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lunedì 13 luglio 2020

Lunedì film - Aleksandr Nevskij (Film per le medie)


Alcuni critici sostengono che il personaggio di Aleksander Nevskij del film di Eisenstein richiami la figura di Stalin. Io, in accordo con l'autore di questo meme, lo vedo molto più simile a Lenin, che nel 1917 rientrò dall'esilio per guidare il suo popolo riscuotendo lusinghieri consensi di critica e di pubblico.


Quel che vado a presentare oggi è il mio film preferito in assoluto e di gran lunga. Ho perso il conto delle volte in cui l'ho visto*, conosco la colonna sonora a memoria, nota su nota e l'ho perfino sentita cantare dal vivo in italiano (cosa che, per fortuna, succede piuttosto raramente). Amo svisceratamente questo film e ogni volta che lo vedo trovo nuove motivazioni per questo mio amore incondizionato. Qui mi limiterò a citare le principali:
È un film ambientato nel mio amato medioevo.
Ci sono i cavalieri crociati, e ci fanno una figura barbina.
È molto eroico, ma nel modo che preferisco (cioè senza troppi fronzoli: si è eroici e basta, senza farne un gran parlare).
È ambientato nel Grande Nord.
Il protagonista è bello e carismatico, molto autorevole e solo un po' autoritario, e non sbaglia un colpo.
I buoni sono tutti simpatici.
I cattivi sono tutti antipaticissimi.
Ci sono una fanciulla guerriera e una fanciulla frivola ma non troppo e simpatica
Ci sono ben due storie d'amore.
C'è una colonna sonora favolosa che da sola vale il prezzo del biglietto e per come è montata nel film vale doppio.
È un film multistrato: parla del passato, del presente (il presente in cui fu fatto, intendo) e prevede pure il futuro.
Gli attori recitano benissimo, e anche i loro costumi. Anche i paesaggi e gli scenari, in effetti. Il ghiaccio poi è davvero il migliore di tutti.
È pieno di scene a effetto.
La sceneggiatura è davvero ammirevole.
Finisce bene.
C'è dietro una storia molto interessante e ricca di risvolti (parlo proprio della nascita del film, non della vicenda narrata).

Andiamo a incominciare, che questo era solo il preludio.


Il film si intitola Aleksandr Nevskij, il regista è Sergej Michajlovič Éjzejnštein, la colonna sonora è firmata da Sergej Sergeevič Prokof'ev. Da questa colonna sonora in seguito Prokof'ev trasse una cantata che è tuttora regolarmente incisa ed eseguita in tutti i teatri del mondo e ascoltata anche da un sacco di gente che del film non gliene potrebbe fregar di meno. Una delle versioni di riferimento è quella diretta da Claudio Abbado con la London Simphony Orchestra, ma sul Tubo in questo momento c'è solo a pezzi staccati, quindi metto una bella esecuzione russa dove il coro è italiano (Santa Cecilia).


Il film racconta un episodio della vita di Aleksandr Jaroslavič Nevskij, ovvero quando il 5 Aprile 1242 sconfisse i cavalieri teutonici sulle rive del lago Peipus.
Sul principe Alessandro abbiamo fonti (inedite in Italia, per quel che ne so) già dal XIII secolo, e tutte piuttosto agiografiche. Era altissimo, bello, ottimo stratega e anche buon diplomatico. Tutte le statue e le miniature e i disegni ce lo fanno vedere molto nobile e anche piuttosto ieratico. A quel che ho capito comunque si tratta di disegni posteriori; questo, per esempio, è della fine del Settecento:

A vent'anni affrontò l'esercito svedese appena sbarcato sulla Neva e lo sconfisse sonoramente nonostante l'inferiorità numerica. Da questa impresa guadagnò grande fama e il soprannome di Nevskj. Fu principe, cioè comandante, della libera città di Novgorod, con la quale ebbe parecchio da ridire tanto che lo mandarono via. Poco dopo i però i novgodoriani dovettero tornare col cappello in mano a chiedergli aiuto contro i cavalieri teutoni, e lui li aiutò. Sconfisse sonoramente i cavalieri teutoni e i loro alleati (estoni, livoni e danesi) e ritornò a Novgorod come principe, restandoci e proteggendo la città con le armi e con i trattati diplomatici. Prima di morire passò qualche giorno in monastero, prendendo i voti. Nel 1547 fu proclamato santo (sarebbe interessante chiarire in quali circostanze storiche); nel 1725 a suo nome venne istituito (da Caterina I, ma l'idea era stata di Pietro il Grande) un Ordine Imperiale per onorare quei cittadini russi che avevano servito e difeso la patria con la politica e con le armi, ed era una delle onoreficenze più importanti in Russia: per esempio la ricevette il generale Kutuzov, che aveva sconfitto Napoleone). L'Ordine  venne abolita con l'arrivo della rivoluzione, nel 1917, ma fu poi ripristinata, guarda caso, nel 1942, eliminando riferimenti a imperatori e santi - in pratica diventò l'Ordine di Aleksander Nevskj, mentre prima era l'Ordine Imperiale di sant'Aleksander Nevskj. Infine, Pietro il grande fondò a Pietroburgo nel 1710 il Monastero di Aleksander Nevskj e in seguito ne arrivarono altri, sparsi generosamente per tutte le Russie e in varie parti dell'Europa dell'Est (Serbia e Romania, per esempio).
In Russia dunque è un personaggio estremamente importante e conosciuto, mentre per noi italiani si tratta al massimo del protagonista di un film - con l'unica eccezione di un esiguo gruppetto di studiosi delle Crociate del Nord e della storia slava.
Per i russi invece è una specie di Padre della Patria, e non solo in senso metaforico: infatti suo figlio fondò il Principato di Mosca, primo nucleo del futuro impero russo.

Questo dunque sul protagonista. Passiamo agli avversari.

I cavalieri teutonici (chiamati implacabilmente per tutto il film cavalieri teutoni nel doppiaggio italiano) sono uno dei tanti ordini monastici combattenti sorto in tempo di crociate. Il nome completo è Ordine dei fratelli della Casa di Santa Maria in Gerusalemme; venne fondato nel 1191 con lo scopo di assistere i pellegrini che venivano dalla Germania e a un certo punto si fuse con quello dei Portaspada. Ben presto i cavalieri teutoni(ci) si interessarono dell'Europa dell'Est e con la solita scusa di convertire i pagani si costruirono un regno di dimensioni assai rispettabili nella zona baltica, che comprendeva tra l'altro la celebre Livonia** ma non solo. Un piccolo particolare che mi ha sempre affascinato: erano cattolici, ma all'arrivo della Riforma protestante il Gran Maestro dell'Ordine si convertì prontamente fondando... il ducato di Magdeburgo, futura Prussia (che infatti all'inizio infatti era spostata parecchio a est rispetto all'attuale Germania).
Per quanto è dato di sapere, i loro metodi di conquista e di conversione non erano improntati alla più squisita cortesia né albergavano in alcun modo nel loro cuore principi di tolleranza religiosa.
Ultimo particolare: come tutti gli ordini crociati portavano come simbolo una croce. La loro era nera. Un pochino lugubre, se vogliamo



ma molto d'effetto sulla scena:

Infine, la battaglia del 5 Aprile 1242, che è conosciuta con molti nomi: battaglia del lago ghiacciato, battaglia del lago Peipus, battaglia del lago dei Ciudi... comunque si svolse sulle rive del lago Peipus o dei Ciudi, e le truppe della libera città di Novgorod batterono sonoramente i cavalieri teutoni(ci). Per la verità le fonti germaniche ridimensionano assai le perdite, ma è un dato di fatto che da quel momento i teutoni(ci) lasciarono in pace Novgorod e dintorni.
Sulla battaglia abbiamo diverse versioni. La più suggestiva racconta che i cavalieri furono abilmente guidati fino al lago ghiacciato dove (siamo ad Aprile) il ghiaccio si andava assottigliando; sotto l'immane peso delle armature dei cavalieri il ghiaccio si ruppe e i cavalieri andarono a fondo mentre i loro avversari fecero in tempo ad allontanarsi. La storia suona alquanto improbabile e la fonte è inattendibile. Di fatto, sembra che nessuno abbia combattuto sul ghiaccio e che il lago fosse lì per bellezza e perché da qualche parte doveva pur stare.
Ed ecco qui un riepilogo delle varie versioni:

Esaurite tutte le premesse storiche, siamo finalmente arrivati alla storia del film.
Pare che il soggetto se lo scegliesse Éjzenstejn, da una rosa di possibilità. Doveva fare un film patriottico. Non solo, ma dovette farlo sotto sorveglianza perché, secondo quel grandissimo impiastro di Stalin, né lui né Prokof'ev erano abbastanza ideologicamente corretti.
Per quanto tampinato e tormentato, Eisenstein ebbe anche un budget più che rispettabile e il film fu fatto senza tirare al risparmio. Sul piano storico... beh, costumi e fondali sono fatti molto bene. La vicenda è, diciamo, non falsa ma "ritoccata": Éjzenstejn era un po' il Tito Livio del comunismo, cioè si prendeva delle notevoli libertà ma il risultato era artisticamente valido e dunque va bene così.
Il film uscì a Mosca alla fine del 1938 con questo manifesto:

fruttando al suo regista l'Ordine di Lenin.
Venne tolto dalle sale nell'estate 1939, a seguito della firma del patto Molotv-von Ribbentorp, perché a quel punto i tedeschi erano alleati e non era bene coltivare nel buon popolo russo sentimenti antigermanici. 
Dopo l'invasione tedesca però tutti i russi erano profondamente inclini ad albergare nei loro cuori  sentimenti  profondamente  antigermanici e il film ritornò nelle sale - con un  manifesto piuttosto diverso:



Non ho idea di cosa significhino quelle scritte, ma le due date in alto sono più che sufficienti a dare il senso generale: la vicenda raccontata nel film si svolge nel 1242, e quel 1942 stampato sotto dava per scontato un buon successo contro i teutoni che in quel momento stavano calpestando il sacro suolo della Russia. Al contrario di molte profezie di comodo quella si avverò, anche se i russi per realizzarla dovettero pagare un prezzo molto più alto di un giorno di battaglia a fine inverno con un modesto quantitativo di partecipanti e di morti (ai tempi del civile e pacifico medioevo le battaglie erano sempre a numeri piuttosto ridotti).
Nato in un momento inquieto, come manovra preventiva per risvegliare il senso patriottico del popolo russo, il film si trasformò così in un inno alla riscossa e trovò un terreno molto fertile. La Patria chiamava, il precedente di Aleksandr Nevskij che aveva sconfitto l'invincibile armata dei cavalieri teutoni(ci) era incoraggiante, e proprio Aleksandr Nevskij venne citato da Stalin, insieme a una serie di esempi successivi - che includeva naturalmente il generale Kutuzov - in chiusa del discorso rivolto alla nazione il 7 Novembre 1941
Altro dettaglio profetico: il principe Aleksandr venne richiamato dopo essere stato cacciato via; nello stesso modo, dopo l'invasione della Russia, Stalin dovette richiamare dalla deportazione un bel po' di generali e comandanti perché l'Armata Rossa era ormai priva di ufficiali esperti.
Sta di fatto che se Stalin e soprattutto Éjzenstejn avessero avuto una palla di vetro in cui leggere il futuro, non avrebbero potuto commissionare e soprattutto fare un film più adatto alla circostanza, e questo lascia spazio a molte e profonde considerazioni sulle capacità magiche e profetiche dell'arte. All'epoca, comunque, quando venne commissionato, Aleksandr Nevskij era solo un film di propaganda - e di propaganda, davvero, ce n'è una quantità immane.

Partiamo dal protagonista: come già detto, Aleksandr Nevskij è una figura molto importante nella storia e nell'immaginario russo - non una gloriosa figura sepolta in  dotte cronache ammantate di polvere, ma un personaggio notissimo e che i russi hanno sempre considerato importante.  Éjzenstejn aveva a che fare con una figura già molto forte nell'inconscio collettivo, che non poteva ricreare a suo piacimento. Però ci ha lavorato su con molta cura.

Il ruolo venne affidato a Nikolaj Konstantinovič Čerkasov, attore dotato di grandi capacità artistiche e di notevole bellezza, nonché specializzato in film storici. 
(naturalmente, lo amo con tutta me stessa)
Ma se è vero che gli eroi son tutti giovani e belli, all'epoca dello scontro con i teutoni il principe Alessandro lo forse un po' troppo per gli scopi del regista: solo ventuno anni. Impossibile fargliene una colpa, ma Éizenstejn non voleva un eroico giovinetto, bensì un capo maturo e affidabile, saggio e temprato dall'esperienza, uomo assai esperto del viver del mondo - e insomma nel film gli dai trent'anni, forse qualcosina di più, appunto l'età dell'attore. La sua è la calma autorità che viene dall'esperienza e dalla consapevolezza delle sue capacità.
Inoltre, anche se l'unica scena d'interno che vediamo nel film è proprio a casa sua, non vediamo traccia della moglie - cui era sposato da due anni - né dei due figli con cui la moglie in questione l'aveva già allietato all'epoca; all'apparenza, un uomo del tutto libero da impegni familiari e sentimentali, concentrato solo sugli interessi della patria, e l'unico momento in cui interagisce con le due belle e giovani protagoniste femminili è in una delle ultime scene, quando, chiamato in causa, dà una benedizione nemmeno necessaria ai loro matrimoni. 
All'inizio del film è anche un uomo che quella stessa patria che lui ha già servito con tanta capacità e dedizione lo ha allontanato; non per questo però è andato in crisi.

Proviamo a seguire il film.

Inizio desolato: il paese, ci avvertono le scritte in sovrimpressione su paesaggi vuoti e silenziosi, disseminati di ossa spolpate e armi infrante, è stato invaso da occidente dai crudeli cavalieri teutoni, che si aspettavano una facile vittoria in una terra che non si era ancora riavuta dopo le sanguinose devastazioni subite dai mongoli.
Cambio di scena ed eccoci sulle rive di un lago: navi in costruzione, una fila di pescatori in acqua che canta ricordando la battaglia vittoriosa del principe Aleksandr contro gli svedesi, dove il sangue fu sparso senza risparmio per la grande terra russa e gli invasori svedesi furono sconfitti e distrutti, perché chi marcerà contro la Russia sarà sterminato. 
Tutti sembrano tranquilli e paciosi, qualcuno chiacchiera a riva.
Arriva la portantina di un dignitario mongolo, con numerosa scorta. Qualcuno si inchina al suo passaggio, qualcuno no e perciò viene frustato dalla scorta. Inizia la rissa ma dalla riva del lago un uomo, alto e bello ma vestito come tutti gli altri, ordina di smettere di gridare perché gli stanno rovinando la pesca.
Come nelle migliori tradizioni tutti si fermano. Il principe Aleksandr arriva, si presenta e ricorda con ruvida cortesia ai mongoli che non sono a casa loro. Il dignitario mongolo esce dalla portantina e chiede se è lui che ha battuto gli svedesi, e se non ha niente di meglio da fare che pescare. Nevskij risponde che non c'è niente di male a pescare, e che quando avrà finito di costruire le navi le useranno per commerciare il pesce. Il dignitario gli offre di andare con loro, dove potrà fare adeguata carriera perché abbiamo bisogno di grandi condottieri. Nevskij risponde citando il proverbio russo "meglio la morte che combattere per la patria degli altri".
Il dignitario sorride e risale in carrozza. L'uomo della scorta si stende a terra per fargli da gradino mentre risale. I contadini russi guardano la scena un po' schifati.
Il corteo se ne va. Un vecchio (Amico? Consigliere?) osserva che batterli sarà difficile perché sono forti.
"Vuoi batterli?" chiede Aleksandr.
È tempo di vendicare i nostri padri, risponde il vecchio.
Aleksandr ribatte solennemente che c'è un nemico più crudele e pericoloso dei mongoli: i teutoni e il tributo che dovremo pagare sarò spaventoso.
Va bene, dice il vecchio, se preferisci cominciamo pure dai teutoni, comunque qualcosa andrà fatto.
Se vogliamo battere i teutoni, risponde Aleksandr, dobbiamo attaccarli da Novgorod: là soltanto la Russia è libera.
Poi vanno a badare ai pesci.
Al termine di questa scena sappiamo:
- che il principe Nevskij è conosciuto per ogni dove per la sua vittoria contro gli svedesi
- che è un grande condottiero
- che non ha particolari ambizioni di potere
- che è fedele alla sua patria
- e che per quanto giochi a fare il pescatore e il commerciante si tiene ben informato della situazione politica del paese.
In realtà sappiamo anche che ha letto i libri di storia, in particolare quelli che devono ancora essere scritti (continuerà a farlo per tutto il film, senza sbagliare mai) e questo ci rassicura.
Abbiamo dunque un Vero Eroe Vincitore, di quelli che vanno tanto di moda con i  totalitarismi: bello, bravo, saggio, accorto, grande stratega di indomabile coraggio, guida ferma e all'occorrenza misericordiosa, che si muove con la sicurezza che ti dà l'aver letto in largo anticipo la sceneggiatura e sa bene quel che deve fare e come schierare i suoi uomini per una efficace vittoria. Un eroe così, senza crisi interiori e mezzetinte, è davvero rilassante. Affidatevi al principe Aleksandr e tutto andrà come deve andare!

Cambio di scena, ed eccoci a Novgorod, bella e prospera città, dove la bella Olga Danilovna, in giro per fare spese, si destreggia abilmente tra due innamorati che premono entrambi per un legittimo matrimonio. Il garbato corteggiamento è interrotto dalle campane che chiamano a raccolta: pessime notizie dalla vicina città di Pskov, i teutoni l'hanno presa e devastata.
Discussione tra chi vuole combattere per fermarli, e chiamare in aiuto Aleksandr Nevskij e altri (alcuni perfidi commercianti) che vogliono pagare il tributo. A loro Olda Danilovna dice con grande fermezza che la patria russa si riscatta col sangue, non con l'oro  ed è praticamente l'unica frase che dirà in tutto il film che non sia collegata al suo matrimonio. Una sola, ma forte.
Alla fine della discussione comunque si decide di chiamare Aleksandr, ché salvi la Russia.
Nuovo cambio di scena, e siamo a Pskov, distrutta e devastata con dei teutoni talmente lugubri nonostante le vesti bianche da sembrare usciti da un romanzo gotico. La città è devastata, incendiata, gli abitanti legati, la desolazione senza pari.
Questo è il capo dei teutoni, che sfoggia corna veramente portentose, degne in tutto e per tutto di un funzionario Invalsi

e non appena si toglie l'elmo non vi è chi non sarebbe pronto a giustificare in tutto e per tutto la sua sventurata moglie per le corna che gli ha fatto - se non fosse che la moglie non ce l'ha, perché è un monaco.
I cavalieri teutoni hanno armature spaventose e facce antipatiche, sono lugubri, sadici e cattivi e il più cattivo, lugubre, viscido e antipatico di tutti è il loro capo spirituale, un tizio con l'aria così odiosa, ma così odiosa che non so quanto è durato il casting per sceglierlo, e quanto abbiano dovuto lavorare attore e truccatore  per essere all'altezza di tanta viscida e cupa cattiveria.
Il capo dei cavalieri invece è un essere grigio, spento e un po' malinconico (ci credo, con quella gente intorno). Critica il comandante che gli ha consegnato la città perché è stato troppo duro, ma non fa nulla per fermare il rogo dei piccoli bambini russi bruciati perché eretici ortodossi****.
Ai teutoni è riservata una canzone spaventosamente lugubre, Peregrinus expectavi, pedes meos in cymbalis**** che oltre tutto è pure intraducibile e che viene accompagnata da strani strumenti dal suono assai distonico.
Prima di morire bruciato il voivoda di Pskov incita la figlia Vassilissa ad andare a Novgorod e vendicare i suoi fratelli, poi sulle fiamme del rogo grida  I morti di Pskov ti chiamano, principe Nevskij!
Infine gli ambasciatori di Novgorod arrivano in casa Nevskij. Il principe Aleksandr si lascia un po' cadere dall'alto, ma è chiaro che non aspettava altro. Soprattutto La sacra terra russa è stata calpestata. Come potrebbe non accorrere in aiuto della città, nonostante le offese ricevute?
Ma i soldati non bastano. Bisogna sollevare i contadini.
E li vediamo, i contadini, uscire cauti dalle loro buche e approdare sulle rive con le loro navicelle da pesca: li chiamano, vogliono proprio loro! Il volgo disperso repente si desta, intende l'orecchio, solleva la testa e si accoda con entusiasmo alla fila sempre più lunga al seguito del principe Nevskij - il tutto sulle note di una delle più belle canzoni di guerra di tutti i tempi, qui nella mia edizione preferita cantata, con notevole spirito sportivo, da un coro polacco

D'altronde l'amore per la propria patria è un tema profondamente sentito dai polacchi, che per celebrarlo ben si adattano a cantarlo persino in russo, qualora il caso si presenti.
In italiano il titolo può tradursi più o meno con Sollevati, popolo russo. Ritroveremo questo tema musicale più volte durante la battaglia. Sorgi in armi, popolo russo, per combattere fino alla morte: onore a chi vive, gloria immortale a chi muore. Nessun esercito nemico percorrerà le strade russe,  nessuno sconvolgerà i campi della Russia, combatteremo tutti fino alla morte. E guarda caso i temi musicali dei russi sono allegri, giocosi, trionfali, solenni; e quelli dei cavalieri invece sono lugubri, deprimenti e inquietanti.

Bene, direi che qui posso fermarmi. Il principe raduna le truppe, fa la battaglia e la vince. Poi viene adeguatamente festeggiato. La storia è tutta qui.
Ma il post continua ancora a lungo perché ci sono ancora diverse cose che voglio scrivere.

Prima di tutto un po' di considerazioni storiche. 
In una Notte degli Oscar il film Aleksandr Nevskij avrebbe potuto vincere diverse statuette: per la regia, la sceneggiatura, l'attore protagonista, l'attore e l'attrice non protagonista (con ampia possibilità di scelta), di sicuro quello per la colonna sonora, magari anche quello per i costumi e forse anche gli effetti speciali (i teutoni che affondano nel ghiaccio di cartapesta sono fantastici, tanto che anche Peter Jackson si ispirò a quella scena nel terzo film de Lo Hobbit) ma non quello della precisione nella ricostruzione storica (che comunque non mi risulta che Hollywood abbia mai assegnato). Ci sono anzi storici che sostengono che raramente si è vista una battaglia stravolta come lo è stata quella del lago ghiacciato nel film in questione.
I costumi però sono stati fatti con cura, come gli edifici, le navi, le armi, gli strumenti musicali usati durante la battaglia e gli attrezzi agricoli. Gli elmi dei cavalieri sono tutti attestati, anche se immagino che lo staff dei disegnatori abbia scartabellato a lungo tra libri di storia e trattati di araldica per scegliere i più ridicoli - conseguendo risultati davvero eccellenti. Che la battaglia sul ghiaccio sia stata aggiustata non fa peccato perché i film hanno le loro esigenze.
Non risulta però che in quella battaglia abbia partecipato alcun contadino: le truppe della libera città di di Novgorod bastarono per fermare i cavalieri, e i bravi contadini poterono così conservare le energie per il loro lavoro. Ma è ovvio che la partecipazione dei contadini era necessaria - una partecipazione, si badi bene, spontanea e calorosa, ma fortemente voluta dal principe Aleksandr, che manda a chiamarli - perché egli è bravo, conosce i libri di storia che non sono ancora stati scritti e sa che una buona milizia deve essere composta dal popolo, e stante che gli operai nel XIII secolo in quella parte del mondo scarseggiavano assai, voleva almeno che ci fossero i contadini. Perché quella contro i cavalieri teutoni(ci) non è la vittoria di una città di mercanti, ma del popolo russo unito contro l'invasore.
Di Russia e popolo russo e sangue russo e libertà della Russia - e naturalmente del sacro suolo della Russia, da difendere ad ogni costo - nel film si parla in continuazione: nei cori, nei discorsi del principe Aleksandr, nelle chiacchiere di mercato, nelle conversazioni tra i soldati, nelle esortazioni di Olga Danilovna, perfino nelle poche scritte  che introducono la storia. Il fatto che la Russia all'epoca non ci fosse - né la Russia, né il popolo russo, né il sacro suolo della Russia - è un dettaglio del tutto marginale.
Così come la battaglia di Legnano non fu una battaglia di italiani contro l'invasore tedesco, bensì di alcune città contro un imperatore troppo desideroso di tributi, nello stesso modo la battaglia sul ghiaccio fu solo un rispettabile tentativo di Novgorod di salvare la sua libertà, non la libertà del popolo russo. 
Ma la Russia esisteva, eccome, ai tempi in cui il film fu fatto, e il suo popolo aveva già mostrato una notevole determinazione nel difenderne il sacro suolo. È a quella Russia e a quel popolo che il principe Nevskij si rivolge alla fine del film quando si impegna, in caso di un nuovo tentativo di invasione, a sollevare di nuovo tutta la Russia, vincolando al suo giuramento anche i suoi discendenti (che in seguito, come ho già ricordato, la Russia la fonderanno davvero), ma soprattutto pronunciando con un bel sorriso le parole finali del film
"Andate a dire a tutti gli abitanti dei paesi stranieri che la Russia è viva. Vengano tutti a trovarci senza paura, ma chi verrà da noi con la spada in pugno di spada perirà! Questa è la legge che regola la vita della sacra terra di Russia" (caso mai il concetto non fosse abbastanza chiaro, mentre Aleksandr pronuncia le ultime parole l'immagine inquadra i fanti russi).

Poi, le donne. Che cosa fa una brava donna comunista, quando la sua patria è in pericolo?
Combatte! Non in modo simbolico, ma proprio con le armi. Vassilissa si rifugia a Novgorod e, a quel che sembra, a casa di Olga Danilovna. Nel momento in cui i fabbri distribuiscono le armi, col gesto tipico della ragazza che fa shopping al mercato e che vede qualcosa che vuol provare, passa a Olga il suo copricapo con tanto di mantellina come noi passiamo la borsa e la giacca all'amica che ci accompagna e prova l'elmo, poi la cotta e infine il fabbro le passa la spada perché senza armi non si ammazza nemmeno un pidocchio. Nessuno dice una parola per fermarla. Vuoi combattere, compagna? Eccoti delle buone armi per farlo. E l'intrepida compagna Vassilisa combatterà con valore, tanto che verrò segnalata al principe perché ha mostrato più coraggio di tutti sul campo di battaglia. Perché una compagna può combattere, sissignori, e se decide di combattere lo farà bene, mostrando grande coraggio. Molte donne russe lo dimostrarono, durante la tragica campagna russa, e non tutte ahimé risolsero la questione uscendone illese e con un fidanzato.

Infine, la religione. Il buon comunista, consapevole che la religione è l'oppio dei popoli, non perde tempo in insulse funzioni religiose - mentre i teutoni, nei rari momenti in cui non combattono, son sempre lì a pregare un dio che il men che si possa dire è che è un gran maleducato con chi non lo venera, e a conti fatti non rende grandi servigi nemmeno ai suoi fedeli, lasciando che il ghiaccio faccia tranquillamente il suo mestiere di creparsi in primavera invece di consolidarlo con qualche miracolo.
Quando vidi il film per la prima volta, atea cresciuta in una famiglia più o meno atea, non mi meravigliai dell'assenza dalla parte dei buoni di sacerdoti e di invocazioni all'aiuto di dio; ma rivedendolo anni dopo, in pieni studi medievali, mi resi conto che nel XIII secolo in terra cristiana (e, tutto sommato, aggiungerei, sempre e dappertutto) non era nemmeno immaginabile che i sacerdoti di Novgorod non si facessero vivi nemmeno per fare un generico inboccallupo alle truppe in partenza o per dedicare una preghierina serale ai ragazzi in guerra. Nemmeno Olga Danilovna mostra di rivolgere un solo pensiero a entità trascendentali, ma solo alla patria russa.
A Novgorod vediamo una bella chiesa, con le sue brave cupole dorate, e lì davanti si tengono i raduni della popolazione, e lì davanti il principe Aleksandr parla ai cittadini. Ma, anche se nomina più volte il sacro suolo della Russia, dio non viene mai coinvolto e nemmeno nominato di striscio da nessuno dei buoni: la religione non è roba da bravi cittadini russi.

Considerazione finale (la prima di tre): tutta la complessa introduzione storico-cultural-musical-politica-bocciofila che ho fatto a puro scopo di sfoggio di erudizione è di fatto perfettamente inutile per lo spettatore medio. A quattordici anni, quando vidi per la prima volta il film, non avevo la minima idea di chi o cosa accidente fossero i cavalieri teutoni(ci), non sapevo assolutamente nulla di storia medievale russa e tanto meno di ideologia comunista. I miei genitori, che erano ben più ferrati sul tema dell'ideologia comunista anche per questioni anagrafiche, di storia medievale russa e di ordini monastici combattenti ne sapevano all'incirca quanto me, solo per la parte musicale mio padre era messo un po' meglio perché aveva un disco con la Cantata di Prokov'ev.  Per tutti noi Aleksandr Nevskij era un perfetto sconosciuto. 
Tutto ciò ci fu in qualche modo di ostacolo per seguire il film?
Assolutamente no. Il film racconta di un Eroe temporaneamente in disgrazia (figura comunissima nella narrativa di tutti i tempi) che salva con coraggio e intelligenza il suo paese da una grave minaccia con l'aiuto di tanti eroici comprimari, e di un gruppo di cattivi che viene scornato. Il meccanismo della battaglia sul ghiaccio è perfettamente chiaro e chiunque di noi dopo aver visto il film avrebbe saputo riassumerne la trama essenziale senza problemi, incluse le due storie d'amore e la sottotrama dei traditori al soldo di (alcuni) commercianti menefreghisti di Novgorod. 
Il film basta perfettamente a sé stesso ed è chiaro e ben narrato - cosa che i kolossal di oggi non sono. Il film di propaganda comunista è perfettamente masticabile per qualsiasi mercato estero anche a distanza di decenni e la propaganda scivola via senza lasciar tracce o infastidire in alcun modo. Fuori dalla Russia diventa un buon film di avventura e di guerra che svolge una impeccabile funzione di intrattenimento, come nelle intenzioni se ne vedono tanti anche ai nostri giorni - solo che quelli dei nostri giorni stanno diventando sempre più complicati, aggrovigliati e incomprensibili. Dopo aver seguito, di lontano ma con una certa fascinata repulsione, le infiammatissime polemiche sul nono film della serie di Star Wars (e dopo aver partecipato attivamente alle esasperate discussioni che hanno accompagnato il secondo e terzo film de Lo Hobbit, dedicando a entrambi un post la cui lettura richiede un tempo lungo all'incirca quanto la visione dei film di cui parlavano) mi domando se non sarebbe carino da parte dei produttori ricordarsi che uno dei grandi pregi del primo film della serie, quello uscito da noi più di quaranta anni fa col titolo Guerre Stellari, era di essere appunto una storia semplice e chiara che si seguiva agevolmente senza problemi o difficoltà interpretative o necessità di approfondite discussioni filologiche. Mi rendo conto che costruire una storia semplice e chiara è molto più difficile che farne una arzigogolata, ma alla fine un gruppo di persone qualificate e determinate ne potrebbe venire a capo, secondo me.

Seconda considerazione finale (in realtà è una nota filologica): la pellicola, mi è sembrato di capire, è stata restaurata qualche anno fa, e con discreti risultati. Misteriosamente però, nessuno ha ancora pensato a ridoppiare la colonna sonora, che dopo ottanta anni appare decisamente provata: in certi punti gli strumenti miagolano, in altri sono quasi scomparsi, i cori sono smorti. D'accordo il gusto dell'originale, ma per quanto ami i gatti non li gradisco quando di  gatti non si parla affatto.

Altra questione: quando uscì in Italia, immagino nel dopoguerra, alcuni pezzi erano stati tagliati: non solo quelli dove il sacerdote dei cavalieri teutoni straparlava del potere assoluto della Chiesa di Roma e della missione dei cavalieri, ma, misteriosamente, anche un pezzo del dialogo tra i due pretendenti di Olga Danilovna (che sono anche amici di vecchia data) - un bel dialogo molto amichevole che davvero non dovrebbe dare noia a nessuno. Non dico un nuovo doppiaggio, perché quello originale era fatto benissimo. Ma qualche sottotitolo? Magari anche alle parti cantate? Gli italiani capaci di comprendere il russo miagolato non sono moltissimi, credo.

Terza considerazione finale: l'ho classificato come film per le medie ma confesso che tutto intero non l'ho ancora mai fatto vedere in classe, anche perché passa l'ora e tre quarti e la seconda guerra mondiale arriva di solito in un momento dell'anno in cui trovare due ore in più è praticamente impossibile. Gli ampi stralci che ho fatto vedere sono stati però piuttosto graditi, soprattutto la battaglia sul ghiaccio di cartapesta. Quest'anno mi piacerebbe farlo vedere all'inizio dell'anno, attaccandolo alla Russia in geografia******. Non è un film dalla visione impegnativa e può introdurre molto bene il tema della propaganda politica e del nazionalismo, e anche far riflettere sui progressi della tecnica cinematografica.

Il fatto che sia in bianco e nero non è mai un problema con i ragazzi, se il film è fatto bene. Ma qui, in particolare, bianco e nero sono usati in modo molto efficace, anche  grazie alle divise dei cavalieri teutoni(ci).
Qui mi cheto davvero, e suggerisco a chiunque per avventura sia riuscito ad arrivare in fondo di concorrere a qualche premio per la resistenza: senz'altro ha la possibilità di sortirne risultati molto positivi.

* la prima volta a 14 anni, in prima serata RAI con la famiglia al completo che come me lo vedeva per la prima volta. Infinite volte al benemerito cinema Spazio Uno di Firenze, poi ho comprato il DVD, poi me lo sono pure visto su YouTube in versione originale con sottotitoli, che traducevano anche le parti cantate della colonna sonora (cosa che la versione italiana non fa, e invece avrebbe un suo perché). Insomma dire che me ne son fatta una fissazione sarebbe minimizzare la cosa per gentilezza.
** no, non è affatto celebre se non tra gli addetti ai lavori; però la vedi spuntare dai manuali di storia per le medie dove te la tirano in ballo di punto in bianco con gran disinvoltura facendo finta che per gli studenti italiani sia praticamente il cortile di casa, senza spiegare mai dov'è. Per la cronaca, oggi è una parte della repubblica di Lettonia.
*** Per quanto oggi vada di moda dire che siamo tutti alla ricerca dell'Uomo Forte, in Italia e altrove, a me sembra invece che ci sia una gran ricerca dell'Uomo Isterico. Trovandolo, di solito.
**** episodio difficile da valutare: rientra in un preciso canone dove gli invasori uccidono sempre senza riguardo né per il sesso né per l'età, ed entrano nella città conquistata nuotando nel sangue fino alle ginocchia. Ma è comunque piuttosto noto che i teutoni ci andavano giù pesanti, e non solo con i "russi" (che ancora non erano tali).
***** Frase intraducibile. "Pellegrino, ho aspettato con i miei piedi avvolti in" e fin qui siamo tutti capaci di tradurlo, ma i cymbali che accidente sono? No, non sono calzari di un qualche tipo, e i "cimbali" che conosciamo come strumenti musicali non son roba con cui rivestirsi i piedi. In rete ci sono diversi tentativi di capire cosa diamine intendesse Prokoviev e si trovano facilmente dando il verso incriminato come chiave di ricerca. Personalmente apprezzo la teoria di Rebecca Schwartz, che in questa frase intraducibile vede una specie di scherzo con Stravinski .
****** No, il Covid-19 è innocente: la geografia extraeuropea per me inizia con la Russia, che da sola si piglia mezza Asia. Diciamo che uso come zona di slittamento tra l'Europa e l'Asia.

venerdì 10 luglio 2020

Didattica a Distanza: considerazioni in libertà dopo la tempesta

L'immagine è presa da Asterix e la corsa d'Italia. Il prode Coronavirus è accompagnato dal fido scudiero Bacillus
Andrebbe prima di tutto precisato che non è esatto dire che in tempo di lockdown la scuola italiana ha fatto la didattica a distanza, perché messa così darebbe l'impressione che si sia trattato di qualcosa fatto con consapevolezza e cognizione di causa, come potrebbe essere una gita a Recanati o un lavoro di gruppo sulle migrazioni italiane a inizio del secolo scorso - qualcosa insomma per il quale ci si organizza e ci si prepara dandosi degli obbiettivi, anche semplici, si chiedono le apposite autorizzazioni, si prenota un pullman eccetera.
Molto meglio sarebbe dichiarare che da un giorno all'altro tutti i docenti della penisola sono stati buttati in qualcosa che non conoscevano e alla quale non erano preparati se non in minima parte, seguendo la nota tecnica del "butta in acqua il bambino e vediamo se impara a nuotare". Lo stesso discorso vale anche per i nostri sventurati allievi, che si sono trovati a fare qualcosa di nuovo (e fin qui niente di male, in fondo vengono a scuola anche per questo) ma guidati da docenti che, lungi da sentirsi un punto di riferimento più o meno valido ai quali rivolgersi per avere consiglio e aiuto, andavano a tastoni secondo la non sempre efficacissima modalità del cieco che guida un altro cieco.
Qualcuno, in verità, non era completamente sprovveduto e giù utilizzava una piattaforma, qualcuno già all'occorrenza lavorava con le classi anche in quel modo, qualche scuola, specie alle superiori, già aveva avviato progetti e attività di quel genere. Qualcuno invece a malapena gestiva un po' di registro elettronico e qualcuno nemmen quello.
Inoltre la chiusura delle scuole è avvenuta da un giorno all'altro e molti alunni e molti insegnanti mancavano delle più elementari attrezzature di studio, a partire dai libri, faticosamente recuperati solo dopo diversi giorni.
Qualcuno ha maneggiato sin dall'inizio la faccenda con gran disinvoltura, qualcuno si è ingegnato con tanta buona volontà, la maggior parte si è sentita catapultata da un giorno all'altro in un girone infernale.
Non aver cavato un ragno dal buco quindi non è motivo di vergogna se ci si è provati e impegnati con assiduità, e chi si è trovato in tal deplorevole situazione non va infamato, mentre chi alla fine è riuscito ad arrangiarsi va molto lodato.
Detto questo, visto che tutti ululiamo alla luna alla sola idea di ripetere l'esperienza è chiaro che i risultati non sono stati entusiasmanti e non c'è motivo di far finta che lo siano stati.
Ma quali sono stati, effettivamente, questi risultati?

Sotto certi aspetti non è possibile saperlo se non tra qualche tempo, quando vedremo cosa i nostri sventurati alunni hanno raccattato dai nostri sforzi. 
Tuttavia un primo bilancio si potrebbe provare a tirarlo. Detto e non concesso che a Qualcuno, lassù al Ministero dell'Istruzione, gliene freghi qualcosa (il che non ci risulta).
D'accordo, ci sono tante cose di cui occuparsi: fare dichiarazioni sui social, rilasciare interviste, progettare la Migliore delle Scuole Possibili, avviare grandiosi progetti (progetti, non lavori) per un Mondo Migliore eccetera. Ma un bel questionario?
Un bel questionario per tutte le scuole, con qualche dato essenziale?
Quando è cominciata la didattica a distanza, quante ore sono state fatte, quante ore in media per ogni classe, quanti insegnanti avevano un collegamento efficiente, quante scuole avevano la piattaforma, quale piattaforma avevano, come hanno funzionato?
Quanti alunni sono scomparsi e perché, quanti hanno dovuto ricevere il computer fornito in comodato, quando l'hanno ricevuto?
Un bel questionario per tutti gli insegnanti?
Come si sono trovati, quali inconvenienti (tecnici) hanno riscontrato, come hanno reagito, cosa hanno fatto, cosa avrebbero voluto avere a disposizione, quanto considerano soddisfacente l'esperienza, quali argomenti sono riusciti a svolgere, in che misura ritengono che il loro metodo di lavoro sia cambiato, hanno imparato qualcosa, hanno rivisto qualche priorità, quanto sono soddisfatti di quel che hanno fatto, quanto cambierebbero di quel che han fatto agli inizi potendo tornare indietro?
Un bel questionario per gli alunni, almeno alla scuola secondaria?
Han studiato meglio o peggio? Come gli sono sembrate le lezioni degli insegnanti? Hanno l'impressione di avere ricevuto troppi compiti? Cosa gli sarebbe piaciuto fare e che non è stato fatto?
Un bel questionario per le famiglie, almeno per le materne e primarie?
Grado di soddisfazione, grado di interazione con la scuola, grado di soddisfazione o insoddisfazione riscontrato nei figli?
Niente di trascendentale, due o tre decine di domande, con le solite risposte "molto d'accordo, per niente d'accordo, abbastanza d'accordo". Una roba come quella che le ditte fanno per stabilire se il nuovo latte detergente o il nuovo impianto dei freni delle automobili immessi sul mercato sono stati apprezzati o no. È mai possibile che mi abbiamo fatto non meno di trenta domande all'ultimo sondaggio telefonico sul mio rapporto con la televisione e l'informatica e a nessuno gliene freghi un cazzo di niente di sapere che esiti ha avuto questa esperienza assolutamente unica, questo grandioso esperimento nazionale fatto a tastoni ma su un campionario tanto vasto?
Possibile che a nessuno sia venuto in mente e che nessuno l'abbia preparato? Glielo saprei fare in un pomeriggio, se me lo chiedessero.
Tutte le sante volte che chiudevo una videolezione da Google si informavano con una mezza dozzina di domande sulla qualità del collegamento. Il quale Google, che da me non ha mai visto un centesimo bucato. Possibile che dal Ministero, che da venti anni mi manda una retribuzione, nessuno voglia sapere niente? Mi avete dato quattro stipendi, in un momento in cui tanti per mangiare facevano la fila al Banco Alimentare, non vi curioserebbe sapere cosa ho fatto per guadagnarmeli?

Come ho già scritto, l'impressione è che la scuola media di St. Mary Mead non se la sia cavata male. Di sicuro, in tanti ci siamo impegnati con gran determinazione, anche se non so con che risultati. Qualche genitore ci ha fatto i complimenti, qualcuno si è chiuso in un dignitoso silenzio, magari perché aveva altro da fare e a cui pensare, qualcuno ha mandato a dire che gli andava bene. Ma siamo sempre rimasti chiusi nel nostro orticello.
Abbiamo fatto poco, pochissimo, molto? Abbiamo fatto l'impossibile e ci siamo attrezzati anche per i miracoli? Abbiamo fatto a malapena il minimo sindacale?
Dal nostro orticello non possiamo dirlo. Se avessimo qualcosa di più dei commenti del vicino di casa che ha il nipote che studia alla scuola del capoluogo per rallegrarci o fustigarci, essere un numero in mezzo a tanti numeri ci aiuterebbe a posizionarci sull'asticella e scoprire se quel che a noi sembra un risultato grandioso trenta chilometri più a est sarebbe stato al massimo un "sufficiente per l'impegno".
Com'è possibile che, dopo tre mesi di indefesso lavoro nella Grande Rete che ci mette in contatto con tutto il pianeta, alla fine ci sentiamo più isolati di prima?
E com'è possibile che proprio la scuola, ovvero il settore che per definizione si basa sull'apprendimento, non venga messa in condizione di valutarsi e imparare dai propri errori?

Concludendo: per il momento scarseggiano i dati oggettivi e la Memoria della Didattica a Distanza è custodita nei diari, nelle confidenze, negli articoli occasionali e, in qualche caso, nei blog che singoli insegnanti hanno scritto e si sono scambiati. Interessanti fonti storiografiche, senza dubbio, ma in questo momento la storiografia memorialistica non è in cima ai miei pensieri.
E sono piuttosto irritata. Ma se fossi un genitore lo sarei molto di più.

lunedì 6 luglio 2020

I Tuttologi dell'Estate - La Didattica a Distanza è stata un disastro?

Il mio intuito femminile mi porta a supporre che quest'anno la sezione I tuttologi dell'estate sarà abbastanza nutrita, anche se forse meno sarcastica del solito; perché su certe questioni stavolta siamo tutti un po' tuttologi, trovandoci ad affrontare circostanze assai insolite dove andiamo abbastanza a tastoni, potendo far conto solo sul nostro buonsenso (e beato chi ce l'ha).
Così stamani, mentre spulciavo qualche pagina di informazione, mi sono imbattuta in un articolo di Alessandro Barbano* sulle (ovviamente drammatiche*) attuali condizioni della scuola italiana.

Inizia l'articolo lamentando che lo stop alle lezioni ha messo fuori gioco anche il vituperato Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo che sarebbe poi l'Invalsi.
In altri Paesi, però, sono andati a guardare che cosa hanno prodotto 14 settimane di lezioni perdute. E hanno testato una caduta dell’apprendimento variabile tra il 35 e il 50 per cento rispetto alla generazione di un anno fa: in parole semplici vuol dire che i ragazzi entrati nel tunnel del coronavirus sanno la metà dei loro fratelli maggiori.
E già qui ci sarebbero diverse osservazioni da fare; prima di tutto perché non tutti i paesi hanno avuto 14 settimane di scuole chiuse: qualcuno ne ha avute di più, parecchi di meno, qualcuno non ha chiuso affatto, non nello stesso modo, nello stesso tempo e in base allo lo stesso calendario scolastico. In certi paesi, tra l'altro, l'anno scolastico non è affatto finito quindi chi ha già riaperto ha ancora i lavori in corso. Inoltre le perdite in termini di apprendimento saranno più facili da calcolare tra qualche tempo - anche perché gli alunni certe cose non le hanno imparate, magari, ma può essere che ne abbiano imparate altre, variato il metodo di studio, lavorato su tematiche diverse eccetera.
Ma soprattutto:   il 35-50 per cento di caduta dell'apprendimento riguarderà comunque il tempo in cui le scuole sono state chiuse, non tutta la preparazione complessiva accumulata dall'alunno nel corso degli anni - o almeno, si spera, perché in caso contrario cio dev'essere stato qualcosa di terribilmente sbagliato nella salita degli apprendimenti, che ha portato a sì disastrosa caduta - qualcosa di il Covid-19 è del tutto innocente e che coinvolge l'intero sistema scolastico., e insomma l'handicap di proporzioni immani, che peserò sul loro percorso di studi futuro, sulle occasioni di lavoro e sull'economia avrà evidentemente altre, sciaguratissime cause. 
D'altra parte è indubbio che la circostanza non agita più di tanto la navigazione tormentata del gabinetto Conte due e che al momento nessuno al Ministero mostra di essersi granché interrogato su come sono effettivamente andate le cose. Lo ammetto, almeno un questionariuccio di fine anno me lo sarei aspettato - qualche domandina scialba del tipo "Come valuteresti questa esperienza da 1 a 10?" Quanto ti sei sentita adeguata? Elenca fra questi dieci i fattori che ti sono stati di intralcio"; insomma, il solito buon vecchio questionario che non si nega a nessuno che abbia acquistato un frigorifero.
Son tutte cose domande che ci siamo fatte tra noi, nei gruppi di sostegno improvvisati in cui si erano trasformati d'incanto i gruppi scolastici di What'sUp; ma al Ministero si sono limitati a farci un paio di complimenti a scatola chiusa e rallegrarsi che la scuola non si sia fermata, quasi avessero fatto qualcosa per ottenere questo risultato, buono o cattivo che sia. 
Ed è giusto deprecare che i partiti che si avviano ad approvare il quarto scostamento di bilancio, per un totale di cento miliardi di euro caricati in debito sulle spalle delle generazioni future, non hanno battuto ciglio quando venivano stanziati tre miliardi per Alitalia e solo uno per la ripresa delle lezioni. Tuttavia è bene ricordare che non di solo pane vive l'uomo, ma anche di savie disposizioni e di buona organizzazione. 
E a questo proposito possiamo forse lamentarci perché la scuola non ha riaperto a Maggio 
(e almeno al Sud credo che gli estremi per farlo ci fossero) ma NON che non si sono riaperte a Giugno - anche perché in verità almeno le superiori si sono riaperte - e soprattutto a Luglio. Perché perfino un Tuttologo dovrebbe capire che le scuole a Luglio più stan chiuse e meglio è per tutti, e soprattutto per chi dovrebbe frequentarle, e questo fin quando le scuole non verranno infine costruite in modo diverso o almeno dotate di un buon impianto di condizionamento (che a dire il vero farebbe gran comodo già dalla seconda metà di Maggio).
Buon uomo, entri in una qualsiasi scuola che non sia a Bressanone o a Merano il 7 di Luglio e capirà subito che la vera causa della chiusura estiva delle scuole non è che nessuno dei partiti di maggioranza, e di opposizione, oserebbe chiedere ai sindacati degli insegnanti l'esecuzione del contratto, che sulla carta prevede un solo mese di ferie e undici di attività, ma che la prassi ha trasformato in un liberi tutti a metà giugno (che in realtà è un 30 Giugno per le scuole fino alle medie e morde fette consistenti di Luglio e di Agosto per le scuole superiori, bensì il comprensibile desiderio dei dirigenti scolastici di evitare pubbliche denunce per maltrattamento di minori e ancor più pubblici malori. 
Sono secoli che ad ogni estate arriva qualche bello spirito a chiedere "Perché le scuole sono chiuse d'Agosto?" e sì, con l'aiuto di un decoroso impianto di aria condizionata (che del resto sarebbe utilissimo già a metà Maggio) a scuola a scuola si potrebbe andare sia di Luglio che di Agosto, ma ahimé, la vita è crudele e le ditte che forniscono questi utili impianti sono assai venali e pretendono - gli avidi!n - di essere pagati; senza contare che nessun impianto si installa da solo e se i tempi dei lavori pubblici sono notoriamente biblici, quando entra in scena la scuola si allungano vieppiù. 
Ci provò anni fa il ministro Francesco Profumo a sollevare il problema di recuperare le ore perdute a luglio. Rischiò il linciaggio sindacale.
Macché linciaggio sindacale, si saranno limitati a ridergli dietro o a compatirlo. La cosa si smontò in fretta, come si smonta sempre in fretta. Certo, se le scuole fossero fatte in modo diverso...
Ma se le scuole fossero fatte in modo diverso, per esempio con aule più grandi e meno affollate, i presidi adesso non starebbero tanto a lamentarsi, nonostante abbiano l'autonomia scolastica
E allora via con le proteste. Del sindacato dei presidi anzitutto. Che dopo aver invocato per anni l’autonomia, messi di fronte all’autonomia dell’emergenza hanno preteso che “il governo ci dica che cosa dobbiamo fare”. Ma il governo, almeno su questo, ha detto ciò che doveva dire: chiamate i sindaci, coinvolgete le imprese, fate accordi con le aziende di trasporto pubblico e privato, fatevi dare aule capienti, possibilmente gratis perché i soldi sono pochi, e rispettare la distanza di un metro tra bocca e bocca. 
Peccato però che tocchi solidarizzare con i presidi, ai quali il governo ha detto ciò che doveva dire ma si è dimenticato di dargli la capacità di moltiplicare gli spazi e soprattutto fornire scuole provviste di Stanze delle Necessità, come hanno a Hogwarts; e pur promettendo grandiosi arrivi di nuovi docenti ha ulteriormente ridotto gli organici, costringendo le scuole a fare classi di 30 e 35 alunni. 
Il resto lo hanno fatto i partiti, di maggioranza e di opposizione, uniti nel bocciare il concorso di merito timidamente avanzato dalla ministra per assumere 32 mila precari, in nome di un’infornata collettiva, intermediata dai sindacati e di sicuro dividendo elettorale.
E qui, con la morte nel cuore, tocca di nuovo dar ragione ai partiti di maggioranza, e opposizione: perché l'infornata collettiva non è quel che si dice una grande idea, ma se non altro si fa in fretta, mentre il concorso richiede tempi lunghi e porterebbe risultati solo, forse forsissimo, per l'anno scolastico 2021/2022 se non più avanti. Anche se non sono affatto convinta che l'infornata arriverò per l'inizio del prossimo anno scolastico. 

Il ministero ancora non sa cosa sia accaduto in quei lunghi mesi di lezione al computer. C'è un'indagine in corso ma i dati sono sconosciuti. Un'altra l'ha fatta la Fondazione Agnelli, scoprendo che il 20 per cento degli studenti è rimasto tagliato fuori. Perché non aveva il device, o piuttosto la connessione. Erano i più deboli, figli delle famiglie disagiate, soprattutto al Sud. Il loro analfabetismo funzionale è aumentato. E i 70 milioni stanziati per il potenziamento tecnologico erano briciole. 
A dire il vero, il reddito di famiglia c'entra meno di quel che usa ripetere. C'entra di più, caso mai, il livello culturale e il tipo di lavoro delle famiglie in questione. Ma più di tutto c'entra la qualità della connessione, lo stare in città o in campagna, in pianura o in montagna, e nemmeno la fibra è stata una garanzia, come mi spiegava una madre abbastanza amareggiata. Anche stare a Nord o al Sud. E c'entrano anche le famiglie numerose, dove non tutti hanno un computer ma magari i tre figli hanno lezione alla stessa ora e i genitori lavorano on line. Checché si racconti, non sono stati tagliati fuori solo i più fragili, i più poveri, i più meridionali. Ognuno ha la sua storia e la sua residenza, la rete ha retto male il colpo, tanti piccoli paeselli hanno la loro piccola storia da raccontare. Un quinto degli alunni è stato tagliato fuori, ma c'è anche una bella fetta che è stata tagliata fuori un po' o abbastanza e ha avuto i suoi bravi problemi, anche tra gli insegnanti. Ed è verissimo che i dati dell'indagine in corso sono ancora sconosciuti. Di certo a me nessuno ha chiesto niente, e sì che sarei tantissimo disposta a raccontare.

Per la formazione sulla didattica a distanza c’erano appena cinque milioni. Nessuno li ha spesi. Nessuno ha pensato bene di chiamare il corpo insegnante a un aggiornamento estivo, in vista di ciò che potrebbe accadere a settembre, o in vista di ciò che la pandemia avrebbe dovuto insegnarci. 
I cinque milioni in questione, scopro dopo qualche ricerca (che forse anche l'autore dell'articolo avrebbe fatto bene a fare) fanno parte del pingue pacchetto di 85 milioni di euro assegnati il 24 Marzo a seguito del DL 17 Marzo per strumenti per la didattica a distanza. Queste risorse sono state  assegnate alle scuole (non ho idea se siano già effettivamente arrivate, ma tutto può essere) in funzione della distribuzione del reddito regionale e tenuto conto della numerositò degli alunni - insomma, un finanziamento a pioggia; e considerato il numero delle scuole in Italia non è stata una di quelle piogge che mettono a rischio i raccolti. Non c'era quindi alcunché da richiedere e il mucchietto degli euro riservato alla formazione dei docenti immagino che, per puro amore di giustizia, sia stato o sarò assegnato agli sventurati Responsabili Digitali delle scuole in questione, che in questa disgraziata occasione si sono fatti un culo al di là dell'umano, se pure non è stato stornato con qualche lacchezzo contabile verso il più consistente mucchietto di euro consacrato all'acquisto di attrezzature informatiche da assegnare in comodato agli studenti disagiati, ovvero quelli che non avevano un computer a disposizione ed erano troppo poveri per comprarsene uno (e per fortuna molti Comuni si sono adoperati in tal senso, e in modo molto più munifico del Ministero, facendo sì ad esempio che, almeno nella mia zona, dopo le vacanze di Pasqua ogni studente avesse a disposizione il suo bravo dispositivo digitale).
Insomma, questi cinque milioni non sono stati richiesti perché arrivavano da soli, tutte le scuole hanno avuto la loro fettina, e con quella fettina al più ci paghi un mazzolin di fiori per il Responsabile Digitale, non certo un corso sulle raffinate modalità con cui insegnare, ai cento o duecento docenti di cui dispone una schola communis, come si sfruttano le raffinate potenzialità della Didattica a Distanza. 
Infatti, come ci ricorda il Tuttologo, una cosa è l'addestramento, un'altra è la didattica a distanza. Una cosa è spiegare Leopardi su Zoom e poi interrogare uno alla volta, secondo il modello frontale della tradizione. Un'altra è dire: ragazzi, facciamo l'antologia leopardiana della quinta A, dividetevi in gruppo, andate a cercare sulla rete le poesie a vostro giudizio più significative e confrontiamoci poi insieme su come raccontare l'evoluzione del pessimismo.
A titolo personale tuttavia, mi auguro che se mai qualcuno mi farà un po' di formazione sulla Didattica a Distanza, mi tiri fuori qualche pensata migliore; ma io lavoro alle medie e di Leopardi in veste di insegnante ho fatto solo Il sabato del Villaggio, Il passero solitario e (in un singolo caso che sortì un notevole successo) A se stesso, quindi non è detto che l'idea sia balorda di per sé, anche se a me lo sembra.
Ma non è nemmeno detto che serva un corso specifico per farmela venire, e magari mi curioserebbe qualcosina di più sui tempi dell'attenzione o roba del genere.
In tutti i casi, al Tuttologo di turno dobbiamo riconoscere che ha centrato almeno un punto: il tema delle problematiche della scuola non è stato particolarmente sentito dall'attuale classe politica e, come spesso succede, quando pur se ne è parlato è stato quasi solo per sfoggiare un campionario di frasi fatte e banalità scelte di cui tutto sommato mi adattavo volentieri a fare a meno.

* costui è un giornalista, non troppo addentro a tematiche scolastiche; al momento è vicedirettore del Mattino e lavora anche per L'Università della Sapienza come insegnante di giornalismo. 

**perché le condizioni della scuola italiana sono drammatiche per definizione, tranne in qualche intervento che ci scriviamo tra noi addetti ai lavori per consolarci un po', visto che non sempre il disastro è così appariscente quanto lo vedono i Tuttologi e considerando che in qualche modo il carrozzone che va sotto il nome di Istruzione Italiana in qualche modo va avanti e non sempre chi lo frequenta ne è del tutto schifato