Il mio blog preferito

venerdì 17 maggio 2013

La piccola Fadette - George Sand


Il romanzo si intitola alla piccola Fadette, ma è principalmente la storia di due gemelli e del loro mai completato distacco. La prima scena, anzi le primissime righe sono dedicate alla loro nascita, mentre Françoise Fadet compare a più di un quarto del libro, inquadrata di scorcio, e ci vorrà ancora un po' prima che riesca a entrare nella vicenda, ambientata nella campagna francese tra Settecento e Ottocento (ma senza che al lettore pervenga accenno alcuno della recente rivoluzione).
Due gemelli, dunque. E la levatrice, comare Sagette, insiste subito che vengano fatti crescere il più possibile separati, altrimenti dopo sarà un bel problema. I genitori per un po' ci provano, ma senza grande convinzione,  così finisce che i due bambini crescono appiccicati, amandosi alla follia, e al momento in cui un po' di separazione diventa opportuna, sarà in effetti un bel problema.

Il distacco tra i due ragazzini avvia un cambiamento: fin quando erano vissuti in simbiosi i due erano stati quasi identici anche nel carattere oltre che nell'aspetto, ma dal momento della prima separazione (che pure è piuttosto soft) iniziano a diversificarsi: Landry, il più solare, si rafforza e si apre al mondo esterno, mentre Sylvinet  scivola sempre più in una dimensione malinconica e lunare, entrando nell'ombra.
Proprio in una di queste crisi la piccola Fadette entra in scena la prima volta. E' la nipote di Nonna Fadette, la guaritrice del villaggio sospettata da sempre di una complicità del demonio che non fa nulla per smentire perché  le è assai utile per il suo lavoro. L'educazione della nipote è stata carente per molti aspetti, salvo che nell'insegnamento della medicina e dell'uso delle erbe, e la ragazzina cresce sguaiata e stracciata in mezzo alle più deplorevoli maldicenze pur essendo intelligente, operosa, assai accorta e con un cuore d'oro. Sembrerebbe un partito improponibile per il gemello più solare, figlio di una delle più prospere e benvolute famiglie del villaggio, ma Landry ha un animo positivo, capace di guardare al di là dei suoi stessi pregiudizi e delle chiacchiere del villaggio e sotto il suo influsso la piccola streghetta in erba imparerà ad apparire, oltre che ad essere, una fanciulla degna di ogni stima. Lentamente (e con qualche aiuto esterno) i pregiudizi su di lei cadranno, persino quelli di Sylvinet, che saranno i più tenaci.
Eppure, nonostante il lietissimo fine, la ferita della separazione tra i due gemelli resterà, anche se sopita all'apparenza, ed è una ferita di cui nessuno ha colpa - né i gemelli, né Fadette, solo il flusso della vita che rende impossibile la riunificazione completa.

Ho sempre adorato questo romanzo breve, nonostante la prima lettura l'abbia fatta su una versione ridotta ed adattata (che poi non so cosa ci fosse da ridurre ed adattare: la storia è perfetta così com'è). Uno dei grandi motivi di fascino ai miei occhi era che tutti erano buoni, o meglio le ragioni di tutti erano spiegate così bene che si finiva per comprenderle: anche i pregiudizi del paese, anche la gelosia che dominava Sylvinet e di cui il povero ragazzo sarebbe stato ben lieto di liberarsi, anche le opposizioni iniziali della famiglia di Landry al fidanzamento, e perfino il caratteraccio di nonna Fadet - un personaggio, in effetti, non troppo raccomandabile; e nonostante la mia anima cittadina si commuovesse molto più davanti a un bello snodo autostradale che a una veduta di campagna, non sono mai stata insensibile al fascino dei gloriosi noci della Cosse, del profumatissimo fieno della Giuncaia, del guado delle Rotelle e via sviolinando.
Ufficialmente passa per un libro per ragazzi, e infatti ne circolano numerose versioni più o meno maltrattate. In realtà mi sembra il classico romanzo in cui si può trovare qualcosa ad ogni età. Ed è una bella storia d'amore.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture a tutti, mentre io passerò il fine settimana a correggere (o almeno, così dovrei fare).


mercoledì 15 maggio 2013

Quei grandissimi cornuti dell'Invalsi...

Re Thranduil usa come cavalcatura un funzionario Invalsi; nessuno dei due ha l'aria molto sveglia.

Com'è universalmente noto, i dipendenti Invalsi sono, tutti, dei grandissimi cornuti, e come rivalsa di questo indiscutibile fatto non cessano di studiare sempre nuove tecniche per complicare la vita a studenti, insegnanti e personale non docente, insomma di chiunque abbia la sventura di starsene a dar prova del suo ingegno in una scuola.

Premetto che non sono visceralmente e per principio contraria alle prove Invalsi; anzi, di tendenza sarei abbastanza a favore: io lavoro tutto l'anno in una classe, valuto tenendo conto di 767 criteri diversi sì come richiede la legge, poi arriva una prova oggettiva e calcola come appare la mia classe all'esterno e come risulta la sua preparazione. E' una cosa interessante e ci sarebbe sempre da imparare (o da restare gratificati, quando i voti della prova Invalsi coincidono con i tuoi).
E nemmeno credo che l'Invalsi sia destinata a tempi brevi a diventare un indicatore per la qualità di scuole o insegnanti; e questo perché al momento i funzionari dell'Invalsi mi sembrano davvero troppo imbranati per riuscire a gestire in un qualche modo l'immane quantità di dati che riceve e che elabora in tempi geologici a quello o ad altri scopi.
E non ho mai rifiutato una modesta collaborazione, ove richiesta, alle prove Invalsi: sorvegliando senza suggerire o correggendo in modo coscientemente imparziale (all'inconscio, si sa, non si comanda. E non è affatto detto che si addormenti in fase di correzione solo perché l'Invalsi pretende di far eseguire la correzione a personale interno).

Detto questo, l'Invalsi come viene fatta al momento continua a non convincermi: perché il questionario rappresenta un grandioso spreco di carta e di tempo; perché le prove stanno diventando troppo lunghe (75 minuti per ognuna delle due prove più 30 minuti di questionario più tempi tecnici di somministrazione più intervalli vuol dire mangiarsi un'intera mattinata di scuola, che verso la fine dell'anno mi sembra una vera porcata); perché le prove non sono affatto anonime dato che noi interni sappiamo benissimo a chi diamo i codici e con quale criterio; perché chi corregge ha troppo margine discrezionale, oltre a sapere benissimo il nome dell'alunno che sta correggendo, perché alle superiori sembrano oggettivamente fatte a cazzo di cane*, e insomma perché, oggettivamente, alla fine di oggettivo non mi sembra ci sia molto. Tutti difetti ampiamente emendabili, certo. Basta volerli emendare.

Inoltre, quest'anno, quei grandissimi cornuti dell'Invalsi hanno scelto, per fare le prove in prima, proprio il giorno in cui in prima avevo tre ore, il che mi spinge vieppiù ad augurarmi che le loro corna prolifichino ulteriormente.  

Infine e soprattutto, essendo i dipendenti Invalsi, tutti quanti, dei grandissimi cornuti, ogni anno il carico di lavoro per gli insegnanti interni aumenta, pur essendo all'Invalsi prontissimi a piagnucolare sul fatto che gli insegnanti interni suggeriscono agli alunni, correggono male eccetera eccetera eccetera. Ma le correggeste voi e rompeste un po' meno? Magari risparmiandoci i processi alle intenzioni e raspandovi un po' le vostre lunghe e ramificatissime corna?

La nuova geniale pensata di quest'anno è stata la seguente: onde impedire che gli alunni copino (come se esistesse davvero un sistema capace di impedire di copiare all'alunno desideroso di farlo) le prove di matematica e di italiano sono state frullate 
in cinque diverse combinazioni. Gli insegnanti (ma che scrivo "gli insegnanti"? Il coordinatore, naturalmente) dovevano disporre i banchi e gli anonimissimi codici in maniera che nessuno avesse davanti, dietro o ai lati qualcuno con la sua stessa combinazione di domande. Lascio immaginare il potenziale casino che ne può risultatore qualora il somministratore sia una persona tendenzialmente distratta come me, che già l'anno scorso ha dato sì mirabil prova di sé in tal senso.
Così, tra controlli e doppi controlli ho sprecato un'ora nella mia prima a disporre i banchi e gli alunni in modo da rispettare le demenziali e cornutissime indicazioni dell'Invalsi (anche se la Prima d'Ogni Grazia Adorna non ha mai manifestato una sia pur larvata tendenza a copiare) e non mi avrebbe affatto schifato passarla invece a far lezione. Poi ho passato una buona mezz'ora a controllare e ricontrollare i codici nella prima dove sorvegliavo e somministravo, nel tentativo di non ripetere la demenziale performance dell'anno scorso (e anche lì non mi è sembrato che la prospettiva di copiare li avesse nemmeno sfiorati) e infine un'ora a cazzeggiare in Sala Professori perché non avevo lezioni da fare altro che nella mia amata prima che era impegnata ad invalsare.
Vivaddio, sembra che nessuno mi chiederà di recuperare quell'ora, come avviene in altre scuole. E sembra perfino che mi daranno (come l'anno scorso) qualche soldo per la correzione - che avrò l'onore di fare... sulle prove della mia prima. Perché in una scuoletta di tre sezioni, a quel che sembra, non ci sono insegnanti bastevoli per parare il conflitto di interessi, specie dopo che hai tolto dal mazzo i Compagni di Merende, i colleghi con il giorno libero e la pur disponibile collega che continua a insegnare (bene) matematica, ma che ormai ci vede solo da molto vicino e al computer non può starci.

Sempre in tema di correzione, sembra che avverrà in due mandate: un pomeriggio per correggere a mano, e un pomeriggio della settimana seguente per inserire i dati nella maschera che in Toscana non arriverà prima di una determinata data.

Il tutto augurandomi caldamente che i coniugi dei dipendenti Invalsi vieppiù cornifichino i loro consorti.

*senza offesa per l'apparato riproduttivo di questo nobile animale, è solo un modo di dire

mercoledì 8 maggio 2013

Urticante

Invero l'ortica è una nobile pianta. Molto bella, anche. Però irrita.

I lavori per la biblioteca si sono ordunque avviati: ci siamo procurate un computer arcaico (adesso ci manca solo il riduttore per la spina per attaccarlo) e dalla scuola elementare di St. Mary Mead hanno offerto un programma di catalogazione minimale fatto a suo tempo dal prof. Jorge. In quell'occasione abbiamo anche scoperto che tutti i responsabili delle varie biblioteche dell'Istituto Comprensivo sono subordinati d'ufficio alla bibliotecaria delle elementari di St. Mary Mead; immagino che dipenda dal fatto che la bilioteca delle elementari è alle elementari, che a loro volta sono l'unica scuola degna di questo nome, mentre noi siamo alle medie, la cui esistenza è a malapena tollerata all'interno dell'Istituto come un fastidio inevitabile; e Qualcosa dentro di me vorrebbe ribattere che io di biblioteconomia ne so molto più della bibliotecaria delle elementari, ma l'ho imbavagliato senza pietà perché, in una piccola biblioteca scolastica delle medie formata col Criterio del Raccatto, la biblioteconomia serve veramente il giusto. Piuttosto, magari qualcuno poteva notificarci che questo rapporto di subordinazione esisteva, invece di farcelo scoprire durante una chiacchierata informale: sono prontissima a commettere atti di insubordinazione di ogni tipo, qualora mi sembri che il caso lo richieda, ma almeno vorrei essere consapevole che li sto compiendo, invece di urtarmi senza volerlo con una persona che si è dimostrata gentile e disponibile.

L'opera di scarto e di spulciamento non è ancora completa, ma ormai qualcosa si comincia a intravedere e sarebbe dunque giunto il momento di passare all'inventariazione. Applicando la diligenza e l'economia della Buona Madre di Biblioteca mi sono detta che il registro dell'inventario non è indispensabile, visto che il numero di inventario viene riportato sulla scheda del programma, e dunque basta timbrare. Occorrono quindi:
- una chiavetta USB per tenere una copia di sicurezza dell'inventario
- un qualsiasi timbro della scuola media di St. Mary Mead (frugando nei cassetti della segreteria abbandonata ne ho trovati un paio piuttosto malridotti. Vedremo)
- un timbro autoinchiostrante e automatico per la numerazione
- un po' di etichette per le costole dei libri. Non importa che siano etichette con su scritto il nome della scuola, e nemmeno etichette di un formato specifico, basta che le misure siano "all'incirca quelle giuste per un libro"
- un paio di pennarelli neri o rossi o blu per scrivere le collocazioni sulle etichette (a scuola ci sono).
Poi è arrivata la prof. Quadrella e ha detto: alla scuola elementare dove va mio figlio quando un libro viene regalato, da un genitore, un professore o chi altro, mettono il timbro "dono di". Potremmo farlo anche noi, no?
"Buona idea" ho convenuto "Anche perché al momento ogni nuovo libro arriverà sotto forma di dono, a meno che non decidiamo di darci al taccheggio, il che non sarebbe dignitoso né educativo da parte nostra".
Così ho aggiunto la richiesta di un timbro di gomma con la scritta "dono di" (una spesa supplementare talmente minima che perfino una scuola dei tempi della Gelmini può permettersela).

La settimana successiva chiamo per avere notizie. Decidono di passarmi la Segretaria in persona perché ci sono stati problemi per uno dei timbri. E' stato trovato irrituale, mi spiegano. 
"Il materiale dovrebbe arrivare all'inizio della prossima settimana. Però volevamo chiederle, per quel timbro 'dono di'... Ci è sembrata una richiesta irrituale..."
Tramecolo. "Perché?".
"Che occasioni avreste di usarlo? Chi è che può fare un regalo alla biblioteca?"
"Genitori, ragazzi e insegnanti, direi. Forse anche qualcun altro, chissà".
"In quel caso potreste magari scriverlo a mano, non è necessario un timbro".
"No, vogliamo proprio un timbro. Qual è il problema?"
"Ecco, il concetto di "dono" ad un ente statale ha un significato particolare... Si tratta di un oggetto provvisto di valore commerciale che viene inventariato..."
"Infatti. Anche i doni alle biblioteche pubbliche vengono inventariati."
"No, vede, l'inventariazione è una cosa un po' particolare..."
Passa a spiegarmi nei dettagli cos'è l'inventariazione degli arredi e suppellettili scolastici. 
Allontano il telefono dall'orecchio e respiro profondamente, cercando di attingere alle più profonde riserve della mia spiritualità per non mandare la Segretaria a Fanculo, anche se all'inizio la prova sembra del tutto superiore alle mie forze.
Alla fine riesco a calmarmi, riaccosto il telefono e mi inserisco nel monologo tecnico sull'inventariazione (insomma, la interrompo) giusto mentre mi sta spiegando che nell'inventario della scuola elementare di libri ce n'è uno solo*.
"L'inventario della biblioteca è a parte, e riguarda proprio i libri, non le sedie e le scaffalature della biblioteca". 
"No, perché i libri non si inventariano".
"I libri di casa mia no, ma i libri delle biblioteche pubbliche sono inventariati eccome".
La Segretaria insiste "I libri non si inventariano, si catalogano".
La tentazione di mandarla a Fanculo si fa sempre più forte, e le più profonde risorse della mia spiritualità si sono ormai defilate di gran carriera.
"Si inventariano e si catalogano, ma sono due operazioni diverse. Comunque se non volete prenderci un timbro da quattro euro con scritto "dono di" discuterò la questione con la Preside e sentirò...".
La semplice evocazione della sacra figura della Dirigente basta a chiudere la questione. Non c'è problema, se davvero vogliamo quel timbro verrà ordinato...
"Allora non avete fatto ancora l'ordinazione?"
"Sì, ma non per il timbro del dono, perché non ci sembrava il caso di dargli seguito...".
"E non vi è venuto in mente di avvertirmi, se non volevate dargli seguito?"
La Segretaria risponde qualcosa di incomprensibile. Di nuovo la interrompo e chiedo un cuscinetto inchiostrato per i timbri. Mi risponde che non ce l'hanno nemmeno loro ma me lo manderanno (come fanno a mandarmelo se non ce l'hanno? E come fanno a timbrare qualcosa se non hanno un cuscinetto inchiostrato? Non lo so e non lo voglio sapere, voglio solo strozzare qualcuno, lentamente e senza pietà).

Tuttavia, per quanto urticata, mi comporto in modo esemplare: non mordo l'innocente telefono, non lo sbatto per terra per poi ballarci sopra, non prorompo in una lunga serie di inconsulte bestemmie.
In effetti non so nemmeno mettere a fuoco con esattezza cosa mi ha davvero irritato: se il fatto che abbiano deciso che la nostra era una richiesta "irrituale" (ma de che?) senza nemmeno avvisarci, o l'idea che per una biblioteca pubblica sia stravagante timbrare con specifico timbro i doni ricevuti, mentre è meno stravagante, o meglio "meno irrituale" scrivere a mano che è stato un dono, oppure l'idea che gli unici inventari esistenti su questa terra riguardino arredi e suppellettili e che qualsiasi biblioteca pubblica tenga un "inventario" del posseduto commetta in realtà un falso in atto pubblico, oppure l'amara consapevolezza che la segreteria tratta tutte le questioni con la stessa superficialità con cui ha trattato questa. La terza, credo. Sì, sono fermamente convinta che a mandarmi fuori dai gangheri sia stato veder sputare con tanta noncagance sulla foltissima schiera di bibliotecari che da due secoli a questa parte inventariano con tanta pazienza immani pile di libri.

Resta ancora da capire se il timbro per i doni arriverà con gli altri timbri o sarà necessario bussare alle porte della Dirigenza per ottenere un oggetto di sì gran pregio (no, di rinunciare non se ne parla nemmeno. Né da viva né da morta).

*e sono pure stata tentata di chiedergli quale fosse; ma poi ho deciso che non era il momento più opportuno per indagare in tal senso.

lunedì 6 maggio 2013

Edificante (il racconto del mese di Maggio)

Direttamente dal libro Cuore, ecco il Piccolo Scrivano Fiorentino

Quest'anno i previdenti e solerti insegnanti di St. Mary Mead si sono attrezzati per tempo per l'emergenza gite e, attraverso un mercatino pasquale, hanno raccolto una cifra che ci permetterà di mandare in gita anche gli alunni con famiglie squattrinate. Una delle insegnanti è passata nelle classi a spiegare che le famiglie in difficoltà potevano contattare il coordinatore nella più completa discrezione; poi, caso mai il concetto non fosse chiaro, è passata nuovamente. Ma non per questo la cosa è stata semplice, e alla fine i coordinatori hanno dovuto armarsi di telefono e chiamare una per una le famiglie che, con i più vari pretesti, stavano ritardando troppo il pagamento.
Io mi ero limitata a segnalare a suo tempo la famiglia di Ibn al-Arabi spiegando che non avrebbero pagato, all'insegna del motto "prevenire è meglio che curare". Poi era stato fatto il sondaggio sulla base del preventivo e la famiglia aveva firmato la sua intenzione a partecipare, così mi ero cullata nell'illusione che il problema si fosse risolto a monte e che avrebbero pagato (ma non per questo avevo fatto cancellare il suo nome dalla lista dei beneficiandi).
A riscuotermi era arrivato l'avviso a voce del ragazzo che "lui in gita non sarebbe venuto", senza altre spiegazioni. Visti i precedenti, non ci voleva un grande intuito per tradurlo con "I miei non hanno i soldi".
Il giorno dopo Matematica mi ha accolto al cambio dell'ora spiegando che aveva messo un rapporto sul registro a Ibn Al-Arabi perché il suddetto non le aveva risposto con adeguata cortesia quando lei si era rifiutata di mandarlo al piano di sotto durante l'intervallo, e che dovevo farglielo trascrivere sul diario perché lo facesse firmare a casa secondo come vuole la consuetudine della nostra scuola.
Siccome proprio quel pomeriggio dovevo telefonare alla famiglia per offrire la gita aggratis, che è sempre affare delicato, ho ritenuto più opportuno dimenticarmi di fargli trascrivere alcunché, almeno fin quando non fosse arrivata l'autorizzazione firmata per la gita, onde non rischiare di compromettere la delicata operazione (la famiglia è di quelle abbastanza severe per la disciplina) e d'altra parte il ragazzo era di un umore tra l'elettrico e il piangente che non mi faceva sperare di ottenere molto da lui durante la lezione se ci aggiungevo anche il carico del rapporto da firmare.
Nel pomeriggio ho poi fatto la spinosa telefonata, che con mia grande soddisfazione è filata liscia e senza intoppi.

La mattina dopo Ibn al-Arabi mi ha portato la sospirata autorizzazione e un bigliettino da parte della madre "Non so cosa ci ha scritto ma mi ha detto che è per lei" (e dal tono immagino che sapesse benissimo cosa c'era scritto)*. "Ah, e poi devo farle controllare anche la firma del rapporto".
"Firma del rapporto?" chiedo perplessa.
"Sì, ieri si è dimenticata di farmelo scrivere, allora me lo sono scritto da solo".
E mi ha portato il diario, con il rapporto corredato dalla firma materna.

Sono rimasta assolutamente edificata - anche perché, al posto di Ibn al-Arabi, credo proprio che non mi sarei posta il problema e avrei di buon grado sorvolato anch'io su ciò che l'insegnante mostrava di aver dimenticato.

*Si trattava di una specie di attestato di gratitudine, breve ma commovente, che conto naturalmente di conservare tra le mie carte più care sino alla morte.

domenica 28 aprile 2013

Abbiamo un governo?


E venne il giorno delle elezioni del Parlamento, quando tutto lasciava sperare che il povero elettore, stremato da vent'anni di campagna elettorale sempre più insopportabile, potesse finalmente concedere un po' di meritato riposo alle sue povere orecchie. 
E poi vennero i risultati, che sembravano usciti da un copione di Scherzi a Parte. E l'elettore guardò con fascinato orrore quel mostro singolare in pesante disaccordo con i sondaggi e le previsioni elettorali e ascoltò i commentatori politici che spiegavano che non poteva andare che così, che chiunque avesse un barlume di buon senso l'aveva previsto, dal momento che X aveva sbagliato tutto e Y e Z invece avevano azzeccato ogni mossa, e in cuor suo si domandò come mai, se tutti l'avevano previsto, nessuno lo avesse detto prima dei risultati, ma non trovò risposta.
E i risultati delle elezioni dividevano il paese in tre poli (più un quarto polo più piccolo) in barba a qualsiasi considerazione raziocinante di fisica e di geografia.
E l'elettore si domandò che accidente di governo si poteva fare con quei risultati, e ringraziò il cielo che non toccasse a  lui pensarci perché proprio non avrebbe saputo come spantanarsi. 
E vennero i tre capi dei tre poli, dopo aver assunto gran copia di analgesici contro il mal di testa, e dissero che il governo manifestamente spettava a loro - nel senso di "a ognuno di loro".
E venne il Presidente della Repubblica che si domandava in che cosa avesse peccato, lui o i suoi genitori, per trovarsi in tal frangente, ma che assegnò l'incarico di tentare di formare il governo a quello dei tre poli che aveva preso più voti degli altri.
E vennero gli elettori del primo polo che urlarono al capo del primo polo che se mai si fosse azzardato a fare il governo con il secondo polo lo avrebbero sbranato vivo per poi lasciare le sue ossa a biancheggiare al sole. E il capo del primo polo, avendo un certo qual attaccamento alla vita, cercò di fare il governo con il terzo polo.
E vennero i giorni del tentativo di fare il governo tra il primo e il terzo polo, con i rappresentanti del terzo polo che urlavano a gran voce che, piuttosto che fare il governo con il primo polo, si sarebbero tutti castrati sull'istante. E il capo del primo polo insistette quanto era possibile insistere e alla fine prese atto che non ci si può alleare con qualcun altro se il qualcun altro non è d'accordo e lasciò perdere. E nel frattempo il secondo polo mandava a dire che lui si sarebbe alleato volentieri con il primo polo perché lui, il secondo polo, era fatto di gente responsabile.
E venne il giorno che il nuovo Presidente della Repubblica, che in realtà era ancora quello di prima ma lo avevano rieletto, disse che a questo mondo il governo si poteva fare solo con chi ci stava a farlo, e che d'altronde un governo poteva fare comodo perché il paese aveva qualche piccolo problema cui sarebbe stato opportuno mettere mano, e che insomma fra tutti la smettessero di giocare e si decidessero a fare un governo perché i giorni passavano, le madri imbiancavano e un governo ci voleva, non si poteva andare avanti in eterno con gli avanzi del vecchio.
E il capo del primo polo si stracciò le vesti, si graffiò il volto, si gettò la polvere sui capelli e disse che, dato che lui aveva sbagliato tutto, come non facevano che ripetergli ormai da mesi, toglieva il disturbo e se la vedessero un po' tra loro.
E venne il giorno del Nuovo Incarico, quando un rappresentante del primo polo di cui nessuno aveva parlato in quei mesi, come se nemmeno esistesse, venne improvvisamente incaricato di fare il governo e avviò le trattative e le consultazioni.
E il terzo polo e gli elettori del terzo polo urlarono che loro non li aveva considerati nessuno e avevano il diritto di fare il governo, anche da soli e senza nessuno degli altri due poli che gli facevano schifo. E nessuno se li filò se non per schernirli aspramente e fargli le linguacce.
E il terzo polo disse che gli altri due poli stavano per allearsi per fare il governo, e che era una vergogna, ed entrambe le affermazioni erano verissime.
E il secondo polo esultò dicendo che loro avevano vinto e che avrebbero fatto il loro governo con il loro bellissimo programma elettorale.
E gli elettori del primo polo soffrivano di acutissime crisi di vomito e diarrea e ululavano alla luna che loro non volevano nessuno del secondo polo nel loro bel governo, nonostante qualcuno ammettesse a denti stretti che, per fare un governo col secondo polo, era pur necessario adattarsi ad avere a che fare con qualcuno del secondo polo.
E vennero le Indiscrezioni sulla Lista dei Ministri e gli elettori del primo polo vomitarono più volte financo la prima comunione, e qualcuno di loro cominciò a sospettare di aver contratto qualche grave forma di colera, ma alle analisi mediche non risultavano infezioni, però loro continuavano a vomitare e a soffrire di nausee peggio che se fossero alle prime settimane di una gravidanza particolarmente delicata.
E venne, dopo due eterne giornate, la Vera Lista dei Ministri, e gli elettori del primo e del secondo polo si accorsero che faceva meno schifo del previsto; e qualcuno, calmati finalmente gli spasmi più violenti della nausea, cominciò ad assumere piccole porzioni di cibo, sotto forma di brodino di pollo allungato o fette biscottate bagnate nel té leggero o nella camomilla. E il secondo polo gridava ai quattro venti che aveva vinto e il primo polo lo lasciava dire perché proprio non gli sembrava ci fossero gli estremi per controbattere che invece avevano vinto loro.
E nei forum politici i postatori stipendiati del secondo polo cominciarono subito a dire malissimo del nuovo governo e degli altri due poli, esattamente come quando l'anno prima con l'appoggio del loro polo era stato votato un governo cosiddetto "di tecnici".

E tutti continuavano a comperare grandi dosi di antiemetici e antidiarroici e a nutrirsi di sottili fette biscottate inzuppate nel té leggero, ma qualcuno in cuor suo osservava che, a conti fatti, quel governo non sembrava all'apparenza né meglio né peggio di tanti altri governi che avevano avuto, alcuni dei quali avevano perfino fatto una riuscita decente.
E tutti i politici continuavano a straparlare come se fossero ancora in campagna elettorale, e a quello sembrava proprio non esserci rimedio, ma intanto il mondo andava avanti, bene o male che fosse.

mercoledì 24 aprile 2013

Contro l'esasperante ed esasperato uso dell'esasperante parola "inciucio" (post esasperato)

L'inciuccio, si sa, è un utile strumento per far rilassare i bambini. Un po' troppo nominato, di questi tempi. Una collega (da me imitata) ogni tanto istituisce il premio del "Ciuccio d'oro" per le classi dal comportamento infantile.


Ci deve essere stato, immagino, un tempo in cui la parola "inciucio" aveva un qualche significato. Ma, e lo ricordo bene, c'è stato anche un tempo in cui questa parola non veniva usata se non in dialetto napoletano. In italiano si parlava di compromessi, accordi sottobanco,  pastette, trattative riservate e un sacco di altre robe più o meno commendevoli e più o meno consuete in politica. Poi, un bel giorno un qualche politico (corre voce sia stato l'ineffabile D'Alema) lo usò in un'intervista e da allora questa parola perseguita l'incauto elettore italiano che, per le più varie ragioni, non possa permettersi di passare la sua esistenza in una cella a tenuta stagna e completamente isolato dai mezzi di informazione.
La parola mi rimase immediatamente antipatica perché sin da subito la associai a quell'utilissimo strumento tanto spesso usato per placare bambini piangenti o comunque di malumore: il problema, dal mio punto di vista, è che dove c'è un ciuccio assai spesso c'è un bambino assai piccolo che strilla o potrebbe strillare, e a me i bambini fino ai dieci anni fanno venire l'orticaria. 
Mai quanto l'uso indiscriminato della parola "inciucio", comunque.

Col passare degli anni quest'assurda parola ha perso ogni pur vago contatto con l'originale significato di "pettegolezzo, chiacchiera" e si è trasformata in una di quelle parole-bandiera il cui scopo precipuo è far vibrare di indignazione il cittadino al solo nominarla. Viene usata senza ritegno per alleanze conclamate, fusioni di movimenti politici avvenute in eurovisione davanti a milioni di testimoni, accordi minuziosamente preparati in pubblico nonché per banali formule di convivenza politica che rientrano al più nelle consuete regole del viver civile. Può darsi che, in un qualche punto della storia italiana, abbia effettivamente indicato un accordo non avvenuto in forma totalmente pubblica, ma di cotale (ed eventuale) uso si è persa da tempo la memoria. Sta di fatto che, ormai da più di quindici anni, quando un politico non sa assolutamente cosa dire a un comizio, una pubblica dichiarazione o un'intervista, evoca la parola "inciucio" allo scopo di suscitare schifo e ribrezzo verso l'immondo avversario in chi lo ascolta (perché, purtroppo, c'è sempre qualcuno che lo ascolta).

Il suono della parola mi è sempre risultato irritante; le manovre troppo apertamente manipolatorie, anche; i politici che parlano a frasi fatte comprate al discount un tanto al chilo, ancor di più. Da non so più quanti anni, quando un qualsivoglia esponente di una qualsivoglia parte politica evoca sia pur di striscio l'inciucio in qualche dichiarazione stacco l'audio e segno l'esponente in questione in una (ormai lunghissima) lista nera di persone da non prendere minimamente in considerazione quando aprono bocca.
Ciò nonostante, devo pur prenderne atto, gli esponenti politici sembrano del tutto indifferenti alle mie liste nere e la parola "inciucio" è ancora usatissima, alla faccia delle mie personali idiosincrasie.
Inoltre, tutti intorno a me continuano a vibrare doverosamente di indignazione davanti alla forza evocativa di cotal parola.

(Vabbe', il mondo è freddo e pieno di incomprensione, si sa.
Per fortuna, almeno il mio blog mi capisce e con lui posso sfogarmi)

venerdì 19 aprile 2013

Uomini d'arme - Terry Pratchett


Dopo A me le guardie ecco il secondo libro del Ciclo delle Guardie nella saga di Mondo Disco di Terry Pratchett.

Il tema principale del romanzo riguarda gli incontri tra Diversi. 
Le differenze, si sa, possono essere motivo di attrito, ma quando vengono affrontate con buon senso e spirito costruttivo possono anche arricchire  le varie parti in causa.
E dunque abbiamo: le differenze sociali, nel fidanzamento ormai avviato al matrimonio, tra la incredibilmente ricca Lady Sybil, allevatrice di draghi da palude e lo scalcagnatissimo e introspettivo capitano delle guardie della città Samuel Vimes, con molte interessanti considerazioni sul fatto che i veri ricchi possono vivere da ricchi spendendo meno dei poveri che vivono da poveri; le differenze razziali all'interno del corpo di guardia, dove è stato deciso di aprire l'arruolamento a tutte le varie componenti della popolazione della città di Ankh-Morpork, nani, troll e non solo;  il rapporto inizialmente conflittuale tra il troll Detritus e il nano Cuddy che impareranno prima a convivere e poi ad apprezzarsi per i loro vari meriti in un rapporto che ricorda molto l'amicizia tra Legolas e Gimli, con qualche piccola variante; la storia d'amore tra la bellissima Angua, dalle particolari abitudini notturne in certi periodi astrali, e l'irresistibile caporale Carota, dove in verità il contrasto parte principalmente da Angua, che con sensibilità squisitamente femminile non cessa di elencarsi i motivi per cui una storia tra lei e Carota non potrebbe mai funzionare, ma evita con ogni cura di ostacolarla (perché "sensibilità  squisitamente femminile" non è sempre e solo sinonimo di "autolesionismo"); e le molte differenze tra cani e lupi e uomini e tutte le varie possibili mescolanze tra queste tre nobili specie, dove una parte molto importante è riservata a Gaspode, cane-che-non-è-soltanto-un-comune-cane, anche lui con qualche problema di inserimento sociale.

Uno dei fili conduttori della trama, che serve da raccordo per molti di questi confronti, è costituito da una serie di omicidi sui quali la Guardia Cittadina è chiamata ad indagare e che coinvolgono la Gilda degli Assassini (sì, ad Ankh-Morpork c'è una Gilda degli Assassini, ed è guardata con grande rispetto, soprattutto da chi teme di diventarne vittima), la Gilda dei Buffoni, problemi di travestimenti e di identità e, soprattutto, l'uso di una terribile arma inventata per caso e di cui da tempo era stata decisa la distruzione - ma, come succede sempre in questi casi, la distruzione pare non essere stata condotta nel più efficiente dei modi, anche se alla fine la questione dovrebbe essere effettivamente risolta, grazie alla soluzione escogitata dall'abile Carota (che a fine libro passa di grado).
Il movente in filigrana dietro questi omicidi, che emergerà gradualmente, è il tentativo di organizzare un colpo di stato per riportare un re sul trono di Ankh-Morpork. Un Ritorno del Re, insomma, dove l'erede della dinastia reale a lungo scomparsa riesce però con molta abilità ad occultare le prove inconfutabili della sua ascendenza e non prende nemmeno in considerazione la possibilità di lasciare il suo amato posto di guardia cittadina - perché "poliziotto" viene da "polis" e significa "uomo al servizio della città".
Ma, come ricorda il Patrizio della città verso la fine del romanzo, anche "politica" viene da "polis" ed indica l'arte di governare la città, o comunque la comunità. 
Che è questione singolarmente attuale, per noi italiani.

E' possibile che sia il mio libro preferito del ciclo - anche se è una questione su cui cambio idea ogni volta che ne prendo in mano uno.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice fine settimana a lettori e non lettori.

lunedì 15 aprile 2013

La biblioteca della scuola media di St. Mary Mead

La biblioteca della scuola media di St. Mary Mead non è esattissimamente così. Non proprio.

Di mia spontanea volontà quest'anno mi sono presa l'incarico di "referente della biblioteca scolastica". L'ho fatto in parte per puro masochismo e in parte per puro divertimento. I due motivi sono apparentemente inconciliabili, ma dal mio perverso punto di vista poche cose sono più divertenti del combattere con qualcosa di assai simile al brodo primordiale e venirne a capo - dopo tutto, sono stata anche archivista, e quando ti mettono a riordinare un archivio, ciò non avviene mai perché cotale archivio è già ordinatissimo di per sé - in quel raro caso, al massimo te lo fanno schedare al computer, o descrivere o cose del genere.

Prima di tutto: a St. Mary Mead c'è una biblioteca, e credo ci sia sempre stata da quando quella scuola esiste* e questo ci mette già in posizione di netto vantaggio rispetto a una cospicua fetta delle scuole medie. E c'è anche una stanza dedicata alla biblioteca, con scaffalature a norma, in metallo, fissate al muro. 
Ci sono anche dei libri. Magari non recentissimi, ma ci sono.
Il punto è che nessuno là dentro (salvo, in piccola parte, io, dopo qualche mese che ci sto dietro nei ritagli di tempo in cui la scuola è aperta, non sono in classe o a compilare registri e nemmeno mi diletto a prendere e riprendere influenze) ha la benché minima idea di quali siano questi libri.
Non c'è il registro dell'inventario. Chiaramente deve esserci stato, un tempo, perché molti libri sono inventariati ed etichettati; ma, a giudicare dalle condizioni dello scotch che tiene attaccate le etichette e delle date di stampa dei libri in questione, si tratta di un tempo piuttosto remoto. Da un attento (forse) esame storico, storiografico e storicistico nonché da accorte analisi per la datazione col metodo del carbonio 14 non risultano interventi successivi alla metà degli anni 70 del secolo scorso.
Perché l'inventario è scomparso nel nulla? Quel tipo di registri non scompare quasi mai, nemmeno quando da tempo ha perso ogni utilità di essere. 
Da noi però è scomparso.
D'accordo, sono molti anni che non c'è più un bibliotecario. Sono diversi anni che la maggior parte delle scuole non ha più un bibliotecario - più o meno da quando il ministro Moratti ha stabilito che quegli insegnanti che non possono più stare in classe** devono stare in classe nonostante tutto. Tra l'altro in molte scuole ormai non c'è più un bibliotecario, ma non per questo manca l'inventario.
Inoltre la gran parte delle biblioteche scolastiche della zona ha avuto una fioritura, o ri-fioritura, verso la fine del secolo scorso e i primi anni di questo (facciamo 1995-2003), quando su richiesta arrivavano fondi e aiuti. Lì no. In quegli anni, in cui il Ministero era ancora della Pubblica Istruzione e concepiva ancora la possibilità di scucire qualche soldo alle singole scuole, nessuno da St. Mary Mead ha chiesto un soldo bucato per la biblioteca della scuola media, nessuno lo ha speso, nessuno ha incollato nemmeno mezza etichetta sul dorso dei libri.

Oltre all'inventario manca anche la memoria storica della biblioteca - comprensibile, visto che quella specifica biblioteca ha smesso di esistere verso la fine degli anni 70. Da quando sono lì ho sempre sentito parlare della "biblioteca" come di una misteriosa entità di cui nessuno sa niente, quasi fosse un  meteorite con tracce di metalli sconosciuti alla scienza terrestre piombati dal cielo chissà quando e chissà da dove. 
In un tempo lontano quella bibioteca fu montata e costruita con dei criteri di base (e, direi, con dei finanziamenti quasi rispettabili). Comprarono un sacco di enciclopedie, quasi tutte ormai buone soltanto per l'Istituto Antropologico per la Storia della Cultura del Dopoguerra e anche un po' sfasciate. Comprarono pure una selezione di opere di didattica, anche sperimentale, degli anni 60 e primi 70 e riviste di informazione scolastica - chiaramente per gli insegnanti. 
C'è poi uno stuolo di quei libri che usavano tantissimo quando ero bambina (infatti erano considerati libri per bambini, non per ragazzi): riduzioni di riduzioni di classici della letteratura ottocentesca (ormai logorati dal grande uso al punto di non essere più utilizzabili) spesso corredati da orribili illustrazioni.
Due palchetti di libri sulle due guerre mondiali.
Un po' di libri di storia locale (nessuno dei quali etichettato).
Un'enciclopedia del calcio... degli anni 70 (non etichettata).
Molta letteratura italiana, con molti autori tutt'altro che praticati nelle scuole medie.
Un po' di classici stranieri.
Un'infinità di quei libretti di narrativa che gli editori scolastici ti rifilano, tu lo voglia o no.
Ex libri di narrativa adottati negli anni intorno al giro di boa del 2000.
Un po' di roba portata dio solo sa da chi negli ultimi vent'anni, non catalogata e per la maggior parte dei casi utile ad una biblioteca delle scuole medie quanto le tradizionali biciclette lo sono per i pesci.
Libri di geografia e di scienze degli anni 50.
Un po' di Maestri del Colore, malridotti.
Gran copia di libri scolastici degli ultimi dieci anni, per lo più non adottati (una parete piena, in buona parte intatti).

Stante che l'inventario non esiste e che la lista dei libri non è ricostruibile ho deciso di partire da un'accorta opera di sfrondamento allo scopo di far emergere da questa curiosa accozzaglia ciò che può servire se non altro agli insegnanti. Sì, lo so, un vero bibliotecario dovrebbe prima di tutto procurarsi un programma per la catalogazione al computer; ma siccome io non sono un vero bibliotecario, prima di tutto mi occuperò di selezionare ciò che va ri-catalogato.
E prima ancora di far questo, archivierò*** immani quantità di zavorra.
E per farlo mangerò una gran quantità di polvere e mi divertirò alla follia, incurante degli sguardi compassionevoli dei colleghi (un paio delle quali mi han pure offerto una concreta collaborazione).
Al cuore non si comanda, si sa.

*La scuola media unica è stata istituita nel 1963. Le medie comunque esistevano già da prima, e St. Mary Mead le aveva
**magari perché sono pazzi furiosi. Beh, probabilmente la Cleptomane non sarebbe stata una buona bibliotecaria. E potrebbe pure essere che l'inventario l'abbia fregato lei, chissà.
***in questo caso il verbo "archiviare" va inteso nel suo significato non-archivistico di "accantonare e/o cestinare"

venerdì 12 aprile 2013

Vincere di cortesia? O non vincere affatto?

Non c'è solo la piramide di Maslow, a questo mondo.

Nella Seconda Effervescente un nuovo cartellone si offre al mio sguardo. Il titolo, scritto ben grande, è "I nostri bisogni".
"Oh, la piramide di Maslow" mi dico. Ma in effetti non somiglia affatto a una piramide, bensì ad un reticolato.
"Scusate, quel cartellone?".
"Ce l'ha fatto fare la prof. Ghirlandai. Sostiene che andiamo troppo spesso in bagno e allora così teniamo il conto di quante volte alla settimana e al mese ci va ognuno di noi".
Il cartellone, infatti, è calcolato per contenere tutti i giorni del mese e tutti gli alunni della classe.

Ci tengo a precisare che la prof. Ghirlandai non si è mai segnalata per particolare stupidità, e anzi tutti noi nutriamo verso di lei stima e fiducia; tuttavia, non c'è poeta cui non manchi un verso e non c'è insegnante cui non manchi come minimo un'intera strofa.

L'intento della collega, senza dubbio, era di indurre i ragazzi ad una salutare riflessione sulla scorta dell'esame di dati oggettivi - e in verità, indurre alla riflessione attraverso l'analisi di dati oggettivi è operazione didatticamente assai valida, specie con una classe caotica ma sveglia.
Di fatto, però, le cose non sono andate esattamente come auspicato dalla Ghirlandai.

"Prof. Murasaki, posso andare in bagno?"

"Certamente"
"Ehi, Crodegango, c'è Rudperto che va in bagno"
Crodegango, assorto nei suoi pensieri (o forse nella mia spiegazione, tutto può essere a questo mondo) non sente.
"Crodegango! Ti decidi a muoverti? C'è Rudperto che va in bagno"
"Ma oggi non tocca a me"
"Sì che tocca a te"
"Ah già, è vero. Rosvita, mi dai il pennarello?"
Rosvita smette di scrivere sul diario e gli porge il pennarello.
Crodegango prende la sedia, la porta al tabellone e ci sale sopra (Rudperto è uno dei primi nomi della lista).
"No, non lì, oggi è il 12"gli ricorda Ermengarda.
Crodegango si corregge, poi chiede "Che ore sono?"
"Le undici e sette" lo informa Adalberta.
Crodegango segna l'ora esatta, scende dalla sedia, la riporta a posto, si siede, tappa il pennarello, lo restituisce a Rosvita e la lezione può infine continuare.
Nel frattempo Rudberto non è andato e pure tornato dal bagno, come chiunque sarebbe portato a pensare, bensì ha aspettato che tutte le formalità burocratiche fossero espletate nel più rigoroso dei modi. Solo a quel punto, quando la registrazione dell'evento è completa in tutti i dettagli, esce dalla classe.

Poiché la natura mi ha dotato di un'ammirevole pazienza ho sopportato tutta la trafila per diversi giorni, sperando che le procedure si sveltissero. Infine un giorno ho dichiarato, con voce forte e chiara, che se non avessero imparato a gestire tutta la faccenda nel più rapido e silenzioso dei modi avrei risolto la questione a modo mio non mandando più nessuno in bagno, per la prima volta in tredici anni di servizio prestato senza demerito; e la classe si è infine data una regolata.


"No, non è stata una buona idea" ammette senza esitazione la prof Ghirlandai.

"Beh, ci hai provato" cerco di confortarla.

Alla fine del mese il cartellone viene rimosso.

Non per questo la Seconda ha smesso di essere Effervescente.

mercoledì 10 aprile 2013

IntelligenzaPratica

Un affascinante e un tantino caustico post de LaProf tratta la questione dei BES (ovvero Bisogni Educativi Specifici) di recente entrati in scena al posto degli ormai logori DA (ovvero Disturbi dell'Apprendimento Non Meglio Identificati) tramite apposita circolare. In cotal fascinoso e caustico post, LaProf sostiene causticamente che al MIUR hanno stabilito che, dal momento che noi docenti non facciamo una benemerita minchia dalla mattina alla sera, sarebbe ora che ci occupassimo un po' di questi BES (che restano sempre Non Meglio Identificati, con la variante che dovremmo identificarli noi, dall'alto delle nostre competenze). 
Un attento ed occhiuto esame, svolto con la diligenza del buon padre (o madre) di famiglia rivela che sì, in effetti si tratta proprio di una di quelle Circolari Scaricabarile che da qualche anno in qua il MIUR ci rifila a scadenze non sempre regolari per indurci ad applicare la buona vecchia esortazione "Hai dei problemi? Risolvili!". Con la piccola aggiunta che, stando alla circolare in questione, noi insegnanti dovremmo sì risolvere i nostri problemi didattici, ma non si capisce bene come. "Riempiendo scartoffie" viene da pensare ad una prima lettura. Ma no, non è così definitivo: riempire scartoffie potrebbe forse tutelare il Consiglio di Classe e forse fornire un aiuto al BES di turno, ma anche no. E forse è giunto il momento di delegare ufficialmente la scrittura delle circolari del MIUR non tanto ai funzionari del ministero, quanto ai ben più qualificati Oracolo di Delfi o Sfinge, magari applicando la regola Turandot che recita "Gli enigmi sono tre, la morte è una".
Ulteriore corollario: la circolare in questione non cambia quasi nulla, a parte la grandiosa innovazione di trasformare i DA in BES; e per meglio illustrare questa mia convinzione vado adesso a narrare una storia dell'anno scorso.

Nella terza di Cristaccecami, com'è noto, non ci facevamo mancare nulla: su sedici gatti contavamo, oltre a Cristaccecami, ben due DSA all'acqua di rose, un altro certificato pure quello all'acqua di rose, un paio di situazioni familiari alquanto complesse e pure un DA.
Siccome il DA per me era roba nuova chiesi lumi, e mi spiegarono che si trattava di un Disturbo dell'Apprendimento Non Meglio Identificato. I DA, che grazie a una recente circolare del Ministero sono adesso inclusi nel più vasto universo dei BES sarebbero, per il poco che mi è stato dato capire, alunni che più di tanto non funzionano ma che, adeguatamente curati e innaffiati da appositi professionisti, imparano ad usare strategie particolari di apprendimento e a quel punto non se la cavano poi malaccio - purché i genitori abbiano i soldi per pagare la cura e l'innaffiaggio, si capisce, perché lo stato per questo non scuce un centesimo.
Tutti i colleghi come un sol docente mi spiegarono che costui, il DA, aveva "l'intelligenza pratica" - il che voleva dire che era in teoria capace di costruirti un granaio ben fatto ma non di studiare decentemente la guerra di secessione. Con gli anni aveva anche sviluppato una totale mancanza di autostima unita a un carattere che ben difficilmente avrebbe potuto essere simboleggiato da un barattolo di miele: specializzato da sempre nel litigare a morte con i compagni per i più ignobili motivi e nel praticare un bullismo nemmeno troppo soft sugli elementi più deboli della scuola, con gli insegnanti si mostrava piuttosto ruffiano e spesso cercava di risolvere tutto sciogliendosi in lacrime e sostenendo che i compagni ce l'avevano con lui. E di fatto era abbastanza vero che i compagni ce l'avevano con lui, ma non per questo lo trattavano ingiustamente; cercavano però di scansarlo.
Nei suoi quattro anni lì dentro IntelligenzaPratica aveva cambiato un gran numero di insegnanti (non tutti scelti tra il meglio che St. Mary Mead poteva offrire sul piano umano) che si erano regolarmente rimpallati il discorso sull'intelligenza pratica senza mai scavare più a fondo - del resto, se uno matematica non la capisce, non la capisce, giusto? Non c'è altro da fare che accettare la cosa e ricordare con scarso garbo all'alunno che c'è chi è in grado e chi non è in grado. Tanto per fare un esempio. 
Solo al terzo anno una delle molte insegnanti di Lettere che si erano avvicendate in quella classe aveva suggerito ai genitori una visita specifica, che aveva prodotto una diagnosi di Disturbo dell'Apprendimento piuttosto articolata; il ragazzo aveva un quoziente d'intelligenza bassino ma nella norma, il che non permetteva, pare, una diagnosi di dislessia - perché per essere dislessici, mi spiegarono, si deve essere parecchio intelligenti (più avanti qualcun altro mi spiegò che al giorno d'oggi anche se non sei una volpe delle più astute puoi aspirare al rango di dislessico, ma che la questione è ancora discussa); stava di fatto che IntelligenzaPratica era quello che leggeva peggio in classe, perché, mi spiegò la dottoressa che aveva stilato la diagnosi, se si concentrava sulla forma delle parole non riusciva a seguire anche il significato delle medesime, ma non era dislessico, mentre i due dislessici ufficiali avevano una bella lettura fluida  (e, uno dei due, anche molto espressiva). Di certificarlo, con quel quopziente di intelligenza, non c'era nemmen da parlarne. Insomma, era un Disturbo dell' Apprendimento: c'erano le convergenze parallele, c'era la sfiducia costruttiva e c'erano i disturbi generici dell'apprendimento. Il mondo, si sa, è bello perché è vario.
A noi del Consiglio, del resto, non interessava granché stabilire cosa esattamente fosse un disturbo generico dell'apprendimento; viceversa eravamo tutti assai interessati e disponibili a prendere atto di quel che dovevamo fare con IntelligenzaPratica per aiutarlo. 
Ahimé, la questione si rivelò assai fluida: potevamo fargli usare tutte le misure facilitative e aiuti e schemi di questo mondo durante l'anno, ma NON in sede di esame, potevamo stabilire degli obbiettivi minimi ma NON dargli prove facilitate all'esame, insomma durante l'anno ce lo potevamo giocare come ci pareva, poi se passava o no l'esame (che avrebbe fatto senza alcuna facilitazione) erano cazzi suoi.

Nel frattempo si era innestato un cosiddetto circolo virtuoso: l'insieme delle abili cure della dottoressa che lo seguiva, dei suoi consigli e dei nostri sforzi congiunti aveva prodotto alcuni timidi risultati che, aumentando l'autostima di IntelligenzaPratica, lo avevano portato a conseguire risultati sempre meno timidi e sempre più consistenti. Restava il fatto che, non avendo egli fatto una benemerita mazza per i tre anni precedenti, senza qualche aiuto l'esame non era in grado di passarlo, anche perché, se ormai affrontava con una certa confidenza le normali prove di verifica, stante il  carattere che si ritrovava, all'esame ben difficilmente avrebbe reso un pizzico più del solito per il benefico effetto dello stress, caso mai un bel po' meno del solito a causa  del terror panico che lo pervadeva in casi del genere.
D'altra parte era assurdo non passarlo proprio l'anno in cui aveva lavorato ed era pure grandemente migliorato (o meglio aveva fatto un suo percorso, secondo la classica formula del didattichese), senza contare che il ragazzo era stufo sin nelle barbe di starsene parcheggiato alle medie, con tutti quei bambini piccoli che lo guardavano dall'alto in basso perché lui era scemo (no, di tendenza non lo guardavano particolarmente dall'alto in basso, ma siccome ne avevano paura finivano per difendersi con quel che gli suggerivano i più grandi, ovvero ricordandogli che lui era lo scemo del villaggio) e insomma dalle medie doveva uscire, punto e basta.

Così, da bravi italiani, coniugammo il verbo "arrangiarsi". Beh, io dovetti arrangiarmi poco perché in italiano era sempre stato abbastanza sufficiente (se non si faceva troppo caso alla parte grammaticale, certo. Per quanto nel corso dell'anno avesse imparato a distinguere un predicato verbale da un paracarro, cosa che mi lusingò molto), salvo rispedirlo a pedate al posto quando cercò di consegnarmi un tema di una colonna e un quarto laddove era stato da tempo stabilito che nello scritto di italiano DOVEVA prendere almeno sette, e frustarlo col gatto a nove code finché le colonne non diventarono due e un settimo - e quasi tutta la colonna aggiuntiva venne dedicata ad illustrare la perfidia della prof. Murasaki rispetto alla bravissima prof. di Matematica. Del resto era verissimo che la sfigata supplente annuale di terza fascia di Matematica era brava al di là di ogni lode concepibile e comunque molto più brava di me, e infatti laddove io avevo semplicemente fatto del mio meglio, lei era riuscita nel miracolo di fargli piacere entrambe le sue materie, di gratificarlo e financo di insegnargli qualcosa.

A conti fatti comunque andò meno peggio del previsto, come succede spesso in questi casi: con qualche aiuto e un po' di psicoterapia da rianimazione, e soprattutto di griglie di correzione decisamente generose, oltre al sette nel tema arrivarono anche la sufficienza a matematica e spagnolo (quest'ultima, una piacevole sorpresa per tutti noi); le prove Invalsi si limitarono ad un arginabile cinque e l'orale andò piuttosto bene, anche se dopo averlo fatto il ragazzo sembrava passato nella centrifuga.
Fu così che IntelligenzaPratica andò ad esercitare altrove la sua intelligenza pratica (che nel frattempo si era rivelata anche un po' logica); e dove è adesso non consegue grossi risultati e ha anche litigato con un po' di gente ma nel complesso non sembra passarsela male.

Quanto a noi Consiglio di Classe, eravamo pur sempre riusciti nella mirabile impresa di tenere il cerino acceso che ci eravamo ritrovati in mano senza scottarci, che al giorno d'oggi sembra il massimo del trionfo cui può aspirare un insegnante.

venerdì 5 aprile 2013

Il gran sole di Hiroshima - Karl Bruckner



Nel 1961 Karl Bruckner, autore tedesco, scrisse questo romanzo per ragazzi che ottenne subito un grande successo di pubblico e di critica e che venne blasonato con numerosi premi letterari a livello internazionale. Io lo lessi per la prima volta intorno agli otto anni, prendendolo dalla biblioteca di classe che veniva formata col classico sistema artigianale "ognuno porti qualche libro". Negli anni delle elementari credo di averlo riletto una buona decina di volte, tanto che quando da adulta lo ripresi in mano mi accorsi di ricordarmelo praticamente riga per riga. Aggiungo che le copertine delle edizioni successive sono molto più scialbe della prima edizione e molto meno significative: qui c'è un gran sole, e anzi è così grande e lucente da insinuare una sottile inquietudine nel lettore; inoltre c'è pure un riferimento indiretto alla bandiera giapponese che, pure lei, reca l'immagine del sole - ma non era a quel sole che pensavano i giapponesi quando la scelsero, in tempi lontani.
Il titolo originale comunque è Sadako will leben, ovvero "Sadako vuole vivere". Una volta tanto però non disapprovo il titolo scelto dagli editori italiani.

La storia, semplice e chiara ma narrata a molte voci e con un gran numero di personaggi, racconta il lancio della prima bomba atomica sulla città di Hiroshima e le sue conseguenze negli anni. La narrazione inizia il giorno prima del lancio e si svolge parallela tra le vicende di una famiglia giapponese (la fame costante, la vita che scorre tutto sommato tranquilla perché Hiroshima non è un obbiettivo dei bombardamenti, i turni di lavoro massacranti delle operaie nell'industria bellica, i passatempi di due normali bambini, fratello e sorella, con la madre in fabbrica tutto il giorno e il padre nell'esercito, qualche vecchietto che fa loro compagnia) e gli ultimi atti di preparazione del lancio nella base americana; dopo il lancio della bomba e le sue conseguenze viene narrata la riunione delle famiglia giapponese e i successivi anni della ricostruzione, dalle baracche di lamiera e il mercato nero, con la fame che va progressivamente attenuandosi, fino al ritorno del benessere.
Dieci anni dopo l'esplosione della bomba, improvvisamente una lunga e combattuta gara in bicicletta fa riaffiorare nella figlia più piccola, ormai adolescente, l'effetto delle misteriose radiazioni. 

La storia ha fatto versare fiumi di lacrime a varie generazioni di bambini, e ha senz'altro contribuito alla formazione di generazioni di pacifisti avversi alle armi nucleari - io, almeno, non ho mai avuto dubbi in proposito.
Finito il libro, assai preoccupata, corsi da mia madre.
"Mamma, mamma, sono ancora così pericolose le bombe atomiche?".
Mia madre stava cucinando "No, Murachan: oggi lo sono molto, molto di più".
E' uno dei ricordi più chiari della mia infanzia.

Fu anche il mio primissimo approccio al Giappone: la sua cultura e la sua società vengono presentate dall'autore con molta precisione e con grande rispetto, ma anche con estrema naturalezza. Si capiva che per i giapponesi la vita e il modo di pensare erano diversi dai nostri, e che andava benissimo così. Si capiva perfino qualcosa della mentalità militare, presentata in forma critica ma comprensibile per un bambino - sia quella americana che quella giapponese.
Molto bella anche la descrizione dell'esplosione e della reazione sconvolta dei piloti.
"In quel preciso momento, l'uomo compiva il suo primo tentativo per annientare sé stesso.
Il tentativo era riuscito".

Con questo post partecipo a I Venerdì del libro di Homemademamma, e auguro buone letture e un felice fine settimana di sole a tutti.