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lunedì 2 febbraio 2015

L'economia tra la prima e la seconda guerra mondiale


In diretta dal mio portfolio SSIS ecco il modulo sull'economia nel mondo tra la prima e la seconda guerra mondiale (quella dove i tutor speravano di vedermi scardinare l'impianto cronologico nell'insegnamento della storia). I manuali di cui si parla sono, naturalmente, quelli delle medie - immagino che quelli delle superiori spieghino le cose molto meglio.
La bibliografia è vecchia di una decina d'anni.

“Globalizzazione” e “industria” sono parole che vengono associate in modo naturale all’economia: è attraverso gli scambi economici infatti che, sin dai tempi più lontani, i popoli sono entrati in contatto e da sempre, quando questi scambi raggiungono una certa entità, tra le comunità che li praticano si instaura un rapporto di dipendenza reciproca. 
Questo fenomeno si è particolarmente accentuato negli ultimi due secoli, nel corso dei quali l’intero pianeta, sin nelle aree più deserte ed isolate, si è ritrovato volente o nolente a far parte del medesimo organismo. Succede così che il dissesto delle finanze dell’Argentina diventi un problema serio per l’economia italiana, o  che l’eventuale riarmo di un paese asiatico rischi di danneggiare seriamente le relazioni tra Stati Uniti ed Unione Europea.  

Il periodo tra le due guerre mondiali è senz’altro uno degli snodi che meglio si presta ad evidenziare connessioni di questo tipo.
Si tratta anche di uno dei temi più delicati del programma di terza media: la formula magica che recita “la seconda guerra mondiale fu la conseguenza della prima” fa parte di quelle verità universalmente accettate che, decennio dopo decennio, tutti gli insegnanti e tutti i manuali ripetono regolarmente. Tuttavia sia i manuali che gli insegnanti finiscono spesso per sorvolare o descrivere in modo molto approssimativo alcuni degli anelli economici che forgiarono buona parte della micidiale catena che portò dal primo massacro su scala internazionale al secondo, ricorrendo spesso a formule vaghe destinate a lasciare negli allievi una serie di domande irrisolte.

Qualche esempio:

- tutti i manuali, per spiegare l’ascesa del nazismo in Germania, si soffermano a descrivere il disastroso stato dell’economia tedesca dopo la fine del primo conflitto mondiale, affastellando  debiti di guerra, limitazioni territoriali e militari e la terribile inflazione della repubblica di Weimar con la disoccupazione crescente e i conflitti sociali dei primi anni 30: quella che si affida a Hitler è dunque una nazione ridotta allo stremo. Eppure  sei anni dopo l’ascesa dei nazisti al potere la Germania era uno stato prospero, ben organizzato e armato sino ai denti, che minacciava sfracelli (che poi mantenne) e teneva in scacco l’intera Europa. Come sia stato possibile questo miracolo viene spiegato sempre in modo molto vago, quando pure si tenta una spiegazione.

- nel 1929 gli Stati Uniti furono colpiti da una terribile crisi economica. Da qualche tempo nei manuali viene almeno indicata una causa (il problema della sovrapproduzione delle industrie statunitensi) ma raramente si accenna al fatto che questa crisi ebbe qualche ripercussione anche in Europa (e non solo in Europa: ma il resto del mondo viene regolarmente dimenticato). Si sa poi che da questa crisi gli americani uscirono grazie al New Deal, qualche anno dopo. Di solito ci si ricorda anche di aggiungere che in realtà il New Deal ebbe effetti molto temporanei. Come si spiega che, durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti portarono nel conflitto la forza e le risorse apparentemente infinite di un’economia florida, e addirittura, una volta terminata la guerra, poterono permettersi di foraggiare la ricostruzione del mezzo pianeta che avevano attivamente contribuito a distruggere?

Naturalmente una risposta sicura a queste domande non c’è. E’ possibile però cercare di riempire almeno parzialmente alcune delle zone che i manuali finiscono per lasciare in bianco. Questa operazione non solo permette di seguire meglio il complicato evolversi dell’economia internazionale nel periodo tra le due guerre mondiali, ma chiarisce anche alcuni degli sviluppi che si verificheranno nei decenni successivi. Inoltre, buona parte dei contenuti del modulo torneranno utili agli allievi anche nello svolgimento del programma di geografia.

Nella programmazione il modulo si inserisce dopo la conclusione della prima guerra mondiale e prima dell’unità dedicata all’insorgere dei regimi totalitaristi, sovrapponendosi in parte all’unità dedicata alla crisi americana del 1929.
Le lezioni sono frontali e interattive; è consigliabile lasciare un buon margine di tempo per rispondere alle domande degli allievi, che in molti casi sconfineranno dall’argomento specifico dell’unità verso altri argomenti storici (a volte di storia contemporanea) e geografici, con apparente dispendio di tempo e rischio di divagazioni che tuttavia non vanno scoraggiate, perché forniscono una serie di agganci con il programma successivo di storia, di geografia e con l’immediata attualità. Inoltre alcuni degli argomenti si presentano piuttosto complessi ed è importante dare ai ragazzi il tempo e la possibilità di assimilarli. 

Una precisazione: è stata praticamente ignorata l’esistenza dell’U.R.S.S. Il motivo principale, naturalmente, è che per l’appunto nel periodo considerato l’U.R.S.S. aveva praticamente tagliato i ponti con il resto del mondo ed era esattamente il contrario di uno stato (o meglio, di un’Unione di Repubbliche) “globalizzato”. Occorre poi considerare che la storia dell’U.R.S.S. è ancora in buona parte da scrivere, o meglio da riscrivere. Nell’attesa, tanto vale attenersi a quel poco che i manuali ripetono da qualche decennio, avvertendo gli allievi che si tratta di notizie che con buona probabilità necessiteranno di qualche aggiustamento in futuro.

DATI DEL MODULO

TITOLO: GLOBALIZZAZIONE DELL’ECONOMIA TRA LE DUE GUERRE MONDIALI
DURATA:  5 ore (UD1: 3 ore; UD2: 2 ore)
CLASSE: III media, livello medio-alto
PREREQUISITI
- Conoscenza del programma di storia di III media fino al trattato di 
  Versailles compreso
- Conoscenza (acquisita nei due anni precedenti) del  rapporto tra moneta in metallo, 
  carta moneta e titoli di pagamento
- Conoscenza del significato di alcuni termini economici (inflazione, deflazione, 
  svalutazione, economia protezionistica, dazi etc.)
OBIETTIVI FORMATIVI
- Riuscire ad orizzontarsi in un articolo di giornale
OBIETTIVI DI APPRENDIMENTO:
- Migliorare la comprensione della storia moderna e contemporanea, in 
particolar modo per le tematiche legate ai Paesi in via di sviluppo  
STRUMENTI:   
carta, penna, fotocopie, manuale, lavagna
METODOLOGIE
lezione frontale, lezione interattiva

Unita’  didattica  I  
LA SITUAZIONE ECONOMICA Dopo la prima guerra mondiale

Per molti paesi extraeuropei - stiamo parlando di entrambe le Americhe, di buona parte dell’Asia e di alcune zone dell’Africa - la prima guerra mondiale era stata un buon affare. La necessità di colmare i vuoti causati dalla ridotta produttività europea e di rifornire gli eserciti al fronte aveva portato  a un’espansione, più o meno marcata, sia nell’esportazione delle materie prime che nella produzione industriale.
Parte di questa espansione internazionale naturalmente era un fuoco di paglia, che si ridimensionò quando la produttività europea tornò a crescere. Ma per l’appunto questa parte del processo fu abbastanza lenta, perché i singoli stati europei incontrarono grosse difficoltà per tornare ai livelli raggiunti prima della guerra, quando pure ci riuscirono. In pratica, c’era stata una redistribuzione del potere economico, e questa redistribuzione si mostrò piuttosto stabile (1) .
Per l’Europa infatti la prima guerra mondiale non fu una parentesi, conclusa la quale bastava riprendere le cose al punto in cui erano state interrotte; nonostante molti dei governi sembrassero convinti del contrario e si ostinassero a gestire il dopoguerra con gli stessi strumenti che si erano dimostrati tanto efficaci nel lungo periodo di pace che aveva preceduto il 1914 (2), le cose erano cambiate, e molto.

Prima di tutto, lo stato più grande del continente, la Russia, aveva bruscamente cambiato governo, struttura e gestione economica. Per la prima volta la minaccia comunista non era più uno spettro minaccioso che si aggirava per l’Europa, ma una realtà concreta a pochi chilometri da casa che rischiava di infettare l’intero continente. Il fatto che la Russia, una volta conclusa una pace separata nel 1917, rimanesse tranquilla nel suo vastissimo angolino, molto più interessata a gestire il suo proletariato che a coinvolgere il proletariato altrui, non toglieva nulla alla minacciosa possibilità che da un momento all’altro la fiammata rivoluzionaria si propagasse come il fuoco in un pagliaio.

In secondo luogo, l’Europa era diventata molto più povera.
La guerra era costata terribilmente cara in termini di armamenti, e infatti molti degli stati vincitori, soprattutto Francia e Gran Bretagna, erano stati costretti a contrarre forti debiti con gli Stati Uniti per finanziarla. Il danno più grave, tuttavia, era la devastazione che la guerra aveva inflitto al continente. In molte regioni, soprattutto nell’Europa orientale, edifici, fabbriche, coltivazioni, infrastrutture erano state distrutte o gravemente danneggiate. Alcune zone (soprattutto, di nuovo, nell’Europa orientale) erano ad alto rischio di carestia e solo il massiccio arrivo di prestiti, dei doni e soprattutto dei cereali americani fermò la carestia che incombeva.

Alcuni stati avevano perso gran parte del loro patrimonio all’estero. In qualche caso, ad esempio la Germania, questo patrimonio era stato requisito e spartito dai vincitori, colonie comprese; in altri casi, ad esempio la Francia, il patrimonio era stato ingoiato nelle fauci della rivoluzione russa.
Molti stati erano appena nati, e poveri in canna: la spartizione dell’impero austro-ungarico (che come abbiamo visto era stato grandemente devastato dalla guerra, e dove la popolazione aveva assai sofferto) venne fatta senza tener conto dei criteri economici né   di quelli etnici; in effetti la redistribuzione territoriale non poteva essere considerata valida da nessun punto di vista, tanto meno quello economico, e creò più problemi di quanti ne risolvesse. Questo portò alla disgregazione dei precedenti legami commerciali e creò anche seri problemi per le vie di comunicazione: ad esempio la Jugoslavia, una federazione nata dal raggruppamento disorganico di precedenti entità territoriali, ereditò cinque diversi sistemi ferroviari con quattro scartamenti differenti, praticamente senza connessioni, e passò più di un decennio prima che questi tronconi fossero collegati tra loro. Difficoltà analoghe ebbe la Polonia, che dovette cimentarsi nella difficile impresa di tenere uniti tre frammenti provenienti da tre dominazioni diverse, e senza confini naturali. 
Settori industriali dipendenti tra loro vennero smembrati; ad esempio nell’industria tessile austriaca i fusi (cioè i filatoi) erano in Boemia e Moravia, mentre i telai (ovvero la produzione dei tessuti) stavano a Vienna. L’Ungheria mantenne molti dei suoi stabilimenti industriali (numerosi e di buon livello) ma perse la maggior parte dello stagno e dei giacimenti di ferro, sale, rame, minerali non ferrosi e dell’energia idraulica (3). La stessa Austria ebbe molto da lamentarsi di questa ristrutturazione, ritrovandosi un territorio mutilato e una capitale del tutto sproporzionata alle sue esigenze, con un’apparato burocratico di dimensioni elefantiache e molto scontento nella popolazione a tutti i livelli. Unica eccezione in tanta miseria, la Cecoslovacchia godeva di una discreta situazione economica e produttiva, che mantenne per tutto il primo dopoguerra e che ne faceva un’isola felice in quella zona nonostante qualche difficoltà di integrazione tra area ceca e area slovacca.

L’Europa, come abbiamo detto, era uscita dalla Grande Guerra molto più povera di come vi era entrata; tuttavia i governanti erano assolutamente convinti di dover riprendere da dove si erano interrotti nel 1914. Cercarono insomma di gestire il dopoguerra come se fosse un ritorno ai vecchi tempi, senza rendersi conto per molto tempo che le cose erano invece profondamente cambiate e finendo perciò per adottare, soprattutto in campo economico, politiche che si rivelarono inadeguate.

Per finanziare la guerra i governi avevano abbandonato le virtuose politiche finanziarie dell’800 (compreso il gold standard) e invece di aumentare le tasse erano ricorsi ai prestiti internazionali. Questi prestiti, a loro volta, non erano finanziati da autentico risparmio, ma dal credito bancario. Per raccogliere le cifre necessarie le banche crearono nuova moneta, solitamente basandosi sulle “promesse di pagamento” dei governi e usandole come riserve - trattandole, in pratica, come se fossero lingotti d’oro. Di conseguenza aumentarono i debiti pubblici dei singoli paesi, e anche gli interessi da pagare a breve termine - e soprattutto aumentò l’inflazione e si deprezzarono le monete. Particolarmente nera sotto questo aspetto era la situazione della Germania e dei paesi che avevano fatto parte dell’impero austro-ungarico, dove, al termine del conflitto, la moneta aveva perso metà del valore iniziale. L’inflazione continuò nonostante, a partire dal 1920, i governi avessero imposto politiche monetarie molto restrittive (particolarmente in Germania, Austria, Polonia e Ungheria) (4) .

Siccome tutti in Europa erano più poveri, c’era il problema della scarsità di risorse. “Per fare dell’oro occorre averne”, ricorda un celebre personaggio di Tolkien; ma, soprattutto nei paesi dell’Europa centro-orientale, i governi non erano in grado di raccogliere sufficienti capitali all’interno, né di procurarsi valuta straniera (“pregiata”, come si usa dire) per comprarne. Una volta esaurite le elemosine dell’immediato dopoguerra, il rubinetto degli investitori esteri si era chiuso: quei territori non davano sufficiente affidabilità politica da incoraggiare gli investitori. Restavano i prestiti a breve termine, e qualche finanziamento della Società delle Nazioni, più altri rimedi da poveri, come l’inflazione e la svalutazione  - provvedimenti che avevano però l’inquietante tendenza a sfuggire di mano ai governanti, come infatti fecero. 

Come abbiamo detto, le monete europee avevano perso parte del loro valore per colpa delle spese che la guerra aveva portato con sé. Ne conseguì un periodo di instabilità monetaria; la situazione non venne migliorata dall’atteggiamento dei governi, che si rifiutavano di accettare il declino del valore delle singole valute e continuarono per molto tempo a considerare solo temporaneo l’abbandono del gold standard, su cui era basato gran parte dell’ordine monetario d’anteguerra e del lungo periodo di stabilità che aveva chiuso il secolo XIX.
La situazione naturalmente non era la stessa per tutti i paesi: Gran Bretagna, Svizzera, Olanda, Danimarca, Svezia e Norvegia si ricollocarono presto sulla parità prebellica, ed evitarono così i problemi legati all’inflazione; altri paesi si fermarono ad una parità molto inferiore a quella di prima della guerra: Francia al 20%, Italia al 25% (ma era una sopravvalutazione della lira che gli italiani pagarono cara), Cecoslovacchia 14,3%, Romania 3,7% - tanto per fare qualche esempio; ci furono poi cinque paesi che dovettero addirittura introdurre nuove unità monetarie, perché le vecchie erano state completamente deprezzate dalla violenza dell'inflazione - e si tratta di Germania, Austria, Polonia, Ungheria e Russia.

Alla base del gold standard c’era il principio in base al quale le riserve in oro di un paese dovevano essere sufficienti a garantire il valore della moneta in circolazione; le banconote equivalevano dunque a dei “pagherò” riscuotibili in qualsiasi momento.
Quello che venne ripristinato dopo la guerra però non era un gold standard pieno: le monete d’oro erano ormai scomparse dalla circolazione, e solo per pochi paesi valeva la vecchia regola della custodia di riserve auree di valore equivalente alla moneta presente sul mercato. 
Venne per lo più adottato invece un ibrido, il gold exchange standard, in base al quale le riserve necessarie potevano essere anche (del tutto o in parte) in moneta estera - per lo più sterline e dollari; la moneta risultava così ancorata ad un paese che praticava il gold standard. In pratica la banca centrale di un paese aveva l’obbligo di mantenere il valore della moneta nazionale sulla parità con moneta straniera ancorata all’oro, acquistando e vendendo valuta estera alla parità aurea.  La cosa esisteva già da prima della Grande Guerra, ma cambiarono le proporzioni: nel 1913 la valuta straniera di 24 banche europee era  il 12% dell’ammontare, mentre nel 1927 la percentuale era il 42% di  riserve, costituite per lo più da titoli a breve termine emessi nelle valute “pregiate”. 
Questo sistema (che comunque all’inizio venne considerato un espediente destinato ad una breve durata) era instabile perché i fondi  si spostavano facilmente a seconda degli umori del mercato, e  soprattutto, davanti a una richiesta generale di conversione con breve preavviso di questi titoli, avrebbe collassato; inoltre la  pressione sui centri produttori delle monete “pregiate” (Londra e New York) era troppo forte, e li costringeva a tenere riserve auree maggiori degli altri paesi per essere in grado di far fronte alle richieste di liquidazione delle loro valute. Tenere grosse riserve auree non era un gran problema per New York, perché il dollaro era effettivamente una valuta forte; ma la sterlina, che prima della guerra lo era quasi altrettanto, adesso si era molto indebolita e le sue riserve auree erano di gran lunga inferiori alle passività (cioè alle sue monete conservate all’estero). Anzi, la sua relativa debolezza (5)  fu proprio uno dei fattori che fece collassare l’intero sistema del gold standard nei primi anni Trenta. 
Inoltre i cambi erano spesso influenzati da speculazioni e considerazioni politiche e quindi  avvenivano spesso con una parità artificiosa - in pratica, alcune valute si trovavano sopravvalutate, altre sottovalutate (6). Infine la rigidità del sistema rendeva molto difficili e dolorosi gli aggiustamenti, limitando gli spazi di manovra monetaria dei governi.
Oggi viene generalmente ritenuto che il gold exchange standard sia stato tra i fattori che hanno reso così difficile la ripresa dopo la crisi americana del 1929; tuttavia non c’è dubbio che funzionò male non tanto per suoi demeriti intrinseci, quanto perché adoperato in un quadro economico troppo debole per sostenerlo (7) .

Altro fattore di debolezza era, per i paesi che avevano perso la guerra, la spinosa questione delle Riparazioni, ovvero i danni arrecati alle potenze vincitrice che andavano rimborsati dagli sconfitti e il cui peso maggiore andò a ricadere sulla non più prospera Germania (8)
Nel 1921 la Commissione per le Riparazioni stabilì l’importo dei  debiti tedeschi, ovvero 33 miliardi di dollari, da restituirsi a vari paesi europei.
Francia e Gran Bretagna (e altri paesi) dovevano riscuotere le riparazioni dalla Germania, ma anche pagare i debiti contratti con gli Stati Uniti per finanziare la guerra. I creditori europei cercarono perciò di convincere i loro creditori statunitensi a riscuotere le loro spettanze direttamente dalla Germania. Secondo questa proposta, i soldi sarebbero direttamente passati dalle casse tedesche a quelle statunitensi pur trasformandosi durante il viaggio da riparazioni (dalla Germania verso Francia e Inghilterra) a restituzioni (da Francia e Inghilterra verso gli Stati Uniti). In questo modo Francia e Gran Bretagna avrebbero rimborsato gli Stati Uniti solo via via che venivano a loro volta risarciti. 
La proposta, comprensibilmente, non incontrò l’approvazione degli Stati Uniti che nutrivano forti (e fondatissimi) dubbi sulla solvibilità della Germania. 
Lo sforzo cui venne costretta la precaria e dissestata economia tedesca per pagare le Riparazioni al ritmo assurdo imposto inizialmente dagli Alleati  trasformò la già fiorente inflazione del marco, che aveva subito una discreta accelerata a partire dal 1920 nella celeberrima iperinflazione del 1922-23, sulla quale ogni manuale di storia ha la sua galleria di aneddoti.
L’iperinflazione non incise sulla portata dei debiti internazionali, che erano e restavano in dollari (qualsiasi fantastiliardo di marchi ci volesse nel 1923 per comprare un dollaro), ma diminuì molto la quantità di capitali in circolazione in Germania. La produttività sprofondò e molti imperi finanziari tedeschi già traballanti ricevettero così il colpo di grazia. 
Qualche storico ha avanzato l’ipotesi che la stessa Germania abbia provocato e pompato la crisi inflazionistica per dimostrare al mondo che non era in grado di pagare le riparazioni di guerra. Se davvero quello era lo scopo, va senz’altro riconosciuto che la dimostrazione riuscì bene - tanto bene che nel settembre 1923 il vecchio marco dovette essere abbandonato e sostituito da una nuova moneta, il Rentenmark.

Infine la Commissione per le Riparazioni riesaminò la posizione della Germania, decidendo di estendere il periodo di pagamento, frazionando la cifra (che non venne però ridotta) in rate più realistiche (9) .
La nuova periodizzazione del pagamento sembrò funzionare, e la Germania pagò in apparenza senza difficoltà... grazie ai prestiti internazionali. 
Nel periodo 1924-1930 infatti il paese prese in prestito l’equivalente di 28 miliardi di marchi, 10,3 dei quali vennero usati per pagare le rate delle riparazioni di guerra. In altre parole, i pagamenti per le riparazioni erano coperti da importazioni di capitali più che doppie, in prestiti per lo più a breve termine (10) . 

Durante la prima guerra mondiale la produzione interna europea era drasticamente calata (11), e faticò molto per tornare ai livelli del 1914. L’espansione economica che caratterizzò i primi anni Venti per poi rallentare in molti paesi nella seconda metà del decennio,  anche dove la situazione sembrava più stabile, celava sempre una instabilità economica e politica di fondo e in molti casi era pesantemente condizionata (oggi si direbbe drogata) dai capitali  presi in prestito che,  insieme ai provvedimenti economici piuttosto dilettanteschi presi dai governi, attenuarono nel breve periodo i problemi legati  alla disorganizzazione monetaria e alla disoccupazione. Infine, occorre considerare che, se è vero che quasi dappertutto in Europa ci fu un certo progresso, spesso si partiva dai livelli molto bassi causati dalle devastazioni inflitte dalla guerra.  
Con i nuovi capitali la Germania ringiovanì macchinari, impianti e tecniche di produzione, avviando ad esempio estesi programmi di razionalizzazione e meccanizzazione in settori chiave quali carbone, ferro, acciaio, industrie chimiche ed elettriche, che portarono all’elaborazione di tecniche produttive molto avanzate. Una buona parte della cifra servì anche a finanziare importazioni che facevano aumentare il tenore di vita.
Tra 1925 e 1929 l’economia tedesca recuperò il terreno perduto e ritornò finalmente ai livelli prebellici - e proprio a quel punto l’afflusso di capitali esteri che ne formava la spina dorsale, improvvisamente si prosciugò. 

UNITA’ DIDATTICA  2
A - La crisi americana del 1929  e le sue  conseguenze  internazionali

“Alla prima guerra mondiale seguì il crollo economico che ebbe davvero estensione mondiale, perché riguardò tutti quegli uomini e quelle donne la cui esistenza era impigliata in qualche modo nei meccanismi impersonali del mercato capitalistico. Infatti proprio gli USA, così fieri di se stessi, lungi dall’essere un porto sicuro, al riparo delle tempeste economiche che sconvolgevano continenti meno fortunati, divennero l’epicentro di quello che fu il più grande terremoto mondiale che sia mai stato misurato sulla scala Richter dagli storici dell’economia (12)

Sono passati tre quarti di secolo dal celebre crollo della borsa di Wall Street, ma a tutt’oggi la Crisi del 1929 rimane un fenomeno largamente discusso tra gli studiosi e solo in parte compreso.
Primo motivo di discussione naturalmente sono le cause. La maggior parte degli studiosi concorda nel ritenere che le cause siano da ricercarsi negli Stati Uniti, ma alcuni ritengono che si tratti di un fenomeno scatenato soprattutto da fattori esterni (13)
Quello su cui gli storici tendono a concordare è che i problemi dell’economia americana non cominciarono con il celebre Venerdì Nero del 24 ottobre 1929, quando l’indice della borsa di Wall Street crollò a picco con ribassi di oltre il 50% dei singoli titoli. 

In realtà la scintillante espansione economica degli USA negli anni Venti (chiamati anche “gli Anni Ruggenti”) aveva le sue zone d’ombra. L’agricoltura era in difficoltà: c’era un eccesso di produttività che portava alla spontanea diminuzione dei prezzi. I salari erano stagnanti, ovvero in ritardo sulla crescita economica, il che portò ad una crescita esponenziale dei profitti per i più ricchi (imprenditori, industriali, finanzieri). Questo contribuiva a far sì che il mercato non fosse in grado di assorbire la produzione industriale in continua crescita (14)
Dunque c’era un problema di sovrapproduzione, e un eccesso di profitti da reinvestire (che spiega almeno in parte la grande disponibilità degli Stati Uniti ad elargire prestiti alla disastrata Europa dove la ripresa era ben più incerta e stentata). Ma c’era un terzo fattore da considerare: l’espansione della domanda (in ritardo sulla disponibilità del mercato) era stata alimentata attraverso un allargamento del credito ai consumatori. 
Questa espansione del credito rese l’economia statunitense vulnerabile a tutti i livelli, a partire dall’impiegato che voleva cambiare macchina o casa e si era impegnato versando una quota minima del valore dell’acquisto, fino alle banche che fallirono a migliaia (15)

Nel 1928 la quota di denaro statunitense riservata ai prestiti internazionali calò bruscamente, e senza preavviso. Gli investitori avevano scoperto un nuovo giocattolo con cui giocare: il mercato azionario, che venne investito da una violenta febbre speculativa. Gli investitori acquistavano per rivendere a breve termine, e la maggior parte degli acquisti veniva fatta a credito. Il valore dei titoli saliva artificiosamente, senza più rapporto con il reale valore economico delle azioni o dell’azienda che le emetteva. Era insomma iniziata una mania:

“Il fatto fondamentale è che a un certo punto interviene un fattore che cambia le prospettive economiche. Ci si getta a capofitto nelle nuove opportunità di guadagno in modo così strettamente prossimo all’irrazionalità da potersi considerare maniacale. Una volta che viene compreso il carattere eccessivo della fase ascendente, il sistema finanziario attraversa una sorta di ‘angoscia’, durante la quale la corsa a invertire il processo di espansione può diventare così precipitoso da somigliare al panico. Nella fase maniacale le persone ricche o che godono di credito si disfano della moneta o contraggono prestiti per acquistare attività reali o finanziarie non liquide. Nei momenti di panico avviene il movimento inverso, dalle attività reali o finanziarie verso la moneta o la restituzione dei debiti, con il conseguente crollo dei prezzi delle merci, delle case, dei fabbricati, dei terreni, delle azioni, dei titoli e, in breve, di qualsiasi cosa sia stata fatta oggetto di mania” (16).  

Quando la bolla speculativa scoppiò, si innestò un effetto domino (17)  che travolse prima il mercato azionario, poi le banche, poi le ditte collegate al mercato azionario, che chiusero licenziando i loro dipendenti. Nel giro di pochi mesi, milioni di disoccupati (senza ammortizzatori sociali, ricordiamolo) si ritrovarono a dormire agli alberghi dei poveri, e in coda per i piatti di minestra calda distribuiti dalla pubblica carità (18).

L’effetto domino non si limitò agli Stati Uniti, ma travolse anche il resto del mondo, con conseguenze vaste quanto imprevedibili.
In Europa e nell’America Latina i problemi erano arrivati addirittura prima del crollo di Wall Street: i prestiti internazionali elargiti  con tanta larghezza dagli Stati Uniti si erano rivelati infatti un’arma a doppio taglio, soprattutto nei paesi europei e latino-americani dove erano stati impiegati improduttivamente e non riuscivano ad assicurare introiti bastanti a rifondere capitale e interessi; questo rendeva dunque necessari altri prestiti, complicando sempre più la situazione. Gli Stati Uniti, per inesperienza o per eccessivo amore del rischio, non riuscirono a discriminare cause e destinatari dei loro prestiti, con il risultato di finire per incoraggiare manovre discutibili e avventurose. Quando il flusso di questi prestiti si ridusse drasticamente, nel 1928, le conseguenze furono drammatiche per alcuni stati che proprio attraverso questi prestiti sopravvivevano (Germania, Austria, Australia, Uruguay, Brasile e Argentina) e che passarono dunque all’indebitamento a breve termine (19) . 
Nel 1930-31 l’accresciuta domanda di liquidità da parte dei creditori esteri provocò in tutta l’Europa una serie di fallimenti a catena nelle banche, in quel momento più vulnerabili perché molto esposte verso le industrie depresse (20).

Nell’Europa orientale, cioè nelle zone che la guerra aveva lasciato più deboli, la congiuntura economica positiva degli anni Venti non aveva portato grandi progressi, proprio perché quella zona mancava delle basi indispensabili per costruire un’economia solida; in pratica: erano troppo poveri per approfittarne in modo duraturo (21).
Negli anni Trenta, quando arrivò la crisi e i prezzi dei prodotti primari (ovvero la principale risorsa per le loro esportazioni) calarono bruscamente, la situazione peggiorò di molto. Davanti al calo dei prezzi, gli agricoltori cercarono di rimediare aumentando il raccolto, mentre ovviamente i mercati reagivano all’aumentata offerta calando vieppiù i prezzi. Molti agricoltori si indebitarono pesantemente, ma molti di più erano troppo poveri anche per ottenere prestiti. Solo l’intervento dei soccorsi governativi alleviò in parte la situazione quando, dopo la scomparsa per fallimento di molte aziende agricole, si crearono forti tensioni sociali. 
Questa situazione favorì l’insorgere di regimi dittatoriali o semidittatoriali che promossero lo sviluppo (o almeno la tenuta economica) sulle linee dell’autarchia e portò questi paesi inevitabilmente nell’orbita del polo più forte della zona: la Germania, di cui divennero in un certo senso satelliti economici e con cui stabilirono relazioni commerciali privilegiate dove, ovviamente, era per lo più la Germania a guadagnarci.
Fino al 1939 l’Europa orientale rimase dunque una regione arretrata, la cui economia si basava principalmente sull’agricoltura e sull’esportazione di materie prime non lavorate - una regione potenzialmente ricca ma che un insieme di circostanze aveva mantenuto povera nonostante il dinamismo che aveva mostrato allo scadere del secolo precedente. Unica eccezione in quel panorama desolante era la Cecoslovacchia e, in parte, l’Austria, che pur vantando una situazione meno miserabile dei suoi vicini, aveva avuto per tutto il periodo tra le due guerre problemi decisamente seri (nel 1938 il suo prodotto interno non era superiore a quello del 1913) che spiegano la facilità con cui la Germania ottenne di annettersela.
Questa condizione di debolezza economica, ma anche sociale, fece di questi stati una potenziale selvaggina per altri stati più forti, e in caccia di prede - ovvero, in quel settore, Germania e U.R.S.S. E’ comprensibile dunque che la Germania abbia rivolto a oriente le sue mire espansionistiche, così come è comprensibile che, proseguendo su questa linea di azione, abbia finito per scontrarsi con l’U.R.S.S.

Gran parte della richiesta di liquidità europea si trasferì sulla piazza inglese, patria di una delle due monete elette a garanti dell’equilibrio monetario internazionale. La liquidità inglese però non era all’altezza delle richieste: buona parte dei suoi 150 milioni di sterline di crediti a breve scadenza erano diventati inesigibili, vuoi perché garantiti in linea di principio da merci il cui valore, per effetto della crisi, si era visibilmente ridotto, vuoi perché il 40% di questi crediti erano stati emessi su debitori tedeschi e quindi erano diventati praticamente inesigibili.
Nel solo agosto 1931 circa 200 milioni di sterline lasciarono il paese. Il 21 settembre le autorità inglesi, su consiglio della stessa Banca d’Inghilterra, abbandonarono la parità della sterlina. La Gran Bretagna uscì così ufficialmente dal gold standard (22), segnando la fine di un’epoca. Nel corso dell’anno venne imitata dai paesi scandinavi, dagli stati del Commonwealth e dal Giappone.I paesi dell’America Latina avevano abbandonato la partita già dall’anno prima, gli Stati Uniti lo fecero nel 1933. Fu un provvedimento realistico perché, in quelle condizioni, il gold standard era non solo inutile, ma decisamente dannoso e anzi favoriva,  attraverso le strette relazioni monetarie che legavano tra loro i vari paesi, una diffusione ancor più rapida della depressione (che riusciva comunque a diffondersi benissimo anche da sola, senza aiuti).
Rimase un gruppo di sei paesi (Francia, Svizzera, Olanda, Belgio, Italia e Polonia) che formarono un “blocco dell’oro”, stabilendo di regolare in oro le loro reciproche pendenze, ma di non esportare quell’oro fuori dal blocco (23). Anche questo blocco comunque abbandonò il gold standard  nel 1936.

Per alcuni paesi il commercio internazionale dipendeva in buona parte dall’esportazione di generi alimentari di prima necessità e materie prime: Canada, Malesia Britannica, Egitto, Finlandia, Indie Olandesi (l’attuale Indonesia), Ungheria, Nuova Zelanda, America del Sud e America Centrale... ma anche economie dall’apparenza meno fragile, come quella giapponese che vide calare del 90% le esportazioni di seta grezza e venne danneggiata, come altri paesi dell’estremo oriente, anche dal calo del prezzo del riso.
Molti paesi dell’America Latina erano già da diversi anni in una situazione molto delicata: l’espansione legata alla guerra era finita da tempo, e i prezzi delle materie prime che costituivano l’ossatura delle loro esportazioni erano da anni in caduta libera: il cotone aveva perso un terzo del suo valore dal 1923 al 1929, come il frumento; il caucciù era passato dai 70 cents la libbra del 1925 ai 20 cents del 1919. I prezzi di zucchero e caffè rimasero invece stabili, ma solo perché i governi ne mantennero enormi scorte proprio per non abbassarne il prezzo sul mercato internazionale - come alla fine dovettero comunque fare (24).
Senza più i prestiti americani, questi paesi si ritrovarono con una bilancia dei pagamenti in forte deficit e con valute in caduta libera  sul mercato dei cambi; di conseguenza le loro merci, che stavano già calando di prezzo, calarono ulteriormente.

L’impatto generale della crisi in Europa fu impressionante: i prezzi all’ingrosso e le quotazioni azionarie furono dimezzati (a volte più che dimezzati), il giro commerciale europeo passò dai 58 miliardi di dollari nel 1928 a 20,8 miliardi nel 1935, la disoccupazione aumentò pericolosamente (25), assestandosi su tassi che andavano dal 22% al 32% per toccare l’agghiacciante punta del 44% in Germania.

Altrettanto notevoli furono le conseguenze politiche. Un numero impressionante di governi infatti cambiò in quegli anni. Il primato della rapidità si può senz’altro assegnare all’America Latina, dove tra 1930 e 1931 ben dodici paesi cambiarono governo e regime (dieci di loro attraverso colpi di stato militari), ma anche negli altri continenti ci furono rivolgimenti notevoli - in qualche caso anche verso sinistra, come la sfortunata repubblica spagnola del 1931, oppure la Svezia, che nel 1932 avviò il suo cinquantennale ciclo socialdemocratico. La maggior parte dei nuovi regimi però era decisamente orientata verso destra, sia nell’Europa centro-orientale che in Giappone (più complesso il caso dell’America Latina dove i nuovi regimi avevano connotazioni politiche piuttosto varie).

La ripresa, quando arrivò - in alcuni paesi già dalla fine del 1932. ma senza slanci clamorosi fino alla fine del decennio, quando nei paesi europei si avviò la corsa al riarmo (26), arrivò soprattutto grazie all’azione delle forze economiche e si basò sui mercati interni più che sulle esportazioni. Anche gli interventi governativi, comunque, puntavano molto sulla “difesa” delle produzioni interne e delle proprie monete, con il risultato di limitare gli scambi commerciali.

Uno dei paesi che meglio superò la crisi fu proprio uno di quelli che a causa della depressione aveva maggiormente sofferto: la Germania, che riuscì ad eliminare rapidamente la disoccupazione  conseguendo sostanziosi incrementi di produzione grazie a politiche sociali decisamente particolari.

B - Una cura per la depressione: il modello tedesco.

“Il sistema di produzione, di distribuzione e di consumo messo in piedi dai nazisti non si lascia classificare in nessuna delle abituali categorie di sistemi economici. Non si trattava di capitalismo, di socialismo o di comunismo nel senso tradizionale di questi termini; piuttosto, il sistema nazista fu una combinazione di alcune delle caratteristiche e di un’economia altamente pianificata. Un meccanismo di pianificazione estensivo, tutt’altro che efficientissimo, venne imposto a un’economia che conservava la proprietà privata, in cui la distribuzione del reddito nazionale rimaneva largamente immutata e in cui gli imprenditori privati conservavano alcune delle prerogative e delle responsabilità del capitalismo tradizionale. Inoltre, con controlli estensivi sugli scambi e sui pagamenti, l’economia tedesca giunse ad esercitare una considerevole influenza sulle economie dell’Europa centrale e sud-orientale” (27)

Non c’è dubbio che, nel Terzo Reich, lo stato avesse il controllo su ogni aspetto dell’economia, compresa l’iniziativa privata. Si tratta però di una caratteristica che non era nata insieme al nazismo, ma che in buona misura esisteva già da tempo in Germania; occorre poi tenere conto che, nei momenti di emergenza economica, da sempre lo stato interviene in qualche forma e che la Germania viveva dal 1918 in un continuo stato di emergenza economica e che, infine, il nazismo era salito al potere appunto perché, e in un momento in cui, l’emergenza economica era particolarmente acuta e dunque ci si aspettava che, tra l’altro, prendesse in mano la direzione dell’attività economica del paese.
Diversi dei provvedimenti presi dai precedenti governi repubblicani puntavano in direzione statalista: la crisi  finanziaria aveva indotto il governo tedesco, durante l’emergenza del 1931, ad acquisire una forte partecipazione a molte delle più grosse banche, e ad acquistare direttamente o porre comunque sotto il proprio controllo le imprese manifatturiere più in difficoltà. Massicci interventi poi erano stati fatti per aiutare l’agricoltura e limitare le importazioni. 
Appena saliti al potere i nazisti estesero la politica di intervento statale, avviando un programma di lavori pubblici da sei miliardi di marchi che ampliava di parecchio il modesto programma  avviato nel 1932 dai loro predecessori. Questo ridusse la disoccupazione, incrementò i consumi interni e avviò la ripresa, cosa che a sua volta ridusse ulteriormente la disoccupazione. 
I provvedimenti di epurazione della parte ebraica della popolazione dal mondo della finanza si rivelarono poi molto utili per far cassa; la gamma di interventi era vasta, e colpiva tutta la scala delle possibilità, dal piccolo commerciante al dettaglio al grande banchiere.
La soluzione dei conflitti sociali fu piuttosto drastica: questi non avevano ragione di esistere perché tutti i cittadini, dagli operai agli imprenditori, erano “soldati del lavoro”. Perciò una legge del 20 gennaio 1934 (28) stabilì la creazione nelle aziende di una “Comunità aziendale” mossa dall’unico interesse del benessere della Germania. La mediazione delle varie categorie era affidata a “Fiduciari del Lavoro”, che sorvegliavano le condizioni di lavoro e i salari all’interno delle singole imprese, e ad organismi come la “Corte d’Onore”, che giudicavano imprenditori e lavoratori accusati di aver violato i principi della comunità aziendale. Nel bene e nel male i contrasti all’interno delle aziende si ridussero.
L’appoggio statale ridusse molti dei rischi tradizionalmente connessi all’imprenditoria - pur riducendo anche alcuni dei suoi altrettanto tradizionali margini di libertà: ad esempio venne limitata la distribuzione dei dividendi in contanti e nel contempo fu reso obbligatorio l’investimento degli utili non distribuiti;  furono poi incentivati determinati settori che spingevano in direzione autarchica (benzina sintetica, carburante diesel, fibre artificiali).
A partire dal novembre 1934 investimenti, ricerche e incentivazioni puntarono nella direzione dei preparativi bellici: il grande sviluppo del settore della difesa arrivò solo nel 1937, ma i preparativi non riguardavano naturalmente solo le spese strettamente militari - che pure, negli ultimi anni, aumentarono in modo massiccio, tanto da passare dal 3% del reddito nazionale nel 1933 al 23% del 1939 - ma tutti quei settori che potevano risultare cruciali mentre lo stato era impegnato in una guerra: venne ad esempio curata la produttività dell’agricoltura, e  arginato lo spopolamento delle campagne. 
Ci si occupò anche del rovescio della medaglia, limitando gli investimenti e addirittura gli orari della settimana lavorativa di industrie meno “utili” (ad esempio le fibre tessili naturali, che venivano importate).
I progressi furono notevoli, soprattutto perché amplificavano una tendenza comunque in corso: l’imprenditoria tedesca, nonostante i dissesti e disastri finanziari in cui operava (alquanto faticosamente, viene da pensare) era vitale, coraggiosa e disponibile al cambiamento e all’innovazione. Paradossalmente, le continue inflazioni e svalutazioni della moneta avevano favorito un certo tipo di investimenti: in altri paesi le macchine erano arretrate, gli imprenditori diffidenti, i cambiamenti accolti malvolentieri ad ogni livello, mentre in Germania le innovazioni erano benvenute, e buona parte dei famigerati prestiti internazionali che tanti problemi avevano creato all’economia internazionale erano serviti ad acquistare macchinari assai più avanzati di quelli posseduti dai saggi, prudenti e risparmiosi imprenditori inglesi o francesi (29) . In particolare, la produzione e lavorazione di ferro e acciaio veniva eseguita  con criteri all’avanguardia e dava una produttività assai maggiore di quella di Gran Bretagna, Francia o Belgio.

Un’estensione di questa entità del settore militare non sarebbe stata possibile senza un potere di controllo sulla spesa privata che permettesse il drenaggio dei capitali. Il governo mantenne infatti un forte controllo sugli investimenti privati e regolò la domanda interna di beni di consumo con interventi sui salari, sui prezzi, sulle imposte e con l’accantonamento di risparmio forzoso. 
Sulla base di questo progetto venne organizzata tutta l’economia interna, con imposte più elevate, svalutazione selettiva del marco e regolamentazione di settori dell’economia come i prezzi, i salari, il commercio con l’estero, il cambio della valuta e la gestione dei capitali.
I salari rimasero quindi ad un livello inferiore a quello raggiunto nel 1919; in compenso molte più persone lavoravano.
La regolamentazione sugli scambi commerciali cercò (con un certo successo) di limitare le importazioni non indispensabili, limitandole alle materie prime, e di promuovere le esportazioni (che finirono per dirigersi soprattutto verso i paesi dell’Europa centro-orientale con cui la Germania aveva stretto trattati bilaterali). Questa politica, tra l’altro, spianò la strada alla Germania per il successivo controllo politico dell’Europa orientale.
In termini di ripresa dalla depressione, la ricetta nazista si rivelò senz’altro efficace, pur comportando costi sociali che la maggior parte dei paesi non sarebbe stata disposta a sostenere.


1 Nel 1913, alla vigilia della Grande Guerra, le Americhe gestivano il 22,4% del commercio mondiale, l’Asia il 12,1%, Europa e Russia 58,4%. 
Nel 1920 la quota americana era passata al 32,1%, quella asiatica al 13,4%, la quota  di Europa+URSS era il 49,2%. (Aldcroft D.H., L’economia europea dal 1914 al 2000, Laterza,  Roma-Bari, 2001,  pag. 20).
L’esempio più facile è quello dell’attaccamento al mito del gold standard, che si rivelò abbastanza dannoso. In realtà col senno di poi appare evidente che l’intera economia era  diventata improvvisamente “moderna” e richiedeva strumenti e competenze di cui i governanti all’epoca non disponevano.
Aldcroft D. H., op. cit. , pagg. 29-30.
4 Occorre ricordare che i governanti europei lavoravano in una situazione difficile e venivano da un lungo periodo che non aveva conosciuto inflazione.  Semplicemente, in quelle condizioni gli strumenti che erano stati utili fino a quel momento non servivano più perché la situazione era cambiata.
L’inflazione parve all’inizio un buon sistema per aumentare le entrate senza aumentare direttamente le tasse; altra tattica adoperata fu l’emissione di nuova moneta, o meglio la stampa di carta moneta. E’ noto che quest’ultimo provvedimento funziona solo a tempi brevissimi, perché il mercato istintivamente abbassa il valore della moneta, e questo costringe a sua volta il governo ad emissioni sempre più ingenti di nuova moneta. Passate certe cifre e certe percentuali, il meccanismo tende a sfuggire di mano e ad autoalimentarsi - come successe nel celebrissimo caso dei primi anni della repubblica di Weimar (e non solo) . E’ giusto  però ricordare che la politica della ripetuta stampa di nuova valuta può senz’altro apparire molto sciocca, ma che viene usualmente praticata quando i governi non sanno quali altri pesci pigliare.
5   Espressione a sua volta di una certa debolezza interna dell’economia inglese, che rimase stagnante per tutto il periodo tra le due guerre, mantenendo un tasso di disoccupazione piuttosto alto.
6   E qui si può accennare ai notevoli sacrifici imposti da Mussolini per fissare una parità con la sterlina che poi si rivelò troppo alta.
7   Per un esame approfondito della questione, vedi Eichengreen B., Gabbie d’oro. Il “gold standard e la grande depressione. 1919-1939, Cariplo-Laterza, Roma-Bari, 1994.
8   Ritenuta, in base ad una discutibile clausola del trattato di Versailles, la sola  responsabile della guerra .  Naturalmente, come viene spiegato molto bene in tutti i manuali, c’era la precisa volontà, soprattutto francese, di tarpare quanto più possibile le ali della Germania.
E’ interessante come, proprio a questo riguardo,  J.M. Keynes, all’epoca membro subalterno della delegazione britannica a Versailles, scrisse nel 1920 una delle sue prime opere, The Economic Consequences of the Peace, sull’importanza di permettere all’economia tedesca di affermarsi per il benessere, la pace e la democrazia in Europa.
  Si tratta del piano Dawes, così chiamato dal generale che presiedette la commissione. Il piano entrò in vigore nel settembre 1924.
10   Come verrà spiegato più avanti, nel 1928 il meccanismo saltò perché l’afflusso di capitali americani si interruppe e l’economia tedesca si ridusse alla bancarotta.  Nel 1931 fu lo stesso presidente Hoover a proporre una moratoria di un anno per le riparazioni e i debiti tedeschi, che col passare degli anni divenne permanente. All’epoca la Germania aveva pagato solo una parte delle sue riparazioni - all’incirca un quarto, secondo le stime più ottimistiche.
Fra gli storici è opinione comune che un atteggiamento più elastico verso i pagamenti delle riparazioni (con rate molto più basse per non ostacolare i primi anni della ripresa tedesca, e accettando una parte dei pagamenti in natura invece di limitarsi ai dollari e all’oro) avrebbe evitato probabilmente alla Germania la serie di scossoni economici (con relative conseguenze sociali) che fu una delle principali cause che la portò ad affidarsi a Hitler.
11   E’ stato calcolato che la guerra abbia fatto tornare indietro di otto anni l’incremento europeo della produzione.
12   Hobsbawm E.J. , Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano, 1995, pag. 108.
13   “Tra gli storici è diffuso il passatempo di assegnare geograficamente la colpa della crisi. Il presidente Hoover, ad es., insisteva che l’Europa era responsabile della crisi del 1929. Egli era disposto ad ammettere qualche errore degli Stati Uniti, specialmente per la speculazione in borsa, ma rimproverava il mondo nel suo complesso  per la sovrapproduzione di grano, di gomma, di zucchero, di argento, di zinco e in una certa misura di cotone. Le più grosse responsabilità tuttavia sull’Europa, sui suoi cartelli e sugli “uomini politici europei [che] non avevano avuto il coraggio di affrontare questi problemi.” (Kindleberger C. P.,  Storia delle crisi finanziarie, Laterza, Roma-Bari, 1991, pag. 133). 
D’altra parte, poche righe più sotto, si ricorda di come Friedman e Schwartz vedono gli Stati Uniti responsabili non solo della crisi del 1929, ma, insieme alla Gran Bretagna, anche della caduta dell’attività economica del primo dopoguerra. Più avanti (pp. 153-155) lo stesso Kindleberger si associa in quanti vedono la crisi del 1929 un evento originato da cause esterne agli Stati Uniti. Le cause che indica sono quelle consuete: il pasticcio combinato con i debiti di guerra, i tassi di cambio inadeguati, etc.
14   Erano gli anni d’oro dell’industria. La razionalizzazione delle strutture e delle catene di montaggio portarono a migliorare moltissimo la produttività. Anzi, a quel che sembra la migliorarono troppo per le capacità di assorbimento del mercato.
15   Le banche statunitensi erano generalmente piuttosto piccole, a carattere locale o, al massimo, limitate ad uno stato.  Questo le rese particolarmente vulnerabili.
16  Kindleberger C.P.,  op. cit. ,  pagg.22-23.
17   Così chiamato da quel gioco dove si dispongono interminabili piste di piastrelle sistemate di taglio in fila, a brevissima distanza l’una dall’altra. Una volta preparate le piste, basta dare un colpetto alla prima piastrella per far “sedere” l’intera pista, per quanto lunga.
Proprio una partita a domino si trova nell’illustrazione di copertina dell’ “Effetto valanga” di Mack Reynolds, pubblicato da Mondadori nella collana Urania nel  1973.
Il romanzo breve amplia (senza  grandi miglioramenti, in verità) un eccellente racconto del 1952, Depression or Bust  (che nella traduzione italiana ha mantenuto il titolo Effetto valanga ) dove vengono ripercorse le tappe della crisi del 1929 ambientandola in un’America del futuro: una coppia di coniugi si accorge, facendo un po’ di conti, che è più prudente per il bilancio di casa non acquistare il nuovo modello di frigorifero, e così facendo innesca un processo che porterà alla chiusura del magazzino dove acquistano gli elettrodomestici, poi della ditta che li  produce, poi delle due aziende presso le quali lavorano. In breve una spaventosa recessione attraversa gli Stati Uniti, finché un giorno, nelle alte sfere, decidono di ripercorrere all’indietro passo passo il meccanismo che ha innescato la crisi. Un rappresentante di Washington raggiunge la coppia (ormai in miseria) con un po’ dei pochi dollari rimasti in circolazione e chiede loro di comprare, infine, quel maledetto frigorifero. Lo stratagemma funziona e la coppia, con il nuovo acquisto, innesca stavolta un circolo virtuoso che riporterà prosperità e benessere nell’intera nazione - ma sia i lettori che i protagonisti non possono fare a meno di accorgersi che il meccanismo che regola tutta la faccenda sembra veramente molto fragile.
Il racconto, che passa di poco la ventina di pagine, può costituire un’eccellente lettura di appoggio per la classe.
18   Anche su questo ogni antologia fornisce la sua galleria di foto e di aneddoti. Inutile dunque insisterci più di tanto.
19   La contrazione dei prestiti creò grossi problemi anche ad altri paesi, che ne dipendevano per il pareggio della bilancia dei pagamenti: Ungheria, Polonia, Jugoslavia, Finlandia, Italia.
20 E' sufficiente qui ricordare  il crack del Credit Anstalt austriaco, che deteneva i due terzi dei depositi bancari di tutto il paese e che portò l'Austria alla bancarotta.  Sorte analoga toccò alla Germania (Landes S.S., op. cit., pagg. 489-96).

21   Si potrà qui accennare un parallelo con la desolante situazione di molti paesi africani dove inflazione, deflazione, prestiti internazionali, riforme agricole, impiego di nuove tecniche agricole etc. sembrano inevitabilmente sortire l’unico effetto di peggiorare la situazione.
22   Va qui ricordato che, anche se quasi tutte le aziende di credito inglesi soffrirono grossi danni, nessuna banca di una qualche importanza dovette chiudere, nemmeno in via temporanea. Naturalmente la loro esposizione e la loro politica erano state molto diverse da quelle delle banche tedesche.
23   Occorre ricordare che la Francia aveva enormi riserve auree, ma queste non le furono di grande aiuto contro gli effetti della crisi, che subì anzi in modo più pesante di altri paesi europei (è da notare, tra l’altro, che una moneta addirittura in deflazione come il franco era  fortemente penalizzata per le esportazioni, nonostante gli sforzi degli industriali francesi che abbassavano i prezzi delle merci vendute all’estero).
La svalutazione della sterlina ebbe invece l’effetto opposto, e l’Inghilterra fu tra i paesi europei meno provati dalla crisi degli anni 1929-1933. Tuttavia occorre aggiungere che partiva anche da una base più bassa di molti paesi, perché la sua economia stagnava da diversi anni.
24    Landes D.S., Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche  e sviluppo industriale nell’Europa Occidentale dal 1750 ai giorni nostri, Einaudi, Torino, 1978, pagg. 479-480.
E’ nota l’eroica lotta del governo brasiliano per non far scendere il prezzo del caffè e salvaguardare così il reddito dei coltivatori, che si spinse fino a usare il caffè  delle scorte invendute come combustibile per le caldaie dei treni al posto del carbone (questo particolare non manca mai di suscitare un certo scalpore tra gli allievi).  Ad ogni modo nel 1929 la partita fu abbandonata, e il prezzo del caffè crollò  da 180 a 98 franchi al quintale.
25   Si parla di 15 milioni di disoccupati nella fase peggiore, ma è probabile che si tratti di un dato molto inferiore alla realtà. Basta pensare che in Germania, in un solo anno, chiusero oltre 17.000 imprese.
26   Fu, in effetti, la seconda guerra mondiale la vera cura per la crisi economica: più del New Deal e di tutti gli interventi statali
27   Aldcroft D.H., op. cit., pag.  117.
28   “Gesetz zur Ordnung der Nationalen Arbeit”.
29   Cfr. Landes D.S., op.cit., pagg. 570-633.



BIBLIOGRAFIA

Aldcroft D.H., L’economia europea dal 1914 al 2000, Laterza,  Roma-Bari, 2001 (pagg.7-134).
Eichengreen B., Gabbie d’oro. Il “gold standard” e la grande depressione. 1919-1939, Cariplo-Laterza, Roma-Bari, 1994.
Hobsbawm E.J. Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano, 1995.
Kindleberger C.P.,  Storia delle crisi finanziarie, Laterza, Roma-Bari, 1991.
Landes D.S., Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche  e sviluppo industriale nell’Europa Occidentale dal 1750 ai giorni nostri, Einaudi, Torino, 1978 (pagg. 468-639).

giovedì 29 gennaio 2015

Consiglio di Classe col botto

(non lo sapevo, ma il Muro del Suono ha una sua apparenza fisica)

Prescrutini paciosi per la Prima Effervescente.
"Come vanno le programmazioni?".
"Tutto bene".
"E come funziona la classe?". 
"Funziona bene, a parte la Poverella".
"Eh, ma la Poverella, si sa".
"Vabbe', allora passiamo alle proposte per il voto di condotta".
"Massì, passiamo alle proposte del voto di condotta".
E stavamo appunto paciosamente questionando se a Ermengarda andava messo otto o nove (per la cronaca, stava prevalendo il nove).
Poi un tremito, un forte tremito. Le finestre si scuotono bruscamente. I vetri sembrano voler schizzare verso l'alto. E un boato. Forte.
"Il terremoto?!?"
"Accidenti che scossa!"
"Scappiamo?"
"SCAPPIAMO!".

Otto anguille guizzano a tutta velocità fuori dalla scuola. Il tragitto è molto breve, ma lo compiamo davvero a tempo di primato.
Fuori però non trema niente, tranne Inglese che ha lasciato dentro la giacca.
La Custode, che è scappata perfino più in fretta di noi, ha già raccolto informazioni.
"Prof, sembra un esplosione, più che un terremoto".
L'unica esplosione che ho sentito in vita mia è stata quella della notte dei Georgofili, nel 1993, ma era molto diversa. Comunque per me esplosione = attentato, e un attentato a St. Mary Mead mi suona abbastanza improbabile.
"Sarà stata la caldaia?" suggerisce Fisica guardando con sospetto il fumo bianco-grigio che esce dal comignolo della scuola.
"Mah, non si direbbe".
"Veniva da giù" osserva la Custode "Dove c'è la ferrovia".
Le fa eco un treno che, poco più sotto, si snoda tranquillo.
La Palmina armeggia col cellulare. Da qualche tempo controlla spesso le scosse di terremoto, perché giura di sentirne moltissime anche se leggere (dopo le scosse di Dicembre tutti abbiamo imparato che esistono siti internet che segnalano tutte le scosse di tutta Italia).
"Qui non dice niente" assicura "Segnala solo una piccola scossa stamani, ma da tutt'altra parte".
Qualcuno chiama qualcun altro che lavora in non so quale ufficio per la sicurezza: siamo a St. Mary Mead, dove tutti hanno cognati o amici carissimi che lavorano proprio lì, dovunque sia il che ti serve.
Dall'alto vediamo i bambini delle elementari, prontamente fatti uscire, che scorazzano giocosi. Più che un terremoto o un attentato sembra un idillio, di quelli di Teocrito.
"Se ci dicessero che non è un terremoto io rientrerei a fare i Consigli" osserva Inglese leggermente livida per il freddo "Tanto, se non li facciamo oggi ci tocca farli in un altro giorno".
"Vai a prendere la giacca, intanto, altrimenti non farai più nessun Consiglio!".
Inglese prova a seguire il suggerimento ma si ferma ben prima della soglia "Non ce la faccio" confessa.
Qualcuno va a prenderle la giacca e ne approfitta anche per recuperare due cellulari e una borsa.
Infine Tecnologia smette di parlare al telefono. 
"All'Ufficio dicono che non è stato né un terremoto né un esplosione, ma un aereo che ha rotto il muro del suono*".
"Un CHE?".
"Un aereo che ha rotto il muro del suono".
Ci guardiamo straniti.
"Si, sembra che faccia proprio così quando un aereo rompe il muro del suono".
"Beh, questo non ha rotto soltanto il muro del suono" stabilisce Inglese irritata.
Tutti ne conveniamo.

Per farla breve rientriamo, un po' infreddoliti, e proponiamo rapidamente voti di condotta per tutti. Inizia poi il Consiglio successivo, mentre scrivo un rapido verbale: "Intorno alle ore 15.30 la seduta è bruscamente interrotta per una violenta scossa dovuta a un aereo che ha rotto il muro del suono. La seduta è ripresa dopo un quarto d'ora".
Sono sempre molto precisa, quando scrivo i verbali.

*L'aereo, o forse gli aerei, stavano inseguendo un aereo sospetto che sembra essersi poi rivelato per niente sospetto. Una piccola ricerca mi ha permesso di scoprire che negli anni 40 del secolo scorso la rottura del muro del suono da parte di un aereo era evento relativamente comune, mentre poi è andato scomparendo. Questo spiega anche perché nessuno di noi lo ha minimamente riconosciuto.

venerdì 23 gennaio 2015

Maus - Art Spiegelman


Il romanzo (a fumetti) che presento per questo Venerdì del Libro è un grande classico, praticamente un totem, carico di tutti i premi e le onoreficenze che un libro può raccogliere. Giustamente, perché è molto bello, oltre che molto angosciante.

E' una storia di topi, gatti, cani e altri animali. I gatti, ahimé, sono i nazisti - e non sono certo i gatti più simpatici della storia del fumetto; e immagino sia inutile spiegare chi sono i topi, visto che la parte centrale della storia si svolge negli anni 30 e 40.
Si tratta di un romanzo che è autobiografico, storico, di formazione, di contrasto generazionale e pure esistenziale, il tutto in meno di 300 tavole - un vero affare per chi lo compra, perché si porta a casa un libro dove c'è sempre qualcosa di nuovo da trovare per quante volte sia stato letto e riletto, e che può accompagnarti in tante diverse stagioni della vita. Ora che ci penso la parte autobiografica è addirittura doppia, perché riguarda la vita sia del padre che del figlio: il padre narra la sua vita fino alla fine della guerra, il figlio racconta il suo rapporto col padre - che segna con molta forza la sua vita.

Ed eccolo qui, il figlio, genialmente ritratto nella quarta di copertina:
tutto carino e azzimato, la lunga coda che schiocca elegantemente nell'aria, mentre ascolta con gli occhi sgranati e le orecchie bel dritte i racconti del padre. Un padre, Vladek, che sanguina storia, come ci ricorda il titolo della prima parte.

Si comincia in Polonia, quando il padre era il giovane e fascinoso rampollo di una ricca famiglia, rincorso e conteso da tutte le topoline del suo ricco ambiente, che facevano follie per lui. Arriva poi l'amore vero, quello di una vita: sarà Anja, topolina di famiglia ancor più ricca della sua ma con una certa tendenza alla depressione che certo non le sarà di aiuto negli anni a venire. Il loro matrimonio è felice, le casse di casa ben piene - grazie anche alle vaste proprietà della fortunata coppia, il loro amore profondo e sincero...
E arriva la guerra, che per la Polonia non andò affatto bene; e arrivano le persecuzioni dei nazisti occupanti, insieme a una paura onnipresente, a difficoltà di tutti i tipi, alle fughe continue e non sempre riuscite. Il ricco patrimonio se ne va giorno per giorno per sopravvivere, ma alla fine arriva anche la deportazione: il viaggio sui treni della morte, il freddo, la fame e la fatica ad Auschwitz, le umiliazioni, la perdita dell'identità, l'infinita angoscia:
Nonostante tutto i due ce la faranno e, dopo la fine della guerra, abbandoneranno l'ingrata Europa per emigrare negli Stati Uniti - dove il colto e raffinato Vladek non imparerà mai la lingua a perfezione, e infatti il suo racconto al figlio sarà in un inglese corretto ma "da straniero".

Ma non è una storia a lieto fine: non può esserci un vero lieto fine per chi ha passato un esperienza di quel tipo: i fantasmi degli anni neri della guerra e soprattutto dei campi di sterminio continuano a perseguitare non solo i pochi sopravvissuti, ma anche i loro figli: restano la diffidenza, gli incubi, la paura - ricordi e paura con cui si continua a fare i conti per tutta la vita, e che spesso dalla vita ti allontanano. Alla fine della narrazione Art-topo rimane con molti interrogativi e una maggior consapevolezza del carico che si è portato addosso tutta la vita e che i genitori gli hanno involontariamente trasmesso - qualcosa che nemmeno la sua compagna, la simpatica e comprensiva topolina Françoise, riesce a capire davvero, nonostante la forza del suo legame con Art.

Visto che è un fumetto, dovrei parlare dei disegni; peccato però che di disegno io non capisca nulla. Perciò mi limiterò a dire che trovo sbalorditiva la quantità di cose che Spiegelman riesca a raccontare attraverso l'uso del bianco, del nero e dell'infinità di sfumature di grigio che adopera; e che la sceneggiatura è superlativa:


Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, con la speranza di un mondo migliore per i nostri figli.

lunedì 19 gennaio 2015

Vibratori e senatori a vita: un insolita accoppiata

Char Aznable è un pilota tre volte più veloce degli altri; è ragionevole quindi presumere che un vibratore da lui sponsorizzato vibri tre volte più degli altri 

Con le dimissioni di Napolitano ho colto l'occasione per avviare le lezioni sulle istituzioni italiane. 
"Il Senato è composto da 315 senatori, che devono avere almeno 40 anni, più un gruppo di senatori a vita. Ogni presidente della repubblica ne può nominare fino a cinque, scegliendoli tra le personalità che hanno dato lustro all'Italia".
"Cioè?" chiede il Noce.
"Per esempio premi Nobel, oppure direttori d'orchestra di chiara fama, artisti, scienziati,  politici... anche grandi personalità dell'industria, per esempio..."
"Cioè se uno produce vibratori può diventare senatore a vita?" salta su Wasp.
Resto interdetta. Ma da qualche tempo Wasp ha una specie di fissazione per i vibratori e li tira in ballo nelle circostanze più strane (del resto, non so immaginare una circostanza pertinente per parlare di vibratori in una classe delle medie, salvo le lezioni di Educazione all'Affettività).
"Ma... veramente... non sono prodotti che muovano grosse quote nel prodotto interno...".
"Mettiamo che io faccio vibratori e ne vendo una quantità enorme, in tutto il mondo".
Rifletto. "Nel mondo ci sono circa quattro miliardi di potenziale utenza per i vibratori... sì, in teoria sarebbe possibile ma...".
"Ma insomma, io vendo vibratori e preservativi e divento senatore a vita? Bella roba!".
Sono sempre più sconcertata "Ma, scusa, cosa c'è di male a vendere vibratori e preservativi? I vibratori apportano piacere, i preservativi salvaguardano la salute... a parte che di solito non li fa la stessa ditta...". Almeno credo. Al massimo, li venderà lo stesso negozio.
"Ma non va bene!" grida Wasp indignato. 
Guardandolo, chiunque sarebbe portato a credere che i vibratori li abbia tirati in ballo io, auspicando la nomina a senatori a vita per i loro produttori.
"Perché no? Uno dei nostri senatori a vita produceva automobili, che inquinano e possono causare gravi incidenti...".
Wasp vibra di indignazione all'idea di questo fantomatico senatore a vita che ha risollevato le sorti dell'economia italiana vendendo vibratori (e preservativi) in tutto il mondo, nemmeno costui fosse stato nominato senatore a vita ieri mattina. La classe lo guarda piuttosto stranita.
"Vi ricordo che una buona parte del nostro prodotto interno viene dalle fabbriche di armi, le quali armi vengono vendute a tutti i paesi in guerra i quali si indebitano gravemente per pagarle e trascurano i raccolti perché sono troppo impegnati a picchiarsi e così la gente muore di fame. Ti sembra un modo più rispettabile per guadagnarsi da vivere?".
"Sì, ma i vibratori...".
Il Noce prova a spiegargli "Le armi uccidono e feriscono, con i vibratori invece la gente è contenta"; ma Wasp non è convinto e continua a protestare contro l'improbabile magnate diventato senatore a vita grazie al monopolio internazionale sui vibratori.
Decido di riprendere in mano la situazione "Inoltre tutti gli ex-Presidenti della Repubblica diventano senatori a vita...".
La classe accetta di buon grado il cambio di argomento, e il Noce dà una gomitata a Wasp perché ricominci a scrivere.

In questo periodo Wasp è ancora più strano del solito. E non è l'unico, là dentro.
(Tra l'altro non so nemmeno se esistono ditte italiane che producono vibratori).

sabato 17 gennaio 2015

Attila va in vacanza (il racconto del mese di Ottobre)

Ritratti di Attila non ce ne sono rimasti - ma niente ci impedisce di pensarlo come un giovine prestante

Una mattina la prof. Quadrella (Funzione Strumentale Inserimento) mi annunciò che presto avrei avuto un nuovo alunno per la Terza Casinista, fresco fresco dalle pianure dell'Europa dell'Est: "Appena arrivato, e non sa una parola di italiano".
"Glielo insegneranno i compagni" dissi fiduciosa "E poi farà il corso di alfabetizzazione, no?"
"No, perché a causa dei tagli eccetera eccetera adesso gli spettano solo dieci ore di alfabetizzazione, e cinque con il mediatore culturale".
Sgranai gli occhioni.
"Cos'è, uno scherzo? Non è possibile alfabetizzare nessuno con dieci ore!".
"Sembra che potrai chiedere i soldi del Fondo di Istituto, presentando un progetto".
Entusiasmante, considerato quanto la DS piangesse miseria ormai da mesi.
In cuor mio ero terrorizzata: non avevo (e tuttora non ho) la minima idea di come si fa ad alfabetizzare qualcuno.
"Immagino che anche i suoi genitori non conoscano l'italiano..." azzardai.
"Abita con gli zii, che lo parlano benissimo. I suoi genitori sono rimasti a casa".
Tutto ciò era abbastanza insolito: per quel che ne sapevo di solito i genitori stranieri arrivano per primi, poi mandano a chiamare i figli quando si sono sistemati. Oppure arrivano tutti insieme, genitori e figli. Il figlio mandato in avanscoperta mi giungeva nuovo.
"Dice che in genitori hanno un ristorante, che non va molto bene.  Così l'hanno mandato qui a studiare" spiegò la Quadrella con la sua migliore aria da "Non me la contano giusta neanche un po' ."

La storia era abbastanza insolita - ma del resto tutto quel che riguardava Attila è sempre stato abbastanza insolito. Alle prove di matematica e inglese, richiesto dal mediatore sul perché fosse venuto in Italia, era seguito una pausa di silenzio e poi un discorso molto vago sulle maggiori opportunità che offriva l'Italia. Peraltro sembrava sapere poco inglese e pochissima matematica - che nemmeno gli piaceva.
Come contava di coglierle, le grandiose opportunità offerte dall'italica economia, viaggiando raso sulla sufficienza o anche sotto?

Passarono i giorni.
"Ma Attila quando arriva?".
"Quando lo iscrivono. Dice che aspettano i documenti da casa".

I documenti arrivarono a dorso di tartaruga, con calma. Nel frattempo cercai una grammatica elementare per stranieri e avvisai la Terza Casinista della novità.
La classe entrò in fibrillazione, e già prima non è che scherzasse. Decisi di cercare di cavare il meglio dalle circostanze, quali che fossero, e visto che Blackie supplicava per avere vicino il nuovo arrivato la accontentai disponendo i posti in maniera che Attila avesse vicino il Calciatore, che un po' conosceva la sua lingua parlandone una simile, Wasp, che parla inglese assai bene e il maggior numero possibile di belle fanciulle. Credo molto nell'apprendimento tra pari (o peer education, come si dice tra persone fini e colte). 
Poi aspettai, tremando in cuor mio ma ostentando grande ottimismo con i colleghi, seguendo l'adagio "chi schivare non può la propria noia, l'accetti di buon grado".
Tentai anche di convincermi che un nuovo elemento in quella classe sarebbe stato prezioso, per rompere l'incantesimo negativo in cui era bloccata. Con scarsa convinzione, ma tentai.

Infine una mattina Attila arrivò. Era un bel ragazzo, alto e assai ben fatto, con bellissimi occhi azzurri, sorriso sarcastico e gran copia di tatuaggi ben visibili grazie alla canottiera attillata che indossava. Piuttosto borchiato, anche. Gli feci un cortese discorsetto di benvenuto in inglese, esortandolo a rivolgersi con fiducia a me come a qualsiasi altro insegnante e ai suoi compagni per qualsiasi necessità, e lui mi rispose con qualche vago monosillabo e nemmeno l'ombra di un sorriso; poi attaccai la lezione. 
La classe era già notevolmente incasinata, ma con l'arrivo di Attila perse completamente la bussola: le ragazze gli ronzavano intorno come api all'alveare, i ragazzi (tranne Wasp e il Calciatore) si struggevano nella più nera gelosia e insomma portare avanti il programma si rivelò una vera impresa. 
Dal canto suo Attila sembrava singolarmente disinteressato a tutto - tranne alle ragazze che lo corteggiavano. Al primo intervallo scese al piano di sotto senza chiedere alcuna autorizzazione (poverino, non lo sapeva che doveva chiedere il permesso per scendere) e cercò di uscire per andare al bar (poverino, non sapeva che in Italia non puoi uscire da scuola durante le lezioni). Le custodi lo fermarono appena in tempo. Scoprimmo così che non aveva colazione ma solo i soldi per comprarla. A quel punto estrasse il cellulare e chiamò la zia che gli portasse del cibo (poverino, non sapeva che a scuola non si può usare il cellulare).
Una volta nutrito, chiese a Wasp se si poteva fumare in classe. Lì cominciai a dubitare della sua buona fede: eccheccazzo, nessuno in classe ha tirato fuori una singola sigaretta, nessuno sta fumando in corridoio, non c'è in giro l'ombra di un portacenere; come fai a pensare che si possa fumare in classe, per quanto straniero e perciò sprovveduto?

Al terzo giorno la classe era sull'orlo della fusione atomica, mentre noi insegnanti navigavamo nella più totale perplessità: Attila non faceva gli esercizi di matematica assegnati, non filava né tanto né poco la professoressa di inglese, girava per la classe durante la lezione di scienze offrendo in giro patatine e, ragazze a parte, sembrava sommamente scocciato di essere lì. Quel giorno, comprensibilmente, arrivò il primo rapporto, e non lo incassò di buon grado.
Gli zii ci spiegarono che anche a casa si comportava malissimo, e che voleva assolutamente tornare nel suo paese. In cuor mio disapprovai, pensando che le belle ragazze della Terza Casinista avrebbero meritato ben altro entusiasmo da parte sua, ma mi limitai a esternare la domanda che ci stavamo facendo tutti: se non voleva stare in Italia, perché mai era venuto qui?
A questo gli zii non diedero risposta rifugiandosi in un discorso dei più vaghi. Ma perfino il mio assoluto candore era ormai venato dal fiero sospetto che dal suo paese natale lui fosse scappato, né più né meno, in quanto coinvolto in qualche pasticcio assai poco commendevole.
Lo zio comunque assicurò che di Attila ne avevano entrambi fin sopra i capelli, e se non si fosse dato al più presto una regolata lo avrebbero rimandato là donde era venuto.

Dopo un paio di giorni di malattia Attila rientrò a scuola, ancor meno desideroso di prima di inserirsi nell'italico sistema di istruzione. Trattava le ragazze con blanda superiorità e i ragazzi con aperto menefreghismo, e non parliamo degli insegnanti; non mostrava alcun interesse per la lingua italiana e non parliamo della matematica e a metà della seconda settimana si addormentò platealmente per più di un ora, lasciandomi interdetta perché mai avrei creduto possibile dormire in mezzo alla bolgia che era ormai diventata la Terza Casinista, nemmeno per un povero ragazzino cinese stremato dal turno di notte. 
Lui invece dormì per più di un ora, si svegliò di malumore lamentando un forte mal di testa e andò prima a misurarsi la febbre e poi a telefonare alla zia, che venne a prenderlo. Il giorno dopo era assente.

Mancò anche nei giorni seguenti. Chiesi ai ragazzi se ne avevano notizie ma assicurarono che no, anche se avevano provato a chiamarlo. Infine la segreteria della scuola ci avvisò che si era disiscritto ed era tornato nel suo paese. Senza mandare a dire nemmeno "Crepa!" alla  sua ex-classe.
Lo trovai piuttosto scortese da parte sua - ma, in effetti, sin dall'inizio era stato piuttosto scortese con tutti noi.

Da allora non ne abbiamo più saputo niente. E, naturalmente, nessuno ci ha spiegato né perché era venuto né, tanto meno, perché se n'era andato o cosa ne sia stato di lui.
Resterà uno dei misteri irrisolti di St. Mary Mead (forse).
La Terza, comunque, continua ad essere Casinista.

mercoledì 14 gennaio 2015

L'Arte del Rinvio (sulla correzione dei compiti, ma non solo)


Sono stata una scolara assai ritardataria (e forse pure ritardata, ma questa è un altra storia): studiavo in modo irregolare, facevo le tirate per recuperare - e non sempre ci riuscivo - ma là dove veramente la mia ritardarietà brillava nel suo massimo splendore era con i compiti a casa, perennemente rimandati, perennemente fatti all'ultimo momento (e qualche volta proprio non fatti) ma mai dimenticati: l'ottima memoria che mi è arrivata in dote col corredo cromosomico materno assai raramente mi ha permesso di dimenticare qualcosa che avevo da fare; anzi tal ricordo mi seguiva e perseguitava onde permettermi di cullarmi voluttuosamente nei più assurdi sensi di colpa e avvelenarmi sottilmente le più pure e belle gioie dell'esistenza. 
Di fatto, sotto quell'aspetto, ero e sono sempre stata talmente ridicola che  già in seconda media avevo completamente smesso di prendermi sul serio e mi guardavo dall'esterno con un misto di compatimento e di autoindulgenza in cui si mescolava una certa dose di schifo; e d'altra parte quello di fare le cose all'ultimo momento è un tratto che fa talmente parte di me e della mia natura che ho dovuto forzatamente imparare a farlo convivere con un esistenza apparentemente normale - più che un difetto ho finito per considerarlo alla stregua di un handicap, come l'eccessiva vulnerabilità ai raffreddori o il mal d'auto - tutti ne abbiamo qualcuno, si sa.

Questo mi consente una certa dose di comprensione per chi occasionalmente non fa i compiti, mi aiuta a immedesimarmi in loro e occasionalmente facilita un tocco di indulgenza: io so che a volte proprio non si ha voglia di fare gli esercizi o di studiare e giustifico senza difficoltà qualche occasionale defaillance (purché mi venga detta prima dell'inizio della lezione) e accetto un rinvio nella consegna dei compiti scritti per casa: ed è anche a causa di questo mio specifico tratto caratteriale che non do mai compiti per i ponti, le settimane bianche o le gite con la famiglia e le vacanze di Natale e Pasqua - il che accresce notevolmente la mia popolarità essendo in questo una mosca bianca nella mia scuola.

Una volta passata dall'altra parte della barricata, il fatto di essere diversamente solerte si è in parte risvegliato: molte sono le lezioni che ho preparato dopo cena, e non sempre perché inderogabili impedimenti mi avevano ostacolato durante il pomeriggio - ma in fondo le lezioni preparate la sera tardi sono più facili da ricordare la mattina dopo, almeno per me.
Tuttavia con la correzione dei compiti scritti sono abbastanza brava: quasi sempre li riporto nell'arco di una settimana, talvolta anche il giorno dopo. 
Ecco, ho scritto quasi sempre.

Ma andiamo per ordine.
Da sempre ho l'abitudine di correggere qualsiasi cosa esca dalla penna delle mie classi in ambito letterar-storico-geografico - talvolta perfino i bigliettini che occasionalmente sequestro, i compiti scritti male sui diari e le frasi con cui decorano le cartelline di tecnica. Solo un barlume della più elementare discrezione mi impedisce di correggere anche quel che scrivono su Facebook (anche se quando scrivono direttamente a me cercano di stare attenti). Quasi ogni settimana gran copia di carte e cartacce transita sulla mia scrivania per poi tornare rapidamente a scuola.
Siccome la regola generale è "più scrivi e meglio scrivi", ne consegue che "più correggo, e più velocemente posso correggere, perché da correggere non c'è poi granché". 
Tuttavia, essendo io una sola persona e avendo la giornata solo ventiquattro ore, basta un piccolo intralcio (un raffreddore, una settimana con tre riunioni, un inciampo nella vita privata) perché le carte da correggere si accumulino a velocità esponenziale sommergendomi senza speranza. Il tutto si rimedia infine con qualche tirata notturna che mi vede approdare a scuola con ricche occhiaie ma la borsa piena di piccoli pacchetti di compiti più una colossale batteria di esercizi aggiuntivi di ortografia da fare per loro e da correggere per me (ma niente è più facile e veloce da correggere degli esercizi di ortografia, quindi li assegno senza esitazione), oltre a una lezione ben strutturata per gli errori più ricorrenti - anche se poi di solito, in quelle mattine, salta fuori un contrattempo per cui non ho tempo né modo di fare niente, ma questi son dettagli: prima o poi il momento arriva e gli esercizi verranno assegnati - e naturalmente anche corretti.

Poi ci sono strani e misteriosi compiti che, per strani e misteriosi motivi, rimando sempre di correggere: oggi non ci ho voglia, oggi voglio finire quel romanzo, oggi sono scossa emotivamente per quel che è successo ai miei amici, oppure decido di occuparmi di qualche grana che aspetta con pazienza da intere settimane di essere considerata, stasera devo addestrare il mio circo di pulci a fare il salto carpiato, domani pomeriggio voglio andare a fare una passeggiata con giro di shopping incluso, stasera trasmettono il Falstaff alla radio, che l'ho sentito solo 350 volte di cui almeno venti diretta da quel direttore, domani devo preparare con cura la lezione sugli oceani che devo spiegargli tra dieci giorni...
I Poveri Compiti Abbandonati stazionano sul tavolo a settimane intere, coprendosi lentamente di polvere, sorpassati dall'ennnesima batteria di frasi sul complemento di argomento o dai testi in cui i ragazzi mi raccontano di quando hanno incontrato un drago.
Ma nel mio inconscio non dimentico (e nel mio conscio nemmeno): quei compiti mi guardano, inseguendomi per tutta la casa, tampinandomi anche quando sono fuori, infelicitandomi i dormiveglia. E ogni mattina, quando entro in classe, con sadico accanimento nascosto sotto la più pura specie di innocenza, la classe chiede compatta "Prof, ci ha riportato i compiti?".
"Ehm, sì, avete fatto dei buoni dettati".
"No, prof, i compiti: quelli di due settimane fa".
Farfuglio una frase di scuse, invocando un impegno imprevisto non meglio definito. Vivaddio, un barlume di dignità mi ha sempre impedito di rispondergli male ricordandogli quel che loro non hanno fatto o studiato: in me il senso di colpa rimane senso di colpa, senza tentativi di rivoltare la frittata.

E viene infine il giorno in cui qualcosa dentro di me stabilisce che è stato ormai varcato il confine della più elementare decenza e alfine mi siedo a quel tavolo ignorando amici in crisi, balocchi e profumi in offerta speciale, la discussione in corso in rete sulla statua d'oro del secondo film dello Hobbit e i nuovi libri freschi di biblioteca - insomma compio il Grande Passo e prendo in mano quei poveri compiti tanto trascurati.
E scopro, già dal secondo, qual è stato il problema.
Fanno schifo.
Sono fatti in maniera orripilante.
Farebbero vomitare una pantegana durante l'assedio della Rochelle.
Inorridirebbero Sauron in persona (beh, persona...).
(E io, come potevo saperlo se i compiti non li avevo ancora guardati? Ma forse, distrattamente e in modo inconscio, qualcosa avevo in realtà guardato?)
Ogni tanto succede, anche alle classi più integerrime. Chi sta in cattedra si è spiegato male, oppure c'era una congiuntura lunare sfavorevole, o il compito era oggettivamente stato impostato male o quel giorno tutti quanti han deciso di lavorare coi piedi... ma insomma, anche i migliori della classe hanno clamorosamente toppato e di tutto il pacco non si salva niente. O quasi niente, che è ancora peggio perché non puoi nemmeno annullare il tutto.

Un po' schifata correggo (niente di minuzioso: gran sfoggio di crocioni e punti esclamativi, note a lato "NON ERA QUESTO che chiedeva la traccia" e simili). Via via che correggo affiora spontaneamente lo schema del compito che andrà fatto per rimediare a quello, nonché la dettagliatissima scaletta della spazzolata che la classe tutta prenderà per avere lavorato così male.

Regolarmente, terminato e impacchettato il lavoro, mi chiedo come mai nelle ultime settimane mi sono complicata tanto la vita.
E può darsi che in tutto ciò ci sia per me una lezione per me, ma è troppo profonda per le mie deboli forze.

venerdì 9 gennaio 2015

L'oca selvatica - Mori Ogai


Il romanzo giapponese ha una sua tradizione millenaria ma è molto differente da quello occidentale. Per noi comuni mortali europei addentrarcisi ha sempre il sapore di un avventura: c'è tutto quello che siamo abituati a trovare in un romanzo, ma disposto con altra maniera e raccontato con angolature e ritmi diversi. 

Qui, per esempio: l'oca selvatica che dà il titolo compare nelle ultime dieci pagine; forse è altamente simbolica e forse solo strutturale alla narrazione. Quanto ai protagonisti... già, quali  sono i protagonisti?

Abbiamo un narratore, che ricostruisce la vicenda in base a racconti che gli sono stati fatti in epoche diverse oltre ad avere una sua piccola ma consistente parte nella trama.
Poi un giovane studente, bello e simpatico, che compare e scompare dalla narrazione. 
E la protagonista: una cara ragazza che entra in scena molto timidamente e all'inizio viene descritta attraverso la sua casa vista dall'esterno: siamo informatissimi sulle finestre di casa sua, e una in particolare potremmo anche provare a disegnarla con una certa probabilità di successo.
Più avanti impariamo a conoscerla meglio (la ragazza, non la finestra) e le sue vicende sono avvincenti e riccamente narrate. Conosciamo anche le persone che ha intorno e il complesso gioco per cui queste persone la portano a determinate scelte, e come queste scelte a loro volta la portino a cambiare i suoi rapporti con queste persone - insomma quel tessuto di azioni e reazioni che forma la trama della vita per tutti noi.
E' un bel romanzo, narrato bene. A modo suo è anche un avvincente storia d'amore.   
Sono stata molto contenta di leggerlo e di seguire il percorso dei vari personaggi. Me lo  sono gustato con grande piacere e soddisfazione.  
Ma non mi azzardo a raccontare la trama - non solo perché mi sembra che ogni lettore abbia diritto a scoprirla da solo, ma anche perché la trama qui è più importante che in un romanzo de noantri e nello stesso tempo non conta poi molto e a ben guardare di trame ce n'è più di una - dipende da come decidi di leggerlo.

Comunque sia: abbiamo dei bei personaggi e una bella storia (a tratti un po' evanescente); il tutto ambientato nel Giappone di inizio Novecento, che è sempre un periodo interessante.

Non prende molto tempo: si potrebbe leggere in un mezzo pomeriggio o una serata, ma secondo me è meglio dividerlo in tre-quattro giorni, perché si riesce meglio ad assorbirlo.
E l'autore è proprio bravo.
Consigliato per i pomeriggi autunnali: non necessariamente quelli piovosi, vanno benissimo anche quelli ancora caldi e ricchi di sfumature rosso-dorate, o quelli limpidi, freschi e azzurri che si stemperano presto nel crepuscolo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture invernali.

mercoledì 7 gennaio 2015

Charlie Hebdo


Puoi arrestare gli attentatori 
ma non ridare la vita ai morti.
E tuttavia i morti hanno un loro modo di vendicarsi, sottile ma profondo.
Specialmente i morti che da vivi disegnavano satira.

lunedì 5 gennaio 2015

I miei secondi dieci libri-cardine


Passati i miei primi dieci libri-cardine ero ormai al primo anno del liceo - e siccome il liceo in questione era un liceo classico, quella che veniva spacciata per "prima liceo" era in realtà il terzo anno delle superiori - dove, nel giro di tre mesi incontrai altri tre cardini delle mie numerose porte.

11) Corso di storia: il medioevo di Giorgio Cracco. Per l'appunto il mio manuale di storia, scelto chissà per quale strano caso dal prof. Ruf. Era un signor manuale, aggiornatissimo per l'epoca, pieno di fatti, di fonti e con un sacco di sfondo, oltre a un infinità disperante di re, di papi, di imperatori e pure di regine. Niente sintesi abborracciate, per Giorgio Cracco, niente salti a canguro, niente buchi nella trama. Quando arrivai all'università, del medioevo sapevo quanto bastava ad orizzontarmi senza difficoltà - ed era tutto merito di quel meraviglioso manuale.

12) I romanzi di Chretien de TroyesDevo il suggerimento al prof. BlasioAll'epoca questi romanzi erano merce rara - c'era solo una poderosa traduzione di Sansoni in un unico volume, e guarda caso una copia di quel volume era nella biblioteca del mio liceo.  Dopo averli divorati l'amor cortese non ebbe più segreti per me. All'epoca il mio preferito fu Yvain, o il cavaliere del leone, ma mi piacquero alla follia tutti e cinque.

13) La grotta di cristallo di Mary Stewart, racconto dell'infanzia di Merlino che si ferma alla notte del concepimento di Artù - una bella via di mezzo tra romanzo storico e leggendario, dove Artù è posto nel VI secolo. Diciamo che per me fu il primo romanzo "simile a Tolkien" su cui fossi riuscita a mettere le mani, anche se già all'epoca mi rendevo conto che non c'entrava niente con Tolkien né voleva minimamente entrarci.

14) Fonti francescane - un ampio tomo che comprende i pochi scritti di Francesco d'Assisi, Testamento e Regole incluse, e le prime e più famose biografie. Furono il testo su cui preparai il mio primo esame (Storia della Chiesa, su Francesco d'Assisi) - o meglio uno dei testi, perché ce ne fornirono anche altri. Per me rappresentano la scoperta di un personaggio affascinante come Francesco, ma furono anche un introduzione al mondo dell'agiografia e della revisione storica. Spulciandole amorosamente preparai la mia prima relazione (all'epoca non usava parlare di "tesine", almeno a Firenze) sulla  simplicitas francescana.

15) Pietro Abelardo Storia delle mie disgrazie - e naturalmente anche le lettere tra Abelardo e Eloisa. Leggendo non ebbi alcuna difficoltà a capire come mai Eloisa si fosse innamorata pazzamente di costui: il fascino di quell'uomo trapassava le pagine a distanza di nove secoli. Tuttavia, ritengo imperdonabile da parte sua e di Eloisa aver chiamato il loro figlio Astrolabio - povera creatura.
Ai due sventurati amanti devo un trenta e lode all'esame di filosofia medievale - e mai e poi mai avrei sognato di riuscire a prendere il massimo dei voti in una qualsivoglia interrogazione che recasse attaccata la parola filosofia.

16) Pierre de Brantome Le dame galanti il mio primo trattato sull'amore galante del Cinquecento. Purtroppo è rimasto anche l'unico, ma ha lasciato un bel segno. A questo libro devo tra l'altro una delle mie massime preferite "Ve ne sono alcuni che, pur di non stare senza sparlare di qualcuno, sparlerebbero di sé stessi" - senza alcun dubbio una grande verità.

17) Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln Il santo graal libro di storia assai liberamente interpretata, ma che mi schiarì molto le idee non solo sulla questione, invero misteriosa, dell'improvvisa comparsa del Graal nella letteratura medievale, ma anche e soprattutto sui problemi di interpretazione delle fonti storiche.

18) Ivan Morris Il mondo del principe splendente. Il saggio descrive l'epoca hejan giapponese (XI-XII secolo) compresa la grande fioritura di scrittrici specializzate in diari e monogatari. Il monogatari più famoso l'ha scritto tale Murasaki Shikibu e si intitola Storia di Genji, il principe splendente. Non è quel che si dice un racconto breve. 

19) Anne McCaffrey La cerca del weyr, ovvero il primo racconto del ciclo dei dragonieri di Pern. E' stata la mia prima storia di draghi dove i draghi erano buoni e saggi e sviluppavano un profondo legame emotivo con il loro dragoniere... o la loro dragoniera. Perché l'altra particolarità di questo racconto è che la protagonista è una ragazza. Da lì ho preso coscienza di uno dei miei più grandi desideri: cavalcare un drago in combattimento. Nel caso specifico, una draghessa, o meglio una Regina. Secondo l'autrice non è fantasy, bensì fantascienza - c'è di mezzo un pianeta, anzi più di un pianeta, e dei tentativi di invasione... comunque io alla divisione in generi non ci ho mai creduto granché.

20) Rumiko Takahashi Ranma 1/2 avvincente storia di un ragazzo che, a seguito di un incidente in allenamento, si trasforma in ragazza se bagnato dall'acqua fredda e torna ragazzo se bagnato con acqua calda, raccontata a fumetti su svariate migliaia di tavole per complessivi 33 volumetti, è stata per almeno quattro anni la mia lettura preferita.

giovedì 1 gennaio 2015

2015!



AUGURI 

PER UN FELICE 2015 

mercoledì 31 dicembre 2014

Aspettando il 2015...


FELICE NOTTE DEL PASSAGGIO 
A TUTTI

(perché sia di buon auspicio non è necessario passarla tra i lupi nella neve: anche una casa calda e confortevole e un ricco banchetto tra amici vanno benissimo)

martedì 30 dicembre 2014

Quattro anni su Facebook (casa è là dov'è il tuo cuore)


In una di quelle fredde mattinate di fine Dicembre quando c'è tempo di fare tutto con calma e il mondo ha la gran gentilezza di starsene quasi fermo, cinque anni fa, dopo aver ascoltato una puntata di Media e dintorni su Radio Radicale dedicata appunto a Facebook feci il grande passo e mi iscrissi anch'io.
Rigorosamente con un nome alternativo, ché desideravo scansare come la peste le persone che conoscevo... o meglio, volevo essere io a trovarli, e non farmi trovare. E poi, dopo tanti anni passati sotto il lussuoso manto dell'anonimato, rientrare in rete con il mio vero (e comunissimo) nome mi faceva uno strano effetto.
I miei primi amici - gente che frequentavo abitualmente nella cosiddetta Vita Reale - mi segnalarono siti sui gatti e sui cartoni animati giapponesi. Qualcuno di loro mi avviò sulla perversa via dei Giochini - e diventai del tutto dipendente da una graziosa caccia al tesoro dove sono un archeologa.
Poi arrivarono i primi Amici degli Amici - una strana categoria di gente con cui chiacchieri prima per interposta persona ma di cui poi finisci per conoscere tante cose.
Infine arrivarono i draghi: splendide immagini di draghi, tonnellate di draghi dei più vari generi, che a volte condividevo ma più spesso salvavo in apposite cartellette per poi ripescarli per i più vari usi (ad esempio postarli sul blog).
Arrivarono anche gli alunni, ed è stato spesso altamente formativo guardarli discutere, litigare, corteggiarsi e sdilinquirsi variamente dal mio tranquillo angolino. Anche quelli di cui non ero amica. Soprattutto quelli di cui non ero amica e che non si immaginavano, sia pur lontanamente, che avessi accesso alla loro bacheca colabrodo.

E scoprii che c'era una pagina dedicata praticamente a qualsiasi argomento e un gruppo su qualsiasi cosa. Strani legami si formarono e poi si sciolsero - sono di quelli che ripuliscono periodicamente la lista degli amici - e imparai che c'è della strana gente che ritiene necessario informare gli altri anche di quando fa colazione e altra gente che in rete ha un senso dell'umorismo assai diverso da quello che dimostra nella vita di tutti i giorni, e che se hai voglia di leggerti intere paginate di luoghi comuni e frasi fatte non hai che da attaccarti alla pagina di qualche politico e leggerti i commenti ai suoi post. Tutte cose molto utili, che mi sono servite a crescere come persona e che mi hanno fatto spalancare gli occhi fino a farli diventare grandi come tazze da tè.
Ho anche imparato che uno dei molti usi per cui Facebook è assai utile è criticare Facebook - non per come funziona o cose del genere, ma per lamentarsi che tiene lontano dai rapporti autentici, che fa male alle persone, che deteriora i rapporti sociali e simili. E' molto utile anche per criticare l'egoismo umano, la superficialità con cui si giudica la gente e i politici che (va da sé) sono tutti ladri, nonché per dire male dell'universo mondo e per prendere in giro la gente che sta molto su Facebook. Tutte cose molto importanti e che senza Facebook sarebbe molto più difficile fare.

Come molte cose che ero assolutamente sicura che non fossero adatte a me, Facebook si è dimostrato assai utile e divertente.
Naturalmente il video di fine anno non l'ho fatto. Ma, visto che tutti quelli che l'hanno fatto lo hanno titolato (immagino su suggerimento di Facebook) "Un anno meraviglioso, grazie a tutti voi che mi avete aiutato a viverlo" o qualcosa del genere, mi sento incline a concordare con l'ignoto postatore di Facebook che ha scritto il cartello con cui apro il post.