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giovedì 21 agosto 2014

La censura per bambini come forma di rassicurazione rivolta agli adulti (storia di anime maltrattati)

Lamù, aliena della stella Uru: cornetti da demone, capelli verdi, bikini e stivaletti tigrati. 
(Voi in classe non volate in bikini e stivaletti tigrati?)

I cartoni animati giapponesi* arrivarono in Italia nel 1978 con Heidi senza suscitare polemica alcuna: una storia di bambini e per bambini, tratta da un romanzo svizzero, con un bel tratto rotondo rassicurante  ad opera del grandissimo Miyazaki.
Si dà il caso però che in Giappone i cartoni animati (e pure i fumetti) siano per tutte le età, rigorosamente divisi a seconda dell'utenza. Così in contemporanea arrivarono, sulla scorta di un adattamento francese, Goldrake e Capitan Harlock, che erano serie a base di battaglie spaziali con alieni assai aggressivi che volevano conquistare la Terra e destinati a un pubblico di adolescenti. Li trasmetteva la RAI, prima del telegiornale. 
Piacquero moltissimo, così anche le televisioni locali si diedero da fare e arrivarono Jeeg Robot, Lupin III e Candy Candy. Da allora e per diversi anni i cartoni animati piovvero, diluviarono e dilagarono ovunque.
Gli adattamenti erano fatti in modo un po' approssimativo perché non sempre venivano consultati gran copia di esperti di cultura nipponica. Di censure nemmeno l'ombra, ma qualche problemino con i dialoghi non sempre tradotti bene sì. Gli ideogrammi imperversavano (soprattutto al momento delle sigle),  e quando la storia era giapponese i protagonisti si chiamavano Hiroshi, Tadashi, Goemon, Fujiko, Miwa. 
Io bambini ne andavano matti, i ragazzi pure. Io me li guardavo dall'alba al tramonto e dal tramonto all'alba, con grande sconcerto dei miei genitori che non capivano proprio che diavolo ci trovassi. Ero fuori target di tre anni buoni, ma non ero l'unica della mia età cui piacevano - comunque i miei compagni di liceo sapevano sempre benissimo dio cosa stavo parlando, quando ne parlavo.

Verso la metà degli anni '80 la febbre mi era quasi del tutto passata: avevo altre cose da fare, passavo molto meno tempo in casa, i robot e le invasioni spaziali erano ormai in netto declino e poi c'era... non so... qualcosa. Insomma, i cartoni animati giapponesi mi piacevano molto meno, anche se ogni tanto su una televisione locale beccavo qualche puntata di Lamù** e qualcosina delle serie storiche. Ma si sa che tutte le mattane passano, prima o poi.

Cos'era successo davvero lo capii soltanto anni dopo: erano cambiati i criteri di adattamento. Stavano nascendo le reti Fininvest, e a dirigere il settore per ragazzi era arrivata Alessandra Valeri Manera - persona probabilmente rispettabile sul piano personale, ma figlia del suo tempo, nonché naturalmente tenuta a seguire le regole dell'azienda per cui lavorava.

Cambiarono i titoli, e improvvisamente fu tutto un fiorire di Kiss me, Licia, E' quasi magia Johnny, Evelyn e la magia di un sogno d'amore, laddove in originale i titoli erano decisamente meno zuccherini. Cambiarono le sigle, che in verità non erano mai state capolavori (nemmeno quelle originali giapponesi, in verità) ma che avevano conosciuto decisamente momenti migliori - chi si è trovato ad ascoltare a tradimento la sigla di Kiss me, Licia cantata da Cristina D'Avena e non è schiantato sul colpo per diabete fulminante sa cosa intendo. Cambiarono i nomi dei protagonisti (in E' quasi magia Johnny non solo Kyosuke diventò Johnny, ma Madoka e Hikaru diventarono Sabrina e Tinetta) e tutto cominciò ad appiattirsi assai: i dialoghi dei personaggi erano spesso molto insulsi ma i vari monologhi con cui i personaggi in questione analizzavano i propri sentimenti (con profondità di analisi degna di una pozzanghera di città) erano anche peggio e c'erano spesso lunghi, lunghissimi momenti in cui l'immagine era ferma. Ogni tanto facevo qualche tentativo se proprio non avevo altro da fare (per esempio se ero a casa con il raffreddore; 
con molte serie ricordo di aver fatto almeno un onorevole tentativo, ma di non aver mai retto una puntata dall'inizio alla fine. Semplicemente, mi annoiavo a morte).
Cambiarono i criteri di scelta dei titoli e molte opere assai rinomate nei circuiti degli appassionati non arrivarono affatto in televisione. In qualche caso addirittura Mediaset comprò i diritti di serie come Ranma, per poi lasciarle nel cassetto - col risultato che Ranma in versione animata è circolato pochissimo, solo molti anni dopo e in circuiti minori (ed era invero una serie impossibile da domare, perfino peggio di Lamù).

Nel contempo ci si accorse che i cartoni giapponesi erano violenti*** e con scene di sesso troppo esplicite****. Ma soprattutto ci si accorse che i cartoni animati giapponesi spesso erano ambientati in Giappone - che era un grosso limite, in verità.

Nel 1993 la rivista Mangazine, giunta ormai al numero 30, pubblicò un interessantissima intervista proprio ad Alessandra Valeri Manera. La lessi e la rilessi, domandandomi prima chi aveva bevuto e quanto, e poi se davvero i miei principi in merito a censure ed educazione dei fanciulli erano così fuori del mondo come sembrava (e sì, ormai lo erano).
Visto che in rete l'intervista purtroppo non c'è, o almeno io non sono stata buona a trovarla, ne citerò qualche passo per esteso.

"In Italia i cartoni animati hanno a disposizione una fascia oraria seguita soprattutto dai più piccini, perciò il nostro intento primario è quello di tranquillizzare i genitori sul fatto che ciò che i loro figli vedranno in TV rispetti certi canoni: il bambino deve essere tranquillo e sereno mentre guarda la televisione, non deve porsi domande strane sul significato di quanto ha visto e non deve essere turbato da situazioni imbarazzanti o violente. La sera è la famiglia a decidere cosa guardare in TV, ma il pomeriggio i bambini si trovano spesso soli a scegliere i loro programmi ed è necessario che noi programmatori siamo coscienti delle nostre responsabilità. E' un po' come se avessimo una delega precisa da parte degli adulti, che si fidano del nostro modo di lavorare e di ciò che proponiamo sulle nostre reti. Non possiamo accettare che un bambino si ritrovi turbato per ciò che vede nelle trasmissioni per ragazzi e quindi è ovvio che spesso dobbiamo esercitare delle scelte che possono risultare sgradite  ai cultori di cartoni giapponesi, che hanno un minimo di 16/18 anni. Vorrei che questi ultimi capissero che in Italia il cartone animato è considerato solo come un intrattenimento per bambini e che con queste premesse pensare ad un prodotto per un pubblico adulto è assolutamente prematuro, in quanto sono pochissimi coloro che lo seguono con attenzione. E' impensabile presentare un programma di animazione per adulti, perché in Italia non c'è la cultura per farlo e neppure l'interesse".

Quando i cartoni animati arrivarono trovarono senza problemi un pubblico decisamente vasto di bambini e ragazzi che, senza particolari crisi interiori, ingoiarono tutto e ne chiesero ancora. Quindici anni dopo non c'era la cultura né l'interesse per guardare quei cartoni animati se non tra i bambini più piccoli.
Se così era (può essere, si sono viste anche cose più strane) non bastava limitarsi a pescare nel vasto repertorio di cartoni animati prodotti per bambini? O forse c'era una fascia più vasta che voleva anche qualcosa di diverso?
Soprattutto: questa descrizione dei genitori che danno una specie di delega in bianco alla Fininvest purché il bambino stia buono e non si faccia domande strane, non suona inquietante? Perché lo spetattore non deve farsi domande, specie nell'età della crescita? 

"Le trasmissioni all'interno delle quali gli anime vengono mandati in onda sono destinate a un pubblico da 6 ai 14 anni, e tutte le nostre scelte, sia in termini di tipo d'acquisto da operare che per quanto può riguardare eventuali tagli o cambiamenti di nome, sono fatte in funzione di questo pubblico specifico. I nostri tagli e adattamenti non sono mai casuali, anche perché visionare una serie , invitare degli specialisti in psicoterapia infantile a esprimere i loro giudizi, reinventare i nomi dei personaggi ecc., richiede sforzi, anche e soprattutto di carattere economico, non indifferenti: ci costerebbe molto meno acquistare una serie, doppiarla e mandarla in onda così com'è. Noi però non possiamo dimenticare il ruolo che le famiglie ci delegano nell'educazione dei minori e perciò questi nostri sforzi, che ai cultori possono sembrare addirittura controproducenti, sono un servizio suppletivo rivolto al pubblico dei minori. In secondo luogo i cosiddetti 'tagli' sono molto meno consistenti di quanto certi fan affermino, e riguardano perlopiù scene che non compromettono il senso della serie: per esempio, se sostituiamo con un fotogramma fisso la scena in cui un personaggio legge una lettera scritta in giapponese, lo facciamo perché sarebbe insensato per la maggior parte del nostro pubblico trovarsi sul teleschermo un nugolo di ideogrammi indecifrabili."

I cambiamenti in realtà erano piuttosto invasivi, soprattutto per le storie ambientate in Giappone. I momenti con l'immagine ferma spesso sostituivano intere scene, i monologhi di analisi interiore erano completamente inventati, i dialoghi alterati e tutto veniva coperto con spessi strati di melassa o annegati in grandi vasche di acqua calda. Per quel che ho potuto verificare, il prodotto di base non ne usciva affatto migliorato.

"Ci sono anche rari casi di interi episodi eliminati, ma, ripeto, sono casi estremi o comunque ben motivati, per esempio, quando tutto l'episodio raffigura scene e situazioni legate a riti religiosi diversi dai nostri, che creerebbero unicamente ansia e confusione nei bambini, oppure incentrati su usi e costumi incomprensibili per i bambini italiani. "

Siamo nel 1993. I giovani spettatori sanno che esiste un arcipelago chiamato Giappone dove si scrive con gli ideogrammi. Perché la vista di un foglio pieno di ideogrammi dovrebbe sconvolgerli? Perché dovrebbero restare traumatizzati davanti a gente che mangia con le bacchette, che paga in yen e che ha nomi giapponesi?
Perché dovrebbe andare in confusione davanti a "riti religiosi diversi dai nostri"?
Ma, se proprio: perché allora non utilizzare la famosa delega in bianco dei genitori per allargargli un po' orizzonti e conoscenze? 

"Riguardo alla questione dei nomi cambiati, ribadisco che questo non è un problema delle sole serie giapponesi, ma anche di qualsiasi altro prodotto in cui i personaggi abbiano dei nomi difficili da pronunciare o da capire per i bambini: per esempio, Yu, la protagonista di Creamy, ha un nome semplice e l'abbiamo mantenuto inalterato, ma altri personaggi, anche in serie americane o francesi, hanno dei nomi tanto complicati che non abbiamo potuto far altro che cambiarli."

Certo, i nomi dei protagonisti di un cartone animato giapponese spesso sono giapponesi, ma non ne ricordo di talmente complicati da non venirne a capo. Se poi sostituisci Hikaru con Tinetta (nome un tantino strampalato, direi) hai davvero migliorato di molto la situazione? E perché Johnny dovrebbe risultare tanto più italiano di Kyosuke?
Soprattutto, se Kimagure Orange Road***** era così complicato e costoso da adattare, non si faceva prima a prendere qualcosa che già in partenza fosse più adatto a un pubblico italiano di bambini mentecatti invece di trasformare tutto, con gran spesa e fatica, in E' quasi magia Johnny?
Perché tutti, genitori e adattatori, sembravano trovare così normale dare prodotti pesantemente adulterati alle giovani generazioni?
O anche: perché improvvisamente Valeri Manera esponeva questi criteri di adattamento, insistendo tanto su fantomatiche deleghe in bianco rilasciate da genitori tanto assenti quanto maniacalmente ansiosi?

Per quest'ultima dopmanda, la risposta è nel calendario. Il numero 30 di Mangazine uscì del Dicembre 1993, quindi era stato preparato due/tre mesi prima. Il 26 Gennaio il proprietario di Mediaset fece la sua famosa discesa in campo in politica. L'elettorato a cui si rivolgeva era un elettorato conservatore ma un po' pigro, spaventato da tutto quello che usciva dalle sue piccole esperienze quotidiano, ansioso (e le sue ansie vennero amorevolmente curate fino a renderlo sempre più ansioso e a tratti isterico verso tutto cià che era "nuovo" e veniva "da fuori"). E un buon bambino, naturalmente, è un bambino che non si fa "strane domande" e che "non era mai confuso".
Per la costruzione di questo elettorato, il circuito Mediaset lavorava già da qualche tempo.

Alterare e annacquare qualche cartone animato di provenienza straniera potrà sembrare ai più un peccato minore e apportatore di minime conseguenze negative; tuttavia, come filologa e come insegnante (ma prima di tutto come essere umano e come potenziale spettatrice) io l'ho sempre trovato una colpa assai grave.
Mi rendo conto però (stante che alla Mediaset non importava granché dei cartoni animati giapponesi se non come mezzo per attirare spettatori) che nessuno avrebbe mai avviato l'opera di ripulitura se tale opera non fosse stata richiesta e gradita da genitori improvvisamente terrorizzati all'idea che i figli scoprissero che, là fuori, c'era il mondo.

Da allora sono passati vent'anni; il mondo è cambiato (non necessariamente in meglio) e la Grande Rete ha strappato molti giovani all'abbraccio televisivo. Ufficialmente siamo diventati una cultura multietnica, mangiamo più sushi e per le televisioni passano molti meno cartoni animati giapponesi. Nei negozi e in rete si trovano in vendita anime adattate con puntiglio maniacale, talvolta così maniacale da lasciare perplessi anche i fan più agguerriti.
Sul tasso di isterismo dei genitori non so pronunciarmi, ma mi sembra in lieve calo. 
La maggior parte di loro, al momento, si preoccupa soprattutto per la crisi economica.

*da chiamarsi "anime" con fare spocchioso, se sei nel girone degli appassionati.
**titolo originale Uruseiyatsura, ovvero (all'incirca) "Gente chiassosa dalla stella Uru", storia di una bellissima aliena che si innamora di un terrestre che proprio non ne vuol sapere - non una roba molto seria, insomma. Del resto l'autrice era Rumiko Takahashi.
***Il tasso di tolleranza per le situazioni violente nei prodotti destinati ai bambini subì un netto calo in quegli anni, insieme ad un proporzionale aumento del tasso di ipocrisia generale - ricordo che venne dibattuto se fosse lecito far vedere nei telegiornali i bombardamenti nella ex-Jugoslavia, a rischio di traumatizzare i fanciulli. Sarebbe stato interessante sentire, a tal proposito, l'opinione dei fanciulli ex-Jugoslavi cui ogni giorno cascavano le bombe in testa.
****Cioè, esplicite... c'erano delle scene d'amore e ogni tanto qualcuno faceva la doccia o restava in abiti succinti, e assai raramente questo qualcuno aveva ottant'anni. Tutto ciò c'era anche prima, solo che nessuno ci faceva gran caso, alla fine degli anni '70 (o, se pure ci faceva caso, veniva rapidamente messo a tacere).
*****Che si basava principalmente su un triangolo mai del tutto risolto nel corso della serie

domenica 17 agosto 2014

17 Agosto 2014 - Giornata della valorizzazione del Gatto Nero


Se il mondo andasse come dovrebbe non ci sarebbe alcuna necessità di una giornata specifica per la  valorizzazione del gatto nero ed egli verrebbe valorizzato ogni singolo giorno dell'anno, com'è giusto e come molti di noi già fanno. 
E tuttavia le statistiche raccontano che negli USA il gatto nero è meno adottato e più facilmente soppresso degli altri gatti, mentre qui circolano storie inquietanti su gatti neri usati per le messe nere - e si spera che siano solo leggende metropolitane, ma è chiaro che se c'è gente talmente idiota da evocare gli spiriti maligni, come se intorno a noi ve ne fosse carenza, allora questa gente può essere anche abbastanza idiota da coinvolgere dei poveri micetti tanto innocenti quanto belli e dolci.
Dunque un augurio a tutti i gatti neri
(ma anche agli altri gatti, loro pure spesso vittime della stupidità umana). E apprezziamoli perché sono belli e cari e, come ogni gatto, portano gioia e vibrazioni armoniche in ogni casa così fortunata da accoglierne uno o più di uno.

martedì 12 agosto 2014

Manuale del Perfetto Insegnante - Perché gli insegnanti lavorano così poco

Un insegnante, qui ritratto mentre scavalca l'ennesima insidia della lezione

Il contratto di lavoro dei docenti prevede un orario in classe piuttosto contenuto: 18 ore per chi insegna alle medie e alle superiori, 22 alle elementari, 25 alle materne. 
Ci sono poi altre ore aggiuntive legate alla programmazione, agli organi collegiali, ai colloqui con i genitori eccetera - rigorosamente in assenza di alunni. 

Di recente è invalso l'uso di guardare con aria corrucciata gli insegnanti chiedendo "Ohibò, perché lavorate così poco?". Tal domanda è fatta di solito da persone che non lavorano nella scuola.

E' invalso anche l'uso da parte degli insegnanti di giustificarsi spiegando che le 18 (o 22, o 25) ore sono "la punta dell'iceberg" e che molte altre preziose ore se ne vanno per preparare le lezioni e correggere le prove scritte, scrivere relazioni eccetera. 
Tutto ciò è vero, ma solo in parte: talvolta le lezioni sono lunghe e complesse da preparare, talvolta possono essere tranquillamente improvvisate, magari sulla scorta di una preparazione precedente elaborata negli anni o sulla base di conoscenze che non richiedono alcun ripasso, o al massimo un ripasso minimale. Non tutte le materie richiedono le stesse ore di preparazione, non tutte le classi richiedono lo stesso lavoro preventivo, non tutte le prove scritte sono lunghe da correggere - senza contare che il numero delle prove scritte necessarie presenta spesso un certo margine di discrezionalità. 
Le 18 ore (o 22, o 25) da passare in classe non hanno invece alcun margine di discrezionalità. C'è un orario, distribuito su "non meno di cinque giorni" (e c'è il suo motivo, se non può essere compattato più di tanto) e l'unico modo di scansarlo è mettersi in malattia.

Il motivo per cui sono solo 18, o 22, o 25 è che anche così sono tante. E faticose. E richiedono un grosso lavoro di improvvisazione, sempre.
E improvvisare stanca, e logora.

Ogni insegnante, nel corso di ogni singola ora di lezione, deve prendere una grande quantità di decisioni, spesso del tutto impreviste. Ogni insegnante interagisce con un numero di alunni che va all'incirca tra i 15 e i 30. Ognuno di questi alunni ha meccaniche sue personali. Ognuno di loro può combinare un disastro epocale in pochi secondi, o gettare di punto in bianco il docente di turno in un mare di incertezze e nel panico più totale; ognuno di loro può sentirsi male, scivolare, rompersi l'osso del collo, picchiare o insultare quasi all'improvviso un compagno, causare o subire un incidente anche grave, sia fisico che diplomatico. Non importa essere in una classe di quelle dette "di frontiera", dove droga e coltelli possono entrare in scena da un momento all'altro (anche se droga e coltelli possono apparire all'improvviso pure in classi che "di frontiera" non hanno proprio un bel nulla). Per mandare tutto nel casino più totale bastano una ventina scarsa di bravi bambini mediamente educati e di buon umore.
Non è necessario tagliarsi fino all'osso o avere una crisi epilettica, per lasciare morti e feriti sul campo di battaglia. 
Lavorare con i ragazzi è rischioso. E' rischioso stando in classe, ed è rischioso portandoli fuori: in giardino a giocare, in palestra a correre, al Museo di Matematica per un rispettabile  corso sul teorema di Pitagora, il rischio è sempre in agguato. Senza averne nessuna intenzione i ragazzi si possono ferire, pestare, danneggiare oggetti di valore incalcolabile, fare gran danno o subirne.

Anche fare lezione è pericoloso. Anche solo cercare di farla. Le crisi emotive sono sempre in agguato, i rapporti possono deteriorarsi gravemente nel giro di pochi minuti. Se l'insegnante ha una buona ispirazione può risolvere la crisi in altrettanti cinque minuti e dopo il sole splende più di prima. Se l'insegnante ha un ispirazione sbagliata, se non capisce cosa c'è in gioco (ed è difficile che lo capisca, anche se a volte misteriosamente il lampo di genio arriva) può combinare un disastro epocale. A volte una semplice risposta sbagliata basta e avanza a deteriorare l'ambiente di lavoro, rovinare il rapporto con i singoli e col gruppo, trasformare un piccolo screzio in un rancore che durerà. A volte, per rimediare la risposta sbagliata, occorrono mesi di paziente lavoro. A volte non c'è lavoro che tenga, e per molto tempo (o per sempre, cioè finché durerà la classe) i rapporti sono compromessi. Spesso l'insegnante ferisce, spesso viene ferito. A volte viene preso di mira e sistematicamente perseguitato, a volte deve cercare di intervenire perché non sia preso di mira qualcuno degli alunni - ed è sempre un momento molto critico, dove il disastro, più che incombere, ride apertamente pregustando lo spettacolo a venire (che quasi sempre sarà all'altezza delle più pessimistiche aspettative).

Insegnare è faticoso. Per tutti, in tutte le materie. Anche quando l'insegnante tira al risparmio e stabilisce che chi lo segue, bene, e chi non lo segue son cazzi suoi.

A volte l'argomento, la materia, l'anno scolastico, vengono affrontati male e ci vogliono mesi per rimediare - se si riesce a rimediare. La classe si dispera, i genitori si disperano, gli esercizi continuano ostinatamente a non tornare e non importa con quanta cura sono stati spiegati e rispiegati. Quel che per anni ha funzionato con tutte le seconde (o le terze, o le quinte) improvvisamente non funziona più.

A volte gli alunni fanno delle domande. Niente di strano che facciano delle domande, in teoria sono lì per quello. A volte l'insegnante non sa rispondere, ma quello è il meno - si può sempre cercare di informarsi e riprendere l'argomento più avanti.
Ma quando le domande riguardano questioni come il Bene e il Male, la Vita e la Morte, Dio, l'Etica, per tacere della politica e della cronaca e di come nascono i bambini... ecco, quelli possono essere davvero momenti interessanti per chi sta in cattedra. Prima ancora di sapere che risposta dare, c'è da decidere se rispondere o no. Non c'è tempo per riflettere. Si deve improvvisare, ma le conseguenze dell'improvvisazione rischiano di trascinarsi per tutto l'anno, o per tutto il ciclo.

E non ci si può fermare perché, comunque sia, lo show deve andare avanti.

Le 18 ore (o 22, o 25) non sono la punta dell'iceberg. Sono i nove decimi dell'iceberg e il Titanic rischia regolarmente di schiantarcisi contro. Una buona mattinata di scuola può ridurre l'insegnante come un panno appena centrifugato. Un panno piuttosto stressato, tra l'altro. 
Quando le cose non funzionano, quando il voltaggio delle classi è troppo alto e non si riesce a tenerlo a bada, allora arriva il famoso (per gli insegnanti) burnout. Che sta in agguato proprio lì, in quelle 18 (o 22, o 25) ore, e assai più raramente nelle ore in cui, tranquillo, al calduccio, con una buona musica in sottofondo, l'insegnante prepara la lezione sugli oceani o sul DNA.

Tutto il mondo è un palcoscenico, e la scuola fa la sua parte.


Manuale del Perfetto Insegnante - Di come sia invero assai complesso valutare quali siano gli Insegnanti Più Meritevoli e ricompensarli per la loro meritevolezza


Le montagne erano ancora giovani sotto la luna e già si parlava delle pingui ricompense da assegnare agli Insegnanti Più Meritevoli. 
Da allora non sono stati fatti grandi progressi in proposito, e le promesse sono rimaste promesse. Ciò  non è da attribuirsi soltanto ai consueti motivi di cui va tenuto conto in cotal questioni - ovvero che promettere ricompense è senz'altro più facile ed economico che erogarle, oppure che talvolta una promessa, per quanto scarsamente credibile, aiuta almeno all'inizio a far digerire tagli e decurtazioni dei più vari tipi; perché per il caso degli  incentivi da attribuirsi ai docenti meritevoli sussistono anche altre difficoltà oggettive, che si possono in sintesi rubricare tutte sotto la voce "E come diamine si fa a riconoscere gli insegnanti effettivamente meritevoli?".

All'apparenza sembra un falso problema: perché a (quasi) tutti sembra facile riconoscere di primo acchito gli Insegnanti Meritevoli. Che problema c'è? Sono quelli bravi, giusto? Quelli che si sa che sono bravi. 

E tuttavia, al momento di individuare questi Insegnanti Meritevoli, si avverte la necessità di un parametro un tantino più trasparente del "si sa che sono bravi" - qualcosa, insomma, che sia possibile verificare con i cosiddetti criteri oggettivi, giusto per essere ragionevolmente sicuri che il docente X non sia classificato come Meritevole solo in quanto strettamente apparentato con l'onorevole Y. 

Iniziamo con la preparazione, che all'apparenza sembra relativamente facile da indagare. Dopotutto, si finisce in cattedra perché si è presa una laurea o apposito diploma in una determinata disciplina o in una determinata scuola e poi si è superato un concorso. 
E già lì cominciano i problemi, perché, se tutti i canali di abilitazione sono considerati concorsi, si sa che, almeno in Italia, ognuno può essere concorsato in almeno cinque modi diversi, a seconda della legge sull'arruolamento che vigeva al momento i cui il docente è diventato tale. Accanto al focolare, la sera, sbucciando castagne, si raccontano casi di gente finita a insegnare greco al liceo classico dopo avere fatto una tesi su Pippi Calzelunghe sgusciando abilmente tra le maglie della legislatura. Chissà se è vero, ma comunque si racconta; e una volta che lo Stato ti ha abilitato all'insegnamento perché così gli girava, non può venirti a dire sette anni dopo che il tuo corso di studi fa di te un docente Non Meritevole - senza contare che una tesi su Pippi Calzelunghe non impedisce di studiare il greco fino a saperlo in modo meraviglioso. 
Si può, certo, verificare l'eventuale curriculum fatto dopo il corso di studi di base. Se hai fatto un dottorato sull'accelerazione delle particelle si suppone che tu sia al corrente dei principali fatti della fisica, se hai al tuo attivo tre pubblicazioni sull'epigrafia latina si dà per scontato che tu abbia una certa dimestichezza con il latino eccetera. 

Tuttavia, il fatto che X sappia decifrare nel migliore dei modi le epigrafi romane non accerta in alcun modo che sappia insegnare il latino. Ma siccome l'Insegnante Meritevole prende uno stipendio per - appunto - insegnare sarebbe forse il caso di insistere su quel tasto, perché è cosa nota che sapere qualcosa e saperla insegnare sono due cose assai distinte. 

Certo, la preparazione si potrebbe verificare con gran cura prima  di mandare qualcuno in cattedra - davvero, sarebbe una buona idea. Si può anche continuare a verificare, a scadenze regolari, dopo che il docente X ha cominciato ad insegnare. Ma al momento nella scuola italiana non si fa, e dunque non è su questa base che si può attribuire la qualifica di Insegnante Meritevole - anche perché interessa che l'insegnante, meritevole o meno, abbia una preparazione adeguata a ciò che insegna, e a quel punto occorrerebbe stabilire se conoscere le iscrizioni latine ne fa un insegnante migliore o peggiore di chi delle epigrafi latine si è interessato con grande moderazione ma magari si è dedicato soprattutto a trovare tecniche e modi di insegnamento che rendessero digeribili ai suoi alunni le cinque declinazioni, le quattro coniugazioni,  la perifrastica attiva e passiva e tutti gli annessi e connessi del caso.

Quando si arriva agli altri criteri di valutazione, ci si ritrova in un pantano al cui confronto i  criteri di valutazione della preparazione curriculare sono un praticello verde di velluto dove ognuno riesce a muoversi con grande disinvoltura.

Che dire ad esempio della capacità di insegnare? O della scelta del programma (che va pure a cozzare contro l'irrinunciabile libertà di insegnamento, in base alla quale il docente (che è l'unico a conoscere la classe per quel che riguarda la sua materia) stabilisce programma e argomenti? O dei risultati delle classi che sono legati prima di tutto alla variabile dell'impegno che i singoli studenti sono disposti a dedicare allo studio ma anche a questioni non secondarie di apprendimenti precedenti e di livello sociale e culturale? E' noto che lo stesso insegnante può sortire risultati assai diversi a seconda della classe e della scuola, e definirlo Meritevole in base a una quota a percentuale (destinata a variare a seconda degli anni) non sembra un sistema eccezionalmente valido.

Tanto meno sembra valido, come criterio, la disponibilità a fare ore supplementari o ad impegnarsi in attività extracurricolari, essendo la prima talvolta legata a questioni assai strettamente economiche  e la seconda non necessariamente collegata alle capacità didattiche: perché un buon organizzatore non è necessariamente un docente più meritevole di chi non sa o non vuole trovare il tempo da dedicare ad attività che magari intralciano il lavoro in classe.

Infine, resta il grandissimo dilemma di chi sarebbe qualificato a separare gli Insegnanti Meritevoli dai Meno Meritevoli. Il Dirigente Scolastico, la cui stima verso un docente è spesso ancorata all'unico parametro della quantità di genitori che eventualmente il docente può irritare? I genitori, che solitamente di quanto avviene a scuola sanno solo quel che gli  viene raccontato dai figli? I colleghi, in palese conflitto di interessi? Gli alunni, che oltre a un conflitto di interessi ancor più vistoso sull'argomento sono spesso mossi, più o meno consapevolmente, da un insieme di sentimenti non sempre razionalissimi che per loro sono strettamente collegati alla questione "scuola"? Una rappresentanza scelta di tutte queste categorie*, magari integrata da un altrettanto scelta rappresentanza di coniugi, amanti occasionali, amici d'infanzia, parenti e negozianti del quartiere di residenza?

Laddove sembra questione molto complessa quella di una divisione tra Insegnanti Più Meritevoli e Meno Meritevoli, sembrerebbe invece relativamente facile individuare quei pochi insegnanti Apertamente Immeritevoli che si rendono colpevoli di comportamenti del tutto inadeguati, e che raramente subiscono sanzioni ma che vengono convinti (o che, più spesso, si cerca di convincere, non sempre con grandi risultati) a cambiare scuola**,  magari aiutandosi, invece che con Grandiose Promesse mai mantenute di Futuri Severissimi Regolamenti Sanzionatori, con l'impiego di un piccolo contingente di personale esterno alla scuola ma qualificato a eseguire periodiche ispezioni. Ciò senz'altro non basterebbe a garantire ad ogni scuola una fornitura completa di insegnanti adorni di ogni pregio, ma potrebbe sortire spesso l'avvio di circuiti virtuosi e sollevare molte scolaresche innocenti da situazioni invero assai disagevoli. 
Per quanto apparentemente semplice, tuttavia, questa banale soluzione non sembra essere mai stata presa in considerazione, almeno negli ultimi decenni***. 

*per quanto sembri davvero incredibile a dirlo, per qualche settimana qualche anno fa corse effettivamente la voce, mai davvero confermata, che la scelta sarebbe stata appunto compiuta da tutte queste componenti. Si narra (ma forse è solo una leggenda) che in quell'occasione perfino i sindacati rimasero senza parole. 
**e che non di rado vengono appunto rimpallati da una scuola all'altra fino al tempo della pensione, a scarsissimo vantaggio dell'utenza.
***si racconta (ma chissà se è vero) che un tempo costoro esistessero. Stando a questa leggenda, erano chiamati Ispettori. Non disponiamo però di prove concrete, nemmeno archeologiche.

martedì 5 agosto 2014

E la legge salterà con te (Boing! Boing! Boing!)

Talvolta le leggi prendono il nome dai loro autori o dall'argomento che trattano, talvolta da altri elementi

Si sa, è cosa davvero nota a tutti, che l'Italia ha grandissima necessità di  riforme costituzionali che ammodernino le istituzioni del paese. Ciò avviene da più di vent'anni, tanto che all'orale della mia prima abilitazione (1991) una domanda riguardò proprio il modo migliore, a parer mio, di discutere su questi argomenti con i ragazzi. Sgusciai via come meglio mi riuscì con una vaga dichiarazione sull'importanza di essere chiari e precisi. In realtà in cuor mio ero decisissima a non tormentare mai le eventuali scolaresche con cui mi fossi ritrovata ad avere a che fare con quella robaccia: conservavo un ricordo davvero soporifero delle poche lezioni sulla Costituzione che mi avevano inflitto alle medie, e ricordavo benissimo il sublime disinteresse con cui (non) le avevamo seguite. Alle medie, si sa, i ragazzi non si interessano di queste cose, né di politica in generale. E' troppo presto. Per la politica, ci sono le superiori.

Parecchi anni dopo, al secondo giorno della mia prima supplenza, mi ritrovai senza preavviso a spiegare non so cosa sui problemi che può avere un governo a maggioranza ridotta e sulle difficoltà di far passare le leggi in un bicameralismo perfetto (che a malapena sapevo cosa fosse). Scrivo che mi ci ritrovai perché il discorso non era certo partito da me. Il silenzio assorto con cui mi ascoltarono e la tempesta di domande che seguì mi rimasero impressi. Forse, mi dissi, i tempi cambiavano e magari una terza media particolarmente sveglia poteva nutrire qualche curiosità in merito. Chissà?

Gli anni passarono. Venne avviata, in un profluvio di polemiche, una Grandiosa Riforma Giudiziaria (che non andò mai in porto). Poi fu fatta una Grandiosa Riforma Costituzionale (che venne bloccata perché non passò al referendum). E ogni due per tre si decideva di avviare il presidenzialismo e nello stesso tempo di bloccare la deriva presidenzialista, in entrambi i casi arenandosi quasi subito. Le commissioni bicamerali discutevano molto, senza addivenire mai ad alcunché di concreto. La destra sosteneva che la Costituzione andava riformata (ma senza riformarla), la sinistra sosteneva quasi in contemporanea che andava riformata ma che non andava riformata, e ancor meno riusciva a cavare un qualche ragno dal buco in proposito.
Ormai gli alunni che hanno assistito alla mia prima lezione sulle difficoltà di una maggioranza ridotta vanno per la quarantina, e immagino che alcuni di loro abbiano figli ormai in procinto di sbarcare alle medie.
Nel frattempo, io lavoro sulla Costituzione così com'è.
Se, caso mai, un giorno si decideranno a cambiarla mi faranno un fischio e mi regolerò di conseguenza.

Col tempo mi sono fatta le ossa. Ho iniziato con qualche lezione in Terza che prendesse spunto dagli avvenimenti di cronaca: Stati Uniti e Francia che eleggevano il Presidente (e per entrambi era sembrato che il Presidente avrebbe potuto essere una donna); crisi di governo ed elezioni anticipate, leggi non firmate dal Presidente della Repubblica e rimandate alle Camere, referendum, diritto del parlamentare di cambiare partito se e quando gli pareva... infine mi sono stabilizzata su una routine che prevede in Prima la piramide degli enti locali e qualche dato istituzionale di base in pillole, in Seconda la nascita della costituzione inglese, i Tre Poteri, il patto sociale, l'Inno d'Italia e lo Statuto Albertino più qualche cenno di costituzione americana e delle prime costituzioni francesi, in Terza le due camere, l'iter di una legge, nascita e morte di un governo (con elezioni incluse), i poteri del Presidente.
Questo sistema, ho scoperto, ha anche dei ritorni didattici non indifferenti: i ragazzi si abituano a usare un linguaggio preciso e si orientano meglio nel programma di storia e pure in quello di geografia; inoltre sanno che prendere un voto di storia alto su quelle lezioni è relativamente facile - basta la pazienza di mandarsi tutto a memoria - e questo permette ad alcuni di sbarcare la sufficienza a storia per l'ammissione all'esame, ad altri di alzarsi il voto. Con mio infinito stupore, sono quasi sempre molto più interessati di quanto avrei mai osato credere. E' possibile che vent'anni di continue polemiche e contropolemiche in materia abbiano ottenuto l'effetto di risvegliare in loro una qualche curiosità sull'argomento. O magari era la mia classe delle medie ad essere particolarmente addormentata, chissà.

Quest'estate però mi stanno prendendo in contropiede.
Si sono messi a fare riforme costituzionali, e fin qui niente di nuovo: sono vent'anni e passa che ci provano. 
Sembra però che questa volta ci stiano riuscendo - ho scritto sembra. Ma non in tempo per il nuovo anno scolastico, perché la legge deve ancora fare tre letture in parlamento più successivo referendum. 
Personalmente sono un po' contraria: sia alla riforma del Senato che al referendum, perché sono affezionata all'idea del bicameralismo perfetto e perché al momento di andare a votare non so se sarò in grado di fornire un parere valido - istituzionalmente sono conservatrice, a lasciarmi fare saremmo ancora non tanto allo Statuto Albertino, bensì alla votazione per alzata di spada secondo l'uso longobardo, magari estesa anche alle donne. Forse, più che conservatrice, sono soltanto pigra. Insomma, io per prima non mi fido del mio parere per queste cose, non so perché dovrebbero fidarsene gli altri. Del resto, il mio mestiere è (anche) studiare le costituzioni, non certo farle - per buona sorte della collettività.

Se, e ho scritto se questa Nuova Grandiosa Riforma del Senato dovesse andare in porto, come minimo dovrò spiegare il Vecchio Senato, il Possibile Nuovo Senato, l'iter di riforma costituzionale, la questione dell'ostruzionismo parlamentare... e la Legge Canguro. Il tutto con in testa il vecchio spot pubblicitario delle calzature Canguro e il suo irresistibile refrain "e il canguro / salterà con te", ma senza nemmeno la soddisfazione di cantarlo in classe perché i ragazzi sono troppo giovani per conoscerlo.

Davvero, il nostro lavoro diventa di anno in anno sempre più difficile e stressante.

venerdì 1 agosto 2014

Maschi = Femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza tra i sessi - Cordelia Fine


Per noi che siamo state ragazzine negli anni 70 era noto e scontato che tutto quel ciarpame culturale rubricato sotto il titolo "si sa che le femmine sono così" era roba da cavernicoli, destinata a sparire nel giro di pochi anni sotto l'effetto di un educazione sana ed equilibrata, che avrebbe finalmente permesso alla natura femminile di dispiegarsi in tutte le sue infinite potenzialità.

Com'è noto, le cose sono andate diversamente: se in effetti l'educazione si è fatta un po' più equilibrata, nel senso che le donne occidentali hanno mantenuto l'accesso all'istruzione di base, al voto e all'autonomia economica, passata la prima metà degli anni Ottanta i pregiudizi legati alla Vera Natura Maschile e Femminile sono proliferati peggio degli armamenti atomici. Al giorno d'oggi le Scientifiche Certezze su come siano strutturate le menti maschili e femminili spuntano da ogni dove, mentre i più insulsi stereotipi legati al genere - roba che negli anni Cinquanta sarebbe stata guardata con vivo compatimento - si vendono a un soldo alla dozzina, quando pure non li regalano in omaggio con le buste di figurine.
Abbiamo così riscoperto le buone, vecchie frasi fatte che ti spiegano come le donne siano più consapevoli dei loro sentimenti e più portate all'empatia, meno aggressive, più casalinghe, meno avventurose, più protettive, più propense agli studi umanistici rispetto a quelli scientifici, meno logiche, più sbrilluccicanti, più portate alla cura degli altri e qui smetto per compassione verso chi legge*.
Tra le cause (o gli effetti) di questo movimento inverso del pendolo rientrano anche gran copia di studi scientifici sulle innate differenze tra i due sessi, che sorprendentemente hanno coinciso assai con le teorie altrettanto scientifiche che da secoli i maschi han fatto circolare sulle femmine. Più o  meno forzati, questi studi hanno condotto a capolavori quali Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere oppure Codice DeU: Codice donna e uomo.

Con l'andare degli anni, e nonostante tutti i miei sforzi, questi capolavori sono approdati fino a me e a malincuore ho finito per dargli una scorsa, almeno fin quando lo stomaco teneva**. E ogni volta alla mia femminile testolina multi-tasking si affacciava il dubbio che, in questi esperimenti scientifici, gli sperimentatori vedessero quel che volevano vedere - come, secondo il racconto del mio professore di filologia romanza, successe anche con l'atomo, che agli inizi del secolo, quando gli scienziati erano colmi di certezze e senso dell'armonia, aveva una bellissima forma simmetrica e regolare ma che con gli anni è diventato una struttura decisamente varia e irregolare che rispecchia il nostro senso di frantumazione della realtà; senza contare che  nemmeno alla mia illogicità femminile riusciva a sfuggire che l'umanità, nel passare dalle caverne ai grattacieli, ha accumulato una cultura e dei condizionamenti che hanno un peso abbastanza forte nella sua struttura mentale, che per superare certi condizionamenti potrebbero essere necessarie un buon numero di generazioni e che quindi, ancora lontani dalla metà del guado, pretendere di fare un analisi della reale natura maschile e femminile è assai prematuro visto che al momento dell'educazione sana ed equilibrata - nel senso di "priva di pregiudizi di genere" - ancora non s'è vista nemmen l'ombra di una traccia.

Noto che ho già scritto tre paragrafi e non ho ancora detto nulla del libro di cui voglio parlare (sarà forse dovuto alla mia femminile loquacità?). 
Ad ogni modo la tesi di fondo dell'autrice è proprio questa: al momento il rumore di fondo è troppo alto perché possiamo avere idee chiare in proposito. Il titolo quindi è provocatorio: non sappiamo se il fatto di essere maschi o femmine ci rende emotivamente e intellettualmente diversi per genere, e non sappiamo nemmeno il contrario, perché la questione è assai difficile da analizzare.
A questo proposito i capitoli più interessanti sono quelli dedicati alle differenze tra cervelli maschili e femminili: la letteratura in merito è stata pazientemente ripresa in mano, testo per testo, analizzata e smontata, rivelando talvolta un notevole tasso di approssimazione*** già alle origini, talvolta un ancor più alto tasso di approssimazione nelle sue interpretazioni, per tacere del fatto che i campioni studiati spesso erano... come dire... un po' ridotti numericamente - e che tutti gli umani studi sul funzionamento del cervello presentano a tutt'oggi ampie zone di incertezza sulle conclusioni che se ne possono trarre.
Altri capitoli tuttavia, a partire dal primo, presentano grandi motivi di interesse:  di come sia facile influenzare anche i più semplici test attitudinali con pochissimi accorgimenti iniziali - ad esempio i celebri test sulla maggiore attitudine maschile alla matematica e agli studi scientifici; di come in generale, nei test e nelle risposte aperte chi viene testato mostra una curiosa tendenza a uniformarsi all'immagine di sé che ritiene gli altri abbiano di lui o di lei (un tema su cui il nostro Pirandello avrebbe avuto davvero molto da dire***), e che a sua volta può essere influenzata anche da stimoli minimi prima del test; di come il muro che compare davanti a certe scelte lavorative femminili incoraggi, diciamo così, le donne verso determinate carriere; di come sia praticamente impossibile anche ai genitori meglio intenzionati, impostare per la prole un educazione neutra riguardo al genere, a meno di non vivere su un eremo dell'Himalaya*****perché la società circostante influenza comunque con forza le scelte del bambino.

Al di là del tema trattato, che per molti è interessante di per sé, il libro racchiude molti e inquietanti interrogativi sulla forza con cui i preconcetti dei ricercatori possono influire sulle famose ricerche scientifiche oggettive, anche quando i media non ci mettono del loro nel divulgarne i risultati dopo qualche inevitabile aggiustamento.

Consigliato a uomini, donne, genitori e figli - ma anche i nonni potrebbero trarne un certo giovamento- oltre che agli insegnanti. Anche se specialistico, il testo è scritto in modo scorrevole e chiaro, e può funzionare anche come lettura da spiaggia o per un escursione in montagna, se si ha accanto qualcuno con cui parlarne.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homamademamma, e auguro un felice fine settimana a tutti, con caldo e sole ma serate giustamente fresche.
Che i gelati siano con voi!

*da questo si può ammirare la mia propensione all'empatia. Del resto, sono una donna
**ahimé, ho uno stomaco resistentissimo (forse una tipica caratteristica femminile?)
***detta anche cialtroneria, in gergo unisex
****pur essendo maschio, e perciò inadatto all'introspezione
*****mi sento in dovere di precisare che l'eremo e l'Himalaya li ho tirati in ballo io, non l'autrice; garantisco però che il concetto è quello.

domenica 27 luglio 2014

Di contratti a termine e di malattie più o meno curabili

Di solito non stiamo a farci molte domande sull'orientamento sessuale delle sirene; anche perché, in effetti, sono affari loro (l'immagine è in http://pronon1990.deviantart.com/art/Chun-Li-And-Cammy-underwater-kitten-s-332669287)

Il caso è stato rubricato dalla stampa come "Insegnante licenziata dalla scuola privata perché lesbica", con la consueta approssimazione che caratterizza l'informazione italiana. In realtà non sappiamo se l'insegnante sia lesbica e certamente non è stata licenziata, in quanto aveva un contratto a termine scaduto. 

La storia, nella sua quieta follia, è abbastanza semplice: l'insegnante in questione insegnava al Sacro Cuore di Trento, scuola privata paritaria. Per il quinto anno di fila aveva avuto un contratto annuale senza estate pagata. La madre superiora l'ha accostata in Sala Professori, quando erano sole, e le ha spiegato che su di lei si diceva che fosse lesbica. Le ha poi chiesto se era vero o no, facendole capire che, se avesse provato a risolvere quel piccolo problema, il contratto avrebbe potuto esserle ancora rinnovato, a Settembre.
L'insegnante si è rifiutata di confermare o smentire le voci in questione, non ha mostrato nessuna inclinazione verso un eventuale percorso di cura e riabilitazione e, una volta concluso il colloquio, è andata a raccontare tutta la storia a una qualche associazione di tutela per i diritti civili. La vicenda è così finita sui giornali, e ha naturalmente fatto il giro della città.
Qualcuno ne ha approfittato per mettere in discussione i finanziamenti pubblici alle scuole private, che prenderebbero volentieri i soldi dallo Stato per poi regolarsi in base a certe loro personalissime leggi non scritte. Naturalmente non sono mancate nemmeno le attestazioni di solidarietà alla coraggiosa madre superiora.

Il racconto dell'insegnante è stato inizialmente confermato ex silentio dalla madre superiora, che ha dato una nuova versione solo dopo l'intervento del ministro Giannini, che ha promesso un esame accurato della vicenda, con severi provvedimenti qualora fosse risultato un atteggiamento discriminante da parte della scuola; allora, e solo allora, la madre superiora ha dichiarato che in realtà aveva parlato con l'insegnante perché c'erano state lamentele da parte di genitori, ragazzi e colleghi perché l'insegnante aveva affrontato in modo improvvido tematiche legate alla sessualità - smentita immediatamente dall'insegnante (che ha anche dichiarato che la sua materia non si presta a questo tipo di approfondimenti). Si potrebbe anche aggiungere che, in tutte le scuole del regno, quando i genitori si lamentano di quel che un insegnante dice su questioni politiche o sessuali anche il più pigro dei Dirigenti Scolastici si dà subito e di corsa una svegliata e prova almeno a chiarire in privato la questione col docente incriminato, ben prima della fine dell'anno scolastico - ancor di più, verrebbe da pensare, in una scuola privata, dove da un giorno all'altro il genitore può smettere di mandare il figlio (e di pagare!) per farlo istruire altrove.

Tutta la storia si presta a molte e varie considerazioni.
La prima cosa che colpisce è il candore con cui si è mossa la madre superiora: un contratto scaduto è un contratto scaduto, la scuola poteva decidere se rinnovarlo o no liberamente, senza rendere conto a nessuno. Ma evidentemente l'insegnante era piuttosto apprezzata e si è cercata una mediazione - tanto da indurre al sospetto che sarebbe bastata una secca smentita da parte sua per chiudere la questione.
Chiedere direttamente all'accusata se era lesbica o no è stato ritenuto giusto, normale, forse addirittura doveroso. Davanti a un accusa si dà sempre la possibilità di discolparsi, giusto?
Il piccolo dettaglio che nessuno per legge è tenuto a rendere conto del proprio orientamento sessuale, tanto meno al datore di lavoro, non è stato considerato rilevante. La possibilità che l'insegnante invece di nascondersi con la sua vergogna in un cantuccio a leccarsi le ferite prendesse un megafono e raccontasse l'accaduto al mondo intero non è stata minimamente messa in conto.
E sorvoliamo per pietà sull'idea di farsi un percorso di "cura". E' possibile che questo consiglio sia stato dato con tutte le migliori intenzioni del mondo ma, santissimo cielo, davvero la madre superiora sperava che la sola speranza del rinnovo di un pingue contratto a dieci mesi scarsi bastasse a convincere qualcuno a cercare di annientare una parte così importante della sua vita?
E' noto che questi percorsi di riabilitazione esistono (non risulta che funzionino, però esistono) ma chi decide di provare a seguirli lo fa mosso da spinte più profonde, prima tra tutte un rapporto decisamente conflittuale con la propria omosessualità. Sembra che le voci si basassero sul fatto che l'insegnante conviveva con una donna. Ora, delle due l'una: o la donna è una cara amica, o si tratta di una relazione talmente seria da spingere ad un progetto di vita condiviso. Chi trova* l'amore della sua vita può essere anche minimamente interessato a un tipo di terapia che cancelli dalla sua vita questo amore? 
Mapperpiacere!

Ci sono poi altri aspetti della vicenda che inducono a profonde riflessioni. 
Per esempio, il contratto a termine. Quello appena scaduto è il quinto. La scuola ne aveva trenta, di questi contratti a termine. Trenta insegnanti in condizione di precariato su... quanti? Ha senz'altro un senso che una scuola privata faccia un anno di prova, o anche due, ai suoi docenti, o che debba ricorrere a qualche, occasionale contrattino annuale per spezzoni o classi che l'anno successivo rischiano di non formarsi, ma... trenta? A St. Mary Mead tiriamo avanti tre sezioni di medie con quindici insegnanti, e abbiamo anche una sezione a tempo prolungato e un part-time. Trenta precari tutti in una scuola non li ho mai visti, nemmeno quando la Moratti chiuse i ruoli per tre anni di fila.  E sì che lo Stato non ci va certo leggero, col precariato.
Trenta insegnanti licenziati a fine Giugno e riassunti ai primi di Settembre, ogni anno. Per anni e anni di seguito. Certo, in questo modo non gli si paga lo stipendio quando la scuola è chiusa. Certo, lo fa anche lo Stato. E si becca anche i suoi bellissimi ricorsi, spesso e volentieri (e ogni tanto li perde, anche); ma, dobbiamo ammettere, lo Stato lo fa con minore perseveranza: di solito, dopo cinque anni che fai le supplenze annuali, almeno l'estate te la pagano.
L'Istituto si vanta di essere una presenza attenta alla persona e ai valori cristiani; tuttavia chi lo gestisce sembra del tutto ignaro che, tra i valori cristiani,  viene usualmente inserito anche il rispetto dei lavoratori e che, secondo la religione cattolica, tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di dio c'è anche la frode della mercede agli operai  - per tacere del fatto che promettere il rinnovo del contratto in cambio di un percorso terapeutico che ti redima dalle  peccata tua a me sembra un ricatto, né più, né meno.

Nei primi quattro anni di precariato, comunque, le presunte tendenze lesbiche  dell'insegnante non avevano interessato nessuno, né sembra che abbiano influito negativamente sul suo modo di insegnare - altrimenti non si capisce perché le avrebbero continuato a rifare il contratto. Forse, chissà, può darsi, non esiste un modo lesbico di insegnare, si insegna e basta. Pòle essere? 
Questa (presunta) omosessualità è diventata però improvvisamente un problema quando hanno cominciato a circolare le voci, anche se è ragionevole presumere che l'insegnante avrà lavorato nello stesso modo di prima.
Però, viene da pensare, se costei rischiava di traviare (contagiare?)  i ragazzi al sesto anno di insegnamento, probabilmente ne aveva traviati un bel po' anche nei primi cinque. Se non si aveva notizia che avesse traviato alcuno, allora forse sarebbe stato piuttosto elegante sorvolare sulla questione, magari ricordando alle malelingue che la maldicenza è peccato.

Infine, la chicca sopra le chicche: la madre superiora ricorda che l'insegnante non è abilitata mentre la scuola, in questi anni, si è impegnata a garantire l'assunzione anzitutto al personale abilitato.
Dunque: o l'abilitazione è importante o non lo è. Per quanto ne so, gli insegnanti che lavorano alla paritaria possono avere regolare contratto a tempo indeterminato anche senza abilitazione, e certo negli ultimi anni abilitarsi è stato virtualmente impossibile fino agli ultimi mesi, quando, secondo il buon vecchio uso statale, i canali di reclutamento si sono riaperti tutti insieme con conseguente guerra tra poveri. E infatti l'insegnante ha genericamente spiegato (onde non addormentare l'intervistatore con tutti i dettagli del caso) che con l'abilitazione era a buon punto.
Giusto in tempo per non farsi fare il contratto a tempo indeterminato, viene da pensare.

*o è convinto di aver trovato, che è la stessa cosa.

venerdì 25 luglio 2014

Hortodoxa - Sul corso di formazione on line per neoimmessi in ruolo

Il regista Spielberg riposa accanto al programmatore della piattaforma on line per i neoimmessi in ruolo

Per completare la trilogia dedicata alla mia disastrata immissione in ruolo non mi resta che parlare del Corso di Formazione On Line.
Ordunque, quando venne istituito l'anno di formazione per i neoassunti in ruolo* venne anche stabilito che i suddetti dovessero fare un corso di formazione di 40 ore, in seguito diventate 50.
In realtà, per quel che mi risulta, le lezioni vere e proprie coprivano una quindicina di ore (per il resto del tempo si supponeva che i neoimmessi facessero i compiti a casa da soli, o qualcosa del genere). Considerando come sono organizzati i corsi di formazione in questo campo era probabilmente meglio così, anche se, in effetti, non ci sarebbe stato niente di male se il Ministero avesse organizzato dei corsi utili e validi della durata di 40, 50 o anche 180 ore, ché il nostro è un lavoro dove c'è sempre tanto da imparare; ma insomma non voglio fare quella che sta sempre a criticare tutto: era così e basta.

Con l'avvento delle Nuove Tecnologie il corso diventò on line, 25 ore in presenza di apposito istruttore e 25 da farsi a casa o dove diamine il neoassunto ritenesse opportuno. Per quanto sono riuscita a ricostruire, ciò avvenne all'inizio del terzo millennio, e prese la sua forma attuale, affidata alle abili mani dell'INDIRE, nel 2004.
Si tratta di una piattaforma cui il Ministero ti autorizza ad accedere tramite password. Lì puoi partecipare a forum e dibattiti, svolgere esercizi e aggiornarti scaricando testi su argomenti collegati alla scuola, fino a raggiungere 50 crediti formativi.
Non sembra malaccio, vero? Il nostro è un mestiere talmente vario e imprevedibile che anche solo parlarne on line (o dal vivo)  con i colleghi ti lascia sempre qualcosa su cui riflettere. 

MA c'erano alcuni piccoli dettagli che presentavano un ampio margine di miglioramento, e trattandosi del MIUR la cosa non sorprende più di tanto. Trattandosi dell'INDIRE sorprende un po' di più, perché sul loro sito ho anche trovato delle cose piuttosto interessanti, ma tant'è.

Il primo e non lieve inconveniente era che la piattaforma funzionava poco e male. Per quanto ne so, dopo il 2004 non era mai stata aggiornata ma non ha mai funzionato bene, nemmeno da neonata: si bloccava spesso e volentieri, non si collegava oppure, direttamente, ti avvisavano che "la piattaforma è giù" (down); forse giù di morale? Poveretta, ne aveva ben donde. E che dire dell'umore del povero neoimmesso che sperava di lavorarci?
Quanto ai gruppi di incontro, avevano finito per chiuderli perché non riuscivano a gestirli e mandavano troppo spesso in tilt la piattaforma - che comunque, anche senza gruppi di lavoro, garantisco che in tilt ci andava spesso e volentieri. In questo casi la spiegazione è sempre "perché ci sono troppi contatti", e la risposta che sorge spontanea a chiunque è "Chissà come fanno con Facebook?". Infine, si tratta di gestire qualche migliaio di contatti, non di più - e oggigiorno sembrerebbe un obbiettivo non al di fuori della portata delle informatiche possibilità. Soprattutto, se insisti a fare il corso compattandolo in poche settimane ma coinvolgendo tutti quelli che entrano in ruolo quell'anno, devi programmare la piattaforma partendo dall'indispensabile requisito che deve reggere dai 50.000 ai 100.000 contatti in contemporanea, e se non ti riesce fare qualcosa in grado di soddisfare a questo requisito di base lasci subito perdere e rimandi tutti nelle aule a fare lezione tradizionale con tanto di penne d'oca, portacalamaio nel banco e striscette di carta pergamena per gli appunti. Dopotutto, non importa mostrarsi aggiornati a tutti i costi, per migliaia di anni siamo andati avanti con le cosiddette tecniche tradizionali, e qualche nozione credo siano riusciti a trasmetterla anche così.

L'anno in cui entravo in ruolo il corso cominciò particolarmente tardi. In effetti ogni anno partivano un po' più tardi dell'anno precedente, e a noi toccò a metà Maggio - che non è proprio il periodo dell'anno in cui un insegnante è ansioso di vedersi arrivare un attività aggiuntiva. Siccome eravamo davvero stretti con i tempi (specie dopo il tentativo di suicidio della piattaforma) una delle lezioni venne fissata di Sabato mattina, quando a St. Mary Mead facevamo lezione. Lo facemmo presente e ci dissero che non c'era problema, la scuola ci avrebbe giustificato l'assenza. L'insieme ci sembrò particolarmente perverso: perché mai avremmo dovuto fare un assenza, di cui a fine anno avremmo davvero fatto volentieri a meno, solo perché all'INDIRE non si erano preoccupati di organizzare le cose per tempo? Il lavoro di scuola ci sembrava dovesse avere la precedenza, si trattava di un servizio pubblico eccetera eccetera.
Saltò fuori che avevamo in effetti diritto a qualche ora di assenza, e così andammo a scuola. In effetti, fare lezione ci sembrava una prospettiva molto più allettante che stare a cazzeggiare con quell'improbabile piattaforma che non aveva nemmeno un interfaccia (al massimo un interculo).

L'istruttore ci spiegò che il corso era partito così tardi perché la piattaforma aveva avuto dei problemi. In effetti li aveva ancora perché già dal giorno dopo la piattaforma diventò irraggiungibile per più di una settimana. Nel frattempo il nostro provvido istruttore si era stampato un buon numero di schermate con le attività più consuete e ce le distribuì generosamente. E così si tornò davvero alla penna d'oca; o meglio, ai file in Word.

Comunque funzionasse, quella piattaforma aveva una grafica decisamente antiquata. A me ricordava moltissimo il sistema di schedatura di archivi Anagrafe, del quale era stato detto assai appropriatamente che non aveva un interfaccia, ma al massimo un interculo. Va detto però che Anagrafe era stato progettato (male) nel 1993, e non nel 2004 - e appariva discretamente antiquato già allora anche se, nonostante tutti i suoi difetti, di solito non andava in crash.
Schermate grigie con ovali di varie sfumature di grigio guidavano il neoimmesso in ruolo lungo percorsi piuttosto perversi. Le attività erano contenute in scatole dentro altre scatole dentro altre scatole, e il vero problema, se non ti eri appuntato subito il percorso, era ritrovare l'attività che volevi fare, perché il percorso sfidava spesso ogni tipo di logica. Certe volte, dopo aver scavato e riscavato, scoprivi che l'attività da fare non c'era, oppure stavi per un buon quarto d'ora a cliccare a casaccio prima di azzeccare l'unico punto dove il programma si apriva, come una rosa, permettendoti di capire cosa volevano da te. Altre volte, dopo aver scavato e riscavato, scoprivi infine che l'attività non era fattibile nel tuo ordine di scuola, e anche se la piattaforma era disposta ad accettartela comunque, un residuo di scrupolo ti inibiva dal preparare (male) un attività per la prima elementare.

In certi rari casi si poteva svolgere l'attività direttamente nella piattaforma - ad esempio in un attività dove chiedevano di inserire dei link utili per le lezioni con la LIM in un apposita tabella Excel. Ne volevano tre, ma in un attacco di virtuosismo decisi di metterne cinque: Wikipedia, un sito specializzato in mappe geografiche, una sezione del sito dell'Accademia della Crusca dove risolvevano dubbi ortografici e linguistici di vario genere, YouTube e un sito specializzato in approfondimenti storici per le scuole medie. Dovetti comunque rinunciare perché né io né l'istruttore riuscimmo ad aggiungere due righe alla tabella.
Nella maggior parte dei casi però si trattava di raccontare o progettare un esperienza didattica, e lo dovevamo fare scrivendo un piccolo file in Word che sarebbe partito come allegato: prima lo spedivamo all'istruttore, lui ce lo rinviava dopo averlo approvato e noi lo inviavamo alla piattaforma. Il giorno dopo ci venivano attribuiti i crediti dell'attività. Il tutto ci sembrò leggermente bizantino e un tantino perverso: più che una piattaforma a quel punto diventava una casella di posta elettronica.

Per noi di Lettere uno delle attività più gettonate era "Handicap e letteratura": si trattava di analizzare un qualche racconto o testo letterario il cui protagonista presentasse handicap. Non so come mai (forse era suggerito dalla traccia) tutti si precipitarono a fare Ranocchio, da Rosso Malpelo. Io personalmente lo trovavo più un caso da infortunio sul lavoro, e finii col fare un analisi de Il nano di Oscar Wilde. Solo dopo mi venne in mente che avrei potuto parlare di Gollum - dovevo essere davvero sotto pressione per non averci pensato subito. 
In un altra attività si chiedeva di tenere un blog di classe e raccontarne gli sviluppi, suggerendo di usare, come possibile piattaforma, Splinder - sì, proprio quella che un annetto prima era defunta, gettando scompiglio nel mondo dei blogger; evidentemente nessuno si preoccupava di aggiornare le tracce, anno dopo anno. Fu con un certo divertimento che mi inventai la storia di un blog di classe descrivendone gli alti e bassi e concludendo con un lamento perché, ahimé, tale blog era su Splinder e dunque ormai scomparso per sempre.
Ma la prima attività che andai a cercarmi fu La palestra contesa, di cui sentivo parlare da anni dalle colleghe entrate in ruolo prima di me: era uno di quei test dove dovevi segnalare chi aveva maggiore responsabilità di una data situazione, in ordine decrescente, e dove non esiste una risposta giusta ma che serve a capire la scala morale di chi risponde. Un po' inutile in quel contesto, visto che nessuno mai sarebbe andato a indagare sulle mie priorità morali, ma divertente. Per curiosità feci una piccola ricerca in rete e scoprii che c'erano almeno una decina di svolgimenti, a disposizione di chiunque li volesse. Con mia ulteriore sorpresa, nessuna delle graduatorie di responsabilità che incrociai corrispondeva alla mia: ai miei occhi era evidentissimo che il pasticcio l'aveva combinato il DS, promettendo la palestra prima a X e poi a Y e lasciando poi la gente a scannarsi come gli pareva. Io mi basai su quel che mi avevano spiegato tanti anni prima, quando avevo fatto un corso organizzato dalla Regione sulla gestione aziendale: la regola diceva che, ove due sottoposti discutono su questioni di organizzazione, la colpa è sempre di chi dirige e che non ha organizzato bene le rispettive sfere di competenza.

Arrivare a quaranta crediti fu rapido e piuttosto indolore e così prendemmo anche noi il nostro bell'attestato, anche se in effetti dopo aver fatto il corso non ci sentivamo particolarmente formate.

*Legge 270/82