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giovedì 4 aprile 2013

L'arte della discrezione nel Decameron di Boccaccio (con la storia di Agilulfo)




(Riadattato dal mio portfolio SSIS, percorsi di letteratura italiana)



La novella di Agilulfo è una delle mie preferite di tutto il Decameron. L'ho proposta alcune volte in seconda media, naturalmente tradotta in italiano moderno, anche con l'idea di trasmettere ai miei alunni l'idea che in certi casi pensare prima di agire può raddirizzare situazioni che sembrano all'apparenza del tutto irrimediabili; ma anche tralasciando questo aspetto didattico è comunque una bellissima storia d'amore, senza contare che è divertente, a lieto fine e che i tre personaggi ci fanno tutti un'ottima figura. Inoltre è un racconto squisitamente medievale, in tutto e per tutto. 
Una prova di comprensione del testo può servire per controllare che l'intreccio piuttosto complesso sia stato afferrato appieno.
La novella della marchesa di Monferrato, molto meno appariscente, è ugualmente fruibile  in una scuola media. Sì, in teoria lo sarebbero anche le altre due, ma ho sempre preferito evitare.

L’arte di tacere nel Decameron
(novelle III, 2; IX, 6 e I, 4; I, 5)

Molti sono i personaggi che nel Decameron si cavano d’impaccio (talvolta anche da impacci invero assai incresciosi) grazie a pronte e accorte risposte; ma in più occasioni Boccaccio ci mostra come gli uomini e le donne prudenti sappiano cavarsi dai più gravi impicci soprattutto grazie al fatto di aver saputo tacere al momento opportuno, riuscendo in tal modo ad evitare danno e scandalo.

Gli accorti e silenziosi protagonisti delle quattro novelle scelte sono molto diversi tra loro per educazione e condizione sociale: un celebre re longobardo, una marchesa, un giovane monaco, la moglie di un modesto oste del contado. In comune tutti e quattro hanno la ventura di trovarsi all’improvviso in una situazione assai spinosa e di riuscire a sfilarsene con garbo e soprattutto con dignità grazie ad una grande discrezione (discretum è infatti colui che sa cernere, ovvero scegliere il partito giusto da prendere) e ad una prontezza di reazione che ha del prodigioso. 
Tutti e quattro,  a buon diritto, potrebbero prendere come motto il celebre “Primum, non nocere” attribuito ad Ippocrate: prima di tutto, non peggiorare la situazione.

III, 2: Un pallafreniere giace con la moglie d’Agilulf re, di che Agilulf tacitamente s’accorge: truovalo e tondelo; il tonduto tutti gli altri tonde e così campa della mala ventura

La novella seconda della terza giornata viene introdotta dalla narratrice (Pampinea) proprio con un elogio della discrezione:
"Sono alcuni sì poco discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di sentire quello che per lor non fa di sapere, che alcuna volta per questo riprendendo i disavveduti difetti in altrui, si credono la loro vergogna scemare, là dove essi l’accrescono in infinito: e che ciò sia vero, nel suo contrario mostrandovi l’astuzia [...] d’un valoroso re, vaghe donne, intendo che per me vi sia dimostrato".

La storia parla di un palafreniere della corte di Agilulfo che si innamora pazzamente della regina Teodolinda, tanto da decidere, rischiando il tutto per tutto, di tentare di passare una notte d’amore con lei. Per quanto forte sia l'amore, però, non ha spento del tutto in lui l’istinto di conservazione né il discernimento: consapevole del fatto che la regina non consentirebbe mai a prendersi un amante, e tantomento uno stalliere, il giovane sceglie di non svelare alla regina l’amore che le porta, e di tentare semplicemente di sostituirsi al re. A questo scopo studia accuratamente le abitudini della regale coppia e una notte, prese le dovute precauzioni, tenta il colpo, che riesce nel migliore dei modi.
Stanco ma soddisfatto il giovane va a riposare con tutti gli altri servi.
A questo punto entra in scena il re Agilulfo, che proprio quando il giovane ha appena lasciato la regina decide di godere i suoi privilegi coniugali e si reca perciò nell'appartamento della regal consorte; questa, vedendolo “si meravigliò forte”, tanto da dirgli “O signor mio, questa che novità è stanotte? Voi vi partite pur testé da me, e oltre l’usato modo di me avete preso piacere, e così tosto da capo ritornate? Guardate ciò che voi fate.”
Agilulfo capisce subito cosa è successo e se ne rincresce assai; ma nello stesso tempo elabora anche un’altra serie di considerazioni: la regina non sa cosa è successo, ed è opportuno che continui a non saperlo, per non turbarla e non darle occasione “di disiderare altra volta quello che già sentito avea”. Dunque si guarda bene dal chiarire l’equivoco "il che molti sciocchi non avrebbon fatto, ma avrebbero detto: “Io non ci fu’ io: chi fu colui che ci fu? Come andò? Chi ci venne?” Di che molte cose nate sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristato la donna e, datole materia di disiderare altra volta quel che già sentito avea: e quello che tacendo niuna vergogna gli poteva tornare, parlando s’arebbe vitupero recato".

Il danno ormai è fatto, ma si può almeno evitare di renderlo pubblico e di far capire alla donna che, del tutto inconsapevolmente, ha commesso un adulterio (e magari farle desiderare di compierlo di nuovo). Molti sciocchi si sarebbero lanciati in un interrogatorio in piena regola per conoscere tutti i dettagli della faccenda; ma si dà il caso che Agilulfo non sia affatto uno sciocco.
Non per questo è disposto a lasciar cadere la cosa. Così, mostrando di accogliere la preoccupazione della sua gentil consorte, che teme che troppe fatiche nuocciano alla sua salute, rinuncia per quella notte ai piaceri coniugali e lascia subito la stanza per “chetamente trovare chi questo avesse fatto”.
Una rapida riflessione lo convince che il colpevole è uno di casa, e che dalla casa non è potuto uscire. Così raggiunge il dormitorio dove riposa quasi tutta la servitù ed “estimando che, qualunque fosse colui [...] non gli fosse ancora il polso e ‘l battimento del cuore per lo durato affanno potuto riposare, tacitamente [...] a tutti cominciò ad andare toccando il petto”.
La prova riesce e il colpevole viene individuato. Arresto pubblico, dunque, con grida e strepiti e gran clamore?
Niente affatto; perché Agilulfo "sì come colui che di ciò che fare intendeva niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece se non che con un paio di forficette, le quali portato avea, gli tondé alquanto dall’una delle parti i capelli, li quali a quel tempo portavano lunghissimi, acciò che a quel segnale a mattina seguente il riconoscesse".

La mattina dopo, il servo che si fosse svegliato con un nuovo taglio di capelli sarebbe stato con bel garbo chiamato a parte e portato innanzi al re, al quale non sarebbero mancati modi e argomenti per esternare nel più efficace e discretissimo dei modi il suo estremo disappunto.

L’ottimo e discretissimo piano viene però rovinato dal fatto che il palafreniere, ancora sveglio, aveva capito benissimo perché era stato segnato. E ha provveduto, silenzioso e discreto quanto il re, a stornare da sé il danno: la mattina dopo Agilulf scopre infatti che buona parte della servitù ha i capelli tagliati da una parte. Preso atto che il suo avversario “quantunque di bassa condizione sia, assai ben mostra d’essere d’alto senno” (altro tema assai caro a Boccaccio), il re decide di lasciar perdere "veggendo che senza romore non poteva avere quel ch’egli cercava, disposto a non volere per piccola vendetta acquistare gran vergogna, con una sola parola d’ammonirlo e di mostrargli che avveduto se ne fosse gli piacque, e a tutti rivolto disse: “Chi ‘l fece nol faccia mai più e andatevi con Dio”.
Un altro gli avrebbe voluti far collare, martoriare, esaminare e domandare; e ciò faccendo avrebbe scoperto quello che ciascuno dee andar cercando di ricoprire; ed essendo scoperto, ancora che intera vendetta s’avesse presa, non scemata ma molto cresciuta n’avrebbe la sua vergogna e contaminato l’onestà della donna sua".

In conclusione Agilulfo preferisce lasciare alquanto meravigliata l’intera sua servitù (del che gli importa poco) e tenersi le corna in testa (che ormai ci sono, ma resteranno un caso isolato) piuttosto che sollevare uno scandalo e infamare la regina. Davanti a un danno non più rimediabile e alla prospettiva di uno scandalo da cui non trarrebbe alcun vantaggio ma solo un danno di immagine, il prudente re accetta di lasciare le cose come stanno.

IX, 6: Due giovani albergano con uno, de’ quali l’uno si va a giacere con la figliuola, e la moglie di lui disavvedutamente si giace con l’altro; quegli che era con la figliuola, si corica col padre di lei e dicegli ogni cosa, credendo dire al compagno; la donna, ravvedutasi, entra nel letto della figliuola, e quindi con certe parole ogni cosa pacefica.

La sesta novella della nona giornata viene narrata da Panfilo (il corrispettivo maschile di Pampinea), e in essa vediamo “un subito avvedimento d’una buona donna avere un grande scandalo tolto via”.
Siamo nella casa di un oste di Pian del Mugnone -  un ambiente sociale molto diverso dalla corte longobarda, ma non per questo indifferente agli scandali.
La famiglia dell’oste è composta da lui, la sua bella e accorta moglie,il loro figlio di pochi mesi che dorme in una culla accanto al letto della madre che ancora lo allatta, e un'altra figlia di sedici anni.
La figlia ha un innamorato, Pinuccio, che allo scopo di portare a compimento il loro amore una sera combina le cose in modo da restare a dormire con la famiglia dell’oste (che proprio per eventualità di questo tipo tiene un letto in più) insieme al suo amico Adriano.
La stanza non è grande, i letti sono fitti. Da una parte i due ospiti, in un altro letto la ragazza, nel terzo letto i padroni di casa con la culla del bambino accanto alla madre.
Tutti vanno a dormire, ma la notte si rivela movimentata. Per primo, naturalmente, si alza Pinuccio, che raggiunge l’innamorata. Poi si alza la signora, perché “una gatta fece certe cose cadere, le quali la donna destatasi sentì: per che levatasi, temendo non fosse altro, così al buio come era, se n’andò là dove sentito aveva il romore” (quadretto che risulta squisitamente familiare a chi ha la ventura di ospitare una o più gatte in casa). Per ultimo si alza anche Adriano “per alcuna opportunità naturale”; quest’ultimo trova la culla a sbarrargli la strada, e la muove per passare, senza però preoccuparsi di rimetterla a posto quando torna a letto.
La donna, constatato che il danno non era grave “garrito alla gatta, alla cameretta se ne tornò” e, ingannata dalla posizione della culla, finisce nel letto di Adriano che, sentendola arrivare “caricò l’orza, con gran piacere della donna”, convinta pure lei, come Teodolinda, di essere con suo marito.
A sua volta ingannato dalla malefica culla, Pinuccio raggiunge non il suo letto, bensì quello dell’oste, e siccome “non era il più savio giovane del mondo”, credendo di parlare all’amico lo informa di quanto piacevolmente è stato accolto dalla sua amica.
L’oste reagisce male, e la donna improvvisamente si accorge di quel che è successo: 
"incontamente conobbe là dove era stata e con cui: per che, come savia, senza alcuna parola dire, si levò, e presa la culla del suo figlioletto, come che punto lume nella camera non si vedesse, per avviso la portò allato al letto dove dormiva la figliuola e con lei si coricò".

Il primo spostamento della culla aveva creato tutti i problemi, il secondo li risolve: la padrona di casa assicura il marito che nessun Pinuccio ha dormito con la ragazza, perché con la ragazza c’era lei. In suo aiuto interviene anche Adriano che, “veggendo che la donna saviamente la sua vergogna e quella della figliuola ricopriva”, accusa l’amico di essere sonnambulo e di straparlare nel sonno. Alla fine perfino il non troppo savio Pinuccio fa la sua parte, mostrandosi sonnambulissimo e facendo vista di svegliarsi solo a gran fatica. L’oste, ormai tranquillizzato, accetta la nuova versione dei fatti senza alcun sospetto e tutto finisce nel migliore dei modi. 
(Quanto al bambino in culla, per tutto il tempo ha dormito un provvidenziale sonno di pietra).


I, 4: Un monaco, caduto in peccato degno di gravissima punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella medesima colpa, si libera dalla pena

La quarta novella della prima giornata, raccontata da Dioneo è la prima novella “spinta” dell’intero Decameron e il protagonista, un giovane monaco, con l'aiuto ella discrezione e di una certa astuzia riesce non solo a scansare uno scandalo,ma soprattutto a salvarsi  dalle gravi sanzioni previste per i monaci che si fossero resi colpevoli di fornicazione.

Costui infatti, incontrata una bella ragazza nei campi, se la porta in cella durante il riposo pomeridiano dei monaci. Disgraziatamente però l’abate, passando davanti alla cella “sente lo schiamazzio che costoro insieme facevano”. A sua volta il giovane si accorge che l’abate li ha scoperti, vedendolo da un pertugio della porta. "Di che egli, sappiendo che di questo gran pena gli doveva seguire, oltre modo fu dolente: ma pur, senza del suo cruccio niente mostrare alla giovane, prestamente seco molte cose ricolse, cercando se a lui salutifera trovar ne potesse; e occorsegli una nuova malizia, la quale al fine immaginato da lui dirittamente pervenne".
Insomma, invece di perdere tempo a lamentarsi il monaco spende assai più utilmente le sue energie cercando un modo per cavarsi d'impaccio. E lo trova.
Infatti, dopo aver spiegato alla ragazza che va a predisporre le cose in modo da farla uscire senza che nessuno possa vederla, la lascia nella cella chiusa a chiave e porta la chiave all’abate, com’era uso nel monastero quando i monaci uscivano, proclamando “con un buon volto”  la sua intenzione di andare a far legna. Poi lascia che la natura segua il suo corso.
L’abate, rimasto padrone del campo, inizialmente medita di aprire la cella davanti a tutti i monaci e rendere pubblico lo scandalo; poi comincia a pensare se non è il caso di indagare prima chi sia la ragazza (caso mai il monaco si fosse portato in cella una principessa o altra nobildonna) - e insomma entra nella cella per “vedere prima chi fosse e poi prender partito”. Il partito che alla fine prende, ovviamente, è quello di intrattenersi a sua volta con la ragazza - e a quel punto per il giovane monaco diventa facile risolvere la situazione con una battuta che fa capire chiaramente all’abate come sia stato non solo sentito, ma anche visto. 
I due finiranno per accordarsi, e la ragazza uscirà con gran discrezione dal monastero ma “poi più volte si dee credere ve la facessero tornare”.

I, 5: La marchesana di Monferrato con un convito di galline e con alquante leggiadre parolette reprime il folle amore del re di Francia

La novella successiva (raccontata da Fiammetta) mostra un caso piuttosto diverso: la marchesa di Monferrato, bella e distinta dama, non ha alcun desiderio di tradire il marito, nemmeno inconsapevolmente - ma ci sono dei casi in cui per una signora dire di no è difficile, e soprattutto disagevole. 
Nella fattispecie la marchesa si trova da sola, mentre il marito è alla terza crociata, e improvvisamente il re di Francia le manda a dire che vuole passare con il suo seguito dalle sue terre, e fermarsi da lei per pranzo mentre va a Genova.

"La donna, savia e avveduta, lietamente rispose che questa l’era somma grazia sopra ogni altra e che egli fosse il ben venuto. E appresso entrò in pensiero che questo volesse dire, che un così fatto re, non essendovi il marito di lei, la venisse a visitare: né la ingannò in questo l’avviso, cioè che la fama della sua bellezza il vi traesse".
Insomma la marchesa tiene fede ai suoi obblighi di gentildonna e si mostra cortese e ospitale come dev'essere. E riflette, come ogni prudente donna deve fare, sul perché il re di Francia abbia deciso di venire proprio quando il marchese è assente. E arriva presto a comprendere la probabile ragione di quella visita.
Il problema qui non è tanto dire di no al re, ma cercare di  fermare le cose ben prima di trovarsi al punto di dire sì o no ed evitare a entrambi un colloquio invero spiacevole da cui sarebbero potuti nascere anche strascichi politici piuttosto gravi. 
La marchesa, senza confidarsi con nessuno, opta per un messaggio indiretto e organizza una fastosa ospitalità e un ricco pranzo dove però le vivande sono tutte a base di galline.
Il re nota la stranezza della cosa, in una terra ricca di selvaggina di tutti i tipi, e si rende ben conto che le galline portano con sé un messaggio. Non capisce però; o meglio non vuol capire, perché non si è mai sentito parlare, in tutto il medioevo (e neanche prima o dopo, in verità) di un significato galante o di una valenza afrodisiaca attribuiti alla carne di gallina; e finisce per chiedere, con notevole goffaggine “Dama, nascono in questo paese solamente galline senza gallo alcuno?”.
Per quanto infelice, la domanda è posta nella forma più opportuna per la bella marchesa, che ha così agio di rispondere “Monsignor no, ma le femine, quantunque in vestimenti e in onori alquanto dall’altre variino, tutte perciò son fatte qui come altrove”.
La risposta è chiara quanto basta per il re, che si rende conto che dalla marchesa non potrà ottenere niente né per amore né per forza. Così "senza più motteggiarla, temendo delle sue risposte, fuori d’ogni speranza desinò; e, finito il desinare, acciò che con presto partirsi ricoprisse la sua disonesta venuta, ringraziandola dell’onor ricevuto da lei, accomandandolo ella a Dio, a Genova se n’andò".
Insomma anche il re decide infine di usare un po' di discrezione, risparmiandosi di fare apertamente quella figura di imbecille (per non dire di peggio) che aveva già fatto ma che era rimasta, per così dire, discretamente nascosta nelle pieghe di una conversazione un po' casuale.

martedì 2 aprile 2013

Manuale del perfetto insegnante - Talkin sul sesso


Raffigurazioni di attività a carattere sessuale si trovano attestate in molte culture e possono essere scolpite in pietra o modellate in metallo o argilla oppure dipinte con svariate tecniche su molti tipi di supporto. Anche le dimensioni possono variare molto. Tutte le dimensioni, intendo.

Se c’è una cosa di moda adesso
fatto sicuro, è proprio il sesso

Questa affermazione, con cui inizia una celebre canzone di Guccini, resta valida oggi come nei lontani giorni in cui la canzone fu scritta e come lo è stata per lungo tempo addietro: per tutta una serie di motivi un po' lunghi da spiegare l'argomento ha sempre riscosso un certo successo, soprattutto presso le giovani generazioni, che provano per esso un interesse tanto deciso quanto incomprensibile agli occhi di molti adulti.
Cotale argomento è destinato a presentarsi con notevole frequenza a chi insegna in quel delicato arco di tempo che va all'incirca dagli undici ai quattordici anni, ovvero le scuole medie: i fanciulletti che il primo giorno di scuola alzano lo sguardo radiante di innocenza sui loro professori indulgono ancora a passatempi e interessi infantili: giocano con gli areoplanini di carta, danno la caccia alle sorprese dell'ovetto Kinder e decorano i loro zaini con pupazzetti di pelouche. Nel corso del triennio, pur senza rinunciare ad alcuna di queste attività (anche e soprattutto durante le ore di lezione) il sesso entrerà con forza nelle loro fresche esistenze e i giovinetti ormai usciti dalla prima fanciullezza inizieranno a dedicargli in grande abbondanza pensieri, parole e talvolta anche atti di varia tipologia, e tutto ciò finirà con il ripercuotersi in vari modi sul loro apprendimento scolastico oltre che sulla loro vita quotidiana.

La ricaduta di questo nuovo e forte interesse avverrà anche sugli insegnanti. E chi infatti, se non gli insegnanti, è adatto a rispondere ai loro dubbi, incertezze e domande esistenziali sui vari aspetti di tale complesso argomento?
"Chiunque, eccezion fatta per l'insegnante di scienze che in effetti qualcosa da dire sull'argomento ce l'ha" è la risposta che affiora spontanea alle labbra. Tuttavia, a torto o a ragione, avviene spesso che anche insegnanti che non hanno alcuna abilitazione a tema scientifico né una specifica preparazione in biologia si trovino tirati in ballo. Ciò avviene in particolar modo per quegli insegnanti che hanno poche classi, in cui però fanno lezione per molte ore.

La prima modalità con cui il tema affiora consiste negli aggiornamenti periodici e puntuali che i ragazzi si sentono in dovere di fare... sulla vita sentimentale dei propri compagni. Non importa per questo che l'insegnante mostri alcuna forma di curiosità in proposito, l'aggiornamento arriva lo stesso, talvolta (raramente) in forma discreta e confidenziale e durante gli intervalli delle lezioni, ma molto più spesso in forma pubblica, magari durante lo svolgimento di un compito in classe o la spiegazione di un argomento particolarmente complesso, di quelli che richiedono massima concentrazione e attenzione sia da parte di chi spiega sia da parte di chi ascolta (se ascolta).

Ciò è tuttavia abbastanza facilmente arginabile, se l'insegnante dà prova di fermezza e respinge le indiscrezioni al mittente dichiarando che in classe non si parla degli affari degli altri e possibilmente, durante le lezioni, nemmeno dei propri. Nella maggior parte dei casi sarà sufficiente  ripetere con tono adeguatamente severo questo concetto per poche decine di volte - massimo un centinaio - e il concetto verrà col tempo recepito dagli alunni.
Più complessa è la situazione quando l'insegnante si sente lusingato dalla confidenza dei ragazzi, ovvero ama fare collezione di pettegolezzi da rivendere in Sala Professori o financo ai genitori, e invece di scoraggiare questa pratica la incoraggia e addirittura la sollecita, con la scusa del suo dovere educativo.
Molto più insidiosa è invece la pratica della confidenza, quando l'alunno (spesso, se non esclusivamente, femmina) sceglie per la confidenza momenti opportuni e adeguati e magari richiede apertamente un consiglio, vuoi perché ne fa collezione, vuoi perché per varie e magari valide circostanze non si fida né della famiglia né degli amici: in quel caso l'insegnante è effettivamente tenuto, non solo dal contratto di lavoro ma anche dalle consuete leggi della solidarietà umana, ad aiutare o consigliare nel modo più opportuno la creatura affidatagli. Il dilemma tuttavia presenta non meno di due corni: il primo, e principale, è stabilire quale sia in effetti il consiglio più opportuno, perché le leggi che regolano la vita affettiva sono invero molto più scivolose di quelle fisiche o matematiche (che pure già danno i loro problemi)  e variano da individuo a individuo in base all'età, al contesto socio-cultural-filosofico-bocciofilo, all'indole delle persone coinvolte, all'umore e ai sentimenti del momento eccetera eccetera; il secondo e ancor più insidioso corno è dato dalla possibilità che la confidenza venga usata come tecnica di manipolazione dell'insegnante, e lì possono aiutare solo le antenne o il buon senso, detto e non concesso che l'insegnante oggetto di confidenza disponga delle une e/o dell'altro - il che nessun contratto nazionale del lavoro può richiedere né alcuna modalità di reclutamento è in grado di stabilire.

La seconda modalità consiste nelle domande provocatorie, ed è usualmente (ma non esclusivamente) praticata da alunni maschi verso insegnanti femmine; a qualsiasi insegnante, per quanto costumata e attenta a non far trapelare nulla della sua personale vita affettiva (perché capita che anche i docenti ne abbiano una, talvolta anche piuttosto movimentata), può capitare di sentirsi chiedere ad esempio se sa cos'è una spagnola o se è in grado di descrivere un pompino. Talvolta la provocazione è abbastanza aperta da poter essere classificata subito come tale, e a seconda dei casi può sfociare in un rapporto (non sessuale, bensì sul registro), in una blanda reprimenda o addirittura in un distratto "Non adesso, caro, stiamo parlando del congiuntivo". Assai spesso però la Domanda di Provocazione è abilmente fatta scivolare in un contesto per cui l'insegnante è portato a credere che, in buona fede, l'alunno abbia cercato una semplice informazione. Di fatto in quei casi l'alunno cerca non tanto di saggiare le competenze o conoscenze effettive dell'insegnante sull'argomento (delle quali, comprensibilmente, l'alunno si interessa davvero il giusto), bensì di misurare la tendenza a scandalizzarsi dell'insegnante medesimo, o la capacità di tenere testa ad una situazione che si presenta come imbarazzante. In quei casi scatta talvolta un perverso meccanismo per cui l'insegnante si sente tenuto a dar prova vuoi di ampie conoscenze teoriche, vuoi di grande disinvoltura - cose alle quali, in effetti, non è minimamente tenuto dal Contratto Nazionale né dalle regole del viver civile. In quelle circostanze si innescano insomma una serie di meccanismi molto complessi legati a questioni di rapporti di potere in classe e di territorialità (quando pur non si sfocia in qualcosa di assai simile alla molestia sessuale) che di solito però l'insegnante non riconosce immediatamente perché, nella maggior parte dei casi, per lui e soprattutto per lei, l'epoca in cui cercava di scandalizzare gli adulti usando le cosiddette "parolacce" è passato da gran tempo, e quindi per lui o lei la questione si riduce ad una domanda cui è difficile rispondere in modo decoroso - o alla quale, semplicemente, non sa rispondere, e non sempre per particolare ignoranza in materia, quanto perché certe parole passano di generazione in generazione mentre altre con gli anni vengono sostituite o addirittura cambiano di significato e quindi l'alunno definisce in un modo una pratica che magari il docente pratica abitualmente e con suo gran piacere, ma che è abituato a indicare con altre parole. Questo tipo di, chiamiamoli così, sondaggi informativi. sono più consueti per gli alunni più cresciuti, soprattutto i ripetenti che cercano di mantenere una sorta di supremazia anche fisica sui compagni.


Ancora più insidiose sono le situazioni intermedie, quando davvero c'è la concreta possibilità che gli alunni (non sempre maschi, non sempre rivolgendosi ad insegnanti femmine) stiano semplicemente cercando di togliersi una curiosità che magari in famiglia hanno mostrato di non sapere o volere soddisfare. In questi casi rivolgersi a un docente (in particolar modo di italiano, ma anche di scienze) è un'operazione legittima da parte dell'alunno, e se anche talvolta il sospetto della provocazione e/o della manipolazione incombe in maniera consistente, può essere l'occasione giusta per chiarire dubbi e insegnare a usare le parole nel modo giusto, o anche semplicemente per impostare un discorso sui registri linguistici: perché certe parole sono lecite solo in alcuni contesti, altre sempre, altre ancora non dovrebbero essere adoperate mai. Una domanda sull'effettivo significato di orgia od orgasmo o casino (che possono essere adoperate anche senza alcuna valenza sessuale) può chiarire dubbi più che legittimi, mentre la spiegazione del significato di escort può essere usata per soffermarsi sull'evoluzione delle parole nel corso delle generazioni - perché, ricordiamolo, fino a qualche anno fa, Escort era soprattutto un modello di automobile della Ford.


Vi è poi un momento (la Terza modalitàin cui il sesso e le tematiche ad esso collegate entrano nelle aule scolastiche a buon diritto, come argomento di studio. Sì, certo, anche quando arriva il momento di spiegare la riproduzione, a scienze. Certo, anche quando arriva il corso di educazione sessuale con gli addetti della ASL (sempre più difficili da reperire, e a volte sotterraneamente ostacolati dalla dirigenza e talvolta pure dalle famiglie). Ma soprattutto a Storia e a Geografia - e qui di nuovo la palla torna allo sventurato insegnante di Lettere.

Flussi demografici. Emigrazione. Sovrappopolazione. Mortalità infantile. Mortalità delle partorienti. Matrimoni precoci. Mutilazioni genitali (per chi ha il fegato di parlarne). Discriminazioni sessuali. Punizioni diverse per l'adulterio maschile e femminile. Malattie sessualmente trasmissibili. Maltrattamenti dell'infanzia. Lavoro minorile (che è anche prostituzione). Omofobia.
Questi e decine e decine di altri incresciosi argomenti che vengono regolarmente affrontati a Storia e Geografia anche dai più integerrimi (o soprattutto dai più integerrimi) libri di testo, sono strettamente collegati al fatto che la gente spesso e volentieri si accoppia, o vorrebbe farlo, e spesso e volentieri ciò si porta dietro una serie di conseguenze, a volte liete e a volte meno liete. Di ciò va pur data qualche spiegazione, perché leggi e consuetudini e numeri e statistiche variano molto a seconda dell'epoca e del paese e delle risorse e delle cure disponibili, e i giovinetti cresciuti nel mondo occidentale relativamente prospero e assistito ignorano molte cose sull'argomento, mentre all'età delle medie è opportuno che comincino ad impararle, non fosse che per seguire meglio quel che dicono i manuali. A quel punto l'insegnante è tenuto a spiegare, con chiarezza e senza girare troppo intorno alle questioni - talvolta arginando nel più decoroso dei modi la valanga di commenti e risatine che spesso turbano non poco il corretto svolgimento didattico della lezione, e usando un linguaggio chiaro ma vagamente asettico che permetta un approccio razionale alle varie questioni.

Infine occorre tenere presente che, in una società dove di sesso si parla abbastanza spesso, è difficilissimo per le nuove generazioni comprendere taluni modi involuti in cui talvolta la letteratura del passato trattava certi temi.

Poniamo, ad esempio, che un insegnante decida di leggere in classe la novella di Verga "Libertà", ricca di interessanti agganci al programma di storia. Quasi subito si incappa nel seguente passo:

Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati.

Per un adulto pasciuto di letteratura ottocentesca il testo è drammaticamente chiaro, ma per un ragazzo di quattordici anni cresciuto in un mondo dove si parla apertamente di prostituzione e pedofilia il passo è talmente oscuro che nemmeno capisce che c'è qualcosa da capire ma che non viene detto apertamente. E quel qualcosa va spiegato, e con una certa chiarezza, perché è un tassello importante per spiegare le condizioni di vita dei contadini in rivolta (e non solo).
Per quanto riguarda la letteratura, comunque, l'insegnante può scegliersi liberamente i testi da far leggere agli alunni, e dunque, al contrario di quel che succede con i programmi di Storia e di Geografia, può anche scegliere di evitare l'insidia limitando il campo.

Un po' più complesso è evitare qualsiasi riferimento sessuale nella mitologia e nell'epica. Tuttavia questo è un campo dove l'insegnante non viene lasciato solo, ma anzi soccorso amorevolmente da tutti i curatori di antologie che da tempo sono riusciti nella mirabile impresa di trasformare dei ed eroi in creature completamente caste ed asessuate. Tale impresa ha forse tolto un po' di interesse allo studio di mitologia ed epica, ma aiuta ad evitare che i fanciulli in crescita vengano turbati nella loro fiduciosa innocenza da questioni cui, di fatto, pensano intensamente dall'alba al tramonto e dal tramonto all'alba.

venerdì 22 marzo 2013

Il santo graal - Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln


I libri, come i misteri, si snodano in lunghe ghirlande e hanno seguiti talvolta imprevedibili. Questo è un libro nato da molti libri, e che a sua volta ha prodotto libri e film. 
Si tratta insomma, per uscire dalla Palude delle Raffinate Metafore, del saggio in parte di fantastoria che Baigent, Leigh e Lincoln, giornalisti inglesi, pubblicarono nel 1982 e che è dichiaratamente alla base del Codice da Vinci - anche se, dal mio punto di vista, Dan Brown fece l'errore di occuparsi dell'insulsa parte moderna invece di concentrarsi sulla ben più affascinante parte legata all'arco storico che va dal I al XV secolo dopo Cristo.
In casa nostra entrò appena tradotto in italiano, portato da mio padre, che da sempre è appassionato di Misteri Misteriosi, e tutta la famiglia se lo divorò con entusiasmo; tuttavia l'impronta più profonda la lasciò senz'altro su di me, tanto che è diventato uno dei miei libri preferiti, da rileggersi periodicamente, e ha cambiato il mio modo di avvicinarmi alla storiografia in generale e in particolare alle fonti storiche.

Partendo da una serie di Eventi Misteriosi che spaziano dal XIX al XX secolo, spesso tenuti su con gli spilli e nemmeno troppo bene, gli autori ipotizzano una società segreta incaricata di tutelare il futuro Ritorno del Re, che dovrebbe essere nientemeno che un discendente di Gesù di Nazareth. La ricostruzione della catena di indizi moderni è divertente e nulla più, anche se mi ha permesso di conoscere la serie dei quadri "Et in Arcadia Ego", che sono sempre un bel guardare. La parte veramente affascinante però per me cominciò con i capitoli dedicati a Gesù (e infatti da lì partii per la lettura).
La vicenda ricostruita dagli autori è piuttosto nota, perché il libro ebbe grande successo e viene tuttora regolarmente ristampato: Gesù, dal quale gli ebrei si aspettavano di essere guidati in una rivolta che li riscattasse dalla dominazione romana, non morì sulla croce e in ogni caso sua moglie, Maria di Magdala, fuggì dalla Palestina portando con sè il sangue reale (o sang real) ovvero i figli, e approdò in Francia. Lì la discendenza di cotal sangue reale salì al trono e regnò (i re merovingi). Più avanti un discendente dei merovingi, Godefroy de Bouillon (Goffredo di Boglione, per noi italiani) venne messo a capo della prima crociata, che aveva lo scopo di riportare appunto la terra di Gesù sotto il dominio cristiano. Proprio in occasione della prima crociata nacque il misterioso ordine dei Templari e proprio all'ambiente dei templari è legata tutta la vasta letteratura legata al Santo Graal, la magica coppa da cui Gesù bevve in occasione dell'ultima cena e dove si racconta che venne raccolto il suo sangue durante la crocifissione. La storia continua anche dopo la drammatica soppressione dell'ordine dei Templari (avvenuta agli inizi del XIV secolo) ma a quel punto perde interesse ai miei occhi, perché usciamo dal medioevo edall'arco temporale in cui i misteri di cui si parla sono autentici misteri.

Com'è noto, la storia è piena di Autentiche Circostanze Misteriose, non (soltanto) perché le fonti spesso scarseggiano o non sappiamo interpretarle bene o perché la scrivono i vincitori, ma anche e soprattutto perché, da sempre, una parte della storia non viene scritta perché deve rimanere segreta per i più vari motivi. Una regina che si ritrovi a figliare con altri che non sia il suo legittimo consorte, o un esattore che intasca più del dovuto, poniamo, evitano con cura di lasciare ampia testimonianza scritta della cosa, e di molte ambasciate e trattative e mediazioni ci si guarda bene dal tenere registrazione; capita spesso quindi che allo storico molte cose sfuggano, perché non ne trova traccia, mentre al contempo costui prende per oro colato le più colossali balle. E capita anche spesso che uno storico che affronta con occhio non prevenuto resoconti tramandati di padre in figlio da molti secoli si accorga che c'è qualcosa che non va. Così ci accorgiamo una bella mattina che la Donatio Constantini è scritta in un latino improponibile per il IV secolo, e che di Omero a ben guardare non sappiamo un accidente di niente, a partire dal fatto che sia effettivamente esistito.

Cercare notizie attendibili su Gesù, com'è noto, è un vero mal di denti. Un ebreo che a trent'anni non è ancora sposato? Un censimento dove ti devi portare dietro anche le donne di casa, comprese quelle in avanzato stato di gravidanza? Un ebreo ucciso sulla croce per volontà degli ebrei, che la crocifissione non la praticavano (ma i romani sì, eccome)? Chi era Maria di Magdala, e chi erano le Marta e Maria di cui si racconta? Eccetera eccetera. Ancor più interessante è rendersi  conto che la donna che unge i capelli di Gesù con olio di gran prezzo... in realtà compie un rito molto simile all'unzione dei re. Una donna?* Di misteri, in quella storia, non ne mancano di certo.

Sui re merovingi, l'unica cosa che si sa con certezza è che ne sappiamo proprio poco, a partire dal fondatore della dinastia, Meroveo, il quale fu concepito da una fanciulla vergine che, a quanto pare, bevve uno strano sorso d'acqua. Sul passaggio di dinastia ai carolingi se ne sa poco di più, salvo che Pipino il Breve mandò a chiedere una specie di autorizzazione papale, che gli fu concessa: "chi ha il potere effettivo, è giusto abbia anche la corona"; e da quando serviva nientemeno che il permesso del papa, per cambiare dinastia regnante? A centinaia di chilometri da Roma, poi. Forse c'era qualcosa di particolare in quel cambio di dinastia? 

E il graal, soprattutto, il graal che salta fuori nella letteratura del XII secolo (ma di cui prima non c'era traccia, non dico nei Vangeli della Chiesa o in quelli apocrifi, ma in nessuna fonte) e viene badato e amorevolmente sorvegliato da una misteriosa setta di accoliti che custodisce grandi misteri... che però non si sono mai degnati di spiegarci. O forse qualcuno li sapeva?
Non parliamo dei templari sulla cui fondazione abbiamo quattro righe di notizie che gli storici ripetono pazientemente da secoli e che non hanno senso. Un gruppetto di uomini (venti, mi sembra) che dovevano sorvegliare niente meno che le strade della Terrasanta, e il simbolo dell'ordine erano due cavalieri armati su un cavallo, in segno di povertà, ci spiegano - la sola idea di un povero cavallo che si porta addirittura due cavalieri con tanto di armature in sella, oltre che folle, è altamente crudele verso la povera bestia, destinata a stramazzare al suolo nel giri di pochi metri, e non parliamo di combattere.

Misteri ce ne sono, senza dubbio, da dare e da serbare. Siccome la storia è ordita bene, mentre leggiamo non ci sono problemi a mandare giù la storia della Stirpe Predestinata, custodita e preservata nella sua purezza nel corso dei secoli attraverso innumeri traversie e difficoltà, ma per ognuno dei misteri presentati ci sono altre decine e centinaia di possibili soluzioni - e se sui tempi dei re merovingi solo qualche francese ha pensato a costruire qualche romanzo storico (e Debussy un'opera), soluzioni alternative per Gesù, i cavalieri del graal e soprattutto i templari non ne mancano di certo. 

Il libro scorre bene, può essere letto per diritto o per rovescio, tutto di fila o in ordine sparso, sbocconcellando o leggendosi un capitolo ogni tanto, come un romanzo o come (nei capitoli centrali) un buon testo di storia divulgativa, fermo restando che è stato scritto ormai 30 anni fa.
Nelle ultime pagine viene anche individuato l'attuale discendente di Gesù (per quanto corra voce che negli anni successivi costui sia risultato discendere da un comunissimo alberello e non da un divino lignaggio bimillenario, oltre a non avere mai dato particolare prova di sé salvo in una certa mitomania), così la storia può dirsi completa.

Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un caldo e luminoso fine settimana e lunghe passeggiate e ottime letture a tutti quanti.

*devo questa interessante interpretazione ad Abelardo, che in una specie di de mulieribus dignitatem inviata a Eloisa come introduzione della regola che lei aveva chiesto per il suo monastero appena costituito cita proprio questo episodio aggiungendo "gli uomini unsero il corpo, ma la donna unse la testa".

sabato 16 marzo 2013

Quanto durerà la luna di miele?


La vignetta fu fatta in occasione del patto Molotov-von Ribbentrop del 1939, con cui Stalin e Hitler si allearono temporaneamente dividendosi per l'ccasione la Polonia come una torta (e la Polonia non fu molto contenta). La luna di miele tra i due finì il 27 Maggio 1941 con l'Operazione Barbarossa, e a quel punto a non essere più molto contenti furono i russi; poi le cose andarono come andarono.
Tutto ciò, e molte altre cose, sono state raccontate alla Seconda Effervescente al momento di addentare l'Europa dell'est, Germania compresa: una lunga lezione in due ore su come i vari stati di quella zona sono stati composti, spezzati e ricomposti nel corso del XX secolo. I ragazzi hanno seguito con attenzione come fanno sempre, tempestandomi di domande soprattutto sul comunismo e il Muro di Berlino, e ci sono rimasti malissimo quando hanno scoperto che non solo dovevano studiare tutto ciò, ma ad ogni nuovo paese dovevano estrarre le notizie che lo riguardavano (e ancor peggio sono rimasti quando hanno scoperto che, se non lo facevano, il voto dell'interrogazione calava a picco).
Non ricordo come siamo arrivati al romantico matrimonio tra Hitler e Stalin, con lo zio Jo avvolto in una nuvola di tulle bianco e la torta di nozze decorata a svastiche e falci e martelli, ma mi sembra che qualcuno di loro l'abbia trovata sfogliando le pagine sulla Germania del libro di geografia. Il disegno ha suscitato un discreto interesse, così gliel'ho cercato sulla LIM, profittando di uno dei rari momenti in cui il collegamento funzionava, e gliel'ho illustrata spiegando che a suo tempo Stalin era noto anche come "Baffone". E visto che sembravano addirittura ipnotizzati, tanto che uno di loro se lo è ridisegnato durante le interrogazioni (soltanto le mie, spero; ma non ci scommetterei più di tanto) hanno finito per metterlo come sfondo della LIM.
Così adesso chiunque entri in classe con la LIM accesa viene accolto dall'insolita coppia colta in quello che, probabilmente, non è stato il giorno più bello della loro vita.
L'effetto è curioso, ma non più di molte cose che succedono là dentro. E in realtà questa immagine è sempre piaciuta molto anche a me, nonostante tutto quel che si portò dietro (ma non certo per colpa del disegnatore, in effetti).

venerdì 15 marzo 2013

Chiedete e vi sarà dato


Per il Solito Progetto Interculturale cui ho fatto aderire la Prima d'Ogni Grazia Adorna serviva un minimo di attrezzatura: carta, cartoncini, carta da pacchi, cose così. Qualcosa avevamo, mancavano però i diciotto fogli di carta da pacchi, sei per classe. La collega Quadrella ha quindi chiesto alla Segreteria Centrale dell'Istituto Comprensivo, dove han risposto che non avevano carta da pacchi; la questione si è chiusa lì perché la Segreteria non ha cercato in alcun modo di approfondire la questione, né la  prof. Quadrella ha chiesto esplicitamente alla Segreteria di procurarci la carta in questione.
Quanto a me, ero candidamente convinta che la Quadrella avrebbe provveduto a tutti i dettagli dell'organizzazione, e il giorno prima che il Progetto partisse le ho chiesto placidamente quando sarebbe arrivata la carta da pacchi.
Con altrettanta placidità la Quadrella mi ha spiegato che la carta da pacchi per la sua classe l'aveva comprata lei, e  altrettanto aveva fatto la terza collega della terza classe aderente al Progetto.
"A vostre spese?" ho chiesto, senza nemmeno provare a nascondere l'indignazione.
"Ma sì, in segreteria non ce la davano".
Ora, la cosa sarebbe almeno in parte scusabile qualora le due colleghe fossero cullate dal lusso indolente dato da cospicue entrate: ma di entrambe so che vivono (come, ormai, la maggior parte di noi) in un delicato equilibrio economico che una robusta figliolanza in crescita non semplifica. Per chi gli piacciono i luoghi comuni del tipo "Ah, ma non sono 3.60 euro a cambiarti la vita" posso rispondere che con 3.60 euro ci compri due litri di latte o due chili di frutta o  un pacco di croccantini da gatti di qualità medio-alta e che, come osserva giustamente Paperon de' Paperoni, è con i cent che si fanno i milioni, ma NON regalando questi cent alle segreterie delle scuole. Inoltre,  per strano che possa sembrare, la mia famiglia mi ha tirato su con l'idea che si lavora per guadagnarsi da vivere e non per procurarsi ulteriori spese non voluttuarie.

Stante che, pur non avendo figliolanza da mantenere, non avevo altresì la benché minima intenzione di consacrare 3.60 euro del mio bilancio all'acquisto di materiale scolastico per la mia classe, ho chiesto alle Esperte Custodi come si faceva quest'anno con le piccole spese (un tempo la scuola aveva una piccola cassa autonoma, ormai sparita nel nulla qualche preside fa); mi hanno fornito un modulo per richiesta materiale che ho prontamente compilato e fatto spedire per fax alla Segreteria.
"Chiedila anche per noi" hanno detto le colleghe. E io l'ho chiesta anche per loro. Ben 18 fogli, con la specifica ben chiara della motivazione, che fosse chiaro che non la volevamo per usarla nei nostri bagordi personali.

Nel pomeriggio però, mentre ero a giro per i fatti miei, mi sono detta che non era giusto che la mia amatissima Prima d'Ogni Grazia Adorna si ritrovasse senza nemmeno un foglio di carta da pacchi il giorno dopo - perché nessuno è in grado di far materializzare dal nulla un foglio di carta da pacchi che non c'è, e metti che ne servisse uno proprio il primo giorno del Progetto? 
Così sono entrata in una delle lussuose cartolerie di Lungacque per acquistare UN singolo foglio di carta da pacchi, dopo aver deciso in cuor mio che mi sarei fatta restituire i soldi dai ragazzi.
"La vuole bianca o marrone?" mi ha chiesto il commesso. Ho così scoperto (non sono mai stata una gran consumatrice di carta da pacchi) che quella bianca costava 60 centesimi a foglio, e quella marrone solo 50. Dal momento che 60 centesimi per sei fa, appunto, 3.60 euro, ne ho dedotto che la carta da pacchi richiesta per il progetto fosse bianca, cosa che non avevo specificato nel modulo di ordinazione; mi sono perciò ripromessa di avvisare all'indomani la segreteria. Tanto, di lì a che partisse l'ordine... 

Accanto alla lussuosa cartoleria c'è però una bella e grande e assai ben fornita profumeria, di cui mi sono fermata ad ammirare la vetrina, e mentre ammiravo sono stata colpita da un avviso che prometteva uno sconto del 40% su certi profumi - e guarda caso, il mio personale reparto profumi era piuttosto sguarnito...
Non intendo dilungarmi in dettagli superflui; basti qui dire che, pochi minuti dopo e senza alcuna premeditazione da parte mia, a quei 60 centesimi per il foglio di carta da pacchi si era aggiunta una spesa un po' più consistente (nonostante il pingue sconto che mi hanno effettivamente fatto) grazie all'acquisto di due lussuosi flaconi di profumo, e che mentre pagavo meditavo se non avrei potuto  chiedere un rimborso alla scuola per quella spesa del tutto imprevista e che non avrei fatto ancora per qualche tempo se non fossi dovuta andare in cartoleria per questioni strettamente scolastiche (tuttavia sospettavo in cuor mio che la segreteria avrebbe trovato qualche specioso pretesto per respingere la mia pur legittima richiesta).

La mattina dopo ho cercato di telefonare alla segreteria per chiarire che la carta da pacchi la volevamo bianca, ma la linea era occupata. A mezzogiorno però, sbarcata in Sala Professori, ho trovato ad aspettarmi diciotto fogli di carta da pacchi a me indirizzati. Marrone, certo: mica sono indovini, in segreteria.
Ho raccolto i miei sei fogli prima di risalire in classe, e ho avvisato le colleghe - che sono rimaste assai piacevolmente sorprese.
In conclusione, e senza alcun aggravio da parte mia (i ragazzi mi hanno già rimborsato il foglio da me acquistato), adesso la classe possiede ben sette fogli di carta da pacchi senza che io ci abbia rimesso un sol centesimo; inoltre ho sviluppato una rinnovata fiducia nell'organizzazione della mia scuola, che riesce ad elargire in tempi brevi cospicue partite di carta da pacchi a semplice richiesta senza aspettarsi che paghi io.
Spero che le mie colleghe ci pensino su, la volta prossima, prima di mettere mano al portafoglio.

(Nota a parte: sono molto soddisfatta dei due profumi che ho scelto).

martedì 12 marzo 2013

Di classi e di alchimia (la Prima d'Ogni Grazia Adorna)

Com'è noto, nelle trasmigrazioni alchemiche un drago è sempre di grande aiuto (del resto, si sa che un drago è sempre di grande aiuto in tutto e per tutto)


La Prima d'Ogni Grazia Adorna è una classe piuttosto particolare, caratterizzata da un forte grado di apertura e di curiosità verso il mondo esterno. I suoi componenti provengono da situazioni sociali, culturali e pure etniche molto diverse, molti non si conoscevano prima di entrare in classe, eppure si è attuato subito una sorta di processo alchemico che l'ha trasformata rapidamente in una classe, esaltando le doti positive di ognuno e attenuandone gli aspetti più spigolosi. I gruppi che si erano formati in precedenza alle elementari si sono spontaneamente aperti, maschi e femmine collaborano senza fare storie, gli elementi più insoliti si sono prontamente integrati e perfino l'Emaginato di classe, Wasp, è emarginato in un suo modo tutto particolare che ne fa a tutti gli effetti una sorta di lievito. C'è in alto grado il gusto della sfida, prima di tutto con sé stessi, e il piacere del lavoro ben fatto, costi quel che costi. C'è anche una certa ansia da prestazione, che è andata comunque un po' attenuandosi (...spero).
Ogni tanto, nei primi mesi, ho provato a chiedere alle insegnanti che hanno formato le prime come mai avevano prodotto tal gioiello, ma mi è stato risposto che sulla carta era una classe di livello non molto alto e che loro avevano cercato di dividere onestamente gli alunni nel più equo dei modi tra le due classi a tempo normale. Non c'è stato nemmeno un particolare tentativo di favorire qualcuno, perché la maggior parte degli insegnanti sono comuni a tutte le classi, Matematica è stata raccattata con la seconda convocazione delle supplenze annuali e, per una particolare situazione legata ai nostri tempi scuola, nessuno era in grado di sapere esattamente a quale insegnante di Lettere sarebbe stata assegnata quella specifica prima; quanto a me, so benissimo di non aver fatto alcun tipo di pressioni, nemmeno implicite, non solo in virtù dei miei rigorosi principi morali ma anche e soprattutto perché, appunto, non avevo la minima idea di cosa mi avrebbero assegnato. Insomma, è venuta fuori da sola in questo modo perché sì. 

E infatti tra i genitori non sussiste il più vago avvio di alcun processo si trasmigrazione alchemica, come ho potuto constatare il giorno della consegna delle schede, quando si sono presentati tutti e mi sono accorta che, contrariamente a quel che avviene di solito tra le classi ben amalgamate, le famiglie sono di tutte le razze e di tutti i tipi, e in cospicua parte di razze e tipi piuttosto antipatici. Di solito, quando ho una particolare sintonia con una classe, questa sintonia si trasmette automaticamente alle famiglie e gli incontri con loro  si risolvono in un idillio in cui, dopo quattro chiacchiere amichevoli sui ragazzi, sono talvolta tentata di fornire té e pasticcini per poi avviare conversazioni amichevoli anche sulle nostre vite private e le Grandi Questioni dell'Esistenza. Lei crede in un dio immanente o trascendente? Che ne pensate delle ultime prese di posizione del PD*? Dove contate di andare in vacanza quest'estate? Come vi trovate con la nuova stufa a pellet?

Stavolta la sintonia è a livelli minimi, nonostante la cortesia formale, e in più di un caso non solo ho desiderato di tirare fuori il gatto a nove code, ma l'ho perfino fatto. Soprattutto, mi ha colpito la varietà di tipi genitoriali: ce ne sono veramente per tutti i gusti.

I Genitori Implacabili, prima di tutto: che storcono il naso davanti a una scheda dove la media è 7,80 e il voto di condotta è nove o dieci. Dovrebbe impegnarsi di più, mi dicono, noi avevamo voti più alti a scuola (lì è partito il gatto a nove code, con aspra richiesta finale di non rovinare l'ottimo rapporto che le loro creature mostravano di avere con l'apprendimento e la scuola in generale).
La Madre Che Ha Messo il Figlio Avanti Un Anno e ora si lamenta che il ragazzo non sempre si mostra completamente padrone della situazione (si è sorbita una tirata sui maschi che sviluppano più tardi delle femmine, e già la prima media è faticosa per una femmina, figurarsi per un maschio dell'età giusta, figurarsi per uno con un anno di meno, e controlli piuttosto che non sia troppo stanco).
La Madre-Bambina, decisamente portata dalla piena (per fortuna da tempo la figlia si gestisce da sola, con buoni risultati).
I Genitori Compiaciuti: sì, la creatura è un po' stanca, ma è lui/lei che vuole almeno 8 in tutte le materie (è possibile che sia vero. Ho scritto possibile).
La madre di Wasp, che è la madre di Wasp in tutto e per tutto e mi ringrazia tanto per l'attenzione che ho per il figlio, ma un accidente se in quattro mesi le è venuto in mente di parlare con qualche altro professore, o anche solo con me se non convocata. E almeno adesso ha imparato a fare la giustificazione quando il figlio è assente e bastano tre o quattro insistenze perché si dedichi alla compilazione del prezioso tagliando.
I genitori del Perfezionista, che accolgono la scheda con sollievo: "al 7 in italiano eravamo in qualche modo preparati, non dovrebbero esserci problemi. Ma se qui non ci fosse l'8 in Matematica avremmo avuto paura a tornare a casa, stasera" (il ragazzo a scuola è un modello di Sereno Spirito Sportivo, poi a casa dà in smanie se non ha preso 9. Almeno, così ce la raccontano).
La Madre Filosofica, che si domanda se poi il voto è davvero così indispensabile nella scuola - un tema interessante e molto bello, e se non fosse l'ultima scheda e io non avessi la febbre da tutto il pomeriggio ne parlerei volentieri, invece riesco a spremermi solo qualche banale frasetta sul fatto che è davvero riduttivo concentrare una cosa importante come l'apprendimento in un miserabile numerino (no, la ragazza ha una bella media e studia con impegno, e sono assolutamente d'accordo con la signora).
La madre di Ibn-al-Arabi, che ci ringrazia di aver pagato il corso di nuoto al figlio e mi spiega quanto è dolce il ragazzo (lo è davvero, anche se a scuola un po' rompe).
Le Famiglie Alternative, presentate in tono apocalittico dalle insegnati delle elementari, ma in realtà le ragazze stan venendo su benissimo anche se (o appunto perché) hanno un tocco, appunto, alternativo.
I Genitori dei Calciatori, tutta gente seria che fa festa davanti a un 7 e non ha niente nemmeno contro i 6/7 e si dichiara soddisfattissima perché i ragazzi vengono a scuola volentieri. Dio li benedica tutti quanti, è gente così che tira avanti il mondo.

Uno strano calderone. Ma i gioielli, talvolta, escono fuori dai crogiuoli più inaspettati.
All that is gold does not glitter...

*A St. Mary Mead votano tutti per quello, a livelli bulgari.