Il mio blog preferito

venerdì 8 aprile 2016

Carol - Patricia Highsmith


E' noto che le lesbiche non esistono: si tratta al più di un prodotto dell'immaginario erotico maschile, o di donne ingannate da circostanze negative che gli hanno impedito di trovare l'Uomo Giusto. Del resto, come ognun sa, è impossibile immaginare qualcosa di più assurdo di due donne che stanno bene senza uomini tra i piedi.
Noncuranti di ciò in una gelida mattina di Dicembre la bella, ricca ed elegantissima Carol e la giovanissima Therese, commessa temporanea in un grande magazzino e aspirante scenografa un po' squattrinata si incontrano nel reparto giocattoli per una questione di bambole, e scocca il colpo di fulmine.
Con un labilissimo pretesto Carol rintraccerà la commessa qualche giorno dopo per invitarla a prendere un caffé e ben presto Therese si ritroverà inserita nel complesso universo di quella bella signora.
La storia è raccontata tutta dalla prospettiva di Therese e il lettore, come lei, solo gradualmente riesce a decifrare l'enigmatica e affascinante Carol. Tanto per cominciare c'è  un marito, da cui Carol sta divorziando, e anche una figlia, molto amata - la bambola che Carol cercava era per lei - e tutti sappiamo quanto facilmente nelle coppie in via di divorzio i figli si trasformano in inconsapevoli ostaggi. Ci sono i soldi - tanti, tantissimi soldi, e Carol è quel tipo di donna che ne ha sempre avuti tanti, mentre Therese è quel tipo di donna che ne ha pochi ed è abituata da sempre ad averne pochi né si strugge molto per questo.  E c'è anche una certa dose di thriller, che si insinua gradualmente nella vicenda. Ma Carol è soprattutto una bella storia d'amore e, ignorando tutte le convenzioni dell'epoca, ha un lieto fine. Storie d'amore tra donne ce n'erano già, nella letteratura americana, ma finivano sempre malissimo: suicidi, desolazione, sensi di colpa e un implacabile condanna della società annegavano le povere protagoniste di turno nella più cupa infelicità.
Non qui. Nonostante anche per Carol e Therese ci sia un prezzo da pagare (ma si sa che nella vita c'è sempre un prezzo da pagare, per qualsiasi cosa), nonostante i colpi di coda dell'ex marito di Carol e qualche complicazione, nonostante le recriminazioni del fidanzato di Therese e i pregiudizi della società americana dei primi anni 50, le due innamorate avranno la loro fetta di felicità che si suppone sapranno difendere nel migliore dei modi negli anni a venire.

Quando scrisse il romanzo, nel 1952, Patricia Highsmith era molto giovane e a carriera appena avviata, e con un solo romanzo alle spalle (decisamente thriller e decisamente angosciante) ancora in corso di pubblicazione. Di Carol il suo editore non ne volle sapere, così lei si trovò un altro editore e uno pseudonimo per pubblicarlo. Solo nel 1989 si decise a pubblicarlo con il suo nome, e a quel punto anche in Italia Bompiani si degnò infine di tradurlo, con comodo. Era stato un libro di successo, come racconta l'autrice nella sua spassosa postfazione dell'edizione 1989, e lei per molti anni aveva ricevuto grossi pacchi di lettere di ringraziamento dai lettori: Molte recavano messaggi tipo:  "Il suo è il primo libro del genere a lieto fine! Non tutti ci suicidiamo, e molti di noi se la passano bene."

Carol racconta una storia d'amore. Per Therese il centro della vicenda è proprio quello: il sentimento che le invade l'esistenza e che non è qualcosa da combattere, da reprimere,  da  negare o da difendere, ma semplicemente da vivere - la meravigliosa avventura che ti trasforma da bruco in farfalla. Del mondo esterno e delle sue insulse opinioni si cura ben poco. Carol, che non è più una giovinetta di  primo pelo ma una donna con una storia alle spalle, sarà invece costretta a dare al mondo una maggiore importanza.

Il libro è di media lunghezza e può riempire bene un fine settimana o diverse serate. Scorre bene, pur essendo piuttosto denso; trattandosi di Highsmith, il lettore può avvicinarsi senza paura di alcun sovraccarico di zucchero. 
E' stato ristampato quest'anno con una nuova copertina con due belle immagini tratte dal film uscito quest'inverno. Io il film non l'ho ancora visto, ma trovo che le attrici siano state scelte molto bene: senza alcun dubbio Cate Blanchett è Carol, né riuscirei mai ad immaginarla con un altro aspetto.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture a tutti per il prossimo fine settimana, visto che le previsioni del tempo non fanno molto ben sperare per le belle passeggiate sotto gli alberi in fiore cui, stando al calendario, tutti noi avremmo diritto.

mercoledì 6 aprile 2016

Come stampare una cronologia in meno di due ore (unplugged)

Per compiere grandi imprese occorrono grandi guerrieri

Da tempo ormai (più o meno da quando ho una LIM a disposizione) quando arriva il tempo della Rivoluzione Francese preparo una cronologia insieme ai miei alunni. Uno dei ragazzi fa da dattilografo, gli altri la copiano. Poi la stampo e do una copia a tutti, e interrogo i ragazzi davanti alla LIM con la cronologia proiettata.
Quello che segue è il veridico resoconto di come ho fatto a stamparla quest'anno.

Premetto che, per quanto imbranata, anch'io di solito riesco a produrre una stampa in pochi secondi in circostanze favorevoli. Si da il caso tuttavia che le circostanze, nella mia scuola, non sempre siano favorevolissime. 

Ma andiamo per ordine.
La cronologia era stata scritta su Works, un programmino molto leggero per videoscrittura. L'ho scelto prima di tutto perché funzionava, mentre in Word non riuscivamo ad aprire un file nuovo. Chissà perché?

Tempo per produrre la cronologia: circa tre ore di lezione, intervallate da abbondanti chiacchiere, squarci di spiegazioni e molte domande. 
Finita la mattinata, sono rimasta a scuola per fare varie cose, tra cui appunto la stampa (per la quale avevo stanziato una manciata di minuti).
Prima fase: sono andata in classe e ho riguardato la cronologia, ritoccandola in qualche punto. Tempo: circa 5 minuti. Poi ho tentato di salvare il file in Word, perché il computer di Sala Insegnanti non ha Works.
Il computer ha mandato a dire che non c'era spazio sufficiente sulla mia chiavetta per salvare il file (due cartelle scarse, scritte grandi).
Ho sgranato gli occhi "Ma che mi racconti?" ho chiesto al computer, piuttosto seccata.
Il computer non mi ha risposto.
Ho ritentato il salvataggio in Word, e di nuovo mi ha spiegato che non c'era posto sulla chiavetta.
Allora ho aperto un file di Word già esistente e da lì ho provato ad aprirne uno nuovo. E finalmente ho capito: la licenza Word sul computer della LIM era scaduta, e quindi continuava ad aprire i vecchi file, ma si rifiutava di farne di nuovi.
Allora ho salvato la cronologia in formato testo (txt), l'ho copiata senza problemi e sono andata al computer in Sala Insegnanti, dove al momento c'è l'unica stampante funzionante di tutta la scuola (beh, sì, ce ne sarebbe una anche nel laboratorio di informatica, ma non ricordo la password, e comunque non è che faccia sempre tanto bene nemmeno quella). 
Il computer di Sala Insegnanti si è rifiutato di leggere il file in formato testo.
"Si può sapere cosa combini?" gli ho chiesto offesissima.
Nemmeno lui mi ha risposto.
Sono tornata al computer della LIM, ho riaperto la cronologia, ho copiato tutto su un nuovo file in Works e poi l' ho salvato in formato testo.
Nel frattempo era già passata più di mezz'ora, anche perché i due computer sono ai due capi opposti della scuola.

Sono tornata in Sala Insegnanti. Il computer ha gentilmente accettato il file in formato testo. Ho avviato la stampa.
La stampante ha rugliato, poi si è inceppata. Si inceppa speso, in questo periodo.
Allora, in base alla procedura che abbiamo imparato a seguire in questo caso, ho spento, ho riacceso e ho disincastrato il foglio (manovra piuttosto complicata con quel modello di stampante). Poi ho riavviato la stampa, e di nuovo il foglio si è incastrato.
Allora ho spento la stampante, l'ho lasciata riposare qualche minuto, poi l'ho riaccesa. L'ho accarezzata e le ho spiegato che era bella e brava (non so se serve, ma ad ogni buon conto nei casi più critici faccio anche quello. Sospetto che questo rituale serva soprattutto a placare me, che in questo modo non trasmetto il mio nervosismo alla povera stampante stressata). Poi ho di nuovo lanciato la stampa, che questa volta è andata a buon fine.
Ho ringraziato la stampante, poi sono andata alla fotocopiatrice.

In questo periodo anche la fotocopiatrice è molto stressata. Ogni volta che fa una fotocopia lancia lunghi gemiti strazianti, ma soprattutto in certi momenti fa una fotocopia qualsiasi tasto venga toccato: se chiedi un ingrandimento fa una fotocopia (non ingrandita), se chiedi una fotocopia fa una fotocopia, se chiedi un colore più intenso fa una fotocopia (del colore solito), se chiedi 22 fotocopie ti fa una fotocopia, ma te la fa dopo il primo 2 e non ti fa mettere il secondo 2 nel display.
Ho pigiato il tasto di reset (ottenendo con ciò la quarta fotocopia), poi l'ho fatta riposare qualche minuto e, a tradimento, sono riuscita a inserire la richiesta di 18 fotocopie. Con grandi lamentazioni straziate la macchina ha accettato la richiesta e ha sfornato tutte le fotocopie.
Ho preso il pacchetto delle fotocopie, l'ho rimesso nella fotocopiatrice per fare il fronte-retro e ho chiesto 22 copie della seconda facciata della cronologia. E le ho ottenute, seppure tra grandi lamenti e gemiti.
Con il mio bel pacchetto di fotocopie ben croccanti sono tornata in Sala Insegnanti, dove ho messo il tutto in apposito inserto per consegnarle il giorno dopo ai ragazzi.
Non mi sono sorpresa molto quando, guardando l'orologio, ho realizzato che dal momento del mio primo, ingenuo tentativo di copia del file era passata più di un ora e mezzo.

D'accordo, io sono una persona dai tempi distesi; non mi piace che mi facciano fretta e non ho ritmi frenetici. E non mi è mai dispiaciuto passare qualche quarto d'ora in più a scuola, senza badare troppo all'indice di produttività. Ma, sinceramente, più di un ora e mezzo per stampare 22 copie di una cronologia di due facciate mi sembra un po' troppo.

Come in quasi tutte le cose comunque c'è stato un aspetto positivo: vedere la classe che si rotolava dal gran ridere mentre gli raccontavo punto per punto l'avventurosa stampa. 
Dopotutto, un piccolo interludio comico migliora il clima in classe e favorisce la concentrazione dei discenti (quando hanno smesso di ridere, si capisce).
Io, comunque, ero disponibile anche a passare quell'ora e mezzo in modo un po' più proficuo, avendone la possibilità.

Aggiornamento dopo due settimane:
Dopo lunghi mesi di attesa, il prof. Jorge nostro responsabile informatico ha finalmente ottenuto una nuova stampante per la sala docenti, montata l'altro ieri. Nel frattempo anche la fotocopiatrice è stata riparata.

lunedì 4 aprile 2016

Lunedì Film - Azur e Asnar (Film per le medie)


Uscito nel 2006 dalle mani del regista Michel Ocelot (sì, quello di Kirikù e la strega Karabà) questo film è un vero inno ai piaceri della multicultura. Io però lo andai a vedere, e poi lo comprai, per ben altro motivo, e cioè per il manifesto che prometteva un sacco di azzurro in tutte le sue sfumature, oltre a quei giochini di simmetria che mi piacciono tanto. Non che non apprezzi le contaminazioni culturali - una brava medievista non potrebbe mai - ma apprezzo ancor più l'azzurro.
Di azzurro e di intrecci simmetrici ce n'è a sufficienza per soddisfare la fame più vorace. Anche la storia però è interessante e ricca di risvolti.
In un qualche tempo non troppo definito (direi bassissimo medioevo, insomma Trecento molto avanzato) in Francia un ricco mercante vedovo fa allevare da una balia dell'Africa mediterranea suo figlio e il figlio di lei, coetanei e in un certo senso quasi gemelli. 

Similissimi nell'aspetto (ma non nei colori) e della stessa altezza, i due bambini crescono come fratelli litigando, azzuffandosi e condividendo tutto con fraterna rivalità. Un giorno però, quando i due sono ormai ragazzini e la loro amicizia comincia a creare qualche problema al mercante, la nutrice e il bambino africano sono scacciati.
Cresciuto e ormai in età da sposarsi, il giovane Azur decide di andare in Africa per cercare la fata dei jinn, una bella principessa prigioniera di un incantesimo di cui la nutrice gli aveva parlato. Davanti a tanta follia il padre si dispera ma non sa dire di no.
Nel giro di qualche fotogramma Azur parte su un ricco naviglio, naufraga e infine approda, lacero e negletto, in prossimità di di una ricca città africana. Dopo qualche traversia dovuta ai suoi capelli biondi e soprattutto ai suoi occhi azzurri - che una superstizione del luogo trova di malaugurio - il ragazzo si allea con un mendicante di origine europea, ma che conosce la lingua del luogo, per poi ritrovare anche la nutrice (ricca vedova di un ricco mercante) e naturalmente anche Asmar.



E anche Asmar vuole trovare la fata dei jinn per sposarla. La nutrice quindi fornisce entrambi di ricchi mezzi e organizza una bella spedizione, ricorrendo anche all'aiuto di una giovanissima ma saggia principessa esperta in ogni arte e scienza (qui ritratta di profilo su un albero mentre guarda la città di notte).
Il cammino verso la fata dei jinn naturalmente è seminato da insidie e per affrontarlo è necessario trovare anche tre chiavi incantate.
Azur e Asmar partono con la stessa spedizione ma quasi subito si separano, perché in questa ricerca sono rivali. In realtà continueranno ad incrociarsi e aiutarsi nei più vari modi fin quando arriveranno al portale dell'ultima prova - quello che già in molti hanno affrontato ma dove nessuno ha avuto successo. Asmar è rimasto ferito (per aiutare Azur), Azur si rifiuta di abbandonarlo e insieme i due sceglieranno la porta giusta, o per meglio dire la fata dei jinn gliela farà varcare, perché è lei che decide se il pretendente può o no varcare la porta.


Una volta guarito l'ormai morente Asmar (cosa che la fata dei jinn fa in pochi secondi, con mirabili effetti cromatici e luminosi)  c'è da decidere quale dei due pretendenti ha diritto a sposare la fata. 


Entrambi sostengono che il vero vincitore è l'altro, e la fata dei jinn decide di consigliarsi con qualcuno.
In rapida successione vengono convocati il mendicante amico di Azur, la nutrice e la principessina ma nessuno di loro riesce a trovare una soluzione adeguata.


Infine la fata dei jinn convoca la sua cugina, la biondissima fata degli elfi, e insieme decidono di lasciarsi guidare dalle proprie preferenze. Per circa mezzo minuto lo spettatore pensa che i due biondi formeranno una coppia e i due bruni l'altra coppia, ma infine risulta chiaro  che la scintilla dell'amore è scoccata tra il biondo Azur e la fata dei jinn e tra il bruno Asmar e la fata degli elfi (e si insinua anche il sospetto che la ricca vedova e il mendicante potrebbero parimenti unirsi).
La storia si chiude così nella soddisfazione generale (e in un tripudio di azzurro), e non una singola parola viene spesa per il ricco mercante francese che piange il figlio per morto, ma di cui tutti sembrano fregarsene (in particolar modo lo spettatore).

Il film dura all'incirca un ora e mezza e scorre assai piacevole in un tripudio di vivacissimi colori (nonostante le foto che ho postato, non c'è infatti soltanto l'azzurro) rielaborando materiali fiabeschi di vario genere in modo assai originale e brillante, e c'è anche un grazioso gatto nero con lunghe orecchie a punta che fornisce un adorabile cammeo. Vari tipi di superstizioni e pregiudizi vengono allegramente capovolti e rivoltati e a un certo punto qualcuno suggerisce anche che la fata dei jinn potrebbe sposare entrambi i pretendenti, visto che il loro diritto sembra uguale. 
I personaggi femminili sono decisamente dominanti (abbiamo, nell'ordine, una nutrice scacciata senza un soldo che è diventata una delle persone più ricche di una ricchissima città, una principessa di grande verve e cultura, istruita dai più saggi tra i saggi del regno e una fata dei jinn che può decidere se far passare o no i suoi pretendenti), i due Fratelli Diversi sono in realtà assai simili nel cuore e nel carattere, oltre che nel fisico e l'unico momento drammatico, quando Azur approda e viene cacciato da tutti, viene superato in fretta.
Il film lascia una piacevole sensazione di vitalità e di energia e la sensazione che con un po' di buon senso tutti possono vivere in armonia e con gran gioia.
Adattissimo per gli ultimi anni delle elementari e i primi delle medie, il film è assai piacevole anche per gli adulti e aiuta a sperare in un mondo migliore nonostante tutto.

venerdì 1 aprile 2016

La Grandiosa Lotteria alla Scuola Media di St. Mary Mead, ovvero Quando Come Fai Sbagli


La storia ha inizio in una bigia giornata di Novembre quando, durante il ritorno in treno dopo la mattinata passata a scuola, la prof. Quadrella lamentava accoratamente che in tutta la scuola non si trovasse una postazione che consentisse al docente di turno di far decorosamente vedere un film alla sua classe.
Con lei c'erano la prof. Therral e il professore Integralista di Religione, che hanno unito le loro rimostranze alle sue. Alla fine, sazi di lamentele, han cominciato a pensare dove e come procurarsi i fondi per allestire una vera e funzionale aula video, e nel giro di pochi minuti si erano accordati per organizzare una lotteria per la scuola. Si sono spartiti i compiti, ed ecco che la mattina dopo, previa un rapidissimo colloquio con la Preside che aveva dato il suo benestare, la Lotteria ha cominciato ad assumere consistenza. Il terzo giorno alcuni commercianti di St. Mary Mead, opportunamente sollecitati, avevano offerto dei premi e ogni classe era stata dotata di un congruo numero di blocchetti di tagliandi con i numeri da vendere.
Personalmente ritengo che non faccia parte dei compiti di un insegnante gestire vendite a scopo benefico né organizzare raccolte fondi (mentre lavoro sempre con gran piacere alla Mostra del Libro, che mi sembra assai più consona al mio insegnantesco ruolo) ma, dal momento che nessuno mi aveva chiesto di industriarmi in alcun modo per la Lotteria, mi sono limitata a non comprare biglietti e a lasciare nelle mie ore qualche minuto ai ragazzi per organizzare i loro rendiconti e raccogliere i soldi - oltre a elargire qualche generico e assai meritato complimento alla prof. Therral per la velocità e l'accortezza con cui aveva organizzato il tutto.

La sera del quarto giorno, quando ormai le vendite fervevano e i blocchetti di numeri andavano e venivano in gran copia, la prof. Therral ha ricevuto una telefonata da parte del Presidente del Comitato Genitori (di cui ignorava financo l'esistenza, come quasi tutti noi del resto) che si lamentava di come detto Comitato non fosse stato coinvolto e di come perciò si fosse sentito scavalcato.
Repressa la fortissima tentazione di mandare il Presidente del fantomatico Comitato diritto filato a Fanculo, la prof. Therral è ricorsa a blande parolette con cui ha cercato di calmare l'irritato Presidente e di scusarsi del grave delitto di aver tentato di fare qualcosa per risolvere un problema oggettivo al quale il BarbaComitato non aveva mai minimamente mostrato di interessarsi*. Più avanti è venuta a sapere per vie traverse (in un paese per vie traverse si vengono sempre a sapere valanghe di cose che talvolta sarebbe più decoroso che restassero occulte) di come la Preside, parimenti redarguita dal Presidente del Comitato dei Genitori, fosse sgusciata come un anguilla dichiarando con grande mendacità che lei di questa storia della Lotteria non era stata minimamente informata. Tutto ciò, comprensibilmente, non ha fatto piacere alla prof. Therral, che in somma delle somme dalla Lotteria non aveva alcuna speranza né intenzione di ricavare un singolo centesimo per suo uso personale, ma solo un consistente aggravio di lavoro, il tutto in un periodo in cui, nei ritagli di tempo, stava pure gestendo un trasloco.
Ad ogni modo è stato deciso di sospendere la vendita dei biglietti e di aspettare i Consigli di Classe Con Genitori, di lì a pochi giorni, per presentare l'iniziativa ai genitori in questione (i quali genitori, peraltro, da qualche giorno stavano comprando biglietti in quantità e sollecitando parenti e amici a fare altrettanto).
Così l'iniziativa è stata fermata (teoricamente), e allora il Comitato dei Genitori ha fatto sapere che non intendeva fermarla, e allora l'iniziativa è ripresa. La Preside non ha più dato segni di vita e ha lasciato che la Natura facesse il suo corso, in parte convinta a ciò anche dall'accorta mediazione della VicePreside.
Nel frattempo i ragazzi continuavano imperterriti a vendere biglietti (e tenendo conto che siamo una scuola che a malapena arriva a 200 alunni, ne hanno venduta una quantità invero assai ragguardevole).
Infine c'è stato il sorteggio dei premi, le varie ceste hanno smesso di ingombrare la Sala Insegnanti e la prof. Therral ha fatto il bilancio definitivo, talmente lusinghiero da consentire l'acquisto di due LIM e relativi computer oltre all'allestimento della Postazione Video**, grazie a una piccola giunta offerta dalla scuola.

Qualche settimana dopo sono arrivati i tecnici e hanno montato le LIM. 
A quel punto è arrivata dalle elementari Maestra Tina, e si è molto lamentata che il Comitato Genitori fosse entrato nella nostra scuola senza autorizzazione e avesse montato le LIM impicciandosi troppo, e perché si erano impicciati tanto***? Il Comitato Genitori non avrebbe dovuto allargarsi così, ledendo la Sacra Autonomia della scuola, né noi avremmo dovuto permetterglielo.
E' seguita un accanita discussione tra Maestra Tina e la nostra VicePreside, che con grande fermezza ha sostenuto che 1) chi era entrato nella nostra scuola era autorizzato eccome, e 2) se Maestra Tina si fosse fatta una buona teglia di cavoli suoi non sarebbe poi stato questo gran male. In tutto ciò, ovviamente, la Preside non si è immischiata né tanto né poco. In compenso la prof. Therral si è sentita redarguire per l'ennesima volta per la grave colpa di aver fatto qualcosa per la sua scuola e, nonostante non abbia un carattere particolarmente acido, se ne è alquanto risentita e ha promesso e giurato che la prossima volta che le verrà l'incauta idea di organizzare alcunché si siederà in poltrona aspettando che tale malsana idea le passi. 
Vorrei poter aggiungere che ha comunque avuto il sostegno morale e il conforto di tutto il corpo docenti della scuola media di St. Mary Mead ma, ahimé, non posso: più di un insegnante ha osservato che questo avrebbe potuto essere fatto meglio, che quest'altro tanto bene non andava e via dicendo. Mi sono ben guardata dal riferire questo tipo di commenti alla prof. Therral, ma temo di dover ammettere che questa mia discrezione è rimasta un caso abbastanza isolato.

Comunque le LIM ci sono. Non funzionano molto bene, al momento, e nessuno è ancora riuscito a spiegare alla Dirigenza, o almeno al prof. Jorge, che per le LIM servirebbe anche un po' di manutenzione, ma si spera che le cose finiranno per sistemarsi - e soprattutto che prima o poi il proiettore nuovo per la postazione video arrivi.

*il suddetto Comitato è trasversale, nel senso che è costituito da genitori di tutti i plessi dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead, dalle materne alle medie, e si occupa soprattutto dell'organizzazione delle feste di fine anno.
**in compenso la postazione video ancora langue - con mio estremo disappunto, visto che il sorteggio delle LIM in questione NON ha favorito la mia classe.
***forse perché di mestiere uno di questi genitori del BarbaComitato vende LIM, e ricorrendo a lui i tempi di installazione si sono notevolmente accorciati.

Questa storia, rigorosamente unplugged, non è un pesce d'Aprile e nessun pesce è stato maltrattato durante la produzione di questo post.

domenica 27 marzo 2016

venerdì 25 marzo 2016

Ave Mary - Michela Murgia


Il titolo completo è Ave Mary. E la chiesa inventò la donna e si inserisce in quella pacata tradizione di autrici che, con morbido garbo assai femminile, prendono una questione quasi fosse una rosa (mistica?) e la esaminano serenamente, un petalo dopo l'altro, facendosi seguire passo passo dal lettore senza fuochi d'artificio o frasi a effetto, e alla fine dell'analisi hanno capovolto il mondo delle apparenze riportando alla luce il vero nocciolo dell'argomento - in questo mi ha ricordato molto Le tre ghinee di Virginia Woolf.
E' un libro piuttosto breve (150 pagine, all'incirca), assai scorrevole e assai garbato, ma anche molto denso. Molto viene detto, ma assai interessante è anche quel che viene solo lasciato intravedere.

Parla, in sintesi, dell'atteggiamento della Chiesa nei confronti della Donna e della Madonna, con qualche excursus storico e l'analisi di alcuni passi del Nuovo Testamento - quelli, naturalmente, dove si parla di Maria - e racconta e descrive una fetta tutt'altro che esigua dell'universo femminile - quella cattolica praticante, tutto sommato abbastanza scontenta di come la Chiesa la definisce, la considera e la indirizza attraverso modelli femminili - la Madonna, naturalmente, ma anche alcune sante e beate di recente santificazione e beatificazione.
Cos'è cambiato nella posizione della Chiesa verso la donna, negli ultimi decenni?
Non molto, par di capire: la donna continua ad essere vista e interpretata come Madre, come Colei che Assiste, come Custode del Sacro Focolare, come utile e devota Aiutante; e le regole in base alle quali deve vivere, sentire e partecipare sono dettate, con pretesti teologici più o meno fondati e più o meno in buona fede, dagli uomini della dirigenza ecclesiastica, che semplicemente più in là di tanto sembra che non riescano ad andare.
Per chi, come me, vive la Chiesa come una realtà esterna, da seguire più o meno con interesse (o, nel mio caso, da non seguire quasi per niente in quel che c'è oltre la soglia critica del 1300, quando più o meno finisce il Medioevo*) il tema non è nuovo; quel che è stato nuovo per me è scoprire fino a che punto la parte femminile credente e praticante sia consapevole (e scontenta) di questa situazione, e quanto l'alta gerarchia cristiana abbia giocato e giochi sporco in questa materia. Sotto questo aspetto, le quattro paginette introduttive che raccontano l'episodio da cui è nata l'idea per il libro valgono da sole il prezzo del libro.

Maria è un personaggio che ha conosciuto svariate interpretazioni e letture, non solo ad opera cristiana, ed è stata uno dei soggetti preferiti di pittori e scultori. Ne abbiamo avuto raffigurazioni di vario tipo, dove non è sempre vestita in azzurro e bianco e non sempre tiene l'angelico sguardo rivolto verso l'alto. 
La celebre scena dell'Annunciazione, quando la sua risposta determina il futuro dell'umanità, può essere interpretata in più modi, e Murgia la interpreta in sintonia con il Magnificat, il canto che Maria intona quando va a trovare la cugina Elisabetta: un canto di trionfo per una nuova era che si apre e che promette di ribaltare tutte le gerarchie tradizionali (del resto è noto che Gesù, degno figlio di cotanta madre, ha avuto verso le donne un atteggiamento ben più aperto di quello dei suoi successori).
Pubblicato nel 2011, il libro contiene anche un ricordo del brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I, ovvero colui che osò dire che dio era padre e madre per tutti noi (cosa che i due papi venuti dopo di lui si sono ben guardati dal ripetere).
E' una lettura perfetta per questa settimana, in effetti. Ma è solo per un purissimo caso dato dal calendario e della mia sprogrammatissima sequenza di letture che partecipo con questo post al Venerdì del Libro di Homemademamma proprio il 25 Marzo, giorno in cui la chiesa celebra l'Annunciazione (ma forse l'ha anticipata o posticipata per l'accavallarsi di ricorrenze?) nonché il Venerdì Santo.
Buone letture a tutti, e possa la Resurrezione attesa per Domenica prossima levarci dal cuore un po' del peso che tutti ci portiamo dentro questa settimana.

La mia annunciazione preferita è quella di Simone Martini, e si trova agli Uffizi. 
Nessuno mi ha mai spiegato perché l'Angelo porta un plaid sulle spalle

Questa invece è la preferita di Dolcezze ed è del Beato Angelico. Il nome tecnico è Annunciazione del Corridoio Nord e si trova nel convento di San Marco a Firenze. 

*non è una mattana mia personale: c'è una scuola di pensiero in proposito tra gli studiosi di medievistica, e il mio professore ne faceva parte. Poi, certo, nel Trecento qualche strascico medievale qua e là rimane. Boccaccio, tanto per fare un piccolo esempio)

lunedì 21 marzo 2016

Le nostre più profonde radici culturali, la lobby gay e la Festa del Papà

Anacleto Camminacielo rivendica qui il suo ruolo paterno nei confronti del figlio Luca, in una scena assai famosa

Da quando sono in rete, tutti gli anni (ma proprio tutti) verso Natale gira la notizia che qualche preside abbia impedito (non "sconsigliato", ma proprio impedito) i festeggiamenti di Natale nella sua scuola per evitare critiche da parte delle famiglie degli alunni musulmani; a seguito di ciò, tutti gli anni si scatena in rete un orgia di recriminazioni contro il buonismo che ci impone di castrare la nostra cultura per non rischiare di contrariare questi stranieri rompiballe che pretendono di insegnarci a campare e, signora mia, dove andremo a finire di questo passo?

Un tempo la notizia era sempre molto vaga: "in una scuola in Lombardia", "alla scuola di mio figlio" e consimili, senza mai un nome o un indicazione precisa del luogo. Chi, come me, andava a cercare la fonte trovava  soltanto un trafiletto da testate tipo "L'eco della Padania" o "Il corriere del leghista" dove il resoconto era ancora più vago e dove né il preside né la scuola né la città o il paesello avevano alcuna possibilità di essere identificati. In sottofondo, branchi di placide bufale pascolavano serenamente.

Di recente (da quando la Lega ha cambiato segretario, direi) vengono invece fatti nomi e luoghi, e la notizia si basa spesso su qualcosa di concreto - che alla prova dei fatti risulta sovente assai travisato: ad esempio questo Natale la dirigenza della scuola colpevole del bieco prostramento culturale aveva in realtà respinto la richiesta di un gruppo di madri* di insegnare agli studenti Adeste Fideles durante l'intervallo della mensa; detta Dirigenza sosteneva infatti che la scuola non aveva programmato alcun tipo di esibizione musicale per Natale e in tutti i casi, se avesse voluto allestirne una, disponeva di insegnanti di musica, grazie. 
In effetti, guardando la vicenda da un altra prospettiva, si poteva anche dire che la Dirigenza era intervenuta con adeguata fermezza per bloccare un importuna ingerenza da parte dei genitori e difendere il diritto dei docenti a programmare le attività come pareva loro opportuno e quello degli alunni di godersi il breve intervallo di mensa tutelando nel contempo la loro digestione.

In ogni caso non tutte le scuole allestiscono presepi o fanno cantare canzoni natalizie che inneggiano al bambinello, e non lo facevano nemmeno quando a scuola andavo io, tanti e tanti anni fa, ai tempi in cui i mulini e i grembiulini erano bianchi: di solito si ripiega su un alberello variamente decorato (magari con decori preparati dai ragazzi) o su uno spettacolo non di rado privo di riferimenti al Natale; e questo non tanto per paura del furore degli integralisti islamici ma in considerazione del fatto che a questo mondo non tutti sono cattolici praticanti, anche tra i cittadini italiani di purissimo sangue italico, e addirittura possono non esserlo anche gli insegnanti e la dirigenza (ebbene sì, in quest'epoca sciagurata  può succedere perfino questo).

Ad ogni modo il calendario delle feste col passare degli anni è diventato implacabile: Halloween, Natale, Carnevale, Festa del Papà, Pasqua, Festa della Mamma scandiscono i mesi dell'anno scolastico e stare dietro a tutte può essere molto pesante anche per le materne, figurarsi per le elementari, che nelle intenzioni avrebbero anche delle materie da studiare, nonché frotte di genitori capacissimi di lamentarsi che "a scuola i miei figli non  fanno mai lezione, solo lavoretti per le feste".
Quanto alle medie, di solito seguono un calendario festivo alleggerito che comprende solo Natale e la fine dell'anno scolastico, ma hanno un fitto carnet di feste a contenuto civile: giornate della memoria, del ricordo e della reminescenza, feste nazionali, del lavoro e della donna, giornate varie contro i maltrattamenti all'infanzia e il lavoro minorile, per la tutela dell'acqua potabile e contro l'omofobia e via commemorando, ammonendo e indignando, che se mai una classe decidesse, in un attimo di follia del Consiglio, di dare a tutte il giusto rilievo non gli rimarrebbe un ora da dedicare il programma (anche se forse, in quel modo, il programma si ritroverebbe già fatto da solo e potrebbe anzi rivelarsi un esperimento interessante - ma non tutti gli insegnanti sono disposti a fare la prova). Perciò i singoli docenti o i singoli Consigli scelgono alcune di queste feste e ricorrenze e giornate nazionali e internazionali e ci lavorano su, poco o tanto a seconda dei casi e delle circostanze.

Succede poi che in qualche caso queste feste e giornate varie si sovrappongono: ad esempio quest'anno la Festa del Papà (quest'ultima piuttosto recente e non troppo sentita, in effetti) viene quasi a sovrapporsi alla Pasqua, tanto che alcune parrocchie più previdenti hanno anticipato le doverose onoranze a san Giuseppe per non interferire con la Domenica delle Palme, come ho scoperto in modo del tutto casuale preparando questo post.

Ma giusto quest'anno lo sciocchezziario leghista aveva gran necessità di criticare, prima ancora che la perfidia musulmana, la perversione delle unioni gay. Ed ecco dunque spuntare come un fungo la notizia di un asilo di Milano dove la Festa del Papà è stata festeggiata un po' in minore non tanto per colpa degli intolleranti immigrati islamici, quanto... per non offendere i figli delle coppie gay che avrebbero criticato la festa del Papà e non di un generico Genitore.
Prontamente il segretario della Lega ci ha fatto un post su Facebook, che ha attirato gran massa di commenti e discussioni, non tutte redatte in modo da fare onore al senno di chi scriveva.
In molti han poi provato a difendere l'operato dell'asilo, taluni motivando la scelta della scuola con recenti lutti che avrebbero impedito ad alcuni bambini di festeggiare un papà di cui la ria sorte li aveva privati (e al pensiero di ciò, ogni insegnante ricorda la canzone di Tricarico, basata purtroppo su un episodio autentico della vita del cantautore, dove la docente non ha brillato né per tatto né per umana comprensione), altri con la vicinanza che quest'anno schiacciava la festa del Papà sulla Pasqua; dall'asilo milanese oggetto del gran contendere infine è arrivata notizia (pare, dicono, sembra) che detta scuola non cura troppo questo tipo di ricorrenze e da tempo è avviluppata in un grandioso progetto sull'integrazione e contro le discriminazioni, parendogli in tal modo di impiegare più proficuamente le ore di lezione piuttosto che con la confezione dei famigerati "lavoretti" per le feste - lavoretti di cui non ho mai saputo che alcuna famiglia abbia mai sentito la mancanza, e che assai raramente sortiscono risultati di pregio - e ognuna di queste possibilità mi sembra credibile, oltre che valida. 
Ritengo invece abbastanza improbabile che gruppi di agguerrite genitrici di coppie omosessuali (perché, laddove la coppia fosse costituita da due uomini, certo non avrebbe motivo di insorgere contro una Festa del Papà che in alcun modo rischierebbe di mettere la loro prole a disagio a causa di carenza di padri da festeggiare) abbiano preteso di riformare il calendario, e questo perché i figli di coppie ufficialmente omosessuali in Italia sono ancora pochissimi e ai loro genitori pare gran cosa riuscire a campare senza prendersi troppi insulti e in generale mi risulta che tendano a starsene ancora piuttosto buoni.**
Un insegnante sensibile però può ben porsi la questione e pensare che, laddove c'è carenza di padri in una classe, per fuga dei medesimi o per loro dolorosissimo decesso prematuro, sarà forse cortese sorvolare garbatamente sulla questione onde non riaprire pericolose ferite nelle creature loro affidate: festeggiare con gran tripudio una figura genitoriale laddove alcuni bambini di questa figura genitoriale sono privi per i più vari motivi può certo essere inopportuno, quando non semplicemente idiota o perfino criminale.

Il problema però sta a monte: nonostante il (legittimo? Mah) desiderio di taluni politici di battere e ribattere certi temi fino allo sfinimento, la scuola italiana non è obbligata a festeggiare alcunché, nemmeno la Repubblica o l'Unità d'Italia o l'onnipresente Natale (che ormai dura circa tre mesi, e se fosse per me ne durerebbe tredici): la programmazione può includere alcune feste o ricorrenze o giornate internazionali a seconda delle circostanze e del libero genio dei docenti, che conoscono la classe con cui hanno a che fare e seguono una determinata programmazione. Un presepe sotto Natale può essere una lieta occasione per mettere in contatto con una tradizione assai italiana i piccoli stranieri, come può essere una bella idea allestire una festa straniera e mostrarla ai bambini italiani, ma altrettanto buona può essere l'idea di sorvolare con eleganza perché in classe i rapporti sono tesi sotto questo aspetto o anche perché si è impegnati a fare altre cose - sì, anche i pronomi personali o l'acquedotto nell'antica Roma - oppure ad allestire una Festa del Gatto in una classe particolarmente gattara. Feste e ricorrenze sono opportunità da cogliere, non tagliole o obblighi burocratici come gli scrutini di fine quadrimestre o i ricevimenti generali dei genitori. Chi vuole a tutti i costi festeggiare la Festa del Papà o la Giornata dell'Acqua Potabile può comunque farlo a casa sua, nei modi e nei tempi che preferisce, senza tirare per forza per la manica insegnanti e scolari. La Festa del Papà non è un obbligo scolastico, come non lo sono il presepe né la Dodicesima Notte, e non ha nessun senso né logica che un insegnante o un/a DS debbano addirittura giustificarsi perché nella loro scuola hanno festeggiato santa Lucia e non Martin Luther King, come se fossero obbligati a fare questo o quello.

*Secondo gli organi di informazione, i gruppi di genitori che si organizzano a scopo di tutela o di ingerenza verso i loro figli sono sempre e soltanto costituiti da madri, anzi da mamme; ma considerando l'accuratezza dei suddetti organi di informazione, la presenza in questi gruppi organizzati di padri non è affatto da escludere.
**Il giorno in cui i genitori omosessuali romperanno le scatole ai docenti quanto quelli etero, ebbene, quel giorno potremo se non altro rallegrarci perché vorrà dire che l'integrazione sarà completa - e da quel giorno noi docenti potremo mandarli a spagliare senza alcun riguardo e  senza temere con ciò di peccare per discriminazione o omofobia. E può darsi che quel giorno non sia così lontano.

venerdì 18 marzo 2016

La Nuova Arrivata (che si spera se ne vada al più presto)

Ratto norvegese: anche carino, a suo modo, ma non sempre si apprezza di averlo intorno

All'inizio dell'anno è arrivata una Nuova collega di Lettere, assai giovane e con poca esperienza alle spalle, e le abbiamo riservato la consueta accoglienza che da noi ricevono i nuovi arrivati - ovvero l'abbiamo rintronata di chiacchiere: io per esempio le ho spiegato come erano organizzati i libri di testo in Sala Insegnanti e come funzionava la Biblioteca, ma anche dov'erano il frigorifero e i bicchieri di carta. 
Ci ha ringraziato senza grandi entusiasmi - ringrazia sempre, quando qualcuno le comunica qualcosa, e sempre senza grandi entusiasmi. 
Poi sono cominciate le lezioni. Io e lei condividiamo la Prima Diligente, dove lei fa Storia e Geografia; anche se gli orari sono un po' bastardi abbiamo comunque un ora di buco in comune.
"Come ti trovi con i ragazzi?" le ho chiesto dopo qualche giorno, visto che lei non entrava in argomento.
"Bene" mi ha risposto, molto asciutta, per poi continuare quel che stava facendo.
Assai mortificata e pentita della mia indiscrezione sono ritornata nel mio cantuccio, dove mi sono fatta un bello sformato di cavoli miei e un esame di coscienza: forse ero stata aggressiva o indiscreta? Onestamente, non mi sembrava - la mia era una domanda abbastanza consueta in Sala Insegnanti all'inizio dell'anno scolastico, e riceve di solito risposte assai fluviali. Insomma, almeno due parole sul Dislessico Major, fonte di costante preoccupazione per tutti noi del Consiglio, o su Alagna, che si lamenta sempre e comunque di tutto e di tutti...
Al primo Consiglio di Classe, a fine Ottobre, è però risultato che tanto bene non andava: infatti la classe studiava poco e male, mostrandosi scortese e disattenta. Mancava di rispetto, ecco.
Il resto del Consiglio si è scambiato qualche occhiata perplessa: la Prima Diligente era magari un po' ruspante e ancora infantile, come tutte le tre prime di questa nuova infornata, ma che mancasse di rispetto (qualsiasi cosa si intendesse con questa curiosa formula) ci giungeva piuttosto nuovo.
Nessuno però ha detto niente.
La Nuova è poi passata a raccontarci dell'interrogazione dei tre DSA: li ha chiamati alla cattedra, per leggere le risposte alle domande già fissate in precedenza. 
Non avevo mai sentito parlare di questa modalità di interrogazione per i DSA, ma il mondo è bello perché vario. Il problema però è che due di loro hanno un pessimo rapporto con la lettura, o per meglio dire se leggono ad alta voce non capiscono quel che stanno leggendo - oltre a leggere francamente piuttosto male. Si aggiunga che costoro sono decisamente ansiosi. Così hanno pasticciato un po' con le domande, finendo per mettersi a ridere senza nessuna preoccupazione. Insomma, se ne fregavano.
"Forse si sono sentiti a disagio e il loro era un riso isterico" ha suggerito Arte dopo un breve silenzio.
"No, stavano proprio a prendermi in giro. Si vedeva che non gliene importava nulla".
"Ma sei sicura?" ha chiesto Inglese "Sai, a volte i ragazzi quando sono agitati cercano di scherzarci su..."
La Nuova si è impermalita assai "Sarò pure in grado di capirlo, no?".
"Evidentemente no" abbiamo pensato tutti in coro. Nessuno però ha osato insistere.

Poi è iniziata la processione dei Genitori In Cerca Di Conforto: c'era stata una lunga sequela di quattro, alle interrogazioni, e finanche un tre e mezzo - che, visto che siamo in paese, è diventato rapidamente un casus belli in tutta la scuola. E il suddetto tre e mezzo, ci han spiegato, non era il risultato di un interrogazione muta, bensì di una serie di risposte sbagliate: per ogni risposta non adeguata la Nuova toglieva dei punti.
"Nel regolamento della scuola si dice che il tre si può dare, eccezionalmente, solo per i compiti consegnati in bianco" è insorta la Casini (che non fa parte del nostro Consiglio ma non ha fatto mai mancare a nessuno il conforto della sua opinione).
La Casini è anche responsabile di plesso. 
"Ma la Nuova l'ha avuto, il regolamento?" ho chiesto.
No, non l'aveva avuto. I nuovi arrivati non ricevono mai il regolamento - non per un disegno specifico dei poteri occulti, ma per pura disorganizzazione. Va detto però che si tratta di un regolamento piuttosto banale e che all'inizio della prima media di solito "tre" viene considerato un numero buono solo per i calcoli matematici. 
"Comunque, regolamento o non regolamento, la valutazione dell'insegnante è insindacabile" ho ricordato alla Casini.
Ai genitori ho cercato di spiegare che uno studio accurato era un buon rimedio per i quattro. D'altra parte è noto che alle elementari di St. Mary Mead fanno sì storia e geografia, ma in modo molto amichevole, e di interrogazioni come le intendiamo noi non si parla nemmeno - e infatti di solito l'insegnante di turno alle medie passa i primi mesi a imbeccare i primini e per qualcuno di interrogazioni si parla solo dopo Natale, o addirittura al secondo quadrimestre.

Ma, si sa, ognuno ha il suo metodo e i suoi criteri di valutazione, e ogni insegnante di Lettere è notoriamente detentore dell'Unico e Valido Metodo per insegnare Lettere. Intervenire sarebbe stato assai arbitrario e fuor di luogo da parte nostra, e infatti nessuno è intervenuto.
Nel frattempo la Prima Diligente ribolliva e faceva muro. Hanno provato anche a lamentarsi con me. Ho provato a spiegargli come funzionavano i libri e come dovevano studiare; soprattutto, gli ho ricordato con bel garbo che esisteva, appunto, il verbo studiare.
Il fatto è che con me hanno sempre studiato abbastanza, e anche con gli altri insegnanti.

Tuttavia ho realizzato la vastità della questione solo quando la prof. Marzapane (che fa  Matematica nell'Altra Prima della Nuova) si è lamentata accoratamente meco che non riusciva a comunicare con costei; e va detto che per non comunicare con la prof. Marzapane ci vuole un abilità non comune, trattandosi della persona più amichevole, cordiale e disposta al dialogo da me incrociata  in sedici anni di onesto servizio.
"E' la coordinatrice. Le ho spiegato che in questa scuola i posti li cambia il coordinatore.  I ragazzi si lamentavano perché dall'inizio dell'anno non hanno mai cambiato i posti, e dicono che non è giusto e che nelle altre prime i posti li cambiano spesso. Lei mi ha risposto che i ragazzi devono avere la maturità per stare accanto anche a qualcuno che non gli piace. Ho provato a dirle che cambiare i posti serve per amalgamare la classe, ma non ha fatto nulla. Alla fine i posti li ho cambiati io".

Poi c'è stata l'Epica Questione del Doppio compito: una bella mattina la Nuova aveva messo un compito "di punizione" nello stesso giorno in cui Matematica aveva fissato da una decina di giorni la sua verifica. Una processione di insegnanti, compresa la VicePreside, è andata a spiegarle che era meglio non fare due verifiche scritte in un giorno, specie in una classe con tre dislessici, ma senza sortire risultato alcuno. Alla fine è stata Matematica che ha spostato la sua verifica, ma era piuttosto irritata.

E c'è stata la piazzata che mi sono presa per non averla celermente avvisata che per il 5 Maggio era in programma (forse) un uscita al Palazzo Rinascimentale, data da confermare.
"Io non sapevo nemmeno che c'era un uscita al Palazzo Rinascimentale!".
"Veramente ne abbiamo parlato in due diversi Consigli di Classe, e di uno hai fatto anche il verbale".
"Non è vero!".
"Scusami, un po' vero è. Però la data è da confermare, aspettavo che fosse definitiva."
"Ma io devo organizzarmi, sapere chi sono gli accompagnatori".
"Ma non lo sappiamo nemmeno noi, e poi siamo a metà Febbraio...".
"In questa scuola non c'è comunicazione. Nessuno avvisa, nessuno dice niente!"
Tra tanti difetti che può avere la scuola media di St. Mary Mead, lamentarsi che "nessuno dice niente" quando tutti non facciamo che parlare dei fatti (didattici) nostri dall'alba al tramonto mi è sembrato un rilievo abbastanza infondato. 
Comunque, proprio nello stesso giorno, la prof. Casini si è presa un altrettanta piazzata dopo averle comunicato  prontamente data, orari e accompagnatori di un uscita dell'Altra Prima alfine organizzata, perché "lei era la coordinatrice e nessuno l'aveva avvisata che c'era quell'uscita".
La Casini ha tentato di ricordarle che, appunto in qualità di coordinatrice, a Novembre costei Nuova Arrivata  aveva compilato l'elenco delle uscite e attività della classe (copiandolo pari pari da quello della prof. Therral), elenco in cui quell'uscita c'era; ma la Nuova ha ribattuto sdegnosamente che in questa scuola nessuno le diceva mai niente e non c'era organizzazione né comunicazione.
(E sul fatto che l'organizzazione non sia il punto di forza della nostra scuola tutti i torti non li ha, dobbiamo pur dirlo. Ma NON per quel che riguarda le uscite).

Giusto dopo la doppia piazzata, comunque, costei è riuscita a combinare un notevole casino organizzando l'uscita per il Museo Storico.
"Beh, tutti possiamo sbagliare" ha detto la prof. Therral che non ce l'ha come collega ma aveva avuto la sventura di fissare l'uscita con lei, e ha dovuto chiedere alle famiglie la cifra dell'uscita tre volte e con tre importi diversi.
"Certamente" ho convenuto io con un angelico sorriso.

Da tempo ormai, per distrarci dopo le lunghe giornate di lavoro, ci raccontiamo le ultime prodezze della Nuova (ogni settimana c'è qualche nuova perla). Abbiamo imparato a viverla in scioltezza da quando abbiamo capito che molto probabilmente l'anno prossimo sarà perdente posto; nessuno cerca più di parlare con lei, e ci ingegniamo di scansarla cautamente.
Tuttavia dubito che se ne sia accorta; in effetti i rapporti con lei non hanno subito grandi mutamenti: la Nuova continua a non parlare con noi, salvo per rampognarci.
Quanto a me, in cuor mio le ho giurato eterno (e silenziosissimo) odio perché dall'inizio dell'anno non ha ancora portato i ragazzi in biblioteca in quanto "è tutto tempo perso" (testuali parole che qualche anima buona si è premurata di riferirmi) e nemmeno ci va da sola, in biblioteca, in cerca di testi per le sue lezioni. Ma non ho disvelato questo mio sentimento a nessuno, anche perché credo che tutti se lo immaginino benissimo anche da soli.
Però ogni tanto, seduta accanto al fuoco all'imbrunire, mi domando: possibile che il torto sia solo e soltanto dalla sua parte? Di solito non è così.
E anche:
Possibile che una persona che se ne frega in modo così totale e completo di chi ha intorno, immune e impermeabile tanto alle difficoltà dei suoi alunni quanto alle esigenze dei colleghi (nonché a quello che i suddetti colleghi dicono ai Consigli di Classe) insomma, a chiunque non sia sé stessa medesima, trovi sensato imbarcarsi in un lavoro come l'insegnamento, e per di più alle medie - un lavoro modestamente retribuito, scarsamente valutato sul piano sociale, assai esigente sul piano emotivo (...beh, non per lei, immagino; almeno in apparenza) e di cui non c'è nemmeno una gran richiesta?
E non trovo risposta né all'una né all'altra domanda, né riesco a capire dove abbiamo (ho) sbagliato.