulla LIM faccio un sacco di cose, compreso il laboratorio di storia tutte le settimane. Così comincio a saltellargli intorno pregando, supplicando, strisciando, insistendo, tirandogli la manica...
...finché mi dice scocciato che se la metto su quel tono lui non fa proprio nulla e se ne va offeso.

Apro il mio cuore in Sala Professori, domandando tra l'altro perché costui si occupa di informatica se non ha nessuna voglia di occuparsi di informatica (domanda destinata a restare senza risposta, e non è che negli anni passati ci siano mancate le occasioni di porcela), poi mi attacco al telefono e chiamo l'ex Vice-Preside in cerca di conforto e aiuto materiale. Dalla cornetta esce una mano che mi fa pat-pat sulla spalla. Mi racconterà in seguito che nel disgraziato anno della sua VicePresidenza si procurò un gruppetto di macchine un po' usate ma in ottimo stato per il nostro laboratorio, che il professor Jorge lasciò vari mesi ad accumulare polvere in segreteria prima di rassegnarsi infine a montarle in laboratorio, e che quindi non aveva avuto alcuna difficoltà a comprendere la situazione.
Ad ogni modo il giorno dopo passa a prendere il computer rotto, lo ripara (era rotto l'alimentatore) e nel giro di tre giorni ho di nuovo un computer in grado di accendere la LIM.
Due giorni dopo il professor Jorge viene a offrirsi di sostituire il computer rotto con uno preso dal laboratorio. Lo ringrazio con un bel sorriso e dico che no, grazie, il problema è risolto.
Se ne va via un po' offeso.

Capisco di essermi fatta un nemico. Me ne sono fatti diversi, quest'anno.
Però ho un computer che si accende e si spenge, e una LIM che funziona. Molto meglio così che una LIM inutilizzabile e un collega non offeso nei miei confronti.
(E' proprio vero: con gli anni, a forza di fare questo mestiere, si diventa cinici)

*e cambiando la tastiera Internet ritorna. Non chiedetemi come sia possibile, non ne ho la minima idea. Ma la storia viene da una fonte non priva di attendibilità e rigorosamente astemia.

domenica 18 marzo 2012

Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire

La parola "mellifluo" deriva da "miele" - e con parole di miele spesso parla l'accorto Odisseo, quando si trova particolarmente inguaiato

Come si è forse evinto dalle poche osservazioni che gli ho dedicato, Cristaccecami è un caso piuttosto particolare e ha richiesto un considerevole dispiegamento di forze da parte della scuola. Al momento intorno alla sua piccola ma consistente presenza ruotano ben tre insegnanti di sostegno più un'educatore - e quest'ultima è di gran lunga il meglio pezzo della squadra.

Molto si è detto, scritto e mormorato sugli insegnanti di sostegno che, vuoi per la delicatezza del lavoro che svolgono, vuoi per tendenze innate che li hanno appunto portati a scegliere cotal lavoro, sovente mostrano tratti assai originali e in più di un caso appaiono necessitare a loro volta di un abile ed esperto sostegno. Gli insegnanti di sostegno di Cristaccecami non costituirebbero un valido esempio per sfatare tali voci.
Per spiegare meglio la situazione li chiamerò A, B e C. A è stato nominato per primo e questo lo ha portato quasi automaticamente al ruolo di Caposquadra nonché di Intermediario Consueto con la famiglia del ragazzo, con cui trattare non si è sempre rivelato facilissimo. B è stata nominata più di un mese dopo; quanto a C, dopo aver sostenuto Cristaccecami per i tre anni precedenti, quest'anno è stata assegnata al secondo Certificato della classe (un caso piuttosto light che per alcune materie, tra cui le mie, segue una programmazione solo un po' addomesticata rispetto al resto della classe, e che non ha mai dato l'ombra di un problema disciplinare); in realtà si occupa del suo legittimo allievo solo nei ritagli di tempo e la maggior parte delle sue ore è stata dirottata su Cristaccecami. E' dunque quella che lo conosce meglio e che ha avuto un rapporto molto lungo e continuativo con la famiglia, ed è convinta di avere una sorta di preminenza morale sulla squadra in qualità di Esperta del Caso.
I rapporti tra A, B e C non sono dei migliori; dirò anzi senza mezzi termini che fanno abbastanza schifo. Dall'inizio dell'anno hanno avuto a questionare tra loro e con la famiglia in una notevole quantità  di occasioni. Aggiungo che la famiglia, avendo compreso benissimo la situazione, sfrutta la cosa senza ritegno e ne approfitta per seminare ulteriore discordia: la  loro teoria infatti è che Cristaccecami è un caso piuttosto ordinario, basta saperlo prendere, e il Sostegno con cui stanno parlando è sempre quello con cui ha dei problemi perché, appunto, non lo sa prendere. In pratica, quando parlano con A spiegano che con B e con C non ci sono problemi, se parlano con C spiegano che il ragazzo ha problemi solo con lei eccetera.
Dicevo dunque che A, B e C questionano spesso e volentieri. A parla male di B e di C con i genitori del ragazzo e con me, B parla male di A e di C e dei genitori di Cristaccecami con me (fermo restando che in generale chiacchiera molto meno degli altri) e C parla male di tutti, senza distinzione, non solo dei colleghi di sostegno e della famiglia di Cristaccecami, ma di quasi tutto il resto del personale docente e non docente e degli allievi della scuola, con me e con chiunque sia presente - e non ho idea di cosa dica di me quando non ci sono, ma evito con ogni cura di indagare perché dubito assai che siano buone parole. Tutti e tre inoltre si rivolgono spesso e volentieri alla Nuova Preside perché sbrogli i loro conflitti gerarchici, e solo la singolare capacità di defilarsi della nostra dirigente ha impedito che più volte il tutto culminasse in una zuffa degna del villaggio di Asterix, con tanto di lancio di pesci non sempre freschissimi.
In mezzo a tutto questo l'Educatore cerca con tutte le sue forze di tenersi fuori dalla questione, limitandosi a fare il suo lavoro: da anni lavora nella scuola di St. Mary Mead, per molti altri anni conta di lavorarci ancora e non ha il minimo desiderio di inimicarsi nessuno là dentro. Inoltre è una donna saggia ed accorta e, quand'anche avesse una propensione per il pettegolezzo, sul luogo di lavoro la reprime senza pietà ed evita di mostrarne la più pallida traccia. Come conseguenza, ogni tanto i tre sostegni dicono male anche di lei a chiunque abbiano a disposizione. 
Ad esempio con me. In effetti io sono la spalla dove più spesso vengono a piangere: la Nuova Preside, come ho già detto, ha un singolare talento per scivolare via, ma è anche molto aiutata dal fatto di essere quasi sempre in Sede, a venti chilometri di distanza. Anche la Vicepreside è sempre in Sede. Io no. Io sono lì, e quest'anno ho un orario piuttosto fornito di buchi. 
Di tendenza, questi buchi li utilizzerei per la programmazione, i registri e per chiacchierare con i colleghi: la Sala Professori di St. Mary Mead è grande, luminosa e amichevole, e gli insegnanti la usano volentieri per parlare tra loro scambiandosi notizie e impressioni sui ragazzi, con grande vantaggio reciproco. Ma quest'anno una buona parte di questi buchi se n'è andato nell'ascoltare A che si lamenta di B, C che mi riferisce che B ha telefonato alla Nuova Preside e che lo ha riferito ad A che le ha detto che non va bene perché doveva prima parlarne con lui e che B invece ha detto, quando le è stato riferito che A aveva detto... il tutto chiedendomi apertamente di prendere posizione con A conro B, con B contro A e C, con C contro A... e via e via.
In qualsiasi altra circostanza avrei mandato già da tempo sia A che B che C a Fanculo, in modo chiaro e inequivocabile, ma stavolta non posso: come tutti gli insegnanti curriculari vivo nel terrore che qualcuno dei tre si impermalisca quanto basta per prendersi un permesso per malattia e sparisca  nel nulla lasciandoci nella merda più totale e del tutto impossibilitati a far lezione - perché quando Cristaccecami è in classe, di far lezione non se ne parla nemmeno e ormai siamo in terza e a fine anno c'è l'esame. E A ha dei problemi in famiglia, B ha diritto alle centocinquanta ore e C ha un bambino piccolo, dunque volendo potrebbero defilarsi quando vogliono e l'averlo fatto con estrema parsimonia è senza dubbio un titolo di merito per loro e un motivo per tutti noi di grande riconoscenza.
Quindi ascolto con pazienza, blandisco, simpatizzo, cerco di mediare... e senza ritegno accetto che ognuno dei tre dica male degli altri guardandomi bene dal tentare di difendere l'assente. Praticamente mi sono trasformata in un barattolo di miele. Un barattolo di miele che evita con cura di approfondire le questioni e indagare al di là di quel che viene detto, naturalmente - che quando si fanno domande, c'è sempre il rischio che qualcuno risponda.
E conto i giorni alla rovescia, come i carcerati e i militari di leva. E' dall'inizio dell'anno che conto i giorni.
In God We Trust.

giovedì 8 marzo 2012

Differenze in genere


Alcune classi sono a conduzione maschile, altre a conduzione femminile. 
Ci sono anche classi che non hanno una conduzione particolare ma sono semplicemente un gruppo ben armonizzato dove maschi e femmine convivono gioiosamente - i Baronetti Inglesi di St.Mary Mead erano così, e insegnarci era molto rilassante. E ci sono classi dove ogni singolo individuo passa il suo tempo ad azzuffarsi con gli altri e a dirne male, in totale e assoluta parità di genere, e insegnarci è molto stressante - ma  per fortuna sono relativamente rare.


La classe dei Tordi di Hogsmeade era a forte conduzione maschile o, per meglio dire, c'erano solo i maschi. Le femmine (nient'affatto inferiori per numero) praticamente non esistevano, se non come oggetti squisitamente ornamentali - funzione cui potevano adempiere senza problemi, essendo per lo più molto belle. Era implicito che tutti dovevano studiare il meno possibile, ma per le ragazze era addirittura un imperativo categorico. C'erano due sole eccezioni: la Sognatrice, che quando ne aveva voglia (il che avveniva abbastanza di rado) studiava a fondo, arrivando qualche volta a lambire l'otto; va detto però che  era abbastanza estranea alla classe e piuttosto incline a fare quel che voleva, indipendentemente dagli usi e tradizioni locali. L'altra eccezione era Leprotta, ragazza studiosa e diligente che riusciva sempre a mantenersi esattamente sul sette, né più né meno. Dico "riusciva" perché era chiaro che, consapevole o meno che ne fosse, si fermava arrivata al sette: infatti le poche volte in cui si trovò davanti a qualcosa che non era possibile risolvere solo con un onesto e diligente studio, affrontò la difficoltà e la superò brillantemente, mostrando una pericolosa capacità di avventurarsi fino all'otto e oltre (capacità che era sua cura smorzare non appena l'emergenza era passata). Insomma, evitava in tutti i modi di farsi notare.
I maschi (altrettanto belli delle ragazze) si azzuffavano tra loro per il dominio del branco, ma era sottinteso che le femmine dovevano sottostare alla loro superiorità - o almeno, le femmine sembravano assolutamente convinte che vigesse questa regola non scritta.
In Terza, sistemate a dovere tutte le questioni gerarchiche, venne implicitamente stabilito che, in onore dell'esame, era lecito studiare a fondo per i maschi che lo desideravano, e infatti il gruppo dei maschi fiorì come un cespuglio di rose con brillanti risultati, mentre le femmine rimasero tenacemente attaccate ai loro cinque e mezzo-sei con qualche sporadico sette.
Siccome a Hogsmeade ho insegnato in tutte le classi, posso aggiungere che altrove non mancavano ragazze brave e anche bravissime, determinate e ambiziose. Ma tra i Tordi non ve n'era traccia. Era, diciamo, una scelta di classe.


La classe di Cristaccecami è a totale e completa conduzione femminile. Le femmine sono un bel gruppo compatto e diligente, studiano sempre, hanno un comportamento quasi impeccabile, approfondiscono volentieri, chiedono quel che non hanno capito, si interessano seriamente a questioni tipo la differenza tra marxisno e marxismo-leninismo o tra nazismo e fascismo, si preoccupano di riuscire sempre e comunque a riconoscere una proposizione dichiarativa, mi segnalano le contraddizioni dei libri, mi chiedono consigli sulle letture. Prendono appunti. Prendono una marea di appunti, in modo del tutto spontaneo, e i loro libri sono una selva di post-it. Sono la contraddizione vivente del vecchio principio "la sottolineatura del libri è inversamente proporzionale alla comprensione del testo": sottolineano ed evidenziano in una selva di colori e di segnali, ma capiscono e sanno ripetere sia quel che c'è sul libro che le mie aggiunte. Mi domandano come possono rimediare a un misero sette e mezzo e non fanno misteri di volere voti alti. Sono totalmente immuni a ogni tentativo di sarcasmo da parte dei maschi, che guardano vistosamente dall'alto in basso, e mostrano ben scarsa inclinazione alla frivolezza a scuola. Le loro bacheche su Facebook sono sobrie ed eleganti. Hanno seguito il corso sulla riproduzione umana con interesse ed estrema compostezza, laddove i ragazzi si sono ammutoliti nella più vasta gamma di sfumature dell'imbarazzo che mai sia stato dato vedere all'insegnante di Scienze e nella consueta sfilata di risatine più o meno inconcludenti.


I maschi sono otto, esattamente come le femmine, ma con loro si entra in un pianeta diverso. Le ragazze sembrano appartenere ad un buon corso delle superiori, i ragazzi...
Esaminiamoli nel dettaglio. C'è Cristaccecami, che è un caso a parte. Poi abbiamo, nell'ordine: un certificato all'acqua di rose, di quelli che seguono quasi la programmazione normale, almeno in certe materie (vistosamente isolato dal gruppo); due dislessici all'acqua di rose, uno dei quali vistosamente isolato dal gruppo e l'altro solo moderatamente isolato. Poi c'è IntelligenzaPratica, un Disturbo dell'Apprendimento non meglio definito, vistosamente isolato dal gruppo. E l'orsetto Kumagoro, tutt'altro che stupido ma fermamente deciso a non studiare e a fare la minor quantità di lavoro possibile, il tutto in modo squisitamente cortese - vistosamente isolato dal gruppo. Viene poi Zelig, una creatura che senza dubbio dispone di una personalità ma che sembra un trasparente concentrato di luoghi comuni, e infine Oyster, misterioso, elusivo e bravissimo quasi suo malgrado. Le madri di Zelig e Oyster assicurano di non capire i loro figli e ci chiedono di farlo al posto loro - e assai volentieri noi insegnanti le accontenteremmo, se i due soggetti in questione non fossero così ben avvolti nelle loro barriere  immobili, infrangibili e invisibili.

I rapporti tra le due fazioni sono ridotti al minimo. Maschi e femmine formano due schieramenti compatti a mensa e negli intervalli; o meglio, le femmine formano un gruppo compatto, i maschi si dividono in due gruppi a loro volta tutt'altro che compatti.
Non sono una classe, questo è certo. Ho ruotato i posti più volte, mescolando le carte con varie combinazioni, insomma ci ho provato come potevo, ma non sono scoccate particolari scintille - se non nel gruppo delle femmine che si è vieppiù rinsaldato. Eppure in terza media la scintilla del Folle Amore per la Propria Classe scocca quasi sempre.
"Quasi", appunto.
E' facile dare la colpa a Cristaccecami - quando passi buona parte del tuo tempo-scuola a scansare squadre, bottigliette piene d'acqua e sputi può succedere che non ti rimanga molto margine per legare con i compagni; d'altra parte quest'anno Cristaccecami era quasi costantemente fuori classe con un Sostegno e l'ardua operazione di scanso delle squadre e degli sputi ha occupato molto meno tempo rispetto agli anni precedenti.

Comunque sia, passare un'ora col solo gruppo femminile (qualche rara volta è successo, soprattutto nell'ora di compresenza) è una di quelle cose che riconcilia un insegnante con la vita.

lunedì 6 febbraio 2012

Facebook nei giorni della neve

Dice "Ma i giapponesi gestiscono le nevicate meglio di noi". Bella forza, i giapponesi dispongono di ben altri mezzi: quale nevicata ce la può fare contro Gundam?

Sua Maestà la Neve era attesa da tempo, a St. Mary Mead, e il suo arrivo era stato annunciato con largo anticipo per Martedì pomeriggio e per Mercoledì, con eventuali code Giovedì.
A me la cosa aggradiva assai, perché Mercoledì è il mio giorno libero e quindi pregustavo un sereno pomeriggio in casa accanto al finestrone a ricamare a punto croce ammirando il paesaggio innevato (casa mia offre invero scorci panoramici assai suggestivi).
Martedì mattina i ragazzi erano fiduciosi e scalpitanti e guardavano ammaliati le finestre: nevica, non nevica?
Con grande bontà d'animo, Sua Maestà la Neve ha lasciato intatte le mie quattro ore e ha cominciato a dar segni di vita solo durante l'unica ora di inglese, rendendola piuttosto travagliata. I pochi fiocchi però non avevano attaccato ed erano poi svaniti nel nulla, con grande delusione di tutti e un certo sollievo della professoressa di inglese, che aveva potuto alfine fare un po' di lezione.
In Sala Professori, dove ero rimasta a decidere voti e contare assenze in vista degli scrutini, molti drammatizzavano voluttuosamente prevedendo immani nevicate seguite da epiche ghiacciate - o meglio, più che drammatizzare interpretavano alla lettera le previsioni del tempo. Tutti tranne me cercavano di indovinare se la scuola avrebbe chiuso o no (a St. Mary Mead, al contrario di Hogsmeade, c'è la sana tendenza a chiudere un po' prima di ritrovarsi cpn i pinguini in classe).
Finiti gli ultimi fiocchetti ai registri ho raggiunto la stazione con la prof. De Angelis e insieme abbiamo preso il treno, in una totale assenza di fiocchi di neve. A Lungacque di neve se ne vedeva ancor meno, se possibile. Mi sono rifornita di pane fresco, mi sono tappata in casa e ho alzato il ponte levatoio, in fidente attesa,.
Ma la neve non arrivava. Se ne avevano notizie in un sacco di paeselli vicini e meno vicini, ma a Lungacque nulla, e anche a St. Mary Mead latitava, a giudicare dai messaggi delusi che i miei allievi si scambiavano su Facebook.
Piuttosto delusa anch'io ho rinunciato al ricamo, non avendo nessunissima neve da contemplare, e mi sono dedicata a una banale seduta di correzione e stiratura. In serata, libro sulla corazzata Potemkin.

Al risveglio trovo che durante la notte qualcosa è arrivato: un tre centimetri scarsi, già parzialmente sciolti dal traffico e dai pedoni. Caffé in mano, entro su Facebook e ci trovo mezza classe. 
Entro in chat con Fulvia, che mi informa che la scuola è chiusa. Le chiedo se sarà chiusa anche il giorno dopo, ma giustamente non lo sa. In rapida successione cinque diversi alunni mi domandano se il giorno dopo la scuola sarà chiusa. Proclamo la mia assoluta ignoranza, dall'alto del caffé che sto ancora bevendo e mi informo sulla situazione. Cercano di descrivermela con toni apocalittici, ma alla fine risulta che, se le cose rimangono così, il paese è percorribile senza problemi. Al sesto che mi chiede candidamente se la scuola il giorno dopo sarà chiusa rispiego con pazienza che queste cose le decide il Comune, non io - e ho la prudenza di non aggiungere che, se il Comune fossi stata io, il giorno dopo saremmo andati tutti a scuola punto e basta.
Da Hogsmeade intanto arrivano notizie epiche, con tanto di fotografie. Lì la neve c'è sul serio, in gran copia, e sta pure gelando - ma la scuola naturalmente è aperta.
Il cielo si apre, arriva qualche raggio di sole. Di neve non si vede più traccia. In compenso il Comune di St. Mary Mead manda a dire che le scuole saranno chiuse anche il giorno dopo.
Passo la notizia  ai ragazzi, sicura di fare cosa gradita. Poco dopo alcuni di loro mi chiedono se il giorno dopo le scuole saranno chiuse. Per fortuna il computer ti permette di contare fino a dieci prima di rispondere, e così riesco a non urlare "Oh, ma vu' siete grulli, se vi ho appena mandato a dire che il Comune ha deciso di tenere le scuole chiuse!" e rispondo invece col consueto e doveroso garbo.

Infatti il giorno dopo le strade nella zona sono libere e percorribili (mentre a Hogsmeade, in un turbinio di fiocchi di neve, la scuola rimane aperta) e volendo a St. Mary Mead ci si potrebbe andare anche in bicicletta.

Venerdì, in una quasi totale assenza di neve (qualche traccia permane in qualche punto all'ombra, nei prati e nei giardini) faccio la consueta trafila e prendo un treno di assoluta puntualità, arrivando a una St. Mary Mead del tutto spoglia di neve. Fa freddo, questo sì, e la scuola, dopo essere stata chiusa per due giorni, è una vera ghiacciaia.
In serata, senza traccia di neve ma col cielo un po' coperto, l'ineffabile Comune di St. Mary Mead manda a dire che, in presenza di una cospicua nevicata, le scuole il giorno dopo saranno chiuse. Da dove possa venire la cospicua nevicata non è dato sapere, ma il tamtam di Facebook riporta speranzoso l'allettante comunicato. Io mi chiudo in un dignitoso silenzio telematico, ma preparo il vestito per il giorno dopo e lucido gli stivaletti (quelli senza para di gomma, gli stessi che ho messo quella mattina: la para di gomma non serve).
Qualche effetto comunque le tragiche previsioni della Protezione Civile l'hanno avuto, perché in classe Sabato mattina mi aspetta esattamente la metà degli alunni.
Ci stringiamo nella gelida aula e facciamo lezione, sfidando coraggiosamente la morte bianca.
A Hogsmeade intanto continuano a fare a palle di neve.

martedì 31 gennaio 2012

I miei insegnanti - Mrs. Piton Minor

Qual è quell'animale viscido che striscia e che non ha orecchie?
Il direttore d'orchestra, oppure Mrs. Piton Minor

Mrs. Piton Minor non era meno stronza di Mrs. Piton Maior. Al contrario, lo era di più e in modo più squallido. Tuttavia ai miei occhi è sempre stata una figura di minor rilievo della sua collega,  perché come insegnante valeva meno.
Ci insegnò inglese per i due anni del ginnasio (ai miei tempi al liceo classico la lingua straniera spariva al triennio, che mi è sempre parsa una gran stupidaggine. Pochi anni dopo infatti rimediarono). Nei suoi confronti partivo con un pregiudizio favorevole, perché amavo (poco corrisposta) la lingua inglese e stravedevo per la letteratura inglese, le usanze inglesi, la musica inglese e insomma per tutto quanto aveva a che fare con l'Inghilterra. 
Amare Mrs. Piton Minor però si rivelò del tutto improponibile.
Pur essendo italianissima, costei sembrava uscita da un romanzo di Agatha Christie. C'è sempre, nei romanzi della Christie, una persona di mezza età acida, conservatrice, noiosa, molto piùcheretta, imbevuta di pregiudizi e di luoghi comuni e del tutto priva di senso dell'umorismo; di solito, per tre quarti del libro, testimonia con sicurezza di aver visto questo e quello ma poi risulta che ha visto solo quel che credeva, deviata appunto dalle sue prevenzioni. Solo dopo aver smontato in quel senso la sua testimonianza (cui non danno gran peso sin dall'inizio, avendo capito il tipo) Poirot o Miss Marple si incamminano verso la soluzione del caso. 
Nel frattempo costui/costei sbuffa e si lamenta della polizia, dei giovani d'oggi e dell'impertinenza degli stranieri, e quando arriva la soluzione del giallo si lamenta moltissimo perché il colpevole non è il giovane comunista o lo straniero o l'intellettuale debosciato (che si rivela un cittadino integerrimo) o la giovane ballerina di dubbia reputazione (che risulta poi una donna di saldi principi). 

Lei era così.
Il suo inglese era piuttosto polveroso (ma questo lo scoprimmo solo più avanti negli anni) e le sue lezioni di una noia mortale. Aveva, forse per un disguido, adottato una grammatica brillante e assai ben fatta, con dei fumetti molto divertenti che lei smontava regolarmente, e dei libriccini di storielle che avevano la pretesa di essere divertenti e avrebbero fatto scendere il latte ai ginocchi a un bue (e non dev'essere stato facile, nemmeno per lei, trovare un libro di storie tanto insulse scritte in inglese).
Era anche lei Tremenda, e decisamente scortese - ma, anche lei, non con tutti. Alcuni la ricordano ancora con orrore e a suo tempo l'han vissuta con terrore. Io, che la vivevo con una certa blanda indifferenza, non mi spiegavo il motivo di tanta paura, anche se con lei navigavo su un patetico seuccio malamente raffazzonato in barba al mio diligente studio. D'accordo, ho sempre studiato inglese con grande devozione e scarsi risultati, ma alle medie ogni tanto balenava la speranza di un sette. Con lei, mai. 
La cosa comunque non mi toglieva il sonno: studiavo inglese per me, non per il voto, e inglese continuava a piacermi nonostante tutto. Passavo le ore a tradurmi i testi delle mie canzoni preferite, sapevo a memoria Jesus Christ Superstar e le canzoni del Signore degli Anelli, leggevo tonnellate di romanzi inglesi di alta, media e bassa levatura (in italiano) e anche se tutto ciò non produceva alcun frutto scolastico continuai a farlo con piacere.
Con me, a parte darmi voti scadenti (che probabilmente meritavo), non passò mai i limiti. Forte dei tre anni di esperienza con Mrs. Piton Maior sospettavo assai che ciò fosse dovuto al mio atteggiamento, che lasciava chiaramente intravedere che ero docile e rispettosa MA che se mi avessero toccato in qualche punto debole mi sarei trasformata all'istante in una vipera. Non potei non notare però che la sua vittima preferita era una ripetente figlia di operai (dotati di scarse finanze e ancor più scarso background culturale) e per giunta assai militante nelle formazioni di estrema sinistra del liceo - perché sì, sembra incredibile ricordarlo, ma in quegli anni al Liceo Galileo avevamo grande abbondanza di formazioni politiche di sinistra. La fanciulla in questione, una bravissima ragazza sotto tutti gli aspetti, e pure piuttosto diligente, non aveva una gran capacità di difesa. Può succedere, a quindici anni.

Con gli anni riuscii a capire che la discriminazione non avveniva solo in base al censo, ma anche alla provenienza geografica: chi era di Firenze aveva un trattamento, chi veniva dai paeselli limitrofi ne aveva ben altro - con la rilevante eccezione di Fiesole, che da sempre ospitava una parte dell'alta borghesia (e pure della nobiltà) fiorentina. Gli altri "non erano adatti al liceo classico, e avrebbero dovuto accorgersene da soli", questo era il concetto sottaciuto. Siccome a me non era mai passato dall'anticamera del cervello di operare una vera distinzione tra fiorentini e contadini (da intendersi come "abitanti del contado") non riuscivo a trovare un minimo comun denominatore tra gli sfigati oggetto del trattamento peggiore, ma una volta che Sary mi ebbe illuminata in merito (e anche lei non ci arrivò subito) tutto risultò più chiaro. Va da sé che la maggior parte dei "contadini" non erano figli di notai e architetti di grido - non tanto perché quei paeselli della cintura fiorentina fossero privi degli uni e degli altri, ma semplicemente perché era andata così.

Tutto ciò mi indusse a una parziale riabilitazione di Mrs. Piton Maior, che al nostro status sociale non badava affatto.

sabato 28 gennaio 2012

Io ODIO i libri di storia

Da intendersi come "manuali", perché i libri di storia in sé mi piacciono parecchio, specie se son fatti bene.


La Prima Grande Domanda è come vengono assemblati i manuali di storia per le medie. Dico "assemblati" perché è evidente che dietro non c'è un progetto unitario se non a livello grafico, e che la destra non sa quel che fa la sinistra (da intendersi nel senso evangelico, non politico). In pratica: non c'è una persona paziente (o un cospicuo gruppo di persone pazienti, che sarebbe ben meglio) che controlli che tutti i fili siano annodati.
Per carità, per la maggior parte degli studenti, quelli che studiano storia tre o quattro volte a quadrimestre  venendo volontari per prendere un voto decente, non è un problema: vedono benissimo i fili in sospeso, ma pensano che sia colpa loro perché non han letto i capitoli precedenti e si mettono l'animo in pace.
Ci sono, però, anche quelli che studiano regolarmente e cercano di seguire e capire cosa succede. Lo fanno per passione, per curiosità, perché vogliono il voto alto, per perfezionismo o per l'accidente di motivo che gli pare, comunque lo fanno. Siccome non trovano il nesso e non capiscono come va a finire una data cosa, chiedono all'insegnante. Beh, che altro possono fare? Qualcuno chiede anche in famiglia - ai fratelli maggiori, i genitori, i nonni. Ma spesso i genitori, i nonni e financo i fratelli maggiori non lo sanno e non sempre hanno dove andare a cercare, e come loro i professori. Dovrebbe essere un po' più facile però per gli storici che assemblano un libro e sono pagati per quello. 
Il problema è che non sempre si scomodano a farlo.
Un caso classico per esempio sono le Fiandre e l'Olanda, che compaiono a scadenze più o meno regolari,  a volte in rivolta contro qualcuno, a volte indipendenti. E so bene che star dietro alla storia delle Fiandre è complicato, ma basterebbero due righe di raccordo. Se hai lasciato l'Olanda felicemente indipendente, non puoi  ritrovarla qualche pagina dopo di nuovo in lotta con la Spagna. Non è serio. Devi spiegare che nel frattempo è successo qualcosa. 
E sorvoliamo su Svezia, Norvegia e Danimarca che per secoli si scindono e unificano provando tutte le combinazioni possibili. E sorvoliamo ancor più sulla Polonia. (Per la Polonia ho inventato la definizione di "stato con le rotelle" perché i suoi confini variano con frequenza davvero esasperante).
Ma insomma, è proprio vero che ci dobbiamo sorvolare per forza? 
Che lo comprano a fare, i ragazzi, il libro di storia?
Credono forse, gli editori, che tutte le famiglie abbiano in casa uno o più tavoli traballanti da poter pareggiare solo con le loro pubblicazioni?


La faccenda diventa ancor più complicata in quel malefico arco di tempo che va dall'inizio del secolo alla pace di Yalta, ovvero gli anni in cui quasi tutti gli stati si sentivano in dovere di cambiare confini almeno tre o quattro volte.
Stamani sono saltate fuori due questioni.
Primo: il Portogallo. La maggior parte dei manuali di storia sorvola pudicamente sul Portogallo. Grandangolo no, ti spiega che il Portogallo, nella Prima Guerra Mondiale, è entrato in guerra a fianco di Germania e Austria. Che ne è al momento della sconfitta? Nulla, si direbbe, continua a farsi la sua vita, e certo i suoi confini non cambiano. Però nelle pagine sul trattato di Versailles non se ne accenna. Ora, se ti preoccupi di dire che è entrato in guerra puoi ben spendere una riga o due per dire che dopo la guerra perde le colonie, mi sembra. E' un po' troppo sperare che i ragazzi ci arrivino da soli, collegandosi a due capitoli prima quando gli hanno spiegato che sì, insomma, anche il Portogallo aveva un po' di colonie in Africa. Tutto sommato, mi sembra un po' troppo anche sperare che ci arrivi l'insegnante, che per quanto preparato non può ricordare tutto di tutto, e che comunque del Portogallo nella Prima Guerra Mondiale non sa nulla perché mai ha trovato un manuale di storia che ne facesse cenno.
Poi c'è l'Jugoslavia. Agli adulti dici "Jugoslavia" e ancora per un po' a tutti viene in mente uno stato di forma allungata che si snoda sui Balcani. Ma per chi è nato nel 1998 "Jugoslavia" è come dire "regno dei corsari di Umbar": non gli viene in mente un accidente di nulla, perché quando sono nati la Jugoslavia già non esisteva più. Quindi, se gli dici che "fu formato il regno di Jugoslavia" sarebbe anche cortese spiegargli DA QUALI DEGLI STATI ATTUALMENTE ESISTENTI ERA FORMATO. D'accordo, glielo può dire l'insegnante, e loro appuntarselo da qualche parte, come possono appuntarsi a cosa corrisponde oggi la Cecoslovacchia. Ma se il manuale gli serve solo per riempirlo di appunti, da scrivere a lato di carte geografiche microscopiche, allora forse potrebbero non comprarlo nemmeno, il manuale, e con quei soldi i genitori potrebbero mandarli a prendersi una pizza con gli amici, o regalargli un nuovo giochino per la wii. Si suppone che un manuale di storia serva, al limite, anche per studiarci storia, e non solo a gettarti in una selva di dubbi e di interrogativi destinati a restare senza risposta se non interviene una Persona Competente (o meglio, più competente del cialtrone che ha curato il manuale).
E vogliamo spendere due parole sulle tre repubbliche baltiche, cedute dalla Russia alla Germania al momento della pace separata per uscire dalla prima guerra mondiale? Sì, proprio quelle tre repubbliche baltiche che spariscono senza lasciare traccia nei capitoli successivi e che ricompaiono, al più, per essere inglobate nella Russia a Yalta? Perché, se proprio le vogliamo spendere, sarebbe opportuno ricordare che gran parte del tempo tra Versailles e Yalta le tre repubbliche baltiche lo passarono in felice indipendenza, a farsi i fatti loro e allora, se proprio vuoi parlare delle tre repubbliche baltiche (il che non è obbligatorio ma, onestamente, non è neanche fuor di luogo), allora puoi far cenno anche di questo.


E non parliamo (anzi no: parliamone) di quei maledetti manuali che ti spiegano che "Mussolini si dedicò ad ottenere il pareggio della lira con la sterlina, e ci riuscì a prezzo di grandi sforzi". Punto primo: perché voleva pareggiare proprio con la sterlina e non col franco belga, o la corona danese? Punto secondo, che accidente vuol dire "il pareggio con la sterlina"? Punto terzo: perché una cosa del genere comportava necessariamente dei sacrifici?
Non sono affatto concetti banali, e darli per scontati a ragazzi di tredici anni nati e cresciuti con l'euro e del tutto digiuni di problemi di cambi internazionali nonché di economia vuol dire prenderli in giro, né più né meno. E sono d'accordo che son cose complesse da spiegare, ma allora le lasci perdere e magari te la cavi con qualche parola sui problemi della lira. Oppure provi a spiegarle, perché no. Mica è impossibile. Solo che va fatto, non basta buttare là due parole scollegate e sperare che di punto in bianco i tredicenni si trasformino in consumati esperti di storia dell'economia internazionale.


E la repubblica di Weimer, tormentata da una terribile inflazione che la divorava sino all'osso ma che SOLO DOPO QUINDICI ANNI  finisce nelle grinfie di Hitler - che comunque in sette anni riesce a fare di quel paese, che in teoria doveva essere ormai allo stremo dello stremo, una potenza mondiale? Potremmo forse degnarci di dire che in mezzo c'era stata una vera pioggia di dollari americani che aveva permesso alla Germania di riorganizzarsi niente male, mentre i paesi europei nel frattempo si erano rassegnati a non incassare i debiti di guerra il cui pagamento aveva portato sia Germania e Austria al fallimento, sì, ma nel 1921?


Tutti comunque si sentono obbligati a spendere una paginetta sulla Società degli Stati, elencandone i principi e ricordandosi  di aggiungere che comunque questa Società non funzionò mai e non cavò mai un ragno dal buco. D'accordo, a modo suo ha avuto una sua importanza culturale, ma se ti va di spendere una o due pagine per la Società delle Nazioni spendine anche mezza per spiegare perché in entrambe le guerre mondiali i nostri ragazzi vennero mandati in Russia con le scarpe di cartone (i soldi erano stati tutti spesi per la guerra in Libia prima, e per le guerre in Africa e in Spagna dopo) oppure per questa disgraziata questione della quota 25 con la sterlina, che sono entrambe cose che hanno avuto invece una bella ripercussione sul piano pratico. Certo, sono anche un po' più difficiline da spiegare della non-storia della Società delle Nazioni. Ma mica te l'ho chiesto io di fare un manuale di storia. E comunque non è affatto impossibile venirne a capo.


Non so dov'è esattamente il problema: se si tratta di riscritture a cascata da manuali di quando ero ragazzina, che in seguito sono stati più o meno malamente riadattati; oppure se i singoli capitoli vengono assemblati da sunti di altri capitoli di storia analoghi nei manuali delle superiori, senza preccuparsi di fare una revisione che li renda congrui.


Quel che so con certezza è che la zona dell'Europa dell'Est viene lasciata in una pudica penombra, che dell'Africa si parla pochissimo (salvo trovarsi tutti insieme, italiani, tedeschi e inglesi, a El Alamein, a combattere, non si sa bene perché proprio lì), che si parla dell'Albania come qualcosa che è sempre esistitto sulla carta geografica, mentre l'URSS passa da una crisi economica all'altra salvo trasformarsi come per incanto in una grande potenza mondiale dopo aver sostenuto E VINTO una guerra mondiale, che è sempre stata una robetta piuttosto costosa. O non erano tutti con le pezze ai calzoni perché la NEP non funzionava e i piani quinquennali nemmeno? Ci sarò stato, INFINE, un momento in cui le cose avevano cominciato a migliorare, no? Se non altro durante la Grande Crisi, da cui l'URSS rimase felicemente immune.


Ogni tanto qualche nostalgico di AN sostiene che i manuali scolastici di storia andrebbero sottoposti a revisione.
Sono assolutamente d'accordo con loro.