Il mio blog preferito

lunedì 12 ottobre 2015

Lunedì Film - Quando c'era Marnie (Film per le medie)


Per motivi che sfuggono alla mia debole mente, lo Studio Ghibli ha preso l'abitudine di far uscire i suoi film pochissimi giorni per poi toglierli di circolazione e, immagino, metterli in seguito in vendita ai pochi eletti che ne hanno sentito parlare. Se lo fa avrà senz'altro la sua convenienza economica, non discuto, ma resta il fatto che in questo modo questi film non hanno poi una gran diffusione al di fuori del cerchio degli appassionati - ed è un peccato perché si tratta di prodotti di ottima qualità, assai gradevoli e non concepiti come pellicole di elite per pochi eletti.
D'accordo, per chi insegna c'è il vantaggio che può farli vedere alle sue classi senza rischiare di tediare i suoi alunni con roba ormai troppo conosciuta; resta il fatto che in sala, quando sono andata a vedere il film che vado adesso a presentare, nella sala piuttosto piena c'erano a malapena cinque spettatori sotto i venti anni, mentre il target per cui sono stati progettati è, ad occhio, tra i dieci e i quindici anni. Non che un  adulto non possa trarne grandissimo piacere - e infatti eravamo tutti decisamente soddisfatti - ma in fine non sarebbe male che anche i ragazzi che non sono nati e cresciuti in una famiglia appassionata di animazione giapponese avessero la ragionevole possibilità di accostare queste produzioni.

Andiamo per ordine. Il film NON è un film di Hayao Miyazaki, sacro totem dell'animazione giapponese e spirito portante dello Studio Ghibli, anzi è il primo uscito dallo Studio Ghibli dopo uno dei molti ritiri dalle scene di costui, però l'impronta di Miyazaki si sente con forza (per le cronache, la regia è opera dello stimato regista Hiromasa Yonebayashi); guarda caso il, soggetto è preso dal romanzo di Joan J. Robinson When Marnie Was There (1967) che a suo tempo Miyazaki lesse e apprezzò, tanto da includerlo in una lista di libri per ragazzi da lui raccomandati. 
Esiste in italiano?
Sì, esiste. Edizione Kappalab, ovvero una casa editrice specializzata in questi repechage di classici adattati dall'animazione giapponese e mai arrivati in Italia.


Quindi, oltre al film uscito di soppiatto abbiamo anche un romanzo tradotto di soppiatto.
Mi sfugge questa gran necessità di restare nei circuiti di nicchia ma insomma facciano un po' loro. 

Il libro, ci dicono, è stato adattato fedelissimamente, salvo piccoli dettagli quali spostare l'ambientazione in Giappone ai giorni nostri e tagliare parecchio nella seconda parte. Siccome la storia è fuori del tempo, nel senso che è sempre attuale e sempre lo sarà, il fatto che sia ambientata in Giappone non stona in alcun modo.

La protagonista è una ragazzina di nome Anna, o meglio Anna-chan, perché il folle adattamento ha lasciato i cosiddetti onorifici, ovvero quei suffissi che i giapponesi mettono sempre ai nomi e che servono a trasformarli in vezzeggiativi, o a dare un tocco di rispetto o di familiarità oppure... insomma una roba molto giapponese di cui la gran parte dei lettori e spettatori italiani è beatamente ignara; per fare un esempio, gli amici mi chiamano Murachan, mentre chi vuole rivolgersi a me con gran rispetto mi chiama Murasama. In questo film gli onorifici servono mirabilmente a confondere le idee allo spettatore italiano, che si convince che Anna-chan sia un nome giapponese esattamente come Midori o Fujiko. Invece è proprio il nome Anna, tutt'altro che giapponese.
Anna è stata adottata e ha dei genitori adottivi molto preoccuposi. Soffre di asma e si sente molto isolata dai coetanei, e di conseguenza i coetanei finiscono per tenerla un po' a distanza, non per malanimo ma perché non sanno come maneggiarla. Ha anche un notevole talento per il disegno, di cui è abbastanza ignara, in base al principio che essendo ella un piccolo vermetto strisciante, non è materialmente possibile che qualcosa le riesca bene.
Dopo un attacco di asma piuttosto grave, dietro consiglio medico, i genitori decidono di mandarla per un po' dalla (mi sembra) sorella della madre adottiva, che abita in un simpatico paesello dove l'aria è particolarmente buona. Costei è molto contenta di accogliere Anna-chan perché la sua figlia maggiore da tempo è andata in città a lavorare e la sua stanza è rimasta libera.
Gli zii (perché la zia ha anche un marito, simpatico e gentile quanto lei) maneggiano senza difficoltà questa giovane ostrica che parla pochissimo, e avviano la convivenza sulla base del "Fai un po' quel che vuoi, e vedi di mangiare". Un tentativo di inserire Anna-chan tra la gioventù del luogo non sorte grandi risultati, ma in compenso Anna (che è alloggiata in una splendida e ariosa camera che le ho invidiato con tutte le mie forze per l'intera durata del film) prova una grande attrazione per un suggestivo lago, che proprio un lago non deve essere, visto che sale e scende di livello a seconda delle maree e a volte si può guadare, mentre altre volte per traversarlo è necessaria una barca, non sempre disponibile.
Dall'altra parte del simil-lago c'è una grande villa abbandonata


ovvero il più perfetto esemplare di Grande Villa Abbandonata mai disegnato in un cartone animato. Anna-chan ne rimane incantata, com'è giusto, e scopre che la villa in realtà è abitata. Prima vede delle sagome alle finestre illuminate, poi incontra la giovane abitante della villa - Marnie, appunto.
Le due diventano subito amiche, organizzano pic-nic, Marnie le insegna a remare (arte che padroneggia a meraviglia) e una sera la ospita anche a uno dei ricevimenti che i suoi genitori organizzano lì, quando ci sono (il che avviene abbastanza raramente).
Marnie è un sogno? E' reale? E' un fantasma ritornato dal passato?
Anne-chan non si fa troppe domande, si addormenta spesso, qualche volta si sveglia e trova che la villa è vuota e scrostata, qualche volta arriva e la trova animata da tante persone; e c'è anche un misterioso sylos dove rifugiarsi nei giorni di pioggia e dove ambientare prove di coraggio...


Nel frattempo la villa viene acquistata e arrivano gli operai a sistemarla, insieme alla famiglia dei nuovi proprietari, che hanno anche una figlia, un po' più piccola di Anna-chan ma che si lega subito a lei con grande amicizia. Insieme le due trovano anche un diario, tenuto da Marnie qualche decennio prima...
Tra sogni, indagini sul passato, incidenti di percorso, battibecchi e giochi con Marnie, la storia si snoda in una piacevole atmosfera di mistero e finisce per chiarirsi grazie al racconto di una pittrice che viene spesso in zona per dipingere la villa e che apprezza il talento di Anna-chan, oltre a raccontarle la storia della villa e di Marnie. Infine tutto si chiude nel migliore dei modi e Anna-chan, che tornerà l'estate prossima a trovare la sua nuova amica (ovvero la nuova proprietaria della villa),  esce dalla conturbante esperienza molto meno paurosa e introversa di com'era all'inizio del film, e più affettuosa anche verso i genitori adottivi.

Il film è insieme favola, racconto di formazione, storia di una bellissima amicizia (anzi di due), caccia al mistero e racconto di un sogno che non è solo un sogno; incantevole, suggestivo, affascinante, magico, romantico e insieme cronaca fedele degli stati d'animo di un adolescente, presta inoltre lo spunto a diverse considerazioni sui piani temporali sovrapposti e incrociati. Può piacere a chiunque, indipendentemente dall'età, ma è davvero perfetto per i giovani fanciulli in crescita. E i disegni sono bellissimi e davvero suggestivi.
Quando uscirà sul mercato? Ah, saperlo, saperlo...
Il mio vendi-film di fiducia ha azzardato una previsione per questa primavera.

Caldamente consigliato per le classi prime e seconde, ma anche le quinte elementari potrebbero trarne gran piacere.

Postilla sull'adattamento: attualmente tutti gli adattamenti dei film dello Studio Ghibli sono gestiti con criteri piuttosto strampalati e molto, molto discussi tra gli appassionati di animazione giapponese (che tra l'altro non sono mai e poi mai contenti di niente, a prescindere). A parte la curiosa scelta dell'uso degli onorifici, ci sono passaggi piuttosto legnosi e frasi di costruzione piuttosto ardita oltre ad un atroce "Gliene prego!" (che mi ha fatto sobbalzare dalla comoda poltroncina del cinema) quando le due ragazze insistono perché la pittrice racconti loro la storia di Marnie. Tuttavia, considerato quel che si sente raccontare dell'adattamento degli altri film Ghibli, non c'è nel complesso troppo di cui lamentarsi e i dialoghi scorrono abbastanza bene.

venerdì 9 ottobre 2015

L'imperscrutabile arte del Cineforum

(spaventare i ragazzi con un film è più facile di quel che si crede)

Quando arrivai a St. Mary Mead tutte le nove classi erano a tempo prolungato e ogni settimana, per due ore, si aprivano per i Laboratori, laddove ogni studente andava nel laboratorio da lui più o meno liberamente scelto: Cineforum, Latino, Storia, Giochi Matematici, Teatro e altri, a seconda dell'annata e dei docenti disponibili.
Il Cineforum era assegnato d'ufficio ai nuovi arrivati e alla Cleptomane in base alla (discutibile) teoria per fare un Cineforum non servono competenze specifiche e che qualsiasi grullo è buono a far guardare un po' di film ai ragazzi  senza fare grossi danni; e fu così che al mio primo anno là dentro mi ritrovai a gestire il Cineforum per le classi prime.
Certo, c'era il piccolo inconveniente che al cinema ci andavo due volte l'anno quando ci andavo spesso, senza contare che non sapevo un accidente di come funzionavano i film né sui rapporti tra cinema e adolescenti (anche se, in quel caso specifico, le prime ospitavano soprattutto preadolescenti); ma non osai accennare a questi insignificanti dettagli, primo perché non volevo fare la parte della nuova arrivata che non le andava bene niente, e secondo perché l'alternativa era fare il laboratorio di teatro - di cui sapevo infinitamente meno che di cinema.

In realtà avevo una minima esperienza precedente perché, nella mia prima supplenza lunga, ero capitata nel bel mezzo di un cineforum femminista, gestito proprio dall'insegnante che sostituivo: le colleghe mi consegnarono la tessera di  un videonoleggio, i soldi per ritirare i due film ancora da far vedere (scelti a inizio anno dopo gran ponderazione) e il modello della relazione che gli alunni dovevano scodellare e io dovevo correggere; capitai insomma nel bel mezzo di un progetto accuratamente organizzato e feci la mia parte senza grandi difficoltà. 
Lì a St. Mary Mead, invece, di organizzato non c'era un bel nulla, anche perché eravamo a inizio anno e si dava per scontato che (GULP!) organizzassi io, guadagnandomi così la pagnotta che lo stato mi passava ad ogni fine mese.
Così cercai di capire come funzionava di solito il Cineforum da quelle parti, ma non venni a capo di niente: la Decana Amichevole, che l'aveva fatto diverse volte, mi assicurò che aveva tantissimo materiale e me lo promise; costei era una carissima e gentilissima persona che aveva sempre tantissimo materiale su tutto, ma era difficile se non impossibile mantenere con lei una conversazione per più di due minuti sullo stesso argomento senza finire inevitabilmente a
parlare dei Massimi Sistemi, e quand'anche fossi infine riuscita infine a mettere le mani su quel tantissimo materiale, esso materiale sarebbe risultato caotico e del tutto incomprensibile per me, visto che io e lei lavoravamo in modo molto diverso. Gli altri colleghi presenti quell'anno non si erano mai occupati del Cineforum, e quindi ancor meno potevano essermi di qualche aiuto.
Inoltre finii per scoprire che nessuno là dentro* riteneva che il laboratorio di cineforum richiedesse un qualche tipo specifico di organizzazione.
"Ma i film dove li prendo?" chiedevo.
Non certo dalla scuola, perché la scuola non aveva un film che fosse uno (pur gestendo tre cineforum di durata annuale ormai da un buon decennio).
La Decana Amichevole mi spiegò che i colleghi avevano tutti tantissimi film. Il che era vero fino ad un certo punto, e in ogni caso anche chi davvero aveva tantissimi film, strano ma vero, si era comprato i film che interessavano a lui/lei,  poco o nulla curandosi degli interessi cinematografici dei giovani virgulti.

Una delle VicePresidi, quando andai a chiedere lumi su eventuali convenzioni della scuola con videonoleggi o simili, si mostrò molto sorpresa di cotal mia balzana idea e lasciò capire che considerava mio precipuo dovere arrangiarmi con quel che il convento aveva a disposizione, perché la scuola non poteva comprare venti film in DVD solo per me. Quando provai a farle notare che c'era un sacco di roba che non era ancora stata riversata su DVD e che quindi si sarebbe dovuto fare un certo uso delle videocassette (del resto all'epoca avevamo ben due ottimi lettori di VHS, in ben due diverse postazioni contro un singolo computer che con i DVD aveva un rapporto decisamente capriccioso) mi guardò   schifata e disse che i film al giorno d'oggi si guardavano solo in DVD.
Stufa di perdere tempo la lasciai dire e mi rivolsi direttamente al Vecchio Preside.
Costui (oltre a fornirmi una bella copia rigorosamente piratata de La città incantata di Miyazaki) mi rassicurò che andassi pure dove credevo, la scuola avrebbe pagato la tessera e il noleggio di ciò che a me sarebbe sembrato opportuno. Preparassi la lista, cercassi i film e redigessi un preventivo, ché poi i soldi sarebbero arrivati. E così fu.

Lasciata dunque completamente a me stessa, decisi di darmi un tema e di fare una specie di rassegna ad argomento visto che, appunto, di cinema non sapevo niente e di tecnica cinematografica men che meno. Si trattava insomma di vedere un po' di film e poi parlarne, per poi fare compilare l'immancabile scheda. Un giorno si guardava il film, suggerì il preside, la settimana dopo se ne parlava.
Parlarne? Per un ora e quaranta? Con una raccolta di primini scelti tra i più irrequieti della scuola e nelle ultime ore del pomeriggio?
Ci pensai su e adottai una tecnica mista: breve introduzione, prima parte del film, la settimana dopo fine del film e scheda. Tra l'altro i laboratori erano di due ore, ma nel pomeriggio le ore erano di cinquanta minuti. Una volta sistemati i ragazzi e fatto partire il film (e non sempre tutto partiva subito alla prima, oh no tessoro, proprio no) restavano ottanta minuti scarsi, mentre i film normalmente andavano dai 90 minuti in su. Chiacchierare un po' su un film era un conto, impostare cento minuti di dibattito mi sembrava decisamente più azzardato.

Dunque ci voleva un tema, ma quella era la cosa più facile per me, di gran lunga. Decisi di dedicare il cineforum di quell'anno ai mostri. Non era necessario scomodare draghi e vampiri, chiunque di noi può facilmente diventare un mostro, ovvero una creatura insolita e degna di essere mostrata a dito, e anzi cercare mostri insoliti e imprevedibili fu l'aspetto più divertente della faccenda. Il mio capolavoro fu la scelta di Footloose, dove il ragazzo che arriva nella cittadina ultraconservatrice e pretende di ascoltare liberamente un po' di rock appare senz'altro un mostro al Consiglio dei Decani.
Per compilare la lista mi affidai ai consigli delle Brigate Takahashi, dove ero praticamente l'unica analfabeta cinematografica. Nel giro di pochi giorni e di animate discussioni riuscii a comporre una lista che sarebbe bastata per tre cineforum come minimo: mostri buoni e mostri cattivi, mostri dall'apparenza normale, mostri tradizionali, mostri gentili, mostri alieni... Scartati i film troppo paurosi e quelli troppo da adulti (per esempio i Mostri di Dino Risi, che richiedevano almeno una platea di terza) il campo rimaneva decisamente fornito. Evitai con cura film troppo recenti in base al principio che a scuola ci si va per imparare quel che non si sa, e non per rivedere quel che già si conosce benissimo; e purtroppo ne scartai alcuni perché proprio non si riusciva a trovarli da nessuna parte. Tra questi, orribile a dirsi, c'era anche Frankestein Junior; e tuttora mi vergogno assai di aver fatto un cineforum di otto mesi sui mostri senza quell'intramontabile capolavoro, ma ahimé, in quel momento era irreperibile e all'epoca scaricare film dalla rete era ancora arte piuttosto sconosciuta, almeno per noi. Riuscii invece a reperire Freaks, in una biblioteca all'altro capo di Firenze, e ne approfittai per vedere diverse cose che a suo tempo mi ero lasciata sfuggire, come Highlander e Edward Manidiforbice (che mi piacque immensamente). Non riuscii a trovare il cartone animato dello Hobbit né il film di Buffy, l'ammazzavampiri ma trovai facilmente Nighmare before Christmas che proiettai, appunto, l'ultimo pomeriggio prima delle vacanze di Natale con licenza speciale di sgranocchiare patatine, pop corn e altro cibo da cinema (io stessa mi munii di abbondanti snack). Purtroppo, fargli capire che si trattava di una piccola licenza prenatalizia e che non era mia intenzione trasformare il cineforum in una gigantesca Sagra della Patatina e della Tortilla si rivelò impresa piuttosto dura, ma sono inconvenienti che capitano.
Quanto alle schede di recienzione di film che trovai spulciando in giro, mi sembrarono assolutamente balorde, né più né meno delle schede per le recienzioni del Libro del Mese, e a mio avviso soltanto un navigatissimo lupo di cinema esperto di semiotica e strutturalismo sarebbe stato in grado di venirne a capo. Finii per impostare una specie di questionario di gradimento dove i ragazzi indicavano i personaggi, i passaggi e le frasi che più gli erano piaciuti, azzardavano una sintesi in cinque righe, individuavano le tematiche principali, esprimevano una valutazione su vari aspetti del fila, più un controllo a voce per assicurarmi che avessero capito la storia e chiacchiere in libertà per confrontare impressioni e teorie. 
La lista originale prevedeva una bella sezione dedicata a Dracula e Frankestein con tanto di studio sull'evoluzione del personaggio; sta di fatto che Nosferatu del 1922 passò senza colpo ferire, ma quando si arrivò al remake di Herzog, mentre io nel mio cantuccio cercavo di non addormentarmi e mi domandavo perché mai stessi imponendo un sì soporifero spettacolo ai miei amati alunni, essi alunni ammisero francamente di essere piuttosto spaventati e alcuni dichiararono di essersi già spaventati con l'originale del 1922, nonostante gli effetti speciali in cartongesso e la l'accelerazione che le vecchie pellicole subiscono col passare del tempo. Fu così che il cineforum si orientò in prevalenza sulle commedie a base di mostri e su mostri assolutamente light, mentre io mi immergevo in lunghe riflessioni sui giovanissimi d'oggi che all'apparenza pasteggiano a horror senza alcun problema ma, chissà... Del resto anch'io alla loro età ero piuttosto impressionabile, e tutto sommato lo sono ancora.
Invece Freaks, che a fine anno proposi con un certo batticuore, fu molto apprezzato nonostante un problema tecnico ci obbligasse a guardarlo in inglese con sottotitoli in italiano.
Naturalmente quindici dodicenni non fanno primavera e non bastano certo a fornire valutazioni generazionali, ma in cuor mio si insinuò il sospetto che per i ragazzi il problema non sia mai il mostro, che anzi è gradito e apprezzato e interessa molto, quanto la paura dell'eventuale mostro cattivo.

Oggi sarebbe tutto molto più facile, in virtù di due parole magiche: YouTube e Biblioteche. Molti film sono su YouTube, completi e legalissimamente visionabili da chiunque, e molti film sono in DVD nelle biblioteche pubbliche, a disposizione di tutti completamente aggratis e se spieghi che è per una scuola ti allungano pure il tempo del prestito. All'epoca nelle biblioteche pubbliche c'era molto meno e alla scuola di St. Mary Mead non esisteva internet, in alcuna sua forma - ma non era un gran danno perché comunque su YouTube i video duravano pochi minuti.

Da allora vado al cinema molto più spesso - a volte perfino sei volte all'anno - e cerco di tenermi informata. Così ho deciso di accodarmi come altri blogger al Lunedì film di Iome e di avviare una piccola rassegna di titoli più o meno adatti alle scuole medie, visto che con gli anni mi sono fatta una certa esperienza.

*Nessuno dei presenti, intendo; ma magari chi erta emigrato verso altre scuole a suo tempo lo aveva  organizzato eccome. Purtroppo però non era lì a parlarmene. 

mercoledì 7 ottobre 2015

Blogger Recognition Award

Con la squisita gentilezza che lo caratterizza, l'autore di Suprasaturalanx (Noci, ricotta, miele e molto altro!) mi ha nominato per il Blogger Ricognition Award.
Chi ha la pazienza di leggermi sa che, per quanto riguarda i premi da blogger faccio parte della razza più infida: quella che prende il premio ma non continua la catena perché "no, queste cose non fanno per me". Ma ogni volta ringrazio sempre tanto: perché i complimenti mi fanno sempre piacere e perché spero che i ringraziamenti coprano la mia deplorevole pigrizia.
Stavolta però ho un motivo in più per ringraziare: il logo del premio.


Adoro queste immagini: uno sfondo che allude a una bella scrivania in noce (ce l'ho) con sopra un bel diario finemente rilegato (a volte ho anche quello) e una bella penna d'oca (manca, ma ho un po' di stilografiche, qualcuna quasi antica) e relativa boccetta di inchiostro (ne ho parecchie, come provano le mie mani assai colorate).
Certo, volendo si potrebbe osservare che chi tiene un blog al massimo può scrivere la bozza di qualche post a mano, con la piuma e l'inchiostro, ma il grosso del suo lavoro avviene in totale assenza di carta e penne - ma son dettagli.

Dunque ringrazio, com'è giusto. 
NON nominerò quindici blogger perché non so nemmeno se li seguo, quindici blog. Colgo l'occasione però per citarne un paio (abbastanza conosciuti) che da qualche tempo  contribuiscono generosamente al mio aggiornamento e che è il momento di aggiungere al mio blogroll visto che fanno parte di quel vasto universo che sta fuori dalla Sala Insegnanti ma che alla scuola e soprattutto alla sua utenza è collegato con molti fili:

recensioni di film, telefilm e libri, parecchi dei quali sono o potrebbero diventare o saranno o sono stati pascolo per i miei amati alunni (e per me!). E pazienza se mi ha cenciato la trilogia de Lo Hobbit.

che naturalmente si occupa anche (ma non solo) di giovani lettori, settore al quale ogni libraio giovane o vecchio è naturalmente assai interessato, visto che rappresentano non soltanto il suo pane presente ma anche quello futuro.

A questi aggiungo un blog che con la scuola non c'entra proprio niente ma che ha valore universale: chiunque lavori o abbia lavorato in un ufficio di qualsiasi tipo, genere, forma e qualità non può che riconoscere e apprezzare le sue cronache, improntate al più assoluto realismo:

E dunque:
ho ringraziato, ho citato tre blog invece di quindici e a questo punto mi rimane solo da  raccontare com'è cominciato questo blog e dare (gulp!) consigli ai nuovi blogger.
L'ultima parte la salto perché, gira e rigira, il blog è lo specchio dell'anima e ognuno ci ha la sua, di anima, e ogni anima ha la sua storia e le sue finalità, che possono pure cambiare in corso blog. Certo, se fate un blog sull'evoluzione dei dittonghi nelle lingue romanze probabilmente avrà meno lettori di uno sui gossip da spiaggia - ma chissà, mai dire mai. E poi il numero dei lettori non è necessariamente l'unica finalità o la più importante per tenere un blog, altrimenti non ci sarebbero i blog chiusi e blindati ad ogni occhio esterno.

Io ho cominciato il mio perché volevo parlare di scuola: mi divertiva l'idea di raccontare questo mondo sempre uguale e sempre in trasformazione, tradizionalista e conservatore ma dove le sorprese non mancano mai, su cui tutti hanno sempre tanto da dire e di cui nessuno capisce granchè, primi fra tutti quelli che ci lavorano e dove ogni sicurezza viene scardinata almeno tre volte a settimana da quelle curiose e fascinosissime entità che si chiamano alunni che tutti crediamo di conoscere e di cui capiamo quasi niente anche quando non fanno niente di particolare per non farsi capire. 

E dunque ringrazio una volta di più e torno dietro al paravento.

venerdì 25 settembre 2015

Memorie - Carlo Goldoni


Ho sempre avuto una certa inclinazione per Goldoni, tanto che un giorno mi sono acquistata  le sue Memorie, per poi riporle amorevolmente sullo scaffale dove hanno avuto agio di riposare del tutto intonse per svariati anni. Quest'estate, colta da subitanea ispirazione, le ho tirate giù dallo scaffale e lette  con gran gusto.
Prima di tutto: non sono in italiano settecentesco. Goldoni infatti scrisse la sua autobiografia quando ormai da molti anni viveva in Francia e gli venne spontaneo scriverla in francese. Chi la traduce, quindi, la traduce in italiano moderno. Questo la rende più scorrevoli, anche se per la verità Goldoni è scorrevole sempre e comunque, perfino quando scrive in veneziano, dialetto notoriamente incomprensibile per chi veneziano non è, ma che sotto la sua penna risulta piacevolmente chiaro anche a chi, come me, un grande talento per le lingue straniere non l'ha mai avuto.
Si potrebbe osservare che, essendo uomo di teatro, Goldoni aveva tutto l'interesse ad adoperarsi affinché quel che scriveva risultasse comunque comprensibile al maggior numero di persone possibile, ma... andate a leggervi un po' di teatro di Alfieri e poi ne riparliamo. Oppure no, andate piuttosto a farvi una passeggiata e a prendervi un gelato, che ne trarrete senz'altro maggior piacere.
Va detto comunque che Goldoni non scriveva solo per diletto: era uomo di teatro, e dal gradimento del pubblico dipendeva il sostentamento suo e della famiglia; credo però che cercasse di essere il più chiaro possibile proprio per scelta esistenziale, oltre che per motivi pratici: il suo è un teatro fatto più per essere recitato e guardato che per essere letto nel silenzio del salotto di casa propria: ha il ritmo del palcoscenico e la capacità di divertire e commuovere - lui direbbe che muove gli affetti, ma non so se lo direbbe mai riferendosi a sé stesso perché è persona troppo garbata per farsi le sviolinate da solo.

Queste comunque sono le sue Memorie, ovvero un autobiografia, genere multiforme e insidioso per definizione. Ormai vecchio, ben ambientato in Francia ma tutt'altro che ricco, Goldoni decide di scrivere la storia della sua vita, e tra tante possibilità che gli si offrono sceglie di scrivere quel tipo di autobiografia in cui si raccontano un sacco di cose, magari anche esattissime, ma senza dire niente di molto personale su di sé. 
Insomma racconta la storia della sua vita con discrezione e con estremo garbo ma senza compromettersi, e nel corso di più di settecento pagine assai fitte riesce a non dire male di nessuno, salvo forse di quel paio di loschi figuri che lo rapinarono durante un viaggio in carrozza.
Tutti sono buoni e bravi e cari, salvo qualche rarissima eccezione di cui non viene fatto il nome; e di nomi, in verità, se ne fanno pochi - perfino la sua cara madre e la sua carissima sposa vengono sempre citate in qualità di madre e sposa e per sapere come si chiamavano dobbiamo ricorrere agli studi specialistici. La maggior parte delle persone citata con nome e cognome è gente di teatro - e su quelle in effetti arrivano anche giudizi piuttosto articolati e a volte perfino qualche appunto critico, per spiegare come mai non riuscirono in questa o quella occasione a rendere al loro meglio o a conseguire un meritato successo: il ruolo non era adatto a loro, la commedia non era buona, le circostanze non disponevano al meglio il pubblico eccetera. In compenso non ha alcun problema a prendersi le sue colpe, anzi si ha l'impressione che tra tutti i personaggi che affollano questo vasto libro, l'unico che talvolta  pecca, vuoi per ingenuità, vuoi per sventatezza, vuoi perché incapace di comprendere tutti i fattori in gioco sia proprio lui, Carlo Goldoni. Gli altri, hanno ragione sempre e comunque, e sono sempre cortesissimi e carinissimi.
I suoi detrattori? Ah, a volte avevano ragione, ma anche quando lo rimproveravano a torto, via, perché prendersela?
Il pubblico? Ah, il pubblico ha solo pregi. Talvolta poteva non gradire i suoi  spettacoli perché era uso ad altri generi, nutriva aspettative diverse, oppure la compagnia non era riuscita a rendere al meglio l'opera, più spesso perché era l'opera in sé ad essere carente, mal fatta, impostata male - comunque il cliente ha sempre ragione e non va mai criticato (nelle lettere però, par di capire, a volte avanza qualche appunto).
Uno dei pochissimi che viene criticato è Vivaldi, ottimo esecutore... ma mediocre compositore.
Bah?

Si parla soprattutto di teatro, naturalmente, che lo ha interessato sin dalla più tenera infanzia, quando leggeva le commedie e le commedie classiche annotandole qua e là; ma la gran parte delle Memorie descrive quel curioso universo che era l'Italia del Settecento, pochi anni prima che arrivasse Napoleone a svegliarla: tanti piccoli staterelli tranquilli, a gestione familiare, paciosi e disperatamente provinciali, con le loro accademie letterarie dove gli stranieri erano accolti con gran feste, dove i papi chiacchieravano nelle udienze soprattutto di conoscenze comuni ed erano preoccupatissimi che non venisse dimenticato l'indispensabile rito di saluto del bacio al piede, dove ogni staterello aveva le sue leggi e tradizioni teatrali, dove si cambiava più volte mestiere nella vita - come il padre di Goldoni che, a seguito di un rovescio finanziario e grazie all'accorto intervento di un parente, si fece medico in quattro anni e, in virtù di buone presentazioni e di una naturale simpatia,  diventò rapidamente il dottore più alla moda di Perugia; e come lo stesso Goldoni che, già avviato sulla strada del teatro, capitò quasi per caso a Pisa e ci rimase diversi anni lavorando come avvocato per poi tornare ad occuparsi di teatro. Persino Venezia, che pure sembra di gran lunga lo stato più aperto e culturalmente vivace, sembra ridotta alle dimensioni di un grande salotto. Parigi, decisamente, si rivelerà un altra cosa.
L'ultima parte delle Memorie è appunto dedicata alla Francia prerivoluzionaria - e Goldoni non mostra di avere la benché minima idea del temporale che sta per scatenarsi pur intrattenendosi in piacevoli conversari e corrispondenze con i famosissimi Voltaire e Rousseau; grazie a lui sappiamo molte cose sui divertimenti di Parigi, alla portata di tutte le tasche e di tutti gli interessi, sui bellissimi parchi parigini e qualcosina anche sulla vita di corte, cui partecipò in qualche misura - ma niente di niente di niente sui vari problemi dello stato francese. Qualcosa non vide, immagino, qualcosa non volle vedere e qualcosa era al di fuori della sua portata, delle sue frequentazioni e dei suoi interessi.

Un libro decisamente interessante e molto gradevole. Molto lungo, anche, ed è consigliabile gustarselo lentamente per non perdersi nulla nella fretta di vedere come andrà a finire - tanto, veri colpi di scena non ce ne sono, e anche quando ci sono sono ben mascherati.
Un ottima lettura per le lunghe serate autunnali o invernali - ma garantisco che va bene anche in piena estate - consigliato soprattutto  chi ha interessi storici oltre che letterari e a chi ama il settore "la vita quotidiana ai tempi di"; tra l'altro c'è anche una bellissima descrizione di Firenze.

Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone e lunghe letture, magari avvolti in un bello scialle - perché per il caminetto acceso c'è ancora tempo.

domenica 20 settembre 2015

La sganascevole e ridicolissima farsa del Registro Elettronico - 1

Per il settore informatico, è indispensabile che la nostra scuola si doti al più presto di uno stregone.
O almeno di un esorcista.

E così, anche a St. Mary Mead l'anno scolastico è iniziato.
Le classi si sono presentate, quasi tutti i libri sono arrivati, ogni aula ha le sue tre carte geografiche del mondo, dell'Europa e dell'Italia, tutti gli insegnanti sono presenti  tranne uno spezzone di Matematica, sulle cattedre biancheggiano le fotocopie del registro di classe...

"Fotocopie del registro di classe?!?" 
"Dice che per qualche settimana ancora non si parte col registro elettronico" mi spiega la custode con la rassegnata imperturbabilità che da sempre è uno dei suoi ferri del mestiere.
Spiegazioni ce ne sono tante, ma non sembrano molto  attendibili.
"Non hanno la password per quelli nuovi".
Quelli nuovi sono ben due insegnanti. E mi rendo ben conto che fornire due password a due insegnanti è gran procedura e assai complicata, soprattutto del tutto imprevedibile in una scuola, dove l'arrivo di nuovi insegnanti è evento davvero rarissimo.
"Devono dare le password nuove a tutti, dice che si fa così".
Si farà anche così, ma l'anno scorso tutti (tranne i nuovi arrivati) hanno usato la solita password degli scrutini.
"Ci sono le nuove classi da inserire". 
Omammamia, ben tre classi da inserire, per un totale di sessantacinque alunni! Per giunta tre classi che sono state formate già a Giugno.
Un lavoro davvero lungo, in effetti.
"L'addetta al registro elettronico è andata via, e devono nominare qualcuno con le convocazioni".
"E quando lo nominano?"
"E' arrivato due giorni fa. Però va formato".
"Perché, avevamo una sola persona in grado di gestire 'sto cazzo di registro dalla segreteria?".
Pare che, sì, ce ne fosse una sola; e l'uso del turpiloquio non basterà a risolvere la situazione. 
"Dice che non possono far partire il registro perché non hanno ancora il nome dell'insegnante di Matematica ancora da nominare".
"Ma se non l'hanno ancora nominata non lavora, e la sostituiamo noi. Mi sembra di ricordare che le sostituzioni sono previste, in quel cavolo di registro. Io stessa ne ho fatte un paio, l'anno scorso".
"Ma ci si deve scrivere chi viene sostituito".
"Non possono limitarsi a scrivere "Matematica"?

Tutte domande senza risposta. Non c'è una circolare, né una nota o un bigliettino informale. Al Collegio l'argomento non è stato nemmeno sfiorato. E nessuno ha la benché minima idea di quando partirà il registro elettronico - compresa la Preside, viene da pensare.


"Sono arrivati i registri personali, per chi vuole prenderli" annuncia la custode "Li manda la segreteria".
Visto che le fotocopie del registro di classe sono state fatte per ben quattro settimane (ma quanto ci vorrà ad addestrare un addetto di segreteria alla gestione di un registro elettronico? Non è mica un acceleratore di particelle) mi sembra di intuire che non sarà un problema di pochi giorni. Dopo breve e inconcludente meditazione prendo tutti i registri personali di cui necessito, sempre più perplessa, e li compilo pazientemente.

Non sono una fanatica del registro elettronico e nemmeno ho niente contro il registro elettronico. Quel che non riesco a capire è come mai solo e soltanto la scuola media statale di St. Mary Mead debba fare ogni anno questo immane casino con il registro elettronico, e ancor meno comprendo perché la Nostra Preside, se le interessa tanto il registro elettronico, si rifiuti sistematicamente di organizzarsi in funzione del registro elettronico (ad esempio formando per tempo un numero adeguato di persone in segreteria per gestire il registro elettronico) invece di esporre ogni anno la nostra rispettabile e operosa scuola alle più ignobili figure davanti all'utenza.
In tante scuole usano il registro elettronico, e in tante non lo usano. Ma la nostra è l'unica scuola dove abbiamo contemporaneamente gli inconvenienti del registro elettronico e di quello su carta.

Qualcuno sostiene che la Nostra Preside abbia voluto a tutti i costi il registro elettronico per questioni di immagine.
Se davvero è così, forse dovremmo quotarci e regalarle un buon manuale sulla cura dell'immagine, perché mi sembra che abbia le idee abbastanza confuse in materia.
Soprattutto, non ha mai sentito i frizzi e lazzi che alunni e famiglie dedicano e hanno dedicato al nostro Grandioso Registro Elettronico.

mercoledì 16 settembre 2015

La banalità dell'insegnante (ovvero quando ti sembra che i tuoi colleghi andrebbero impiccati al primo ramo)

L'intelligentissimo e bellissimo Sam Gamgee di Eva guarda con bonaria ma indiscutibile superiorità il mondo intero. Del resto è un GATTO, e dunque ne ha ben donde.

Ho una zia che ha insegnato per molto tempo ma che a un certo punto della sua vita ha cominciato ad addentrarsi nei meandri della psicologia. Qualche esamino, qualche corsetto, scuole sempre più di frontiera, gruppi di sostegno per adolescenti... insomma, alla fine ha dirazzato completamente e si è messa a fare la psicoterapeuta a tempo pieno. Quando ci incontriamo, un po' di conversazione sulla scuola la facciamo sempre, non senza qualche profitto da parte mia.
Un giorno che mi esibivo nel consueto lamento "Guarda, stare con i ragazzi mi piace ma i colleghi proprio non li reggo" sorrise e mi disse che non ero l'unica. Anzi, mi spiegò, apposita inchiesta aveva stabilito tempo prima che la gran parte degli insegnanti dichiarava che la parte più pesante del suo lavoro era avere a che fare con i colleghi.
"Sì, lo dicono in tanti" concluse divertita "E gli sembra anche di dire una cosa originale".
Tacqui, profondamente offesa per essere accomunata, sia pure nelle lamentele, alla media degli insegnanti. Io? Ma davvero?

Eh sì. Proprio io.

Ma se gran parte degli insegnanti si lamentano dei colleghi, ne consegue che chi si lamenta è a sua volta lamentato da altri ed è per loro gran causa di stress e nervosismo.
Inoltre - chissà, forse, potrebbe essere? Potrebbe magari darsi il caso che? - costui/costei giudica i colleghi e compagni di avventura e di sventura con una certa superficialità e tende comunque a lamentarsi. 
Dobbiamo altresì convenire che la gran parte degli insegnanti si lamenta sempre e comunque di tutto: degli alunni, dei genitori, della scuola, della dirigenza, dei custodi, degli arredi scolastici, del clima, dei libri di testo adottati (sia di quelli scelti da altri che di quelli scelti da sé stesso medesimo) e non sempre si lamenta  a torto; dunque perché non dovrebbe lamentarsi a gran voce anche dei suoi colleghi insegnanti?

Dopo quella breve ma feconda conversazione, risoluta a staccarmi dalla media plebea degli insegnanti fosse pure  a prezzo dei più inumani sacrifici, mi sono sforzata di guardare con occhi più lungimiranti coloro cui era toccato in sorte di insegnare al mio fianco e di frenare in cuor mio le lamentele più spicciole, valutandoli in modo più ponderato.
In  fondo, anche se mi sembra incredibile a dirsi, forse il fatto che qualcuno mi stia un po' sull'anima per come parla, mangia, vive, si veste, pensa, opina, tiene il registro, incasina il cassetto, fa male le fotocopie, parla di politica e scienze sociali eccetera eccetera, non ne fa necessariamente un rifiuto dell'umanità. 
Forse.

E dunque, stabilito che ognuno di noi è la croce di qualche collega, può essere comprensibile e forse anche giusto che a sua volta il collega sia lui stesso la nostra personale croce di un popolatissimo cimitero.
Ma non per questo smetterò di lamentarmi, visto che sono e resto una banale esponente del genere "insegnans communis".


Buon anno scolastico e auguri a tutti coloro che lavorano nel disastratissimo ma sempre vitale comparto della scuola.

venerdì 11 settembre 2015

Il richiamo del cuculo - Robert Galbraith (aka J. K. Rowling)


Come ormai sanno anche i sassi, Robert Galbraith è in realtà J.K. Rowling sotto mentite sembianze.

Nei libri di Harry Potter l'autrice aveva mostrato una buona capacità di gestire il mistery del tipo più classico e il lettore era stato regolarmente sviato e ingannato da apparenze mendaci e avvenimenti che finivano per rivelare significati assai diversi da quello apparente. In particolare Harry Potter e il prigioniero di Azkaban era costruito come un tipico giallo di Agatha Christie, con gli indizi seminati con cura nel corso del libro ma ben mascherati. Si parla di animagus fin dall'inizio, sì. Si parla dei Quattro Malandrini, sì. E lo stato di terrore in cui vive lo spelacchiato topo della famiglia Weasley è molto ben descritto, ma con un gatto intorno nessuno se ne meraviglia - e del resto, se ci chiamano babbani e non brillanti astuti ci sarà pure un motivo. Sta di fatto che per tutto il libro siamo troppo preoccupati da tutti quei Dissennatori che girano in libertà per il parco di Hogwarts e troppo intenti a ricostruire la storia della morte dei signori Potter (che ci viene fatta scivolare in gola un bocconcino dopo l'altro ma sempre interrotta sul più bello) per accorgerci che la storia ci viene raccontata a rovescio.
Stavolta però siamo nel mondo babbano e tutto si svolge in una Londra rigorosamente contemporanea.

Il romanzo presenta un alto tasso di ornitologia: il protagonista si chiama Cormoran (no, non "Cormorano", nonostante le apparenze. Pare che nel prossimo libro ci spiegheranno che è il nome di un eroe irlandese, ahimé abbastanza sconosciuto in Italia) mentre la protagonista si chiama Robin, che in inglese è - credo - un diminutivo di Roberta, ma significa anche pettirosso. Infine abbiamo la vittima, che di nome faceva Lula ma era chiamata Cuckoo, ovvero Cuculo, dagli amici. Posso anche aggiungere che il riferimento ai cuculi non si limita a questo e il titolo ha il suo perché.
Di cuculi, infine,  si parla anche nella struggente poesia di Christina Rossetti che fa da apertura al romanzo e che è talmente bella e suggestiva da valere da sola il prezzo del libro.

Comunque, il Cormorano e la Pettirosso si incontrano in un giorno per entrambi memorabile. Per lei è il primo giorno del suo fidanzamento ed è assolutamente felice e spumeggiante dopo la meravigliosa serata in cui il suo amatissimo Matthew, con cui ormai convive stabilmente, le ha chiesto di sposarla. I lavoretti a breve scadenza che fa con l'agenzia interinale le servono solo nell'attesa dei colloqui di lavoro più seri, che ormai sono alle porte. La coppia non naviga nell'oro ma vive quel tanto che basta al di sopra della stretta sopravvivenza per costituire un livello di benessere più che accettabile per due giovani che non sono ossessionati dai soldi. 
Per il Cormorano invece è un giorno orrendo che segue una notte ancora più orrenda: un litigio di quelli senza ritorno ha posto infine termine alla sua ormai quindicennale  e tempestosa relazione con Charlotte e lo ha costretto a lasciare definitivamente la casa di lei. La sua situazione finanziaria è abominevole: scopertissimo in banca, indebitato e la sua agenzia investigativa è praticamente fallita. E improvvisamente si vede capitare tra capo e collo questa segretaria interinale mandata dall'agenzia con cui credeva di aver disdetto il contratto, e che non ha idea di come pagare.

Il grosso e arruffato cormorano e la linda e allisciatissima pettirossa si incontrano in modo assai tumultuoso. Ma Robin è una ragazza accorta e quando non capisce comunque si adegua con grande abilità. Inoltre, cinque minuti dopo il suo ingresso, nell'agenzia arriva anche un cliente, ricco e determinatissimo ad assumere Cormoran per un indagine assai simile a una caccia ai mulini a vento. Promette una paga sontuosa e lascia un acconto ancor più sontuoso, e alla fine Cormoran, preso per sfinimento, accetta nonostante la coscienza un po' gli rimorda.
L'indagine riguarda la defunta sorella del cliente, modella ricchissima, bellissima e famosissima che una sera, senza un perché, si è suicidata buttandosi dal balcone di casa. Il fratello però è sicuro che sia stata uccisa e vuole un supplemento di indagini. 
Nel corso delle indagini, che durano cinque settimane, Cormoran si rimette in sesto e si riorganizza la vita, mentre la Pettirosso dispiega preziose doti di organizzazione, iniziativa e prontezza di riflessi oltre a un enorme e infinito tatto che le permette di gestire nel migliore dei modi il rapporto col Cormoran. Risolto felicemente il caso, i due decidono di fare coppia fissa nel lavoro, nonostante una certa perplessità del fidanzato di lei e, probabilmente, un certo scontento da parte di Charlotte. Ma siccome il lettore se ne frega alla grande di entrambi, e in particolar modo di Charlotte, mentre simpatizza assai con i due investigatori, il finale gli va benissimo così.

Ma veniamo al giallo propriamente detto.
La storia della modella bellissima e infelice potrebbe magari far pensare male, ma l'autrice provvede con grande gentilezza a risparmiarci tutta la classica ricostruzione del mondo vuoto, pervertito e corrotto dell'alta moda e della fragilità della povera ragazza ricca. Lula detta Cuckoo ha effettivamente un passato complesso, ma quando alla fine le è stato diagnosticato un disturbo bipolare si è messa in cura con ottimi risultati: l'umore si è stabilizzato e, da giovane sbandata e intrattabile è diventata una modella di successo, non priva di amici né di una vita affettiva più che decente. I soldi non fanno la felicità, è noto, ma nemmeno costituiscono un ostacolo invalicabile verso la suddetta; in effetti, motivi per cui Lula avrebbe dovuto buttarsi dal balcone non se ne vedono.
Il lavoro preliminare lo ha già fatto la polizia. Cormoran si procura gli atti delle indagini e comincia a interrogare uno per uno tutti i protagonisti, come sempre si fa con i cold case. Quando arriva la verità, il lettore si rende conto di essere stato abilmente depistato e di avere abboccato come la più fiduciosa delle carpe interpretando a rovescio tutti gli indizi. E questo, in chi legge un giallo, è sempre motivo di grandissima soddisfazione ("E' riuscito a ingannare persino me! Quest'autore è un Grande!". Vabbé, ingannare me con un giallo è di una facilità disarmante, ma spulciando in giro ho visto che parecchi ammettono di avere abboccato come tante carpe).

Il libro è lungo ma scorrevole (e scritto a caratteri grandi). Richiede comunque un po' di tempo ed è meglio non frammentarne troppo la lettura perché altrimenti è difficile ricordarsi tutti gli indizi che da bravi lettori dobbiamo fraintendere nel migliore dei modi. Come sempre però J. K. Rowling riesce a gestire con apparente naturalezza una trama piuttosto ramificata e assai ricca di personaggi, tutti ben delineati. 
Il secondo volume sulle vicende di Cormoran e Robin è già uscito, anche in italiano, e mi ci dedicherò quanto prima.
Il libro è già stato recensito dalla povna un anno fa.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici  letture di fine estate a tutti. 

lunedì 7 settembre 2015

Nuovi e assai curiosi sviluppi della guerra all'ideologia gender



Sono fermamente convinta che questa foto è un fake, ovvero un immagine falsa e tendenziosa, né più né meno di questa:



Va però detto che né l'una né l'altra sono state smentite ufficialmente dagli organi di competenza, e dunque vai a sapere.

Durante l'estate la Grandiosa Guerra All'Ideologia Gender è proseguita senza sosta. Per mia buona sorte però le pagine che seguo su Facebook sono dedicate a questioni più serie e concrete - per esempio i draghi. 
Un bel mattino però sotto i miei occhi è passato un avviso che qualcuno aveva fatto rimbalzare da WhatsApp su Facebook:


Ne circola anche una versione più minacciosa, che reca l'aggiunta

Attenzione, vi diranno che non è vero, che non c’entra niente con il gender. Vi parleranno di cose buone come il rispetto , la lotta al bullismo, lotta alla violenza contro le donne e simili. PARITÀ DI GENERE, EDUCAZIONE ALL’ AFFETTIVITA’ PAROLE CHIAVE dietro le quali vogliono nascondere l’indottrinamento all’ ideologia gender dicedovi anche che questa non esiste. NON CASCATECI !!!! CON INGANNO VI FARANNO FIRMARE LA VOSTRA CONDANNA e non potrete più far niente perché avrete dato il vostro consenso. NON FIRMATE !!!!!

Tutto ciò è rimbalzato da un social all'altro per tutta l'estate approdando financo sui giornali e portandosi dietro una tale infinità di stupidaggini che, se qualcuno riuscisse a metterle in fila, potremmo farci comodamente il giro della galassia, e in tanti hanno discusso in lungo e in largo di ideologia gender come se questa esistesse davvero. Del resto, ormai probabilmente esiste davvero, almeno nella mente contorta di chi l'ha elaborata e la propaganda, e dubito che il pur vigoroso nuovo intervento del sottosegretario Faraone riesca a modificare questo dato di fatto o a sfatare la leggenda che tutta la legge sulla Buona Scuola è stata solo un abile manovra di Renzi per inserire il Terribile Gender nei programmi scolastici.

Naturalmente sono ricomparsi anche i fantomatici corsi di masturbazione in classe e a questo punto temo assai che, se non ci sbrighiamo a smontare al più presto questa voce, ci ritroveremo messi all'angolo non solo da torme di genitori infuriati che ci rimproverano di fare corsi di masturbazione agli alunni sin dalla più tenera età, ma anche e soprattutto da torme di scolari di ogni ordine e grado ancor più infuriati perché NON glieli facciamo e continuiamo invece a propinargli le solite, scialbe lezioni sul teorema di Euclide, la prima guerra mondiale, le varie forme di energia rinnovabili e non rinnovabili, il predicato verbale eccetera. 
Peggio che mai sarà con gli implumi scolari prepuberi che non sanno ancora cos'è la masturbazione ma che, davanti alla ferma risoluzione degli adulti ad impedirgli di seguire delle lezioni in tal senso, ne concluderanno che è una materia ganzissima e vorranno assolutamente studiarla, tormentandoci in tutti i modi perché ci decidiamo infine ad insegnargliela - dal che verrà a tutto il corpo docente grandissimo imbarazzo e difficoltà perché non disponiamo né di manuali né di linee guida ministeriali che ci possano soccorrere. 
E come facciamo con le valutazioni? E le verifiche? Dove accidente possiamo trovare una verifica a crocette sulla masturbazione? E come ci regoliamo con i dislessici? Come funzionano, per la masturbazione, gli strumenti compensativi? E come ce la caviamo per segnare i voti sul registro? A quale obbiettivo didattico li colleghiamo? E i lavori di gruppo?
E lasciamo stare, per carità, gli aspiranti insegnanti che stanno seguendo il tirocinio.
Insomma, sarebbe veramente un problema. Tra l'altro non abbiamo nemmeno la classe di concorso per la masturbazione!

Per fortuna nessuno ci chiede nulla di tutto ciò, nonostante le sempre più esose pretese che il Ministero avanza nei nostri confronti (vogliamo ricordare che da una vita il nostro contratto è scaduto?).

Ad ogni modo il minaccioso messaggio che circola tuttora sui telefonini dei genitori dimostra al di là di qualsiasi ragionevole dubbio alcune cose:
1) il livello di fiducia che le famiglie hanno nella scuola statale (e di conseguenza nello Stato) è veramente basso se non del tutto inesistente, e tanti di loro trovano perfettamente credibile l'idea che la scuola cerchi di fregarli e carpire la loro buona fede nemmeno fossimo tanti venditori di enciclopedie o di improbabili contratti telefonici o di energia elettrica incredibilmente convenienti che però producono regolarmente bollette altissime
2) la gran parte dei genitori non ha la minima idea di cos'è il Patto educativo di corresponsabilità e lo considera né più né meno uno dei tanti moduli da firmare che gli rifilano all'atto di iscrizione. Non me la sento di dargli torto perché la penso esattamente come loro
3) ben pochi genitori conoscono la differenza tra POF, alias Piano di Offerta Formativa (che è quello dove le scuole dovrebbero infilare un riferimento alle eventuali lezioni di masturbazione, caso mai ne venissero svolte) e Patto di Corresponsabilità (che è essenzialmente un modo molto prolisso e soporifero di ricordare alle famiglie che la scuola funziona solo se tutti fanno la loro parte).

A titolo del tutto personale ci aggiungo un paio di corollari:
-  il Patto di Corresponsabilità è il classico documento con il quale o senza il quale il mondo e la scuola restano tali e quali. Mai è servito e mai servirà a niente che non sia incomodare chi l'ha scritto e compilato e chi lo sottoscrive. Per la maggior parte dei genitori è inutile perché sempre hanno fatto quel che ragionevolmente gli veniva richiesto e sempre lo faranno, per gli altri genitori è inutile perché considerano la scuola un inutile stupidaggine o sono talmente assorbiti da altre cose che la scuola dei loro figli (e talvolta i loro figli stessi medesimi) sono l'ultima delle loro preoccupazioni
- sia il Patto di Corresponsabilità che il POF che tutta la documentazione scolastica guadagnerebbero davvero molto ad essere infine redatti in un italiano dignitoso e comprensibile, e ad avere dei nomi meno idioti.