Il mio blog preferito

giovedì 16 ottobre 2008

Il diario del guanciale


Per motivi che mi sono sempre sfuggiti, alle scuole medie usa fare a italiano la forma lettera e la forma diario - che è un po' come fare la forma dell'acqua o dell'aranciata: una lettera o un diario sono, né più né meno, quel che l'autore decide che siano e non ci sono regole che li delimitino, salvo per le lettere ufficiali o i diari di bordo. Strano ma vero, molte antologie e perfino molti insegnanti si sforzano di spiegare le regole dei vari tipi di lettere e diari - giuro, si trova perfino gente disposta a spiegarti le caratteristiche della lettera d'amore, e qualcuno dà perfino l'aria di essere convinto di quel che dice.
Ad ogni modo il primo tema dell'esame può essere scritto in forma di "cronaca, lettera o diario" e non c'è dubbio che, anche se sono forme alquanto sfuggenti, vanno bene come tante altre per esercitarsi con la lingua scritta.
L'anno scorso i miei sventurati alunni han tenuto un diario: una volta al mese, per una settimana, tutti i giorni ci dovevano scrivere qualcosa - non necessariamente gli eventi della giornata, andava bene qualsiasi cosa gli venisse in mente. Per quella settimana non c'erano altri compiti scritti di italiano.
Qualcuno l'ha trovato divertente e mi raccontava i più curiosi dettagli della sua vita, qualcuno ci scriveva pensieri più o meno a ruota libera, qualcuno faceva dei resoconti delle sue giornate che non avrebbero sfigurato tra i verbali di un processo per omicidio per precisione cronologica e trasporto emotivo, qualcuno si barcamenava alla meno peggio, qualcuno lo usava anche come canale confidenziale con me... una ragazza ci si è piantata come un mulo nonostante avessi giurato e spiegato che non erano minimamente obbligati a scriverci proprio niente di personale. Nel complesso è stato interessante, e li ha costretti a produrre un congruo numero di pagine scritte (poi da me pazientemente corrette ma non molto commentate, perché credo che le riflessioni personali meno le commenti meglio è).
Avevano naturalmente letto il loro gruppetto di brani tratti da diari. Ma il problema, con i diari, è che quelli veri di solito non sono granché da leggere perché sono pieni zeppi di riferimenti interni incomprensibili, e quelli letterari, a parte le primissime pagine, hanno un senso solo inseriti all'interno di tutta la narrazione - e infatti quasi sempre si leggono inizi di romanzi a diario e qualche brano dal diario di Anne Frank (che è letterario pure quello, perché la povera ragazza lo scriveva e riscriveva come esercizio di scrittura, ed è un vero peccato che si sia dovuta limitare a quello).
Anne Frank l'ho lasciata per quest'anno, ma ci arriveremo tra qualche mese. Stamani invece, per la serie "Facciamo gli originali a tutti i costi" gli ho portato qualche brano dal Diario del guanciale di Sei Shonagon, dama di corte contemporanea di Murasaki Shikibu, ma molto più brillante e vivace di lei. Anche Murasaki teneva il suo bravo diario (ogni dama hejan lo teneva) ma a quel che ho capito era molto memo memorabile di quello di Sei.
Un po' straniti, i ragazzi si sono letti un elenco di situazioni che tengono in ansia, una lista di cose piacevoli da fare in un giorno di pioggia, il racconto di una serata di corte, la "commoventissima" scena dell'imperatore che saluta sua madre (davanti alla quale Sei piange come una fontana, tanto che le lacrime le lavano il trucco; e il trucco di una dama hejan NON è una passata di ombretto e un velo di cipria) e la "bizzarra" storia di un ufficiale di guardia che uccide il padre di umili origini e prepara le messe rituali per i defunti - vicenda per la quale, par di capire, non solo non piange nessuno, ma nemmeno si provvede a imprigionare il figlio o a sottoporlo a un qualche tipo di sanzione.
Diciamo che si sono confrontati con una sensibilità decisamente diversa dalla nostra.

martedì 14 ottobre 2008

La partenza dei Mille e la deriva dei continenti


Imbarco dei Mille per raggiungere Piemonte e Lombardo

(che non sono nomi di luogo bensì di navi)

In prima era una ragazzina molto vivace (sì, ho visto reattori atomici più tranquilli) ma con un orecchio sempre rivolto alla lezione. L'esposizione era brillante e razionale, magari un tantino informale.
In seconda Arisu entrò nella più nera delle crisi. La vivacità diventò isterismo (anche noi insegnanti tendevamo a diventare isterici, dopo un po' che l'avevamo tra i piedi), i compiti diventarono un optional e quando li faceva ci si trovava a deprecare che avesse perso tempo per ottenere quel risultato quando c'erano tante belle passeggiate da fare con gli amici e tanti bei giochi da fare con la playstation. Le interrogazioni erano un drammatico assemblaggio di frasi sparate a casaccio che riuscivano a trasformare in deliri da LSD le spiegazioni un po' scialbe dei libri di testo. Chi la conosceva da due anni provava a spiegare ai nuovi colleghi che potenzialmente era una ragazza molto sveglia, ma i nuovi colleghi scuotevano la testa molto dubbiosi "Poverina, se non riesce a fare più di tanto non è colpa sua".
La madre l'aveva tirata su a pane e omeopatia, così mi azzardai a proporle la mia personale diagnosi "Sua figlia ci ha un bel blocco energetico". Il punto era che nessuno di noi era sciamano e quindi non sapevamo come rimuoverglielo.
Quest'anno Arisu sta rientrando nella sua pelle, sembra, e le sue interrogazioni hanno ricominciato ad avere un senso. Certo, a volte è un po' nascosto e ne escono ancora discorsi piuttosto strani:
"Il cinque maggio Garibaldi partì da Quarto"
"Da solo?"
"No, con Piemonte e Lombardia"
"All'anima della deriva dei continenti! Si portò dietro due regioni?"
"No, erano due navi. Si chiamavano Piemonte e Lombardo".
A quel punto, piuttosto sollevata, controllo sul libro. Sì, Garibaldi era effettivamente salpato con due navi di nome Piemonte e Lombardo.
"Arisu, vuoi provare a dirmelo in italiano?"
"Garibaldi partì da Quarto con un migliaio di volontari su due navi a vapore che si chiamavano Piemonte e Lombardo. Pochi giorni dopo sbarcò a Marsala" eccetera eccetera.
Bene, la frase è diventata sensata dopo sole tre domande. L'anno scorso le domande riuscivano solo a peggiorare la situazione.
Certo, la capacità espositiva presenta ancora un ampio margine di miglioramento...

Fiaccolata senza fuoco


Stasera, con  il gruppo di colleghe che abita a Lungacque, sono andata alla Fiaccolata per la Scuola nella Grande Città. Fiaccolata un po' anomala perché senza fiaccole (decisione del sindaco) ma in compenso abbondavano cartelli, striscioni, bandiere e soprattutto esseri umani; un lungo corteo che si è snodato nella strada principale della Grande Città, fino alla gloriosa piazza del municipio - che da noi si chiama Palazzo Vecchio e sia di giorno che di notte fa sempre una gran bella compàrita.
C'era un po' di tutto: insegnanti in pensione, genitori che andavano in rappresentanza di figli che erano di turno all'ospedale, bambini, giovani studenti, insegnanti in servizio di tutte le categorie e di tutte le età, universitari - almeno quattro generazioni. Tutti abbiamo ritrovato persone perse di vista da anni o da poche ore. C'era la professoressa universitaria che gestiva il corso di storia della SSIS - un essere di singolare arroganza e maleducazione, che mi ha salutato con grande slancio e che ho squadrato dall'alto in basso con palese disgusto per poi voltarle le spalle; c'erano una buona quindicina di persone che mi han salutato con altrettanto slancio e che ho ricambiato di cuore, salvo cercare invano di ricordare chi fossero (già non sono mai stata fisionomista, figurarsi dopo cinque anni di supplenze brevi in una ventina di scuole più un corso SSIS e una certa militanza in un'associazione di precari); c'erano una ventina di persone che ricordavo benissimo chi erano e con cui ho scambiato ricordi e notizie al volo. C'era anche VicePreside, insieme a un altro gruppo di colleghi, che portava un bel cartello pieno di numeri più la scritta "Qualcuno sta dando i numeri?".
"Giusto te, Murasaki" mi ha salutato "Prendi il cartello". E io l'ho preso, ricordando vagamente quelle fiabe dove il traghettatore di un fiume è condannato a traghettare gente finché non trova qualcuno che accetta di tenergli il remo per un attimo (e che poi si troverà condannato a traghettare finché non troverà qualcuno etc. etc.). Infatti il VicePreside è subito sparito nella folla senza farsi rivedere.
Il cartello era evidentemente fatto in noce massello nazionale, perché pesava un bel po', ma io, che mi ero molto lamentata della mancanza di un cartello, bandiera o striscione che fosse, l'ho portato fieramente per una buona mezz'ora finché non abbiamo raggiunto l'appuntamento col nostro autista. Domani il cartello-souvenir farà bella mostra di sé nella sala insegnanti di St. Mary Mead, e per la prossima dimostrazione vedrò di farmi una bandiera.
Ma non azzurra, anche se è il mio colore preferito.

domenica 12 ottobre 2008

Io e la SSIS (coming out)


Sono una persona non usa a rinnegare il mio passato o il mio presente (per il futuro, mi dicono, c'è sempre tempo). Gli armadi di casa mia contengono biancheria, abiti e altre amenità ma sono del tutto sprovvisti di scheletri.
Tranne la SSIS.

Quando si tratta della SSIS divento un essere impacciato e farfugliante, striscio sotto i tavolini, dichiaro di non essere in casa, spiego che quel giorno ero a Parigi in viaggio di nozze, faccio finta di non aver sentito, parlo del tempo, parlo del governo ladro che fa piovere, mi giustifico accampando come scusanti un'infanzia infelice, traumi adolescenziali e cattive compagnie, racconto che ero lì per caso e mi hanno coinvolto.
Resta il fatto che la SSIS l'ho fatta. Non ne sono mai stata fiera.
La prima, primissima frase che farfuglio quando lo scheletro salta fuori, con tanto di tradizionali palle in mano* è "però mi ero già abilitata col concorso del 1990" cui segue, ancor più farfugliata, la seconda precisazione "e poi non ho pagato. Anzi, sono stati loro che mi han dato una borsa di studio di 900 euro l'anno".

Ed ecco tutta la storia, visto che sono a fare outing:
correva (puff... pant...) l'anno 2001 quando cominciarono a chiamarmi per supplenze. In quel momento non avevo archivi tra le mani, accettai un po' per caso e un po' per incoscienza, e scoprii che insegnare mi piaceva e non mi veniva malaccio, anche se ero sempre stata convinta del contrario.
Per due anni continuarono a chiamarmi come se la scuola non potesse sopravvivere senza di me. L'insegnamento continuava a piacermi, gli archivi continuavano a latitare (anche perché avevo pure smesso di cercarli). Stabilii che l'insegnamento sarebbe stato il mio lavoro.
Arrivò la prima ondata di abilitati SSIS, con inserimento a pettine nella graduatoria. Mi scavalcarono a decine. Mi ritrovai a fare le supplenze mignon, tre settimane di qua e due di là. Mica sempre, eh, ogni tanto. Guadagnavo poco, ma in compenso ero frustratissima perché la scuola mi mancava.
Qualcuno (che ogni tanto legge questo blog...) mi prese metaforicamente per il collo e stabilì che dovevo fare la SSIS.
Guaiolai, squittii, mi dimenai, spiegai che dovevo andare a Parigi in viaggio di nozze e fare le pulizie di Pasqua in casa - ma alla fine mi iscrissi al test, sperando di non passarlo, ed evitai con cura di studiare.
Il test era idiota (no, non era facile, per niente. Era idiota, cioè fatto male) e lo passai trionfalmente: non avevo studiato un bel niente ma avevo una variegata formazione culturale che non c'entrava nulla con la scuola. Appunto.
Siccome il mio reddito era calato a picco, dato che lavoravo poco, ottenni l'esenzione dalle tasse e in più una borsetta di studio. A quel punto non avevo più scuse e feci la SSIS, odiandone ogni minuto, azzuffandomi con buona parte degli insegnanti, sputando veleno che nemmeno un cobra nei più radiosi anni della sua giovinezza, maledicendo tutto e tutti e sfoderando un carattere decisamente acido.
Ovviamente, appena iniziarono i corsi qualcosa si sbloccò (anche grazie a una serie di ricorsi contro l'universo mondo) e ricominciai a lavorare regolarmente. Ma ormai c'ero e feci la SSIS.
La superai con il massimo dei voti, ottenendo così una pingue abilitazione da dodici punti invece di quella striminzita del concorso, che me ne dava (mi sembra) sette.
Nè prima, né durante, né dopo cessai per un solo istante di dire tutto il mal che in bocca mi venia della SSIS e di chi la organizzava (MAI, però, ci tengo a precisarlo, di chi con la SSIS si era abilitato usufruendo di una legge regolarmente votata dal parlamento). Però intascai i punti e salii in graduatoria.

Si deve pur sopravvivere.

*cfr. la nota canzone goliardica "Palle, Palle" che recita
Il professor di scienze
spiegando il corpo umano
si accorse che lo scheletro
ci avea le palle in mano
La canterellavo sempre durante le lezioni dell'Area Trasversale, che si svolgeva in un'aula di scienze dove un bello scheletro faceva ricca mostra di sé (senza alcuna palla in mano, devo ammettere)

Corre voce che Brunetta...

...si sia divertito, anche lui, a sparare sugli insegnanti. E' lo sport nazionale, ormai, e forse dovremmo chiedere all'Arcicaccia di concordare delle pause per consentirci il ripopolamento, sennò poi con chi se la prendono i poveri ministri?

Vabbe', Brunetta è, come si usa dire "una persona con dei problemi", e per quanto personalmente io ritenga che il suo (sincero) zelo non sia purtroppo fornito di mezzi intellettuali all'altezza, preferisco di gran lunga saperlo alla Pubblica Amministrazione che all'economia, avendo avuto il piacere di sentirlo parlare di economia. Perché lui è convinto di conoscerla, l'economia. Io invece so di conoscerla molto poco ma so anche che avere Tremonti invece che lui all'economia è una gran fortuna per l'Italia - non perché ritenga Tremonti un economista di livello almeno accettabile, ma perché Tremonti, vivaddio, ogni tanto si riposa.
Detto questo, Brunetta ha comunque messo su un bel carnet di sciocchezze. A quanto ho potuto vedere tutti sono rimasti colpiti dalla sua teoria che gli insegnanti guadagnano troppo.
A me però sembra che dire che gli insegnanti guadagnano troppo rientri pur sempre nelle libere opinioni. Certo, detto da un ministro, che probabilmente in busta paga si ritrova qualche euro in più di me, fa una certa impressione. Però, confesso, sono rimasta più colpita dalle considerazioni che ha fatto sui concorsi.

Secondo tali considerazioni, la maggior parte degli insegnanti non sono entrati di ruolo per concorso - che è una bella sciocchezza, nonostante il pregiato Ministero dell'Istruzione si sia degnato di organizzarne solo due, di concorsi, negli ultimi vent'anni (uno bandito nel 1991 e uno, mi sembra, nel 1999) - perché chiunque sia abilitato all'insegnamento si è abilitato solo e soltanto per concorso.
E primi tra tutti gli abilitati SSIS - che si sono abilitati con duplice procedura concorsuale. Infatti la prova di ingresso e l'esame finale sono ritenuti due distinti concorsi che fruttano tre punti l'uno al sissino. Non lo dico io (che considero anzi tutto ciò una stupidaggine completa, totale e assoluta) lo dice apposita sentenza del Consiglio di Stato in base ad argomenti portati dall'allora ministro dell'istruzione Moratti. Già che ci sono, ne approfitto per ricordare che le SSIS sono state istituite dal ministro Berlinguer MA sono diventate corso abilitante con la gestione Moratti - nelle intenzioni originarie, dovevano costituire titolo di accesso al concorso.
Quindi  anche i sissini sono concorsisti a tutti gli effetti. Ma la procedura concorsuale c'è anche per i corsi abilitanti. Caso mai a qualcuno venisse in mente di sostenere che, magari loro la chiamano procedura concorsuale ma non ha nulla del concorso, non so che dirvi: gli ultimi corsi abilitanti li ha organizzati il ministero durante la gestione Moratti, dei precedenti non ho molti ricordi ma c'era sempre il Ministero di mezzo. Quanto ai concorsi riservati, lo dice il ragionamento stesso: son concorsi.
Tutto ciò è stato reso necessario dall'articolo della Costituzione che dichiara che ai posti pubblici si accede solo per concorso.

Dunque Brunetta cerchi qualche altro argomento, per favore, ché se il ministro Moratti, che faceva parte del governo da lui appoggiato un paio di legislature fa, si è inventata o ha mantenuto settecento diversi percorsi procedurali per abilitare le persone all'insegnamento e li ha chiamati tutti "concorsi" la colpa non è degli insegnanti né del Fantasma Formaggino.

Non sono una donna, sono una santa



e mi piace vieppiù identificarmi con santa Barbara, patrona di artiglieri e artificieri che venne sì martirizzata, ma il suo perfido esecutore (l'eterno padre rompiscatole che considera le figlie come sue proprietà) venne subito dopo incenerito da un fulmine - cosa che confido avverrà quanto prima ai molti ministri che han deciso di usarci come bersagli del biasimo universale, in alternativa agli ormai sovrautilizzati rumeni e rom. E del resto, se la scuola al momento è una polveriera, come sento dire ogni tanto, sarebbe bene che esplodesse nelle mani giuste.

Quanto alla consapevolezza della mia santità: dopo una frugale colazione mi sono pazientemente messa al lavoro elaborando la lista di film per il cineforum delle seconde, cercando dove tali film potessero essere reperiti e preparando financo la relazione introduttiva in perfetto didattichese.
Inoltre:
una collega ben intenzionata mi ha prestato ben tre DVD di film che riteneva adatti al cineforum in questione, e il risultato è che negli ultimi tre giorni mi sono vista ben tre film che non mi sono affatto piaciuti e che per il mio cineforum non vanno bene (precisiamo: non è che la collega mi abbia rifilato delle suole, si tratta di film assai stimati da pubblico e critica). E l'ultimo, che ho visto ieri sera in tarda serata, ha sortito un effetto davvero irritante.
Adesso mi aspetta un bel pacco di temi. Ed è probabile che aspetterà fino a Martedì come minimo, perché la misura della mia santità comincia ad essere colma.

venerdì 10 ottobre 2008

Buon compleanno, Divina!
















Molti preferiscono Maison Ikkoku, la sua serie più famosa è Inuyasha - ma per me Rumiko Takahashi (detta, molto giustamente, la Divina) è soprattutto l'autrice di Ranma e Uruseyatsura (conosciuto in Italia come Lamù), due serie che - come si dice in letteraturese - ripercorrono le problematiche dell'età adolescenziale in una chiave originale e innovativa, o meglio due adorabili storie in cui i miti della società giapponese degli anni 80 e gli stereotipi legati alla cosiddetta identità sessuale vengono smantellati brano a brano senza lasciare nemmeno le briciole.
In Italia i cartoni animati tratti dalle sue storie hanno avuto grande fortuna, ma sono sempre stati confinati su circuiti locali perché.... mah, essenzialmente perché troppo intelligenti per quel che Rai e Mediaset ritenevano lo spettatore medio. I fumetti invece sono stati pubblicati in versione integrale ma, come tutti i manga, restano confinati a un pubblico di nicchia. Insomma, come certi vini la Takahashi rimane "per molti, ma non per tutti".
Io sono tra quei molti. Capitano sfaticato delle Brigate Takahashi, anch'io come ogni buon Brigatista oggi, 10 Ottobre, festeggio il suo compleanno al grido rituale di "Non Siam Degni, Non Siam Degni".

Murasaki Shikibu
Capitano delle Brigate Takahashi
Sacra insegna della Teiera sull'Albero
Fan n.1 della bella Kirara zampa-di-fuoco

Ti accorgi che sei un Vero Insegnante quando...


...sono le otto di sera e tu sei completamente pantofolata, circondata dagli affetti a te più cari e del tutto aliena dal minimo pensiero scolastico e ti chiama la collega per informarsi su una Vitale Questione che non può aspettare l'indomani quando vi incrocerete in Sala Professori alla terza ora ovvero:
"Perché hai messo il rapporto alla classe X".

Ora, tu non hai messo il rapporto alla classe X, l'hai messo ad uno specifico ed alquanto problematico allievo della classe X il quale, durante la mensa, ha deciso di usare compagni e inservienti della mensa come bersaglio per cibo, bicchieri vuoti e altro. Le tre righe di rapporto che hai scritto sul registro della classe X, in cui hai fatto una supplenza all'ora di mensa, descrivono esattamente la situazione, con molta chiarezza.
La collega però vuole un resoconto dettagliato, e tu glielo fai.
Chiusa la telefonata, però, non puoi fare a meno di domandarti come mai alle otto di sera costei ha trovato indispensabile chiarire la questione se
1) ha da badare anche lei ai suoi affetti più cari, e costoro non solo sono in numero maggiore dei tuoi ma, a quanto racconta la collega, anche assai meno autosufficienti
2) la collega in questione non è la coordinatrice della classe X anche se ci insegna
3) la coordinatrice della classe X oggi era assente (e infatti l'ho dovuta sostituire a mensa) ma non è moribonda né emigrata in Tibet, e tutti contiamo di rivederla in tempi assai brevi
4) tale coordinatrice non si è mai segnalata per manifesta incapacità né ci è mai parsa abbisognare di qualcuno che, ufficialmente o ufficiosamente, la aiutasse a far fronte ai suoi incarichi
5) hai messo un banalissimo rapporto e non una richiesta di ripristino della pena di morte o una copia di formale denuncia dai carabinieri per gravi reati.

Ma una bella, sana, nutriente e vitaminica teglia di cavoli suoi no?

giovedì 9 ottobre 2008

Manuale del Perfetto Insegnante - I Genitori (2)


Questa è la mia immagine preferita di drago, e l'ha disegnata il mio amato Tolkien. 

Genitori e insegnanti vengono spesso a trovarsi su due fronti opposti, nonostante le amorevoli delibere ministeriali degli anni 90 che li vorrebbero complici e alleati nel fornire i giovani virgulti di tutti i confort e gli strumenti necessari per un corretto e armonioso sviluppo della loro personalità. Nella maggior parte dei casi, probabilmente, entrambe le parti in causa fanno del loro meglio, ma il rapporto tende a essere viziato da una certa qual differenza di punti di vista.

Per la scuola il Buon Genitore è una sorta di mucca che si lascia perennemente mungere: acquista senza protestare libri e attrezzature, paga biglietti per i più vari tipi di escursioni e gemellaggi, paga il contributo fotocopie, paga il servizio mensa, paga il libro extra di narrativa, i libretti di compiti per l'estate, il libro supplementare di informatica, il contributo per il laboratorio, il supplemento per la piscina, il corso di latino... 
Quando il genitore, che comincia a sospettare di essere stato scambiato per Smaug che dorme sul suo letto di oro e gioielli, prova ad accennare un qualche tipo di protesta, scattano immediatamente i commenti (dietro le spalle dello Smaug di turno):
- mandano in giro i figli firmati da capo a piedi
- con tre cellulari
- anche gli zaini sono firmati
- e ci hanno la playstation 
- e questi ragazzi sono sempre alla macchinetta delle merendine
- hanno il SUV (i genitori, non i ragazzi. Di solito)
- comprano un sacco di sciocchezze (sia i ragazzi che i genitori).

Strano ma vero, in un paese che è in recessione ormai da anni e dove gli stipendi perdono potere d'acquisto nessuno ricorda più da quanto, esiste una classe sociale opulenta e che non bada a spese (tranne che per la scuola, dove sta a contare i centesimi): sono i genitori dei nostri alunni - che hanno tutti il SUV. Tutti. Si vede che glielo consegnano all'atto di iscrizione.

Delle sette Leggende elencate sopra, l'unica con un certo fondamento di verità è che i ragazzi nutrono uno smisurato amore per la macchinetta delle merendine, cui devolvono cifre notevoli - ma visto che la scuola ritiene opportuno tenerla, una macchinetta per le merendine, presumibilmente in cambio di un margine di profitto, sarebbe forse opportuno che imparasse a limitare il suo moralismo in materia. 
Per il resto,  molti di quelli che avrebbero ragione di protestare non lo fanno apertamente ma mandano a protestare il rappresentante di classe o del consiglio di istituto - che spesso è un genitore con un sacco di tempo libero e di soldi, che ha il  SUV e gira firmato da capo a piè (sia lui che la prole) ma che in fine, quando riferisce proteste altrui, fa semplicemente il suo dovere.

Un tempo, si ricordano alcuni, i genitori protestavano molto meno per i soldi. 
E infatti un tempo i genitori ne avevano di più, di soldi, e le scuole ne chiedevano molti meno perché non gli erano necessari... 
Ma questa è un'altra storia: perché giusto in quegli anni dorati il debito pubblico cresceva a tutta velocità (mica ci finanziavano solo gli appalti).

sabato 4 ottobre 2008

Orario Provvisoriamente Definitivo


Alfine è arrivato. Non sappiamo ancora chi farà i laboratori, non sappiamo ancora chi farà le ore alternative alla religione, non abbiamo ancora un insegnante di tecnica ma l'orario c'è.
Me l'hanno portato trionfanti "Guarda, non c'è nemmeno un buco. Non è bello?"
"Mica tanto. Io la fissa dei buchi non l'ho mai avuta, ma qui ho una sola prima ora e l'unico blocco di tre ore è Sabato, terza-quarta-quinta, e prima hanno inglese e francese. Mi dite come faccio per il tema?"
Sono rimasti un po' interdetti. E del resto, siamo seri, il tema Sabato dalla terza alla quinta ora dopo due ore con due lingue diverse mica devono farlo loro, specie a Maggio, quando la classe diventa un forno già verso le dieci.
Hanno detto che mah, boh, vedranno se possono fare qualcosa.
Eppure le mani su quell'orario dovranno pur rimetterle, ho scoperto dopo, perché ho anche un'ora in contemporanea con Musica.
No, non una compresenza. Non un laboratorio. Proprio un'ora dove io sono lì a fare italiano o quel che è e Musica, giustamente, è lì a fare musica. Un'ora sovrapposta.
Secondo me non funzionerebbe molto bene.

mercoledì 1 ottobre 2008

Manuale del Perfetto Insegnante - I Genitori (1)

Premetto che mi ritrovo nella fortunata condizione di non avere figli per mia libera scelta.

Questo mi permette di guardare dall'alto in basso i genitori che vengono a colloquio con l'aria di chiedere "Ma perché vi siete cacciati in questo pasticcio?".

Altri esseri umani, più sfortunati di me, han sentito ad un certo punto della loro vita il forte desiderio di riprodursi, e l'han messo in atto. Qualcuno, recidivo, lo ha fatto addirittura più volte.

Diceva la mia nonna buonanima che "Non siamo puniti PER i nostri peccati, ma DAI nostri peccati". Nel caso dei genitori questo risulta particolarmente vero.

Il dramma inizia quando, completato il lungo e laborioso procedimento, l'incauto genitore, stringendo il frugoletto tra le braccia, si guarda intorno soddisfatto e convinto di incontrare l'approvazione generale. Da quel momento, viceversa, inizia il suo lungo calvario e sia i singoli che la collettività si ingegneranno notte e giorno per spingerlo a pentirsi dell'insano gesto al grido di "Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala" (o, volendo usare il cosiddetto linguaggio rozzo ma efficace: "Hai un figlio? Cazzi tuoi!").

Se sei donna, il datore di lavoro ti guarderà male, anche perché prima di assumerti ti aveva fatto giurare (e financo scrivere, talvolta) che figli non ne volevi - e magari, dieci anni prima, quando ti ha assunto, davvero non ne volevi. Ti concederà i permessi col contagocce, si improvviserà straordinari inderogabili giusto all'ora in cui devi andare a riprendere tuo figlio a scuola e ti taglierà via da ogni opportunità di carriera.

Se sei uomo, lo Stato ti autorizzerà a prendere gli stessi permessi di tua moglie, purché non ti venga in mente di usufruirne per davvero. Inoltre tutti daranno per scontato che il fatto che tuo figlio sia malato non influisca minimamente sulla tua capacità lavorativa e non ti turbi più di tanto - tanto a queste cose ci sta dietro la Madre, e il Padre, che è prima di tutto un Vero Uomo, se ne frega (d'altra parte se sei donna e non chiami ogni mezz'ora per sentire se la febbre è scesa, sarà chiaro a tutti che sei una sciagurata priva del minimo senso materno).

Il tuo comune avrà cura di preparare asili nido (SE avrà cura di prepararne, perché non è mica tanto scontato) per un terzo dei bambini in età utile e non di più.

I tuoi genitori e i tuoi suoceri rispolvereranno i più remoti contrasti familiari obbligandoti a strisciare come un lombrico per supplicarli di concederti la grazia di badare la creaturina due volte a settimana - SE resteranno in buona salute, che anche lì è tutta da vedere.

Vivrai nel terrore che non ti rinnovino il contratto annuale, con il conforto supplementare di essere circondato da un coro di "Ma se non avevate un reddito fisso, perché avete fatto un figlio?" - e sarà inutile provare a spiegargli che non hai più diciotto anni, e da qualche parte hai sentito dire che dopo i cinquanta i bambini non vengono molto facilmente.

E nessuno avrà mai una buona parola per te. MAI. Perché, qualsiasi cosa tu decida di fare, ovviamente sarà sbagliata.

Siamo un paese che conta nelle sue fila 60 milioni di allenatori tecnici per la nazionale di calcio, altrettanti esperti di economia e di scuola ma soprattutto 60 milioni di potenziali Perfetti Educatori. Tutti sono sempre in grado di spiegare al malcapitato genitore quanto ha sbagliato, sbaglia e sbaglierà. Tutti altresì sanno spiegarti senza veruna esitazione come dev'essere il Vero Perfetto Genitore.

Vengo dunque a descriverlo.

Costui è sposato, con un matrimonio solido e perfettamente funzionante, immune da crisi e da problemi. Perché è noto che le convivenze non sono affidabili, le famiglie monoparentali non possono dare un adeguato supporto psicologico alla creatura e le famiglie travagliate causano gravi stress socioemotivi alla creatura in questione.

In questo solidissimo matrimonio uno dei genitori ha un lavoro che lo impegna per poche ore ma che gli procura una paga principesca (anche se l'ideale sarebbe vivere di rendita) e questo consente a entrambi di dedicare infinite ore al giorno alla cura del Perfetto Bambino. Entrambi i genitori dispongono inoltre di una coppia di genitori sempre a portata di mano e sempre disponibili, con cui vivono in perfetta armonia e che godono di eccellente salute. In questo modo riescono facilmente a seguire il figlio, controllarne le compagnie, badare che i suoi passatempi siano culturalmente validi e aggiornati e seguirne puntualmente i progressi a scuola. Inoltre si tratta di persone che, munite di grande sensibilità, buonsenso e amore per la cultura, riescono a guardare i figli con saggia imparzialità evitando di travisarne l'indole e la natura per colpa di quei perversi giochi di identificazione che tanto nuocciono ad un'adeguata comprensione del bambino. Insomma, lo amano ma con saggezza e senza ambivalenze.

Se qualcuna di queste condizioni risulta carente, scatta l'universo lamento "Ma che li avete fatti a fare, i figli, se non volete badarli?", cui segue l'altrettanto universo lamento sulla società in crisi, la famiglia in crisi e l'egoismo umano. Perché è noto che un tempo tutti i genitori erano onesti, benestanti, felicemente sposati e dotati di estremo equilibrio. Non c'erano casi di genitori alcolizzati, separazioni di fatto, famiglie funestate da debiti, cambiali e licenziamenti e simili nefandezze. Assolutamente no.

Inoltre i datori di lavoro erano sempre comprensivi, e avevano cura che ogni famiglia avesse di che vivere onorevolmente.

In effetti un tempo il lavoro dei genitori non era un ostacolo all'educazione della prole, ma anzi un punto d'unione: ad esempio se i tuoi genitori lavoravano nei campi, a pochi anni prendevi la zappa o la roncola e andavi con loro; se stavano in miniera, nella miniera stavi anche tu. Se lavoravano in fabbrica, a quattro anni ti piazzavano a pulire i telai o riannodare i fili e non se ne parlava più (nel vero senso della parola, talvolta, perche' ogni tanto cascavi nel pozzo, o finivi dentro il telaio e lì restavi).

A quei tempi le famiglie erano indubbiamente più felici e i ragazzi venivano su molto meglio; tra l'altro non rischiavano la rovina per colpa dei Perfidi Ritrovati della Società Moderna (telefono cellulare, televisione e playstation2, tanto per citarne tre a caso). Inoltre seguivano una alimentazione sana, senza pesticidi e senza merendine, solo sane croste di pan secco, acqua di pozzo e erbe di campo.

In Pakistan, dove sono ancora attaccati ai sani valori della famiglia patriarcale, anni fa avevano trovato un sistema eccellente per gestire l'infanzia incatenandoli al telaio a far tappeti, così non erano nemmeno di peso alla famiglia. Tutto il giorno, e i genitori potevano lavorare quanto volevano.

Da noi invece la gente si ostina a riprodursi anche se non avrebbe la possibilità di farlo, e preferisce svagarsi in ufficio, in fabbrica o in negozio invece di adempiere (sotto un ponte) al suo ruolo educativo.

Si sa, i nostri son tempi sciagurati.

Pitti Scuola





Intervista in differita
in risposta a  Mens Sana

La mia divisa: tutto, purché ci sia molta più stoffa del necessario
I colori: tutti gli azzurri, qualche verde, un po' di viola e di nero
Scarpe: soprattutto stivaletti, tacco 40/60 (l'ideale sarebbe il 70, ma non si trova facilmente) basato bene. In estate sandali Birgenstock infradito.
Gioielli e accessori: un centinaio di paia di orecchini di tutti i tipi, intonabili ai vestiti, all'umore, alla stagione, all'occasione; collane girocollo, qualche cavigliera, orologio Swatch, una piccola collezione di draghi in argento (ciondoli e spille), un paio di decine di sciarpe 
Sempre: orecchini!
Mai: pantaloni; tutto ciò che è scomodo
Cosa mi piace del mio guardaroba: è a piacer mio e non della moda
Cosa vorrei cambiare: niente, credo
Trucco: leggero, toni oro, argento, azzurro e verde
Ossessione: camicie cinesi con draghi, completi gonna-gilet
Negozi preferiti: la Mostra dell'Artigianato!
Il prossimo acquisto: un altro giaccone imbottito
Un errore: un bellissimo abito estivo color panna che mi è sempre stato male
Un sogno: medaglione d'oro con serpente di smeraldi (in pratica, il simbolo dei Serpeverde)

martedì 30 settembre 2008

Letteratura a tastoni


"Io non faccio letteratura" proclamo sempre con grande fierezza ai colleghi perplessi "A volte leggo dei brani di autori italiani, se sono appropriati per la programmazione".

E infatti nei programmi si parla genericamente di "brani di grandi autori di letteratura italiana", o qualcosa del genere, non di Storia della Letteratura.
L'argomento è spinoso, e ogni insegnante di lettere delle medie ci ha le sue personali e granitiche convinzioni, che non gliele schiodi nemmeno col Black&Decker. E chi trova indispensabile Manzoni, e chi Svevo, e chi Pavese e chi Foscolo.
Io depreco, depreco sempre, in silenzio. Manzoni è del tutto inadatto a stomaci sotto i sedici anni, andrebbe fatto al triennio. E Svevo nemmeno. E Montale, povere creature, cosa ci capiscono in Montale?
Di fatto, quando un autore è sinceramente apprezzato dall'insegnante, ai ragazzi arriva. Si attiva una sorta di alchimia per cui intere classi apprezzano Manzoni, Svevo e pure Montale (e Foscolo, si capisce).
Certo, non sempre. A volte l'insegnante è di una noia mortale e i ragazzi imparano ad avere in uggia Manzoni e Boccaccio e chiunque altro. Ma il punto è che l'insegnante non sa di essere di una noia mortale. Magari lo è diventato col tempo. Magari lo è solo con quella classe.
E chi lo sa?

D'altra parte: ti ritrovi a fare una lezione sui duelli nel Seicento. C'è quel passo dei Promessi Sposi dove c'è proprio un duello; anzi, non è un vero duello, però fa capire tutta una serie di cose legate ai duelli e alla mentalità dell'epoca... quattro paginette, non mordono mica, no?
C'è il tema del lavoro minorile. Che oggi guardiamo dall'alto in basso il Pakistan che costringe i suoi poveri bambini a cucire palloni e tappeti per pochi soldi a orari interminabili, ma anche noi, poco più di cent'anni fa... E quasi sempre dall'antologia salta fuori Rosso Malpelo - e se poi non salta fuori, ci sono sempre le fotocopie.
E poi il Risorgimento, la Patria, l'Eroe Romantico... in effetti un paio di sonetti di Foscolo non ci starebbero male... dopotutto questi ragazzi non sanno nemmeno cos'è un sonetto, un garbato accenno si potrebbe anche fare...

Così stamani, senza costrizione alcuna, io, che ho sempre sostenuto che Foscolo va lasciato per le superiori mi sono ritrovata ad ammanirgli "In morte del fratello Giovanni". Con tutte le domande del caso.
Cos'è la speme?
Cos'è questa storia del "cenere"? L'avevano cremato?
Perché "quiete" è scritto con due puntini sulla i?
Com'era morto, il fratello Giovanni?
Perché sulla tomba del fratello Giovanni ci andava solo la mamma, anzi "la madre"?

Ovviamente il commento dell'antologia era fatto con i piedi. Anzi, partiamo dalle basi: sia il Fratello Giovanni che Zacinto erano nel volume grande dell'antologia e non nel volumetto "Letteratura" (dove ci stavano solo una descrizione della vita di Foscolo decisamente sciatta e un pezzo dei Sepolcri piantato là come un carciofo).
Pe ogni strofa c'era una specie di trasposizione in prosa, nemmeno tanto esatta.
Non capisco perché alle superiori i ragazzi abbiano diritto ad un ampio apparato lessicale, storico etc. etc. e alle medie gli spetti solo una sintesi di sintesi fatta male.
Non c'è un obbligo preciso di fargli il Fratello Giovanni; ma se glielo metti in antologia, dovrai pur considerare che c'è una discreta quantità di cose che i tuoi lettori NON sanno, e che non sanno perché nessuno gliele ha dette. Non puoi sperare che le imparino per magia, mossi a mirabile comprensione dagli immortali versi del poeta; perché loro, al momento, negli immortali versi del poeta non ci capiscono nulla, e continueranno a non capirci nulla se non glieli spieghi punto per punto. Con pazienza. Con chiarezza. E a tastoni.

Come glielo fai, il Fratello Giovanni? Beh, partiamo con la lettura.
Ma dopo la mia impeccabile lettura ho alzato gli occhi e già sapevo (le classi hanno un modo tutto loro di comunicarti i loro sentimenti) cos'avrei visto: svariate paia di occhi sgranati.
"Non ci avete capito niente".
"Niente" confermano.
Non è un problema, in fondo sono lì per spiegarglielo. L'importante sarebbe capire COME.
E mentre andavo avanti a tastoni (questo non lo sanno, questo nemmeno, devo ricordarmi di chiarire anche questo e quest'altro) una parte di me si domandava se avevo poi avuto questa grande idea, mentre un'altra parte inviava oscure maledizioni agli insegnanti di italiano della SSIS che han cercato più volte di spiegarmi come impostare un modulo su Dante per le superiori (cosa che era decisamente alla mia portata) ma si sono ben guardati dall'accennare agli eventuali problemi che si possono incontrare spiegando testi più complessi alle medie (cosa che in effetti è molto più difficile).

Considerando come lavoravano alla SSIS, probabilmente è andata meglio così.

E se proprio mi impunto a fargli il Fratello Giovanni, vale sempre l'antico detto toscano "Mar vorsuto un fue ma' troppo".