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venerdì 14 luglio 2017

Come scegliere un libro di Geografia (post tecnico molto lungo e ad alto contenuto di seghe mentali)

Un aspetto dell'Africa che non tutti sembrano avere presente

Quest'anno ho avuto un sacco di tempo a disposizione per scegliere i nuovi libri: me li sono fatti portare a casa dalle colleghe (che sono quasi stramazzate sotto il peso) e li ho spulciati con gran cura dal mio letto di dolore, facendo per ognuno di loro una scheda accurata che tenesse conto dei vari fattori. Siccome erano tutti libri di Storia e di Geografia ho potuto concentrarmi accuratamente su due diverse tipologie di manuali e ne ho tratto notevole materia per ampie riflessioni,  che passo ora a esporre ma che possono interessare solo a chi ha la ventura di insegnare queste due affascinanti e multiformi materie alla scuola media. Lettore avvisato...

Geografia è una materia che molti insegnanti di Lettere disdegnano e fanno con scarso entusiasmo - ho anche sentiti alcuni affermare (fuori dalla classe) senza mezzi termini di odiarla - il che è un peccato perché la gran parte degli alunni la ama o almeno è disponibile ad amarla. Storia è per molti ma non per tutti, ma Geografia è assai più apprezzata - anche perché è talmente vasta da fornire quasi a tutti un qualche ragionevole appiglio. Ad alcuni (molti) piace la parte fisica, molti apprezzano la parte mnemonica con relative gare di capitali e montagne e fiumi, parecchi si appassionano ai temi dell'inquinamento e del degrado ambientale, tutti apprezzano di poter avviare decorosamente l'interrogazione con l'elenco dei confini, la capitale e un altro paio di notiziole ricavabili facilmente dalla carta geografica, qualcuno si interessa sinceramente all'interazione tra uomo e ambiente, parecchi amano analizzare le foto e le carte geografiche, i grafici riscuotono spesso un buon successo. Qualche anima bella apprezza perfino la parte legata all'economia, e in generale l'analisi dei tre settori suscita sempre un certo interesse, mentre cucina, tradizioni, animali tipici, cascate e vulcani riscuotono quasi sempre un gran successo. Inoltre, almeno con me, uno studio diligente porta quasi inevitabilmente a voti assai alti, o almeno decorosi. Inoltre è una materia pregiata perché studiandola con una certa regolarità si riesce sempre a riciclare un sacco di nozioni apprese in precedenza.
Tutto questo può essere molto aiutato dalla scelta di un buon libro.

Partiamo da una delle mie fissazioni: il libretto delle Regioni - che è una mia fissazione nel senso che lo scanso sempre perché io le regioni d'Italia proprio non le reggo. Quest'anno però ci sono diverse incognite nell'assegnazione delle cattedre di Lettere (per una serie di motivi che non derivano affatto da un perverso desiderio della Dirigenza di complicarci la vita) e dunque c'era la concreta possibilità che il libro che sceglievo andasse a qualcun altro - ovvero a un insegnante convinta che fosse basilare fare le regioni d'Italia.
E dunque li ho esaminati con santa pazienza uno per ognuno dei sette libri da me esaminati, e infine mi sono dovuta arrendere: i libretti delle regioni facevano tutti (almeno a me) schifo, pena e pietà, esattamente come quelli che avevo esaminato con sguardo molto distratto negli anni precedenti . 
Con questo non intendo affermare che non ve ne siano di ottimi, ma soltanto che io non ho ancora avuto la buona sorta di scovarne uno.
Prima di tutto le carte: brutte, piccole, deprimenti, sovraccariche, con un sacco di strade. 
D'accordo, avete preso le carte da qualche guida del Touring. E avete fatto male, perché al momento i ragazzi non viaggiano da soli, ma quand'anche lo facessero e gli servisse una carta stradale, possono sempre comprarsene una con il dettaglio della zona che vogliono percorrere.
I testi sono così composti: una pallosissima analisi assai dettagliata della parte fisica dove manca poco ci sta pure il torrente che passa sotto casa nostra - trentasei tipi diversi di Alpi, di Dore, di affluenti di questo e di quello; segue una sfilata di monumenti che nemmeno la una guida turistica, foto di costumi tipici regionali (giuro) , qualche scemata di colore locale che magari poteva interessare un turista a caccia del pittoresco di due secoli fa, un po' di piatti di cucina locale. Uh, guarda, un piatto di tortellini! Le tagliatelle! I cannoli! Il panettone! La cotoletta alla milanese! Magari sessant'anni fa questi gustosissimi cibi potevano anche avere un qualche tocco di novità, ma ditemi voi quale ragazzo al giorno d'oggi è così sfigato da non conoscere tortellini, panettoni e cannoli: dappertutto c'è una rispettabile pasticceria siciliana per rallegrare le nostre vita e un negozio di pasta fresca che ci può fornire all'occorrenza di tortellini di anaconda e canederli al bufalo di vallata. Anche i rifugiati arrivati fortunosamente con l'ultimo barcone mangiano il panettone e il pandoro a Natale e gli spaghetti allo scoglio alla mensa della Caritas. Sul serio, chi sperate di stupire con gli effetti speciali di un piatto di pappardelle in foto?
I costumi regionali ormai si vedono quasi solo (qualche volta) alle feste della Pro Loco particolarmente filologiche, e le maschere di Carnevale locali sono in buona parte in via di estinzione. I ragazzi hanno quasi sempre avuto occasione di familiarizzarsi con i più tipici paesaggi di mare e di montagna, e spesso questo turismo ha riguardato anche zone collinari e di pianura con puntate non occasionali in Dalmazia, Corsica, riviera francese e alpi austriache e svizzere, senza contare che i telegiornali e le gare sportive mostrano spesso le nostre più belle spiagge e stazioni sciistiche. 
Ci sarebbero, certo, moltissime altre cose da sapere sull'Italia e le sue regioni: la storia dei vari stati preunitari, le minoranze linguistiche, le zone più soggette alla delinquenza organizzata, le zone in crisi economica, le nuove direttrici economiche, le nuove coltivazioni... ma sono argomenti cui non è facile interessare un ragazzo di prima media, senza contare che rischi facilmente di offendere a morte gli alunni di origine meridionale con racconti apocalittici. Anche parlare dei vari problemi legati all'immigrazione può essere questione assai delicata. Meglio, molto meglio, aspettare la seconda e la terza, quando i fanciulletti si aprono ai problemi intorno a loro.
In ogni caso, a parte qualche stentato accenno alle minoranze etniche nelle regioni bilingui a statuto speciale, su tutti questi aspetti i libretti delle regioni si distinguono soprattutto per un silenzio ammantato di pudore. 
In compensa parlano spesso di tecniche agricole che non esistono quasi più: le marcite, per esempio, ormai quasi completamente abbandonate salvo in certe zone che di solito fanno parte dei parchi nazionali, ma che stando a certi libretti sono ancora diffusissime nella pianura Padana.
Insomma, chi proprio vuole continuare a fare le regioni italiane conviene che cerchi con cura e si ricordi che negli ultimi quarant'anni sono cambiate davvero parecchie cose.

Veniamo ai tre canonici volumi di testo.
In prima si fa soprattutto la parte fisica dell'Europa: zone climatiche e i principali elementi che compongono i paesaggi: coste, mari, fiumi, vulcani eccetera.
Qualche libro fa un gran bel lavoro, con descrizioni accurate dei paesaggi tipici a seconda del clima, delle temperature, delle quote sul livello del mare, della vegetazione eccetera. Qualcuno invece tira via in maniera immonda: cos'è un fiume? Una paginetta scarna dove ti spiegano che ci sono i fiumi, che fiumeggiano e che hanno un letto e una sorgente e talvolta degli affluenti.
Roba così. Qualche volta si degnano, bontà loro, di accludere una tavola illustrata che descrive il corso del fiume, spesso infilandoci i termini più astrusi che solo la geografia più tecnica adopera.
Un libro dove la geografia fisica è ben trattata permette di fare delle bellissime lezioni e delle piacevoli interrogazioni, parlando di dighe, dei vari tipi di fiumi, del signor Spartiacque che è molto importante, dei ghiacciai, delle pianure alluvionali eccetera. Tutte cose che riscuotono sempre un gran successo.
Per conto mio, guardo prima di tutto la parte sui vulcani e sui terremoti, e se è tirata via accantono il libro riservandomi di guardare con molta diffidenza i due volumi successivi: i ragazzi infatti adorano vulcani e terremoti e imparano con grande zelo le più strane parole ad essi collegate. Privarli di questa gustosa caramella è molto crudele e dimostra grande cattiveria nel cuore di chi ha strutturato il libro. E chi lo vuole, un libro di testo fatto da una persona di animo crudele? Io no di certo.

Vi è poi un grosso capitolo dedicato alla città, che ha il nobile scopo di spiegare che una grossa città e un paesino sono due entità molto diverse (cosa che per l'appunto in Italia non è poi molto vera, salvo fare il confronto fra Milano e Rasun-di-Sotto; ma a meno che non stiate o a Milano o a Rasun-di-Sotto oppure siate così fortunati da avere una classe di Milano abituata a villeggiare a Rasun-di-Sotto la cosa non sarà semplice da spiegare. Le rare volte in cui il capitolo è fatto bene si capisce benissimo che la città è la zona più forte e più fragile del mondo moderno e può servire anche per un interessante allaccio a storia medievale. Di solito però si tratta di un capitolo sconcertante: nelle città si commercia (ma davvero?), le città offrono molti servizi e hanno molti cinema (ma cosa mi dici mai?), nelle città abita molta gente (eddài, questa sì che è una scoperta!) e spesso c'è molto traffico (incredibile!). 
Si arriva poi all'economia, vera croce della maggior parte dei manuali di geografia. Spesso, mentre si scorre questa parte, viene voglia di di prendere un telefono e chiamare gli autori. Ehi, ve l'hanno mai detto che c'è internet? Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di importazioni? D'accordo, le zucchine sono importanti per una dieta equilibrata, ma quale paese basa la sua economia sulle zucchine? Mai sentito parlare di pesca e allevamento di pesci? Vogliamo spendere qualche parola sui climi più favorevoli ai vari cereali? Sulla barbabietola da zucchero? I semi oleosi, questi grandi sconosciuti, li vogliamo almeno citare? E le estrazioni minerarie, vogliamo spenderci qualche parola al di là di un malinconico elenco dei metalli? Qualcosa sul carbone? Le industrie dello spettacolo? D'accordo riciclare i vecchi testi, ma qualcosina sulle industrie moderne ce la vorreste dire? E insistere un po' sulla parte finanziaria del terziario?
Insomma, se non è troppo difficile trovare un libro che abbia una bella parte fisica, la parte su città ed economia perde facilmente colpi. D'altra parte non è un obbligo, in prima, dedicare tre mesi allo studio dell'economia e delle città.

Il secondo volume riguarda gli stati dell'Europa. In base al principio che è più facile parlare di quello che tutti sappiamo piuttosto che scervellarsi a trovare notizie su quel che non conosciamo, abbiamo amplissime sezioni dedicate agli inglesi che prendono il té e suonano molta musica, alla Spagna dove c'è la corrida (ma Franco sembra essere stato una presenza vaga e occasionale) e alla Francia che è divisa in tanti bellissimi distretti, ma si parla ben poco degli stati dell'Est e l'enorme Russia è descritta di solito in modo che si può al massimo definire, volendo essere molto ma molto indulgenti, come trascurato.
La parte storica è fatta quasi sempre in modo incredibilmente cialtronico e anche quando ci si sofferma con un po' di riguardo sul ventesimo secolo c'è da sentirsi rizzare i capelli in testa: stati che passano dalla dominazione romana alla prima guerra mondiale senza nemmeno citare Carlo Magno, stati che entrano nella prima e seconda guerra mondiale ma nemmeno si dice quando ne sono usciti e se hanno vinto o perso, stati che entrano ed escono dal comunismo e mai che ti spieghino cos'è il comunismo dal punto di vista economico, grandi approfondimenti sul muro di Berlino ma solo vaghi accenni al fatto che la Germania è stata per più di quarant'anni divisa in due, guerre dei Balcani non pervenute o al massimo citate in modo confusissimo, Kosovo che, boh? e il famigerato pezzettino di Russia staccato dalla Russia (la mitica exclave di Kaliningrad) su cui si preferisce serbare un silenzio pieno di ritegno, e mai una volta che i ragazzi si dimentichino di chiederti lumi in proposito. 
La Svizzera di solito deve la sua fiorente economia soprattutto ai formaggi, agli orologi e al cioccolato (banche non pervenute), l'Albania e la Romania, da cui tanti dei nostri alunni provengono sono liquidate in gran fretta, la Turchia è un posto molto esotico (ma raramente si parla del genocidio armeno) e mai una parola sulla Groenlandia, che ha una situazione politica e amministrativa non delle più facili da capire. 

Le pagine dedicate all'Unione Europea sono spesso assai vaghe, ma con grandi approfondimenti dedicati al sogno europeo e all'ideale europeo (che va affrontato con molto tatto perché oggi il sogno europeo non va più di moda) e nemmeno una riga sulla banca europea o sugli eventi che hanno scandito la storia delle varie fasi dell'unificazione (o quel che è) europea. E tutto ciò è molto irritante.
Quando guardo il secondo volume controllo la parte sulla Russia e quella sulla ex Iugoslavia, e scruto con una certa attenzione la parte dedicata all'economia. Se non è almeno un po' aggiornata il libro finisce nel dimenticatoio.

Il terzo volume, quello sulla geografia extraeuropea, è sempre il più rognoso. Di solito comincio col controllare la lista degli stati selezionati (ci sono delle mode anche per gli stati. Ad esempio, se si parla dell'Afghanistan il libro è di vecchio impianto perché ormai l'Afghanistan è passato di moda. Se poi si parla dell'Afghanistan senza citare l'oppio il libro va archiviato senza rimpianti).
Viene poi il momento della Cina: cosa spiegano dell'evoluzione economica di questo paese con più di un miliardo di abitanti? Di solito quasi nulla. Erano comunisti, ufficialmente sono ancora comunisti, e giocano alla grande con l'economia di mercato. Vogliamo parlarne un pochino?
No.
Ancor più agghiacciante è la parte dedicata all'Africa, questa sconosciuta. Siamo d'accordo che è importante parlare di Nelson Mandela e dell'apartheid, che di solito è un caposaldo dei percorsi per i colloqui dell'esame, ma qualcosina su tutti quegli stati da sotto il Sahara in giù che hanno cambiato tante volte nome dopo la decolonizzazione? D'accordo, non li vogliamo tutti, ma almeno tre o quattro? Non sono esattamente casi in cui "visto uno, visti tutti". Comunque c'è quasi sempre un box sui bambini-soldato e sul lavoro minorile, e almeno un delicato accenno alle multinazionali. E grazie al cazzo.
A tutt'oggi non ho ancora trovato un libro che dedichi un bel capitolo agli oceani (che pure piacciono molto); in compenso parecchi si degnano di dedicare qualche pagina ad Artide e Antartide e molti hanno dei begli approfondimenti climatici: i deserti, i monsoni, la foresta pluviale eccetera. Se risolvono i monsoni in quattro righe faccio volare il tutto.

Trovato infine un libro dove l'economia è uscita dalla fase del baratto, dove ci si ricorda che sui Balcani si sono azzannati in tempi piuttosto recenti, dove ai vulcani e alla pesca viene data la giusta importanza ci sono altri fattori di cui tenere conto - e anzi sono più importanti di tutto il resto, perché un manuale di geografia va studiato e molti editori sembrano dimenticare questo punto essenziale.
Il lessico: d'accordo, ci vuole un lessico specifico, non puoi chiamare il Tibet "una piattura un po' alta" o un deserto "una roba con tanta sabbia" (anche perché alcuni deserti non sono affatto sabbiosi) ma se ci si crogiola con troppo compiacimento con le conche vallive, le precipitazioni a prevalente carattere nivale, la redditività non ottimale e simile robaccia, oppure si accenna a movimenti migratori non meglio definiti o agricoltura di sussistenza senza spiegare cos'è, è abbastanza improbabile che l'alunno si appassioni.
Il testo deve essere chiaro e comprensibile sin dalla prima lettura. L'impianto grafico non deve essere pesante, con cinquecento parole chiave segnate e evidenziate in sette modi differenti e illustrazioni messe lì solo per fare colore locale, con danze tribali e mercatini assai variegati piazzati qua e là ma nemmeno una carta che indichi le zone in via di desertificazione o in guerra.
Le carte geografiche devono essere grandi e chiare, ma soprattutto contenere tutti i nomi citati nella descrizione fisica. Se nella carta ci sono solo quattro fiumi non puoi far impazzire il malcapitato di turno mettendone un altro paio nel testo: tutti gli alunni nessuno escluso ti manderanno a Fanculo a gran voce, e solo un paio cercheranno in rete una carta con qualche dettaglio in più (mandando a Fanculo non solo gli autori del libro, ma anche l'insegnante che ha scelto una simile ciofeca). Sembra incredibile, ma le città-fantasma, i Fiumi Invisibili e le Catene Montuose Irreperibili sono assai comuni, e per i fiumi e le città abbiamo persino il fenomeno de "lo chiamo in un modo nella cartina e in un altro nel testo", specie quando si parla della Cina e dell'India, dove arriviamo al virtuosismo puro con lo Yan Tze Kiang detto anche Jiang e Fiume Azzurro,  con Kalikut dai Cento Nomi, che poi sarebbe Calcutta, Bombay sulla carta che nel testo è Mumbai e Pechino che un po' è Pechino e un po' è Beijin, così, per il puro gusto di complicare la vita alla gente.
Infine i grafici devono essere chiari e comprensibili al primo sguardo, ma soprattutto utili. Un paese dove la disoccupazione è al 90 per cento non va corredato di un grafico, l'informazione deve essere indicata chiaramente nel testo. Se di un paese non sai indicare la percentuale dei tre settori, devi spiegare perché, senza lasciare l'insegnante di turno a tirare a indovinare. Quando spieghi che il reddito pro capite è di 80 dollari l'anno, devi anche spiegare come mai in quel paese c'è ancora qualcuno vivo. Eccetera.
Ultima tappa di questo lungo travaglio è l'esame degli esercizi, che dovrebbero essere tanti, variegati e creativi. Un bel close, magari scegliendo tra un gruppetto di parole date, non aiuta affatto l'alunno a ripassare la lezione, al massimo gli dà il piacere di giocare agli indovinelli. Un bel grafichetto dove si comparano le percentuali della superficie lacustre tra Austria, Svizzera e Germania lascia francamente il tempo che trova e non si capisce perché il malcapitato di turno debba sprecare mezz'ora della sua preziosa esistenza a calcolarlo e poi disegnarlo. I vero/falso invece sono molto utili, se fatti bene, e tra l'altro si correggono pure in fretta. Le cartine mute sono spesso molto gradite, ma devono essere grandi e chiare perché la scuola media è per tutti, anche per chi non ha dodici decimi per occhio, e non tutti gli adolescenti hanno la vocazione a fare i miniaturisti.

Ci sarebbe poi la parte finale sullaconfezione editoriale, ma è del tutto inutile: anche il libro meglio impostato e più aggiornato sarà comunque troppo caro e troppo pesante. E' importante però che la rilegatura tenga bene, perché deve durare (almeno) un anno.
Diffido moltissimo degli atlantini allegati al libro: sono scomodi da usare, plastificati e spesso fatti male. Ma soprattutto: avete più di trecento pagine per mettere il cazzo di carte che vi pare, usate quelle e non obbligate lo sventurato alunno a squadernare troppa roba tutta insieme, un occhio guarda qua e uno là: il ragazzo vuole solo pigliare un voto decente all'interrogazione, non fare penitenza in anticipo per i peccati futuri che magari in giorno commetterà.

martedì 11 luglio 2017

Nuove Adozioni: come e perché (post tutt'altro che avvincente)

Un gruppo di insegnanti molto indaffarati a preparare le relazioni per l'approvazione dei nuovi libri

Quando un insegnante decide di adottare un nuovo libro di testo anziché confermare quello che usa già, c'è l'uso di fargli presentare una relazione che spieghi il motivo di cotal cambiamento: o almeno, in tutte le scuole dove mi è capitato in sorte di adottare o confermare libri di testo, cotal richiesta era chiaramente specificata nella circolare in merito.
Di fatto si tratta di un uso che nasce da una legge ormai decaduta da tempo, come viene chiaramente specificato nell'accurato resoconto della questione fatto da Laura Razzano sulla pagina della Gilda di Venezia. Com'è noto, le ultime normative sulle adozioni dei libri di testo, al momento regolato dalla nota del 2014, non portano più traccia di queste relazioni,    che in effetti non hanno senso né utilità alcuna.
In effetti se un insegnante decide di adottare un nuovo libro avrà ben i suoi motivi. O forse ci si aspetta che debba restare abbarbicato vita natural durante ai testi della sua beata fanciullezza, o a quelli che ha incrociato agli inizi del suo servizio, in base al detto "Il primo libro non si scorda mai"?

Molti in verità sono i motivi che possono spingere un insegnante a scegliersi nuovi libri di testo: il fatto che ci sia stata una riforma con relativo cambio di programmi, ad esempio (il casino che combinarono ai tempi di Berlinguer e poi della Moratti con la scansione dei libri di storia non aveva dell'umano, ad esempio, anche agli occhi di chi, come me, ha approvato sia l'uno che l'altro cambiamento); oppure il fatto che nuovi avvenimenti siano stati messi in rilievo (le foibe e il genocidio armeno, per dirne due sempre riguardo ai libri di storia); il fatto che il mondo sia cambiato. Il fatto che finalmente in classe ci sia una bella LIM funzionante e magari perfino un buon collegamento in rete. Il fatto che l'insegnante sia cambiato, nel senso che è nuovo oppure ha cambiato idea su alcune cose e deciso di sperimentare nuove tecniche di insegnamento. Il fatto che il libro usato negli ultimi anni si sia rivelato alla prova dei fatti un immonda ciofeca; ma anche, semplicemente, che il nuovo libro offerto dall'editore X sembri una vera ganzata e che l'insegnante in questione senta di non poter più vivere senza di esso, o comunque voglia provarlo; il fatto che, dopo sei o dieci anni abbarbicati allo stesso libro si voglia cambiare perché si è stufi di fare sempre le stesse lezioni - e potrei continuare per un numero infinito di righe.
A che serve una relazione che spieghi i motivi della nuova scelta? E, soprattutto, a chi andrebbero spiegati? Per contestare una nuova adozione ci vorrebbe qualcuno che avesse esaminato il vecchio libro e il nuovo e fosse in grado di fare paragoni; in ogni caso l'unica volta in cui ho visto contestare un adozione eravamo in circostanze davvero molto particolari, con un Dirigente in vena di esibizionismo autoritario - senza contare che non si trattava affatto di una nuova adozione. In generale le adozioni, nuove o vecchie che siano, scivolano via in un atmosfera di calma serafica dove tutti, tranne chi parla, pensano a cosa fare per cena o dove andare dopo cena. Se discussioni o confronti ci sono stati, sono avvenuti prima del Collegio, di solito in Sala Insegnanti.

Ad ogni modo la circolare d'istituto è sovrana e perciò tutti fanno la relazione.  La cosa che mi ha colpito però è come viene fatta: allegando la scheda del libro fornita dall'editore.
La cosa mi ha sempre lasciato molto perplessa: che valore può avere una scheda descrittiva fatta dall'editore? Certo, ci scrive che il suo libro è molto ma molto ganzo - e perché mai dovrebbe scrivere che è una benemerita sòla, quand'anche fosse vero? - e spiega nel dettaglio tutta la ganzitudine del libro suddetto. Ma l'insegnante che sceglie un libro lo fa sempre con dei motivi, validi o meno che siano, e si suppone che sia in grado di scrivere una decina di righe per esporli in didattichese - per esempio, se ha scelto un libro perché ci sono delle belle figure e un sacco di esercizi, basta dire "L'impianto grafico del libro è accattivante, presentando una valida selezione di immagini che aiutano ad interpretare il testo e facilitano perciò l'apprendimento dell'alunno stimolandolo e incuriosendolo. L'eserciziario è ampio, assolutamente congruo e ben graduato, permettendo così di diversificare l'assegnazione dei compiti a casa e il consolidamento degli apprendimenti". Aggiungi una riga sul fatto che il testo è chiaro e ben esposto, e la relazione è pronta. Non importa, per far questo, avere una laurea in storia della letteratura moderna e contemporanea e aver frequentato corsi di scrittura creativa, basta un normale grado di alfabetizzazione, di quelli che molti dei nostri alunni hanno raggiunto già al conseguimento della licenza media. Il tempo richiesto è, più o meno, lo stesso che ci vuole a trovare la scheda dell'editore (che misteriosamente sparisce nel nulla nell'unico momento in cui serve davvero), farne la fotocopia e spillarla al foglio con le adozioni. Tra l'altro, non ho mai avuto notizia che alcuno le abbia mai lette, quelle relazioni, bene o male che siano scritte - tantomeno il personale di Segreteria che, oltre a non essere competente in  materia, francamente ha altro da fare che indagare perché l'insegnante X ha deciso di adottare un nuovo libro di Scienze invece di tenere quello che già aveva.
Tuttavia sono sempre stata guardata con una sorta di ammirato stupore mentre compilavo in fretta e furia la mia personale relazione, imponendomi sempre di non passare le dieci righe - limite che finisco sempre per sforare perché, quando devo scrivere i motivi per cui faccio qualcosa, gli argomenti non mi mancano mai.
Solo quest'anno una collega particolarmente a corto di tempo e che aveva scelto il mio stesso testo di Geografia mi ha timidamente chiesto se poteva magari copiare...
Firma sotto la mia firma, non c'è proprio motivo di perder tempo a copiare ho tagliato corto senza farla nemmeno finire.
Lei ha firmato (e fotocopiato per allegare il tutto alla scheda della sua classe) e nessuno ci ha trovato proprio niente da ridire. Nemmeno un delicato accenno.
Così come nessuno ha mai trovato da ridire sulle mie relazioni, né su quelle preparate dall'editore.

venerdì 7 luglio 2017

Maschere di donna - Enchi Fumiko

Quello che vado a presentare è l'ultimo romanzo tra quelli che mi consigliò Gardy di Gerundiopresente - che non ho ancora ringraziato, ma aspettavo appunto di aver finito di leggere tutti i libri. Difficile dire quale mi sia piaciuto di più, perché hanno tutti e quattro un sapore molto diverso; Maschere di donna comunque è senz'altro il più stratificato - non a caso ci si riferisce alle maschere già nel titolo, ed è un vero peccato che Pirandello non abbia avuto l'occasione di leggerlo perché lo avrebbe senz'altro apprezzato assai.
In compenso la copertina è orrenda, anche se contiene un colto riferimento alle maschere del teatro No. Chi la vede ha l'impressione che il romanzo sia una storiaccia di mostri orripilanti; il che non è vero, anche se si tratta di un libro non propriamente solare. Ci sarebbe stata molto meglio una maschera di una bellezza solenne ma con qualcosa di sottilmente inquietante, per esempio, che avrebbe introdotto molto meglio il lettore a quel che stava per leggere;  o magari lasciar perdere le maschere, che tanto nel libro ci sono in misura davvero più che bastevole.
Diciamo che si tratta di una storia con una ricca vena di perversione, con dentro molti fantasmi, demoni e rapporti malati, ma che ha in sé un grande fascino e non lascia appiccicato all'anima un senso di sporco, solo l'acuta consapevolezza di quanto ognuno di noi sia complicato e soprattutto pericoloso.
Le tre parti del romanzo sono intitolate ognuna ad una maschera del teatro No, che costituiscono una delle indispensabili chiavi di lettura; e maschere e costumi del teatro No compaiono e scompaiono più volte nel corso del romanzo. Poi c'è il riferimento del tutto essenziale al Genji Monogatari, in particolare al celebre capitolo dedicato alla dama Rokujo, che con la sua involontaria gelosia finisce per tormentare a morte la prima moglie di Genji - da notare che non è lei consapevolmente a tormentarla, ma il suo spirito, uscito di controllo. A quell'episodio del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu una delle protagoniste dedica un interessante saggio di critica letteraria che però non fa pubblicare, e anzi nasconde accuratamente, e solo per caso uno dei protagonisti ne entra in possesso.
A questo punto faccio un bel link che rimanda a una accurata analisi delle maschere e della questione di Rokujo, nonché ad una delle interpretazioni della storia, e mi risparmio così di ripeterla io, che tra l'altro sarebbe anche plagio - e un plagio piuttosto inutile perché Sara Murgia spiega nel migliore e più sintetico dei modi quel che c'è da spiegare a riguardo.
Passo invece a raccontare la storia - perché c'è in effetti una storia, dove si accenna con squisita nonchalance a tutti quei bei riferimenti alle maschere e ai costumi del teatro No ma che di per sé è piuttosto articolata e si snoda assai bene davanti al lettore.
Abbiamo due donne, e due uomini (più una terza donna che appare e scompare pur avendo un ruolo piuttosto pregnante nella vicenda).
Le due donne sono nuora e suocera. Entrambe sono belle, laccate e perfettamente eleganti e controllate. Il loro legame è profondo, ma tra le due quella sottomessa al fascino dell'altra è la nuora. 
La nuora, rimasta vedova dopo un anno di matrimonio, è rimasta con la suocera e sta continuando l'opera dell'amato marito, studioso di letteratura e in particolare delle possessioni demoniache negli antichi romanzi giapponesi, nonché tragicamente scomparso sotto una valanga durante un escursione in montagna. L'impressione dei due uomini è che la devota vedova si occupi di questi studi soprattutto per onorare e completare l'opera del defunto marito, più che per un reale e profondo interesse all'argomento.
Tra nuora e suocera l'accordo è profondo, e anzi la suocera si dispiace che la sua cara nuora consumi la sua giovinezza nel ricordo del marito ormai morto invece di trovarsi un nuovo amore. Quando infine la nuora lo farà, scegliendo uno dei due uomini, la suocera se ne accorgerà senza darlo a vedere e sistemerà l'organizzazione della casa in modo da lasciare la nuora libera di godersi il nuovo affetto, ma senza affrontare direttamente l'argomento. D'altra parte, tra i due uomini protagonisti uno era libero e dunque matrimoniabile, mentre quello che la nuora ha scelto è sposato e, pur amando la sua amante, non desidera in alcun modo rompere il matrimonio, che tra l'altro ha già prodotto un figlio.
Di conseguenza tutto cambia affinché tutto resti come prima: il protagonista ha un amante (e sua moglie se ne accorge e ne soffre, pur non riuscendo ad affrontare direttamente la questione) ma il suo matrimonio continua; la nuora ha un amante ma lo ha scelto in modo da poter proseguire indisturbata il legame con la sua amata suocera.
Ma nella villa delle due protagoniste c'è anche una terza donna, testimone involontaria di un antico segreto della suocera. Che di segreti in effetti ne ha parecchi, e verranno scoperti via via. Uno di questi segreti è, per l'appunto, lo scritto in cui analizza in modo molto acuto e personale la storia di Rokujo e del suo demone incontrollabile, dandone un interpretazione che risente della sua personale biografia (nonché della sua passata vita coniugale) ma che, sì, in effetti, potrebbe proprio essere l'interpretazione giusta, o almeno una delle interpretazioni giuste: un interpretazione al femminile, che tiene conto della specifica condizione femminile nell'antico Giappone - che poi vale anche per il Giappone moderno di quando il romanzo fu pubblicato (1958) e probabilmente funziona anche per il Giappone contemporaneo, per la cultura occidentale eccetera eccetera eccetera; perché la condizione femminile di tutte le epoche e di tutti i paesi ha avuto e ha dei tratti in comune...
Un romanzo insomma che parla di rancore, di vendetta, di passioni soffocate, delle maschere che vengono create per dare a questi sentimenti un volto accettabile coprendoli adeguatamente e degli inganni che si possono perpetrare sugli altri e su di sé - mostrandosi diverse da quel che siamo, per esempio, o scambiando ruoli e identità.
Il finale non è tragico né consolatorio: gli inganni e gli intrecci continuano, la vita anche, e quanto alle maschere... si sa, le maschere ci sono sempre. Quante ne vediamo, ogni giorno intorno a noi?

Con questo post enigmatico (eppure giuro che il racconto della trama è fedelissimo) partecipo, una volta tanto in modo congruo con il mio nome e la mia identità di dama dell'epoca hejan, al Venerdì del Libro di Homemademamma, augurando felici letture a chi è in vacanza e letture piacevoli anche se magari un po' accaldate a chi è ancora a casa.
Che la calda estate sia con voi!

mercoledì 5 luglio 2017

Il bravo bibliotecario e i misteri dell'aritmetica


Mentre ancora giacevo nel mio letto di dolore tenendo l'anima con i denti era arrivata la lettera di #ioleggoperché dove mi esortavano ad andare in libreria a ritirare i libri del raddoppio: infatti l'iniziativa consisteva in due parti, una in cui i genitori acquistavano, l'altra in cui gli editori ci regalavano un libro per ogni libro acquistato dai genitori - con quale criterio non era dato saperlo.
Nonostante sia un insegnante di Lettere non sono di quelle che ha scelto Lettere perché aveva paura di matematica: no, io in matematica sono sempre andata piuttosto bene e qualche volta prendevo anche 8. La parte che preferivo era geometria, ma anche i calcoli a mente mi riuscivano bene e con le tabelline sono tuttora molto brava.
Applicando dunque le mie vaste conoscenze e la mia capacità di calcolo sono riuscita facilmente a venire a capo di quel che mi spettava: quattro libri avevamo ricevuto dai genitori, e dunque altrettanti quattro ce ne spettavano dagli editori, perciò da #ioleggoperché la biblioteca di scuola aveva guadagnato 4+4 = 8 libri - perché io i conti li so fare e a matematica ero piuttosto brava.
In una delle mie prime uscite di prova strisciai dunque in libreria a prendere i miei quattro libri di omaggio.
"Ma ce la fai a portarli via tutti?" si informò premurosa la libraia.
"Beh, penso di sì. Fino a portare quattro libri dovrei arrivarci".
"Quattro? Macché, è una cassa piena".
No, la cassa piena non ce la facevo a portarmela via nella sportina, ammisi. A quel punto però chiesi di vedere la cassa e la libraia mi accontentò, sciorinandomi davanti quella che sul momento mi apparve come la più curiosa raccolta di ciarpame che avessi mai visto. Comunque mi portai via qualche esemplare e promisi che sarei venuta poi a prendere il resto.

Finito il duro anno scolastico ho potuto finalmente dedicarmi con un po' di attenzione alla biblioteca. Mi sono dunque ritrovata ad inventariare
- i numerosi omaggi ricavati con la Mostra del Libro
- i venti libri del Bancarellino (che quest'anno mi sono sembrati un po' meno peggio dell'edizione dell'anno scorso, forse perché l'operazione e la lunga degenza mi hanno addolcito il carattere oppure perché non ne ho ancora letto nemmeno uno)
- un po' di libri di varia provenienza incluso un lussuoso Dizionario Treccani illustrato preso dalla scuola con i punti della Coop
- e i diciannove libri del raddoppio di #ioleggoperché.
Ho così scoperto che il raddoppio di 4 è 19, suppongo in base al principio 4=19; evidentemente la matematica si è parecchio evoluta da quando frequentavo le medie, e anche le tabelline non sono più quelle di una volta (come, del resto, anche le mezze stagioni).
Palpando e maneggiando adeguatamente i 19 libri li ho trovati assai meno ciarpamosi di quanto mi fossero sembrati a una prima occhiata. Non sono molti quelli che avrei scelto di mia spontanea volontà, ma l'essere sollevata dal faticoso privilegio della scelta mi ha permesso di riflettere che di molti, in effetti, si sentiva la mancanza, o potremmo sentirla. 
A parte una (finalmente!) decorosa edizione del Piccolo Principe e una fascinosissima raccoltina di detti e gesta di santi islamici (nonché una analoga raccolta di Confucio) c'è un libro con le parole essenziali dell'arte, una storia a fumetti disegnata molto bene, un Patterson ad argomento robotico, un Grande Gatsby che mai e poi mai avrei pensato a prendere ma che è chiaramente un edizione non ridotta ma studiata per ragazzi, diversa roba Salani che va bene per definizione e via dicendo. 
A conti fatti, la promozione #ioleggoperché ci ha procurato con nostro minimo incomodo ben 23 volumi che altrimenti ben difficilmente sarebbe approdata a questi lidi, anche perché di 19 di quei 24 ignoravo financo l'esistenza, Piccolo Principe a parte. 
E tutto ciò mi ha reso molto recettiva alla lettera di invito a partecipare alla nuova edizione di #ioleggoperché dell'anno prossimo; perché il mondo è bello anche perché è vario e l'editoria per ragazzi è un mare sconfinato dove il gusto individuale non permette sempre di trovare le perle migliori - senza contare che una bibliotecaria sola e autodidatta, per giunta provvista di gusti molto decisi sin da piccola, finisce troppo facilmente per fare le cose a modo suo.

martedì 4 luglio 2017

Haeretica - Sul colloquio dell'esame: Vai dove il sentiero non c'è ancora, come dice Emerson


"Non andare dove il sentiero ti può portare; vai invece dove il sentiero non c'è ancora e lascia dietro di te una traccia" (Ralph Waldo Emerson)

L'esame di stato a conclusione del primo ciclo di studi (detto tra i comuni mortali esame delle medie) è in questi anni il primo esame scolastico affrontato dall'italico fanciullo. Personalmente depreco molto il fatto che sia stato abolito l'esame delle elementari, che costituirebbe un precedente e conforterebbe le creature ricordando loro che già una volta sono sopravvissuti a un esame e dunque ragionevolmente riusciranno a sopravvivere anche a questo, oltre a dargli una certa dimestichezza con i rituali da esame scolastico e soprattutto la paura e l'ansia che si provano in tali circostanze.
Chi insegna alle medie impara ben presto che l'esame è una strana pietra di paragone che produce risultati insoliti: ci sono alunni che sotto tensione rendono di più, fino a rivelare doti e conoscenze che nemmeno loro sapevano di avere, mentre altri all'esame si afflosciano come lattughe tenute troppo fuori dal frigorifero e finiscono col rendere molto meno di quel che sapevano durante le normali lezioni. 
Un po' di esperienza per l'alunno sarebbe dunque importante, perché chi beneficia degli effetti dell'adrenalina impara ad arrivare ben carico, mentre chi sa che rischia di spaventarsi ha modo per imparare a gestire la paura e a limitare i danni (ma non è detto che gestire la paura serva solo a "limitare i danni": la paura può essere un importante risorsa, e se si riesce a cambiarle segno può persino diventare la tua migliore alleata e portarti nel gruppo di chi sotto tensione rende meglio che in circostanze normali).

Tutto questo vale particolarmente per il Colloquio Orale, che all'apparenza non è niente di che. Si tratta però per quasi tutti della prova più difficile: una lunga chiacchierata che tocca anche materie dove le interrogazioni sono rare e che avviene alla presenza di tutti gli insegnanti della commissione.
Con gli anni mi sono convinta che proprio il Colloquio è la parte più nuova per l'alunno e per certi versi la più importante - non per il voto (perché detto Colloquio incide solo per un settimo sulla valutazione complessiva) quanto per l'esperienza del colloquio in sé: un colloquio ben preparato e ben svolto è un bel ricordo, rafforza l'autostima e lascia una piacevole traccia di sicurezza, mentre un colloquio stento e inciampicato lascerà nel ricordo una traccia negativa anche in un esame brillante e concluso con un bel voto, magari anche meritatissimo.
Insomma, secondo me l'Esame è un importante Rito di Passaggio e il Colloquio è il momento più importante di questo Rito. Occorre dunque che l'insegnante (soprattutto quello di Lettere che ha tre materie, soprattutto quello che è il coordinatore, e dio abbia pietà dell'alunno che vede rinchiusi in un solo individuo Insegnante di Lettere e Coordinatore - che è in realtà la delle combinazione più probabile e quasi inevitabile) cerchi di procurare le circostanze opportune perché questo colloquio riesca al meglio possibile.
Come fare per raggiungere questo scopo?
Ah, saperlo, saperlo.

Alcuni insegnanti si industriano molto per curare i colloqui dei loro alunni: preparano liste di argomenti e di tematiche, forniscono documenti, controllano accuratamente i percorsi, correggono le cosiddette "tesine" e arrivano al virtuosismo di risentire più e più volte i percorsi fuori dall'orario scolastico, in lunghi rientri pomeridiano o addirittura in sedute a casa propria, con tanto di succhi di frutta e pasticcini. Vogliono insomma avere il perfetto controllo della situazione.
Io invece vorrei che il controllo lo avessero loro
Con l'andare degli anni, dopo avere chiesto, letto e corretto un bel po' di ricerche - che a un certo punto hanno cambiato nome e sono diventate tesine (le sedute pomeridiane di revisione del percorso le ho sempre scansate come la peste) ho allentato sempre più la corda fino a sciogliere del tutto il cappio.
Ho finito per abbracciare la scuola di pensiero che durante l'anno si fa il programma, e che quando arrivo all'esame vorrei sentire qualcosa di diverso. Ho notato, tra l'altro, che anche al resto della Commissione non dispiace affatto essere sorpresa con effetti speciali - specie a quegli insegnanti che hanno materie da due ore e che si sciroppano i colloqui di tre classi tre e alla fine sono leggermente stufi della prima guerra mondiale collegata con le poesie di Ungaretti e il Giappone che si collega con la seconda guerra mondiale e l'energia atomica.

Le regole che seguo quando sono coordinatore oltre che insegnante di Lettere sono poche e semplici.
Prima regola: ogni insegnante fa repubblica a sé e chiede quel che vuole; e se vuole chiedere un argomento a sua scelta dal programma faccia pure, avrà i suoi motivi.
Seconda regola: tutti devono portare un argomento di Italiano, ma lo diranno solo se così gli aggrada perché in fondo Italiano ha già una prova scritta (ancora fino a quest'anno due, considerando l'Invalsi, che pare che dall'anno prossimo uscirà dall'esame).
Terza regola: un buon percorso cura tutte le materie, non solo quelle "importanti", e guai se non le cura a dovere.
Quarta e più importante regola: il colloquio va curato come un fiore e innaffiato e nutrito con cura. Da chi lo prepara, però.
Durante l'anno interrogo tutti per il lungo e per il largo, su argomenti dati e su argomenti a loro scelta. Li incoraggio (beh, incoraggio... gli ordino) di preparare ricerche individuali, possibilmente con slide. Correggo le slide, li frusto se ci mettono troppe parole, li frusto se non ci mettono quelle giuste, li tengo in ginocchio sul granturco e financo sui chiodi se non scelgono delle belle carte geografiche, li lodo senza ritegno se scelgono delle belle immagini, appariscenti e originali eccetera eccetera. 
Gli ricordo che portare un percorso con le slide vuol dire tenere il colloquio dalla parte del manico perché la Commissione di solito non interviene su un percorso che scivola via nel modo giusto. Critico l'esposizione senza pietà se non è buona (beh, quello lo faccio dal primo anno, in effetti).
E li incoraggio a scegliersi un tema portante che gli piaccia e gli stia a cuore: romanzi, film, autori, personaggi particolari, temi insoliti. Li incoraggio a stupirci con effetti speciali.
Se richiesta, do consigli e suggerimenti per i collegamenti o i testi, ma gli ricordo che possono anche non collegare un accidente di niente perché è un loro argomento: la legge dice che i collegamenti possono essere anche dettati dal semplice interesse personale - o meglio, se letta nel modo giusto la legge può essere anche interpretata così.
E mi raccomando che espongano il loro percorso a qualcuno, per allenarsi - e si sa che il Qualcuno di solito è la sventurata famiglia di turno, si capisce - ma la famiglia in quel caso sa che è il suo turno di ballare e balla.
C'è il rischio che la famiglia intervenga nel percorso?
Sì, c'è il rischio, ma è molto contenuto - e secondo me è comunque meglio che intervenga la famiglia piuttosto che l'insegnante di Lettere coordinatore; in secondo luogo, non è detto che la famiglia intervenga altro che con blandi suggerimenti del tipo "qua non si capisce niente" oppure "ripeti meglio, che così non funziona". Qualcuno prepara alla prole il percorso d'esame punto per punto, ma sono casi rari e se a quattordici anni il figlio o la figlia non sono ancora riusciti a sbatterli a pedate fuori dalla stanza per lavorare in pace per conto proprio, allora il problema è senz'altro grave ma ormai non più di pertinenza degli insegnanti delle medie.
Spiego ripetutamente alle famiglie che il Colloquio è la prima occasione in cui l'alunno decide come organizzarsi, ed è importante che decida da solo. Le famiglie non si mostrano particolarmente turbate da questa possibilità, perché perfino le più protettive hanno ormai dovuto accettare il fatto che i loro figli sono molto, molto disponibili a cercare di fare da soli.
Siccome si tratta di un colloquio orale può tranquillamente avvenire in totale assenza di qualcosa di scritto. Questo è un concetto più difficile da assorbire, soprattutto da parte di quegli alunni che hanno raccattato la tesina del cugino Adalberto su Manzoni e quella del fratello dell'amico del vicino di casa sulla prima guerra mondiale e non hanno ancora capito che, oltre che farle vedere al professore di turno, devono anche studiarle per saperle esporre (alcuni non riescono mai a fare questo salto di qualità e al colloquio cercano di leggere dal testo o roba del genere, ma si tratta di casi molto rari e che difficilmente si sono messi in luce durante il triennio altro che per la loro ferma determinazione a non fare un accidente di nulla, e la Commissione arriva moralmente già preparata a sentirli fare uno schifo di colloquio - il che puntualmente avviene). In molti comunque si presentano negli ultimi giorni con grande diligenza con le loro tesine* dando per scontato che sia mio dovere correggergliele, e naturalmente gliele correggo senza batter ciglio e con gran cura, mentre altri chiedono se sono obbligati a portarmele dando per scontato che sì, sono obbligati, e in quel caso rispondo che facciano come meglio credono e non c'è nessun problema se non me la portano - un invito, questo, che qualche volta qualcuno raccoglie; e collaboro volentieri a consigli per l'elaborazione del percorso, se richiesta, oltre naturalmente a rassicurare chi porta un tema insolito. Anzi, in quel caso li assicuro che un argomento insolito è sempre graditissimo (e lo è).
E lavorando all'argomento insolito che però ha suscitato il loro interesse, capita spesso che i candidati scoprano un sacco di cose che non sapevano di sapere né di pensare né di capire.

In realtà la cosa più importante che faccio durante l'anno è proprio quella di interrogarli: perché non tutte le materie hanno il tempo, la possibilità o anche gli argomenti per produrre una bella interrogazione in piena regola, ma Storia e Geografia sì, se l'insegnante ha cura di sfuggire alle sirene incantatrici delle verifiche a crocette e delle interrogazioni sempre programmate. Se si parte dal principio che interrogare necesse est il tempo per interrogare si trova, anche se la classe è numerosa: non c'è solo l'Interrogazione Approfondita, ci sono anche le microinterrogazioni, le interrogazioni itineranti, le interrogazioni a tappeto e tante altre tecniche rapide e produttive, e chi sa impostare un esposizione in una materia impara (quasi) automaticamente a farlo anche nelle altre materie.
Ma i ragazzi sono interessati a fare un buon lavoro?
Sì, i ragazzi sono quasi sempre molto interessati a fare un buon lavoro. Anche a prescindere dal fatto che quasi nessuno è indifferente a fare un ignobile figura lunga trenta-quaranta minuti davanti all'intera Commissione, l'esame è un importante rito di passaggio e tutti vogliamo eseguire nel migliore dei modi i riti di passaggio, a quattordici anni come a novanta.

*una parola che personalmente odio, probabilmente perché non ci ho mai convissuto da alunna. Ho fatto ricercherelazioni e anche una fluviale tesi di laurea, ma le tesine le ho preparate solo per la SSIS, e con la SSIS non ho avuto quel che si dice un buon rapporto

venerdì 30 giugno 2017

...e non indurci in tentazione (Mostra del Libro)

(No, non è una segnalazione per l'encomiabile Venerdì del Libro, perché ancora non l'ho letto)

A fine Aprile, dopo lunga ponderazione e molte seghe mentali, stabilii che non c'era motivo di saltare per quest'anno scolastico la nostra usuale Mostra del Libro solo perché non l'avevo fatta in Febbraio per motivi di salute, e tanto valeva mettere in moto la macchina organizzativa (=parlare con la libreria) e sperare in un po' di fortuna. E siccome c'è un dio anche per gli incoscienti ho avuto molta fortuna e tutto è andato bene, anche meglio degli altri anni.
Trovata una settimana papabile ho preparato i volantini e i manifesti, riuscendo perfino a spendere meno degli altri anni (pur andando a stampare i manifesti nella stessa identica tipografia degli altri anni) e perfino a vedermeli rimborsare in tempi molto più brevi del solito.
La Cooperativa ci ha portato i tavoli in tempo utile nonostante il preavviso davvero minimo, le nostre impareggiabili custodi li hanno montati in gran fretta e la libreria anche quest'anno ha allestito la mostra aiutata da una mezza dozzina di compiaciutissimi alunni amanti dei libri che godevano come tinche maneggiando grosse pile di volumi.
Con la scuola elementare tutto è andato bene e stavolta ben quattro ondate di cavallette, ovvero le due quarte e le due quinte, hanno rivoltato la mostra come fosse un calzino, prenotando un immane quantità di libri che in buona parte sono persino venuti a ritirare. 
La libreria ci ha portato una bella e vasta selezione di editoria per ragazzi, giovani adulti e fanciullini, più qualcosina per adulti-adulti. Genitori e figli si sono affollati ai tavoli e hanno comprato senza risparmio. Gli alunni si sono congratulati per l'offerta dei libri a disposizione, i librai si sono congratulati per l'atteggiamento dei ragazzi - e questo da solo mi è sembrato che valesse qualsiasi sforzo, perché quando la domanda e l'offerta si incontrano è davvero una bella cosa.
Ho fatto un infinità di ore in più, ed era quello che più temevo: i colleghi avevano promesso assistenza e disponibilità, ma se fossi mancata io sarebbe stato comunque un problema. Invece sono stata benissimo, a parte il primo giorno in cui comunque avevo troppo da fare per farmi troppi test diagnostici: il primo giorno, quello più sonnolento, di solito passato a sistemare meglio i libri e a programmare la scelta degli omaggi, è volato riempiendo ricevute. Buona parte dei libri che avevo preventivato come omaggi sono stati acquistati e dunque abbiamo dovuto ordinarli di nuovo, ma nessuno si è disperato per questo.
Fatti i conti, è venuto fuori un incasso più alto degli altri anni, tanto che mi sono presa qualche settimana di tempo per scegliere i numerosi omaggi per la biblioteca e ho avuto tempo per consultarmi con gli altri insegnanti e fare le cose con comodo.
Al quarto giorno è venuto poi uno dei miei momenti preferiti, ovvero quando faccio il giro della mostra non già in cerca di spunti per le prossime letture da fare in classe né per informarmi sulle nuove tendenze della letteratura per ragazzi o tantomeno per scegliere gli omaggi bensì per comprare qualche regalo per la mia lettrice preferita: me.
Un libro in particolare mi aveva colpito subito l'occhio: J.R.R. Tolkien Il Signore del Metallo - un testo di cui avevo sentito molto parlare quando era uscito, qualche mese fa, e che contiene un ampio resoconto delle (numerose) influenze di Tolkien sulla musica sin dai tempi della sua pubblicazione. Mi aveva incuriosito, e mi ero anche ripromessa di cercarlo nelle biblioteche (dove, almeno nella mia zona, tuttora latita).
E adesso era lì, esposto in bella evidenza alla Mostra del Libro della Scuola Media di St. Mary Mead. 
Ma perché lo avevano portato, pensavo sfogliandolo - è senz'altro possibile che un ragazzo delle medie si interessi a Tolkien e ai suoi libri... ma ai riferimenti alla Terra di Mezzo nei Led Zeppelin? Per quello ci vuole come minimo un appassionato delle superiori, ultimi anni. Oppure un adulto per cui i Led Zeppelin sono stati importanti... bah, ormai che c'era...

Giuro che solo compilandomi la doverosa ricevuta e versando i soldi in cassa mi è venuto in mente la possibilità che quel libro fosse stato portato proprio per un adulto. Ma quante possibilità ci sono di trovare un insegnante appassionato di Tolkien e di musica rock? 
Improvvisamente mi sono ricordata che l'anno scorso mi ero fatta arrivare, proprio da quella libreria, l'edizione in inglese con ampio commento fatta in occasione di non so quale recente anniversario, che mi era costata una bella cifretta - ma d'altra parte quella comprata quando facevo il ginnasio stava ormai cascando a pezzi. 
Sì, qualche elemento per pensare che in quella scuola ci fosse almeno qualcuno appassionato di Tolkien lo avevano. Decisamente.

martedì 27 giugno 2017

L'esame di Alan Turing (dieci e non più dieci)

Ebbene sì, anche il vero Alan Turing, come ogni essere reale o immaginario, è stato interpretato (bene) da Benedict Cumberbatch. Potevate dubitarne?

Alan Turing ci arrivò dalle elementari segnalato per una certa qual difficoltà nei rapporti sociali e per un mirabile talento nelle materie scientifiche. Non che andasse male nelle altre, ma a Matematica, Scienze & Tecnologia era una vera eccellenza. 
I suoi genitori fecero subito il giro di tutti i professori raccomandandosi con grande preoccuposità che gli facessimo sapere subito quando c'erano problemi, visto che il ragazzo aveva un carattere un po' spinoso; e noi promettemmo come facciamo sempre in questo caso, salvo poi guardarci bene dal farlo.
Grossi problemi in realtà non ci furono, a parte il fatto che il ragazzo andava maneggiato un po' con le molle e non contraddetto troppo bruscamente. Al primo consiglio di classe, mentre se ne discuteva, ipotizzai una leggera sindrome di Asperger più che problemi nel metodo educativo della famiglia (che a suo tempo ci aveva scodellato un fratello maggiore quasi altrettanto geniale ma socialmente normalissimo).
La sindrome di Asperger per noi insegnanti italiani è roba abbastanza recente - molti colleghi sgranarono gli occhioni quando la citai, e l'unico che si disse d'accordo fu Spagnolo,  che evidentemente sapeva di che si trattava. D'altro canto anch'io avevo imparato cos'era solo pochi mesi prima leggendomi quel romanzo deprimentissimo che è Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte; tuttavia il genietto matematico-informatico (maschio) con punte più o meno maniacali e un emotività piuttosto diversa dalle consuete norme sociali è un personaggio ormai abbastanza comune nei telefilm e nella narrativa americana e il film The Imitation Game, che raccontando appunto la storia di un celebre matematico inglese* (a quel che ho capito romanzando abbastanza la nascita del sistema di decifrazione Enigma) punta abbastanza nella direzione della sindrome di Asperger, pur senza mai nominarla esplicitamente.
Detto questo, il nostro Alan Turing non diede mai veri problemi: con me non sempre studiava (Storia non gli piaceva affatto, mentre apprezzava molto Geografia) ma questo non è poi così insolito. Così, quando lo beccavo impreparato gli davo il voto che gli spettava, e che lui incassava senza ombra di recriminazione, per poi chiamarlo un paio di lezioni dopo e trovarlo preparato assai. Nelle schede gli davo sempre voti molto alti perché, purché avesse studiato, mostrava di orizzontarsi in modo impeccabile tra avvenimenti e luoghi ed era bravissimo a dedurre quel che non sapeva o non poteva sapere. Ad occhio, credo che studiare le mie materie fosse un occupazione cui dedicava i ritagli di tempo - è quel tipo di alunno che sa trarre senza sforzo il meglio da qualsiasi insegnante ma che se la caverebbe benissimo anche senza insegnante alcuno. In compenso non se la tirava particolarmente.
Con la prof. Spini di Matematica i rapporti furono un po' più spineggianti, proprio perché Matematica era il suo campo ed era svariati chilometri più avanti degli altri; gestire i genietti matematici può essere complicato, ma la Spini si destreggiò nel  migliore dei modi e tra i due c'era un ottimo rapporto. 
Per quanto riguarda i compagni... la Terza Effervescente era un po' una classe-struzzo: gli elementi stravaganti non mancavano, ma in qualche modo sono stati assimilati con un processo di adattamento collettivo abbastanza giocoso.
Dunque siamo arrivati all'esame e Alan Turing era uno dei più probabili candidati al dieci. Nessuno ha lesinato nei voti di ammissione, dal canto suo lui ha scodellato una prevedibile serie di scritti assai ben fatti e quando siamo arrivati al suo orale eravamo tutti piuttosto rilassati e nell'ordine di idee del "stiamo in poltrona e godiamoci lo spettacolo con effetti speciali che ci elargirà".
Particolare all'apparenza secondario: quel giorno era presente anche la Presidente di Commissione, che è l'Ape Impazzita,  cioè colei che qualche anno fa si impuntò senza successo perché assegnassi la competenza di italiano a Kumagoro e che da allora occupa un posto d'onore nel mio personale Libro Nero. Non mi ha riconosciuto (del resto, nemmeno io avrei riconosciuto lei se non avessi saputo il nome) e durante gli esami ho sempre avuto cura di tenermene lontana, così da poterla guardare torvamente con astio nient'affatto celato ma senza dare  nell'occhio.

Durante l'anno Tecnologia aveva fatto un modulo sui robot, molto apprezzato, e Alan Turing portava un percorso incentrato appunto sui robot: per letteratura Asimov e la sua narrativa a base di robot (comprese naturalmente le fondamentali Tre Leggi dei robot), in inglese la biografia di un celebre matematico inglese considerato uno dei padri dell'informatica**, per storia la terza rivoluzione industriale... e per scienze e tecnologia un piccolo robottino da lui costruito e una slide con il circuito di programmazione impiegato per farlo muovere (ci ha anche spiegato come funzionava, anima cara, ma almeno con me è stata proprio fatica sprecata).
Cos'è che non è andato nel suo orale?
Per quel che ci riguardava, proprio nulla: Alan è entrato assai tranquillo e si è messo a chiacchierare di Asimov, con me che ogni tanto gli facevo qualche domandina sulle storie dei robot (perché i circuiti proprio non li capisco, ma fino a leggere Asimov ci arrivo). La prof. Ghirlandai l'ha lasciato parlare a suo piacere poi gli ha fatto analizzare un paio di periodi piuttosto complessi (per la nostra commissione sono una delle anticamere previste per il 10) dove Alan si è destreggiato benissimo. Poi un impeccabile biografia in inglese, un accenno a Spagnolo che non gli piace perché secondo lui non serve a molto, un commento da parte mia sul fatto che forse era meglio se non intraprendeva  la carriera diplomatica, qualche domanda di fisica (un altra delle anticamere al 10), la terza rivoluzione industriale condita con qualche domanda sul resto del programma di storia (altra anticamera del 10), il robottino si muoveva su e giù per il tavolo mentre gli chiedevamo per cosa potevano essere impiegati i robot... verso la fine Spagnolo ha detto che rinunciava a interrogarlo, visto che spagnolo non gli piaceva e si stava facendo tardi, anche perché Alan  nello scritto aveva preso il massimo. 
Infine lo abbiamo mandato via assai soddisfatti. "Dieci, siete d'accordo?" ha chiesto pro forma la prof. Spini, e tutti abbiamo annuito distrattamente. Ma mentre stavamo compilando la scheda del suo colloquio l'Ape Impazzita ha scandito le parole "Secondo me quello non era un colloquio da dieci".
L'abbiamo guardata straniti. Ah no?
Non era stato brillante, non aveva fatto cose particolari, non aveva fatto Spagnolo, e soprattutto (rullo di tamburi) non aveva fatto il percorso con le slide: aveva portato solo la carta geografica della Corea e quella del circuito del robot. Non era stato dunque un colloquio preparato con cura.
La prof. Spini ha provato a prenderla con le buone spiegando con bel garbo che il ragazzo ha un handicap nelle relazioni sociali, di cui è giusto tenere conto. Sostegno ha osservato che non esisteva non dare dieci a un colloquio del genere. Altri hanno enfatizzato il lavoro di cibernetica, la mirabile sintesi di cui aveva dato prova nell'analisi dell'economia coreana, l'accuratezza della biografia del celebre matematico. Invano.
L'Ape Impazzita ci ha fatto osservare che l'handicap nelle relazioni sociali di Alan non è supportato da un certificato medico.
E sta' a vedere che adesso le slide sono diventate obbligatorie e che ci vuole la certificazione se uno ha un carattere, diciamo ombroso, abbiamo pensato in coro guardandola male (senza contare che, a parte l'uscita sullo spagnolo, che rientra pur sempre nel campo delle opinioni personali, nel colloquio Alan non si era poi mostrato granché ombroso, anzi aveva retto  molto bene lo stress).
La questione non era delle più essenziali: considerati gli scritti e il voto di ammissione, Turing avrebbe avuto il dieci come voto finale anche se nel colloquio avesse preso otto. 
Guarda caso però aveva fatto un colloquio da dieci e nient'altro che dieci volevamo mettere, qualsiasi cosa ne pensasse l'Ape Impazzita. Che dal canto suo, non voleva sentir ragioni appunto perché "comunque il ragazzo sarebbe uscito con dieci". E di nuovo a scandito, con mirabile dizione, che secondo la Sua Opinione, e non conoscendo il ragazzo, dall'esterno quello non era un colloquio da dieci. E pareva proprio convinta che ce ne dovesse fregare qualcosa, della sua Augusta Opinione.  
"Va bene, votiamo" ho detto con aria palesemente scocciata "Dopotutto ci pagano per questo. Chi è contrario al dieci?".
Nessuno ha alzato la mano. L'Ape Impazzita ha borbottato qualcosa ed è uscita dalla stanza. E finalmente abbiamo finito di compilare la scheda (da dieci) del colloquio.
Per passare poi diversi minuti a placare una irritatissima Spini che stava praticamente ruggendo. Come sarebbe a dire che quello non era un colloquio da dieci? Cos'era allora un colloquio da dieci? E che caspita c'entravano le slide?

Così Turing ha avuto il suo bel dieci all'orale (anche se non lo saprà mai) mentre noi insegnanti abbiamo avuto un bonus extra per la fermezza d'animo dimostrata: perché l'Ape Impazzita nei giorni dei nostri orali guarda caso era quasi sempre a seguire gli orali di Crifosso. 
Nessuno si è disperato per la sua assenza, e meno di tutti io.
Salvo una piccola considerazione, che ho rimuginato prima in cuor mio e poi esposto a Spini e Ghirlandai mentre rimettevamo a posto le carte della giornata. D'accordo, l'Ape Impazzita non lo riteneva un colloquio da dieci perché non era stato abbastanza fighetto. Effettivamente Alan Turing punta molto all'essenziale ed evita i fronzoli, come dimostrava anche l'assenza delle slide (per elaborare una ventina di slide infiocchettate ci avrebbe messo circa quindici minuti). Ma a te che lavori nella scuola da una vita sembra davvero un difetto, quello di curare la sostanza più che l'apparenza?
Di cosa parliamo, quando parliamo di scuola?

*sì, proprio Alan Turing. Quello di The Imitation Game.
**sì, proprio Alan Turing, quello di The Imitation Game.

venerdì 23 giugno 2017

L'anno della lepre - Arto Paasilinna

Protagonista di questo breve romanzo è Vatanen, un giornalista quarantenne finlandese in crisi di scontento per la sua vita. Una sera in cui si sente particolarmente scocciato di tutto l'insieme e viaggia per lavoro con un collega che non gli sta neppure simpatico (ed è in crisi di scontento come lui, e non lo trova simpatico) urta per errore un giovane leprotto. Sono in un bosco, naturalmente - in Finlandia essere in un bosco è un po' come per un toscano viaggiare tra le colline, insomma una condizione del tutto abituale.
Preoccupatissimo, Vatanen scende in cerca del leprotto maltrattato. Alla fine lo trova, scopre che si è rotto una zampa per colpa dell'urto, gli fa una steccatura di fortuna, se la mette in tasca...
No, non ritorna alla macchina. Scopre di essere irrimediabilmente stufo del collega, del suo lavoro e della sua vita. Rimane nel bosco, e che il collega si arrangi pure.
Il collega naturalmente non la prende bene; aspetta, lo chiama, lo cerca, ma alla fine rimette in moto la macchina e se ne va per i fatti suoi.

Rimasto solo Vatanen passa la notte nel bosco con il leprotto, poi il giorno dopo raggiunge la città più vicina, trova un veterinario per lepri (nemmeno in Finlandia è un affare semplicissimo) e ottiene perfino un permesso per tenersi il leprotto, che è specie protetta ma è troppo piccolo per sopravvivere da solo nei boschi finlandesi. Poi si fa dare un po' di istruzioni per nutrire il leprotto (nemmeno in Finlandia è semplicissimo) e... no, non decide razionalmente di tagliare i ponti con la sua vita precedente, di cui è stufo sin nelle barbe. Li taglia, semplicemente. Vende un po' di cose, incassa i soldi, manda a dire alla moglie che non tornerà e inizia a vivere alla giornata, lui e il suo leprotto. E se la passa benissimo.
La lepre (è sempre chiamata al femminile, nella traduzione, ma è subito specificato dal veterinario che è un maschio) si lega subito a lui; di carattere gentile e disponibile, non ha grosse pretese e non dà mai volontariamente problemi, ma tutte le volte che i due incrociano un numero di esseri umani superiore a due,  gli esseri umani vanno irrimediabilmente in crisi e non parliamo delle autorità. Quando invece si tratta di affrontare individui singoli o a coppie va tutto benissimo e nessuno trova niente di strano nella presenza della lepre.
Vatanen viaggia per la Finlandia e soprattutto per i boschi finlandesi (che vuol dire, appunto, viaggiare per tutta la Finlandia perché lì i boschi sono onnipresenti), si gode il silenzio dei boschi finlandesi, pesca nei laghi finlandesi e trova un sacco di lavoretti di carpenteria e piccola edilizia (in legno, solitamente) per gli edifici che i boschi finlandesi contengono. Lui e la lepre attraversano le quattro stagioni, con incidenti e vicissitudini di vario tipo, ma restano sempre insieme. 
Incontriamo dunque un sacco di boschi finlandesi (ho già detto che in Finlandia ci sono molti boschi?) e ci godiamo lo splendido silenzio dei boschi finlandesi, i bellissimi paesaggi dei boschi finlandesi e anche la strana fauna (a due zampe, anche, e non soltanto umana) che occupa i boschi finlandesi. Nemmeno per un istante o una pagina il lettore pensa che Vatanen abbia sbagliato ad abbandonare il suo insulso lavoro, i suoi insulsi colleghi e la sua insulsa ed antipatica consorte per barattarli con un lepre in crescita di carattere gentile e un po' timido - anzi si finisce per pensare che la condizione ideale per un essere umano sia vivere nei boschi finlandesi e godersi il silenzio e qualche occasionale incontro assieme a un lepre.
Vagando per boschi, sul filo di varie avventure che comprendono anche una lunga escursione finale che porterà Vatanen ad oltrepassare il confine con la Russia (siamo nella prima metà degli anni '70) con relativo ma non molto drammatico imprigionamento, Vatanen finisce per sparire dalle cronache. Lui, la lepre e la sua nuova fidanzata scompaiono nella Finlandia settentrionale e anche se il narratore ammette di non avere altre notizie su di lui, si suppone che se la passeranno benissimo anche senza cinema né televisione né giornali e giornalisti (di cui comunque possono usufruire quando vogliono, perché in Finlandia i boschi non sono aree geografiche tagliate fuori dall'umano consorzio).
Il tema del Ritorno alla Natura lontano dall'Antipatica Civiltà non è nuovo e ha conosciuto molte versioni. Quella finlandese è molto affascinante e mostra un popolo solo apparentemente inserito nel mondo urbanizzato e occidentale che conosciamo, ma che continua a vivere una speciale sintonia con la natura che lo circonda attraverso una specie di doppia natura. Quei boschi solo apparentemente incontaminati sono in realtà fortemente segnati dalla presenza dell'uomo, costellati di capanne e negozi, perennemente attraversati da taxi (il libro contiene una quantità sbalorditiva di taxi) e, naturalmente, da renne, mucche,  lepri... orsi; ma quella dell'uomo è una presenza gentile, e il bosco finlandese sembra per sua natura assai inclusivo. Alla fine del libro il lettore è anzi attraversato dal forte sospetto che un finlandese si trovi davvero a suo agio solo dentro un bosco, e standone troppo a lungo lontano sia destinato a inacidirsi come latte tenuto fuori dal frigo.

Il libro si legge volentieri: è una lettura assai boschiva e rinfrescante, e risveglia la parte elfica che è dentro ognuno di noi (sembra che per creare le lingue elfiche Tolkien si sia ispirato al finlandese, e che la betulla sia l'albero più simile ai mallorn di Lothlorien che sia possibile trovare nel nostro mondo); i paesaggi recitano benissimo, la lepre è davvero simpatica e il protagonista ha un suo fascino elusivo.
Pubblicato nel 1975, il libro riscosse un grande successo nel Grande Nord e vanta numerosi tentativi di imitazione. Da noi è arrivato solo nel 1994 grazie alla casa editrice Iperborea.

Con questo post partecipo finalmente di nuovo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e un felice ponte di San Giovanni a chiunque passi di qua. Che l'estate sia con voi!