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domenica 4 novembre 2018

Fantasmi del passato - La leggenda del Portfolio

"Portafoglio" un tempo indicava una scatola o addirittura un mobile destinato a contenere documenti

Visto che siamo in zona Halloween e per qualche giorno i fantasmi sono di rigore, ho pensato di riesumare la vecchia Saga del Portfolio, frutto avvelenato della riforma Moratti che mai giunse a maturazione.
Ne parlo un po' come curiosità storica, ma soprattutto perché mi sembra molto indicativa del modo con cui la classe politica ha affrontato il tema scuola (ma anche parecchi altri temi) negli ultimi 25 anni: con incompetenza, leggerezza, cialtroneria e tanta approssimazione.
E iniziamo con una bella canzoncina:
Ma cos'é 'sto portfolio
paraparaparaparapappà
Ma cos'é 'sto portfolio?
Chieda un poco alla Moratti
che tal mostro generò
E vedrà
Men che prima ne saprà
(da cantarsi sull'aria di "Ma cos'e' questa crisi" di de Angelis).


Cominciamo, come sempre, con un po' di normativa: ai tempi della riforma Moratti (legge 28 marzo 2003 n. 53) di cui rimangono tuttora tracce nell'ordinamento scolastico non si parlava esplicitamente di portfolio - tuttavia questa strana parola aleggiò sin dall'inizio del progetto negli ambienti scolastici: era il mitico portfolio delle competenze e avrebbe dovuto accompagnare i giovani studenti sin dagli anni delle materne. Nel DECRETO LEGISLATIVO 19 febbraio 2004, n.59 se ne parlava negli allegati, dove si spiegava che detto portfolio avrebbe dovuto articolarsi in due sezioni, una legata all'orientamento e una alla valutazione dell'alunno - in pratica avrebbe dovuto servire per dare i giudizi ma anche per aiutare l'alunno a scegliere il suo percorso formativo.
Siccome, al di là di questo, nessuno dal Ministero si era sprecato ad elargire grandi chiarimenti, le scuole più volenterose avevano provato a imbastirsi un portfolio (magari aiutati da altrettanto volenterosi editori che allegavano ai loro libri appositi fascicoli per creare il portfolio in questione) ma tutti erano andati un po' a tastoni, con esperimenti improntati ad un'ampia gamma di soluzioni e alla massima flessibilità, in modo da proporsi come efficace supporto all'azione educativa e agli interventi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi formativi di ciascun alunno (ovvero aveva fatto un po' il cazzo che gli sembrava più pertinente) secondo quanto affermato dalla circolare ministeriale 85 del 3 Dicembre 2004, dove finalmente qualcuno decise di sporcarsi le mani e dare qualche elemento chiarificatore.
E quanto chiarificatori furono, questi elementi!

Per prima cosa venne precisato che, visto che si trattava di un processo ancora in fase di avvio, interessava di più che le scuole si occupassero della parte valutativa del portfolio.
E, tanto per cominciare con i chiarimenti, il primo da dare sarebbe senz'altro "Come accidenti ve lo dobbiamo fare, questo accidenti di portfolio?" Così il Ministero chiarisce che è  opportuno che la strutturazione e l'utilizzo del Portfolio siano improntati ad un'ampia gamma di soluzioni e alla massima flessibilità, in modo da proporsi come efficace supporto all'azione educativa e agli interventi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi formativi di ciascun alunno. 
D'altra parte, l'esperienza realizzata nel corrente anno scolastico potrà consentire di affinare e qualificare l'impiego di tale strumento, avvalendosi dell'apporto diretto e partecipato delle scuole.
Che tradotto in italiano suona più o meno come "fate un po' il cazzo che vi pare, poi magari se ci gira passiamo a dirvi se avete fatto giusto o sbagliato, e chissà che a forza di tentare qualcuno di voi non trovi la strada giusta e ce la spieghi".
Secondo punto da chiarire: chi se ne dovrebbe occupare? Perché il portfolio, come tutte le cose di questo mondo, mica si fa da solo.
Ed ecco il pronto chiarimento del MIUR:                                                                                   
ferma restando l'autonoma determinazione delle singole istituzioni scolastiche, si raccomanda di ispirarsi a criteri di funzionalità ed essenzialità, anche per non gravare i docenti di adempimenti formali aggiuntivi.
e insomma, se non è un chiarimento questo... fate voi, ma non perdeteci troppo tempo. 
D'accordo, facciamo noi, ma come?
La cura della sezione relativa alla valutazione è rimessa alla diretta competenza di tutti i docenti titolari delle attività educative e didattiche previste dai piani di studio personalizzati (articoli 8 e 11 dello stesso decreto).
Insomma, Tecnologia valuterà Tecnologia, Lettere valuterà Italiano e Musica valuterà Musica. Ecco qualcosa che, senza i chiarimenti del MIUR, non sarebbe mai venuto in mente a nessun docente. Ma...è opportuno ricordare che il portfolio documenta il processo di apprendimento di ciascun alunno, nonché gli elementi di rilievo del comportamento, anche mediante annotazioni relative al conseguimento degli obiettivi formativi delineati nei Piani di studio personalizzati. 
Le annotazioni significative dei processi di apprendimento, effettuate secondo scansioni temporali individuate direttamente dagli insegnanti interessati, concorrono alla organica e formale valutazione periodica dell'alunno, da riportare sulla scheda personale e da comunicare alle famiglie, ovviamente nel rispetto delle regole sulla riservatezza. 
E meno male che i docenti non andavano gravati di adempimenti formali aggiuntivi - In effetti devono solo aggiungere commenti individuali legati al percorso didattico individuale. Però possono scegliere da soli ogni quanto farli, questi commenti individuali.
Niente scartoffie aggiuntive, ah no, assolutamente.

Ad ogni modo tutto questo non chiariva cosa doveva esserci in questo accidente di portfolio.
Ma per fortuna un anno dopo arriva una bella normativa vieppiù chiarificatrice, probabilmente da considerarsi allegato virtuale della circolare del 2004: 10 Novembre 2005, Linee guida per la definizione e l'impiego del Portfolio delle competenze nella scuola dell'infanzia e nel primo ciclo di istruzione.
Durante l'anno trascorso comunque i vari IRRE regionali (appositi organi preposti allo sviluppo dell'autonomia scolastica, che non so se esistono ancora; quello che cito qui è comunque tratto dal documento elaborato dall'IRRE della Lombardia, ma è un documento che in rete non mi pare si trovi più) si erano dati parecchio da fare e avevano rintracciato ed esaminato quante più esperienze significative ... al fine della individuazione e definizione degli elementi fondamentali e imprescindibili che ogni Portfolio ... dovrà contenere, in quanto effettiva certificazione di competenze.   
Insomma, la palla era passata agli IRRE, che avevano deciso come doveva essere il portfolio.
E se qualcuno pensa che non sia una procedura molto seria per un ministero nazionale  inventarsi la necessità di un corredo didattico per un alunno senza dire come va fatto e sbolognare il lavoro a una pluralità di enti regionali (che, essendo venti enti diversi, avranno ragionato ognuno a modo suo, si suppone) non so che dire se non che sono d'accordo con lui/lei.

Così comunque scriveva l'IRRE di Lombardia:
(il portfolio) comprende la scheda di valutazione e la scheda di orientamento. La prima è redatta sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero ... La seconda è costruita dalle scuole e dai responsabili del processo educativo seguito dagli allievi, e si stratifica lungo il percorso formativo. 
Per intendersi la prima era la buona, vecchia scheda di valutazione che da sempre diamo agli alunni a fine trimestre/quadrimestre e a fine anno, e trasmettevamo all'istituto di grado superiore terminato l'esame di terza media. La seconda era un curioso ricciocorno schiattoso a noi completamente ignoto; tra l'altro sorgeva spontanea la domanda: cosa diamine orienti a tre anni, o a sei, da doverlo poi stratificare?
Mistero.

Nel portfolio andava comunque anche messo qualcos'altro, e finalmente l'IRRE ce lo viene a spiegare: nel portfolio,gli operatori scolastici, insieme alle famiglie e ai ragazzi stessi, aggiornano indicazioni e dati, raccolti in ordine ai seguenti aspetti:
- prove scolastiche significative, capaci di descrivere le più spiccate capacità e competenze dell'allievo, specie sul piano logico-scientifico-matematico, linguistico-espressivo e storico-sociale;
-osservazioni dei docenti sui metodi di apprendimento del ragazzo, con la rilevazione delle sue caratteristiche originali nelle diverse esperienze di apprendimento, disciplinari e interdisciplinari;  
-commenti su lavori personali ed elaborati significativi, scelti dal ragazzo in collaborazione con il docente, ritenuti esemplificativi di attitudini e di risorse personali;
-indicazioni che emergono da un questionario attitudinale compilato da ciascun studente
-qualità e attitudini del ragazzo, individuate negli incontri insegnanti-genitori, anche grazie all'aiuto di appositi questionari;
-indicazioni che emergono da un progetto personale di vita, elaborato dallo studente e consegnato al docente, relativo alla sua futura collocazione nella società e in una o più attività professionali.

E non basta:
Si possono costruire vari tipi di portfolio a seconda dei soggetti a cui è affidata la costruzione. Il portfolio può essere costruito dall'alunno che decide cosa, quando e come raccogliere i materiali.
Tale costruzione può essere gestita in toto dal singolo alunno o con la consulenza e l'aiuto da parte del docente. Una seconda modalità è quella che vede protagonista il docente nell'organizzazione del portfolio. Nel primo caso si dà credito all'alunno di capacità di scelta, di costruzione di criteri con cui attuare le scelte, di riflessione sulle proprie capacità e sui propri progressi di apprendimento, a partire dalla convinzione che sia pedagogicamente utile educare da subito l'alunno ad una autoconsapevolezza e ad un impegno di scelta. Nel secondo caso si privilegia la funzione del portfolio come documentazione aggiuntiva, quasi una 'memoria' visibile, destinata al docente nell'espletamento del suo impegno di valutazione/orientamento. Nella scuola primaria sembra opportuna un'integrazione delle due modalità di costruzione. In prima battuta è consigliabile che il docente ipotizzi la struttura di portfolio che intende adottare nella propria classe, quindi individui le sezioni di
sua specifica competenza e quelle che possono essere riempite dall'alunno, col suo apporto di consulenza e di scaffolding (sostegno).
Dunque nel portfolio ci stanno prove scolastiche significative (cioè, immagino, quelle venute bene. Anche molte mie versioni dal greco erano altamente significative, a modo loro, ma certo a nessuno sarebbe mai venuto in mente di metterle in un portfolio, col loro bel corredo di meritatissimi 4 e 5; anche se, a ben guardare, testimoniavano assai a favore della mia brillante creatività); ma che queste prove possano davvero descrivere le piu' spiccate capacita' e competenze dell'allievo è però assai discutibile: il sistema scolastico si occupa solo di *alcune* competenze (soprattutto quelle logico-scientifico-matematiche, linguistico-espressive e storico-sociali, appunto) - che sono una piccola e quasi insignificante parte dell'universo mentale delle creature in questione, che tra l'altro sono in piena età evolutiva e quindi ci cambiano sotto gli occhi giorno per giorno, schifando magari ciò per cui fino al giorno prima deliravano e impazzendo d'amore per ciò che fino a un attimo prima non sopportavano. 
Ma alla fine si sa che questi documenti stilati "dall'alto" sulla pelle dei fanciullini contengono spesso delle clamorose sciocchezze. Il vero problema era un altro, e non era risolvibile: chi le sceglieva, queste prove scolastiche? Scelti dal ragazzo in collaborazione col docente  è una bella tegola. A chi spetta la scelta? Alla creatura, che vuole un portfolio che lo rispecchi, o all'insegnante, che vuole un portfolio che rispecchi quello che *lui crede* sia la personalita' della creatura? 
Come ho scritto prima, è facile che un insegnante fraintenda parecchio la personalità e le capacità di un alunno; ma che dire degli allievi stessi? Siamo sicuri che si vedano come davvero sono, insomma che si conoscano? Il tutto senza considerare che la loro personalità e le loro inclinazioni sono ancora materiale in piena fusione e ben lungi dal solidificare.
Imbarcarsi nella costruzione di un portfolio senza decidere prima chi avrà l'ultima parola è una missione suicida; e lo devi decidere a livello nazionale, non regionale o locale, altrimenti i portfolio della vostra scuola avranno lo stesso valore valutativo, orientativo e descrittivo di un rotolo di carta igienica bianca, a prescindere dall'impegno che possano aver richiesto; senza contare che, in queste condizioni, qualsiasi creatura fornita di un minimo di personalità rischia di prendersi delle arrabbiature micidiali all'atto di confezionare il suo portfolio.
Ma non lo rischia solo la creatura: infatti si parla de IL DOCENTE, sorvolando allegramente sul fatto che il docente unico non c'è nemmeno alla materna. I vari consigli e gruppi di insegnanti si ritrovano dunque per fare insieme i portfolio, e prima ancora si sono trovati per decidere i criteri con cui confezionarlo - e meno male che il lavoro al portfolio andava fatto senza aggravare il docente di ulteriori oneri. Sì, certo, come no.
Messo cosi', il portfolio sembra un bel sasso gettato in uno stagno che, volenti o nolenti, i docenti devono ripescare. Molto comodo, per il Ministero, ma anche molto stupido.
Per giunta qui si tirano in ballo pure i questionari attitudinali, e financo i genitori, ficcndosi in un bel ginepraio: nel migliore dei casi si rischia di urtare la loro suscettibilità, e di tirare la creaturina in mezzo a un bel groviglio emotivo. Chi insegna alle medie sa di quante spine è seminata la strada del consiglio orientativo per la scuola superiore, figurarsi se i genitori hanno apertamente voce in capitolo.
Sorvoliamo poi per pietà sul personale progetto di vita, che anche quando c'è mostra una certa qual tendenza a cambiare abbastanza di frequente (e che forse a tre e sei anni non è poi così chiaro e ben definito agli occhi del fanciullino o della fanciullina).

Tuttavia, anche una volta compilato a dispetto di tutti l'incompilabile porfolio, chiunque se lo sia sobbarcato, resta il fatto che ci sono, nella creatura portfoliata, capacità rimaste impregiudicate o sottoutilizzate durante tutto il periodo della scolarizzazione precedente (nelle attività scolastiche e di laboratorio). 
Perché ci sono anche competenze che la scuola non tocca. Se tutto va bene il ragazzo sa di voler diventare agronomo o pasticcere, ma certo non l'ha scoperto grazie alla scuola media. A quel punto avere o non avere il portfolio per lui è proprio la stessa. Se poi per sua disgrazia è pure molto bravo in italiano o in geometria, per colpa del portfolio rischiamo di perdere per strada eccellenti pasticceri e agronomi - per tacere delle molte competenze che la creatura potrebbe avere in nuce (chessò, lavorare il legno o tagliare e cucire abiti) ma che non ha mai avuto la minima occasione di sperimentare.
Esistevano poi altre questioni, di ordine brutalmente pratico. Sul newsgroup dell'Istruzione (da dove ho ripescato il materiale per questo post) una persona assai sensata chiese:
Ma poi il portfolio quanto dovrebbe essere grande? Cioè, materialmente cos'è? Uno scatolone, un faldone, una cartellina? I ragazzi che metteranno nel portfolio i loro "lavoretti" avranno bisogno di uno o più scatoloni? E tutta questa roba dove verrà archiviata? E quanto materiale ogni anno dovrà essere selezionato, considerando che si parte dai 3 anni? A 16 anni hai un'opera completa in venti volumi. E ad ogni cambio di scuola tutti i prof si dovranno andare a leggere tutti i portfolio di tutti i nuovi alunni? E se no, chi se li deve leggere questi portfolio? Cioé, a chi cacchio servono? Ai prof. all'alunno (non diciamo per cosa), alla mamma che si conserva i disegnini del figlio (già lo facciamo!)? Oppure qlcn si illude che un futuro datore di lavoro si vada a guardare il portfolio? (Beh, magari se proprio è un lavoro di eccellenza...). Ma davvero all'estero è già in funzione da anni? Con quali risultati?
Le ultime due domande, che io sappia, sono sempre rimaste senza risposta. Non ho svolto indagini accurate, ma nonostante avessi sentito spesso circolare la storia che all'estero il portfolio c'è da tanto tempo non mi sono mai imbattuta in qualcuno che ne sapesse più di questo o in un articolo, graffito, dibattito o messaggio di fumo che descrivesse un po' meglio cosa succedeva in questo mitico estero con questi fantomatici portfoli.
Quanto alle altre domande, sul newsgroup qualcuno rispose ricordando alcune concrete circostanze:
Pensa che nella mia scuola ci sono i topi : è arrivata l'ASL che ci ha intimati di non conservare montagne di carte e cartoni.
E allora sti portfolio dove li mettiamo ? E' solo una mossa pubblicitaria.
Ma poi dico io : nell'era dell'informatica non sarebbe stato meglio far fare delle prove di verifica al ragazzo e trasferire tutto su un cd? Compreso i dati, la foto e tutto il resto? 
Idea interessante, a parte che una bella fetta di scuole non avrebbe saputo come confezionarli, questi CD (e tuttora, sospetto, più di una scuola incontrerebbe qualche difficoltà).

Fu così che, a parte qualche pallido tentativo sotto forma di circolare e qualche vaga evocazione, il portfolio sparì dalle vite di noi insegnanti senza esserci in realtà mai davvero entrato (molto più lente a scomparire si riveleranno le sezioni dei libri per il portfolio, a riprova del fatto che l'editoria è sempre la parte più conservativa della scuola).


Nota conclusiva: chi, per sua sventura, passando casualmente da queste parti, si fosse ritrovato impaniato in questo interminabile post e non fosse ancora crollato addormentato leggendolo si potrebbe forse domandare perché ho ritenuto indispensabile raccontare una storia così insulsa.

I motivi sono almeno due: prima di tutto avevo conservato un thread sull'argomento, ai tempi del newsgroup, e ho sempre pensato che volevo ricavarci un post; ma soprattutto mi piaceva ricordare a lettori e colleghi come la nostra vita scolastica è stata spesso scandita da questi fantasmi: progetti demenziali mai portati a compimento perché mancanti delle basi minime di progettazione, idee deliranti prive di logica e criterio, destinate fin dalla nascita a sparire nel limbo delle intenzioni.
E qualcuno potrà osservare che, purtroppo, non è affatto un uso limitato alle scuole.
Non sarò io a contraddirlo.

4 Novembre 1918, ovvero quella volta che abbiamo vinto (ma non c'è molto da festeggiare, a Firenze men che meno)

La Prima Guerra Mondiale rappresenta un unicum nella storia italiana: non soltanto perché l'Italia era effettivamente tra gli stati che vinsero, ma anche perché, una volta tanto, i Savoia la iniziarono e la terminarono nella stessa parte dello schieramento - cosa mai successa prima, salvo nei casi in cui lo schieramento era stato cambiato due volte.
Con tutto ciò alla fine della guerra non c'era molto da festeggiare né per noi né per nessuno:   il bilancio alla fine del conflitto era disastroso per tutti, vincitori e vinti, e se alcuni sconfitti portarono lungamente e dolorosamente rancore ai loro avversari, i vincitori come i vinti si ritrovarono con un sacco di macerie in giro e una intera generazione massacrata e infortunata. Se gli sconfitti ambivano alla rivincita, i vincitori ambivano a non ritrovarsi mai più in una situazione così disastrosa - e questo spiega perché gli stati che avevano governi democratici e dovevano quindi render conto ai loro elettori cercarono in tutti i modi di scansare la seconda guerra mondiale e provarono in tutti i modi a placare Hitler con offerte di territori e concessioni di tutti i tipi. Unica eccezione: gli Stati Uniti, che in verità ci si erano ritrovati tirati per i capelli e che ritardarono il più possibile l'ingresso nel conflitto - anche se poi furono quelli che ne decisero l'esito, visto che la situazione entrò in stallo quasi subito e senza l'intervento americano sarebbero ancora lì a spararsi da una trincea all'altra.
Ciò nonostante, era pur sempre una vittoria e come tale in Italia venne festeggiata - anzi un paio di anni dopo qualcuno ebbe anche l'idea di innalzare un monumento al Milite Ignoto, ovvero i milioni di poveretti morti smembrati e mai identificati. Il risultato fu un monumento cui tuttora vengono tributati omaggi dalle nostre massime autorità in occasione di vari anniversari di guerra:
Per molto tempo il 4 Novembre fu festa nazionale, e insieme al 1 e al 2 Novembre (Ognissanti e Giorno dei Morti) costituì un simpatico ponte che allietò diverse generazioni di scolari all'inizio dell'autunno. Poi verso la fine degli anni 70 decisero di abolire un po' di feste e rimase solo il 1 Novembre.

Ad ogni modo nel 1966 il 4 Novembre era ancora festa, e molti fiorentini dormivano beatamente nei loro comodi letti, in attesa di godersi il piacevole riscaldamento che dopo tanto umido che aveva infestato il piovosissimo Ottobre di quell'anno, sarebbe finalmente scattato, e tutti i depositi di case, appartamenti e condomini erano ben ricolmi di combustibili  fossili assai solidi (nafta, soprattutto) essendo il ben più ecologico metano ancora di là da venire.
Per quelli che abitavano ai piani bassi o addirittura negli interrati del centro storico di Firenze fu un amarissimo risveglio, e per i direttori della Biblioteca Nazionale e dell'Archivio di Stato fu semplicemente un incubo: all'alba l'Arno traboccò, le fogne scoppiarono, i depositi di combustibile scoppiarono... e molti fiorentini* si ritrovarono letteralmente nella merda, come ricorda la celebre canzone di Marasco:
Io vivevo ai piedi delle colline di Fiesole e per quanto ricordo tutti i parenti e soprattutto gli amici di famiglia stavano in zone ben lontane dal centro; l'alluvione non ci danneggiò (a parte il trascurabile dettaglio di passare qualche giorno senza acqua corrente) ma naturalmente era impossibile non sentirne parlare intorno a me. La leggenda di famiglia vuole comunque che mio padre sia stato uno degli ultimi a varcare il ponte - credo - di Santa Trinita: infilandosi nelle lenzuola matrimoniali dopo una lunghissima serata di piacevoli conversari con amici (= quattro del mattino) svegliò mia madre per dirle "ci soo le fogne che stanno traboccando, in centro".
"Assurdo" rispose mia madre prima di riaddormentarsi "Avete semplicemente bevuto troppo: se le fogne fossero traboccate adesso ci sarebbe mezza Firenze sotto'acqua".
In effetti aveva ragione; il problema era che mio padre non aveva affatto bevuto in modo pregiudizievole per la sua lucidità mentale, e le fogne stavano effettivamente traboccando.
E infatti quando mia madre si alzò qualche ora dopo e andò in cucina per avviare il pranzo, accendendo la radio si sentì esortare a "mantenere la calma" dall'annunciatore del notiziario - che, per quanto calmo uno possa essere, non è mai un gran segnale.

*naturalmente non fu un problema solo di Firenze: l'Arno traboccò in molti altri comuni che ebbero risvegli parimenti drammatici. Firenze però era più famosa e fece più scalpore - senza contare che io abitavo lì, e degli altri comuni non mi interessai né tanto né poco.

sabato 3 novembre 2018

La mia prima visita fiscale



Ore 12.30 di Sabato. Me ne stavo al computer di sala combattendo con un post particolarmente complicato del blog, di quelli da scrivere con dieci finestre aperte contemporaneamente e un sacco di riferimenti normativi (sì, insomma, quello dedicato al fantasma del Portfolio), regolare flebo nutritiva attaccata all'apposito trespolo, e smoccolavo alla grande in modo tutt'altro che distinto per una compassata dama hejan dietro al suo paravento, quando in contemporanea suonano il telefono in camera da letto e il campanello di casa.
"Ellamiseria" smoccolo vieppiù "nemmeno fossi il ministro dell'interno".
Del telefono decido di fregarmene: se proprio mi vogliono chiamino al cellulare.
Quanto al campanello, non aspettavo nessuno, e quaggiù alle 12.30 suonano esclusivamente due categorie di persone:
- giovani volontari che raccolgono alimenti per le missioni africane
- improbabili venditori di improbabili convenientissimi contratti di telefono, luce e gas.
Ai piazzisti di improbabili contratti di solito non rispondo nemmeno. Alle collette alimentari invece partecipo sempre volentieri, ma in questo periodo le collette alimentari sono gli altri che le fanno per me, nel senso che dipendo da loro anche per un etto di burro, e quindi in casa di scorte ne ho ben poche e nemmeno posso andare a fare la spesa mirata per la missione africana come faccio di solito; e comunque i raccoglitori-missionari di solito avvisano con qualche giorno di anticipo.
"Chi è?" ruggisco.
Nessuna risposta. Nuova scampanellata. Nuovo ruggito da parte mia.

Alla terza scampanellata mi rassegno alla ria sorte, mi alzo e vado ad aprire, trascinandomi dietro il trespolo della flebo.
Davanti alla porta, un uomo con una valigetta.
"Chi è? Che cosa vuole'" gli chiedo in malissimo modo.
"...sono il medico dell'INPS"
Lo guardo malissimo "Di Sabato?!?"
"ehm... anche di Domenica, all'occorrenza"
"Alle 12.30?!?"
"...la vostra fascia di reperibilità arriva fino alle 13.00...".
Lentamente realizzo cosa sta succedendo, mi faccio da parte, io e il mio trespolo, per far passare il poveretto e lo accompagno nel corridoio scusandomi molto per come l'ho accolto.
Poi, per meglio mettere le cose in chiaro, mi rispalmo sulla sedia del computer e mi faccio portare la minestrina che avevo appena cotto. Lui si mostra molto collaborativo e me la porta.

Finiamo in un profluvio di scuse reciproche (lui veramente non avrebbe nulla di cui scusarsi, ma la mia apparizione con la flebo al seguito lo ha fatto sentire molto in colpa); gli racconto un po' della mia storia clinica, gli spiego la situazione eccetera. Lui invece mi spiega che quel tipo di chiamate le gestisce il computer e la sua non è una visita richiesta dai datori di lavoro, ovvero dalla scuola.
Mi prende un po' di documenti, mi fa firmare un po' di carte, conferma che sono davvero malata e ci lasciamo in termini assolutamente civili. Del resto, non me la sento nemmeno di dare la colpa al computer: dopo un mese e mezzo di assenza dal lavoro lo Stato ha ben diritto di controllare, e di sicuro al presente non ho nulla da nascondere: basta guardare come cammino per rendersi conto che la mia non è una abile simulazione.

E così posso dire di avere anche provato l'emozione di una visita fiscale.
Che dire, sono esperienze anche queste. Magari non del tutto indispensabili per una vita piena e ricca, ma sono comunque esperienze anche queste.

venerdì 2 novembre 2018

Poldark - Winston Graham

A partire dal 1945 e fino al 2002, a scadenze assai irregolari, il romanziere inglese Winston Graham pubblicò una serie di quattordici romanzi storici che raccontavano la storia dell'immaginaria famiglia della piccola aristocrazia di Cornovaglia dei Poldark e che riscossero un notevole successo.
A nessuno in Italia venne mai in mente di degnarsi di tradurne financo mezzo; del resto erano gli anni in cui il romanzo era ufficialmente dato per morto, e leggendo narrativa la premessa indispensabile era spallarsi alquanto sciroppandosi interminabili storie di intellettuali in crisi esistenziale - anche se, viene da pensare, Agatha Cristie e Angelica venivano pubblicati con gran successo e letti assai volentieri.
La mancata traduzione della saga di Poldark si fece sentire con una certa acutezza a partire dal 1978, quando anche da noi venne trasmessa la serie televisiva della BBC tratta appunto da questi romanzi, e che riscosse anche in Italia un grande successo, vuoi per il fascino delle vicende e dei protagonisti, vuoi per l'eccellenza dell'ambientazione storica, vuoi per la bravura - e il fascino personale - di molti degli attori, in particolare del protagonista Ross
interpretato da Robin Ellis e qui ritratto insieme a Demelza, interpretata da Angharad Rees.
Nonostante il successo riscosso dalla serie comunque a nessuno venne in mente di tradurre un cavolo di niente. 
Passarono gli anni e i decenni, finché alla BBC venne in mente di riprovarci e fare una nuova serie, stavolta con Aidan Turner come protagonista - sì, proprio il Kili de Lo Hobbit di Peter Jackson, il nano a suo tempo assaissimo criticato perché non era abbastanza brutto, goffo, peloso e idiota da un sacco di gente convinta di sapere come erano esattamente i nani di Tolkien.
E anche questa serie sta riscuotendo un gran successo e non c'è dubbio che Turner renda molto bene il personaggio di Ross:


di cui ci viene raccontato più volte quanto sia giovane e bello, oltre che dotato di tante altre eccellenti qualità.

A questo punto qualcuno (Sonzogno) si è finalmente dato una svegliata e ha deciso di tradurre la saga in italiano, della serie "mai dire mai"; e nel giro di tre anni ci hanno scodellato i primi cinque titoli, ovvero:
- Ross Poldark
- Demelza
- Jeremy Poldark
- Warleggan
- La luna nera

Dopo un primo assaggio in biblioteca mi precipitai l'anno scorso a comprare i primi tre romanzi, i soli che al momento erano usciti. Li spolverai in pochi giorni senza lasciare nemmeno gli ossicini: la storia, anche per chi se la ricorda a grandi linee, è avvincente e ricca di colpi di scena, i personaggi dotati tutti di un loro fascino e ben ritratti, il protagonista è eccezionalmente amabile, la parte storica va giù che è un incanto, la scrittura di Graham è scorrevole ma non banale. Se non si è capito, consiglio questi romanzi a chiunque ami i romanzi storici, le storie d'amore e d'avventura, i romanzi inglesi, i romanzi che non fanno venire il latte alle ginocchia, i romanzi... sì, i romanzi in generale. In autunno poi, direi che sono il massimo e ci si può più facilmente immergere nella storia - perché, lo ricordo, siamo in Cornovaglia dove piove sempre parecchio.
Qualche riga di trama: si parte dal 1788, quando il giovane aristocratico Ross Poldark torna a casa dopo aver partecipato alla guerra di indipendenza degli USA (che per gli inglesi fu una sconfitta). Il ragazzo sa di non venire da una famiglia ricca ed è consapevole che il padre non è stato un amministratore dei più accorti, ma si ritrova in una catapecchia con due servi ubriachi come unica compagnia, per tacere della quasi-fidanzata che nel frattempo si è promessa al cugino.
Ross si mette al lavoro con determinazione e impegno e riesce a rimettere in sesto la proprietà e perfino a far partire una nuova miniera di rame: perché siamo all'alba della rivoluzione industriale, quella che cominciò con le miniere e soprattutto con le macchine per drenarle, e tra i protagonisti la serie di romanzi conta anche numerosi filoni di metallo, soprattutto rame e stagno.
Tra i protagonisti in verità, insieme a molte e molte(dico molte e intendo molte) botti di gin e di whisky,  c'è anche lo spettro della rivoluzione francese, sempre più inquietante con l'andare degli anni, e le condizioni di vita dei minatori. Ross tende a mescolarsi con le classi inferiori e nutre una certa antipatia per l'aristocrazia di cui fa parte - e che, a ben guardare, tende alquanto a rifilargli notevoli fregature; finisce così per essere un po' fuori posto e un po' a casa sua in entrambi i gruppi sociali, restando antipatico ad alcuni (ma non al lettore!) e irritando a volte gli uni e gli altri, altre volte facendosi apprezzare da tutti, dando talvolta libera espressione ai suoi pensieri e alle sue opinioni con una sprezzatura decisamente aristocratica ma non sempre colma di tatto.
Anche la moglie, Demelza - figlia di poveri che più poveri è difficile immaginare, con padre ubriacone e violento e via dicendo - è una specie di figura simmetrica in questo senso: al contrario del marito sembra capace di andare d'accordo con tutti, ma è anche capace con grande abilità di fare la povera tra i poveri e l'aristocratica fra gli aristocratici. Ma la storia d'amore tra i due è qualcosa che è meglio il lettore si scopra per conto suo, senza rovinarla con anticipazioni - così come tutta la trama, variegata ma ben costruita.

Con questo post partecipo di nuovo, finalmente, dopo lunga e assai involontaria assenza, al Venerdì del Libro di Homemademamma. Ben ritrovati a tutti i lettori!

martedì 30 ottobre 2018

Ingoiare il rospo con dignità


Per questo post invoco, non dico comprensione per il patetico gnégnégné che sto per scodellare, ma almeno un cortese silenzio dall'apparenza solidale; perché dove mai una povera insegnante perseguitata dalla ria sorte può effondere il lamento del suo cuore esulcerato se non sul suo blog rigorosamente anonimo?

In Giugno si vociferava che l'assegnazione delle cattedre di Lettere avrebbe seguito criteri diversi dal consueto, il che complicava non poco la questione dell'adozione dei libri, particolarmente per me che al rifiuto consueto dell'Antologia volevo quest'anno unire l'adozione di un delizioso corso di scrittura creativa che mi aveva portato a elaborare un tipo di programmazione piuttosto diversa, anche in funzione della Nuova Prova di Italiano per l'esame.
Così alla fine decisi di prendere il toro, cioè la DS, per le corna e farmi dire con le buone o le cattive le classi che voleva assegnarmi, quali che fossero.

Scoprii così con vivo orrore non disgiunto da acuto raccapriccio che la causa e l'origine di tutto quel casino ero io: assai incerta e dubbiosa sul mio futuro stato di salute, costei aveva infatti deciso di ridurre i danni potenziali togliendomi italiano e lasciandomi un orario spezzato su Storia e Geografia, in modo che una mia eventuale sparizione dalla scuola arrecasse il minor danno possibile agli alunni: "So che mi odierà tantissimo" aveva aggiunto tutta smancerosa* "ma in assenza di una diagnosi preferisco così".
Con assoluta ipocrisia l'ho assicurata che non la odiavo affatto (ma certo che la odiavo, visto che si frapponeva tra me e e la mia nuova e grandiosa Didattica Sperimentale di Lingua Italiana, mancherebbe solo che non la odiassi con tutte le mie forze) e in assoluta sincerità ho assicurato che Storia e Geografia erano materie che amavo moltissimo e che facevo sempre con piacere. Ho anche provato debolmente a difendere la mia diagnosi, che stava per arrivare, sì, era ormai alle porte - ma quasi subito mi sono chetata perché uno dei miei principi cardine in materia di scuola è la legge affida ai DS l'incarico di assegnare le classi, quindi protestare oltre che ingiusto è una perdita di tempo. D'altro canto soffrivo davvero per l'evidente sfiducia che quella donna nutriva nelle mie capacità di ripresa e la mia conseguente impossibilità di sperimentare la mia nuova didattica innovativa di Italiano. Alla fine ho sfoderato un bel sorriso, ho salutato e me ne sono andata a cercare conforto in Sala Insegnanti:
"Mi hanno Cleptomizzato" ho raccontato assai depressa: la leggendaria Cleptomane infatti si era vista assegnare ogni anno una prima diversa dal Ds, nel (vano) tentativo di contenere i danni, poi un collage di storie e geografie nel (vano) tentativo di ridurre i danni spalmandoli nelle varie classi e infine una serie di laboratori pomeridiani, talvolta in compresenza. 
Dunque proprio ioda sempre mirabile esempio di dedizione al lavoro, ero ritenuta così deleteria per le classi da dover essere spalmata per ridurre i danni?
Le colleghe mi hanno racconfortato spiegando che il mio caso era diverso; ma io sono pur sempre una insegnante, e perciò portata a pensare in cuor mio che qualsiasi malestro, dall'effetto serra alla crisi di liquidità finanziaria, sia in qualche modo da ricondurre ai miei demeriti professionali** e in effetti, ora che ci pensavo, la DS nuova non aveva mai dimostrato un particolare entusiasmo nei miei confronti...
Le colleghe mi hanno racconfortato ma anche fatto capire con bel garbo che il punto di vista della DS, cui spettava di rappresentare gli interessi di tutti gli alunni dell'Istituto, non era poi del tutto irragionevole e che in effetti la mia diagnosi era ancora piuttosto incerta.
Su quest'ultimo punto non concordavo, ma non ho osato ribattere: sempre in cuor mio, sapevo di essere capace di meravigliose riprese fisiche se mi davano una base di partenza dove appoggiarmi; ma per l'appunto la base di partenza sul momento sembrava latitare, e in fondo al mio cuore ne ero amaramente consapevole.
Insomma, mi sono ben guardata dal riprendere l'argomento in pubblico, mi sono messa il cuore in pace (pur se con un certo sforzo di simulazione) e ho particolarmente curato la scelta dei libri di Storia e Geografia oltre che orientato letture e aggiornamenti estivi in direzione storico-geografica, acquistando tra l'altro un poderoso tomo su Costantino e la Storia dei Franchi di Gregorio di Tours con traduzione rivista e corretta, cara assaettata e che mai avrei pensato di potermi permettere se non passava in edizione economica***.

Che dire del resto? A metà Agosto, mio malgrado, ho dovuto ammettere a malincuore che la diagnosi proprio non c'era, la cura non funzionava ed era ora di brucare altri pascoli, e ho infine strappato al medico generico una richiesta di ricovero al Centro di Eccellenza specializzato in malanni come il mio. Lì, in verità, hanno fatto un buon lavoro. Purtroppo la mia disgraziata sorte mi ha indirizzato poi alla Casa di Cura di Lungacque, con i risultati noti; e ancor più purtroppo e con ancor più grandissimo malincuore ho constatato che la DS aveva avuto ragione su tutta la linea e si era anzi comportata con estrema prudenza e saggezza.
Un po' di vasellina, e anche i rospi vanno giù.

*caratteristica saliente dell'attuale DS è infatti di essere tutta smancerosa qualsiasi cosa dica, sia che porga le  congratulazioni per un matrimonio o per una nascita sia che faccia una qualche comunicazione sui morti di Reggio Emilia. Come tutte le persone smancerose tende a fregarti, naturalmente - anche se nel mio caso stava solo facendo onestamente il suo lavoro senza cercare di fregare nessuno ma anzi desiderosa di evitare una fregatura ai miei futuri allievi.

**che esistono, naturalmente, e sono anche molto consistenti - ma che forse non hanno portata ed effetti così globali.

***Cosa che non ha fatto mai e poi mai nonostante la mia trentennale e paziente attesa.

lunedì 29 ottobre 2018

"Mah, io non so ancora quale sarà la mia opinione su questo posto di merda"

Ed ecco la Casa di Cura: un luogo colmo di inquietanti spettri carichi di oscure maledizioni - tutte indirizzate a me, si capisce.

Così mormorò sconsolata la mia amica del cuore dopo aver visionato tende e copriletti della camera che ci era stata destinata per il soggiorno di studio in Inghilterra, decorati nel più orrendo stile anni 70. L'accoglienza della padrona di casa si poteva definire al massimo tiepida, il viaggio era stato lungo e stancante, la notte prima avevamo dormito ben poco e insomma un attimo di sconforto ci poteva stare. Comunque, dopo il suo commento (ed era una ragazza assai moderata nel linguaggio, che non inflazionava certe parole con un uso eccessivo) attaccammo a ridere senza riuscire a smettere per una buona mezz'ora, e per tutto il tempo del nostro soggiorno ci divertimmo parecchio, posto di merda o meno, in barba ai copriletto e alle tende di dubbio gusto.

Non così è stato alla Casa di Cura dove avrei dovuto completare la mia degenza in Settembre prima di tornare a scuola dopo la seconda operazione (molto più soft della prima) fatta nel Centro di Eccellenza specializzato in malanni del mio tipo: giusto una decina di giorni per fare un po' di fisioterapia assistita (c'era anche una palestra, di cui non sono riuscita a vedere nemmeno la porta), poi qualche giorno a casa per terminare il rodaggio.
Tutto andò male sin dall'inizio, e nonostante fossi stata contenta di finire lì perché ero vicinissima a casa (e alle mie amatissime gatte, che ormai non mi vedevano da quasi un mese) fin dall'inizio oscuri presentimenti turbarono il mio cuore.
Per primo arrivò il Batterio, un batterio molto cattivo unito a un Cocco - e d'altra parte in questo momento le mie difese immunitarie sono ridotte talmente al lumicino che qualsiasi cosa vagamente viral-infettiva può serenamente accamparsi su di me senza incontrare resistenza alcuna. 
Per colpa del batterio mi misero in isolamento e mi tennero inchiodata a letto per settimane, altro che fisioterapia - somministrandomi una quantità invereconda di antibiotici che sono riusciti a  giungere dove nessuno era mai giunto sinora, ovvero a scassarmi lo stomaco che ha finito per dare vistosi sintomi di ulcera. In compenso hanno ignorato una serie di indicazioni che venivano dal Polo di Eccellenza fiorentino, mi hanno dato certe medicine a giorni alterni senza spiegarmi che dovevo continuare a prenderle anche dopo, altre si sono dimenticati di darmele... per poi sbattermi fuori da un giorno all'altro perché era finito il tempo assegnato senza nemmeno controllare che il perfido Batterio fosse stato effettivamente eliminato (cosa che potrò scoprire solo tra qualche settimana, mediante apposito esame richiesto dalla dottoressa della mutua, visto che nessun altro aveva pensato a richiederlo).
Il pezzo forte però è stata l'assistenza domiciliare, ovvero il servizio che mi doveva venire a montare le flebo ogni mattina. "E' tutto pronto, stasera le telefonerà l'infermiera" mi hanno assicurato alla Casa di Cura; da notare che di questa assistenza domiciliare si parlava da più di un mese come una cosa già stabilita.
In effetti l'infermiera mi ha telefonato, ma è risultato che era l'unica al corrente di questa storia: tutto il resto dell'organizzazione, a partire dall'autorizzazione del responsabile del distretto fino alla preparazione del materiale, latitava completamente ed ha dovuto essere organizzato sul momento in quattro e quattr'otto, tra una infinità di gente che cascava dalle nuvole.
Conclusione: la prima flebo nutriente è arrivata solo dopo tre giorni nonostante tutti si siano dati un discreto daffare.
Insomma, come ho sintetizzato un giorno ad appositi chirurghi che non potevano togliermi uno degli aghi impiantati sottopelle perché la trombosi era ancora in atto (cosa comprensibile, visto che era stata curata a giorni alterni nel senso di circa un giorno su tre) "alla Casa di Cura hanno fatto il cazzo che gli pareva" - e nessuno mi ha contraddetto.
Adesso sono a casa, con le mie amate gatte e, a parte una splendida rospata che ho battuto una mattina cadendo e ammaccandomi non poco tutto il fianco destro, al momento le cose procedono abbastanza bene: sto riprendendo un po' di muscolatura, assimilo più calorie del necessario da apposite flebo ipernutrienti e si spera che la trombosi, una volta curata con una certa continuità, si decida a guarire e mi permetta di tenere un solo ago sottopelle di tre che ho, togliendomi così quel simpatico aspetto da albero di Natale che, nonostante il mio fortissimo amore per le feste natalizie, al momento non mi entusiasma più di tanto.
Nel frattempo continuo a leggere e, qualche volta, quando il tempo è particolarmente bello, esco nei giardinetti del condominio con l'albero della flebo al seguito a prendere qualche raggio di sole e guardare un po' di prato e di alberi (non in questi giorni, naturalmente, perché diluvia - ma insomma è il pensiero che conta).
Quanto alla Casa di Cura di Lungacque (sulla quale ho una opinione assai precisa) conto di non rimetterci mai più nemmeno la punta di un piede.

domenica 28 ottobre 2018

Imprevedibili e impreviste difficoltà di una povera blogger di salute precaria e per giunta in balia del crudele Google


Una decina di anni fa, quando avviai questo blog, volevo parlare soprattutto di scuola dal punto di vista con cui la vedevo io: un mondo strano, un po' alieno, per certi versi immutabile e per altri in continuo cambiamento, soprattutto grazie alla parte più importante che la compone: gli alunni. Nelle intenzioni, l'autrice avrebbe dovuto restare trasparente, ben nascosta appunto dietro al paravento.
Mi resi conto quasi subito però che se mi concentravo sulla scuola come la vedevo io, tanto trasparente non potevo esserlo; così il blog si impinguò con svariate sezioni dedicate alle esperienze che avevano fatto di me l'insegnante che ero, nel bene e nel male: gli insegnanti che a mia volta avevo avuto e avevano contribuito a formarmi, i libri che avevo letto, la musica che ascoltavo eccetera. Nelle intenzioni però la mia vita quotidiana doveva restarne il più possibile fuori. 
Ci furono quindi una serie di avvenimenti di cui non parlai: la morte di mia madre e quella di Artemis, l'acquisto della casa (con relativo trasloco), l'arrivo di Astrifiammante e altri, che mi sembravano legati soprattutto alla mia sfera più strettamente personale. Raccontai invece (tempo dopo, quando ormai avevo digerito il tutto) della mia disastrata ammissione in ruolo - ma dopotutto era un avvenimento legato alla scuola e aveva senz'altro influito sulle mie insegnantesche vicende.
E' una scelta, come se ne fanno tante: altri e altre stimabilissimi/e blogger si regolano diversamente e non ci trovo nulla da ridire, anzi ammetto di immergermi nelle loro vicende più private con grande interesse e piacere.

Arrivata però alle vicende collegate all'operazione di due anni fa e alle sue imprevedibili conseguenze qualcosa mi toccò comunque raccontare per forza di cose, se non altro per spiegare le mie ripetute e lunghe sparizioni dalla rete.
L'operazione andò bene e per un certo periodo migliorai felicemente. Verso Novembre però risultò chiaro che qualcosa non andava.
Sorvolando sui dettagli, che a questo punto annoiano a morte anche me e figuriamoci gli incauti lettori che mi onorano della loro attenzione, diciamo che dopo un lungo ricovero primaverile cui è seguito un periodo di moderata crisi e un ulteriore lungo periodo di degenza estiva e poi autunnale (tuttora in corso, ahimé) e dopo lunghi tentativi di capirci qualcosa e una collezione di diagnosi col punto interrogativo, è risultato che avevo un problema di assorbimento del cibo: mangiavo ma non assimilavo, e di conseguenza una serie di valori legati soprattutto alle proteine e ad alcuni minerali che i medici chiamano elettroliti continuavano a precipitare a livelli patetici non appena smettevano di iniettarmeli direttamente nel sangue via flebo. Nel frattempo comunque continuavo a dimagrire, fino a ridurmi a un miserabile mucchietto di ossa e a perdere quasi completamente la massa muscolare e la bella forza fisica su cui ero abituata da una vita a fare conto.
Attualmente sono a casa, non ho ancora avviato l'anno scolastico (con mia infinita rabbia e risentimento, cui alla fine si è sostituito una sorta di rassegnato fatalismo) e sembra che a scuola prima di Dicembre non mi rivedranno. In compenso ogni giorno vengono a domicilio uno o due infermieri che mi avviano una interminabile flebo ad alto potere nutritivo, seguo un regime alimentare che i nutrizionisti cambiano ogni due per tre e che non comprende, ahimé, né carne cruda né pesce crudo (ma per quest'ultimo prevedo qualche insubordinazione da parte mia già nelle prossime settimane) e dire che passo una vita casalinga non rende nemmeno lontanamente l'idea. Inoltre, avendo delle difese immunitarie praticamente inesistenti, i più strani malanni accessori hanno bussato alla porta - gli ultimi sono stati un cocco e un batterio particolarmente perfidi e una doppia trombosi alle braccia dove avevano innestato un attacco per le flebo, e proprio il batterio è responsabile del mio mancato ritorno a scuola - o così mi piace credere, magari non sarei riuscita lo stesso a tornare per metà Settembre, chissà.
Ad ogni modo ho passato una estate inesistente e molto ospedaliera, tra consulti di vario tipo, esami assai variegati e soprattutto una connessione wi-fi che a volte c'era e a volte no (di solito no, come si può facilmente intuire dalle pause forzate cui il povero blog è stato costretto).
Ho quindi deciso di dedicare qualche post alle mie complesse vicende mediche - che a questo punto stanno vivamente pesando non solo sull'andamento del blog, ma anche sulla mia vita insegnantesca, e alla metamorfosi interiore che due anni sotto controllo medico hanno inevitabilmente prodotto, non fosse che perché queste lunghe, interminabili pause senza lavorare mi hanno lasciato una quantità di tempo libero per la lettura che perfino io, lettrice assai affamata e molto amante della vita sedentaria, ho finito per trovare eccessivo. Volendo cercare un lato positivo in tutta la vicenda posso dire però che questo anno sabbatico forzato mi ha permesso di dedicarmi ad aggiornamenti storici e soprattutto geografici piuttosto consistenti e adesso sono senz'altro una insegnante molto più aggiornata sul piano economico internazionale e sulla realtà di paesi che conoscevo solo per sentito dire. Di tutto ciò i miei futuri alunni si avvantaggeranno, soprattutto se mai per avventura riuscirò a entrare nuovamente in una classe.
Nel frattempo ho ricevuto grandi complimenti per la mirabile forza d'animo e la pazienza con cui ho affrontato le mie intricate vicende mediche; non  negherò che mi abbiano fatto piacere, e tuttavia rimpiango molto gli anni in cui quando facevo molte assenze arrivavo a ben sette giorni - per tacere di quelli in cui assenze non ne facevo proprio; e ancor più rimpiango i bei tempi andati in cui un quarto d'ora in moto bastava per permettermi di risolvere qualsiasi problema di scartoffie, mentre adesso mi chiedo se mai più riuscirò a togliere e rimettere il cavalletto al mio glorioso scooter 150 con felice nonchalance e rispondendo con indifferenza "Ma no, basta abituarsi a fare i movimenti giusti" a chi mi chiedeva "Ma non è un po' pesante?" (in realtà non mi sono affatto abituata a fare i movimenti giusti, li facevo e basta, e non mi sembrava certo di compiere chissà quale impresa).

In mezzo a tutto ciò Google, il perfidissimo Google, ha deciso di dare il suo contributo: e così, tornando a casa dopo due mesi di assenza il computer si è rifiutato di riconoscermi come legittima tenutaria del presente blog perché non è il mezzo abituale con cui accedo. E grazie al cazzo, ci capisce che negli ultimi mesi non è stato il mezzo abituale, quando  e se avevo la connessione all'ospedale mi arrangiavo col tablet. 
Non solo, ma a sua volta il tablet è andato in sciopero non appena sono tornata a casa rifiutandosi di riconoscere la wi-fi domestica e come se non bastasse, per   diversi giorni accendere il fisso è stato impossibile per colpa di un problema di spine. 
Per mia buona sorte però non mi ero ancora disfatta del vecchio computer, quello dove ho scritto i primi nove anni di post del mio amato blog. Nemmeno il perfido Google ha potuto esimersi dall'ammettere che il suddetto vecchio computer era in realtà un mezzo frequentemente usato per accedere al blog. D'accordo, il browser è vecchiotto, ma insomma funziona quanto basta, e nelle prossime settimane spero di riuscire a capire cosa accidente pretende Google da me per consentirmi di usare il computer nuovo.
Chissà, magari ci riesco...

domenica 2 settembre 2018

Considerazioni in libertà sui "personaggi femminili" del Signore degli Anelli

Dama Galadriel a Calas Galadhon

Siamo sinceri: non c'è dubbio che i personaggi femminili di Tolkien siano interessanti, ricchi di personalità, originali e quant'altre note positive possano venirci in mente. Detto questo, se ci fanno su delle singole conferenze o delle singole trasmissioni di scarsa durata, non c'è dubbio che tra le loro più salienti caratteristiche si possa includere a pieno titolo quello di essere pochi: rari e scarsi ircocervi seminati con molta parsimonia nei due romanzi, e abbastanza sporadici anche in Silmarillion e Racconti incompiuti.

Partiamo dallo Hobbit, che si fa davvero in fretta: in tutto il romanzo troviamo citata ben due volte di sfuggita la madre di Bilbo, Belladonna Took, già defunta, e una volta verso la fine del libro Dis, la madre di Fili e Kili nonché sorella di Thorin. 
In effetti Dis è l'unica nana di cui sappiamo qualcosa, ovvero il nome e qualche parentela. Chi desiderasse sapere qualcosa di più sui suoi gusti e inclinazioni, la sua vita e il suo aspetto è costretto a rivolgersi alle fanfiction. Lo stesso vale per chi desidera conoscere qualche altra nana: Tolkien ci ha fornito un discreto campionario di nani, ma con un nano femmina non sembra aver mai sentito il desiderio di confrontarsi. In compenso la questione dell'identità femminile nanica è stata esaminata in modo brillante da Pratchett, che ci ha regalato il personaggio di Felice Culetto* - che probabilmente avrebbe lasciato Tolkien quantomeno un po' perplesso, in quanto ai suoi tempi di certe tematiche non si parlava, soprattutto nei romanzi eroici.  

Il ramo delle Entesse si presenta piuttosto curato, considerando l'esiguità del numero di pagine dedicate agli Ent, e sotto questo aspetto le quote rosa-verdi  vengono rispettate:  le entesse vengono presentate in modo indiretto, ma con ottimi motivi per non farle parlare in prima persona.

Orchi, orchetti e troll probabilmente si riproducono col classico sistema dell'accoppiamento, ma per quel che ne sappiamo potrebbero anche nascere sotto i cavoli (meno probabilmente dai cespugli di rose, dei quali peraltro non c'è grande abbondanza né a Mordor né a Isengard). In ogni caso siamo tutti molto grati a Tolkien di non averci fornito adeguata quota rosa di orchette perché quella celeste di orchetti maschi ci straavanza, grazie.

Il fronte delle hobbit è paurosamente sguarnito: a parte la buonanima Belladonna contiamo quattro personagge: Angelica, graziosa e un po' vanitosa, Mrs. Maggot che non mi sembra dica una sola parola (ma è brava ai fornelli), Lobelia Sackville-Baggins, che a sorpresa, dopo essere stata introdotta in modo piuttosto convenzionale si rivela una personalità abbastanza complessa e conoscerà perfino un riscatto finale, e, last but not least, Rosie Cotton, fidanzata, sposa e madre esemplare che sembra (e probabilmente è) presa pari pari da un romanzo di Trollope. Negli ultimi due capitoli, che sono anche gli unici dove compare, ha una parte piuttosto importante e addirittura le viene riservata la scena finale. Abbiamo anche una fugacissima menzione della madre di Frodo, Primula Brandibuck, che comunque all'epoca in cui inizia il romanzo è morta e sepolta da un pezzo.  

C'è poi Shelob, la Ragnaccia, che mostra che Tolkien era perfettamente in grado di creare anche personaggi femminili negativi - molto, molto negativi. Anche lei viene fortemente identificata nei ruoli prettamente femminili di sposa (gulp!) e madre (ri-gulp!) ma... insomma, anche lei ha poche pagine ma non risulta che nessuno se ne sia mai lamentata.

E veniamo infine agli Elfi, dove troviamo uno dei protagonisti principali, ovvero Lady Galadriel, donna di potere, Signora dell'Anello d'acqua, grande sovrana - potentissima e davvero ragguardevole, senz'altro, ma anche autentico ircocervo di cui l'autore non cessa di ricordarci quanto e come fosse la più notevole e potente tra le regine degli elfi - fermo restando che non solo non abbiamo in tutto il romanzo alcuna altra regina con cui fare un confronto, ma che in 1200 pagine circa non abbiamo alcuna elfa femmina a disposizione per confrontare alcunché salvo Arwen, che a volerla dire tutta è in realtà una mezzelfa, parla pochissimo, agisce ancora meno e neppure il lettore più perspicace è in grado di capire cosa le passa per la testa. 
Insomma, nel caso degli elfi la questione delle quote rosa è risolta in modo tutt'altro che soddisfacente.

Baccadoro invece... bene, Baccadoro è senz'altro una eccezione in questo panorama: nessuno ci spiega cos'è e chi è, ma lo stesso si può dire del suo compagno Tom Bombadil; l'unica cosa che risulta più che chiara è che entrambi sono estremamente potenti, almeno all'interno dei confini che si sono scelti, ed è anche possibile che lei sia più potente di lui; di sicuro comunque non fa parte di alcuna delle razze note della Terra di Mezzo. 

Ma veniamo alla razza che più popola le pagine del Signore degli Anelli, quella destinata a dominare la Terra di Mezzo a partire dalla Quarta Era, quando tutti gli Elfi l'avranno abbandonata: qui di personaggi femminili ne troviamo... (rullo di tamburi) ben DUE, con abbondanza davvero faraonica. La prima è l'adolescente destinata a maturare in donna, la vergine guerriera, la fanciulla presa dal solito romanzo di Trollope ma di cui ci viene detto apertamente e senza infingimenti cosa realmente pensa e sente dietro l'apparenza impeccabile, la ragazza che stufa di sentir parlare di obblighi e doveri decide improvvisamente di prendere per il collo la sua vita e  darle una svolta né ha alcun motivo di pentirsene - personaggio invero azzeccato sin nelle virgole e su cui tuttavia pare che qualche idiota a suo tempo abbia trovato da ridire.
La seconda invece non è una donna di potere propriamente detta, ma "solo" una abile e rispettata guaritrice, molto amante delle chiacchiere, forse non dotata in quantità sovrabbondante del dono della sintesi (al contrario di tuttissime le altre personagge, che non si lasciano mai sfuggire una parola di troppo che sia una) ma capace di portare un raggio di luce in un momento particolarmente buio: Ioreth, che sarà un tramite indiretto per la consacrazione di Aragorn come re, ricordando che i veri re erano anche guaritori.

Al termine di questo magrissimo elenco (che ignora le molte e non originalissime protagoniste del Silmarillion, che stanno comunque ad indicare che Tolkien scarseggiava di figure femminili solo quando scriveva cose destinate alla stampa) possiamo testimoniare che le figure femminili in Tolkien sono variegate, potenti, ognuna particolare a modo suo, talvolta malvage...  ma non interagiscono MAI tra loro: non abbiamo alcuna immagine che ci riconduca a quell'attività cui così di consueto le donne indulgono quando si trovano in coppia o in gruppo, ovvero fare conversazione. Sappiamo che Galadriel (come Arwen) ha delle damigelle, con cui tesse, ma non assistiamo ad alcuna conversazione tra loro, contrariamente a quel che avviene nei romanzi cortesi. Possiamo immaginare (ma senza nessuna certezza di azzeccarci) che Galadriel e Arwen abbiano parlato di Aragorn, visto che Lady Galadriel si presta volentieri al ruolo di candeliere della nipote. E sì, abbiamo perfino una scena dove Ioreth racconta alla cognata com'era andata la guarigione di Faramir e della parte non secondaria da lei avuta. E tuttavia, perfino lì sentiamo solo e soltanto le chiacchiere di Ioreth: la cognata non risponde una parola.
Che sembra confermare che il professore, pur conoscendo bene e a fondo la psicologia femminile, era del tutto incapace di scrivere una banalissima scena dove due signore parlavano tranquillamente tra loro, fosse pure del tempo o del futuro raccolto di orzo.

*In Piedi d'argilla e forse anche in qualche romanzo successivo del ciclo delle Guardie della Città, che nessun editore italiano si è ancora degnato di tradurre nonostante le suppliche di noi lettori.

venerdì 31 agosto 2018

Storia di Ochikubo

 
Sì, sono d'accordo che la copertina non è proprio il massimo. 
Andate pure a lamentarvi da Marsilio, ma tenete presente che edizione, note, apparato critico ecc.  sembrano invece fatti benissimo.

Nonostante il nome che mi sono scelta in rete la cruda verità è che non sono affatto una gran conoscitrice della letteratura giapponese, e tanto meno dei monogatari, ovvero di quegli antichi romanzi scritti per lo più da nobili e colte dame tra X e XIII secolo - insomma, se mi sono letta il Genji Monogatari che in teoria avrei pure scritto è già tanto. 
Detto questo, non è mai troppo tardi per imparare e quando in biblioteca ho trovato La storia di Ochikubo mi sono detta che magari era arrivato il momento di colmare qualche lacuna.

Si tratta di un monogatari dei più antichi, scritto verso la fine del X secolo da un uomo - sembra che lo si capisca dal tipo di parole scelte, perché da sempre in Giappone maschi e femmine parlano lingue un po' diverse; ma un fiero sospetto si insinua nella lettrice anche quando vede citato lo sterco e financo tirato in causa un attacco di diarrea in piena regola - naturalmente non dei protagonisti, quello sarebbe del tutto inconcepibile per qualsiasi scrittore di romanzi d'amore, maschio o femmina che sia.
La storia di Ochikubo fa parte del fiorente filone dei monogatari con la matrigna, ovvero storie dove una bellissima e bravissima fanciulla è crudelmente trascurata, maltrattata e vessata da una crudele matrigna (il tutto mentre il padre, se è ancora vivo, di lei se ne sbatte alla grande in nome del quieto vivere e della più nera superficialità, com'è il caso di questo romanzo). Se poi aggiungiamo che Ochibuko (il nome che la protagonista ha all'inizio della storia, e che vuol dire all'incirca "Colei che abita in basso") è confinata in una stanza, appunto, molto in basso nel palazzo, che è vestita assai poveramente con abiti logori riciclati dalle sorelle o dalla matrigna, che viene ignobilmente sfruttata perché sa cucire molto, molto bene - una arte che ha imparato da sola, aiutata forse da qualche damigella di casa - e quindi viene messa al lavoro senza riguardi e senza l'ombra di un ringraziamento quando c'è qualche corredo di lusso da preparare per sorelle e generi, il paragone con Cenerentola viene spontaneo.

Edizione inglese, più vecchiotta 

La trama, relativamente semplice, estremamente hejan e squisitamente a lietissimo fine, racconta di una bellissima fanciulla vestita quasi di stracci ma assai sensibile ed elegante  nei pensieri e nello spirito, che suona molto bene uno strumento e ha una bella e raffinata scrittura. I servi di casa la amano teneramente, in particolare una damigella della sorella (che qui svolge col suo fidanzato la parte di Figaro, o forse dovrei dire di Despina) e in qualche modo la notizia dei  suoi molti meriti arriva fino ad un bellissimo, ricchissimo e rampantissimo giovane di nobilissima famiglia che riesce, dopo qualche contrattempo, a introdursi nella di lei camera da letto (all'epoca un modo abbastanza usuale di avviare un corteggiamento, nelle alte classi sociali).
La prima notte comunque non va proprio benissimo, perché la poverella non rivolge una singola parola al suo corteggiatore, non risponde alla lettera che lui le manda come di dovere la mattina seguente e passa tutto il suo tempo a piangere... principalmente per la vergogna di avere una camera così brutta e spoglia e di essere così malvestita.

Naturalmente ci hanno fatto anche dei manga. Questo, il più recente, è del 2014

Quando però la damigella riesce a procurarle un po' di ornamenti per la stanza, delle vesti almeno decorose e una colazione per il corteggiatore (e per lei) le lacrime diminuiscono assai, la timida fanciulla comincia a rispondere ai complimenti del bel principe e la mattina dopo addirittura risponde alla di lui lettera.
Il corteggiamento prosegue con più lieti auspici ma quasi subito la matrigna scopre l'inghippo e trasferisce la sventurata fanciulla... nel magazzino delle provviste, tra sacchi di riso e pesce secco. Tutto ciò naturalmente non fermerà il corteggiatore, che una notte arriva, medita come forzare la serratura della dispensa... e non trovando 
un modo per farlo risolve la questione facendo scardinare ai suoi servi la porta tutta intera.


D'ora in poi Ochikubo vivrà con lui nel suo palazzo come sposa legittima (sua UNICA sposa, aggiungiamo, che era evento piuttosto raro all'epoca) e avvierà con lui un lungo, fertile e felicissimo matrimonio dove le sue doti (prima fra tutte la grande bellezza, ma anche la grandissima proprietà di modi, la profonda cultura e l'estrema raffinatezza) saranno sempre più luminose e giustamente celebrate.


Tutto qui? Non proprio. Perché la bella e raffinata Ochikubo ha un carattere angelico e non porta rancore a nessuno, sì come avviene a quasi tutte le Cenerentole - ma suo marito di rancore ne porta invece parecchio e, tra una tappa e l'altra di una luminosissima carriera, troverà il modo di vendicarsi in modo tanto perfido quanto accorto e approfondito della matrigna e delle sorelle più antipatiche, e solo dopo lunghi preamboli accetterà di ammettere l'ignavo e  codardo padre di lei nelle sue grazie - e personalmente, se ho molto apprezzato la dolce storia d'amore, ammetto di aver gustato altrettanto il racconto delle vendette, anche perché al posto dello sposo avrei certo portato rancore come lui.

Lettura assai piacevole e molto particolare, la Storia di Ochikubo introduce ad una società e una cultura con usi molto diversi dai nostri (e anche da quelli che oggi siamo abituati ad identificare come "giapponesi"); inoltre, tra gli altri effetti, può validamente attenuare le crisi di nostalgia da sushi e sashimi cui una dieta virtuosa può temporaneamente costringere la postatrice (anche perché all'epoca non esistevano né sushi né sashimi, ma già abbondavano i mochi, ovvero i tipici dolcetti di pasta di riso). 

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro buone letture e felice inizio di autunno a chiunque passi per di qua.