Il mio blog preferito

domenica 8 novembre 2009

Le Regole esistono e vanno rispettate, ovvero la Carica degli Gnu


Gli gnu non migrano a piccoli gruppetti ordinati. No, essi non lo fanno.

Nell'Istituto Comprensivo di Hogsmeade vanno molto di moda i regolamenti. C'è il Regolamento della Scuola e un Regolamento per i singoli plessi, un Regolamento per i coordinatori, uno per i genitori degli alunni e forse uno anche per le mattonelle dell'ingresso; inoltre si insiste sempre molto sulla necessità di rispettare e far rispettare queste regole.
Tuttavia, ogni tanto l'ingranaggio perde colpi.

Prendiamo l'uscita, che per le scuole è sempre un momento piuttosto delicato: secondo i nostri Regolamenti gli alunni devono lasciare ordinatamente la classe e posizionarsi in fila due a due, con davanti quelli che prendono il pullman. Al suono della campana le classi si muovono con ordinata compostezza dietro l'insegnante e si dirigono all'uscita, dove noi insegnanti li congediamo con legittimo sollievo.
Intendiamoci, esistono scuole dove l'uscita avviene  effettivamente in modo ordinato (anche se magari non proprio così tanto ordinato) ma la scuola media di Hogsmeade non è davvero tra queste, oh no. In linea di massima, la nostra Uscita ricorda molto la carica degli gnu del Re Leone di Disney - una scena affascinante, senza dubbio, ma non ho notizia che alcun critico cinematografico l'abbia mai definita "ordinata" o "disciplinata".
D'altra parte gli allievi di Hogsmeade non sono stati forgiati con una lega diversa da quella che forma tutti gli altri ragazzi e sono dunque perfettamente in grado di eseguire un'uscita decorosamente ordinata, né più né meno di qualsiasi altra scolaresca. Personalmente sarei più che disposta a imbarcarmi in un tentativo in tal senso, con la ragionevole speranza di uscirne vincitrice senz'altro aiuto che qualche minuto supplementare da passare in classe a placare gli animi e cardare gli indisciplinati. Anzi, l'ho fatto.
"Prof, perdiamo il pulmino!" si alzava il lamento.
"Non c'è problema, andrete a piedi. Fa bene, camminare a piedi" rispondevo con sereno menefreghismo. Infatti, quando mai si è visto un pulmino della scuola che abbandona i ragazzi per partire senza di loro al grido di "Chi c'è, c'è, e chi non c'è so' cazzi sua"? Prima di approdare a Hogsmeade ho insegnato in quattro diversi comuni della provincia, e gli unici ragazzi appiedati che ho visto all'uscita erano il risultato di fraintendimenti con le famiglie, mai effetto della fretta degli autisti.
A quanto pare, a Hogsmeade le cose stanno diversamente, e dopo aver visto più volte ragazzi sconfortati telefonare all'uscita alle famiglie ho dovuto prendere atto che il problema esisteva.
Ora, se fossi un genitore e la mia prole restasse a piedi e digiuna solo perché all'autista comunale stava fatica aspettare due minuti, dopo il mio passaggio sia la Scuola che il Comune sarebbero ridotti a pochi muri sbocconcellati. Se fossi un DS e i miei allievi venissero lasciati a piedi per pura negligenza, dopo il mio intervento l'autista comunale servirebbe al massimo come hamburger da panini. Ma a Hogsmeade sia i genitori che la Preside sembrano accettare la situazione con sereno fatalismo, tanto che l'unico intervento sulla questione è stato... istituire una campana cinque minuti prima dell'uscita per dar modo a tutti di prepararsi.

Paese che vai, usanze che trovi. Dal canto mio l'Uscita Ordinata con i ragazzi che sfilavano a due a due dietro di me mi sembrava piuttosto ridicola e l'ho accantonata di buon grado. La carica degli gnu non mi entusiasma, anche perché la mia classe deve fare tre rampe piuttosto strette - ma ho rispolverato la mia vecchia abitudine di seguirli anziché precederli, sorvegliandoli dall'alto. Il risultato non è proprio il massimo dell'ordine e tanto meno della disciplina, ma non si presenta nemmeno improponibile.
Insomma, un'uscita come tante.

venerdì 6 novembre 2009

Storia di Calimero


Prendo spunto dal racconto di Cautelosa per ricordare il mio Claudio personale - anzi il mio Calimero personale.

Non era un ragazzino particolarmente piccolo e nessuno ce l'aveva con lui, né compagni né insegnanti: anche lui però viveva la scuola con un senso di assoluta inadeguatezza: in effetti era inadeguato.
Era mortalmente ansioso, per ogni cosa. La classe era un po' vivace ma accogliente, la maggior parte degli insegnanti adattabili e gentili, ma lui era sempre preoccupatissimo di non avere la situazione sotto controllo (anche perché ovviamente non l'aveva).
"Ha subito qualche trauma di recente?" chiesi alla madre "Tipo trovarsi bloccato in una casa in fiamme".
No, mi assicurò la madre. Era ansioso per natura. Molto ansioso.
Studiava tanto, a pomeriggi interi. Lo diceva la mamma (un po' sconsolata. Anche lei "stava rifacendo le medie", in effetti) e dunque ci credevo; e poi aveva sempre i compiti fatti - a volte male, a volte bene. Amici, zero. Gli piaceva (scoprii dai temi) stare alle stazioni, guardare i treni, prenderli. Conosceva tutte le stazioni della zona e tutti i tipi di treni. Altri divertimenti non ci risultavano.
Matematica osservò che se gli si dava tempo veniva a capo delle espressioni, di solito; anche con gli esercizi di grammatica non se la passava male - avevo sempre cura di fargli fare la frase per quinto o sesto, quando ormai il meccanismo era abbastanza chiaro, ma insomma la faceva. Era abbastanza inchiodato a certi errori di ortografia, tipo le H, ma se per questo anche mezza classe.
Nei temi si perdeva, senza speranza. Come primo compito in classe diedi una traccia sul passaggio tra elementari e medie, molto fiera di aver trovato un argomento su cui tutti, ma proprio tutti avrebbero avuto un sacco di cose da dire. Lui mi raccontò di una gita fatta in treno a Firenze con i genitori dove non c'era l'ombra di un riferimento alla scuola.
Per la prima volta in vita mia diedi un Non Sufficiente per "fuori tema": le mie tracce sono scatole talmente larghe che andare fuori tema è praticamente impossibile, e ammetto sempre ogni tipo di interpretazione possibile del titolo - lui però era proprio andato fuori tema; d'altra parte era un lavoro insufficiente, da qualsiasi parte lo guardasse e nonostante tutta la mia ferma intenzione di non scoraggiarlo; almeno, dando la colpa al "fuori tema" evitavo di soffermarmi sul resto, che era abbastanza agghiacciante.
Comunque anche nel secondo e terzo tema mi parlò di gite a Firenze (in treno) con i genitori. In compenso nelle prove di comprensione del testo era un disastro.
Mi guardavo bene dall'interrogarlo a storia e geografia. Gli facevo leggere ogni tanto gli esercizi, che a volte funzionavano e a volte no. Leggeva peggio di certi allievi dislessici, con un tono monocorde che faceva seriamente dubitare della sua appartenenza al genere umano.
Il vero problema però era che non dava segni di miglioramento né nella lettura né in qualsivoglia altro ramo dello scibile.
Non aveva amici ma nemmeno nemici. Aveva rintuzzato senza problemi il paio di tentativi del Teppista di prenderlo in giro - tentativi che, a quel che so, il resto della classe non aveva fatto niente per appoggiare. Gli altri lo prendevano così com'era, qualcuno anche mostrandosi molto amichevole.
Si parlò di certificarlo. Quell'anno, a quanto ci dissero, le certificazioni erano diventate più difficili, ma si poteva tentare. I genitori sospirarono, la madre pianse ma infine accettarono. Per un qualche intralcio burocratico però la cosa finì in nulla. D'altra parte anche noi insegnanti non eravamo convinti al cento per cento: qualche ora di sostegno gli avrebbe fatto certo comodo, ma i vantaggi sarebbero bastati a compensare il dispiacere e l'umiliazione per lui? Perché - e questo era chiaro - era perfettamente consapevole che qualcosa non andava, pur non riuscendo a fare nulla per porvi rimedio. Questo, ovviamente, peggiorava i sensi di colpa striscianti che buona parte di noi sentiva nei suoi confronti - e d'altra parte anche noi insegnanti saremmo stati ben lieti di migliorare la situazione se solo avessimo avuto idea di come farlo.
Discutemmo a lungo se bocciarlo o no. Per tutto l'anno a ogni consiglio si ripeté la stessa discussione:
"Se lo fermiamo si scoraggerà definitivamente e ne concluderà che è inutile impegnarsi, tanto non serve a niente".
"Come facciamo a non fermarlo, visto che non è andato avanti di un centimetro?".
"Appunto, se non è andato avanti è inutile fargli ripetere la prima. Tra l'altro perderebbe i compagni, con cui si trova abbastanza bene".
"Ma che cosa ci facciamo con Calimero l'anno prossimo in seconda? Sarà peggio di un pesce fuor d'acqua".
"Ma è già un pesce fuor d'acqua anche adesso!".
Siccome entrambe le posizioni avevano le loro ragioni, non sapevamo letteralmente che pesci prendere e continuavamo a rimpallarci gli stessi argomenti consiglio dopo consiglio. Calimero era bloccato peggio di un mulo, ma anche noi non scherzavamo.
Finché Matematica ebbe un'ispirazione:
"Noi non sappiamo come saranno le prossime prime. Nella classe dov'è adesso Calimero si è ambientato, magari in un'altra prima si troverebbe male. Se lo fermiamo l'anno prossimo invece sapremo almeno dove andiamo a metterlo".
Appoggiammo tutti il suo punto di vista con sollievo e riconoscenza: era un argomento, qualcosa a cui attaccarsi. E aveva una sua validità. Passammo Calimero in seconda - con qualche perplessità, ma lo passammo.

La storia è a lieto fine; perché, qualsiasi cosa sia successa durante l'estate, l'anno seguente Calimero mise foglie e fiori. Certo, non diventò mai la punta di diamante della classe e il suo inglese agghiacciò sempre ognuna delle tre insegnanti che cambiò, ma nelle altre materie cominciò a migliorare. Smise di fare temi sulle gite in treno a Firenze con i suoi e cominciò a svolgere le tracce assegnate (ricordandosi, per giunta, di mettere le H al posto giusto). Leggeva decorosamente. Alzava la mano per rispondere alle domande. Parlava con i compagni, talvolta ci usciva persino insieme. Addirittura (oh, gioia!) dovevamo riprenderlo perché chiacchierava; ci spingemmo perfino a minacciarlo di una nota sul diario (un paio di volte gliela mettemmo davvero, con grande sollievo della madre). Ci attentammo a interrogarlo, e dopo le prime lezioni ripetute a memoria lo vedemmo perfino, in qualche occasione, seguire un suo personale ragionamento.
Insomma, andava avanti. Con i suoi tempi, a obbiettivi magari un po' ridotti ma andava avanti. Per quanto terrorizzato, ci fece perfino un colloquio decente all'esame.
Lo passammo con grande soddisfazione collettiva. Al nostro consiglio di classe (di cui ero parte integrante) ritengo vada riconosciuto un grande merito, spesso l'unico che un Consiglio di Classe può riconoscersi, malgrado la migliore buona volontà del mondo: quello di non aver peggiorato le cose.
Il resto è nelle mani di forze imperscrutabili - ovvero, dei ragazzi stessi.

sabato 31 ottobre 2009

Chi vi credete che noi siam / per i capelli che portiam



In classe, tra tanti rispettabili fanciulli che pur di non applicarsi agli studi volentieri scalerebbero l'Everest a mani nude e in T-shirt di cotone, ne ho uno che si distingue in particolar modo: l'Assenteista.
Costui è un ragazzo assai alto e ben fatto, piuttosto gentile, fornito da Madre Natura di un cervello singolarmente adatto agli studi ma di cui nessuno ha mai avuto notizia che abbia studiato in qualche modo. E' altresì provvisto di una madre prontissima a dire tutto e il contrario di tutto pur di appoggiarlo e ad attaccare la scuola in qualsivoglia modo possa tornare utile alla sua prole pur giurando di non spalleggiarlo né coprirlo. Un caso, insomma, non molto insolito.
Questo bel ragazzo venne promosso dalla prima alla seconda perché provvisto di un cognome che iniziava con una delle ultime lettere dell'alfabeto: quando arrivarono a lui, la quota di quattro-e-non-più-di-quattro ragazzi da segare era già stata raggiunta nella sua classe e così non se ne fece di niente (il che non sarebbe successo se sua madre avesse scelto di accompagnarsi o attribuire la prole a qualche Arimi o Abbagnale. Ma tu guarda i casi della vita). Alla fine della seconda però, vuoi perché le cose si erano spinte troppo oltre, vuoi perché i ragazzi i cui cognomi iniziavano con le lettere B, C, F e L non avevano mostrato particolari carenze scolastiche, fu deciso di fargli ripetere l'anno e di infilarlo nella mia futura classe.

Beh, non è un alunno di quelli che disturba, almeno quando non c'è - e si dà il caso che molto spesso non ci sia e che raramente porti giustificazioni. Appunto per questo qualche giorno fa sono andata in presidenza con un bello specchietto che riportava numero delle assenze e assenze ingiustificate. La Preside ha convenuto che non era cosa, ha parlato con madre e figlio (ignoro se esista anche un padre e qual peso abbia, eventualmente, negli equilibri familiari. Non altissimo, sembrerebbe di capire), poi mi ha riferito.
Stando alle sue parole, la ramanzina è iniziata con un invito per l'Assenteista a tagliarsi i capelli "che è un anno e mezzo che te lo dico!".
"I capelli?" ho strabiliato "E perché?".
I capelli dell'Assenteista sono tanti, un po' cespugliosi, di un bel castano dorato. Checché ne dica la Preside, non sono particolarmente lunghi anche se sulla sinistra porta l'inevitabile ciuffo che tanto usa in questi anni. Ma la Preside si lancia in una filippica contro quei capelli, che coprono i begli occhi e gli impediscono di vedere (seeee!), e lui starebbe molto meglio senza quel ciuffo...
A questo punto è toccato alla Preside beccarsi una ramanzina, da me: che uno porta i capelli come gli pare, che l'occhio sinistro coperto è una moda come tante e certo non possono essere le donne, che arrivano a perversioni come i tacchi a spillo pur di seguire la moda, a poter criticare, che personalmente preferivo gli uomini con i capelli lunghi e che non sperasse di vedermi muovere la punta di un dito per una crociata del genere - soprattutto, che sinceramente il problema non mi sembrava quello.
La Preside mi ha visto talmente infervorata che, applicando il principio che i pazzi non vanno mai contraddetti, ha prontamente ripiegato su tematiche più banali quali il controllo delle assenze e dei compiti del fanciullo oggetto dei nostri discorsi - argomenti su cui mi ha trovato ben più disposta a seguirla.

E poi sono rimasta in Sala Professori a riflettere sui massimi sistemi.
Premesso che sull'argomento capelli&acconciature maschili direi che le parole definitive sono state scritte e cantate da Niccolò Fabi, e che il mio ideale in materia sono i Cavalieri dello Zodiaco - ma questi, in fine, sono affari miei; premesso questo, dunque, mi piacerebbe tanto capire perché noi insegnanti (e DS, che in fondo sono insegnanti diversamente riciclati) amiamo tanto prenderci in giro da soli, salvo poi meravigliarsi se lo fanno anche i ministri.
Perché c'è il fatto che qualsiasi alunno di scuola materna, elementare e media è protetto dalla Costituzione dei nostri padri che sancisce (sia pure tra le righe) il diritto di ognuno di tenersi i capelli come accidente gli pare purché si ricordi di lavarli a scadenze regolari. Posso disapprovare in cuor mio creste, gel, teste rasate, capelli a spazzola e capelli troppo appiattiti sulla testa, ma non una parola sull'argomento uscirà dalle mie labbra, nemmeno davanti alla minaccia delle tenaglie arroventate. Nella vita civile ci vuole un po' di sopportazione reciproca, o non si arriva da nessuna parte.
Nel caso degli adolescenti, occorre poi ricordare che le cose spiacevoli che la scuola gli impone sono veramente un buon numero. Tra queste, nessun tribunale ci darà ragione se ci impuntiamo su un taglio di capelli rispetto a un altro - e, nonostante molti degli ultimi governi abbiano fatto veramente del loro meglio per confondere le idee alle nuove generazioni in tema di legalità, questo i ragazzi oggi lo sanno, e lo sanno anche i Dirigenti Scolastici, perché nessun regolamento scolastico porta articoli precisi in merito a pettinature, trucco e abbigliamento - al massimo qualche generico accenno al fatto che gli alunni devono essere puliti, in ordine e vestiti in modo decente e congruo all'ambiente. Quando obbediscono ai nostri strampalati ordini di togliersi berretti e orecchini, non venire truccati o tenere i capelli raccolti (sì, qualche insegnante pretende anche questo) i ragazzi lo fanno solo per buon cuore nei nostri confronti e in segno di buona volontà, non perché costretti - e ne sono consapevoli. Così come sono consapevoli del fatto che, qualora decidessero di impuntarsi, l'insegnante con mire tiranniche dovrebbe abbandonare l'arena ignobilmente sconfitto per ripiegare sui più consueti terreni della valutazione della sua materia.
Ora, l'Assenteista ha probabilmente buon cuore almeno quanto la media dell'umanità, ma di buona volontà nei confronti della scuola ne ha dimostrata veramente pochina fino a questo momento, stante che anche per averlo presente dobbiamo andiamo a cercarcelo con tanto di canna da pesca e sale da buttargli sulla coda perché non scappi. Ha senso chiedergli un sacrificio personale di una certa entità ai suoi occhi (visto che in un anno e mezzo si è ben guardato dal compierlo) per qualcosa di cui non gli frega niente e che per giunta sul piano scolastico non migliorerebbe di un solo capello (!) la sua preparazione? Insomma, vale la pena istigare il già fiorentissimo senso di ribellione che le creaturine sentono in quest'età per qualcosa che non dovrebbe farci né caldo né freddo, al di là delle preferenze estetiche che noi insegnanti, come tutti i mortali, abbiamo?

Ma anche: da quando in qua si studia con i capelli? Possibile che, pronti come siamo a spiegare alle nostre classi che devono mostrarsi aperti e disponibili verso l'Altro e il Diverso, senza generalizzare e senza rifugiarsi in facili stereotipi (anche e soprattutto in virtù dei nostri saggi insegnamenti, come ci ammoniva una delle tante direttive programmatiche della Moratti), insomma, possibile che proprio noi poi siamo incapaci di vedere al di là di qualche ciocca e invece di valutare l'alunno valutiamo il suo coiffeur?

Unguento, mi' unguento, portami più che 'l vento!



domenica 25 ottobre 2009

Vale la pena










Mi han premiato. O meglio nominato. Insomma, quella roba lì della catena dei premi.
In verità a suo tempo avevo stabilito in cuor mio che in caso di premi avrei ringraziato con bel garbo e lasciato perdere la cosa (come poi ho fatto). Ma questo premio è carino, perché ha gli occhi azzurri e a me l'azzurro piace, e poi perché oggi è una giornata particolare; quindi oltre a ringraziare La Prof (no, non c'è il link. No, non è un errore, solo che di recente si è occultata e anzi se riemergesse alla luce IMHO farebbe cosa buona e giusta) e Cautelosa che me l'hanno assegnato e ad apprezzare particolarmente che tale premio venga da due dei miei blog preferiti ho deciso di passarlo a qualcuno - non tanti quanto potrei, giusto due gatti più una Refrattaria, ovvero Milady, che i premi non li prende e non li passa, rassicurandola che non è tenuta a fare niente né ad occuparsi minimamente della cosa perché il premio le è stato conferito sapendo perfettamente che lei non avrebbe allungato la catena, solo come esortazione in considerazione del periodo... diciamo particolare... che sta attraversando dal punto di vista professionale. Perché, come lei sa bene, nonostante tutto "ne vale la pena".
Inoltre potrei - anzi, posso senz'altro - aggiungere al gruppo anche la quinta insegnante di lettere delle medie, LaNoisette, che però era già stata premiata dalla Prof e quindi la cosa lascia un po' il tempo che trova.

Ma veniamo ai due gatti: quando aprii il presente blog stabilii che esso blog avrebbe trattato di scuola, solo di scuola, sempre e unicamente di scuola o di ciò che alla scuola poteva in qualche modo afferire, ad esempio la mia vita interiore.
Così anche i blog che segnalo nel Blogroll sono legati alla scuola media - mentre ce ne sono tanti altri altri che seguo, regolarmente o occasionalmente, ma che lì non risultano.

Poi c'è l'eccezione, ovvero il blog tra i blog, il mio blog preferito tra tutti i preferiti, il miglior blog che abbia mai trovato in rete.
Non si parla mai di scuola ma è un tale capolavoro letterario, linguistico, sociale, politico e soprattutto felino che trovare parole adeguate per lodarlo è praticamente impossibile. Il meraviglioso blog polifonico di Esserino e Balena e del variegato clan che ruota attorno a questi splendidi gattoni (compreso il terzo gatto, Ito, che però non scrive) è un ricco banchetto dove i piatti sono sempre diversi ma, ognuno nel suo specifico modo, sempre altamente gustosi e nutrienti e assai pregevolmente decorati.
Il particolarissimo gattese di Balena unito al più classico gattesco di Esserino sono mirabilmente integrati da voci umane di varia provenienza geografica - e le foto dei due autori principali conferiscono al tutto una fiera e impareggiabile bellezza e quel senso di felina felinità che impreziosisce tutto quel che tocca, vuoi con la zampa, vuoi con la coda.
Con i migliori auguri a entrambi, e pure al resto del clan.

Fasce di Van Allen e fasce di reperibilità




La classe insegnante è assai fascistizzata: abbiamo le fasce delle Graduatorie ad Esaurimento e le fasce delle Graduatorie di Istituto (dove la Prima Fascia corrisponde alle Prime Tre Fasce delle Graduatorie ad Esaurimento, e ogni volta farlo capire ai nuovo ATA o ai docenti di primo pelo è affare davvero complesso, poveretti). Poi ci sono le fasce (dette anche fascie, talvolta) di livello degli allievi, da compilare ogni anno. Infine abbiamo le fasce di reperibilità per la visita fiscale quando siamo in malattia. Queste ultime le condividiamo con tutti i lavoratori dipendenti.
Qualche tempo fa, mi sembra nel Giugno 2009, il ministro Brunetta decise di porre un freno allo smodato assenteismo dei lavoratori pubblici mediante un prelievo in busta paga per i primi dieci giorni ai fortunati che avrebbero potuto darsi agli ozi grazie a qualche malattia e allargando assai le fasce di reperibilità che occupavano quindi undici ore al giorno invece delle precedenti quattro.
Il provvedimento, a forte rischio di incostituzionalità perché discriminava i lavoratori statali rispetto a quelli privati, portò, stando a Brunetta, a un forte calo delle assenze per malattia. Ogni mese i giornali riportavano trionfalistiche dichiarazioni del Ministro che spiegava che le assenze erano in calo del 20 o del 30 per cento, indipendentemente dalla stagione o dai picchi influenzali. Non ho mai letto uno di quegli articoli, ma mi sembra di ricordare che le uniche cifre riportate fossero appunto le percentuali. I dati non contenevano mai una cifra che fosse una - anche perché, se a Ottobre fai 'ste grandiose dichiarazioni sulle cifre di Settembre, potresti pure incontrare qualche difficoltà a citarle, queste cifre, visto che i dati precisi arrivano a distanza di qualche mese.
In sostanza ci hanno spiegato per un anno di fila che grazie alla nuova legge l'assenteismo si riduceva ogni mese del venti per cento ma non abbiamo visto un numero, né gli ammalati complessivi degli anni precedenti, né la loro divisione per regioni, enti o Ministeri, né la durata media delle malattie, men che meno la quantità di visite fiscali (che, almeno nella scuola, essendo a carico della medesima ed essendo le suddette scuole già l'anno scorso con le tradizionali pezze al culo, erano state assai più rare di quanto proclamato) del passato e del presente.
A Giugno il governo ha ridotto le fasce di reperibilità e (sembra, ma non è così sicuro) anche le trattenute economiche per malattia - forse perché qualche costituzionalista ha provato a schiarigli le idee. MA, ci racconta adesso il Ministro Brunetta, in Agosto e in Settembre improvvisamente le assenze per malattia sono aumentate - anche se, certamente, in Agosto gli insegnanti dovrebbero aver avuto ben poco a che farci. Secondo le sue stime. Di nuovo, niente cifre manco a chiederle in ginocchio tendendo il piattino per l'elemosina.
E allora, visto che i dipendenti statali sono cattivi e se provi a dargli un dito ti prendono il braccio (e lo nascondono nel muschio, immagino) Brunetta promette che tornerà alle fasce orarie più lunghe, quando l'assenteismo calava ogni mese del 20 per cento, e che ha fatto preparare una legge ad hoc per poter fare in ogni momento una legge ad hoc - salvo poi farsela annullare dalla Consulta o dal Consiglio di Stato, come è diventata abitudine di questo governo da qualche tempo, e non solo per le disposizioni legate al mondo della scuola.

Perché ho fatto questo post?
Non perché sia particolarmente interessata alle fasce di reperibilità o alla visita fiscale (un po' di più alla ritenuta in busta paga, ma parrebbe di capire che non la rimetteranno) anche se naturalmente firmerò tutte le petizioni del caso e contribuirò ai ricorsi etc. etc.
Quello che ci tenevo a sottolineare è che da quando si è insediato il Governo continua a sparare gran copia di percentuali senza mai dare un numero preciso nemmeno per sbaglio (proprio come faceva il precedente governo guidato da questa coalizione durante la legislazione 2001-2006) salvo qualche numero bello rotondo e del tutto inattendibile, e  questa regola vale in particolar modo per il Ministero dell'Istruzione e per i reati commessi dai rumeni.
Signori Ministri, non sono una persona molto intelligente e lo so. Non per questo sono disposta a credervi immediatamente quando cercate di spiegarmi (con l'aiuto di un paio di cifre sparate a caso) che Gesù è morto di paura per aver visto il Fantasma Formaggino.
Signori Ministri, se mi azzardassi a spiegare in classe preparandomi come voi vi preparate con le vostre tabelle inventate sul momento, anche gli scolari più disattenti e disinteressati mi prenderebbero a pomodorate. Giustamente.

sabato 17 ottobre 2009

Sull'enorme utilità di avere una LIM in classe.


Totem o tabù? La LIM può essere entrambe

Una mattina di tre settimane fa, mentre preparavo libri e quaderni e fotocopie prima di entrare in classe, la VicePreside informa me e la coordinatrice di un'altra seconda che quel giorno avrebbero montato le nostre LIM.
Apprendo così che nella mia classe ci sarà una LIM (ovvero una Lavagna Elettronica Multimediale), cosa di cui fino a quel momento non avevo avuto il minimo sentore. La mia collega versa nella mia stessa condizione e anche la VicePreside lascia capire che la cosa è cascata alquanto sul collo anche a lei e che i criteri che hanno portato alla scelta delle nostre seconde sono stati alquanto improvvisati.
La mattinata passa, il gruppo incaricato di montare la LIM arriva.
Sorvolerò sull'effervescenza della mia classe, sulle notevoli difficoltà a occuparsi con loro di un argormento che non fosse la LIM, sulla benefica campana di fine lezione che libera me e loro da una mattinata che potremmo definire "inconcludente" così come potremmo definire "positivo" l'atteggiamento dei tifosi italiani verso l'ultima vittoria ai mondiali.
La verità si fa strada un po' alla volta.
Non abbiamo banda larga, a scuola. Nemmeno banda stretta né, in effetti, alcun tipo di banda o di connessione internet. In effetti non c'è nemmeno la presa elettrica per attaccare la spina della LIM.
La LIM sta lì, un pannello bianco alle mie spalle, un groviglio di fili e spine non allacciati in basso, una specie di grossa staffa sulla mia testa (incombe minacciosa? Oh sì, incombe in modo estremamente minacciosa) ed è del tutto inutilizzabile.
Ma scusate quand'è che...
Mi hanno risposto che prima va fatto il corso per imparare a usarla.
Io il corso l'ho già fatto a St. Mary Mead, garantisco, e comunque non mi serve corso, la userei quasi soltanto come maxi schermo collegato a internet.
Mi assicurano che il collegamento a internet dovrebbe arrivare la settimana prossima.
(Sono due settimane che gli hanno detto che dovrebbe arrivare la settimana prossima. E del resto il tempo è un concetto relativo, ormai lo sappiamo anche noi occidentali).
I ragazzi la guardano frustrati. Io no, perché le volto le spalle.
"Professoressa, ma non potremmo prendere una prolunga e accenderla?".
"No, perché questa senza telecomando non si accende. Non ci sono tasti, vedete. Quella su cui ho fatto il corso aveva i pulsanti su una barra sotto lo schermo. E adesso, se non vi spiace, torniamo agli ordini mendicanti".
Marystar, non è che le lavagne potevi mandarle alle scuole che hanno già la banda larga, così magari venivano utilizzate in qualche modo?
Marystar, non è che oltre alla lavagna ci potevi mandare anche due saponette e un paio di confezioni di carta igienica?

domenica 11 ottobre 2009

Solidarietà femminile


Tra le tante caratteristiche che rendono il nostro amato paese una continua fonte di spunti per l'opinione pubblica internazionale c'è anche un Presidente del Consiglio che ha finalmente restituito alla parola "maschilismo" il suo giusto valore e che si distingue in particolar modo per i criteri e le modalità con cui sceglie i ministri del suo governo.
Molto è stato detto sui criteri da lui impiegati per scegliere i due Ministri delle Pari Opportunità e dell'Istruzione. Tali voci, sempre smentite dai diretti interessati, sono state da molti ritenute credibili per la notevole incompetenza mista ad un'altrettanto notevole straccuraggine mostrata dal ministro Gelmini nella gestione del suo Ministero.

Di recente il Presidente del Consiglio si è esibito in un'ennesima sortita indirizzata ad una deputata dell'opposizione: in un contesto in cui l'osservazione non c'entrava nulla, ha osservato che tale deputata era "più bella che intelligente" - che è un modo come un altro per non rispondere all'osservazione della deputata in questione, solo più maleducato dei molti modi da lui solitamente impiegati, perché la bellezza di una deputata non dovrebbe essere argomento su cui questionare in un dibattito politico.

L'affaire ha avuto un seguito altrettanto patetico e degno in tutto e per tutto del Ministro dell'Istruzione che ci ritroviamo: la deputata Livia Turco, capogruppo del Pd in commissione Affari sociali della Camera, ha chiamato in causa le ministre del governo Berlusconi, Carfagna, Gelmini, Meloni e Prestigiacomo, affermando che "Dopo le offese del premier all'onorevole Bindi durante la trasmissione di Porta a Porta, è ancor più grave il silenzio delle donne della destra". Mentre Giorgia Meloni ha dichiarato "Mi spiace che il premier abbia detto quella frase", il ministro Mariastella Gelmini, invece, ai margini di un incontro del Pdl a Brescia, non ha dimostrato alcuna intenzione di esprimere solidarietà a Rosy Bindi: "Alla Bindi non esprimo certo solidarietà - dice senza mezze misure il ministro dell'istruzione - visto che quando su di me Repubblica e l'Espresso hanno scritto cose terribili che non ledevano la mia intelligenza, ma la mia onorabilità di donna, non ho ricevuto alcun attestato di solidarietà dalla Bindi. Né l'ha ricevuto il ministro Carfagna. La battuta di cui si parla non era poi così grave e la Bindi non dia lezioni perché è fuori dalla storia".


Scopriamo dunque con sorpresa che il ministro Gelmini è convinto, dopo un anno di gestione del suo Ministero, di avere ancora un'onorabilità di un qualsiasi tipo da difendere.
In effetti ha un senso che il Ministro Gelmini si rifiuti decisamente di attaccare l'unico uomo sulla faccia della terra disponibile a darle un ministero o un pubblico incarico - così come ha un senso che il ministro Meloni, che vive politicamente di vita propria, si permetta di avere opinioni personali.

Moderne maniere per lo insegnamento della istoria


Clio, la Musa della Storia, reduce da una visita nella mia attuale scuola
Ai tempi in cui andavo a scuola in qualità di allieva l'unica tecnica riconosciuta per studiare storia era studiarla, sin dalle elementari.
Col tempo sono arrivati gli obbiettivi ridotti o semplificati per ragazzi con difficoltà di apprendimento e stranieri - anche quelli comunque legati a un'interrogazione, per quanto addomesticata, e a un qualche tipo di studio, mnemonico o meno.
Sono arrivate però anche alcune... come dire... tecniche alternative, di cui ho appreso l'esistenza solo di straforo quando sono tornata a scuola dall'altra parte della barricata.
Prima tecnica: lettura del libro in classe.
Che, certamente, ha i suoi lati positivi: ad esempio se hai un libro un po' complesso da usare, oppure scritto in uno storichese troppo stretto. All'inizio di certe prime dall'apparenza un po' debole (che poi magari col tempo diventeranno classi di fulmini di guerra) in tanti ci siamo messi a leggere con la classe. Un po' si legge, un po' si spiega, un po' si amplia, la volta dopo si fa qualche domanda... insomma, un viaggio un po' addolcito verso la meta finale - che è sempre quella dell'interrogazione.
L'altra tecnica è quella della Sottolineatura: l'insegnante ti dice cosa sottolineare o evidenziare.
Beh, forse per le prime una-due lezioni si può anche fare; magari ricordando che la sottolineatura è atto individuale, perché non per tutti sono difficili da ricordare o sconosciute le stesse cose - quindi che sia l'insegnante a dire cosa sottolineare non mi sembra abbia molto senso. Inoltre ogni libro oggi ha parole in neretto, parole in corsivo, richiami ai lati, se ci aggiungi anche sottolineature e evidenziazioni finisce che tutto è evidenziato e quindi niente più salta all'occhio; senza contare l'antico detto sapienziale che ci ricorda come "la quantità delle sottolineature è inversamente proporzionale alla comprensione del testo".
Insomma, l'insegnante legge, poi l'insegnante spiega, poi l'insegnante dice dove sottolineare e quali sono i concetti essenziali.
L'apporto dell'allievo consiste nel trasportare il libro da casa a scuola.
Un po' poco, per una giovane mente in divenire.
Dice "Ah, ma tutto questo è finalizzato a semplificargli lo studio a casa".
Sorvoliamo sul fatto che lo studio non sempre si lascia semplificare, che comunque rischia di diventare un banale esercizio mnemonico e allora tanto vale fargli mandare a memoria le formazioni della Nazionale di calcio degli ultimi mondiali o l'Infinito di Leopardi, che almeno è una bella poesia; ma il punto è che spesso NON si pretende che a casa la creaturina studi storia. Coloro non vengono interrogati. A fine quadrimestre si fa una verifica scritta su un capitolo, magari a casa, e su quello si dà il voto.
In prima, in seconda... sì, e pure in terza.
Di classi abituate a lavorare in questo modo ne ho trovate quattro - una percentuale un po' alta, oso dire.
Il caso più eclatante rimane una terza formata nella sua quasi totalità di stronzi calzati e vestiti - ragazzi capacissimi di avvelenare al minimo tocco un'intera famiglia di crotali, ma molto, molto intelligenti. Non ho idea del motivo per cui la titolare li tenesse a questo regime di farinata e biscottini solubili quando sarebbero stati perfettamente in grado di studiare su manuali delle superiori e in più mangiarci in insalata tutti quanti. Per mia buona sorte la supplenza durò solo dieci giorni, al termine dei quali mi guardai bene dall'interessarmi della loro sorte.
L'anno prima mi ero invece ritrovata a Gennaio in una graziosa seconda, un po' affollata ma simpatica. Chi aveva insegnato prima di me non aveva mai interrogato perché "il programma di storia di seconda era difficile".
Spiegai con garbo che il programma di storia di seconda media era calibrato per i ragazzi della seconda media, e che tutte le altre seconde del regno studiavano quello stesso identico programma, poi chiesi se qualcuno si voleva attentare a ridirmi l'ultimo capitolo. Ci provò la prima della classe, con esiti discreti.
Non vi fu pianto né stridor di denti. Nessuno protestò o si lamentò, tutti si misero a studiare storia e tutti si fecero le loro brave interrogazioni con esiti più che rispettabili. In realtà storia gli piaceva e la studiavano volentieri. Gli piaceva un po' tutto, ricordo, e non solo di Lettere. Una classe molto disponibile.
Poi c'è la mia attuale seconda. Ragazzi vivaci (oh quanto vivaci!) e intelligenti, ma del tutto allergici allo studio. Storia non gli dispiace, ascoltano volentieri le mie rutilanti spiegazioni ricche di effetti speciali, aneddoti avvincenti e risvolti sconosciuti ai più - ma il fatto che la sera prima di una lezione di storia dovrebbero dare una scorsa al testo (piuttosto chiaro e ben fatto) dei paragrafi assegnati del libro ed essere in grado di riferirmelo a grandi linee la mattina seguente non ha ancora attecchito. Se chiamati, una buona parte di loro mi guarda con doloroso stupore, poi prova la solita serie "Non sapevo che fosse da studiare, non sapevo che oggi ci fosse storia, non l'ho scritto sul diario, ho chiamato il tale ma non mi ha detto che c'era da fare questo". Dopo un mese il muro mostra qualche crepa, qualche lieve segno di cedimento, ma ancora nessun crollo strutturale; intanto la collana dei Non Preparati si allunga ad ogni lezione.
Infine c'è una delle Terze dove faccio approfondimento. La titolare mi ha chiesto di dedicarmi a storia perché la classe non sembra riuscire a venirne a capo "Vediamo se sentendola da due campane gli entra meglio in testa".
Così mi rivolgo alla classe con un bel sorriso materno (andiamo molto d'accordo): "Orsù, ragazzi, apritemi il vostro cuore. Qual è il problema? Forse il metodo di spiegazione della professoressa....".
Interviene un dolce fanciulla "La professoressa non ci legge il libro!" si lamenta, col tono del bambino cui hanno appena sventrato a spregio il pelouche preferito.
Brusio di assenso della classe: sì, è quello il problema.
Mostro grande stupore "Ma via, siete in terza, nessuno legge il libro in classe in una terza! Si suppone che siate in grado di farlo da soli. Vi hanno insegnato a leggere in prima elementare, immagino...".
Mi guardano dolorosamente sorpresi. Sviolino su una serie di corde: la loro intelligenza e maturità, la preparazione che ci si aspetterà da loro l'anno prossimo, il fatto che nessuna terza media legge storia in classe (che non è nemmeno vero, purtroppo, ma non mi sembra il momento di servire troppo devotamente la Verità). La classe, un po' più rassegnata, si lascia deviare verso Napoleone, argomento già dissodato in abbondanza dalla titolare.
"Per cosa è famoso soprattutto Napoleone?" chiedo. E' una domanda a più risposte. Sarei propensa a partire dal Codice, ma non è un obbligo.
"Perché è morto su un'isola".
"Ehm. Beh, volendo anche per questo. Ma come mai ci era finito su quell'isola?".
"..."
"Altri motivi per la fama di Napoleone?".
"Perché aveva sposato una donna molto famosa".
"Perché ha conquistato l'Italia".
"Perché è stato il primo ad andare in Russia".
"Perché è stato avvelenato".
"Perché dormiva pochissimo".
Ascoltate le risposte, decido di partire comunque dal Codice (sul libro c'è una bella scheda in merito); nel frattempo mi rallegro in cuor mio di essere solo l'insegnante di Approfondimento, che non è obbligata a mettere voti...

mercoledì 23 settembre 2009

Qual regina dall'alto soglio, col "posso" e "voglio" farsi ubbidir


La Giustizia amministra i suoi compiti con severità, equità... e qualche bambino tra i piedi; più o meno come noi, insomma

Un caro amico, che per un paio d'anni prima di diventare ricercatore aveva insegnato in un collegio svizzero, mi confidò una volta che cercava di evitare di usare la cosiddetta "autorità" in quanto nell'esercitarla si sentiva alquanto ridicolo. All'epoca per me l'insegnamento era ancora una questione che riguardava gli altri ma compresi benissimo cosa intendeva dire e non esitai a dichiararmi assolutamente d'accordo. E quando mi sono ritrovata dall'altra parte della cattedra, con il registro dalla parte del manico, ho continuato ad essere totalmente e incondizionatamente d'accordo.
Di norma cerco di scansare la cosa il più possibile - ad esempio limitando al minimo dei minimi la cosiddetta disciplina in classe. Qualche volta però mi tocca, volere o volare.
Qualche giorno fa avevo la prima uscita alla sesta ora con la mia seconda. Visto che avevamo finito la lezione con leggero anticipo (anche perché avevo manovrato a questo nobile scopo) e che era la prima settimana a orario pieno, povere stelle, ho fatto quel che faccio - voglio dire, che farei - abbastanza spesso, ovvero portarli nell'atrio un minuto o due prima del suono della campana. Certo, a St. Mary Mead avevo una classe di baronetti inglesi con cui la cosa, quando si presentava il caso, è stata possibile sin dalla prima senza creare problemi a nessuno. Certo, mi avevano avvisato che questa classe aveva dei rapporti interni piuttosto... ehm... problematici. Ma fino a quel momento li avevo trovati tutto sommato trattabili.
Bene, mi ritrovo in corridoio con una mezza dozzina (o più?) di gatte strette all'uscio che strillano a gran voce, ma hanno cura di farlo dietro al gruppo iniziale, formato dai maschi. Rientrare ormai era difficile.
Piantatela di strillare o d'ora in poi quando ci sono io all'ultima ora usciamo per ultimi.
Continuano a strillare.
Piantatela di strillare o domani piazzo una nota a tutte.
Continuano a strillare.
Nel frattempo la campana è suonata e stiamo pure bloccando il passaggio lungo le scale alla terza - che, poveretta, non ha fatto niente di male e vuole solo uscire.
Avvolta in una densa nuvola di fumo nero scendo le scale seguita dalla classe strillante e giurando a me stessa che mai più e mai poi.
La mattina dopo però, dopo accorta riflessione pomeridiana, sono addivenuta a più miti consigli e decido che, se mi viene dato un minimo di pretesto onorevole, sulla nota almeno si potrebbe anche soprassedere (sull'uscita in anticipo no, nel senso che se la classe non è pronta è inutile riprovarci almeno fino all'anno nuovo, vuoi solare e vuoi scolastico).
Nessun pretesto però mi viene fornito e nessuna strettomicina si presenta alla cattedra con fare contrito e orecchie abbassate, perciò intimo l'apertura dei famigerato quaderni scuola-famiglia, spiego che mi dispiace per le eventuali innocenti ma che, dal momento che nessuna si assume la responsabilità, allora la responsabilità diventa collettiva e detto ai genitori delle alunne una sobria nota del tipo "Si ricorda che durante l'uscita non è consentito strillare". Ho cura di precisare che non mi aspetto che qualcuno faccia la spia, ma che gradirei che chi ha strillato se ne assumesse la responsabilità.
Scrivono, sia pure con qualche protesta. Poi, nell'intervallo, arriva una delegazione alla cattedra. Non di colpevoli, ma di presunte innocenti. Che mi spiattellano la lista di chi ha strillato e chiedono che venga tolta loro la nota "visto che le altre ormai l'hanno presa".
Sospiro e provo a spiegare che non ho nessun elemento per credere loro. La nota ormai se la tengono tutte. Anche perché (ma questo non lo dico, perché parimenti non ho prove) il mio personale sospetto, giudicando dal volume e dal numero di strilli che ricordo, è che lì di innocenti ci siano solo le due che erano vicino a me e a cui la nota non l'ho messa.
Le presunte innocenti vanno via, scocciate e mormoranti. La frase dominante, si capisce, è "non è giusto".
Sospiro ancora. Mi avevano avvisato che in questa classe i rapporti interni non sono granché; il che non toglie che tutto l'insieme sia stato ridicolo, dall'inizio alla fine.
Unico lato positivo: né il giorno dopo né nei giorni seguenti è arrivata alcuna comitiva di genitori reclamanti: tutti hanno firmato, ma nessuno ha protestato.

mercoledì 16 settembre 2009

L'arte della copia (ovvero Come Si Fa Una Tesina)


Si chiamava Area Trasversale; è stata, almeno a Firenze, di gran lunga la parte più noiosa e inconcludente della SSIS ed era composta da venti lezioni che "attraversavano" (donde il nome) le materie delle singole abilitazioni. Tali lezioni erano divise equamente tra cinque materie: psicologia, didattica, pedagogia, legislazione e socio-antropologia. Al termine del primo anno andava presentata una tesina per ognuna delle materie, corredata di Unità Didattica.
Siccome molti degli allievi erano giovani e assai sprovveduti la domanda che quasi inevitabilmente veniva posta ai docenti era "Come dobbiamo fare le tesine?", e siccome un docente universitario non mancherà mai e poi mai di dare il suo parere su qualcosa ci vennero ammanite indicazioni in gran copia, spesso assai contrastanti tra loro, in particolare sugli standard bibliografici cui attenerci ma anche sulle unità didattiche, la scelta degli argomenti, lo specchio di stampa, il tipo di font. Molti di questi signori erano consulenti esterni, che passavano per la SSIS giusto il tempo necessario a fare la loro (spesso insulsa) lezione e compilare la scheda necessaria per il pagamento; della SSIS non sapevano niente e mai e poi mai avrebbero avuto a che fare con le nostre tesine, perciò i loro consigli ci erano utili quanto i frigoriferi lo sono per gli esquimesi. D'altro canto la sintetica brochure che ci avevano dato all'atto di iscrizione comprendeva poche ed essenziali istruzioni riguardanti appunto le tesine: lunghezza richiesta, standard bibliografici eccetera. A quelle indicazioni ci fu detto di attenerci, e chi lo fece non ebbe mai motivo di pentirsene (e d'altra parte, ora che ci penso, qualcuno dovrebbe scrivere prima o poi un trattatello sullo Studente Ansioso, quella terribile creatura che continua a chiedere a tutti cinquecento volte la stessa domanda sull'esame, la tesi, l'interrogazione, i voti, finché, soddisfatto di essere riuscito a collezionare non meno di dieci risposte contrastanti, va in giro a seminare stress tra i compagni cercando di insinuare in tutti loro i dubbi più assurdi).
Tutti gli insegnanti comunque furono concordi su un punto: non dovevamo copiare la tesina da Internet. Perché c'erano dei siti da cui si potevano copiare le tesine, ma loro li conoscevano e non si sarebbero fatti fregare, loro, perché loro non erano stupidi, loro, e quindi non gli potevamo rifilare una tesina copiata da Internet perché loro le riconoscevano subito, loro, e sapevano da dove si copiavano le tesine da Internet, loro.
Dopo la trentacinquesima tirata sull'argomento, naturalmente, anche i più integerrimi tra noi vennero infine colti da curiosità e intenso desiderio di copiare le tesine da Internet, o almeno di trovare questi fantomatici siti. In molti li trovarono e presero spunto, e qualcuno (arrossisco per lui/lei mentre scrivo) si fece perfino beccare perché l'aveva copiata pari pari; e mi auguro sinceramente che lo abbiano segato senza pietà perché di idioti in cattedra ne abbiamo anche troppi e andranno pur messi dei paletti, alla fine.
Io non feci niente di tutto questo: il mio computer arcaico e una connessione vecchio tipo rendevano abbastanza improbo il lavoro di ricerca. Questo comunque non mi impedì di pescare dalla rete ben due delle mie tesine senza che nessuno potesse trovarci da ridire.
La prima era sulla legislazione delle biblioteche scolastiche nelle scuole medie. Usai qualche stringa di ricerca del tipo "biblioteche scolastiche - legislazione". Poi andai a guardare i risultati. Anche considerando la connessione lenta, fu affare piuttosto rapido.
In un sito specializzato trovai una bella storia della legislazione sulle biblioteche scolastiche a partire dalla legge Casati; mi limitai a incollarla nel file, sforbiciarla un po' e a citarla in bibliografia. Sempre nello stesso sito trovai anche la relazione sui risultati di una ricerca sullo stato delle biblioteche scolastiche europee. Di nuovo tagliai, incollai, sistemai i paragrafi (e naturalmente deplorai la scarsità delle nostre biblioteche scolastiche in poche ma accorate righe che mi risultarono tutt'altro che difficili da scrivere).
Trovai anche un rapporto sulle biblioteche scolastiche dell'Associazione Nazionale Bibliotecari e un paio di leggi molto recenti. Dal catalogo delle biblioteche della provincia di Firenze raccattai un paio di titoli vagamente connessi alle biblioteche scolastiche di epoca non antidiluviana presenti nella biblioteca a pochi passi da casa mia, dai quali pescai un paio di frasi giusto per infilare qualcosa di vagamente libresco in bibliografia.
Riaggiustai il tutto, lo rilessi, compilai la bibliografia secondo le regole della brochure. Nessuno trovò niente da ridire. Naturalmente non sono sicura che qualcuno l'abbia letto, ma in tutti i casi si trattava di un buon lavoro perché le fonti erano di prima qualità.
L'altra tesina pescata dalla rete era sull'Orientamento alle scuole medie, tema assai caro ai nostri insegnanti anche se nessuno di loro si era mai degnato di dirci qualcosa di significativo in merito. Lì ricorsi ad una tecnica di copia più sofisticata.
Dalla rete pescai soltanto un po' di quegli sproloqui deliranti sull'orientamento che piacciono tanto ai nostri pedagogisti: che si tratta di un processo eterno di raffinamento interiore, che ci aiuta ad armonizzarci con noi stessi e col mondo, che un buon orientamento deve tenere conto di tutte le coordinate possibili comprese le correnti atmosferiche e gli influssi astrali dei transiti di Urano e Plutone e via e via. Non li presi da tesine sull'orientamento, bensì... dai POF di un paio di scuole superiori. Tagliai, incollai, aggiustai ma mi guardai bene dal citare le fonti, perché erano comunque le stesse vagaggini che ci avevano rifilato i docenti a lezione ed è noto che sulle piscine di acqua calda non c'è copyright - tra l'altro, una volta scremate le esagerazioni, l'enfasi e il gusto della parola rara, preziosa e prettamente alessandrina, non erano nemmeno discorsi privi di una certa validità: perché, sì, è senz'altro meglio se una persona fa un lavoro che le piace, non solo per lei ma per l'intera società, e certo riuscirà più facilmente a trovare la sua strada se è ben consapevevole di sé, fermo restando che non è possibile rifilare due anni di analisi freudiana a un ragazzo delle medie per scoprire se gli andrebbe meglio fare il Geometri o l'Alberghiero.
Seconda tappa: Feltrinelli, quella vicino alla stazione - una comoda libreria ben provvista di divanetti da consultazione e lettura e dove, nella sezione pedagogica, avevo visto una bella rastrelliera piena di libri recentissimi dei nostri amati insegnanti dell'Area Trasversale: ancora croccanti di rotatrice, a prezzi esorbitanti e non uno solo di essi era disponibile presso le biblioteche dell'Università, mentre tutti erano indicati nella bibliografia orientativa della brochure. Ne scorsi alcuni, scegliendoli secondo i due criteri basilari della posizione dell'autore nella gerarchia SSIS e della frequenza con cui avevano cercato di farcelo comprare, li sfogliai in cerca di qualche citazione pertinente, copiai citazione e numero di pagina. In seguito, dietro suggerimento di un compagno di corso, perfezionai la tecnica: se si voleva citare un libro di questi "obbligatori" bastava citare qualche concetto generico, indicare una pagina e aggiungere "e segg.". Questa tecnica è particolarmente utile quando non si vuole perdere tempo a cercare o ritrovare o trascrivere una citazione precisa ma si vuole comunque mettere un libro in bibliografia (tenendo però conto che era noto che chi leggeva le tesine andava talvolta a controllare le citazioni). In questo tipo di tecniche ero abbastanza alle prime armi perché, negli anni di università, l'ultimissimo dei miei problemi quando scrivevo su qualche argomento (e in particolare durante la tesi) era allungare il brodo o la bibliografia o infilare un alto numero di citazioni per fare scena. Va pur ricordato però che l'università me l'ero scelta, come l'indirizzo, il corso di laurea e perfino i vari argomenti di relazioni e tesi.
Una volta citati i Grandi Luminari della SSIS, e in particolar modo il terrificante libro di Dominici Manuale dell'orientamento e della didattica modulare (chi non l'ha mai sfogliato non ha idea di cos'è una scatola vuota e nemmeno di come si fa a scrivere in modo insieme complicato e trombonevole senza tuttavia dire nulla: ma non "nulla che valga la pena di essere scritto"; semplicemente "nulla", un vero caso di vuoto pneumatico), la tesina era praticamente fatta. Restavano solo da scrivere un paio di cartelle sull'orientamento che veniva fatto nel mondo normale. Alla biblioteca di Scienze della Formazione scovai un vero libro che parlava del vero orientamento e nel giro di una mezz'ora scrissi quel che bastava.
Una rilettura, un ritocco alle giunture qua e là ed ecco un'ottima tesina che non solo mi era costata poco tempo, ma per giunta era anche ruffiana quanto bastava, oltre che ben scritta (tranne nei punti dove ero stata costretta a citare Dominici e gli altri pedagogisti).
Ci si potrà domandare, a questo punto, se tali lavori hanno contribuito a fare di me una buona insegnante.
La risposta è "sì", perché mi hanno permesso di sviluppare competenze in un mondo a me piuttosto ignoto com'era quello della copia, ma soprattutto a farmi conoscere la piacevole sensazione che si prova quando si riesce a fregare un insegnante che si disprezza dal profondo del cuore per la sua inettitudine, incompetenza e rapacità.
A modo loro, sono lezioni utili anche queste.