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sabato 23 maggio 2015

Lo Hobbit - La Battaglia delle Cinque Armate (analisi assai emotiva, con sporadici tentativi di raziocinio)


Dall'uscita del film sono passati ormai più di cinque mesi. Anche le recensioni del primo e del secondo film le avevo pubblicate tardino, ma non così tardi.
Forse ho rimandato di scriverne perché il film non mi è piaciuto?
Al contrario, mi è piaciuto moltissimo - forse perfino più del primo.
Oppure, anche se il film mi è piaciuto, non sapevo cosa dire?
Assolutamente no: come si vedrà argomenti, considerazioni, commenti e seghe mentali delle più varie specie non me ne mancano; caso mai, il problema è stato riuscire a organizzarle in qualche modo.
Magari il plauso ricevuto dal film in questione era così unanime e convinto che riscrivere anch'io le stesse cose già dette cento volte da tutti mi tediava?
No, non proprio.
In effetti il film ha riscosso un plauso abbastanza altalenante, e quando la Warner è riuscita finalmente a proiettarlo in sala, dopo averlo strappato a viva forza a Jackson che implorava un po' di tempo in più per limare ancora qualche dettaglio (ma pare che faccia spesso così) gli spettatori si sono divisi in due schieramenti rigidamente contrapposti e difficili da quantificare nelle percentuali. 
Il primo schieramento ha dichiarato con fermezza che il film è un disgustoso abominio, intollerabile, inguardabile e indifendibile. Spiace dire male di Peter Jackson, spiace dire male di Peter Jackson che filma Tolkien, ma quando qualcosa fa davvero schifo non si può altro che ammettere onestamente quanto faccia schifo, nonostante  tutta la parzialità e la buona volontà possibili. Solo una mente in grave malafede, pesantemente alterata dall'abuso di droghe sintetiche o del tutto priva di buon senso e di buon gusto può sostenere che nella Battaglia delle Cinque Armate ci sia alcunché di tollerabile (a questo punto di solito segue  una lunga tirata contro lo strapotere delle major, la commercializzazione a tutti i costi e l'eccessivo culto del dio denaro). 
Il secondo schieramento, con gli occhi ancora lucidi per il gran piangere o lo sguardo incantato di chi è appena uscito da una profonda esperienza che lo ha turbato e commosso fin nelle radici, sospirava che La Battaglia delle Cinque Armate era bello, bellissimo, incommensurabilmente bello e che non si spiegava di come sia possibile per un qualsivoglia essere umano non gradirlo, e, prima di scoppiare in lacrime di commozione, giurava che sarebbe tornata a vederlo quanto prima per la terza o quarta volta. Parsifal davanti al Santo Graal l'ha fatta di sicuro meno lunga.
In mezzo a questo duplice schieramento, uno scarno gruppo di pontieri ha provato a portare un raggio di moderazione accennando che nel complesso si è trattato di un buon film, o comunque un film non del tutto disastroso, e che si può guardarlo una e financo due volte senza eccessivi danni - non di più, certo, perché sarebbe eccessivo, almeno in tempi brevi.
Se con lo scorrere delle settimane il secondo schieramento, quello degli entusiasti, sembra avere avuto il sopravvento, ciò è dovuto principalmente al fatto che gli Inorriditi e i Moderati hanno infine smesso di parlare della Battaglia delle Cinque Armate sui siti specializzati per dedicarsi ad argomenti che li interessavano di più, mentre gli Entusiasti continuano a ripetere in lungo e in largo quanto sono rimasti commossi e coinvolti e incantati dalla mirabile visione di sì bel film.


Mettiamola così: la Battaglia delle Cinque Armate è un film per molti, ma non per tutti. Chi aveva a cuore soprattutto la storia di Thorin e di Bilbo e tutte le derivazioni della vicenda legate ai grandi temi della Vita, della Morte, dell'Amore e della Redenzione ha trovato grande abbondanza di pascolo ed è rimasto soddisfattissimo.
Chi invece cercava soprattutto grandi scene di combattimento e una nuova Battaglia del Fosso di Helm* ed era interessato soprattutto alle vicende di Beorn, Azog e Bolg, una gran soddisfazione in questo film non l'ha trovata, ma un pochino secondo me avrebbe dovuto aspettarselo. Non c'era solo il problema che nel romanzo Lo Hobbit si combatte poco, e anche quando si combatte lo si fa dietro le quinte, senza parlarne troppo: il vero punto dei punti è che Jackson non ha fatto vedere granché della battaglia dei cinque eserciti non tanto perché c'erano Tauriel e Legolas e Alfrid a rubare tempo con le loro insulse storie (che a me non sono nemmeno sembrate tanto insulse) ma perché non gli interessava farla vedere.
Tutto ciò ai miei occhi è stata una scelta assai filologica (nel libro della battaglia vera e propria si parla pochissimo) e sono assai fermamente convinta che, quand'anche a Jackson non fosse venuto in mente di mettere Tauriel, Legolas e Alfrid ci avrebbe messo qualcos'altro, ma non la battaglia. Del resto il film dura poco più di due ore, con un quarto d'ora in più di battaglia un sacco di gente si sarebbe detta assai soddisfatta (mentre un altro sacco di gente, tra cui io, sarebbe uscita dal film un po' insonnolita pensando: bello, sì, d'accordo, ma perché si ostina a fare tutte quelle scene di combattimenti, che gli vengono di una noia micidiale?). 
Insomma, che gli costava metterlo, quel quarto d'ora di battaglia in più?
Non lo ha messo perché non ha volute metterlo. Tutto qui.
Insomma: fermo restando che con opere complicate come questa - un film di oltre  otto ore diviso in tre parti e tratto da un libro con una trama che aveva più  buchi di una strada nel centro di Firenze, ambientato in un universo alternativo e con un raccordo da fare con una trilogia già girata e per giunta diventata un cult - c'è sempre un margine di incognita e qualcosa può comunque sfuggire di mano, personalmente sono convinta che Jackson abbia cercato di fare un lavoro più tolkieniano che nella trilogia precedente rassegnandosi in anticipo all'idea che sarebbe potuta piacere meno della prima. Dal suo punto di vista la cosa ci aveva pure un senso: il Signore degli Anelli l'ho già fatto, adesso vorrei fare qualcosa di diverso, che ne dite?
Molti ne hanno detto male ma a me, tolkieniana sino al midollo, l'operazione è piaciuta assai.

Qui apro una considerazione personale: nonostante quel che si racconta di solito, anche nei circoli specializzati, Tolkien non è un appassionato di battaglie di stampo medievale che racconta la lotta del Bene contro il Male: nei suoi romanzi si parla soprattutto di come talune creature dotate di libero arbitrio reagiscano alle sollecitudini del Male, il quale Male più che andarsene in giro con attaccato un cartellino "io sono il Male" si presenta di solito sotto le domestiche spoglie della Paura, dell'Avidità e della Presunzione; il Male per eccellenza, di fatto, è il Potere - sì, anche il cosiddetto potere legittimo - e lo è perché non esiste un vero potere legittimo, mentre esiste un potere guadagnato con l'approvazione di chi ti si sottomette e che va maneggiato con cautela e discernimento. 
Quindi non ci sono re legittimi, ma solo re riconosciuti dal popolo, e i migliori governanti sono quelli che chiedono consiglio e usano il loro potere con infinita attenzione.
Le battaglie nei due romanzi di Tolkien ci sono, e sono tante. I racconti di battaglie invece scarseggiano: a parte la battaglia del Pelennor, cui sono dedicati molti capitoli, e il Fosso di Helm - che è l'unica in cui non ci sono Hobbit a fare da filtro nella narrazione ma che viene esaurita in poche pagine usando come filo conduttore la sfida tra Legolas e Gimli a chi uccide più orchetti - abbiamo racconti di quarta mano di hobbit impauriti che seguono le cose da lontano, il più lontano possibile, con sguardo spaventato e inorridito. La Battaglia dei Cinque Eserciti si inserisce in questo filone, ma con delle caratteristiche particolari: inizialmente doveva essere una battaglia tra tredici nani più un esercito di nani che arriva da fuori contro un esercito di uomini e uno di elfi, ma ancor prima di cominciare diventa una battaglia di uomini, elfi e nani contro orchetti e lupi, e viene usata per chiudere la vicenda. Sparito l'iniziale motivo del contendere (Thorin) grazie ad un eroica quanto opportuna morte durante il combattimento, questa battaglia viene vinta grazie al provvido intervento di aquile e beorniani. In seguito, a battaglia ormai finita, un nano assai equilibrato (Dain) chiuderà i pochi conflitti residui e Bilbo potrà tornare a casa. A quel punto si scoprirà che la battaglia appena avvenuta era importantissima e che grazie ad essa il Necromante, di cui sino a quel momento a malapena avevamo sentito accennare nel più casuale dei modi, è stato sconfitto. Insomma, la battaglia dei cinque eserciti ha esattamente la stessa funzione che nelle tragedie greche aveva il deus ex machina, che scendeva dal cielo e risolveva tutto, lasciando di solito i pochi protagonisti sopravvissuti a piangere la loro triste sorte.

Forse in un libro per bambini (perché questo era Lo hobbit in origine: un libro per bambini) le battaglie non stava bene descriverle sennò i piccoli lettori si impressionavano? 
Forse.
Forse che Tolkien di battaglie ne aveva viste poche ma buone, e gli interessava molto più marcare il loro aspetto spaventoso e terrificante che descriverle nel dettaglio?
Probabile.
Sta di fatto che Jackson aveva a sua disposizione una paginetta scarsa di testo e tre Morti Importanti da descrivere, e ha preferito soffermarsi su quelle, dando un tocco epico alla fine di Thorin - del resto, per come l'aveva impostato, e per come Tolkien aveva impostato il suo addio a Bilbo e alla vita, dargli un tocco epico era necessario. E sia chiaro che l'aggettivo "epico" per me sta per "solenne, importante" e non per "spettacolare e tonitruante" come sembra vada di moda intenderlo tra gli appassionati che tanto hanno discusso su questi film negli anni scorsi. Sono una tolkieniana di mezza età, ho più anni di Bilbo quando ritorna a casa Baggins e quindi è normale che sia attaccata al significato più convenzionale delle parole.
Tuttavia non mi sembra giusto dire che questo film manca di momenti altamente spettacolari.

Finita la premessa, passiamo a parlare del film. Molto banalmente comincerò dall'inizio.
Il film inizia esattamente dove si era fermato La desolazione di Smaug, deviando in apparenza dall'uso jacksoniano che nei film tratti da Tolkien mette sempre un bel prologo. E' una partenza molto suggestiva, in effetti: il logo della Warner si è appena dissolto sullo schermo ed eccoci in mezzo alle fiamme, con una lugubre campana di allarme in sottofondo. 
Smaug ha attaccato la Città del Lago. Disastro completo e totale su tutta la linea: la città è del tutto disarmata, chi può scappa, chi non ce la fa finisce arrosto. In questo immane casino il Protettore della Città - sì, Bard il Pasticcione, che nel film precedente si è lasciato sempre sopraffare dalle circostanze, dai nani, dal Governatore e perfino da un Kili ormai in punto di morte - si conquista nel migliore dei modi il suo titolo: riesce a liberarsi, raggiunge il punto più elevato rimasto tra le rovine e, con l'aiuto del figlio che partecipa anche fisicamente all'azione improvvisandosi balestra vivente, uccide il drago.
Lo uccide senza aver ricevuto alcun aiuto o indicazione dai nani né da Bilbo (e questo mi è dispiaciuto un po'): nessun uccellino gli racconterà dove deve colpire, lo vedrà da solo. Dunque alla fine della sua storia, Smaug si sarà confrontato con tutti i personaggi principali: con Bilbo, che (scopriremo più avanti) gli ha sfilato il pezzo più importante del tesoro da sotto il naso, con i nani, che non combinano granché ma lo combinano in modo altamente spettacolare (come sempre dall'inizio della trilogia), in ultimo con Bard che (un po' come Bilbo) lo lascia chiacchierare e fa quel che deve fare.
In pochi minuti di film la città è distrutta, il drago ucciso, e sotto il peso del cadavere draghesco anche il Governatore schiatta - con scarsissimo rimpianto da parte dei suoi sudditi e dello spettatore.
La scena ha ottenuto il plauso generale e tutti hanno convenuto che era ben fatta; anzi molti si sono lamentati perché Jackson ha bruciato (!) subito la parte migliore: e sarebbe stato meglio uccidere il drago nel film precedente, e sarebbe stato meglio ucciderlo a metà del terzo film, e sarebbe stato meglio che la scena fosse durata di più, e sarebbe stato meglio questo e sarebbe stato meglio quest'altro... 
In realtà la scena è felix brevitatis, cioè risulta così splendidamente efficace proprio perché così breve e brutale e il drago, molto banalmente, muore  esattamente quando deve morire, né prima né dopo - guarda caso giusto quando l'ha fatto morire Tolkien. E non è vero che il prologo non c'è: la morte del drago fa da prologo al film. E il prologo ha, da buon prologo, lo scopo di introdurre l'argomento principale del film, che è "Adesso che Smaug è morto, che facciamo?". Ogni singola vicenda che segue, attacco degli orchetti a parte, è causata proprio dalla morte di Smaug avvenuta in quelle specifiche circostanze. L'interessante messaggio che Tolkien ci trasmette è che uccidere il drago non conclude la storia, perché poi c'è da gestire il post-drago, e non è mai questione da poco come sa chiunque sia uscito da qualche tempesta: le tempeste lasciano grosse tracce e l'immediato dopoguerra facilmente avvia nuovi conflitti.
Smaug è morto e inizia la parte politica, con annessa caccia al tesoro - un tesoro su cui in tanti accampano diritti: Thorin, prima di tutti, perché è suo per ragioni ereditarie; i profughi di Esgaroth, perché Thorin gliene ha promesso una parte (nel film), gli elfi perché sostengono che una parte del tesoro era loro e l'arrivo del drago impedì che gli fosse consegnata. Tutti hanno le loro buone ragioni: le ragioni del Diritto ma anche quelle della Fame, e Thorin non ha soltanto torti. Su questo contrasto nato dall'incapacità di mediare (soprattutto da parte di Thorin, ma anche Thranduil ci mette del suo) nasce l'unica trama essenzialmente politica che Tolkien inserisce nei libri dedicati alla storia della Terra di Mezzo. Ne viene fuori la parte migliore e più originale de Lo Hobbit; e siccome gli venne molto bene, non trovò necessario ritornarci per raccontarla meglio nel romanzo più lungo.

Abbandoniamo per il momento quella che all'apparenza è la trama principale e addiveniamo alla seconda rama della vicenda (che in realtà per la storia della Terra di Mezzo conta molto di più della Reconquista del Regno Sotto la Montagna): quella parte cioè che Tolkien ha soltanto lasciato intuire vagamente nel romanzo e di cui ha detto qualcosina di più solo nelle appendici del Signore degli Anelli, costringendo Peter Jackson a inventarsi quasi tutto, non sempre con risultati felicissimi - insomma quella con Sauron: perché verso la fine del secondo film Gandalf scopre per l'appunto che il misterioso Negromante è  Sauron in persona, che dopo un aspro confronto l'ha sconfitto e ingabbiato. Resta da capire, per lo spettatore medio ma anche per quello più addentro ai sacri testi, perché Sauron non abbia colto l'occasione per levarsi lo stregone dai piedi in modo definitivo. 
Gandalf, dicevo, se ne sta in una gabbia assai scomoda, sospeso su un abisso e pure sottoposto a torture. Ma proprio sul più bello, quando dovrebbero ucciderlo, arriva un po' di Bianco Consiglio a salvarlo: prima Galadriel, che lo tocca, lo bacia e lo risana ma è subito circondata da Sauron e dai Nazgul, i terribili Spettri dell'Anello; e dietro di lei anche Elrond e Saruman.
Sono stati versati fiumi di inchiostro telematico per discutere se i Nazgul potevano o non potevano essere presenti ai tempi della cerca di Erebor in base ai sacri testi, ma in effetti l'unica risposta possibile è NO: quando Gandalf parla a Frodo dei Nazgul dice che è passato molto tempo dall'ultima volta in cui si sono visti i Nove ma, chissà, forse ora che è rientrato in scena l'Anello potrebbero anche ritornare (e infatti Frodo li incrocia già al capitolo seguente); molto tempo, non un ottantina scarsa di anni (che nei film sono ancora meno, mi pare una sessantina). Jackson però ha fatto le cose a modo suo e così Elrond e Saruman, che hanno seguito Galadriel, si trovano davanti nove lugubri figuri che affrontano... a colpi di spada. 
Ne segue una scena singolarmente idiota, anche se a modo suo non priva di una sua (ridicola) spettacolarità: in teoria ad un Nazgul un colpo di spada non dovrebbe fare né caldo né freddo, invece nel film riesce a... non saprei. Scomporli? Scompaginarli? Sta di fatto che molte e molte volte i Nazgul volano in pezzi, ma subito si ricompongono, si rialzano e ricominciano a combattere, con un effetto straniante da videogioco. Qualche volta Elrond li fa volare giù dalla rupe (sono su una rupe, o almeno così sembra) e loro cascano di sotto... ma poi si ricompongono e ricominciano ad arrampicarsi come ragnetti. Abbastanza assurdo, considerando che Elrond un po' di mondo l'ha visto e dovrebbe saperlo se con i Nazgul la spada funziona o meno.
Alla fine Galadriel, stufa di vedere gli Zombie dell'Anello che vanno in pezzi e si ricompongono subito dopo per tornare all'attacco, bandisce Sauron.
La scena è piuttosto forte: bagnata fradicia (in omaggio all'anello elfico di cui nei film dello Hobbit non si parla mai, ma che chi ha letto i libri o visto la prima trilogia sa essere Nenya, l'Anello dell'Acqua), le vesti e i capelli anneriti per la negatività assorbita da Gandalf per guarirlo, lo sguardo cupo e la voce distorta, la bella elfa preraffaellita si trasforma nella bambina annegata di The Ring e allo spettatore fa molta più paura dei Nazgul.
Davanti alla sua collera Sauron (e i Nazgul) si ritirano, letteralmente, come magliette lavate a temperatura troppo alta: prima rimpiccioliscono e poi scompaiono.
Sulla rupe restano una Galadriel stremata, un Elrond che dà l'aria di non aver capito troppo bene quel che è successo (e lo spettatore solidarizza molto con lui perché si trova nella stessa identica situazione) e un Saruman che invece sembra aver capito benissimo tutto e che gestisce il gruppo rimandando Elrond a Gran Burrone, Galadriel a riposarsi nel suo bel Bosco Dorato e Gandalf a curarsi da Radagast arrivato lì giusto in tempo per portarselo via sulla sua slitta tirata dai conigli di Rhosgobel. 
"Lasciate Sauron a me" ordina Saruman. Chi conosce i libri o ha visto la prima trilogia sa in qual maniera se ne occuperà, per gli altri si suppone che qualche amico più addentro all'universo tolkieniano spiegherà quel che c'è da spiegare.
Gandalf si riprende quasi subito e a metà corsa scende dal coniglio-taxi per correre a Erebor, dove sa che stanno per arrivare immani quantità di orchetti. Non si capisce perché non si porti dietro anche Radagast, visto che uno stregone in più potrebbe fare assai comodo in una battaglia, ma insomma non lo fa. 
Fine della parte dedicata al Bianco Consiglio. 
Siamo sinceri, poteva venire meglio, ma poteva venire anche molto peggio e la scena di Galadriel annegata è molto suggestiva. Di qui a capirci qualcosa però ce ne corre, e parecchio.

E veniamo ai nani, cominciando con la Prima, Grande Domanda: quattro nani a Città del Lago. Perché?
Abbiamo capito che Kili era lì per farsi guarire da Tauriel, e sta bene. Fili per fare compagnia a Kili, e d'accordo. Ma Oin e Bofur? 
Qualcuno degli sceneggiatori, in un intervista, aveva assicurato che Bofur doveva fare qualcosa di importante. Poi qualcuno deve aver cambiato idea, perché in quattro che sono si limitano a scappare con Tauriel e i figli di Bard  (cosa che i nani potevano fare comodamente anche in due).
Kili si dimostra comunque di ottima fibra nanesca: nel film precedente Tauriel lo ha guarito in un paio di minuti, e un altro paio di minuti bastano perché riesca a sedersi in poltrona. Poco dopo lo vediamo remare tranquillamente insieme agli altri, in perfetta salute. Mirabile invero è la potenza dell'athelas! Ma ancor più mirabile è la velocità con cui gli sceneggiatori dello Hobbit si rimangiano le scene promesse (e addirittura le scene già girate e perfino quelle mandate nei trailer).

Visto che siamo arrivati a Kili e a Tauriel, tanto vale occuparsi della storia d'amore più deprecata della storia della cinematografia.
Tauriel è stata senz'altro il personaggio più odiato e bistrattato di questa  trilogia. Le hanno rimproverato di essere una bieca scelta commerciale, si sono lamentati perché non aveva un ruolo utile nella storia, hanno deplorato che combattesse tanto, han trovato da ridire perché voleva stare con Legolas (il che era troppo banale e scontato da parte sua) e anche perché voleva stare con Kili (il che era troppo originale e spregiudicato da parte sua). E' stata criticata per quel che faceva, per quel che diceva e pure per quel che non faceva e non diceva nonché per lo spazio e il tempo che rubava agli altri personaggi. Praticamente un massacro. Qualcuno è addirittura arrivato al punto di rallegrarsi perché almeno baciava Kili soltanto dopo che era morto - che mi è parsa un annotazione di singolare cattiveria.
Una colossale arrampicata sugli specchi con gran dispendio di ventose e rampini aveva portato molti a concludere, dopo il secondo film, che tra l'elfa e il nano ci fosse solo una buona amicizia, o una certa simpatia, al massimo un sentimento affettuoso a senso unico da parte di Kili, qualsiasi cosa insomma eccetto l'amore (che notoriamente tra un nano e un elfa non ci può essere, perché no); ma quando infine è risultato evidente al di là di ogni ragionevole dubbio che il sentimento affettuoso era appunto amore (come a mio avviso avrebbe potuto comodamente vedere anche un cieco), e addirittura (sacrilegio!) amore corrisposto, il risentimento collettivo non ha conosciuto limiti né confini e l'ombra dei bianchi cappucci del Ku Klux Klan si è stagliata minacciosa sulla piana di Esgaroth. 
Come si permetteva, Jackson, di portare sullo schermo un orrore simile, così contrario alle leggi della natura e del decoro? Orrore e profanazione! I due si conoscono da troppo poco tempo per amarsi! Sono troppo giovani per sapere cos'è l'amore**! Esiste una sola unione amichevole tra elfi e nani, ed è l'amicizia tra Gimli e Legolas, ogni altro rapporto precedente va considerato spurio e risolutamente messo al bando! Non si può e non si deve! (E pazienza se ai tempi del perduto reame di Moria elfi e nani andavano d'accordissimo e collaboravano volentieri, pare che quella parte della storia della Terra di Mezzo me la ricordi soltanto io).
Insomma, lo sciocchezzario non ha davvero conosciuto limiti, e l'assai vivace reazione di Thranduil - che vorrei tanto capire come ha fatto a sapere dell'insolito ma forte legame che si è creato tra i due - al confronto appare una reazione pacata, serena e composta.

Purtroppo è vero che l'amore tra Kili e Tauriel resta del tutto virtuale: deplorevoli intralci tecnici impedivano loro qualsiasi gesto affettuoso. Tra i due personaggi c'è una notevole differenza di proporzioni (particolarmente di statura) cui non corrisponde alcuna analoga sproporzione dei due attori che li interpretavano. Jackson è ormai diventato un esperto nel girare scene con personaggi che dovrebbero avere dimensioni diverse, ma al momento di baciarsi o anche soltanto di abbracciarsi il problema diventava più serio, e l'uso del 3D sembra avere ulteriormente complicato la questione. In sostanza, i due possono soltanto parlarsi, meglio se da lontano: perché l'amore non ha confini e supera ogni ostacolo, ma il regista, poverello, è costretto ad arrangiarsi come può.

Dunque in spregio ad ogni differenza di taglia, di razza, di etnia e alla faccia degli offesissimi spettatori più o meno tolkieniani (ma non senza diletto per una grossa fetta di spettatori più giovani, più sprovveduti o anche solo più tolleranti) i due si amano. In un qualche momento tra il delirio in cui Kili vaneggiava di una Tauriel molto, molto lontana da lui e quando, la mattina dopo il disastro di Pontelagolungo, i nani prendono la barca per traversare il lago e raggiungere Erebor, deve essere successo qualcosa che non abbiamo visto ma che ha reso Kili molto più fiducioso sulle sue possibilità di essere accettato dall'elfa, tanto che le chiede di venire con loro. E Tauriel non solo non risponde di no con aria schifata, ma traccheggia e cerca di svicolare in perfetto stile "Vorrei e non vorrei / Mi trema un poco il cor"; ci sta pure il caso che accetterebbe, se non venisse Legolas a tirarla per la manica. 
Da notare che Kili, che è comunque un nano, indipendentemente dalla quantità di barba che ha e dalla grazia dei suoi lineamenti, nemmeno per un istante mette in dubbio la lealtà dovuta (dovuta?) al suo amato zio e non suggerisce a Tauriel di andarsene da soli per i fatti loro, come sarebbe stato assaissimo meglio per entrambi. Così quasi subito dopo aver lasciato partire Kili, Tauriel scoprirà di essere stata bandita da Thranduil per non avere obbedito a un suo ordine particolarmente idiota, e Kili si accorgerà di aver barattato la compagnia di una bella elfa con quella di uno zio pazzo furioso. Perché gli spettatori ce l'hanno con quei due, ma gli sceneggiatori anche peggio.

L'intervento di Legolas ci priva così di quella che poteva essere la scena più spassosa dei sei film, ovvero Thorin che si vedeva arrivare un elfa in qualità di fidanzata del nipote. Scartando come altamente improbabile la possibilità che il Re Sotto la Montagna la salutasse dicendo cortesemente "Benvenuta madamigella, e ci scusi se la situazione presente non ci consente di ospitarla con l'onore che le sarebbe dovuto, ma siamo appena arrivati anche noi e qua intorno c'è un po' di confusione" si davano almeno tre possibilità:
1) Thorin rimaneva talmente scioccato da rinsavire di colpo
2) Thorin impazziva ancor di più per la rabbia e, dopo una plateale crisi isterica in cui cercava di buttare Kili e Tauriel giù dai cancelli di Erebor, veniva rinchiuso dagli altri nani in una caverna imbottita
3) Thorin bofonchiava qualcosa di incomprensibile per poi rimettersi a parlare del suo bellissimo tessoro.

La mia favorita naturalmente è la prima, e sono sicura che la grande abilità di Armitage avrebbe saputo esprimere nel migliore dei modi ben più di cinquanta sfumature di orrore e di indignazione davanti a sì folle connubio. Purtroppo nessuno informa il Re Sotto La Montagna che il figlio (minore) di sua sorella si è quasi fidanzato con un elfa di re Thranduil, e addirittura le ha regalato una pietra (gesto assai impegnativo per un nano, si presume) come pegno della promessa. Lo strano però è che non ne parla nemmeno nessuno degli altri nani. Neanche un accenno, neppure uno sguardo. Eppure, ad ascoltare Kili che delirava su Tauriel troppo lontana da lui per amarlo, c'era una bella folla: Tauriel stessa, i figli di Bard (probabilmente troppo distratti da Smaug per farci molto caso) e ben tre nani tre, uno dei quali è pure il suo affezionatissimo fratello, che da sempre vive in simbiosi con lui. E' vero che i nani (come spiega Bilbo più avanti) sono molto riservati e tuttavia questo assoluto silenzio mi suona strano, tanto più che, tra gli elfi, Thranduil e Legolas per contro hanno ben presente la situazione e ne parlano e ci pensano relativamente spesso.
In realtà in questo film (e nel precedente) i vari mondi restano molto separati: Bilbo è completamente accentrato su Thorin e non svolge la funzione di collegamento che aveva nel romanzo: anche il colloquio con Thranduil e Bard per la consegna dell'Archengemma è molto meno articolato che nel libro, e lo hobbit non scambierà mai una parola né con Legolas né con Tauriel - una cosa che mi è dispiaciuta molto. Parla poco anche con i nani, a dirla tutta, e quando ci parla ha un solo argomento: Thorin. Vero è che è un argomento imposto dalle circostanze.

Nel film abbiamo tre re: Thorin, Thranduil e Bard, e quest'ultimo al momento è un re solo in pectore, non ufficializzato. Non fa niente per diventare re, sono le circostanze che lo impongono come tale, e dopo la morte del drago si ritrova a guidare i profughi della Città del Lago per il puro susseguirsi degli avvenimenti. E' un re perché tutti lo riconoscono come tale, ed è talmente ovvio che lui è il re che nessuno perde tempo a dirglielo. Il tentativo di Alfrid di ufficializzare la situazione viene bloccato dallo stesso Bard con la ragionevolissima osservazione che al momento c'è ben altro a cui pensare. 
Fra i tre, Bard è senza dubbio quello che davvero è degno di essere re. Gli altri  sono due pazzi incautamente lasciati in libertà, e se Thorin almeno è apertamente dichiarato e considerato pazzo da tutti, salvo che nel finale, la pazzia di Thranduil è talmente ben radicata che né lui né chi lo circonda riescono più a vederla.

Cominciamo da Thorin.
La sua pazzia viene accennata sin dalla prima scena in cui compaiono i nani giunti a Erebor: dei nove presenti, otto guardano sconvolti la piana dove Smaug semina fuoco e morte (come aveva promesso nella chiusa del film precedente); Bilbo invece guarda Thorin con aria preoccupata e Thorin guarda, con evidente desiderio, l'ingresso della montagna: il suo tessoro. Chissenefrega del drago, lì c'è il suo tessoro, ormai diventato il fulcro della sua stessa esistenza.
Bilbo è il primo ad accorgersi che c'è qualcosa che non va, e quando arrivano i quattro nani ha già pronta la diagnosi: Thorin è impazzito.

Qui mi sorge spontanea una domanda: sappiamo che i profughi di Pontelagolungo sono alla fame, e se non arrivasse Thranduil se la passerebbero assai male. Il problema di come nutrirli è ben presente a Bard.
Nessuno ci spiega invece cosa mangino i nani, che a Erebor appaiono ben pasciuti e di cibo non parlano mai (grave contraddizione, questa sì, con il libro, anche se nessuno mi risulta averla notata).
Nel libro di cibo si parla moltissimo, sia quando c'è che quando non c'è. Nel film abbiamo l'unico hobbit anoressico della storia della Contea (qualcuno l'ha visto ingoiare un boccone che fosse uno nel corso di più di otto ore e di tre film? Al massimo porta il cibo agli altri, ma non mangia mai. E nessuno dei puristi tolkieniani ci ha trovato da ridire. Roba da chiodi, ma veramente), e quanto ai nani, nel libro ma anche nel film vediamo che quando possono non si fanno mancare niente. 
Nel libro sappiamo che la compagnia patisce varie volte la fame, sappiamo cosa mangiano e quando. Sappiamo che, una volta rinchiusi a Erebor, il vitto consiste soprattutto di gallette, e Tolkien ci fornisce una dettagliata descrizione del sapore di queste gallette e del fatto che Bilbo dopo un po' ne è stufo e arcistufo. E sappiamo che le gallette sono state donate a suo tempo, insieme ad altre provviste, dagli uomini della Città del Lago, in grossi pacchi portati dai pony, i quali pony sono poi finiti, ahiloro, nell'assai capace stomaco di Smaug. Nel film i nani lasciano la città in barca e fanno la scalata verso Erebor con un sacco da viaggio in spalla, di quelli dove più di tanto non ci può stare.
Arrivati a Erebor, anche se Alfrid farnetica delle "scorte" di cibo che i nani possono averci trovato, si suppone che la montagna contenga molto oro ma nessun pane né companatico. Sì, le scorte le avranno anche avute, quando Smaug aveva messo a ferro e fuoco la montagna cacciandone i nani, ma quale cibo regge al passaggio di sessanta anni? 
Pure, a Erebor si mangia, o almeno così sembra, stante che i nani sembrano in buona salute e che Thorin "si nutre a stento" - segno che qualcosa per nutrirsi ce l'avrebbe avuta, se non fosse intervenuto il tesoro della montagna a levargli l'appetito; né i nani o Bilbo si pongono il problema di cosa mangiare mentre sono sotto assedio (per quanto, se anche se lo ponessero, Thorin non lo troverebbe certo un argomento meritevole di interesse). Se vogliamo dirla tutta, non è nemmeno chiaro dove trovano l'acqua da bere, mentre sono asserragliati nella montagna. Inutile spiegarmi che i tempi del film non permettevano di soffermarsi sull'argomento, perché sarebbero bastati pochi secondi per fornirci le risposte (ma ben di più per scervellarsi a trovarle, sospetto).

Comunque, digiuno o satollo che sia, Thorin è impazzito, e in testa gli gira un solo pensiero: trovare al più presto l'Archengemma. I nani sono messi a cercarla notte e dì e siccome non riescono a trovarla, Thorin finisce col pensare che uno di loro se la sia intascata di soppiatto, come confida a un Bilbo sempre più preoccupato.
In realtà l'Archengemma non si trova per il semplice motivo che là dentro non c'è più: come avevano capito assolutamente tutti tranne io e al massimo un altra mezza dozzina di persone (contando anche i pochissimi che la pensavano come me nel forum di theonering.net) Bilbo era riuscita a prenderla all'ultimo momento, aiutato anche da un accortissimo uso dell'Anello. L'istinto di Thorin aveva dunque visto giusto, nel secondo film. Ma anche l'istinto di Bilbo aveva visto giusto, e lo hobbit, per quanto incerto e combattuto, decide per il momento di tenerla ben nascosta, anche se vorrebbe che Thorin rinsavisse, per consegnargliela e farlo contento (Bilbo cerca sempre di fare la cosa più adatta a fare contento Thorin).
Prova perciò a consultarsi cautamente con Balin. Forse, se Thorin ritrovasse l'Archengemma, la sua follia guarirebbe?
E' una scena molto bella perché entrambi parlano a due livelli. In apparenza Bilbo fa una domanda relativa a un caso del tutto teorico e Balin dà una risposta altrettanto teorica, ma in realtà il nano capisce benissimo che Bilbo ha la pietra in tasca, e che lo ammetterebbe senza problemi, se richiesto -  appunto per questo evita con cura di chiederglielo e taglia corto assicurando lo hobbit che è molto meglio che la pietra "rimanga perduta", perché la dragon sickness ha origine proprio dall'Archengemma.


Nel libro non c'è una vera e propria pazzia di Thorin, quanto piuttosto un malefico influsso del drago e del tesoro covato dal drago che colpisce Thorin e i nani. Il lettore nota l'accentuarsi di certi aspetti del carattere di Thorin già presenti nel personaggio, come la possessività e l'autoritarismo, e dopo il colloquio con Bard si convince che il nano è un grandissimo impiastro, ma non identifica una vera e propria follia. Nessuno dei nani fa niente per contraddirlo o contrastarlo, e anche Bilbo, che sulla spartizione del tesoro la pensa in modo molto diverso da lui, si guarda bene dal palesare il suo punto di vista, accorgendosi di essere in schiacciante minoranza. L'unica traccia di dissenso che appare è una vaga lamentela di Bombur, fatta in privato a Bilbo. Quando Thorin dà in escandescenze e cerca di buttare Bilbo giù dai cancelli di Erebor, la sua collera ha invero toni epici e ci accorgiamo che la perdita di quella pietra lo fa soffrire davvero. Molti dei nani sentono in cuor loro che Bilbo ha ricevuto un trattamento ingiusto dal loro capo, e se ne  vergognano anche, ma nessuno di loro alza un dito per fermare Thorin - solo l'intervento di Gandalf impedisce che lo hobbit venga scaraventato giù dalla montagna.
Nei film vengono invece seminati abbondanti indizi su questa pazzia che è una specie di eredità di famiglia, e che in un certo senso ha causato l'arrivo del drago, tanti anni prima, e addirittura nell'edizione estesa Bilbo (e Thorin) ascoltano per caso una conversazione dove Gandalf ed Elrond parlano proprio di questa malattia latente nella famiglia. Ci sono poi diversi accenni che Balin fa a Thorin, le osservazioni sarcastiche del drago, Thorin che sguaina la spada contro Bilbo che secondo lui ha preso l'Archengemma e non gliela vuole dare (che è pure vero)...

Thorin ha dismesso i panni del viaggio e, avvolto in sontuose vesti regali, si aggira come un sonnambulo nell'immensa sala del tesoro con tanto di corona in testa, mormorando frasi sconclusionate sul suo tessoro. Saluta i suoi amatissimi Fili e Kili senza chiamarli per nome, appellandoli figli di mia sorella.
Pazzo, pazzo furioso senza remissione. Nessuno dei dodici afflittissimi nani che lo circonda mostra di trovare alcunché di normale nel suo atteggiamento. Nessuno lo contraddice (salvo Kili che tenta di muovere qualche pallida obiezione non appoggiata dagli altri nani) ma è solo perché lo sentono troppo lontano per sperare che li stia a sentire. Gli obbediscono perché è il loro amato capo, per forza di inerzia, perché non obbedire al re di Erebor è fuor di questione, ma per tutto il tempo della pazzia di Thorin sono i dodici nani più tristi che si possano immaginare, come se la follia del loro sovrano gli avesse succhiato via energie e determinazione. Obbediscono perché non sanno cos'altro fare, perché sono nani e dunque fin troppo leali e non hanno altro posto dove andare; ma si sentono intrappolati in un incubo senza uscita. Del tesoro di Erebor non sembra importare un accidente a nessuno di loro, e i più indifferenti sono proprio i figli della sorella del re impazzito, legittimi discendenti della stirpe di Durin.
La malattia dell'oro è una specie di eredità di famiglia ma colpisce soltanto Thorin, perché Thorin è quello che ha portato il peso maggiore dal giorno della venuta del drago ed è quello più fragile. La malattia lo addenta e lo travolge completamente ma è la malattia di Thorin, non degli eredi di Thrain. 
Ed è una pazzia quasi tranquilla, dolce. Vestito con i suoi abiti regali Thorin sprofonda nel suo tesoro dimenticando completamente il mondo esterno, e quando il mondo esterno bussa alla sua porta, sotto le sembianze di un popolo stracciato che viene a chiedere aiuto e di un tronfio re degli elfi che però non partecipa al colloquio, Thorin accampa assurdi pretesti per rifiutare l'aiuto che a suo tempo aveva promesso. Non vuole visitatori, vuole solo restare insieme al suo tessoro. Purché lo lascino lì è buono e dolce, appena lo disturbano ringhia.

L'unica voce che gli arriva è quella di Bilbo, il solo essere vivente di cui si fida. Dal fondo della sua pazzia guarda con sospetto i suoi dodici nani, quelli che si sono imbarcati in quella folle avventura e lo hanno seguito per caverne zeppe di goblin e boschi pieni di ragni giganti. Sono nani e lo potrebbero tradire, pensa; ma non nutre alcuna diffidenza verso quell'hobbit gentile e disinteressato - che sarà infatti quello che lo tradirà, anche perché è l'unico in condizione di farlo.
Nella Compagnia, passati i primi giorni, Bilbo è sempre stato quello che trovava la soluzione per tutto - probabilmente perché convinto che una soluzione esiste sempre, basta cercarla. Davanti alla pazzia di Thorin i nani si rassegnano subito, ma Bilbo prova a ragionarci in modo molto più deciso: gli ricorda che ha dato la sua parola, gli ricorda che anche lui, Bilbo, ha garantito con la sua parola per Thorin*** - insomma, si appella prima al suo senso dell'onore (e il fatto che Thorin mostri di considerare la sua parola qualcosa che può essere dato e ritirato come una domanda di iscrizione a un concorso fa capire quanto sia sprofondato nella pazzia, anche senza considerare che la parola di un re è sempre sacra per definizione), poi al suo buon senso ricordandogli che sono un tantino in minoranza rispetto ai due eserciti che hanno alle porte - ma il buon senso di Thorin (che per la verità non è mai stato la virtù più evidente in quel degnissimo nano anche nei suoi momenti di maggior saviezza) è ormai scomparso, sepolto sotto un immane montagna di oro.
Tutte le strade dunque sembrano bloccate, ma Bilbo, a sorpresa, trova un altra soluzione: consegnare proprio l'Archengemma ai nemici accampati fuori dalla montagna perché venga utilizzata come moneta di scambio; e facendolo sa benissimo di giocarsi l'amicizia di Thorin, cioè la cosa più importante per lui.
Nel romanzo Bilbo consegna la pietra convinto che questo basterà a risolvere la situazione, e torna dai nani soprattutto per non sfuggire alle conseguenze della sua azione. Nel film sembra invece che ritenga il suo ritorno come parte integrante della terapia-chock che ha deciso di adottare: e infatti la prima cosa che deve fare è assicurare Thorin che quella che Bard ha in mano è proprio l'Archengemma, non un imitazione fatta in serie - perché la prima reazione di Thorin è negare l'evidenza, che lo obbligherebbe a reagire e ad uscire dal suo bel sogno dorato - e la seconda è fare a Thorin un bel discorsino in presenza di tutti sul fatto che è cambiato: in pratica, gli spiega che è impazzito. 
La cosa ha se non altro effetto sugli altri nani, che si precipitano a difenderlo quando Thorin cerca di strangolarlo, e lo aiutano a mettersi in salvo; ma avrà anche un effetto successivo perché Dwalin, il fedelissimo Dwalin, il guerriero che da sempre segue Thorin come un ombra, va da Thorin e gli dice le stesse cose in modo ben più duro di Bilbo, prendendolo da un punto di vista che Bilbo non avrebbe mai pensato ad affrontare: gli spiega che non è più un re, dopo esserlo sempre stato negli anni dell'esilio. Dopo questo secondo, mirabile discorso, qualcosa dentro la pazzia di Thorin comincia ad incrinarsi. Rimasto da solo, con la sua coscienza che cerca di farsi strada, Thorin affronta la sua pazzia dall'interno e finisce col cacciarla via da sé: il Thorin in fase di rinsavimento guarda con fascinato orrore l'altro Thorin, completamente assorbito dal tesoro, che sprofonda in un gorgo d'oro fuso che si richiude su di lui ingoiandolo. Le frasi di Dwalin si rincorrono nella sua mente alternandosi a quelle che la pazzia gli dettava, ma l'ultima voce che sente è quella di Bilbo che gli parla ai cancelli prima di essere aggredito da lui. 
Poi il silenzio. E dal silenzio, dopo il travaglio del parto, uscirà quello che Thorin è sempre stato e che era destinato ad essere, e il fatto che tutti sappiamo che lo sarà solo per breve tempo perché la morte incombe conferisce alla scena un intensità agrodolce tutta particolare. Il re di Erebor è tornato, e per prima cosa si toglie la corona, le vesti regali e l'armatura pesante e dorata, poi raggiunge gli sconfortatissimi nani che ascoltano la battaglia sotto le loro porte e gli chiede di seguirlo un ultima volta, anche se sa che non ha alcun diritto di chiederglielo. E sappiamo che il re è davvero tornato appunto perché chiede e non ordina, perché sa di non avere il diritto di dare ordini, non ancora, non solo sulla semplice base dell'eredità. C'è un abisso (d'oro) che separa il re che rispondeva a Bard "Sono il solo che ha il diritto ad entrare nella montagna" e quello che ricorda ai suoi fedeli (fin troppo fedeli, appunto) compagni che "non ha alcun diritto" di chiedergli di seguirlo in battaglia.

La scena della carica l'ho trovata meravigliosa, ed epica in sommo grado - e stavolta "epica" sta ad intendere proprio la letteratura epica, quella classicissima: Omero, ancor più che le saghe nordiche.

Prima l'enorme Bombur, con un enormissimo trombone che tutto l'avvolge - e dal quale solo una stazza e dei polmoni come i suoi hanno la possibilità di cavare un suono adeguato - suona un tema che più wagneriano non si potrebbe, poi una enormissima campana spacca la barriera di pietre costruita dai nani per vietare l'accesso alla montagna e finalmente i tredici nani, dopo aver passato i primi due terzi del film a fare la calza, SI MUOVONO in una carica  che, come vuole la più tradizionale tradizione epica, tutto travolge al loro passaggio, seguiti dall'esercito di Dain Piediferro, che è re da una vita e che grida - Per il re! Per il re!
L'incoronazione di Thorin avviene così, sul campo di battaglia - e dall'alto Gandalf spiega soddisfatto a Bilbo "I nani si stanno radunando intorno al loro re" (ma sarà l'unica occasione che avrà in tutto il film di essere soddisfatto).

Veniamo a Thranduil, il re degli Elfi Silvani. Bellissimo, fascinosissimo, elegantissimo - una vera drag queen: languido nei movimenti, a tratti pigro, a tratti isterico, con l'aria perennemente annoiata per l'eccesso di stupidità che ovunque lo circonda, mentre lui sì che sa come va il mondo. Impossibile immedesimarcisi, impossibile trovarlo antipatico e sullo schermo non stanca mai. 
E' pazzo almeno quanto Thorin, se non di più, con la differenza che nessuno di quelli che ha intorno mostra di considerarlo tale (salvo Bard, che trova piuttosto strana la sua idea di fare una guerra per delle gemme ma non sta troppo a discutere perché con i suoi carri di provviste Thranduil ha salvato i profughi). Di fatto capisce solo quel che vuol capire, cioè quasi niente, fin verso la fine.
Vive asserragliato nel suo incubo personale, dentro Bosco Atro, nel suo reame incantato. Quando i nani glielo attraversano li arresta tutti, poi offre il suo aiuto a Thorin e si meraviglia se Thorin (che ancora non è impazzito) rifiuta schifato.
Intorno al suo regno il bosco è malato e infestato da terrificanti ragni che non esitano nemmeno a varcare i suoi confini. Tauriel - che nonostante abiti là dentro ragiona benissimo - gli suggerisce di svegliarsi e di fare qualcosa, perché quel che sta succedendo lì vicino riguarda anche loro. Come unica reazione Thranduil prima sbarra i confini, poi mette al bando Tauriel perché gli ha disobbedito. 
Suo figlio Legolas, cresciuto in quella specie di ghiacciaia emotiva che è diventata il regno degli Elfi dopo la morte di Mrs. Thranduil, ovvero sua madre, alla fine si rende conto che quella scelta da suo padre non è una strategia che può funzionare e, dopo aver cercato invano di farlo ragionare, lascia perdere e corre dietro a Tauriel, all'inizio con la speranza di allontanarla dal nano, poi per aiutarla a salvare il nano in questione e per vendicarlo dopo che il nano è morto - perché infine Legolas è un gentilelfo e a Tauriel vuole bene davvero e desidera che sia felice, o almeno viva.
Quando Thranduil scopre che il drago è morto (come lo scopre? Non saprei. Forse avverte una perturbazione nella Forza?) la sua prima idea è correre ad Erebor con un esercito al seguito per riprendersi certi gioielli che a suo tempo aveva commissionato ai nani di Erebor. Bontà sua, ne approfitta anche per portare da mangiare ai profughi della Città del Lago, salvandogli la vita - perché in fondo non è cattivo, solo parecchio strano.
Quando Gandalf arriva annunciando a gran voce che stanno arrivando interi eserciti di orchetti e gli chiede di prendere posizione contro i medesimi, giacché ormai è arrivato lì con un intero esercito di elfi al seguito, Thranduil spiega a Bard (il quale, non essendo affatto pazzo è interessatissimo alla questione Orchetti) che gli stregoni sono sempre apprensivi e vedono pericoli per ogni dove. Quando effettivamente l'attacco degli orchetti arriva, in grande stile, ci sta pure a pensare se vale la pena contrattaccare e quasi lascia che i nani di Dain se la sbrighino da soli. Poi cambia idea e li manda all'attacco, ma dopo aver scoperto che - sorpresa! - in battaglia gli elfi possono farsi male, decide di piantare tutto lì, e quando Tauriel tenta di fermarlo le spezza l'arco e si mette a disquisire finemente sul Bene, il Male, la Morte e l'Amore - e se non ricordo male ha anche la finezza di ricordarle che comunque il suo amato nano morirà a breve e quindi non vale la pena starci dietro, salvo meravigliarsi che Tauriel non trovi l'argomento di nessun rilievo.
Sul finale mostra qualche traccia di risveglio emotivo dando una specie di benedizione e un suggerimento di itinerario al figlio che ha deciso di partire ed elargendo qualche parola di conforto alla sventurata Tauriel. Sembra anche aver infine accettato che i guai della Terra di Mezzo coinvolgono anche lui, almeno fino a quando quando si ostinerà ad abitarci. 

Bard, il terzo re, è un re di fatto ma non ancora di nome e del nome di re con relative cerimonie di incoronazione, e non gliene potrebbe fregare di meno. L'unica cosa che gli sta a cuore, in tutto quel rutilare di draghi, tesori e orchetti, è che la sua gente stia al caldo e ben nutrita e i suoi figli siano al sicuro. Solo per questo bussa alla porta di Erebor per chiedere a Thorin di mantenere la sua parola, e solo per questo guiderà la sua gente contro gli orchetti, quando la battaglia infine comincia. Bellissima la scena dove l'armata degli elfi si apre spontaneamente davanti a lui, con sua grande sorpresa, per farlo arrivare fino a Thranduil. Nessuno ha dato un ordine in merito, per quel che ci è dato vedere - ma gli elfi sanno, anche se nessuno glielo ha detto, che lui è il re e quindi è doveroso farlo passare perché arrivi agevolmente al loro re affinché i due re parlino di tutto quello di cui devono parlare.
Bard è prima di tutto un Padre, e del suo popolo cerca di occuparsi nel migliore dei modi con la diligenza e lo zelo del buon padre di famiglia. Non ha alcuna  responsabilità nel disastro appena avvenuto, che anzi ha cercato più volte di fermare, e per tutto il film avrà due sole (ma consistenti) preoccupazioni: badare alla sua gente e cercare costantemente di riunirsi ai suoi tre figli che, dal canto loro, non avrebbero nessuna inclinazione a stare lontano da lui né a cercare guai - al contrario sono sempre i guai che cercano loro, e li trovano. Si occupa delle questioni importanti (coperte, cibo, un riparo) e del tesoro gliene importa il giusto, anzi ne diffida adducendo motivi assai ragionevoli e ragionati. Non si cura di prendere ufficialmente il potere, non cerca gloria e onori, ma la popolazione si fida di lui e le circostanze gli danno il potere nel modo più naturale possibile. Tutto ciò è estremamente filologico, anche se nel libro il personaggio è diverso.

C'è anche un quarto re, Dain Piediferro, re dei nani dei Colli Ferrosi e parente di Thorin. Ha rifiutato di partecipare alla Cerca di Erebor ma quando Thorin, ormai autoqualificatosi Re Sotto la Montagna, lo manda a chiamare tramite posta  aerea (corvi) arriva schierandosi al suo fianco senza se e senza ma. Nel romanzo è presentato  come un nano assai ragionevole e raziocinante che appiana nel migliore dei modi il groviglio diplomatico creato da Thorin e salda molto onestamente i conti con Bilbo. Nel Signore degli Anelli verranno messe in rilievo le sue varie abilità: ha ricostruito Erebor in modo eccellente, instaurato buoni rapporti con tutti i vicini e, nell'ora più buia, manderà Gloin e suo figlio Gimli a Gran Burrone per chiedere consiglio e perché avvisino Bilbo che Mordor è sulle sue tracce (una parte, questa, che è stata completamente tralasciata nella prima trilogia, e forse adesso Jackson lo rimpiange).
Nel film lo vediamo molto brevemente e solo sul campo di battaglia: ha un sacco di barba e i suoi tratti non sembrano affatto elfici, ma su di lui hanno trovato ugualmente moltissimo da ridire perché cavalca un ariete (essendo stato stabilito, non si sa da chi, che i nani combattono soltanto a piedi e cavalcare arieti non è dignitoso, alla faccia di Thor e del suo carro tirato da capre) 
 Mårten Eskil Winge, Thor's Fights with the Giants (1872)

e perché "si comporta come una macchietta ed è ridicolo" - osservazione che ho trovato molto superficiale perché un personaggio che arriva, saluta e dice "andatevene tutti a Fanculo, e subito" può magari risultare irritante o assai scortese ma non ridicolo, quando ha alle spalle un esercito di nani armati fino ai denti, nemmeno se invece di un ariete cavalca un coniglio di Rhosgobel o il Magico Minipony, e in particolare se combatte come un fulmine di guerra. Di fatto, Dain si rivolge in modo sprezzante a quelli che inizialmente crede siano i suoi nemici e che, per sottile perfidia di Tolkien, nel giro di un paio di minuti diventeranno i suoi alleati, e si comporta con Thorin con assai maggior lealtà di quel che Thorin mostra inizialmente verso di lui - d'accordo che sei pazzo ma insomma, se chiami qualcuno in tuo aiuto non è affatto cortese startene a fare la calza mentre quello fa tutto il lavoro per te, senza nemmeno mandargli un cenno di saluto dalle mura. 
Dain non è una macchietta, bensì un prode guerriero, che non si lascia spaventare facilmente e cavalca una bestia dall'aspetto assai fiero e consono alla sua taglia. 

Esaminati i quattro re presenti sul campo resta da parlare di Alfrid, che è senza dubbio quanto di meno regale si possa trovare in questo mondo e anche in tutti gli altri universi dabili.
In effetti non è un re, e nemmeno un governatore o un capo di qualche genere, solo l'ex-tirapiedi singolarmente viscido di un governatore che non era certo un modello nel suo genere. Di più: un tirapiedi viscido e ruffiano che all'occorrenza si dava un tono assai moraleggiante anche se non aveva proprio nulla da insegnare sul piano etico né al governatore né a nessun altro. In effetti, dopo averlo visto sullo schermo per quindi secondi si finisce per apprezzare assai il rigore etico di quel gentilorchetto di nome Azog e anche Sauron ci appare provvisto di numerosi tratti di virtù. 
Viscido, codardo, profittatore, avido, egoista, lamentoso, singolarmente imbranato, spietato, bugiardo, infido e del tutto spoglio di qualsiasi parvenza di dignità (ma sono sicura che ho dimenticato qualche caratteristica negativa) Alfrid ha in sé una inquietante nota di realismo che ci ricorda che gente così c'è davvero, intorno a noi, e spesso riesce a sopravvivere nelle circostanze più sfavorevoli, di solito a spese di un sacco di brava gente. Infatti nel film che hanno proiettato nelle sale è rimasto vivo, anche se circolano voci consolanti che promettono una sua morte ingloriosa nella versione estesa - e speriamo che si tratti di voci fondate.
Nessuno, per quel che mi risulta, si è mostrato soddisfatto della sua presenza sulo schermo. La scuola di pensiero dominante vuole che Jackson lo abbia messo per dare un tocco di comicità a un film piuttosto cupo, ma abbia ecceduto dandogli troppo spazio.
Sul fatto che abbia ecceduto sono assolutamente d'accordo: anche dieci secondi di presenza di Alfrid sullo schermo sono troppi, e ognuno di essi rappresenta una vera penitenza  per l'incauto spettatore che ha avuto la debolezza di staccare un biglietto per la Battaglia delle Cinque Armate. Sarà anche stato messo lì per fornire intermezzi comici, ma io in Alfred non riesco a vedere nulla di divertente e mi infastidisce anche solo il pensiero di saperlo in vita. 

Rimane comunque da capire - ed è un interrogativo di cui, per quanto so, nessuno è riuscito a venire a capo - come mai tutti si ostinino a prenderlo sul serio, affidandogli pure degli incarichi, anche delicati, che costui che ogni volta accetterà prontamente per poi guardarsi bene dall'eseguirli. Bard lo mette di sentinella e, non contento che sia riuscito a non vedere l'arrivo di un intera armata di elfi, più avanti gli affida addirittura la sorveglianza dei suoi preziosissimi figli; perfino Gandalf lo incarica di sorvegliare  Bilbo, la notte della consegna dell'Arkengemma, sperando seriamente di impedire allo hobbit di tornare da Thorin. D'accordo, sembra che Gandalf ancora non abbia capito i poteri dell'Anello di Bilbo (anzi, a quel punto del film potrebbe non avere nemmeno capito che Bilbo, in quella misteriosa caverna di cui parla all'inizio del secondo film, ha trovato un anello) ma la sorveglianza di Alfrid è tale che persino io avrei potuto eluderla facilmente, senza alcun anello né altro soccorso magico, e magari cantando anche qualche canzone per farmi compagnia mentre me ne andavo; figurarsi un hobbit determinato, sgusciante, silenzioso e ormai abituato a fare miracoli in serie come un tempo faceva torte, uno dopo l'altro senza pensarci.

Ed eccoci infine approdati alla parte finale - intendo l'ultima mezz'ora del film, dalla carica di Thorin in poi, ovvero la parte più discussa, secondo alcuni  perfetta così com'è e secondo altri un unico concentrato di strafalcioni, scelte sbagliate ed errori di calcolo.
Proprio dalla reazione al finale discendono a cascata tutte le infinite discussioni, perché la luce del finale brilla di riflesso su tutto il film e financo sull'intera trilogia, in base alla teoria espressa da Maria Callas che non serve cantare bene se non canti meglio nel finale. Di fatto, un finale coinvolgente porta a sorvolare su tante cose, mentre un finale che non ti convince finisce per mandarti di traverso anche ciò che sul momento avevi accettato senza fare troppe storie.
Per quanto riguarda il finale di questo specifico film, spettatori e critici si sono accapigliati soprattutto su tre punti: la morte di Fili, la morte di Kili e conseguente lamentazione di Tauriel e infine la partenza di Bilbo - mentre la morte di Thorin sembra essere andata bene a tutti.
Parte di questo scontento credo discenda dalla scorrettezza di fondo commessa verso lo spettatore - nell'arco dei tre film, intendo; perché ci sono regole non scritte, nei film d'avventura, e lo spettatore è abituato a fidarsene.
Lo Hobbit si è presentato nel primo film come una classica avventura con qualche spunto brillante: un protagonista principale del tipo imbranato-che-riesce-a-fare-tutto, un secondo protagonista più drammatico all'apparenza, con un tocco di ridicolo implicito, e un gruppo di nani sullo sfondo curiosamente simili all'Armata Brancaleone****. Questo tipo di Improbabili Compagnie hanno una lunga e vasta tradizione letteraria, fumettistica e cinematografica, in base alla quale superano tutte le prove a dispetto di ogni logica, restando sostanzialmente illesi e con un lieto fine che al più può implicare qualche morte minore, scelta accuratamente tra i personaggi di cui ci importa il giusto. Lo schema prevede insomma che il Protagonista Imbranato riesca a far superare tutti gli ostacoli al suo gruppo, che il Protagonista Drammatico ottenga quel che vuole e che il drago di turno faccia una pessima fine (con eventuale conversione di qualcuno dei Cattivi al lato luminoso della Forza).

Chi aveva letto il romanzo sapeva che le cose non funzionavano così (le storie di Tolkien hanno una curiosa tendenza ad andare per i fatti loro, senza curarsi delle convenzioni letterarie) e sin dall'inizio si è voluttuosamente immerso nell'atmosfera agrodolce creata da quell'intreccio all'apparenza così consueto che il finale del primo film prometteva: le aquile che salvano Thorin - ma sapevamo che alla fine della trilogia le aquile non avrebbero ripetuto il miracolo; Bilbo che sospira di sollievo quando Gandalf risveglia Thorin - ma Gandalf non avrebbe potuto risvegliarlo alla fine del terzo film - eccetera eccetera eccetera. E quei due giovani nani, così sorridenti e pieni di vita, che alla fine della storia sarebbero stati due cadaveri...
Molti altri spettatori non conoscevano la storia e si sono fidati delle regole che credevano di riconoscere; altri hanno sentito parlare del finale del romanzo ma si sono convinti che sarebbe stato modificato - è corsa voce, ad un certo punto, che Thorin sarebbe sopravvissuto, o che sarebbero sopravvissuti i suoi nipoti, e sono perfino state avviate petizioni a tal scopo; tutto tempo perso, perché già dopo i primi venti minuti del Viaggio Inaspettato era chiaro che il finale sarebbe stato rispettato proprio perché i due nani giovinetti erano così carini e simpatici e Thorin così affascinante e maestoso. Al terzo film lo spettatore doveva  perdere in un colpo solo tre amici che aveva imparato a prendersi a cuore - perché Lo Hobbit è una storia che finisce male, anche se il protagonista resta vivo, e nel film finisce pure peggio che nel libro.

Anche nel libro comunque non si può proprio definire una favoletta dalla delicata atmosfera fiabesca, come tanti hanno insistito a dire in questi tre anni. L'inizio è spensierato, il seguito pieno di peripezie fiabesche (ma è bene ricordare che le fiabe spesso sono decisamente drammatiche e cruente nella trama) ma nell'ultima parte l'atmosfera e soprattutto la vicenda cambiano decisamente di tono: il drago muore ma prima di morire distrugge una città e ne riduce gli abitanti in condizioni miserevoli, il re che ha riconquistato il regno si innamora del tesoro e mette in tal modo in serio pericolo il regno appena riconquistato (su cui infatti non regnerà mai) e tutte le parti in causa cominciano a litigare, ognuna con le sue ragioni e i suoi torti, nemmeno si fosse a una conferenza per la pace in Medio Oriente. Per sciogliere il nodo (che ai miei occhi è sempre stata la parte più affascinante del romanzo) Tolkien sceglie di far morire il re in battaglia e lasciare chi sopravvive, ormai rinsavito grazie ai gran mucchi di cadaveri che lo circondano per ogni dove, a ricostruire il molto che è stato distrutto.
Lo Hobbit è un romanzo che finisce male, molto male, e finisce male non soltanto perché il crudele fato si accanisce, ma anche perché molti dei protagonisti sono stupidi, o comunque da stupidi si comportano, e il signor Baggins alla fine della vicenda è ben lieto di tagliare la corda appena possibile per ritornare nella Contea, tra persone ragionevoli e sensate (ma sessant'anni dopo di quelle persone tanto sensate non ne potrà assolutamente più e scapperà di nuovo verso il mondo esterno, lontano dal suo amato e odiato anello di cui sarà parimenti stufo).

Nel film il finale è stato rispettato alla lettera, tuttavia le tre vittime sacrificali sono morte in modi e circostanze un po' fuori dalle consuetudini delle Morti Eroiche da film, e quel un po' ha fatto la differenza, trasformando un film d'avventura in qualcosa di troppo vicino alla morte come accade a noi comuni mortali: un po' per caso, un po' per sfortuna e sempre al momento sbagliato, lasciando sul finale un hobbit estremamente amareggiato e un elfa che non sa darsi pace.
Le morti erano nel romanzo, e non potevano essere evitate; avrebbero potuto però essere narrate diversamente, in un modo più solenne, più distaccato, più consolatorio... insomma, più consueto.
Così non è stato, e qualcuno non ha gradito. Io sì.

Nel libro è diverso. Thorin fa una bella morte eroica che lo redime delle sciocchezze commesse a causa del malefico influsso del drago. Bilbo lo raggiunge in una tenda, in uno di quei bei siparietti solenni che sono così consueti in tutta la letteratura epica e che sfidano ogni logica e buonsenso, allestiti appositamente perché gli eroi di turno possano scambiarsi eroici saluti. 
Thorin è ferito di molte ferite, con accanto a lui le armi ormai logore per il  grande uso che ne ha fatto; solennemente dichiara a Bilbo che vuole separarsi da lui in amicizia, ora che sta per morire*****. Bilbo si inginocchia, pieno di dolore, e solennemente risponde come deve: amara è stata la nostra avventura, se doveva finire così. Thorin gli fa un bell'elogio, lo chiama figlio dell'Occidente cortese (che è un espressione bellissima), accenna al fatto che l'oro non è la cosa più importante, poi va nelle sale di attesa, a sedersi accanto ai suoi padri finché il mondo non sia rinnovato, e dopo che è morto Bilbo si allontana e lo piange a lungo, finché i suoi occhi non furono rossi e roca la voce, perché aveva un cuore gentile. E tutto ciò è molto solenne, molto significativo e anche molto letterario - perchè il figlio dell'Occidente cortese ne sa parecchio, di letteratura, e sa conversare con un drago così come sa dire addio a un re dei nani ferito a morte in eroica pugna. 
Fili e Kili non hanno diritto al loro siparietto perché sono stati quasi solo dei nomi: muoiono, e questo è quanto; ma naturalmente muoiono di eroica morte anche loro, in modo assai epico e letterario, e lo scrittore gli regala una frase che sembra presa pari pari da qualche poema epico anglosassone (e forse lo è): Fili e Kili erano caduti difendendo Thorin coi loro scudi e coi loro corpi, poiché egli era il fratello maggiore della loro madre. Un piccolo inciso, stretto tra il funerale di Thorin e la spartizione del tesoro, che adesso avrà un senso molto diverso quando lo rileggeremo.

Nel romanzo le morti di Thorin e dei suoi nipoti sono sparpagliate su meno di quattro pagine che includono anche il racconto della fine della battaglia, il funerale di Thorin, la spartizione del tesoro e l'addio di Bilbo alla compagnia. Nel film le tre morti invadono tutta l'ultima mezz'ora, e l'unico sipario vagamente letterario è la conversazione tra Tauriel e Thranduil (che, comunque la si rigiri, non è venuta benissimo).

Il primo a morire è Fili. La sua morte, che molti hanno trovato affrettata, priva di pathos e non so che altro, è in realtà il punto chiave della tragedia.
Fino a quel momento tutto poteva ancora finire più che bene: i tre nani sono in buona salute, Bilbo è apparso dal nulla avvisandoli che stanno per cadere in trappola - il che fa capire tra l'altro a Thorin che lo hobbit non gli porta rancore per quanto è successo ai Cancelli. Disgraziatamente Thorin ha appena spedito Fili e Kili in esplorazione; così ordina a Dwalin di richiamarli indietro perché vuole andare via. Dwalin è sorpreso ma Thorin insiste: Viviamo, per combattere un altro giorno, decide.
Lo spettatore assiste incredulo ed edificato al mirabile prodigio di Thorin che prende una decisione razionale dettata dall'istinto di sopravvivenza e dal buon senso: vivere, in attesa di poter combattere un altro giorno, invece di farsi portare dalla piena e lanciarsi a testa bassa all'attacco. Thorin è davvero cambiato, addirittura fa progetti per il futuro. Si è lasciato alle spalle non solo la maledizione di famiglia, ma anche il pessimismo cosmico che tutto lo avvolgeva.
Poi la morte di Fili innesca pezzo per pezzo tutto il finale.

Fili muore come ha vissuto, preoccupandosi fino all'ultimo di proteggere il fratello e lo zio. E' un peccato che gli abbiano dato così poco spazio nei film, ma il personaggio è disegnato molto bene: una specie di versione solare (non a caso è biondo) di Thorin, come lui molto protettivo con chi gli si affida. Sospettando una trappola allontana Kili e affronta da solo l'origine di un  misterioso rumore. Sa, o almeno sospetta, che non tornerà indietro, ma vuole dare al fratello e a Thorin la possibilità di scappare: "Fuggite!" è la sua ultima parola, e ricorda il celebre "Fuggite, sciocchi!" che Gandalf grida a Moria prima di sprofondare con il Balrog.
Una morte tanto nobile ed eroica quanto fedele al libro. Disgraziatamente dopo averlo visto morire sotto i loro occhi né Thorin né Kili vengono nemmeno sfiorati dall'idea di fuggire: ormai non si tratta più di vivere per combattere in un qualche altro giorno futuro, qualora si presentasse un occasione favorevole, ma di vendicare Fili lì e in quel momento. Il punto di non ritorno è stato varcato.

Kili e Thorin moriranno separati, ognuno con il suo lungo duello, di cui ci fanno seguire ogni frammento. Thorin affronta Azog sulla cascata, Kili affronta Bolg per tenerlo lontano da Thorin ma soprattutto da Tauriel. Lui e Tauriel cercheranno di salvarsi a vicenda un infinità di volte, ma infine Kili muore; e qualcuno ha osservato che fa benissimo a cercare di salvare Tauriel, che gli ha salvato la vita più volte, ma tanti si sono lamentati assai che quell'insulsa elfa rubasse tanto la scena impedendo a Kili di morire per Thorin (e certo che ce n'è  di gente strana in giro). 

Certamente la morte di Thorin non si può dire affrettata o non abbastanza eroica, anzi gli sceneggiatori si sono ingegnati per costruirgli una morte lunga, complessa e soprattutto epica, tanto tanto epica. Ebbene sì, è la morte di Thorin, la guardo sempre con tanta devozione ma confesso che, come a quella di Kili, qua e là una sforbiciatina ai combattimenti gliel'avrei data volentieri. Nel complesso comunque è un bel duello, assai movimentato, impreziosito dall'intervento di Legolas che, per aiutare il nano, finisce per restituirgli la spada Glamdring, quella che gli aveva sequestrato quando l'aveva catturato a Bosco Atro. Sarà proprio con quella che Thorin ucciderà Azog e no, questo nel romanzo non c'era, ma nessuno sembra averci trovato da ridire.

Alla fine Thorin e Azog restano soli, sulla cascata ghiacciata. Dwalin è sparito da un po' e non è dato sapere che fine abbia fatto, Legolas sta giocando con i mattoncini Lego e con Bolg, Tauriel piange, Thranduil è da quelle parti ma non si fa vedere, Bilbo è svenuto. I due sono soli in un paesaggio bianchissimo e combattono su uno spesso strato di ghiaccio. Spesso quanto?
Abbastanza da sostenere il peso di un nano ben armato e di un enorme orchetto, sembrerebbe; ma quando il ghiaccio si comincia a crepare Thorin sfrutta il peso della mazza ferrata di Azog, e l'orchetto sprofonda nel fiume come già i cavalieri teutoni nel mio adorato Aleksander Nevskij.
E tutto finisce. 

O quasi. Thorin cammina sul ghiaccio in un paesaggio immobile e silenzioso, soddisfatto dell'impresa compiuta ma ancora dubbioso: vuole  assicurarsi che, lì sotto, Azog sia davvero morto (scoprirà troppo tardi che non lo è, non ancora) - una bella scena, molto rasserenante, che mi ha ricordato la prima sera delle vacanze, quando sei stanchissimo e guardi soddisfatto la lunga serie di giorni di riposo che ti aspetta. A proposito: in tanti si sono strappati i capelli per la disperazione vedendo Legolas che cammina sui mattoncini Lego del ponte che crolla, sospeso a mezz'aria, ma nessuno ha speso una parola sull'orchetto albino che scivola trasportato dalla corrente, allontanandosi dalla cascata senza galleggiare né riemergere, a mezz'acqua. Può essere che anche qui ci sia una qualche lieve alterazione delle consuetudini della fisica?
Comunque Azog riemerge dai flutti come Venere sulla conchiglia e grazie all'effetto sorpresa riesce a sopraffare Thorin, che alla fine sceglie di farsi ferire a morte per poterlo infilzare una volta per tutte sapendo che non ha la forza di batterlo in altro modo - anche qui, una scelta razionale che in altri tempi non sarebbe riuscito a fare.

Adesso Thorin sa di essere morto. E' un nano, e perciò stoico per definizione: anche se sta male cammina fino al bordo della cascata e guarda la battaglia nella piana. Quando vede le aquile che arrivano si distende per morire. Proprio in quel momento Bilbo si risveglia, lo vede e corre da lui.
Per l'ultima volta i due si parlano. 
E' l'addio di due persone che si vogliono molto bene, con tutta la vera e autentica disperazione di chi perde una persona molto cara e non sa darsi pace - mette perfino a disagio, guardarla; e non c'è niente di letterario, anche per merito dei due splendidi attori. Thorin è sereno ("col cuore pieno di pace e d'amore", ha detto Armitage): il suo addio a Bilbo è colmo di affetto, e immagina per lui una vita felice e serena, nella sua bella casa (con una citazione interna del discorso che due film prima lo hobbit  aveva fatto ai nani parlando del suo giardino, della sua poltrona e dei suoi libri: torna ai tuoi libri, alla tua poltrona, pianta i tuoi alberi e guardali crescere). Ma nel cuore di Bilbo non c'è serenità né accettazione: la morte di Thorin gli porta solo disperazione, e uno sconforto senza fine.

Si può spiegare, come è stato fatto, dicendo che Bilbo ha perso l'amore della sua vita. E' certamente possibile, ma io non ci ho visto soltanto questo. Quello che travolge Bilbo è l'ingiustizia, l'enorme ingiustizia di quella conclusione.
Si era preso a cuore quella pazza spedizione e aveva promesso di aiutare i nani a riprendersi la loro casa - e li ha aiutati davvero, superando uno dopo l'altro tutti gli enormi ostascoli che si erano parati davanti. Aveva sposato la causa di Thorin come se fosse la sua (e Thorin lo sapeva, e da questo proveniva l'assoluta fiducia che nutre per lo hobbit nel secondo e terzo film) e per portarla a compimento aveva fatto assolutamente di tutto, compresa una lunga serie di miracoli, non ultimo dei quali quello di strappare Thorin alla sua pazzia.
Ha aperto porte incantate, ucciso orchetti e ragni giganti, organizzato un evasione, affrontato un drago, rubato l'Archengemma. Oltre che ladro e scassinatore è diventato guerriero, eroe, diplomatico e perfino psicoterapeuta. Per mettere Thorin su quel trono lo ha perfino tradito. E proprio quando tutto sembrava sistemato, Thorin muore.
E' stato tutto inutile. Erebor è ritonata ai nani, il drago è sconfitto, la battaglia è stata vinta - ma Thorin muore. Il crudele destino di Thorin alla fine ha prevalso.  E' una fine amara, dice Bilbo nel romanzo. Nel film invece non dice niente, si limita a piangere: non può fare altro che quello, ormai. Gandalf, che è quello che l'ha infilato in quell'avventura, capisce questo e molto altro. Quando raggiunge Bilbo (non sappiamo se qualche minuto o qualche ora dopo) non prova nemmeno a consolarlo: si siede accanto a lui e accende la pipa, con qualche difficoltà, in una delle più belle scene del film. 

Thorin è morto e non può tornare. Senza di lui la Montagna non ha alcun senso. Se la prenda chi vuole.
Bilbo va via prima del funerale, prima che Thorin entri nella leggenda, senza nemmeno salutare i nani - sono i nani che vanno a salutare lui. Non è che non soffrano per la morte di Thorin, ma sanno che le cose possono andare anche così. Sono abituati a non dare niente per scontato, anche a un passo dalla vittoria. Ma Bilbo, che è corso fuori da casa Baggins rincorrendo un avventura che non gli apparteneva minimamente, con speranza e con fiducia, sa di essere stato tradito. Non è così che doveva finire.
Bilbo scappa da Erebor, semplicemente. Molti sono andati su tutte le furie per non avere avuto sullo schermo l'incoronazione di Dain e il funerale di Thorin; io non solo mi sono adattata di buon grado, ma ne sono stata sollevata. Vedere l'incoronazione di Dain (che pure è una degnissima persona, del tutto all'altezza di quell'onore) avrebbe messo davvero a dura prova le mie capacità di sopportazione là dentro, in quella buia sala cinematografica. A casa, con la versione estesa, andrà benissimo - mal che vada, quelle scene potrò saltarle.

In realtà di funerali di Thorin ne vediamo addirittura due: prima quello dopo la battaglia, con i nani che si inginocchiano in silenzio sul ghiaccio per rendergli omaggio, poi uno più ufficiale, quando gli uomini della Città del Lago suonano il tema musicale dei figli di Durin (lo stesso che Bombur suona col maxicorno prima che i nani di Erebor si lancino in battaglia): deve essere per forza un funerale, perché Bard e i suoi uomini hanno quel tipo di espressione compunta che si ha solo ai funerali.
Bilbo scappa, e lascia che gli altri facciano quel che vogliono. Non partecipa nemmeno alla cerimonia nanica in cui canzoni saranno cantate, storie verranno raccontate, e Thorin Scudodiquercia entrerà nella leggenda, dove i nani lo accoglierebbero volentieri, per quanto riservati, sospettosi e gelosissimi dei loro rituali. 
Balin capisce, anche gli altri capiscono, al di là delle parole che fino a quel momento non gli sono mai mancate, ma che stavolta lo hobbit non riesce a trovare. Tutti i nani amavano Thorin, ma per Bilbo è diverso. Alla fine, nella Contea, si rifugerà in quella semplice frase che può voler dire tante cose o nessuna: "Era mio amico".

Nel mezzo dell'asta dei suoi beni, interrogato senza diritto dal sig. Frugola in merito alla documentazione che ne autentica l'identità: chi è colui che ha firmato il suo contratto, chi è Thorin Scudodiquercia?
"Era mio amico".
Per dire chi è egli stesso, Bilbo deve chiamare in causa il suo amico. Ciò che lo identifica ora è il suo rapporto con Thorin******

C'è ancora da parlare di Tauriel - la Grande Pietra dello Scandalo, come nel secondo film. 
Partiamo dalla domanda principale, quella che ha infestato e impestato tutti i forum tolkieniani: cosa ci fa Tauriel in quei film?
Forse il vero problema non è che manca nei libri originali bensì che, al contrario, che nei libri originali c'è anche troppo - se non lei, qualcosa di abbastanza simile.
La versione ufficiale fornita dagli sceneggiatori è che serviva una fanciulla dal carattere forte per dare l'esempio alle nuove generazioni femminili, fornendogli un bel personaggio determinato e combattivo con cui identificarsi. Messa così fa tanto quote rosa, ma considerando quel che ci dicono le statistiche sui modelli femminili a disposizione delle ragazzine, e soprattutto sulla loro grande assenza, non sarò io a trovarci da ridire, anzi la trovo un netto miglioramento rispetto a Eowyn che cucina lo stufato (una scena che non perdonerò mai a Jackson). 
Tauriel ha molto per raccomandarla: è una bella e cara ragazza con un carattere deciso e soprattutto idee personali, sviluppate in notevole contrasto con l'ambiente in cui vive. Disapprova la politica isolazionista del suo sovrano e lo fa in base ad argomenti assai ragionevoli che sostiene con fermezza. E' lei che conduce prima Legolas e poi Thranduil fuori dal cerchio incantato che si sono costruiti a fatica e che non potrebbe comunque reggere ancora per molto, ora che Sauron si è risvegliato.
Le piacciono i bei ragazzi simpatici che non si fanno ottenebrare dai pregiudizi (Kili), anzi li preferisce ai bei ragazzi irrigiditi nelle loro consuetudini (Legolas). L'unico personaggio che le somiglia nel carattere è Bilbo, e infatti entrambi usciranno decisamente ammaccati dalla vicenda. Lo ripeto una volta di più: mi dispiace molto che quei due non abbiano avuto una scena insieme per parlarsi.
Nel complesso mi sembra che Tauriel non sia stata usata nel migliore dei modi possibili (e forse l'attrice non era del tutto all'altezza) ma ha una parte molto importante: quella di motore mobile. Non influisce molto sulla vicenda nel suo complesso ma strappa Legolas e Thranduil dal loro limbo, e questo avrà un certo rilievo nel futuro, finendo per portare Legolas nella Compagnia dell'Anello (in spregio a come succede nel libro, ma amen).
Inoltre il suo personaggio permette a Jackson di raccontare di soppiatto una vicenda molto simile a quella più famosa di tutto il Silmarillion, ovvero il racconto di Beren e Luthien, che prima ancora che la storia (tutto sommato consueta)  di un amore contrastato, narra le vicende di un elfa che ama un mortale. Gli elfi non muoiono, i mortali sì, lo dice la parola stessa. Sulla terra possono farsi compagnia per un breve periodo, ma dopo?
Luthien riesce a cambiare il suo destino forzando il cielo, convincendo cioè i Valar ad alterare le regole che loro stessi avevano scritto - e crea un precedente, che attraverso Elwing ed Earendil arriverà fino ad Arwen ed Aragorn.
Tauriel è più giovane di Luthien e molto più inesperta, e il suo amore non ha il tempo di fiorire. Kili non ha particolari incertezze sul suo destino: naturalmente vorrebbe vivere una lunga vita felice come principe della Montagna, insieme a Tauriel, possibilmente, ma convive sin dalla nascita con la consapevolezza di essere mortale; nella morte non vede nulla di insolito e, come tutti i nani, non ne ha molta paura. Ha legato il suo destino a quello di Thorin e sa che è suo dovere aiutarlo, difenderlo e tutto questo genere di cose. Non ha il tempo né l'inclinazione per domandarsi cosa ne sarebbe di Tauriel quando la loro eventuale vita in comune fosse finita, e non cova particolari incertezze: non ho paura di quel che sento, le dice quando le chiede di seguirlo a Erebor.
Tauriel è più attenta al mondo che la circonda e meno fedele al suo sovrano (che anche lei, come Bilbo, tradisce per il suo bene) e neanche lei si è minimamente posta il problema di cosa succederà dopo se si legasse al nano. Quando Kili le muore tra le braccia si rende conto solo che la loro separazione è definitiva. Cosa sarà di lei, dopo? Lei non ha la forza di cambiare né il suo destino né quello di lui, l'unica cosa di cui si rende conto è la sua sofferenza. Come una bambina che piange perché vuole essere presa in collo****** Tauriel chiede a Thranduil perché fa tanto male, e a Thranduil sono state attribuite risposte di tutti i tipi.

La scena non è forse delle più felici, ma si lascia guardare. Alla fine, Thranduil ha ammesso, alla barba degli spettatori più indignati, che quello che c'era tra Kili e Tauriel era reale, ed era amore. Questo però non ci dice molto sul futuro destino dell'elfa, salvo il sospetto di un suo ritorno a Bosco Atro in qualità di figlia adottiva del re, a lui accomunata dal dolore della vedovanza. Thranduil però, per quel che ne sappiamo, un giorno si ricongiungerà con la sua sposa (a meno che non abbia scelto di restare per sempre nella Terra di Mezzo, altro punto lasciato in sospeso dalla sceneggiatura). D'altra parte, chi conosce l'universo tolkieniano e la questione dell'immortalità degli elfi, anche solo per aver seguito le vicende di Arwen nella trilogia precedente, può risolvere la storia a modo suo, mentre lo spectator communis, che ha seguito lo Hobbit come una normale storia di avventura senza preoccuparsi di indagare troppo, non è obbligato a farsi domande.
Ugualmente misterioso è il riferimento alla madre di Legolas, che viene lasciata assai nell'ombra ma di cui viene fatto intuire qualcosa per speculum in aenigmate: è morta a Gundabad, l'antica fortezza degli orchetti (uccisa da loro?) e amava Legolas "più della sua vita" e dunque forse in qualche modo ha dato la sua vita per salvare quella del figlio, non si sa assolutamente come. Thranduil non ne ha mai parlato, nemmeno al figlio (che a quanto sembra non è andato in giro a far domande e se qualcuno a Bosco Atro sa cos'è successo non glielo ha raccontato). Lo spettatore, almeno fin quando non arriveranno - ma non è affatto garantito che arriveranno - chiarimenti più precisi con l'edizione estesa, in autunno, viene lasciato anche qui libero di ricostruirsi la storia come meglio crede o di ignorarla.

Ultimo e assai controverso capo della questione: La battaglia delle Cinque Armate è un film incompleto
Molti giurano di sì, portando varie argomentazioni. Addirittura c'è una scuola di pensiero che sostiene che il film è volutamente fallato per obbligare gli appassionati a comprare l'edizione estesa - il tutto ovviamente per imposizione della Warner e dei suoi biechi e sfruttatorii interessi commerciali. 
Confesso che a me sembra un delirio; d'altra parte io non ho in alcun modo sofferto per la mancanza dell'incoronazione di Dain Piediferro o del funerale di Thorin, mi adatto di buon grado a non vedere la morte di Alfrid e Alfrid in generale e quanto a Bard, anche senza incoronazioni o nomine a governatore, lo considero a pieno titolo signore di Dale e davvero non riesco a immaginare come potrebbe esserlo più di quel che già è; inoltre mi rassegno ad aver visto pochissimo Beorn in forma di orso e faccio tranquillamente a meno della scena in cui Bilbo disseppellisce la cassetta con il tesoro dei troll per portarsela a casa nella Contea.
Tuttavia anch'io riconosco che qua e là il film stride per la mancanza di anelli di congiunzione, e che i nani sono stati deplorevolmente trascurati. Più volte ci era stato promesso che durante la battaglia tutti loro avrebbero avuto il loro momento di gloria, e poi a malapena li hanno inquadrati nella scena della carica. Abbiamo seguito nel dettaglio le vicende di Thorin e Kili, un po' meno Fili e Dwalin, abbiamo visto Bombur suonare la tromba e Balin cercare di far ragionare Thorin. ma insomma i nani della Cerca di Erebor hanno svolto  funzione di coro e di tappezzeria - una bella tappezzeria, senza dubbio, attenta ed emotivamente assai partecipe, ma niente di più.
Ci hanno fatto intravedere nel trailer un carro che correva sul ghiaccio, con a bordo Kili e altri tre nani, e il carro è rimasto nel trailer. Ci avevano assicurato che il trascuratissimo Beorn sarebbe stato messo in giusto risalto nella battaglia, e tutto quel che vediamo è un orso che si lancia giù da un aquila in volo trasformandosi in una scena che farebbe onore a Jeeg Robot d'Acciaio. I quattro arieti scalatori spuntano dal nulla e nel nulla scompaiono. Dwalin sparisce a Collecorvo nel bel mezzo della battaglia e lo rivediamo solo inginocchiato davanti al corpo di Thorin, e perché sia sparito e cosa abbia fatto nel frattempo non è dato sapere. Inoltre gli elfi (e anche Bilbo, quando va a Collecorvo) viaggiano col teletrasporto da un punto all'altro della Terra di Mezzo a velocità degna di un Concorde. Legolas gioca con i mattoncini del Lego per un tempo che sembra interminabile (e che probabilmente dura in realtà mezzo minuto scarso) incurante della legge di gravità. Thorin e Dain hanno un intenso scambio di messaggi segnalato solo da qualche corvo che frulla qua e là. Nessuno ci spiega che fine fa l'Arkengemma - se la tiene Bard come soprammobile, la rimettono al suo posto sul trono o la seppelliscono insieme a Thorin come nel libro?
Qualcosa che non funziona insomma indubbiamente c'è, e probabilmente Jackson avrebbe potuto evitare questi e altri errori se non avesse continuato a fare e disfare e correggere e ritoccare il film ben oltre l'ultimo minuto utile - oppure, a scelta, se la Warner non si fosse impuntata per avere un film fatto male da distribuire nelle sale nella speranza che ciò inducesse frotte di spettatori insaziabili ad acquistare anche la Versione Estesa.
Nonostante tutto ciò, io continuo a ritenere la Battaglia delle Cinque Armate un ottimo film assai ricolmo di spirito tolkieniano, molto ben fatto e interpretato in modo eccellente e mi ritengo soddisfatta in tutto e per tutto.

*dove io mi annoiai in modo sublime, ricordo
**e questa mi è sembrata particolarmente ridicola
***nell'edizione estesa della Desolazione di Smaug, e trovo che sia stato molto scorretto da parte degli sceneggiatori fare riferimento nel film che andava nelle sale cinematografiche a qualcosa che chi ha visto il film solo al cinema non poteva conoscere - per quanto non abbia capito come potesse, la parola dello sconosciutissimo Bilbo, avere un qualche valore per gli abitanti della Città del Lago. Tutta la questione della garanzia data da Bilbo mi sembra in effetti un pasticcio senza capo né coda che gli sceneggiatori potevano comodamente risoparmiarsi, perché Bilbo si sarebbe comunque sentito coinvolto e obbligato a intervenire anche senza questo (come avviene anche nel libro).
****che, ora che ci penso, non è nemmeno quello un film che finisce molto bene, anche se il protagonista si salva.
*****e qualcuno ha osservato, molto giustamente secondo me, che nel romanzo Thorin vuole sì la riconciliazione, ma non è così convinto che Bilbo abbia avuto ragione nel fare quel che ha fatto - è consapevole però che quell'unico errore non alteri il valore di tutto quello che Bilbo ha fatto per loro. Nel thread si discute anche se era proprio davvero così assolutamente indispensabile nel film rispettare la trama originale del romanzo per quanto riguarda i tre morti eccellenti.
******Gabriele Marconi Innalzate regalità deposte. Incoronati da uno sguardo d'appartenenza
*******No, non è Tolkien. E' Omero, citato a senso. Più o meno.

venerdì 22 maggio 2015

Jurassic phone

La regione Toscana ha avuto la savia pensata di fare un sondaggio a scuola tra le giovani leve per conoscere i loro gusti, inclinazioni, passatempi eccetera. Ottima idea, certo, peccato che abbiano deciso di farcelo proprio a Maggio, mese in cui il povero insegnante è già oberato dei più vari impegni che regolarmente gli impediscono di fare lezione, come da me già deprecato pochi post fa.
Il sondaggio va eseguito a scuola, e fatto rigorosamente on line. E anche questa sarebbe una buona idea se non fosse che in molte scuole la situazione telematica non sempre è delle migliori.

Alla media di St. Mary Mead ci siamo guardati negli occhi. 
"Quante postazioni funzionanti e collegate con Internet abbiamo?"
"Dice che sono otto".
Di queste otto due hanno computer lentissimi.
"Va bene, lo faremo a rate".
Martedì Mattina, dopo esserci accertati che quel giorno il collegamento funzionasse, la Terza Debosciata si avvia in aula informatica.
"Otto di voi faranno il test, gli altri otto avvieranno lo schema sulla seconda guerra mondiale".
I gruppi che fanno storia si dispongono fortunosamente ai tavoli centrali, gli otto fortunati prescelti per la prima tranche si posizionano ai computer.
"Accendete i computer e andate su Google".
E tutti vanno su Google. Poi sul sito del questionario. Cliccano sul questionario e gli viene spiegato che c'è un questionario. Cliccano di nuovo dove gli spiegano che c'è un questionario. Appare la schermata con la richiesta della password. Comunico a gran voce la password.
Tutti inseriscono la password, e a tutti appare una bella schermata che dice che la pagina non è raggiungibile perché il server è giù di corda. Il loro, non il nostro.
La scena si ripete il giorno dopo e due giorni dopo. Prima di noi e financo dopo di noi altre classi svolgono il loro bravo questionario senza colpo ferire. Cominciamo a sentirci perseguitati dalla malasorte. 
Frate Leone, pecora di Dio, tutti fanno il questionario fuori che io.
Stamani, finalmente, il server è di buon umore e ci risponde.
Gli otto fortunati cominciano a inserire.
"Prof, qui che cosa devo scrivere?"
"Fai tu, il questionario è tuo, non mio. Nelle istruzioni c'è scritto che non devo interferire".
"Prof, cos'è un garante?".
Ci resto male. "E' uno che garantisce. Un magistrato".
"E cosa fa un garante per l'infanzia?"
"Tutela i diritti dell'infanzia, immagino".
Una volta di più mi domando come mai una classe che per tre anni è stata affidata alle mie coltissime cure abbia un lessico così minimale. Li ho nutriti a buone letture, gli ho spiegato come funziona la Costituzione, gli ho insegnato come nasce una legge e come si forma un governo, ma a malapena sanno cosa vuol dire abdicare al trono. Le altre terze della scuola sono terze normalissime, e parlano e scrivono come si conviene a dei quattordicenni mediamente istruiti. I miei hanno un vocabolario che farebbe vergogna a un profugo sceso dal barcone cinque giorni fa, nonostante tutti i miei sforzi. Una volta di più mi dico che una classe così è una preziosa risorsa per un insegnante perché lo aiuta a non montarsi la testa. Qualche settimana fa uno di loro ha sostenuto, con Matematica, che non conosceva il significato del verbo "confrontare" perché nessuno gliel'aveva mai spiegato. Qualche giorno fa un altro ha scritto qubo col q. Per la prima volta in vita mia tremo al pensiero della prova Invalsi dell'esame, che finora tutte le mie terze hanno svolto serenamente e con brillanti risultati (come le altre terze della scuola, del resto).
"Ma che domande fanno?" si lamenta Iriza guardando indignata lo schermo "Certo che ho un cellulare, tutti hanno un cellulare. Anche la prof, se vive in questo mondo, ne ha uno. Vero prof?"
"Mhh. Veramente ho solo un aggeggio giurassico, che tengo sempre spento. L'ho comprato per poter avvisare la scuola se il treno era in ritardo, cose così".
Mi guardano perplessi.
"Non mi piace essere sempre raggiungibile, ventiquattr'ore su ventiquattro" spiego in tono di scusa.
"Io vado in ansia se non sono raggiungibile" ammette Arwen.
"Probabilmente alla vostra età avrei visto le cose in modo molto diverso" convengo "E sarei stata contentissima di avere uno smartphone".
Arwen e Ingrid mi guardano con interesse archeologico. "Com'era ai suoi tempi, prof?".
"Completamente diverso. C'era solo il telefono fisso, e i genitori che si lamentavano che ci passavi troppo tempo e che il telefono non era mai libero. Sapevano sempre chi ti chiamava, e dopo facevano un sacco di domande: 'Chi era? Perché il Tale non telefona più? Chi è il Talaltro che ti ha cercato oggi?'".
Le ragazze rabbrividiscono all'idea.
"Stavi praticamente in piazza. Una vera seccatura".
Annuiscono, comprensive.
"Allora si cercava di prevedere le chiamate, per essere a portata di cornetta appena squillava il telefono. Di solito c'erano diversi telefoni in casa, si trattava di riuscire a rispondere per primi. A volte invece c'era un solo telefono, e te ne stavi in piedi in mezzo alla famiglia a parlare dei fatti tuoi. Una vera scocciatura".
Mi ascoltano, affascinate. Ritorno col pensiero a trent'anni fa, all'epoca delle cabine, della caccia agli spiccioli e dell'eterno lamento del genitore che sbuffava perché il telefono era sempre occupato. Scene di un passato lontano.
"Sotto questo aspetto, oggi le cose sono davvero cambiate".
Chissà se riescono a immaginarselo, un mondo senza cellulari. Ormai faccio fatica anch'io, che pure ci ho vissuto dentro per anni.

lunedì 18 maggio 2015

Hortodoxa - 17 Maggio 2015 - Giornata mondiale contro l'omofobia - Oggi parliamo di lesbiche

John William Godward - Nel giorno di Saffo (1904)

Mentre per gli uomini che amano accompagnarsi ad altri uomini ci sono sempre state decine e decine di parole diverse, una più sgradevole dell'altra, almeno fin quando un anima buona decise di dedicargli la parola gay*, per indicare le donne che amano le donne vengono da sempre usate soprattutto due parole, entrambe di altissima derivazione letteraria: da una delle più grandi poetesse di sempre, Saffo, deriva l'espressione "amore saffico" e dall'isola Lesbo, dove Saffo vide la luce, nacque l'appellativo "lesbica", che per quanto taluni si ingegnino di usare con varie alterazioni, resta pur sempre parola di origini colte e raffinate.

Di lesbiche si parla poco, e si tende a rimuoverle, soprattutto in Italia, come se non esistessero e se l'omosessualità fosse questione esclusivamente maschile. La cosa presenta anche dei tratti divertenti, come sa chiunque si sia intromesso in rete o dal vivo in qualche accesa discussione maschile sulle adozioni gay per osservare con aria angelica "Ma in fondo per le donne è già legale, no? Per loro la legge non serve, possono fare legalissimamente tutti i figli che vogliono"** causando sempre una pausa di silenzioso sgomento prima che la rissa riprenda.

Ogni tanto comunque qualcuno provvede a rimediare a questa inspiegabile rimozione: di recente ad esempio tal Felice Balloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, ha ricordato a tutti noi che le lesbiche esistono, sì, e sono le ragazze che giocano a calcio. Con grande finezza infatti costui, il 5 Marzo 2015, durante una riunione del Consiglio di Dipartimento Calcio Femminile, nel corso di un accesa discussione sui finanziamenti da erogare al calcio femminile dilettante, ha chiuso la questione con l'ormai celebre frase "Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche!". Il verbalizzatore ha trascritto questa perla nel verbale - unica frase di tutta la riunione citata come discorso diretto. Qualche anima buona ha poi provveduto a diffondere prima la frase, poi l'intero resoconto della seduta. 
Da allora chiunque sia in qualche modo collegato con lo sport per dilettanti depreca e si scusa con grandi inchini non appena incrocia una femmina più o meno sportiva, mentre le lettere di protesta contro Balloli fioccano da ogni parte, e tutte le calciatrici d'Italia sono molto, molto, molto irritate. Balloli in compenso concede sette interviste al giorno per spiegare che quella frase non l'ha detta, che l'ha detta ma non in quel contesto e in quel modo, che nessuno può dimostrare che l'abbia effettivamente detta e, naturalmente, che lui non si dimetterà, no, no e ancora no - mentre per contro parecchi dei presenti si sono fatti vivi per dire che loro quella frase se la ricordano benissimo, altri provano a spiegare, con alterni risultati, che in quel momento non erano presenti alla riunione e il diretto superiore di Balloli, tale Tavecchio, che si è fatto di recente una certa reputazione grazie a una frase sui calciatori africani che fino a poco tempo fa mangiavano banane, ha preso le distanze deprecando moltissimo l'avventata frase.

Dall'esterno l'impressione è che qualcuno stia cercando di inguaiare Balloli (e spero caldamente che ci riesca). Resta però l'angoscioso interrogativo "Come ha fatto un uomo con siffatto cervello a diventare presidente di alcunché?" dal momento che dovrebbe essere ormai chiaro che questo tipo di apprezzamenti, fatti in sedi ufficiali e con tanto di verbalizzatore a portata d'orecchio possono rivelarsi piuttosto pericolosi, laddove nessuno ti biasimerà mai se te li risparmi.

Come tutti gli insegnanti, anch'io ho avuto un gran numero di alunni che giocavano a calcio, maschi e femmine; le calciatrici mi venivano regolarmente presentate come "maschiacci" particolarmente vivaci (e non sempre lo erano) e ogni tanto ai consigli di classe si apriva l'avvincente discussione se Y o Z fossero o meno lesbiche. Io ascoltavo piuttosto stranita, e mi domandavo da dove diavolo potesse venire fuori un associazione così balorda come quella. Nessuno è mai riuscito a spiegarmelo, al di là del "dài, si sa che è così". Per l'appunto io non lo sapevo, e continuo a non capire come il fatto di prediligere uno sport rispetto a un altro sveli qualcosa del nostro orientamento sessuale - tra l'altro non risulta nemmeno che Saffo giocasse a palla (anche se le fanciulle che giocano a palla sono un classico della letteratura greca e latina, nonché delle frasi sulla prima declinazione).

Oggi è la giornata mondiale contro l'omofobia, ovvero una delle tante giornate mondiali contro l'idiozia. Auguri a tutte le giocatrici di calcio ancora in erba perché facciano una bella e luminosa carriera, auguri a tutti noi di imparare a scansare le frasi fatte, i pregiudizi e le stupidaggini di tutti i tipi.
Auguri anche alle lesbiche, naturalmente, qualunque sia lo sport cui hanno scelto di dedicarsi. 
Ma soprattutto, auguri alla Lega Dilettanti di trovare al più presto un presidente provvisto di un minimo di criterio.

*sì, lo so, è nata come parola unisex; ma non è colpa mia se in italiano correggiuto adesso si usa solo per i gay maschi.
**in realtà anche questo non è vero, la legge servirebbe anche a loro. Comunque se ancoira nion ce l'hanno non è colpa mia.

mercoledì 13 maggio 2015

Progetto Kitten, ovvero un uso alternativo per le foto di gattini iperdiabeticissimi su Facebook

A tutela della dentatura di chi passasse di qua, i gattini della foto sono un po' meno diabetici del solito

Il Progetto Kitten è un operazione non eccessivamente seriosa che è decollata nei giorni scorsi su Facebook, con esiti sorprendenti.
In pratica si tratta di una forma diabetica di spamming: si sceglie qualcuno che ha una pagina su Facebook di contenuto non particolarmente soft o cortese e si inondano i post con commenti impreziositi da foto di gattini iperdiabetici, magari corredati con scritte lievemente sarcastiche. 
A sentire i progettisti, non è un iniziativa politica ma solo un modo per incitare queste pagine a moderare i toni. Il flooding dura un paio di giorni, poi l'invasione migra.
Il primo e fortunato prescelto è stato Matteo Salvini, cui è stato dedicato l'hashtag #gattinisusalvini. Ne è venuta fuori una bacheca spassosa dove c'era perfino un barcone di gattini migranti di una singolare pucciosità:
Tocca dire che né Salvini né i consueti commentatori della pagina l'hanno presa troppo male. Qualcuno si è lamentato che i gatti non costituiscono né una critica politica seria né un dissenso costruttivo e che postarli non aveva senso (difficile dargli torto, in effetti) ma i più hanno sopportato con pazienza o commentato con una certa ironia - insomma nel complesso per un paio di giorni quella pagina è stata assai meno aggressiva del solito e Salvini si è fatto un po' di propaganda extra.

Decisamente meno pacifica si è rivelata la campagna #gattosulmatto, dedicata alla pagina Facebook di Beppe Grillo, anche perché il flooding è cominciato più o meno in contemporanea con la surreale dichiarazione di Grillo sulle mammografie, che ha contribuito a scaldare alquanto i toni, e a poco sono valsi i pur zuccherosissimi gattini postati in gran quantità
Il grillino medio è intervenuto senza ritegno lamentando non solo l'insipienza dei postatori di gattini ma anche stabilendo a priori che detti postatori erano elettori del PD e perciò provvisti di una lunga serie di difetti che ha provveduto a elencare usando toni tutt'altro che signorili.
Per fortuna i postatori di gattini si sono attenuti saldamente ai principi che ispiravano la campagna e le flam sono state condotte in autonomia dai grillini senza che i gattini rispondessero agli insulti - il che ha reso tutto l'insieme molto più comico.

No, io non ho partecipato, nemmeno con un piccolo, innocente gattino. Sono assolutamente d'accordo sul fatto che il dibattito politico in questi anni è troppo aggressivo, mi sono divertita molto scorrendo i commenti, ho trovato l'iniziativa piuttosto valida nella sua totale e completa follia, ma sono convinta che queste cose non fanno per me.
Tuttavia non ho potuto fare a meno di trarre qualche conclusione - ad esempio che la base del Movimento 5 Stelle è ancora più sprovveduta di quel che credevo, e che il Grande Comunicatore della Rete sembra inchiodato a un uso della rete piuttosto antiquato.
Ma anche che effettivamente il tono del dibattito (dibattito? Mah, sembra una parola eccessiva, in effetti. Diciamo "lo scambio di insulti") politico in Italia è da gran tempo ben oltre il livello di guardia e che qualsiasi riflessione in materia è la benvenuta; e che Internet 2.0 cela risorse e possibilità finora solo scarsamente utilizzate dall'utenza.

domenica 10 maggio 2015

Inaspettata valenza didattica di san Giorgio (post con draghi)

Paolo Uccello - San Giorgio e il drago (1456)

La scorsa estate ho passato diverso tempo in un forum tolkieniano discutendo di un infinità di questioni con tante simpatiche persone che, come me, cercavano di ingannare l'attesa del terzo film dello Hobbit. Chiacchiera di qua e chiacchiera di là, parlando di draghi venne fuori anche san Giorgio e ne approfittai per chiedere se qualcuno sapeva la leggenda, dal momento che avevo sempre desiderato conoscerla ma non l'avevo mai trovata da nessuna parte.
Scoprii che la sapevano in diversi e un anima buona mi indirizzò a un link che mi permise di scoprire che la fonte non era, come avevo sempre creduto, un romanzo cavalleresco inglese del tardo medioevo bensì la Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, poderoso testo sulle vite dei santi di cui avevo sentito parecchio parlare nei tempi lontani dei miei studi di medievistica.
Link chiama link e così trovai il testo in latino della leggenda, nonché la notizia che Einaudi aveva pubblicato una traduzione della Legenda (non so in quale versione, visto che ce ne sono parecchie) e che addirittura una copia di questa traduzione riposava tranquilla in una biblioteca piuttosto vicina a casa mia. Fu così che passai buona parte dell'estate immersa nella sua lettura, sforando ignobilmente i tempi del prestito e financo della proroga (si tratta di un malloppo che passa le mille pagine, di lettura non sempre scorrevolissima). Ma sto divagando.
Sul forum intanto si continuava a chiacchierare della storia di san Giorgio e qualcuno ebbe l'incauta idea di esprimere compassione per il povero drago, portato in città al laccio come un cagnolino dalla principessa di Trebisonda, per poi venire ucciso dopo che la popolazione si era convertita al cristianesimo. Dal canto mio spiegai al gentile pubblico che la leggenda aveva origini pagane e che era stata appiccicata solo in seguito alla vita del santo. Lo scrissi serenamente, anche senza aver studiato la questione, primo perché una storia con un drago, così a occhio, non ha mai grosse radici storiche, secondo perché l'eroe che uccide il mostro e salva la fanciulla è una storia vecchia come il mondo.
Fummo così assai rimproverati da un pedantissimo tolkieniano che ci spiegò che non dovevamo avere compassione dei draghi, perché essi erano cattivi, e anche che la storia era molto più recente di quella di san Giorgio, "quando ormai la cristianità aveva conosciuto i "veri draghi" identificando l'intuizione di San Giovanni nell'Apocalisse con diversi mostri delle mitologie baltiche. Inutile tentare di farci entrare a forza anche le tradizioni classiche sulle lotte con le serpi o addirittura quelle estremo-orientali. Non c’è nessun nesso, soltanto un immaginario politicamente corretto le potrebbe accomunare. L’invenzione del drago è un elemento di teologia integrativa tra Cristianità alto-medievale e Northerness in ambiente letterario."
Ora, premesso che sono buona e cara e dolce come pasticcino di marzapane, se proprio qualcuno vuol venire a far lezione sui draghi e i santi nel medioevo a me, che mi considero ancora, a torto o a ragione, un addetta ai lavori, come minimo deve farmi la cortesia di scrivere in un italiano comprensibile, specie se posta in un forum per comuni mortali e non sulla mailing list di un gruppo di dottorandi in filologia medievale - per tacere della storia de "l'immaginario politicamente corretto" che mi sembrava un vero delirio - senza contare che ognuno ha diritto di provare compassione per chi gli pare, e da qualche decennio la cultura occidentale ha prodotto gran copia di draghi buoni, amabili e saggi, da quelli del pianeta Pern al celebre Drago Alberto. 
Mossa perciò da somma irritazione e dal più puro spirito di contraddizione mi sottoposi alla non lieve fatica di leggere questo e altri paragrafi assai pedissequamente pedanti del pedantissimo intervento di costui, cercando di capire di che cazzo stesse mai parlando. 

Dopo attenta disamina conclusi che costui si era convinto che, nel mezzo della folle confusione e sovrapposizione di storie e mitologie che caratterizza il medioevo tutto,  esistesse uno specifico tipo di drago che poteva fregiarsi del titolo di vero e autentico drago (con relativo attestato che il drago avrebbe potuto appendere nella sua grotta, completo di sigillo del Consorzio per la Tutela del Vero Drago Medievale) apparentato con il drago dell'Apocalisse ma non con il drago di Cadmo. Perché? Semplice, perché lo diceva lui, che evidentemente si considerava un autorità in materia (e non lo era, come si vedeva lontano un miglio). Peccato che la parola che usiamo per indicare il drago sia appunto di origine greca e fosse la stessa sia per il drago di Cadmo che per il drago dell'Apocalisse.
Il testo di Iacopo da Varazze parla proprio di un draco - nella fattispecie un drago d'acqua: in una specie di lago salato vicino a una città viveva un drago, che voleva delle vergini da mangiare. Quando non le riceveva, usciva dal suo lago e appestava col suo fiato pestilenziale la città uccidendone così gli abitanti. Secondo qualche interpretazione il drago in questo caso sarebbe stato l'allegoria di una malattia infettiva - e sembrerebbe un idea sensata, salvo il fatto che non si è mai vista, per quel che ne so, una malattia infettiva che chiede un tributo in vergini (mentre si sono viste molte malattie infettive fare strage di vergini e anche di donne e uomini maritati, ma questa è un altra storia). 
A un certo punto gli abitanti della città, stufi di mandare le loro figlie a morte certa, gridarono al sovrano che si desse una mossa e mandasse in pasto al mostro la sua, di figlie, come già aveva mandato le loro, e il re fu costretto ad accettare a furor di popolo.
Ed ecco la povera principessa andare verso il lago, piangendo la sua triste sorte. Passa di lì per caso Giorgio di Cappadocia, futuro santo, e le chiede "Perché piangi, fanciulla?". La ragazza, infelice ma buona, gli risponde "Allontanati di qui, buon giovane, perché questo è un luogo pericoloso". Giorgio insiste per sapere cosa succede eccetera eccetera.
Una principessa votata a morte certa. Un mostro marino. Genitori in lacrime. Un eroe che passa di lì per caso...
Non importa cercare molto lontano: a pochi chilometri dalla tomba di Giorgio di Cappadocia c'è la cittadina di Jaffa, oggi nel distretto di Tel Aviv, dove Perseo salvò la povera Andromeda incatenata sulla rupe in attesa di essere divorata dal solito mostro marino inviato dal solito Poseidone (che, dietro richiesta di qualsiasi divinità, un mostro marino non l'ha mai negato a nessuno). I cristiani si erano limitati a ritoccare la storia mettendo un santo a salvare la fanciulla - un santo che non la sposerà, anche perché ha un destino di martire che l'aspetta e fargli sposare una principessa sembrava troppo frivolo. La leggenda rimbalzò in Europa ai tempi delle crociate; in seguito Giorgio diventò patrono d'Inghilterra e il suo drago si occidentalizzò, diventando un drago da terra, di quelli che abitano le caverne, mentre san Giorgio acquisì una perfetta armatura occidentale di stile quattro-cinquecentesco.
In conclusione scrissi un piccolo, garbato post in cui, nell'italiano più piano e semplice che riuscii a trovare, sotto sembiante di dolcezza davo di cialtrone e incompetente al tolkieniano integralista (che ebbe cura di non rispondermi) ma mi rallegrai anche moltissimo meco per avere imparato tante cose interessanti sulla leggenda di san Giorgio e il drago: niente di meglio di uno spirito polemico per allargare le proprie conoscenze.

Due giorni fa ho portato la Prima Effervescente ad un museo fiorentino dove faceva bella mostra di sé anche la copia di un celebre quadro su san Giorgio.
"Ma non è piccolo, il drago?" ha chiesto Rinaldo.
"A quei tempi li facevano così. Vi spiegherò tutto in classe" ho promesso leccandomi i baffi.
Il giorno dopo, dalla mia magica chiavetta USB sono scivolati fuori dieci draghi dieci più un paio di mostri marini con Perseo e Andromeda, quasi tutti dipinti da celebrissimi pittori, e con la mia migliore faccia di bronzo mi sono cimentata nella mia prima (e unica, immagino, data la mia totale incompetenza in materia) lezione di storia dell'arte.
Ogni scusa è buona, per tirare fuori un drago.
(E le vie dell'aggiornamento,per noi docenti, sono davvero infinite).

lunedì 4 maggio 2015

La canzone dell'insegnante a fine anno


In tanti cantiamo, con alterni risultati. Qui Bugs Bunny canta il mio amatissimo Wagner

Questa è la canzon del professore 
che scopre con orrore
che a Maggio non fa quasi mai lezion.

In primo c'è l'uscita al Gran Museo
Dov'egli porta fuori un altra classe
E perciò, fra il tripudio delle masse
scolaresche, ei non farà lezion.

Subito dopo è tempo della Gita
Di fine anno, dagli alunni tanto amata
che guarda caso è stata organizzata
In quei tre giorni ov'egli ha più lezion.

Ci son poscia le prove del concerto
che si terrà  all'aperto
e con suo gran sconcerto
anche quel giorno ei non farà lezion.

Vengono poi i Giochi della Valle
dove gli alunni faranno grandi gare
che egli resterà mesto a guardare
perché quel giorno non potrà far lezion.

C'è poi la camminata partigiana
con gran commemorazion
della strage nel vallon
e anche quel giorno non si fa lezion.

Di poi c'è l'elezion
con doverosa votazion
del consiglio di Region
e per tre giorni non ci sarà lezion.

E tutti questi impegni
invero più che degni
per casi assai maligni
se ne stan come ragni
proprio nei giorni in cui egli fa lezion,
nel mentre niuno impegno fu fissato
nei giorni in in cui il suo orario strampalato
stabilisce ch'ei farà poca lezion.

Questa è la canzone del docente
che a Maggio combina quasi niente
perché non riesce mai a far lezion.

Questa è la canzon dell'insegnante
che trova Maggio un mese assai frustrante
perché non riesce mai a far lezion.