Il mio blog preferito

martedì 14 luglio 2015

Bilancio negativo (ma proprio negativo, di quelli senza appello)

Il triennio della classe, da me descritto graficamente nel corso del Progetto Multiculturale.
Come si può intuire, la prima parte mi è risultata molto più gradevole della seconda.

Si sa che non sempre gli insegnanti si mostrano capaci di tirare fuori da una classe tutto il suo ricco potenziale. Altrettanto si sa che non sempre gli alunni, negli anni delle medie ma non solo, dedicano completamente tutte le loro energie mentali e fisiche al conseguimento di un buon profitto scolastico. E si sa che alcune classi nascono male, perché un DS improvvido e scriteriato ordina che vangano ivi infilati tutti gli alunni più disagiati, carenti, disturbati e infelici. 
Non era questo il caso della mia ultima Terza, quella che a suo tempo chiamavo Prima D'Ogni Grazia Adorna: essa anzi era il gioiello della scuola, il faro illuminante per tutti noi, fonte di grandi soddisfazioni per tutto il Consiglio di Classe. Finché è durata.
Come Terza è stata un disastro. Non ci sono altre parole per definirla.
Diciassette alunni, sette dei quali ammessi all'esame con voto di consiglio - che sta a significare, in scuolese, che sette alunni avevano almeno un insufficienza. Cioè, un alunno aveva una insufficienza, gli altri avevano valutazioni che sembravano cimiteri, e cinque avevano fatto del loro meglio per meritarsi il cinque in condotta.

Durante l'anno abbiamo visto di tutto, e ogni mattina portava novità: alunne che si picchiavano nei corridoi, alunni che si picchiavano nei bagni, litigi in classe dove venivano offese non solo le madri ma financo i padri, lunghe processioni alla macchinetta delle merende che hanno portato a un autentica invasione di Estathe in classe, banchi incisi e maciullati, alunne che bullavano nel bagno le primine, furto con scarsa destrezza di una borsa poi gettata a spregio nel cassonetto della spazzatura, alunne che sputavano su banchi e sedie, alunni che spalmavano di colla la sedia dell'insegnante, alunni che staccavano le spine quando andavamo nell'Aula Multimediale a vedere filmati, alunni che si insultavano in piena lezione. Roba da far impallidire il ricordo di Cristaccecami, che aveva però infinite certficazioni. Qui nessuno era certificato per alcunché, nemmeno per una leggerissima dislessia. Tutti erano in grado di studiare nel migliore dei modi. Non solo, in prima tutti si amavano in modo struggente. In terza però si sono odiati con tutte le loro forze.
I genitori sono stati convocati. I genitori ci hanno fatto il solco, tra casa loro e la scuola. E non parliamo delle telefonate. I genitori erano accasciati, depressi, impauriti, esasperati, preoccupati. Hanno offerto la loro collaborazione ma non sapevano che accidente fare. E noi non sapevamo che accidenti dirgli. 
Certamente abbiamo sbagliato, e noi e loro. Potendo immaginare come si sarebbe evoluto l'insieme, sarebbe stato il caso di avviare il cosiddetto corso di recupero con gli psicologi al più presto, ma sono cose lunghe da  mettere in moto. I genitori non capivano, i genitori hanno saputo solo per gradi, i genitori molte cose non ce le hanno dette anche quando le sapevano, e noi non abbiamo insistito perché certe cose è meglio che restino private.
La simpatica scuoletta di St. Mary Mead in certi casi è senza anticorpi: la nostra blanda disciplina si basa soprattutto su buon senso, comprensione e capacità di adattamento - una combinazione che funziona quasi sempre molto bene. Stavolta non ha funzionato.
I ragazzi ci hanno odiato e maltrattato. Potremmo denunciarli per mobbing e vincere la causa. Ci hanno bullato. E hanno reso la vita di classe un inferno.
Le programmazioni sono andate avanti poco e male. A Giugno, stilando il programma di italiano, ho visto che era all'incirca la metà di quello di una normale terza.
Davanti alle insufficienze, mettevano il muso e provavano a spiegarci che la colpa era nostra che spiegavamo male - il che potrebbe anche essere, ma non si capisce perché invece in prima e in seconda spiegavamo bene - e che avevamo delle pretese assurde.
Per me è stata dura, ma per Matematica che era al suo primo anno di insegnamento è stato un incubo. Davanti a qualsiasi pur minima difficoltà scuotevano la testa e dicevano che non capivano (che avrebbe magari avuto un senso se non avessero fatto una gran confusione durante la spiegazione fino ad impedirne lo svolgimento), poi a casa frignavano perché non riuscivano a fare i compiti. I genitori accorrevano preoccupati, i genitori venivano redarguiti e a loro volta redarguivano la prole, ma la prole continuava a non studiare un accidente.
Ben presto abbiamo tirato i remi in barca e cercato di sopravvivere, giorno per giorno.
Per la prima volta ho visto una classe come quelle che vengono descritte negli articoli estivi sulla scuola da gente che a scuola non ha mai messo piede: ragazzi apatici, privi della benché minima curiosità, piagnucolosi, viziati, infantili, permalosi e piantagrane. In terza media. Ragazzi che, semplicemente, rifiutavano di usare il cervello per poi lamentarsi che i voti erano bassi. Non era solo questione di studio - non sempre le terze sono studiose, ma quasi sempre sono affamate e curiose.
Noi insegnanti ci siamo irrigiditi, per puro istinto di conservazione. Tagliate tutte le attività integrative, tagliati i laboratori (e chi si fidava?), tagliati i film, le uscite, vietato l'accesso alla macchinetta distributrice delle merende, vietato alla fine anche l'ingresso di una qualsivoglia confezione di Estathe in classe, disposti i banchi nell'unica combinazione che impediva ai sette elementi litigiosi di litigare (e quando ci sono solo diciassette alunni, sette dei quali ansiosi di litigare perché così non si fa lezione, garantisco che è dura impedirglielo).
Ci siamo annoiati a morte, e loro pure. 
Durante l'anno noi insegnati abbiamo parlato e riparlato e fatto consigli straordinari e distribuito rapporti e sospensioni e prediche e punizioni varie. Ci siamo arrabbiati e ci siamo fatti passare l'arrabbiatura perché il nostro è un lavoro dove arrabbiarsi non serve a nulla. 
Ma cosa sarebbe potuto servire?
Uno psicologo di appoggio, probabilmente - e infatti la DS ha preso accordi per averne uno,  l'anno prossimo. Beh, sappiamo tutti che non sono cose che si risolvono in tre giorni, nelle condizioni attuali.
Non ammetterne sette su diciassette all'esame, forse. Io ho votato in questo senso. Non è detto che fosse un idea valida, e infatti altri hanno votato diversamente. Ma non è nemmeno detto che fosse un idea sbagliata. Un anno di riflessione a qualcuno di loro avrebbe fatto un gran bene. Forse. O forse no? 
E' sempre difficile da decidere. La terza non è una buona classe per fermare, per questa classe in modo particolare. Un altro anno nella paciosa atmosfera di bambagia di St. Mary Mead gli avrebbe fatto bene? Forse andare a battere le corna altrove, dove loro sono i "piccoli" e non i "grandi" gli darà motivo di riflessione. 
O forse no, chi può dirlo?

E' stata colpa dei genitori?
Mah, si fa presto a dire. Fare i genitori è affare complicato e a questa età per le famiglie spesso i ragazzi sono simili ad alieni. Questo lo so. Ero abituata però che per me non fossero affatto alieni. Stavolta, letteralmente, non sapevo da che parte prenderli. Empatia zero. Cosa volevano da noi? A occhio, volevano solo trattarci male. A che pro, onestamente, non saprei dire. Non siamo una scuola rigida. Abbiamo pretese disciplinari molto ragionevoli. Violare le regole, alla scuola di St. Mary Mead non è una impresa di cui menar vanto. D'altra parte si sono trattati male anche tra loro, e questa mi sembra un impresa ancor meno degna di vanto.
E' stata colpa nostra?
Tendo a dire di no. Nessuno di loro è stato trattato in modo arbitrario. Tutti noi abbiamo cercato di fare onorevolmente il nostro lavoro al meglio delle nostre capacità, come sempre. Di più non potevamo fare.
E' stata colpa della Dirigenza?
La Dirigenza è intervenuta con atti, pensieri e parole. Ha suggerito, ha consigliato, ha stabilito. Onestamente, non posso dire che se ne sia fregata. Comunque non ha cavato un ragno dal buco, esattamente come noi.
E' stata colpa degli alunni?
Con tre eccezioni (più due parziali eccezioni) sì, mi sento di dire che è stata colpa loro. Erano giovani, inesperti del viver del mondo, confusi e, almeno alcuni di loro, terribilmente incasinati, ma si sono rifiutati di farsi aiutare e anche di aiutarsi da soli.
Avremmo potuto, noi insegnanti e la Dirigenza e i genitori, fare questo e quest'altro, forse, ma sul momento non ci abbiamo pensato. Non abbiamo comunque nessuna sicurezza che fare questo e quest'altro avrebbe rimediato la situazione.

Ogni classe funziona a modo suo. Questa, arrivata a un certo punto, ha deciso di non funzionare più. Adesso so che può succedere anche questo.
E' stata un esperienza che ha avuto anche i suoi lati positivi, primo fra tutti quello di essere finita.

L'anno scolastico è finito.
Viva l'anno scolastico!

giovedì 9 luglio 2015

Quadernetti estivi - La guerra all'ideologia gender


Per chi desidera una sintesi della cosiddetta teoria di gender (altri preferiscono chiamarla ideologia) ecco un breve video fatto da un associazione che molto ha contribuito a crearla e diffonderla.
Qui invece un video molto sensato sulla questione di Breaking Italy.


Poco più di un anno fa scrissi un post  che raccontava di una bizzarra crociata in cui mi ero imbattuta: quella contro l'ideologia di gender, ovvero una strana roba che i cattolici integralisti si erano inventati di sana pianta per poterne poi combattere il fantomatico ingresso nei programmi scolastici: con gran dovizia di link, uno più surreale dell'altro, riuscii a ricostruire le tappe dell'insolita vicenda in cui i gruppi integralisti avevano preso spunto dai consueti laboratori che da decenni ormai a scuola vengono fatti contro le discriminazioni, e avevano attaccato lancia in resta quelli del Progetto Lenford, dedicato agli stereotipi legati al genere (per intendersi: quelli delle pubblicità dove i bambini vogliono fare gli scienziati e le bambine vogliono fare le estetiste) sostenendo che questi laboratori - sponsorizzati dalle regioni sulla base di apposite linee guida europee - venivano usati per fare propaganda all'ideologia di gender nonché per insegnare ai bambini a praticare l'autoerotismo sin dall'asilo - perché si sa che un tocco di pedofilia aiuta sempre a far montare l'indignazione popolare.

L'operazione si presentava sin da subito assai sporca: perché, se è pur sempre possibile credere alla buona fede del singolo cattolico integralista un po' scervellato, che presta ascolto a persone che ritiene più sagge di lui e si convince che sia possibile che in una scuola materna si insegni la masturbazione, è molto più difficile credere alla sincerità di intenti di chi ha preparato il video che apre questo post, o di chi si è ricreato a suo uso e consumo le indicazioni dell'OMS salvo essere doverosamente sbufalato
Le leggende sull'ideologia gender insomma sembrerebbero preparate a tavolino, probabilmente con lo scopo di tentare di montare un ondata di indignazione che distolga il parlamento dall'approvare una qualsivoglia legge sui cosiddetti matrimoni gay - nonostante i sondaggi ormai da diversi anni garantiscano che tale legge sarebbe accolta in modo assai favorevole dalla grande maggioranza degli italiani.

E' noto come Giugno sia stato un mese crudele per gli integralisti inventori dell'ideologia gender: nel giro di pochi giorni si sono accumulati una delibera della corte costituzionale statunitense, i risultati del referendum irlandese e pure una nuova legge in Mozambico; in più, corre voce che presto il parlamento italiano discuterà davvero la legge sulle unioni gay. Questo potrebbe forse spiegare come in Luglio siano successe strane cose.

La prima è la Circolare MIUR 4321, ovvero una pacata nota dove il Ministero dell'Istruzione ripete la corretta prassi da seguire da parte delle scuole per le attività relative all'offerta formativa: questa circolare non solo non contiene niente di nuovo, ma precisa che niente di nuovo in merito è previsto nemmeno nelle future leggi del progetto della Buona Scuola. Secondo un comunicato di Alfano tutto ciò era fondamentale per dare una risposta ai tanti genitori preoccupati che nelle scuole possano entrare attività legate alla teoria Gender
Possiamo dunque stare tranquilli: quelli che hanno inventato la teoria Gender sono gli stessi che stanno lottando perché non entri nelle scuole - e dunque appare del tutto improbabile che nelle scuole detta teoria gender ci entri mai; per fortuna, perché, perché stando ai suoi stessi inventori, è una teoria davvero strana.  

La seconda storia, molto graziosa, riguarda una DS che ha preso per oro colato la bufala sulle indicazioni dell'OMS e ha attribuito al futuro ddl detto "della Buona Scuola" l'intenzione di applicarle, facendoci pure una circolare che vale davvero la pena di essere letta e tirandosi meritatamente addosso gli strali del MIUR; sperando che le serva di lezione per la prossima volta - ma augurandosi di cuore che non ci sia una prossima volta e che il MIUR si decida a mettere dei filtri nel reclutamento dei Dirigenti Scolastici perché si tratta di gente che ha delle responsabilità tra le mani e qualche briciola di buon senso è necessaria per svolgere quel lavoro.

La terza, la più grave e anche la più appariscente, è l'iniziativa presa dal nuovo sindaco di Venezia il 25 Giugno di ritirare da nidi e scuole materne una serie di libri  distribuiti dalla precedente amministrazione (sì, anche a Venezia c'è stato un cambio di gender, perché la vecchia giunta era - più o meno - di sinistra) colpevoli appunto di seguire l'ideologia gender e di affrontare temi che andrebbero lasciati gestire alle famiglie.  Tra questi ci sono autentici pilastri della letteratura dell'infanzia, tra i quali addirittura il leggendario Piccolo blu e piccolo giallo, che personalmente non ho mai nemmeno intravisto, ma di cui ho sentito infinite volte parlare con estrema venerazione da insegnanti, pedagogisti, educatori & affini, oltre al ben noto Pezzettino. Quest'ultima vicenda ha, comprensibilmente, suscitato una notevole serie di polemiche: è stata aperta apposita pagina su Facebook e prontamente è partita una raccolta di firme  per una petizione da mandare alla ministra.
Il sindaco ha rilasciato una breve ma curiosa dichiarazione promettendo comunque la libertà per  Piccolo blu e piccolo giallo (la scusa ufficiale è di aver sequestrato tutti i libri distribuiti dalla giunta precedente, che non mi sembra migliorare molto la sua situazione) e assicurando che il lavoro di analisi sarà fatto con cura e attenzione (un po' di cervello, anche, non guasterebbe - sperando che in giunta qualcuno ne abbia almeno qualche misura). 
La storia sarebbe anche divertente a modo suo, se non fosse anche molto, molto inquietante: i libri distribuiti infatti erano sì stati pagati dal comune, come prescrive la legge, ma a quel punto direi che facevano parte della biblioteca della scuola, e quindi anche il fatto di riprenderseli per decidere se vanno bene anche alla giunta che viene dopo non era affatto legale - senza contare che il comune aveva mandato quel che gli insegnanti avevano chiesto in base a precisi criteri e approvato in apposite riunioni collegiali, e non libri a casaccio pescati da un calderone qualsiasi; intervenire sulla didattica di una scuola a seconda dell'andazzo politico delle elezioni non si presenta come una gran tutela dell'autonomia della scuola, e infatti dal MIUR il sottosegretario Faraone ha mandato a dire poche ma sentite parole non solo sull'improvvido intervento del sindaco, ma anche sulla fantomatica teoria gender, richiamando pure la circolare n. 4321 di qualche giorno fa.

Resta ancora da capire se le parole del Faraone basteranno a far tornare i libri nelle loro legittime biblioteche o se il sindaco farà finta di non capire (detto e non concesso che faccia finta).
Nel frattempo, con questa bella alzata di ingegno, è riuscito a farsi formalmente redarguire dall'Associazione Italiana Biblioteche, dal Comitato costituente consulta laicità e diritti a Venezia (di cui fanno parte i valdesi), da Amnesty International e pure dalle suore missionarie comboniane che sulla loro rivista hanno scritto un articolo mirabile sotto tutti i punti di vista, accuratissimo nei contenuti e strutturato con ferrea logica dove, in quattro scarni paragrafetti fanno polpette della fantomatica teoria gender e pure dei rifacimenti del documento dell'OMS.

martedì 7 luglio 2015

Sulla complessa e delicata questione se sia etico e decoroso per l'insegnante concedere l'amicizia su Facebook agli alunni

Amleto, prence di Danimarca, pondera con grande serietà profonde questioni esistenziali

A lungo in questi anni si è discusso (anche qui) se fosse cosa buona e rispettabile e opportuna per un docente accordare ai suoi alunni l'amicizia su Facebook e, qualora questa amicizia venisse poi effettivamente accordata, di come si dovesse regolare il docente in questione per non venir meno al suo Alto Compito di Educatore. 
Tuttavia le Nuove Tecnologie hanno questo di buono: ti pongono delle domande, ma ti danno anche delle risposte - anche se né le une né le altre sono sempre facilissime da prevedere.

Qualche settimana fa realizzai improvvisamente che, nella Prima Effervescente, nessuno, assolutamente nessuno degli alunni mi aveva chiesto l'amicizia su Facebook, nonostante i rapporti fossero all'apparenza più che buoni.
Così ho fatto un rapido controllo e ho scoperto che (al di là di altri ed eventuali motivi) non me l'hanno chiesta perché nessuno di loro è su Facebook.
Si tratta di una classe altamente informatizzata, dove alcuni fanno gli schemi su chiavetta e altri dissertano sui vari programmi che ci sono o non ci sono nel computer della LIM. Però al momento nessuno di loro è su Facebook.
In compenso alcuni di loro sono già riusciti a incasinarsi mirabilmente con assai complessi litigi su WhatsApp.
"Ormai Facebook per loro è un po' antiquato" mi ha spiegato una collega "Si trovano meglio su WhatsApp. E ci si incasinano meglio, anche".

WhatsApp, come Twitter, è qualcosa da cui mi sono tenuta volontariamente fuori perché ho una densa vita informatica ma una vita telefonica limitata alle telefonate normali, quelle dove si parla, e a qualche sporadico SMS. Dal momento però che, a parte me, tutti usano WhatsApp e sanno benissimo come funziona non è necessario che mi perda in spiegazioni: tutti i ragazzi e gran parte dei bambini hanno un telefono che gli permette di usare WhatsApp, e visto che si tratta di un giocattolino ancora nuovo, gran parte degli utenti vecchi e nuovi lo usa con scarso discernimento e prudenza. Insultarsi su WhatsApp è facile e gratuito, infilare la gente suo malgrado nei gruppi con WhatsApp è cosa alla portata di tutti e fare sciocchezze su WhatsApp al momento sembra il divertimento favorito per tutte le età. I professori si limitano a raccattare i cocci dei vari disastri telefonici combinati tra compagni di classe e di corridoio e a scomodare la Polizia Postale perché venga nelle scuole a portare qualche parola di saggezza (e loro vengono, e fanno anche dei begli interventi sensati. Peccato che, negli anni delle medie, il buon senso sia tenuto in assai scarsa considerazione dai ragazzi).
Passerà anche questa come ne sono passate tante, immagino. Tra qualche anno si creeranno nuovi equilibri ed abitudini, oppure WhatsApp passerà di moda con l'arrivo di qualcosa di più recente e al momento imprevedibile. Al momento però, come sempre quando c'è qualche novità ancora non ben digerita, la situazione è fluida e un tantinello incasinata.

Io intanto mi godo una bacheca a prevalenza adulta, dove dominano incontrastate le Brigate Takahashi. E, visto che ormai tra gli amici di Facebook ho soltanto ex-allievi, ovvero persone con cui non sono più legata da obblighi, sto seriamente meditando di dare un tono un po' meno neutrale al mio personale profilo. Solo un po'.

venerdì 3 luglio 2015

I barbuti barbari - Massimo Birattari e Chicca Galli, con illustrazioni di Gigi Vitale

Ormai da diversi anni la Salani (e chi, se non la Salani?) ha tradotto in italiano la meravigliosa serie "Le brutte storie" dove Terry Deary, coadiuvato da un qualche team di eccellenti storici e dai magnifici disegni di Martin Brown presenta vari argomenti di storia antica e moderna raccontati in una forma grafica mista di fumetti, illustrazioni, testi a stampa e testi a stampa in corsivo (che è quella che anni dopo ha fatto la fortuna dei vari Diari di una schiappa)  digeribile, scorrevole e  attenta ai dettagli della vita quotidiana e agli interessi di un pubblico di giovinetti. 
Visto che l'autore è inglese si tratta di una storia in prevalenza anglocentrica, anche se non mancano volumetti dedicati a maya, aztechi o egiziani. Ci sono, insomma, delle zone scoperte.
Massimo Birattari e Chicca Galli hanno deciso di coprirne una che per la storia italiana è molto importante, ovvero l'Alto Medioevo, la Dark Age per eccellenza - insomma, quella fascia di anni che va dalla fine dell'impero romano al Mille e che costituisce uno dei miei molti e grandi amori, anche per il notevole margine di spazio che lascia per la fantasia.
Si tratta di un periodo complicato, incrostato di leggende successive e dominato da una cronica mancanza di fonti scritte che solo in tempi relativamente recenti l'archeologia ha cominciato faticosamente a integrare, parlando del quale i luoghi comuni e la più nera ignoranza si sprecano (oh sì, anche in molti manuali scolastici). 
I due, aiutati dalle illustrazioni di Gigi Vitale, hanno deciso di dedicargli una specie di volume spurio delle Brutte Storie: stessa formula mista di fumetti e testo, stessa miscela di commenti moderni e fonti antiche, stessa accuratezza storiografica, stessa attenzione alla vita quotidiana, stesso compiaciuto humor a fondo nero che è sempre molto apprezzato dagli adolescenti (nonché da qualche adolescente ormai cresciuto, come la sottoscritta), stessa tipologia di titolo basata su un allitterazione, stessa tipologia di copertina. 
Il calco non è perfettamente riuscito, perché le parti fumettate e quelle scritte restano separate molto nettamente,  il font scelto è più piccolo di quello usato normalmente nelle Brutte Storie e non sempre la parte scritta ha la scorrevolezza dei testi di Deary. In compenso vengono affrontati temi che di solito Deary scansa, per esempio l'interpretazione e l'attendibilità delle fonti (grandiosa sotto questo aspetto la morte di Teodorico, ma ci sono diversi esempi davvero divertenti) e di come la storia cambi aspetto a seconda del secolo in cui la si guarda, con leggerezza e precisione - questioni ostiche, ma introdotte in modo chiaro e ragionevole.
Il volume parte dal V secolo (in pratica: da Attila) e arriva alla leggenda del millenarismo, ovvero quella storia secondo cui tutti erano terrorizzati dall'arrivo dell'anno Mille. C'è anche una bella introduzione che mostra quante tracce hanno lasciato i barbari nel lessico, nei nomi e anche nella vita quotidiana.

La copia che ho preso in biblioteca è del 2008, quando il libro viveva di vita propria. 

Al momento si trova in vendita solo in un cofanetto intitolato "La brutta storia d'Italia" e che comprende anche "I rovinosi romani" e "I rivoltanti romani" (quest'ultimo scritto da Birattari in collaborazione con Deary). Il prezzo complessivo va sui 24 euro e il cofanetto può costituire un gradito regalo per gli appassionati di storia ancor giovani perché, soprattutto per il periodo barbarico, sintesi fatte bene ma facilmente digeribili per giovani o per adulti mancano completamente, a parte questo gradevole e meritorio esperimento.
Quanto a me, cercherò di procurarmelo per la biblioteca di scuola, dove ci tornerebbe davvero utile.

Con questo accaldato post dal contenuto altamente didattico ma non troppo serioso partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture a tutti, possibilmente vicino alla riva del mare o accanto al ventilatore. 

Che la forza (dell'estate) sia con voi!

giovedì 2 luglio 2015

Il mio esame di maturità (lungo, ma con ricetta)



L'esame di maturità si accompagna per me a molte piacevoli memorie, alcune dolci e altre salate, e rimane uno dei periodi che ricordo più volentieri.

E' un esame di maturità dei bei tempi andati, quando i grembiulini erano bianchi e la scuola era una roba seria, non come ora che è decaduta per colpa del 68 e dell'eccesso di riforme: si portavano ben due materie scelte da una rosa di ben quattro selezionata verso Aprile, una delle quali a scelta del candidato, l'altra pure ma la commissione poteva cambiarla a sorpresa (di fatto non la cambiava quasi mai) - non come ora che questi giovani debosciati le portano tutte;  inoltre c'erano ben due scritti: italiano più uno a sorpresa, che per lo scientifico era sempre matematica (ma va?) e per il classico era latino o greco, a regolare alternanza. 
Davano il voto in sessantesimi e la commissione era tutta esterna, tranne per un unico membro interno - una soluzione che aveva i suoi pro e i suoi contro. Si inziava il 3 Luglio con il tema (in quegli anni le lezioni terminavano a fine Maggio o primissimi di Giugno perché c'erano sempre elezioni o  referendum), poi il 4 c'era il secondo scritto e gli orali terminavano a fine Luglio. Questo per quanto riguarda le procedure ufficiali, ma in realtà l'esame di maturità, per noi come per tutti, iniziò il primo giorno di scuola, che mi sembra fosse il 18 Settembre, quando ogni singolo insegnante da noi incrociato ebbe cura di citare l'esame minimo dieci volte con fare casuale. 
Diventò subito un tormentone abituale "Quando sarete all'esame", "Se all'esame vi chiedessero... dovete dire che...", "Può essere che all'esame succeda questo e questo": niente di minaccioso in apparenza, solo un bonario stillicidio di istruzioni per l'uso il cui scopo, immagino, era evitarci il rischio di dimenticare, anche solo per un ora del giorno o della notte, che quell'anno, ebbene sì, c'era l'esame. E chi l'avrebbe mai detto? E invece sì, c'era proprio l'esame. Ma tu guarda gli strani casi della vita.

Che c'era l'esame lo sapevamo benissimo, ed eravamo anche disposti di buon grado a farci spaventare un po' ed entrare in una blanda ansia da prestazione. Al di là di questo però non tutti erano poi così terrorizzati - come sintetizzò un giorno una compagna "Perché dovremmo avere paura della maturità quando la facciamo da cinque anni portando tutte le materie?": le nostre interrogazioni di fine anno, invero, avevano arcate assai lunghe e si dava per scontato che l'interrogazione del giorno non dovesse vertere necessariamente sull'ultima lezione e nemmeno sull'ultimo mese - né trovavamo niente di irragionevole in questa pretesa anche se non tutti eravamo sempre all'altezza. Inoltre eravamo al liceo classico, dove la percentuale dei promossi sfiorava il 100%, ed eravamo una classe piuttosto buona, con tre scartine che arrancavano sull'orlo di una sufficienza un po' risicata (tutti figli di buona famiglia costretti a fare il liceo classico per contratto, il cui esempio mi convinse di quella che a tutt'oggi resta una delle mie incrollabili certezze: non c'è imbecille che non possa strappare una licenza classica, con un po' d'impegno) e per il resto medie piuttosto alte. Avevamo una concreta disponibilità a studiare, a volte anche solo per il piacere di farlo; nessuno di noi desiderava uscire dal liceo coperto di catrame, piume e disonore e dall'esame ci ripromettevamo buoni risultati. Davamo assolutamente per certi tre  sessanta e altamente probabile un quarto (almeno noi dello zoccolo medio; cosa ne pensassero realmente i tre Sessanta non lo possiamo sapere, naturalmente, ma ai nostri occhi per loro si sarebbe trattato di una mera formalità burocratica) e ci aspettavamo gran copia di voti intorno o un po' sopra al cinquanta.
Eravamo molto zelanti e prendevamo tonnellate di appunti ad ogni lezione, anche perché quasi nessuno degli insegnanti seguiva i libri di testo - gli sarà sembrato troppo banale farlo, chissà. Studiavamo con tanta buona volontà, sempre pronti a fare rimandi e collegamenti, avevamo una forbita conversazione traboccante di coltissimi riferimenti e quell'anno riuscivamo a trovare demenziali doppi e tripli sensi nelle frasi più piane e innocue, roba da fare invidia a una classe di tredicenni alla sesta ora; traducevamo in inglese, latino e talvolta anche in greco canzoni e canzoncine, filastrocche, canti goliardici e gridi di battaglia dai cartoni animati giapponesi, insomma eravamo la più istruita e scervellata scolaresca che mai sia stato dato vedere o sentire, e tutto ciò era molto divertente.

Anch'io, come tutti, ero ben decisa a non farmi sorprendere dall'esame e mi riproposi di prendere almeno sette in pagella al primo quadrimestre in tutte le cinque materie papabili per l'uscita (c'era un incertezza tra Matematica e Scienze): studiai con gran cura Geografia Astronomica, che mi piaceva moltissimo, ma l'insegnante decise che non era cosa per me e mi lasciò inchiodata al sei (e ben me ne incolse); feci sempre tutti gli esercizi di Matematica assegnati, pur dimenticando completamente di cosa trattavano già ad Aprile, dopo il sorteggio delle materie (caso rarissimo per me, che ho sempre ricordato quel che ho fatto a scuola); studiacchiai Storia con scarso entusiasmo: l'Ottocento proprio non mi piaceva e nutrivo una cordiale antipatia per il Novecento - quest'ultimo però era un problema relativo, perché in quegli anni si andava poco oltre la Repubblica di Weimar. 
Guardavo un sacco di cartoni animati giapponesi, anche: non solo Goldrake, Gaiking, il Grande Mazinger e Danguard, ma soprattutto Gundam: quell'anno infatti il maggiore Char entrò nella mia vita per mai più uscirne, e riempì a lungo i miei sogni di fanciulla e quelli della mia amica del cuore, nonché, temo, gli incubi di Sary, la mia fida compagna di banco, che me ne sentiva sempre parlare ma che dei cartoni animati con i robottoni se ne fregava completamente.
Avevamo anche una  colonna sonora, naturalmente: in quegli anni vivevamo tutti letteralmente attaccati alla radio. Tuttavia l'unica canzone che associo agli esami è la bellissima Vienna dei Pooh, che in quel periodo attraversavano una delle loro molte stagioni di grazia. 

Comunque ci furono molti Pooh (che a Sary piacevano moltissimo) ma anche un infinità di altre canzoni di tutti i tipi e generi, ed era anche l'anno della bellissima Another Brick In The Wall che proprio alla scuola era dedicata.
Infine sorteggiarono le quattro materie, e Fisica, Filosofia e Matematica uscirono dalle nostre vite per non più tornarvi (non vi erano mai entrate molto, per la verità). 
Si trattava di scegliere tra Italiano, Latino, Storia e Scienze. Gran parte della classe scelse l'accoppiata Italiano-Latino, poi ci mettemmo a coccodrillare perché eravamo in troppi ad averle scelte e ce le avrebbero sicuramente cambiate. La prof. Legree però ci rassicurò dicendo che per un liceo classico non era così strano, e probabilmente non ci avrebbero cambiato un bel nulla (come infatti fu). Sandro, da qualche mese ragazzo di Sary (con gli anni è poi salito di grado diventandone prima marito e infine padre dei suoi figli) e una delle Campigiane scelsero Scienze, e mal gliene incolse. Non riesco proprio a ricordare se qualcuno scelse Storia.

Come ho detto, c'era un solo membro interno, e in qualche modo lo sceglieva la classe. Non so in base a qual criterio scegliemmo la prof. Jazinga, che quell'anno ci faceva Latino e Greco - una brava e cara supplente annuale, combattiva all'incirca come un coniglio. Accettò un po' sorpresa, dicendo che sì, volentieri, ma per lei sarebbe stata la prima Maturità.
"Anche per noi" la rassicurammo. 
Va detto che nessuna delle altre opzioni sembrava proponibile: come tante classi prima e dopo di noi scegliemmo l'insegnante che ci stava più simpatico e sentivamo più vicino a noi e non quello più combattivo o potenzialmente più utile; se col senno di poi la prof. Legree probabilmente ci avrebbe mandato in ansia peggio di un banditore di sciagure, la prof. Permaflex avrebbe sortito invece una sua utilità. Ma vallo a sapere, e poi buona parte della classe le avrebbe dato volentieri fuoco a paglia molle - non io, che più civilmente mi sarei limitata a sbatterle la porta in faccia per non rivederla mai più, senza nemmeno scomodarmi a mandarla a Fanculo.

Come tutti i maturandi, anche noi cercavamo di capire in base ad astrusi calcoli delle probabilità quale sarebbe stato il tema di Italiano, ovvero di quale autore ci avrebbero chiesto di parlare: correva voce che avrebbe potuto essere Manzoni, che non usciva da qualche anno, ma mi sembra di ricordare che fossero molto gettonati anche Leopardi, Verga e Pascoli. Non ricordo che nessuno di noi si sia mai minimamente interessato al cosiddetto tema di attualità, detto anche Prima Traccia, e di sicuro non me ne interessai io: svolgere una traccia di attualità alla maturità sembrava richiedere immani quantità di acqua calda, tiepida e fresca e non prometteva alcun tipo di soddisfazione. Molto meglio un buon tema tecnico di letteratura, e a questo scopo mi esercitai coscienziosamente svolgendo solo temi di letteratura per tutto l'anno, con buoni risultati. Che fosse Manzoni, Verga, Pascoli o Porta ne sarei venuta a capo più che onorevolmente, aiutata anche da un parco letture che andava assai oltre i soliti brani standard inseriti nelle antologie. Manzoni, certo, sarebbe stato il massimo ma ero aperta a tutte le possibilità... diciamo a quasi tutte.

Finì la scuola e iniziò il Sistematico Ripasso... beh, almeno ci provammo. Ci eravamo divisi in gruppetti, e di pomeriggio e talvolta perfino di mattina questi gruppetti si ritrovavano per studiare, io e Sary e altre da una parte, Sandro e la sua Campigiana in sontuoso isolamento dall'altra, a casa di ognuno a rotazione. Talvolta Sandro, unico della classe a disporre di quella strana cosa chiamata macchina (una simpatica Panda) nelle sue trasferte a Campi Bisenzio accompagnava anche me e Sary dalle nostre Campigiane. Sospetto però che loro due studiassero un po' più seriamente di noi.

Che dire di quei pomeriggi di studio? Iniziarono con una certa serietà: due ore di studio, pausa merenda, altre due ore. La pausa merenda comunque sin dall'inizio si mostrà molto... come dire... nutrita: ognuna di noi ci teneva a non lasciare le altre affamate, e fin dall'inizio fu tutto un festival di torte, bignoline, pasticcini, tartine, focacce e schiacciate ripiene, pizzette e salatini. Madri e sorelle vennero arruolate senza alcun ritegno, i migliori pasticceri della zona scomodati senza esitazione e non di rado pure noi ci mettevamo al tavolo di preparazione, spalmando, farcendo e decorando senza risparmiare le nostre forze. Persino io, da sempre negata per i dolci, ideai un simpatico semifreddo di cui passerò a dare la ricetta. E' un dolce infallibile e non manca mai di suscitare consensi:


Triomphe des fraises à la Murasaki
(Trionfo di fragole alla Murasaki)

Ingredienti:
Un tot di fragole abbastanza mature
Un tot di ciliege ben dolci (se la stagione lo consente)
Un tot di banane abbastanza o molto mature
Mezzo litro circa di panna fresca da montare
Decorazioni, se si ha tempo e voglia
Una larga ciotola alta dai 10 cm in su.

Esecuzione:

Affettare le banane, snocciolare le eventuali ciliege tagliandole in due parti, lavare e pulire e tagliare a pezzi non troppo grossi le fragole. Mettere il tutto nella ciotola e mescolare con cura.
Montare la panna con un po' (un po', non troppo - ma nemmeno troppo poco, certo) di zucchero.
Mettere la panna sulla frutta: un bello strato alto che sigilli il tutto.
Si può decorare con: mezze fragole e mezze ciliege armoniosamente disposte, cialdoni o biscottini da panna, una coroncina di bignoline alla panna o alla crema chantilly, magari anche altro se l'ispirazione soccorre. Ma la decorazione non è indispensabile (comunque non ho mai sentito nessuno lamentarsi dell'aggiunta di cialdoni e bignoline - anche perché tutti erano troppo impegnati a mangiare per lamentarsi).

Mettere in frigo per almeno un ora.


Al momento di servire, attingere dalla ciotola col cucchiaio più grande di casa e servire in dosi enormi.


Tempo di preparazione: una mezzoretta scarsa.

Difficoltà: men che zero.

Giorno dopo giorno, i tempi della Merenda Ristoratrice Per Ritemprarci Dal Duro Studio si dilatarono sempre più, mentre lo studio si faceva sempre meno duro. Finì con interminabili mangiate mentre una di noi leggeva ad alta voce un po' di appunti.
La qualità della conversazione fu comunque sempre all'altezza delle vivande servite al buffet: brillante, gradevole, attraente, affascinante e assai conviviale. Ho un gustoso ricordo di quegli squisiti pomeriggi.

A sera, tornati a casa, dopo cena (naturalmente cenavamo: forse che aver spelluzzicato qualche piccolo spuntino avrebbe dovuto toglierci l'appetito? E quando mai?) ci rimettevamo sui libri. O almeno ci provavamo; ma, certo, se la micia più bella e cara del mondo si mette di traverso sul libro di latino, non è forse il caso di mettere da parte Lucrezio e coccolarla come si conviene?
In fondo sappiamo tutti che Lucrezio è eterno ma purtroppo i gatti no - e dunque era giusto cogliere l'attimo e coccolare Giselle finché c'era.

Tra una puntata di Gundam e l'altra (lo replicarono parecchio, quell'estate) giunse infine l'esame.

Come ci eravamo ripromesse da tempo, la sera prima della prima prova scritta io e la mia amica del cuore andammo al cinema, e fortuna voleva che avessimo a disposizione niente meno che Tutto quel che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) di Woody Allen, che non avevamo visto quando era uscito nel 1972 per questioni anagrafiche. Fu davvero molto divertente e, dati i nostri interessi, apprezzammo in modo particolare l'ultimo episodio, ambientato nella sala centrale di una base fantascientifica impegnata in una complicatissima missione (in realtà il cervello durante un rapporto sessuale).

La mattina dopo, armata di cioccolata e fogli protocollo, mi accinsi a fare il tema. 

La prima tappa era, naturalmente, capire di cosa volevano si parlasse, e quell'anno non fu questione da poco:
Analizzate e discutete, alla luce dei vostri studi e delle vostre convinzioni, il seguente giudizio di Francesco de Sanctis: "Il Romanticismo, come il Classicismo, erano forme sotto alle quali si manifestava lo spirito moderno. Foscolo e Parini nel loro classicismo erano moderni, e moderni nel loro romanticismo erano Manzoni e Pellico".
In un sol colpo e in quattro righe, dunque, avevamo a disposizione Classicismo, Romanticismo, la "modernità" (che poteva essere la nostra modernità del 1980 oppure quella dei tempi di De Sanctis, qualsiasi cazzo di roba fosse la modernità) nonché Foscolo, Parini, Manzoni, Pellico e volendo pure de Sanctis. Non solo, ma dovevamo dare un parere su un parere di de Sanctis, ovvero riflettere su quanto scritto da qualcuno che di mestiere rifletteva sugli scrittori. Più che un tema di letteratura sembrava un gioco di specchi. Richiedeva una struttura complessa, argomentazioni ben articolate e un a accurata pianificazione degli incastri.
Affilai i coltelli e mi misi al lavoro. Tentai diversi inizi, tentai di saltare l'inizio e partire dal mezzo, tentai una scaletta e alla fine il tema si avviò. 
Intorno a me la classe lavorava e chiacchierava tranquillamente, come sempre durante i temi (oh, quanto mi aveva addolorato il pensiero che durante il tema non avrei potuto scambiare una parola con nessuno; e invece i sorveglianti si limitarono ad avvisarci che "verba volant, scripta manent", cioè che non ci facessimo trovare con i bigliettini in mano, e ogni tanto a incitarci a calare il volume del brusio, che invero a tratti era piuttosto alto). Io lavoravo come una locomotiva, probabilmente lanciando anche fumo, anche se non fischiavo mai.

Era una traccia molto adatta a me, che dopo un anno a base di critica letteraria ero ben lieta di spiegare come la critica letteraria per i lettori non è sempre molto interessante, perché i lettori tendono a vedere i testi un po' come gli pare, guidati dalle loro personali inclinazioni e dalla cultura del periodo, e di come tutte quelle divisioni in movimenti e correnti sì, via, insomma, chissenefrega, tanto son solo etichette che gli mettiamo, si sa che cambiano a seconda dell'etichettatore e del momento in cui si incollano.
La scelta degli autori, ammettiamolo, era un po' cattivella: di Pellico conoscevo solo un paio di paginette dalle sue prigioni, che mi ero comprata all'usato (perché tra l'altro non era e non è un libro che si trova a tutti gli usci, indipendentemente dal fatto di venire letto a scuola, e che io sappia al massimo si leggeva qualcosina alle elementari, ma al liceo non era  nemmeno preso in considerazione); mi era venuto il latte alle ginocchia e avevo riposto il libro in attesa di tempi migliori, e certo non vi avevo trovato alcunché di moderno né di romantico. 
Parini... beh, Parini era rimasto nella strozzatura tra seconda e terza, e ne avevamo fatto ben poco. Su Foscolo e Manzoni eravamo triplamente preparati: sia De Divinis che Blasio che Legree ce ne avevano parlato assai, ed eravamo perfino riusciti a sviluppare opinioni personali in  merito. 
Si aggiunga poi che sul Romanticismo italiano (come, del resto, su tutto) avevo mie personalissime opinioni, e l'unico scrittore romantico della letteratura italiana per me era ed è rimasto Foscolo, che viene universalmente messo tra i neoclassici. 
Infine, l'eventuale modernità di un autore ai miei occhi era data da due indicatori, ovvero l'attenzione verso il proletariato sfigato e verso la questione femminile; ma nessuno dei quattro signori tirati in causa da De Sanctis aveva alcunché da dire sulla questione femminile, che in Italia gli scrittori maschi manco sapevano cos'era (e di scrittrici ne avevamo ben poche, che peraltro a scuola non si facevano - anch'io avevo praticamente solo sentito nominare Serao e Aleramo, e lì si chiudeva la mia lista);  quanto al proletariato, l'unico che sembrava darsene un po' pensiero era Manzoni, che lo guardava con lo sguardo di "una cattolica società protettrice degli animali" secondo una citazione molto azzeccata ma non so quanto esatta che Legree ci aveva fatto da Gramsci.
Insomma, modernità de che?

Scrissi il tema, poi lo rifeci da capo a pié e infine lo copiai. Rilessi le mie quattro colonne ben dense con grande soddisfazione, e consegnai con la serena convinzione di aver fatto il miglior tema di cinque anni di liceo (ma chissà se poi era vero?).
Uscii ben pasciuta interiormente e assai compiaciuta. Mentre aspettavo il tram alla fermata con le amiche ebbi modo di adocchiare un simpatico completo lilla a maniche lunghe (era un estate invero assai clemente).
Nel pomeriggio esposi la questione a mia madre, che tirò fuori dalla borsa una bella banconota da 100.000 lire e me la consegnò. Così andai a fare spese con l'amica del cuore - che guardava con molta serenità allo scritto di matematica che doveva fare la mattina dopo. Comprai il completo lilla più una borsetta di camoscio di una sfumatura lilla più azzurrata di quella del completo, ci aggiunsi un bellissimo paio di sandali in camoscio blu e mi rimasero pure 4.000 lire di resto. Mia madre approvò tutto, ma predisse vita breve per la borsetta - che infatti qualche settimana dopo era già sporca. Provai a pulirla con la gommapane, come mi avevano consigliato, ma capii che gli accessori chiari in tinta erano per fasce di reddito più alte della nostra; quella borsa non vide due estati né mai più mi attentai in un acquisto destinato a vita così breve a meno che il prezzo non fosse molto, molto più basso. A occhio, direi che quelle 100.000 lire equivalevano a 300 euro attuali, anche se i prezzi dei vestiti sono molto cambiati da allora.

La versione di greco... mah, insomma, la feci, con un piccolo aiuto di amici e professori. Mi pare fosse Aristotele, un autore che ho sempre guardato dall'alto in basso e capito poco, in qualsiasi lingua fosse scritto (al contrario di Platone che, strano ma vero, riuscivo a tradurre correttamente, se pure in tempi assai lunghi, e mi è sempre piaciuto moltissimo).

Iniziò la correzione degli scritti e il membro interno, com'era consuetudine, prese un telefono e chiamò. Chi era stato chiamato chiamò a sua volta e il panico si diffuse a velocità di tifone. Alla commissione i temi non erano piaciuti, anzi gli avevano fatto proprio schifo. Non c'erano sufficienze, tranne un sei e mezzo. Ci volevano segare tutti. Ci avevano già non solo segato, ma pure crocifisso all'albo della scuola. Stavano arrivando i carnefici a casa nostra per procedere alla decapitazione. Non ci sarebbero stati prigionieri.

Dopo un bel giro di telefonate allarmate decisi di risalire alla fonte, perché qualcosa non mi convinceva: al mio tema per esempio non potevano aver messo l'insufficienza, e a quello dei quattro sessanta papabili nemmeno. E com'era andato greco?
Sfrondato delle più allarmistiche voci, il resoconto risultò meno tragico: la commissione non si spiegava perché quasi tutti ci fossimo incaponiti a fare il tema di letteratura né perché l'avessimo fatto così lungo (si favoleggiava addirittura di 17 colonne 17, e se è vero so anche chi è stato) né perché fossimo così fissati con Gramsci (se quest'ultima è vera, trovo che la commissione mancasse un tantinello di acume: uno o due alunni in una classe che citano Gramsci possono essere frutto del caso o di studi individuali, ma un intera classe che tira in ballo l'intellettuale organico... non sarà che gliene hanno parlato parecchio?) e comunque detti temi non erano piaciuti granché. Sembra che, in particolare, avessero trovato il mio piuttosto spregiudicato, ma che si fossero degnati di assegnargli un sette e mezzo. In tutta onestà mi aspettavo come minimo un otto abbondante, ma visto che parecchi temi erano rimasti sotto il sette mi guardai bene dal lamentarmi e chiamai invece la mia impagabile amica del cuore, che nel corso di una telefonata di un buon tre quarti d'ora riuscì a calmarmi e a ridimensionare la gran tragedia usando buon senso, discernimento e logica. Non ricordo i particolari, ma solo che chiamai assai scossa e riattaccai tranquilla e pacificata col  mondo. Però, sempre la mia amica del cuore, mi spiegò che il membro interno, più che riportare voci e considerazioni sparse, riferiva i voci degli scritti, e se il nostro non l'aveva fatto voleva dire che era parecchio inesperta del viver del mondo. Resta il fatto che il voto del mio tema alla maturità non l'ho saputo mai (nemmeno quello della versione di greco, in effetti, ma preferisco così).

Lentamente l'ondata di panico si ritirò e rimanemmo in attesa degli orali, tra un banchetto luculliano e l'altro. La nostra era l'ultima classe della scuola, e la mia lettera era una delle ultime. Insomma, avevo l'orale a fine Luglio. 
Non andai a sentire gli orali della mia amica del cuore perché me lo vietò fermamente, e nemmeno mi sembra che mi abbia mai raccontato qualcosa in proposito. Addirittura, neanche ricordo che voto prese.
Andai invece a sentire gli orali al mio liceo, un po' come tutti; ma sentivamo ben poco, perché tutti parlavano a voce assai bassa e la sala era grande. Ci sembravano interrogazioni diverse da quelle che facevamo di solito, ma non avremmo saputo dire esattamente in che modo fossero diverse. Il professore di scienze, che era anche il presidente di commissione, sembrava assai suonato e ancorato a cognizioni scientifiche dei tempi di Pio IX, la professoressa di lettere sembrava abbastanza tagliente nelle sue domande, ma non mi pareva chiedesse niente a cui non fossimo in grado di rispondere.

Il mio orale era a mezzogiorno, ma naturalmente la commissione era in ritardo. E quando mai la commissione di un esame non è in ritardo?
La mia amica del cuore venne a farmi assistenza morale, portando tra l'altro le sue belle sigarette Cocktail, comprate in Inghilterra
che erano anche abbastanza forti. Nell'attesa passeggiammo nel cortile interno lastricato,  sotto il sole - un attività che in qualsiasi altro Luglio sarebbe stata foriera come minimo di un coccolone, specie per chi aveva la pressione bassa come me, ma che quell'anno tutti praticarono con grande tranquillità e senza conseguirne alcun inconveniente - come ho già detto, era un estate invero assai gentile.
Ero molto elegante, col mio bel completo in tre pezzi rosa-viola, camicia a maniche lunghe color vinaccia, gonna portafoglio rosa-viola a due strati e gilet di maglina viola chiaro. Al collo portavo la collana di cristallo della nonna, alle orecchie gli orecchini Avon in similplatino e acquamarina sintetica - un accoppiata che illuminò il mio viso per molti anni, finché non persi uno degli orecchini e decisi che era veramente venuto il momento di bucarmi le orecchie. 
Avevo paura ma non troppo - la dose giusta per combattere, insomma.

Feci il colloquio. Trovai la commissaria di lettere molto più acida sull'italiano che sul latino. In effetti l'interrogazione di italiano non andò molto liscia, anche perché la professoressa mi interrompeva sempre e io non capivo cosa voleva esattamente da me perché, per quanto rispondessi, sembravo non darle mai quel che voleva - una sensazione cui non ero abituata. Il  mio tema sembrava esserle rimasto sul gozzo,  ma dava anche l'impressione di non sapere nemmeno lei come criticarlo (ma magari sbaglio).
Latino invece scivolò via senza problemi: senza dubbio quella sala aveva visto interrogazioni più memorabili, ma fu comunque una cosa abbastanza dignitosa, persino nelle domande di grammatica - dove scoprii di essere in grado di inventarmi (o ricostruire) sul momento il paradigma di un verbo.
Il pubblico di turno mi disse che era stato un buon orale, ma non so se e quanto fosse sincero. A me comunque non era sembrato granché, ma nemmeno malaccio. 

Molto peggio andò a Sandro e alla Campigiana, che sfiorarono il disastro a Scienze, perché il professore non era d'accordo con niente di quel che dicevano. Pure, col senno di poi, non abbiamo mai notato alcuna incongruenza o errore in quanto ci aveva insegnato la prof. Permaflex e a tutt'oggi quel disastro ce lo sappiamo spiegare solo col fatto che sì, il presidente di commissione era parecchio suonato. Sta di fatto che Sandro strappò a malapena un miserabile 36, dopo un quinquennio con la media del sette e senza mai essere stato minimamente rimandato in alcunché, e la Campigiana raccattò un poco meno miserabile 37, anche lei dopo un quinquennio più che onorevole.

Come previsto passammo tutti, scartine comprese, anche se su Sandro discussero parecchio. Io presi 43, con un lieve disappunto che svanì nel giro di mezz'ora senza lasciare tracce; Sary prese un rispettabile 48 che, tenendo conto dello strano trattamento che ci avevano fatto, era un voto abbastanza equo (anche se l'avrei data come minimo sul 50). Di 60 ne prendemmo uno solo, più un 58 e un 52, e gran parte di noi si trovò con voto tra il 40 e il 45, ovvero più basso del dovuto.

Seguì un estate lunga e bella, perché a quei tempi non c'erano test di ammissione all'università, l'anno accademico cominciava a Novembre e ancora in pieno Ottobre stavamo a fare raduni e grandi tavolate. 
Restammo in contatto per diversi anni, e i gruppi si sfaldarono solo nella seconda parte degli anni '80. Naturalmente il fatto che mezza classe approdasse a Lettere e Lingue ci facilitò nel proseguimento dei rapporti.
All'università, del voto che avevamo preso alla maturità non è mai importato niente di niente a nessuno e, con grande stupore generale, l'unico 60 faticò assai a prendere la laurea in medicina.

lunedì 29 giugno 2015

Gundam - Le origini - I - Casval dagli occhi azzurri


Gundam, il guerriero dall'armatura mobile (Kido Senshi Gundam) sbarcò sulla nostra bella penisola nel Febbraio 1980, pochi mesi dopo essere stato trasmesso in Giappone. Per me fu un grande amore, prima di tutto perché c'era il bellissimo maggiore Char della Cometa Rossa, ma anche per la storia: era, come dire, diversa. Molto più complicata delle consuete serie di robottoni, dove potevi inserirti facilmente a partire da qualsiasi episodio, tanto in pochi minuti capivi tutto quel che c'era da capire.  Lì no: tanto per cominciare era una storia a puntate, non ad episodi autoconclusivi, e anche parecchio complicata. Poi l'adattamento (illegale, scoprimmo anni dopo, e la Bandai, casa produttrice, non la prese per niente bene) abbastanza pasticciato ci metteva del suo. Infine anche in Giappone all'inizio la storia non ebbe molto successo, così la accorciarono di parecchie puntate sintetizzando parecchio - ebbene sì, nella parte finale ci si capiva veramente il giusto. Ma veramente.
Io e la mia amica del cuore ci applicammo con grande pazienza a rivoltare la vicenda come un calzino, ma parecchie cose non riuscimmo comunque a comprenderle. Pazienza, continuammo a vederlo e rivederlo finché lo tolsero dalla programmazione per più di vent'anni causa rimostranze dei produttori. 
C'era il robottone, naturalmente (ma non era un robottone, era un mobil-suit; che era la stessa cosa ma con un nome più spocchioso). Niente alieni pasticcioni che si incaponivano a invadere la terra con un mostro per volta finendo regolarmente sconfitti dai vari Goldrake e Mazinga. C'erano un sacco di personaggi con le loro storie, e un orripilante guerra tra uomini che faceva tutti i danni che fanno questo tipo di guerre.

Col tempo in Giappone il successo arrivò, eccome, tanto che la serie divenne un cult. Fecero dei seguiti, delle varianti, dei film, dei romanzi, un infinità di modellini dei vari Gundam, un sacco di manga piuttosto bruttarelli e tante altre cose, fra cui il manga Le origini, che racconta la storia in versione più completa e un po' cambiata. In tutte queste cose, il maggiore Char aveva sempre il posto d'onore, perché oltre a me e a un sacco di altre persone, ne erano innamorati anche gli autori, a un livello tale che perfino io li trovavo a volte eccessivi (chi ha scorso i romanzi può capire il mio punto di vista).

Adesso si sono messi a fare dei film tratti appunto dal manga Le origini, e in questi giorni è approdato sugli schermi italiani il primo episodio, intitolato Casval dagli occhi azzurri. Solo per due giorni, in qualche cinema di poche e scelte città, una proiezione al giorno, pubblicizzato in modo minimale, che per carità non ci fosse il rischio che qualcuno andasse a vederlo. 
E infatti lo abbiamo visto davvero in pochi, e anch'io ho saputo della proiezione solo grazie a una cara e gentile amica che mi ha passato la notizia su Facebook.
10 euro di biglietto per 65 minuti di film più dieci minuti di video dove ci spiegano quanto è bello il film - ma questi sono dettagli del tutto insignificanti.

Ma andiamo per ordine. Di cosa parla il primo episodio di Gundam. Le origini?
Ssssì, certo, dell'origine della storia. Ma non, sia chiaro, della storia di Gundam - perchè in 65 minuti il mobil-suit Gundam non è citato nemmeno di striscio, né tantomeno inquadrato. 
Nemmeno si parla della guerra, salvo un minuto a inizio film, dove fanno vedere le prime epiche gesta del maggiore Char della Cometa Rossa, quando il primo giorno di guerra distrusse cinque navi confederate guadagnandosi la reputazione di uomo più pericoloso del principato di Zeon - perché in Gundam si racconta della guerra tra la Confederazione e il Principato di Zeon (Char combatteva per il Principato, Gundam e tutta la Base Bianca erano invece dalla parte dei Confederati).
Si parla invece di Char, e della sua storia, anzi di un breve episodio della sua storia: la morte del padre e la sua fuga sulla Terra, quando il futuro Cometa Rossa aveva solo undici anni. Poi si parla di sua sorella Artesia e del di lei gatto Lucifer.
Sì, un gatto nero. Il classico gatto nero dei cartoni animati jap, un po' spigoloso, con grandi occhioni, grandi orecchie, coda e e baffi assai espressivi. Come Luna di Sailormoon, o Jiji di Kiki, consegne a domicilio . Carinissimo, simpatico, spesso piuttosto stranito (e ne ha ben donde). Niente da dire sui gatti neri, figurarsi, ma se mi avessero detto che un giorno avrei visto un film di Gundam dove un gattino è tra i protagonisti principali avrei faticato parecchio a crederci. 
Inoltre tutta la storia si svolge... nella repubblica di Munzo. Che sarebbe, o diventerà, il Principato di Zeon, e che proprio non avevo mai sentito nominare.
Casval (dagli occhi azzurri) è il già fascinoso ma ancora acerbo Char, che nella vita ha collezionato più nomi di un personaggio di Tolkien. Casval è, in effetti, il suo vero nome. 
Suo padre si chiama, pace all'anima sua, Zeon Zun Deikun. E ditemi voi se è possibile prendere sul serio uno che si chiama così. Sua sorella Artesia si limiterà invece a due nomi: Artesia, appunto, e Sayla. Sì, come le mentine. Non so che farci.

La storia è abbastanza drammatica: si comincia dalla morte del padre di Casval e Artesia, uomo politico di gran spicco nella colonia spaziale di Munzo, di cui vorrebbe proclamare l'indipendenza dalla Confederazione. La sua morte (che alcuni sospettano dovuta ad avvelenamento da parte della famiglia Zavi) innesca una serie di tumulti e rivolte che i confederati cercano di reprimere. I due figlioletti di Zeon... sì, insomma, di quello lì, sono in grave pericolo ma un accorto complotto riesce a spedirli sulla Terra, dove potranno vivere in pace, insieme al gatto. La madre resterà in un certo senso come ostaggio a Munzo e il suo addio ai figli è una scena assai commovente.
Si tratta di un film per bambini, o comunque parecchio orientato in quella direzione: grande spazio al bel micetto, grande spazio alla piccola Artesia che dovrebbe avere cinque o sei anni, parecchi personaggi si comportano da scemi e fanno delle facce stranissime anche in circostanze che non sembrerebbero richiederle.
Conosciamo così tutta la famiglia Zavi, compreso il giovanissimo Garma che già si arrotola le ciocche di capelli (violetti, come nella serie originale, dio solo sa perché) con le dita, nonché la principessa Kilicia (Kirisha, nel vecchio adattamento) vittima di un parrucchiere pazzo e che sarebbe anche una gran bella ragazza fin quando non si leva l'elmetto che ne copre l'assai curiosa pettinatura; detta Kilicia mostra segni di una notevole inclinazione verso Ramba Ral, che fa comunque finta di non accorgersene e all'epoca è già fidanzato con Hamon.
Conosciamo per un paio di minuti anche il padre di Char, che sembra in verità un pazzo furioso, ed entrambe le sue mogli: la prima, un essere decisamente orrendo, a suo tempo scaricata perché non poteva dare dei figli al marito (almeno così dice lei) e la seconda, bellissima cantante di varietà che invece i figli glieli ha dati, e anche molto belli.
Artesia fa la bambina in modo assai infantile e con la vocetta tipica dei bambini dei cartoni animati jap, Casval parla abbastanza poco, soffre molto di essere completamente alla mercé degli adulti e di non poter difendere le donne della sua famiglia né il gatto (anche se del gatto in effetti non si interessa granché) e ha una stranissima conversazione con Kicilia in cui la giovane principessa rivela una curiosa vena sadomaso, sfoderando anche un paio di manette (!). Peraltro sia la conversazione che le manette lasciano davvero il tempo che trovano, anche se in qualche modo sono intonate ai personaggi, o meglio al loro lato più perverso. Giusto per ricordarci che tra qualche anno Casval sarà il leggendario Char della Cometa Rossa gli sceneggiatori lo mettono a sparare su un mezzo ben armato - ogni colpo un centro, naturalmente, e così a undici anni il ragazzino ha già fatto i suoi primi morti - che comunque se la sono andata a cercare perché non sta bene minacciare due poveri bambini indifesi con i cannoni.

La storia scorre bene, a tratti un po' confusa, a tratti un po' demenziale - come succede spesso in Gundam - e a tratti un po' leziosa - cosa che in Gundam di solito non succede. 
Il gatto Lucifer recita benissimo e sgrana gli occhioni nel più convincente dei modi, Char mi  fa sempre piacere vederlo, a qualsiasi età e con qualsiasi nome. 
Nel complesso sono stati dieci euro spesi bene.