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sabato 3 aprile 2010

Tuo padre ti ama e se ne ricorderà prima della fine


Così prevede Gandalf, quando Faramir parte su ordine del padre per l'impresa dichiaratamente impossibile di difendere il guado di Osgiliath. Facile profezia, invero: perché quelli come Denethor si ricorderanno sempre di amare ciò che gli appartiene, possibilmente nel momento e nel modo più sfavorevoli allo sventurato oggetto d'amore.
E così l'amore paterno reclama i suoi diritti quando Faramir ritorna, colpito dal Re dei Cavalieri Neri e sprofondato nel delirio. E come grandi segni di amore Denethor decide che:
1) morto lui e i suoi figli, è chiaro che non c'è più speranza e che Minas Tirith cadrà nelle mani del nemico, quindi tanto vale lasciar perdere tutto
2) il vero desiderio di Faramir è morire con lui.
Al secondo punto, in particolare, Faramir non può dire né sì né no, appunto perché è sprofondato nel delirio. Le cose finirebbero davvero male se Beregond non decidesse di buttare alle ortiche il suo giuramento di obbedienza e se Pipino non corresse nel bel mezzo della battaglia a tirare Gandalf per la manica perché Faramir aveva "più bisogno di dottori che di lacrime". E niente di meno dell'intervento di Gandalf in persona sarà necessario per strappare Faramir all'abbraccio del suo amorevole padre.
Quanto a salvare Denethor, si tratta di impresa probabilmente al di fuori della portata di Iluvatar in persona; a parte il fatto che Denethor non vorrebbe mai e poi mai essere salvato da altri che da sé stesso medesimo.

No, direi che nel complesso non è un personaggio che mi sia riuscito molto simpatico.
Comunque ha contribuito a generare Faramir, e non è un titolo di merito da poco.

Manuale del perfetto Insegnante - I Genitori (5)




copywright by Lanoisette

Quelli che lei non sa chi sono io

quelli che non sanno neppure in che classe stia il pargolo
quelli che non vengono mai a parlare
quelli che vengono fin troppo spesso
quelli maleducati
quelli ossequiosi
quelli che ma non sapevo che bisognava ritirare la pagella
quelli che sanno a memoria ogni singolo comma della legislazione scolastica
quelli che mio figlio farà il liceo
quelli che se continua così lo mando a zappare
quelli che ah, i professori di una volta...
quelli che ah, se l'avessi avuta io, una professoressa come lei!
quelli che in famiglia sono tutti laureati
quelli che hanno a malapena la terza media
quelli che ma ieri sera sapeva tutto, l'ha ripetuta a me!
quelli che non sa nulla, professoressa, non sa nulla!
quelli che noi professori non facciamo abbastanza
quelli che noi professori pretendiamo troppo
quelli che lei non ha capito come prendere mio figlio
quelli che professoressa, mi dica lei come prenderlo!
quelli che ma sono solo dei ragazzi...
quelli che ai miei tempi, si cresceva prima!
quelli che non vengono mai ai colloqui
quelli che vanno a colloquio solo col Preside
quelli che non hanno tempo per seguire il ragazzo
quelli che di tempo ne hanno fin troppo
quelli che mio figlio è un deficiente
quelli che non vogliono firmare la richiesta per il sostegno
quelli che tutto suo padre
quelli che ma il fratello è così diverso...
quelli apprensivi
quelli menefreghisti
quelli severi
quelli lassisti
quelli conservatori
quelli progressisti
quelli che sbraitano
quelli che sussurrano
quelli che contestano
quelli che ringraziano
quelli che pretendono di insegnarti il mestiere
quelli che non sanno fare il proprio
quelli che non gli hanno dato le basi
quelli che le basi sono importanti
quelli che studiare a memoria è inutile
quelli che tutto a memoria
quelli che la sera è stanco
quelli che ha un sacco di tempo libero
quelli che puniscono
quelli che premiano
quelli che studia solo quello che gli interessa
quelli che non gli interessa niente
quelli che li vedi e capisci subito perché il figlio è così
quelli che li vedi e non capisci proprio da dove sia sbucato fuori, 'sto figlio
quelli che non mi interessa se in classe dà fuori da matto, come va in grammatica? *
quelli che io non sono di quelli che proteggono il figlio **

Tutti questi.
E molti altri.
Molti, molti altri.

* copywright by LaProf
** copywright by Murasaki

venerdì 2 aprile 2010

Tre canzoni



Sono uscite nelle ultime settimane e in questo periodo le ascolto a ripetizione. Altro in comune non hanno, a parte la bravura dei loro autori.

La prima è Senza colore dei Bastard Sons of Dioniso. Non è proprio recentissima, perché fa parte dell'album In Stasi Perpetua uscito a fine Ottobre (gran bel disco, peraltro, della cui esistenza siamo a conoscenza in relativamente pochi eletti perché la Sony è un fulmine di guerra a far firmare contratti a chiunque si ritrovi a portata di mano, ma di qui a promuoverlo...). Ufficialmente sarebbe il secondo singolo estratto dall'album, ma anche questa è una notizia per circoli ristretti, perché in radio non la passano praticamente mai.
E' una bella canzone a struttura tripartita, una volta tanto senza cori ma con una strofa per uno; una volta tanto Jacopo canta e non urla, e scopriamo così che ha un timbro piuttosto particolare.
Testo ai limiti dell'incomprensibile ma assai sinestetico: "spargo il colore per sentirne l’odore / spargo l’odore per vederne altre varietà". Dalla prima volta che l'ho sentita mi ha fatto tornare in mente La Signora delle Tempeste di Marion Zimmer Bradley. Non ci credo nemmeno se me lo giurano loro che il testo è preso dal romanzo, ma il verso


si adatta come meglio non si potrebbe alla sventurata Dorilys, che alla fine della storia va in corto circuito, sopraffatta dalla forza del suo laran, e rimane, appunto, in stasi perpetua. La Bradley non ha mai più ripreso la storia e quindi non sappiamo cosa ne è stato della ragazza; io però me lo sono domandata spesso. La canzone non risponde alla domanda ma descrive la sua "esistenza".
Il brano ha un arrangiamento molto originale, un po' fine anni 70, con tanto di moog che le conferisce un tono epico. Del resto, Signora delle Tempeste o meno, parla effettivamente di questioni grandiose...

La seconda è La sera di Morgan e, ahimé, ha una storia particolare quanto dolorosa (per me): doveva essere il brano che Morgan avrebbe portato a Sanremo. Un paio di settimane prima dell'inizio del Festival però Morgan rilasciò un'intervista dove esponeva alcune considerazioni personali sulla droga e il suo uso. L'intervista suscitò uno scandalo infinito e venne poi smentita da Morgan che negò le considerazioni ma ammise una dipendenza dalla cocaina da cui stava cercando di curarsi.
In un gran volar di beccate e di piume la RAI decise che Morgan si presentava come figura pericolosa per i giovani dai quali rischiava di essere preso a modello e dunque decretò... la sua esclusione da Sanremo (ma non dalla quarta edizione di X Factor)*.
La sera è una bella canzone, che richiede forse tre-quattro ascolti per sdipanarsi con la doverosa chiarezza alle orecchie dell'ascoltatore e con un testo che celebra la sera non tanto come porto e riparo dopo le tempeste della vita, ma come la parte più importante e soprattutto più vera di tutto la giornata, il momento più ricco e creativo, dove la confusione del giorno acquista un suo senso.
La canzone è racchiusa in un arrangiamento sontuoso e curatissimo - che comprende tra l'altro anche carillon e teremin - al quale l'orchestra di Sanremo avrebbe saputo fare adeguata giustizia (e infatti credo i poveretti aspettassero l'esecuzione della canzone di Morgan come il loro giusto compenso dopo una sfibrante serie di marchette) e che al di fuori del disco sarà difficile replicare perché richiede uno spiegamento di forze piuttosto proibitivo per una band che suona dal vivo (in breve: costerebbe troppo). E dunque il Festival si è tolto la soddisfazione di tagliar fuori a causa delle opinioni espresse dall'autore l'unica canzone effettivamente scritta e preparata in funzione dell'apparato festivaliero, preferendo mantenere in gara e mandare sul podio (posizione mediana, tanto per non scendere nei dettagli) con manovre tutt'altro che trasparenti, canzoni che davano motivo ad ogni buon cittadino italiano di vergognarsi profondamente del suo retaggio culturale e pure sociale nonché politico e storico.

La terza canzone è la più recente e per radio può capitare di sentirla: Mentre dormi di Max Gazzé, che fa parte della colonna sonora del film Basilicata Coast to Coast; testo di Gazzé e Gimmi Santucci, con un altro Santucci, Francesco detto Cicci (che non c'entra nulla col paroliere) che suona la tromba.
Come tutte le canzoni di Gazzé, dietro un'apparente semplicità nasconde una struttura piuttosto complessa ma il testo, per quanto raffinato (Gimmi Santucci è l'autore della mia amatissima Crisalide) è una classica ballata d'amore, del filone "canzone da cuscino, durante la prima notte", di quelle che aprono il cuore alla speranza, quando le nuvole sono di zucchero candito e le stelle spargono scie di coriandoli. La voce di Max si fonde con il tappeto degli strumenti - perché sì, anche qui c'è un arrangiamento particolarmente raffinato, di tipo jazzistico e l'assai stimato Cicci Santucci, che arpeggia e ricama con una tromba di velluto e seta, è un jazzista assai rinomato.

Sono tre canzoni diversissime tra loro, ma oltre alla bellezza le accomuna la cura e l'abilità con cui sono state costruite, con attenzione, passione e tanta tecnica. Ci ricordano l'importanza della cura dei particolari e della sostanza al di là dell'apparenza.

*pure, verrebbe malvagiamente da pensare che, dovendo preoccuparsi dell'influsso sui giovinetti, tale influsso possa essere più facilmente esercitato da una trasmissione dove notoriamente si chiacchiera parecchio piuttosto che da una competizione canora dove arrivi sul palco, ti fanno cantare e poco più. Sarà che per X Factor Morgan aveva già firmato il contratto e la Magnolia non intendeva mollarlo?

Applicazioni della filologia nella didattica


Lo schema raffigura uno dei più tipici modelli di albero, o stemma codicum

(estratto di una verace lezione tenuta da me medesima tre settimane fa)
Qualche giorno fa il vostro compagno Sirius ha chiesto cos'era la filologia. Sul momento ho dato una risposta affrettata perché volevo continuare la lezione, ma oggi ho deciso di sviluppare meglio l'argomento.
"Filologia" viene dal greco e significa "amore e cura della parola". Riguarda lo studio dell'evoluzione delle parole, ma anche dei testi. Un'edizione filologica è un'edizione che cerca di avvicinarsi quanto più possibile all'originale scritto dall'autore.
Fino alla metà dell'Ottocento, quando si voleva fare l'edizione critica di un testo si trascriveva il manoscritto che si reputava più vicino all'originale, magari con qualche modifica in caso di errori evidenti. Poi arrivò il metodo lachmaniano, che è quello che usiamo ancora oggi: prima di tutto si fa un accurato esame di tutti i manoscritti, poi si schedano le differenze e dall'analisi di queste differenze si ricostruisce lo schema dei codici, o albero* - qui ne potete vedere qualche esempio.
(proiezione sulla LIM di vari esempio di alberi, più o meno complessi)
Ricostruire l'albero porta alla ricostruzione della storia di un testo. Ad esempio, se un brano manca in un gruppo di manoscritti possiamo immaginare che il manoscritto capostipite di quel gruppo lo abbia saltato e che tutti manoscritti copiati da lui non lo abbiano copiato per forze di cose. Stessa cosa se abbiamo un errore significativo, o un pezzo interpolato.
Come avrete notato, quando avete fatto i compiti di storia non mi sono preoccupata troppo se copiaste o no, ad esempio girando per la classe per controllare che non teneste il libro sotto il banco. Questo perché sapevo benissimo chi tra voi negli ultimi mesi aveva o non aveva studiato storia e, vista una generale mancanza di allenamento allo studio da parte del gruppo, che non si è limitato a non studiare la mia materia ma, con grande senso di equità, ha evitato di studiare un po' di tutto, ritenevo piuttosto improbabili rimonte dell'ultima ora grazie a qualche tirata sui libri. Sapete, le tirate funzionano se chi le fa sa studiare. Buona parte di voi al momento non sa studiare anche perché raramente ha provato a farlo. Questo, temo, è il problema principale di questa classe.
Sapevo però che buona parte di voi ha una grande fiducia negli espedienti e davo per scontato che ne avreste fatto grande uso; contavo però di riuscire a ricostruirli correggendo i compiti. Infatti, per funzionare, anche gli espedienti più efficaci richiedono un minimo di conoscenza di base. Vi ho quindi lasciati piuttosto liberi, riservandomi di intervenire solo per i casi più appariscenti. Ad esempio ho sequestrato uno schema dal primo banco della fila di destra, ma ci avete praticamente acceso le insegne luminose sopra, non era possibile non notarlo.
(Brusio di obiezione)
Nossignore, vi siete fatte notare! Io ho un animo del tutto alieno dal sospetto, ma vi eravate messe cheek to cheek e stavate chiaramente guardando qualcosa. Ovvio che se fosse stata una foto del vostro cantante preferito non l'avrei certo sequestrata! E avevate la barriera degli astucci davanti. Mettere la barriera degli astucci è come mettere un freccione con su scritto "qui c'è un foglio da cui copieremo". Quando si sta nel primo banco occorre una certa cautela per copiare dagli schemi fatti a casa. Già che siamo in argomento, prima di guardarlo con tanta attenzione, potevate aspettare almeno che avessi dettato le domande.
Nelle file di destra invece si sono comportati con maggiore discrezione, e sono anche riusciti a far viaggiare il loro schema su Elisabetta I fino alla coppia di banchi staccati vicino alla cattedra. Tra l'altro era uno schema fatto piuttosto bene, non so se l'avevate preso da qualche parte o adattato dal libro - però, ragazzi, quando si fa girare uno schema in classe non si può copiare parola per parola come avete fatto voi; eravate in cinque, e in cinque mi avete scritto le stesse identiche parole: non era possibile non riconoscerlo. E poi, scusate, le date del regno di Elisabetta almeno a qualcuno di voi poteva ben venire in mente di metterle tra parentesi!
Acquacheta, invece, per Elisabetta I ha fatto una buona sintesi dal libro. Non so se l'aveva preparata a casa o se ha copiato in classe dal libro, nell'ultimo banco qualche possibilità di manovra in questo senso c'è; ad ogni modo hai usato le parole del libro, precise e identiche. Un po' di lavoro di rielaborazione sarebbe stato gradito, visto che in italiano non te la cavi male.
(Acquacheta abbassa gli occhi, un po' confusa)
Sempre Acquacheta ha copiato la definizione di "indulgenza" dal dizionario. Si tratta di una procedura legittima, perché il dizionario è uno strumento che potrete sempre usare in tutti gli scritti, anche ai concorsi. Il punto è che io avevo chiesto in cosa consisteva la vendita delle indulgenze. La definizione che hai riportato, Acquacheta, è giusta ma è la definizione di "indulgenza". Considera però che una roba chiamata "vendita delle indulgenze" implica un qualche tipo di transazione commerciale, che invece non risulta dal concetto di "indulgenza" in sé.
Sempre sulla vendita delle indulgenze, un gruppo si è trasmesso fiduciosamente una definizione partorita da qualcuno di voi. Vi prego però di ricordare che copiare è inutile, se non si ha cura di copiare dalla persona giusta. L'autore di questa definizione, chiunque fosse, aveva le idee decisamente confuse: "La vendita delle indulgenze erano banditori o comunità religiose che andavano di paese in paese a chiedere soldi per la salvezza della loro anima". Qui, se non altro, il senso di una transazione commerciale c'è, ma, a parte l'italiano agghiacciante, si trascura il fatto che i banditori non chiedevano soldi per la salvezza dell'anima di loro stessi medesimi, bensì dell'anima di quelli che davano soldi. Per come la vedo io, non è una differenza di poco conto.
Inoltre dovete tener conto che, oltre a scegliere la persona giusta da cui copiare, occorre anche fare attenzione a quel che si copia e tener conto che in ogni modo ne deve risultare fuori un discorso sensato.
Ad esempio, prendete la domanda sullo scisma anglicano. Assenteista ha scritto "Lo scisma anglicano avvenne perché il re era molto avvantaggiato e inoltre aveva un basso numero di monasteri". La frase è stata ripresa pari pari da Salice Piangente, che di posto sta dietro a lui, e basta da sola a dimostrare che nessuno dei due ha la benché minima idea di cosa sia lo scisma anglicano. Questa per me non è una sorpresa, ma ero molto incuriosita perché non capivo da dove aveste potuto tirare fuori un discorso tanto strano.
(Assenteista esibisce il suo consueto sorriso tra il furbetto e il noncurante che rispecchia fedelmente il suo totale disinteresse alla questione. Salice Piangente è, ovviamente, sull'orlo delle lacrime)
L'ho capito soltanto quando alla fine ho corretto il gruppo dei compiti veri, quelli cioè fatti dalla ristretta cerchia che dall'inizio dell'anno ha studiato storia con continuità; tra di loro Silenzioso, che è di banco accanto ad Assenteista, ha scritto "Lo scisma anglicano avvenne perché il re d'Inghilterra Enrico VIII aveva molti vantaggi a staccarsi dalla chiesa di Roma", passando poi a impostarmi un discorso assai sensato sui beni monastici incamerati dallo stato e sui problemi legati al divorzio da Caterina d'Aragona. Qui, in effetti, caro Assenteista, sarebbe bastato rendere "aveva molti vantaggi" con "sarebbe stato molto avvantaggiato": perché i vantaggi il re sperava di goderli eseguendo lo scisma, non li aveva già prima di fare lo scisma. Ma si ritorna al discorso di prima: quando si copia in un compito in classe è necessario avere una minima conoscenza di ciò di cui si sta parlando.
Esorto quindi i due terzi della classe che hanno preso una valutazione non sufficiente a riflettere su questo nel vostro interesse.

giovedì 1 aprile 2010

Effetti secondari e imprevisti della novella di Chichibio



E' noto che una seconda media alla sesta ora (e anche a tutte le altre ore, in verità) può riuscire a cavar di sottoterra i più imprevedibili doppi sensi da qualsivoglia innocentissimo testo. A ciò ogni insegnante delle medie è preparato da lunga pratica e ognuno gestisce tal cosa come meglio sa. Di solito io reagisco con tranquilla e divertita indulgenza, memore dei miei abbondantissimi trascorsi a riguardo: si ride e si scherza insieme e la cosa finisce lì.
Ammetto però di aver programmato la lettura della novella di Chichibio e la gru in totale incoscienza, senza minimamente sospettare di essermi imbarcata in un testo ai limiti della pornografia.
Ma andiamo per ordine.
Amo molto il Decameron, e di solito rifilo alle mie seconde una vasta scelta di novelle, anche di quelle che di solito non fanno parte del canone scolastico. Uso la traduzione di Aldo Busi, l'unica integrale, e faccio lavorare la fotocopiatrice.
Fino a questo momento la mia seconda aveva affrontato la storia di messer Guardastagno, che dà da mangiare alla moglie il cuore del di lei amante cucinato a puntino (che è stata accolta con una certa perplessità), la caccia infernale di Nastagio degli Onesti (c'è il richiamo a Dante) e la novella di Melchisedech e dei tre anelli (coi tempi che corrono, un invito alla tolleranza religiosa va sempre bene).
Della storia di Chichibio avrei fatto tranquillamente a meno, devo dire; ma sul testo di letteratura che mi è capitato in sorte c'era solo e soltanto quella. Siccome era in lingua originale mi è venuta l'incauta idea di fargli fare il raffronto tra il testo antico e quello in italiano moderno, con eventuali accenni sulle scelte che a volte si trova a dover fare un traduttore.
Cominciando dalla traduzione, così si sarebbero orientati meglio nel testo antico.
I primi problemi arrivano col titolo "La coscia fantasma" - un brusio di risate che passa presto. Non colgo il punto - perché è vero che il titolo non è quello originale, ma insomma è piuttosto pertinente (solo che loro non lo sanno, ancora).
Senonché, poche righe dopo, si racconta di come Corrado Gianfigliazzi "non faceva altro che correre dietro alla sua passione per uccelli e cani". Quando vedo la classe sganasciarsi domando cosa c'è di così strano, visto che è esattamente la stessa espressione usata da Boccaccio.
Qualche anima caritatevole prova a spiegarmi che il problema sono gli uccelli. A mia volta provo a spiegare che proprio di uccelli si tratta, di quelli che volano - ma ormai il danno è fatto e ci vuole un bel po' prima che la lettura riesca a proseguire.
Ci riprendiamo fino all'entrata in scena di Brunetta che vuole assaggiare la gru.
"Tu non l'avrai da me" le dice Chichibio. "E neanche tu da me!" ribatte lei seccata.
"Sì, vuol dire esattamente quel che state pensando" avviso la classe "L'originale dice "Tu non avrai da me cosa che ti piaccia".
Nel frattempo però si è ricomnciato a parlare di cosce, e di nuovo se ne parla con Corrado quando questi chiede come mai la gru servita in tavola non ne ha due.
L'effetto combinato è una nuova ondata di riso, che raggiunge punte di autentica isteria.
A questo punto so che non c'è più niente da fare e cerco solo di chiudere la lettura in tempi ragionevoli.
Finalmente padrone e cuoco se ne vanno a Peretola a caccia di gru per contare quante gambe hanno. La classe sembra essersi ripresa, ma lì arriva il colpo di grazia: in uno dei suoi rari interventi personali, Busi spiega che i due vanno sulle rive di un fiume "sulle cui rive tutti i bird-watcher della zona accorrevano a saziarsi di gru".
"Cosa vuol dire bird-watcher? - chiede qualcuno.
Sospiro.
"Vuol dire guardauccelli. Sono i naturalisti che studiano i volatili con il binocolo".
Davanti alla reazione decisamente scomposta della classe tutta i miei peggiori istinti di tredicenne si risvegliano e decido di buttare giù il mio carico da trenta:
"E già che ci siamo, 'guardare' in greco si dice "stokazomai".
Nel delirio che segue le gru spiccano infine il volo, Chichibio dice la battuta che lo salverà dalle bastonate e il suono della campanella si avvicina sempre più.
"Ragazzi, mi rendo conto che si è trattato di una serie di sfortunate circostanze, ma temo proprio che nessuno di voi sia riuscito a seguire la storia; perciò devo assicurarmi che la rileggiate a casa..."
"E dunque ci dà il riassunto".
E dunque gli ho dato il riassunto. Ma se non altro l'ora è stata piuttosto allegra.
(Comunque è chiaro che Boccaccio va affrontato a mente fresca, quando i freni inibitori funzionano ancora. Anche nelle sue novelle dall'apparenza più innocente).

martedì 30 marzo 2010

L'anomalia toscana


Le elezioni regionali sono arrivate e sono passate, con vari strascichi e riflessioni, non tutti piacevoli.
Qua in Toscana, a dire il vero, è stato tutto piuttosto tranquillo: tutti i partiti e i movimenti hanno consegnato le liste nei tempi e nei modi indicati dalla legge elettorale, la campagna elettorale è passata in gran tranquillità e anche se molti di noi (o meglio, molti di loro, perché io sono tra quelli che vanno a votare sempre e comunque, senza nemmeno farsi sfiorare dal dubbio se sia il caso di farlo o no) non sono andati alle urne, questo non ha alterato l'esito del voto.

Non ci sono grossi cambiamenti in vista, per noi: il presidente della regione Martini, del PD, verrà sostituito dall'addetto alla sanità nella giunta toscana, tale Rossi, anche lui del PD, eletto a fluviale maggioranza come già nelle elezioni precedenti. Lo abbiamo votato senza problemi perché la sanità in Toscana funziona piuttosto bene. Come le ferrovie regionali, le biblioteche, gli archivi, la raccolta rifiuti e via dicendo.
Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, si può fare molto per migliorare, ma l'impressione è che nel complesso si cerchi di migliorare, un po' per volta.
Gli stranieri li abbiamo anche noi. Non dico che la Toscana per loro sia l'Eden, ma nel complesso non se la passano malaccio. I ragazzi che incrocio a scuola sembrano abbastanza avanti sulla via della toscanizzazione, e sembrano essercisi avviati in modo piuttosto spontaneo.

Siamo un'anomalia all'interno dell'Italia. Dal nostro tranquillo fortino certe cose non riusciamo a capirle. Ci stiamo isolando dal paese. Avvolti nel nostro bozzolo tranquillo senza troppi contrasti guardiamo con un certo stupore la situazione che si è creata intorno a noi.
Non capiamo. Non abbiamo mai capito. Ad ogni elezione ci aspettiamo che il resto del paese rinsavisca, ma il resto del paese non sembra averne alcuna intenzione.
Qualche crepa si è aperta: al prossimo consiglio regionale avremo tre leghisti, che è un po' come avere tre esquimesi all'assemblea generale dei paesi produttori di legni esotici.
Sono un piccolo incidente di percorso o la prima falla di qualcosa destinato ad allargarsi?

Il fortino è tranquillo, la guerra è lontana. Forse si sono dimenticati di noi, forse aspettano che ci arrendiamo con i nostri tempi.
E può darsi che la campagna elettorale della Lega, col suo manifesto sugli indiani d'America confinati nelle riserve ci riguardi più di quanto crediamo.
Perché gli stranieri pronti a invaderci forse non sono gli albanesi, i marocchini o i cinesi - con i quali ci stiamo arrangiando decorosamente.
Forse sono i nostri connazionali.
Quelli là, fuori, accampati sulla pianura, oltre la frontiera del Po.

mercoledì 17 febbraio 2010

17 Febbraio 2010 - Giornata Nazionale del Gatto



(perché non tutti i tronisti vengono per nuocere)

domenica 31 gennaio 2010

Nessun uomo vivente può impedirmi nulla!



Eowyn, la fanciulla guerriera, bella eppure terribile, per me è arrivata prima di Camilla e di Bradamante e di Clorinda, prima di Angelica, la ribelle del Poitou, perfino prima di Brunilde.
La scena è di quelle che non si dimenticano, anche se dura solo un paio di pagine: elmo slacciato e capelli al vento, per difendere il corpo del re che ama come un padre, e che è caduto durante la carica dei Rohirrim, Eowyn si ritrova ad affrontare il nemico più terribile: il capo dei Nazgul, in pieno spolvero e assai baldanzoso per un'antica profezia di Glorfindel che lo dava immune ai colpi di qualsiasi uomo vivente.
"Io non sono un uomo vivente. Stai guardando una donna" lo informa Eowyn. E il re degli stregoni rimane perplesso. Ne ha ben donde perché la donna, aiutata dal mezzuomo Mariadoc, lo sistemerà in pochi colpi.

Eowyn ha dunque abbandonato il focolare domestico e il suo dovere di custode della casa per andare in battaglia - un vero colpo di testa, se mai se ne vide uno. Di questo però nessuno penserà a biasimarla nemmeno con una parola e anzi tutti loderanno senza risparmio il suo coraggio e il suo valore. Quanto a lei, scoprirà che la battaglia è la miglior cura per lo stress da casalinga e che finita la guerra si può piacevolmente anche fare l'amore.
Unico inconveniente: un braccio rotto. Ma glielo curano benissimo, dice. Roba da poche settimane di degenza.

mercoledì 27 gennaio 2010

Le mani del re sono mani di guaritore



Con grande pompa e solenne sfoggio di paramenti il re di Francia
tocca gli scrofolosi. Aragorn dimostra senz'altro maggior stile,
maggior semplicità (e assai maggiore efficacia)

Quando da ragazzina leggevo il Signore degli Anelli ero convinta che la leggenda dei re guaritori fosse assai nota e diffusa e che solo per un caso non me ne fosse mai giunta notizia. Perciò, quando all'esame di storia medievale all'università scoprii che tra i testi si poteva portare un librone intitolato "I re taumaturghi" di tale Marc Bloch mi precipitai in libreria senza por tempo in mezzo e sborsai senza esitazioni la colossale cifra che Einaudi richiedeva per cotale testo.
Fu una delusione completa: Bloch non sembrava minimamente interessato a svelare al lettore affamato di prodigi un eventuale filone di leggende magiche sui miracolosi poteri regali, bensì solo a ricostruire, attraverso un pidocchiosissimo esame di un'infinità di cronache, leggi, bandi e corrispondenza ufficiale, la storia dei re di Francia che fino al Settecento avevano la reputazione di guarire, grazie al loro tocco, una sola e pulciosissima malattia: la scrofola, che già dal nome non evoca certo eroici combattimenti contro il re degli stregoni di Angmar. Quanto ai re inglesi, nell'unica breve comparsa che facevano in quel librone, si limitavano a far benedire anellini d'oro la notte di Natale. Non era citato nemmeno un poema, neanche una singola chanson de geste, ma solo e sempre, sempre e sempre documenti su documenti, tutti ufficiali, che non si credesse che lui, Bloch, stava dietro alle leggende se non per smontarle pezzo a pezzo.
Ormai però il libro era stato pagato e l'esame concordato, così mi rassegnai e feci del mio meglio. Dall'introduzione e dalla chiacchierata che feci in sede d'esame col professore che mi interrogava mi resi conto che, in modo del tutto casuale, avevo trovato una perla di gran pregio: quel libro un po' soporifero, all'epoca della sua pubblicazione (1924) era stato uno dei primi frutti di un modo nuovo di vedere la storia; anzi era stato proprio con libri di quel tipo che Bloch e i suoi amici avevano aperto la strada alla storia come la conoscevo io, quella dove si studiano le tecniche di semina e l'andamento dei raccolti, la forgiatura delle armature e la fabbricazione del vasellame... e sì, anche l'evoluzione della figura sacrale del re.
La seconda guerra mondiale e i nazisti troncarono nel 1942 le ricerche di Bloch e di molti suoi colleghi - i nazisti, scoprii, avevano fatto fuori un immane numero di medievisti ebrei (anche di classicisti e modernisti, immagino. Io però studiavo il medioevo e facevo soprattutto caso a quelli del mio ramo). Non era nemmeno giovanissimo, ma si sa che gli storici rendono meglio dopo i cinquant'anni.

Molti anni sono passati da quel tempo, e da allora ho aperto e consultato molti libri di storia europea sulle più varie questioni e letto un'infinità di favole, miracoli e leggende. Gli unici re taumaturghi che ho trovato però continuano ad essere quelli di Bloch (e quelli di Tolkien).