In terza liceo, l'anno dell'esame di maturità arrivò la prof. Jazinga, anche lei supplente annuale - che non si dica che i precari vanno di moda soltanto adesso.
Era visibilmente più giovane di qualsiasi insegnante circolasse in quel liceo (probabilmente sulla trentina) ed era anche un po' di casa: non soltanto aveva studiato lì, ma anche la sua sorella minore aveva studiato lì, per giunta nella nostra sezione, per giunta nella classe che fece la terza liceo quando noi facevamo la prima e costei (la sorella minore) era anche carissima amica della sorella maggiore di una di noi, pure lei in quella classe... insomma vederla in cattedra dava una certa aria di famiglia.
Era piuttosto carina, piuttosto simpatica, piuttosto alla mano, per niente aggressiva - nella mia mente quando la vedevo balenava l'immagine di un bel coniglio d'angora con lunghe orecchie vellutate.
Era anche decisamente gentile. Sary osservò subito che alla fine delle spiegazioni non domandava "Avete capito?" ma "Sono stata chiara?" - che non è affatto la stessa cosa, perché spostava l'accento dalla durezza della nostra cervice ad eventuale sua incapacità nello spiegare.
Aveva una voce calda e profonda, di quelle facilmente imitabili, caratterizzata da una r arrotata oltre al limite dell'arrotabile. I sui miti vavi e pveziosi e pvettamente alessandvini e i vevsi che gvondavano vetovica entrarono ben presto nel nostro frasario - Sary lo disegnò anche, il mito vavo e pvezioso: un rubino ben sfaccettato, con le gambine, i braccini e la testolina.
Vedendoci scrivere come castori ogni volta che apriva bocca per accennare una spiegazione, e supplicare ripetizioni ogni volta che ci sfuggiva una parola osservò blandamente che le sarebbe piaciuto che ci liberassimo dell'ossessione "oddiosenonhogliappunticomefo?". Ma ormai prendere appunti era diventata una nostra seconda natura, e dovette rassegnarsi.
Si vedeva benissimo che insegnava volentieri e che quel che insegnava le piaceva e le interessava. Era ben preparata, ma anche abituata a porsi domande. Quando, spiegandoci la tragedia, partì dall'etimologia della parola (viene da tragos, capro, e ode, canto) per poi immergersi nelle varie possibilità - canto del capro, canto per il capro, o canto in onore del sacrificio del capro? - sviscerandole una ad una con tutti i dettagli del caso, ci rendemmo conto che l'epoca delle dispense da mandare a memoria era finita e ricominciammo a fare domande, cui seguiva sempre un accurata risposta, infarcita di citazioni di testi e riferimenti a questioni varie. Latino e greco tornarono materie vive e nessuno, che io sappia, rimpianse le interrogazioni programmate in formaldeide dell'anno prima.
Diede anche una notevole botta di vita a Lucrezio, che immagino avessimo fatto anche l'anno prima (la Picchia ci avrà pur parlato di Lucrezio e Catullo, visto che sono autori assolutamente obbligatori, e probabilmente li aveva resi noiosi oltre ogni umano dire, ma io li ricordo solo attraverso le parole della Jazinga) che quell'anno era il nostro testo di lettura - e Lucrezio rifulse in tutto il suo notevole splendore, verso dopo verso.
Le sue lezioni erano vivaci, rumorose e a volte anche un pelo caotiche, ma c'era dentro molto calore.
Così ci facemmo una buona cultura sull'ellenismo e i suoi miti rari e preziosi (con o senza gambine); e immagino che avremo anche studiato - c'era l'esame, e nessuno di noi se lo riusciva a dimenticare per un minuto che fosse uno; e avremo anche fatto compiti scritti in quantità bastevole e abbondanti interrogazioni, dove certo non avrò brillato ma nemmeno avrò detto nulla di irreparabile, dal momento che non ricordo voti particolarmente bassi. Comunque non ricordo una particolare fatica associata al latino e al greco, quell'anno; però ricordo parecchio di quello che ci raccontò e che leggemmo, e dunque in qualche momento avrò pure studiato; tra l'altro, molti anni dopo, mentre assistevo a un Acis and Galathea di Haendel realizzai improvvisamente che la storia era tratta da uno di quei miti vavi, pveziosi e pvettamente alessandvini di cui ci aveva dettagliatamente parlato e riconobbi diversi passi del libretto (era un idillio di Teocrito, poi ripreso da Ovidio nelle Metamorfosi).
Senza noia, senza strepiti e senza grande affanno ma con non poco divertimento, il terzo anno di liceo per latino e greco passò, in una girandola di soffitti dorati a cassettoni, coppie di amanti assolutamente irregolari e pecorelle e giovenche al pascolo, più molti riferimenti a Minucio Felice, autore che doveva chiudere il nostro programma ma che non toccammo mai. Si limitò a nominarlo ma non ce ne disse mai niente né alcuno di noi provò ad informarsi in merito. In cuor mio ho sempre sospettato che non fosse una gran perdita.




















