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domenica 10 marzo 2013

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato - Recensione del film (lunghissima e assai favorevole)



Guidare la navicella (ma forse, considerando le dimensioni del tutto, sarebbe più pertinente definirla una petroliera) dell'adattamento cinematografico dello Hobbit nel suo legittimo porto d'arrivo si è rivelato affare invero assai lungo e complesso, e in più di un momento anche i più ottimisti tra fan e produttori avevano visto scemare le loro speranze in proposito fin quasi alla totale scomparsa. 
Eppure, in un groviglio inenarrabile di compagnie di produzione sciolte e riformate, diritti d'autore comprati e rivenduti, progetti abortiti ma mantenuti in vita con l'incubatrice, registi (Guillermo Del Toro) e attori (Martin Freeman) che infine si rassegnavano e a malincuore salutavano dopo anni di lavoro e/o di attesa, alla fine le cose si sono incamminate (perché alla fine bisogna pur che si incamminino); e siccome nella vita le cose a volte si perdono, a volte si trovano e in certi casi si finisce per ritrovare perfino più di quel che si pensava di aver perso, ecco che gli spettatori si sono trovati tre film invece di due - che è una specie di primato, considerando che alla base di tutto c'è un romanzo di 350 pagine, più corto di ognuna delle tre parti che compongono il Signore degli Anelli; più un regista che è l'unico esperto di hobbit umani davanti alle telecamere (Peter Jackson); più Martin Freeman, che il regista è riuscito a tenere nonostante tutto, ricomponendo sulla base dei suoi impegni la complessa tabella di marcia della produzione dei film.
Insomma, finalmente il primo film Un viaggio inaspettato è approdato sugli schermi e in tanti ci siamo precipitati a vederlo, con le più varie speranze e aspettative.
Tralasciando quei comuni mortali, soprattutto giovanissimi, che sono andati al cinema mossi principalmente da spontanea curiosità e senza particolari prevenzioni e han giudicato in base al loro personale capriccio, il film è stato tampinato anche da due pericolosissime quanto vaste categorie: gli Orfani della Trilogia del Signore degli Anelli e i Fan Implacabili di Tolkien.
I primi sono una nera categoria di bieche creature che conoscono pochissimo i libri di Tolkien ma in compenso si sono mandati a memoria la trilogia dei film. Noi Fan Implacabili li guardiamo moooolto dall'alto in basso e ci schifiamo assai quando ci accorgiamo che non conoscono nemmeno nozioni elementari come i quattro nomi di Gandalf o quelli dei padri dei quattro hobbit, dimostrando così  un'ignoranza davvero inconcepibile; sono quelli che si lamentano che nello Hobbit Gran Burrone appare troppo illuminato (sorvolando sul fatto che a Gran Burrone le stagioni passano e anche lì d'estate c'è più luce che in inverno) e che certi nani non hanno abbastanza barba.
I secondi... sì, appunto, sono quelli che si ricordano a memoria i re di Rohan delle due linee di tumuli, i padri dei padri dei padri dei protagonisti, i nomi di tutti i luoghi della Terra di Mezzo in non meno di due lingue e che cosa dice Gimli nel terzo capitolo del secondo libro della Compagnia dell'Anello quando commenta con Aragorn il tempo sulle montagne. Sono quelli che sanno che Legolas dovrebbe avere i capelli neri (forse) e che Thorin è più vecchio di Balin. Una razza perfino peggiore di quella degli Orfani, se devo essere sincera; implacabile quanto incline alla mormorazione, pronta a deplorare sia le insalatine di Gran Burrone (gli elfi non sono affatto vegetariani, tanto meno vegani) sia la contrarietà del Bianco Consiglio davanti alla spedizione di Thorin (ma quando mai?!).

A tutti gli effetti io rientro nella seconda categoria: possiedo una solida conoscenza del corpus tolkieniano che mi permette di stabilire quando nel film una data frase è stata spostata da un punto all'altro della vicenda e ho guardato abbastanza dall'alto in basso la trilogia (per quel poco che l'ho guardata) pur ammettendo che è senz'altro degno della massima meraviglia e ammirazione il fatto che qualcuno si sia imbarcato in un'impresa epica come quella di filmare il Signore degli Anelli e addirittura sia stato capace di portare a termine l'immane cimento, per giunta uscendone vivo e traendone perfino qualcosa di accettabile.
Il mio legame col romanzo Lo Hobbit è comunque molto più leggero, e insomma sono entrata al cinema con animo aperto e disponibile, pronta a prendere le cose come venivano.
La prima cosa che ho dovuto prendere, in effetti, sono stati gli occhiali da 3D, per la prima volta in vita mia - e solo il mio sconfinato amore per Tolkien mi ha potuto indurre a un passo simile. Siccome ho visto il film per tre volte, ma sempre in 3D, non ho idea se in 2D è meglio (l'avrò, immagino, al momento dell'acquisto dei DVD, perché mi rifiuto di contemplare l'ipotesi di acquisto di uno schermo apposito per il 3D) e nemmeno sono in grado di dire se la nuova tecnica a 48 fotogrammi al secondo cambi davvero le cose: ho infilato gli occhiali e mi sono tuffata nella storia e questo è quanto. A tratti, lo ammetto, le figure mi davano la strana impressione di stare in una di quelle palline di vetro con il paesaggio e la neve dentro, ma è stata una sensazione di pochi istanti qua e là. Il film mi ha avvolto nella sua nuvola magica per depositarmi, stanca, del tutto soddisfatta e un po' scossa, due ore e quaranta minuti dopo. Non ci ho trovato nulla di noioso, sia nella prima parte più lenta che nella seconda più movimentata. Così come l'ha fatta Jackson, la storia mi è andata benissimo.

Come sempre nel Tolkien di Jackson i paesaggi recitano benissimo, direi in modo spettacolare: Casa Baggins non la saprei immaginare diversa, la Contea è incredibilmente conteeggiante, il regno dei  nani squisitamente nanesco, i paesaggi molto tolkieniani e Bosco Atro atreggia nel migliore dei modi.
Tutti si sono commossi in modo indicibile davanti al raccordo con la trilogia, ovvero la scena introduttiva tra il Vecchio Bilbo e Frodo. Io no. Di Frodo, al momento, non mi importava un accidente, e il Vecchio Bilbo è ai miei occhi una contraddizione in termini: i Grandi Anelli fermano l'invecchiamento, dunque Bilbo dovrebbe essere uno solo, ovvero quello ampiamente adulto ma niente affatto vecchio che partecipa all'avventura - all'incirca di 35 anni su scala umana e 50 per l'anagrafe hobbitiana; e adesso rimpiango molto che la scena dove Bilbo racconta a Gandalf che si sente osservato dall'Anello e gli pare di essere del burro spalmato su una fetta di pane troppo grande non sia stata  fatta da Martin Freeman. Sì, lo so, Ian Holm è un grandissimo attore e ha fatto bene la sua parte - ma Martin Freeman è Bilbo e non dovrebbe esistere alcun Bilbo all'infuori di lui. Inoltre l'idea che proprio il giorno prima della Grande Festa Bilbo si decida a iniziare a scrivere il celebre Libro Rosso mi sembra abbastanza fuori dal mondo, ma se tutti gli altri son contenti, allora sono contenta anch'io per loro - e poi mi ha fatto piacere vedere Frodo che sorrideva, visto che nella trilogia non ha molte occasione per farlo.

Jackson ha detto che gli riusciva difficile immaginare i film dello Hobbit senza Martin Freeman, e lo capisco perfettamente. Ho letto quattro volte il romanzo, ho perso il conto delle letture del Signore degli Anelli (dove non mi ero mai ben spiegata, in verità, perché i quattro hobbit facessero tanto conto di Bilbo Baggins) e mai avevo compreso davvero il personaggio fin quando Freeman non l'ha portato sullo schermo.
In principio era Bilbo Baggins. Tutta la storia nasce da lui e, per via secondaria, dal fatto che non volle colpire senza necessità una creatura piagnucolosa e insopportabile che fino a pochi minuti prima meditava apertamente di mangiarselo intero e crudo. Bilbo deciderà più volte il destino della Terra di Mezzo, senza averne l'aria, spesso senza saperlo, ma sempre in base a scelte rigorosamente etiche e consapevoli.
Un personaggio così minimale e borghese e sorridente può stroncare un attore peggio di un Grande Ruolo Shakespeariano, oppure può calzare come un guanto, senza sforzo apparente, e allora diventano perfettamente in carattere perfino certi improbabili proclami sull'opportunità di aiutare chi ha perso la sua casa a ritrovarne una.
Bilbo Baggins non è solo un educato gentilhobbit di campagna attratto suo malgrado dalle avventure - che pure sono cose scomode che fanno fare tardi a cena: dietro la sua gentilezza quasi inalterabile vive un personaggio molto diverso dai nani, ma anche completamente estraneo dai meccanismi consueti che vincolano gli eroi, gli antieroi e gli eroi-loro-malgrado che riempiono la maggior parte dei film e dei romanzi non solo contemporanei.
Bilbo Baggins non è solo uno dei tanti hobbit, è lo hobbit per eccellenza. Qualcuno si è lamentato che il personaggio sia stato costruito assemblando un po' di caratteristiche da ognuno dei quattro hobbit della trilogia, ma in realtà è vero l'opposto: i quattro hobbit nascono per diffrazione da Bilbo, pur vivendo di vita propria nel romanzo più lungo. E con tutto ciò Bilbo contiene ancora delle caratteristiche sue personali, che il film ha mantenuto (e del resto, la trasposizione degli hobbit è stata piuttosto fedele anche nella trilogia).
Esempio veloce: quando Gandalf gli offre la spada la trova bella, ma gliela rende subito indietro dicendo che "non può prenderla". Per invogliarlo, Gandalf gli spiega che la lama diventa azzurra in prossimità di orchetti e goblin. Bilbo prova a tagliar corto spiegando che non ha mai usato una spada in vita sua - a bassa voce, che non arrivi qualche nano a spiegargli quant'è importante girare ben armati per le Terre Selvagge. Galdalf allora sposta la questione: ma certo, speriamo tu non debba usarla mai... ma qualora il disgraziato caso si presentasse, ricorda che il vero coraggio non è nel sapere quando prendere una vita, ma quando risparmiarla. Bilbo annuisce, pensieroso, poi guarda per la prima volta la spada con vero interesse, come se avesse avviato una riflessione completamente nuova. E la tiene.
Per la cronaca la spada è Sting (all'epoca della pubblicazione del romanzo non ancora un rinomato quanto eccellente musicista) ovvero il tagliacarte più utile, più versatile e più affidabile di tutta la storia della letteratura occidentale; ma ci sarà occasione di parlarne meglio nel secondo film.

Tre film da spremere da un romanzetto sono veramente troppi, era stato il lamento universale. Ma, a conti fatti, tre film sembrano proprio la lunghezza giusta, soprattutto se si decide di fare qualcosa di diverso da una trascrizione un po' affrettata (che del resto era già stata fatta anni fa a cartoni animati e non era nemmeno venuta troppo male).
Lo Hobbit era nato come romanzo per bambini, ma da quando ne aveva iniziato a scrivere il seguito Tolkien aveva cominciato a guardarlo con occhi diversi e a porsi un sacco di domande. Ne erano nati una revisione piuttosto radicale dell'incontro con Gollum, una corposa appendice del Signore degli Anelli dedicata ai nani, con particolare riferimento alla stirpe di Thorin, e qualche scritto rimasto a lungo inedito dove Gandalf raccontava la cerca di Erebor dal suo punto di vista. Il romanzo per bambini era così diventato sempre più il prequel della Guerra dell'Anello. La saldatura però non era mai stata completata e per molti di noi lettori, soprattutto quelli che avevano iniziato leggendo il Signore degli Anelli, lo Hobbit risultava in qualche modo stonato.
Cercando di riavvicinare i due romanzi nell'atmosfera, Jackson ha fatto secondo me un'opera meritoria, tanto più che per il momento sembra pure essergli riuscita. Di fatto è proprio qui che cominciano le infinite lamentele dei critici, dei tolkieniani e pure dei fan della prima trilogia. Intendiamoci: la maggior parte degli spettatori ha apprezzato il film e molti hanno aperto bocca solo per chiedere un secondo e un terzo biglietto onde rivederselo più volte e meglio apprezzarlo; e costoro non hanno sciorinato lunghe liste di lamentele. Ma siccome è notoriamente impossibile contentare tutti, e stante che i critici, se non criticassero, li chiamerebbero plaudenti o probanti o qualcosa del genere, ci sono state un'infinità di lamentele sulle più svariate questioni, a torto o a ragione (ma anche qualche occasionale recensore che ha apprezzato).

Punto primo: il film non è abbastanza epico: non c'è più la Terra di Mezzo da salvare, ma solo un regno da riconquistare e un drago da uccidere (no, capite, solo un drago. Mica è materiale epico, un drago. D'accordo, per il momento il drago non si è ancora visto, tuttavia qua e là qualche spunto epico a me è sembrato di intravederlo. Possibile che, al giorno d'oggi, se non scomodi come minimo il Bene e il Male e il Futuro del Mondo non ti lascino più nemmeno scrivere una commedia d'amore?).
Punto secondo: il film è troppo comico, con tutti quei nani così fuori dalle righe. Perché andava benissimo perculare per tre film a fila l'assai stimabile Gimli (uno dei miei molti personaggi preferiti del Signore degli Anelli) onde conferire un tocco di "comicità" alla trilogia, ma se hai a disposizione tredici nani tredici allora no, devono essere tutti e tredici seri, solenni e immusoniti. 
Inutile provare a ribattere che, se proprio vogliono un nano serio e solenne, c'è Thorin Scudodiquercia che se la tira nel più filologico dei modi dall'inizio alla fine del film (e si suppone lo farà anche nei prossimi due), ed essendo interpretato pure lui da un eccellente attore (Richard Armitage) riesce nella miracolosa impresa di tirarsela in modo incredibile, sì, ma fermandosi sempre un capellesimo di millimetro al di qua del ridicolo. 


Una delle pietre dello scandalo: il nobile Thorin Scudodiquercia - spesso inquadrato dal basso verso l'alto, così se la tira meglio

Nossignori, neanche Thorin Scudodiquercia va bene: intanto è troppo presente e oscura Bilbo, poi non ha abbastanza barba e infine assomiglia troppo ad Aragorn. 

Per la poca barba, col tempo è stata presa per buona la spiegazione del regista, stando al quale Thorin è un re in esilio e non si sente all'altezza di avere una gran barba (una cosa che Jackson si è cavato dalla testa, perché nel romanzo Thorin la barba ce l'ha, e anche bella lunga). Ma c'era il problema che anche i due giovani nipoti di Thorin, i carinissimi Fili e Kili, avevano poca barba, anzi Kili ne era praticamente privo - e, peggio di tutto, sembrava un cantante da boy band. Insomma, orrore degli orrori: nella compagnia di Thorin Scudodiquercia c'erano un Nano Carinissimo, che avrebbe fornito il fan service per le spettatrici più giovani, e un Nano Carismatico, ovvero Thorin in persona, dai languidi occhi bistrati e per di più dotato di una spettacolare voce da basso (che usa senza ritegno per corteggiare lo hobbit) che avrebbe fornito il fan service per le spettatrici più cresciute - e anche per qualche spettatore, volendo). In più c'era Fili, anche lui tutt'altro che inguardabile.
Insomma, dove andremo a finire? Un nano deve essere un cesso, no? E' stabilito per contratto, giusto? E soprattutto: deve essere un cesso con molta barba.


ed ecco le altre due pietre (preziose) dello scandalo, ovvero Fili e Kili 

Qualcuno è arrivato perfino al punto di criticare il fatto che Kili usi l'arco, che non è un'arma da nani - prontamente smentito da chiunque avesse letto lo Hobbit almeno una volta in vita sua: i nani tirano d'arco, eccome, e non solo i due giovinetti della compagnia.


Poi c'è il lamento di chi sostiene che i nani restano una massa indistinta sullo sfondo, a parte Thorin, nonostante l'impegno profuso nel dare ad ognuno di loro un'acconciatura particolare. Tuttavia, facendo un po' di conti, alla fine del film qualche nome dovrebbe restare impresso, a parte Thorin: ci sono Fili e Kili che cantano nella boy band, Balin (figlio di Fundin e futuro signore di Moria, per un breve periodo) 



che fa il Vecchio Saggio della compagnia e che anche nel libro emerge, nella terza parte; Gloin che ha la stessa immane quantità di pelame rosso che 



caratterizzava Gimli nella trilogia, più Bombur che si riconosce bene per la stazza (proprio come nel libro).



Gli sceneggiatori si sono dati da fare, anche se non (ancora) per tutti: e abbiamo Ori, il nano terribilmente educato 



("Scusate, mi dispiace interrompervi, ma dove dovrei mettere il mio piatto?") a parte quando si ripromette di infilzare Smaug dalla parte posteriore - proposito invero assai più facile da esprimere che da realizzare nel concreto; e Bofur, caratterizzato da un demenziale cappello in pelliccia con le alette: 



un nano piuttosto pragmatico ma gentile d'animo, che spiega a Bilbo nei dettagli cosa è un drago ("Pensa a una fornace con le ali") e che fin dall'inizio si affeziona a quella specie di mascotte che per volontà di Gandalf la compagnia si porta dietro. Siccome è l'unico che con Bilbo avvia un discorso serio, è anche quello che si becca l'unica frase sgarbata che il gentilhobbit rivolge a un nano in tutto il film "Voi non potete capire perché siete nani e per voi vivere come vagabondi è normale" - ma invece di mandare al diavolo Bilbo dopo quell'uscita, lo comprende e gli augura pure buona fortuna in una delle scene più struggenti.
Sette nani su tredici individuati al primo film mi sembrano una percentuale accettabile. Naturalmente chi è stato attento e diligente e si è ben documentato in rete li riconosce a colpo sicuro tutti e tredici, mentre chi si è limitato a seguire il film senza farne una questione di stato (ovvero il 95% degli spettatori) ha individuato solo i tre nani carini e ha memorizzato a livello inconscio quello con la barba bianca biforcuta e quello con lo strano cappello di pellliccia con le ali che augura buona fortuna a Bilbo. Di fatto basta e avanza, perché la maggior parte dei nani svolge la funzione di coro: non siamo nella Compagnia dell'Anello, dove ognuno ha la sua storia, è la compagnia di Thorin Scudodiquercia, che i nani non si azzardano mai a contraddire, nemmeno quando pensano (o penseranno) che abbia torto.

Qualcun altro si è poi lamentato che i nani cantassero troppo, trasformando il film in un musical.
Il punto è che le cosiddette canzoni del musical le aveva scritte Tolkien in persona, insieme a svariate altre decine che pullulano per ogni dove sia nell'Hobbit che nel Signore degli Anelli. Evidentemente il professore non trovava niente di scandaloso nel canto di per sé, né lo trovava contrario allo spirito dell'epica (il tutto anche tralasciando l'infinitesimale dettaglio che la letteratura epica nasce appunto come poesia cantata un po' in tutte le culture). In italiano, o meglio nelle attuali traduzioni italiane, le canzoni di Tolkien sono quasi tutte orribili. Lette in inglese, anche appoggiandole ad una semplicissima base ritmica, fanno già un effetto completamente diverso. Ai tempi della trilogia  venne deciso di non giocare quella carta, con mio grande dispiacere - e così ogni film di 007 dalla notte dei tempi ha avuto la sua canzone in testa alle classifiche, ma nella trilogia dal Signore degli Anelli le canzoni sono ben poche, e quasi tutte rimpiattate al momento dei titoli di coda.
Nel film dello Hobbit le canzoni sono tre - o meglio, tre frammenti. Il primo è una specie di danza irlandese che accompagna i nani mentre rimettono in ordine la casa di Bilbo, minacciando nel contempo di fare grandissimi disastri. Dura meno di un minuto, copre solo due strofe e purtroppo non ne esiste al momento una versione completa, nemmeno nel CD della colonna sonora. La sincronia tra la musica e i movimenti dei nani è squisita - la classica scena che non ci si stanca mai di vedere.
La seconda canzone, dedicata al perduto regno di Erebor, è avviata a cappella da Thorin, con gli altri nani che si uniscono via via. Viene eseguita nella penombra del corridoio di casa Baggins ed è solo l'ultimo atto della lunga manovra di seduzione con cui il povero hobbit viene sistematicamente intrappolato. Dalla stanza da letto dove si è rifugiato Bilbo ascolta, con l'aria sofferente e lo sguardo affamato della piccola fiammiferaia che ammira la vetrina della pasticceria la vigilia di Natale (chi mai può resistere a tredici nani che nella notte ti promettono fiamme, morte e distruzione in alternativa alla tua comodissima tana hobbit? Non Bilbo, di sicuro).
Si tratta insomma di un pezzo che svolge una precisa funzione nell'impianto narrativo: quando le parole hanno fatto il loro lavoro si passa al linguaggio della musica, perché spieghi quel che non è stato possibile dire. In un'intervista, Armitage ha detto che si è servito di quella canzone per trovare la voce di Thorin; per quel che mi riguarda, avrebbe dovuto servirsi di quella canzone anche per cantarla tutta, fino all'ultima strofa.

...la terza canzone la canta il capo dei goblin. Sì, sono d'accordo, anche senza è ben possibile che il mondo sarebbe riuscito ad andare avanti in qualche modo, e il film pure. Anzi, dal canto mio mi sarei rassegnata di buon grado  a fare a meno di quasi tutta la parte del combattimento nella montagna - Jackson ci va pazzo, per queste interminabili scene di combattimento nelle viscere dei monti,  ma io no.


E veniamo alla Grande Critica, ovvero la Critica delle Critiche: perché pensate che c'è stato
perfino qualcuno così sconsigliato e malfidato da osare dire che...
...ebbene sì, che gli intrecci del Signore degli Anelli e dello Hobbit si somigliano. Il peggio è che questi Qualcuni che hanno osato dirlo han pure ragione: esiste addirittura una scuola di pensiero che sostiene che Tolkien si è limitato a scrivere due volte lo stesso romanzo - e, in tutta onestà, non è nemmeno una scuola di pensiero con cui mi trovi in particolare disaccordo. 
Inutile negarlo: si parte dalla Contea, incontro con i troll, tappa a Gran Burrone, poi un sacco di scomodissime montagne ti inghiottono e ti risputano fuori dopo avertene fatte di tutte e per giunta ci incroci Gollum, che non è mai il massimo come compagnia, un po' di elfi, un po' di ragni, qualche lupastro, un viaggio sul fiume, aquile che arrivano alla fine della battaglia, la rinuncia a Qualcosa di Prezioso, un re in cerca di corona...
E infatti arrivati al re in cerca di corona molti si sono lamentati della mancanza di originalità... di Peter Jackson - il che mi sembra un tantino ingiusto; senza contare che, anche se Tolkien su questa storia del re senza corona che la rivuole indietro si era un po' fissato (in fondo anche Sauron vuole solo riprendersi il suo regno, povera stella) di sicuro i suoi re senza corona sono diversi tra loro e per trovare delle somiglianze tra Thorin e Aragorn - che sia l'Aragorn di Tolkien o quello di Jackson non importa - ci vuole, secondo me, una certa tendenza ad appiattire intrecci e personaggi.
E dunque un vago senso di deja-vu qualcuno l'ha lamentato. A ragione. E infatti buona parte dei luoghi sono quelli, le storie si somigliano... e alcuni personaggi sono proprio gli stessi. Gandalf, per esempio. Differenza di atmosfera o meno, nessun lettore rischia di perdersi, con Gandalf: come lo lasci nell'Hobbit, così lo ritrovi nel Signore degli Anelli - stesso vestito, stesse sopracciglia, stesso cappello a punta... stesso attore, naturalmente, e nonostante i dodici anni di età in più che si ritrova sulle spalle Ian McKellen sembra perfino più energico e più squisitamente misterioso. C'è anche un Gollum in forma smagliante (per quanto Gollum possa essere in forma smagliante, certo: un mucchietto di ossa lamentose e uno sguardo molto affamato) mirabilmente interpretato dallo stesso attore della trilogia, o almeno così ci hanno garantito, ma per quel che se ne vede, al posto di Andy Serkis potrebbero averci messo anche Brad Pitt. E poi a Gran Burrone c'è Elrond, che per fortuna è molto meno antipatico e aggressivo che nella trilogia.
Anche una parte della colonna sonora della trilogia è sopravvissuta: il tema delle aquile, della Contea, di Gran Burrone... e che colpa ne ha Howard Shore se anche nello Hobbit ci sono la Contea, le aquile eccetera eccetera eccetera? Sta di fatto che nella trilogia la colonna sonora (a suo tempo universalmente apprezzata) mi aveva lasciato del tutto indifferente, mentre stavolta ne ho goduta e apprezzata ogni nota.

Anche se la sceneggiatura è stata ritenuta all'unanimità molto fedele, ci sono stati degli ampliamenti, qua e là, delle modifiche e perfino dei tagli, oltre a delle integrazioni. Queste ultime sono state tratte esclusivamente dalle Appendici del Signore degli Anelli, e in particolare da quella dedicata ai nani "Il popolo di Durin" (anche se gli inesperti e gli incolti straparlano di aggiunte prese dal Silmarillion, da dove in verità non sarebbe possibile estrarre una sola riga su Erebor nemmeno mettendoci il massimo dell'impegno); si è molto dibattuto e criticato sul fatto che Azog dovrebbe essere morto da un bel po' di anni e sul perché sia stato inserito nel film, ma non è questione cui riesca ad appassionarmi: nel film Azog è solo il solito, insulso e cattivissimo orco che fa onestamente il suo mestiere di insulso e cattivissimo orco, e avere lui o un altro in tale insulso ruolo è per me del tutto indifferente. E' probabile però che avremo ampie spiegazioni a riguardo nel secondo film, così come darei per sicuri anche cospicui flashback sullo sventurato Thrain (padre di Thorin) e sulla sua tragica storia - insomma Gandalf racconterà nei dettagli come ha avuto la mappa e la chiave. Quanto ai brani dei Racconti Ritrovati, al momento non sono stati citati, si presume che mai lo saranno, ma hanno lasciato un'impronta piuttosto visibile nella sceneggiatura. Per chi è in grado di vederla, certo.

Il ruolo delle aquile è stato piuttosto ridimensionato, anche se i pochi minuti che  vengono loro dedicati sono davvero spettacolari; qualcuno ha deprecato, non del tutto a torto, come, una volta di più, siano state ridotte ad aerotaxi (le famose Gwaihir Airlines) e mi rimane un certo rimpianto per non avere assistito al soggiorno della compagnia nei nidi della aquile, con tanto di barbecue offerto agli ospiti. Mi rendo conto che la trama era stata incastrata in un modo che rendeva difficile infilarci anche quello, però il Signore delle Aquile era comunque un personaggio interessante. Tuttavia è possibile che la scena venga recuperata in futuro, perché il romanzo prevede un'altra comparsa di queste maestose e  alate creature.

La scena del combattimento dei giganti di pietra (assai più drammatica che nel libro, visto che i due personaggi principali rischiano seriamente di lasciarci la pelle) è stata per molti una sorpresa: le poche righe dedicatele sfuggono facilmente - io stessa l'ho notata per la prima volta nella lettura fatta in classe quest'anno. Molti si sono quindi scagliati lancia in resta contro cotal inutile aggiunta... per poi scoprire che nell'angolino ben nascosto di un capitolo c'era qualche riga d'appoggio che non la rendeva affatto un'aggiunta.


Sullo stregone Radagast, presentato assai di striscio come piuttosto stravagante nel Signore degli Anelli e nominato ancor più di striscio nell'Hobbit, si è aperto un accanito dibattito. Gli sceneggiatori ne hanno fatto un personaggio decisamente insolito, tutt'altro che tolkieniano e con un tocco new age abbastanza surreale, e il risultato è una larga schiera di imbestialiti detrattori e una altrettanto vasta schiera di apprezzamenti. A me è sembrato che si incastrasse molto bene nell'insieme, lui e la sua slitta trainata dagli intrepidi conigli di Rhosgobel, e che fosse il custode più adatto per Bosco Atro. La sua sintonia col mondo animale ne fa un personaggio dall'apparenza ridicola e dalla sostanza molto profonda, quasi mistica, che mi ha ricordato certe storie di santi orientali che accettano di trasformarsi e immobilizzarsi con le mani in forma di nido d'uccello per non disturbare i loro piccoli ospiti. Il fatto che Gandalf lo prenda molto sul serio, al contrario del pedantissimo (e forse già corrotto) Saruman, è un tratto, questo sì, assolutamente e filologicamente tolkieniano. E poi l'inseguimento dei lupi mannari che cercano invano di raggiungere i velocissimi conigli battendo delle grandiose craniate nella roccia mi ha divertito molto, e checché se ne possa dire è una scena molto epica (perché non sta scritto da nessuna parte che una scena epica non possa essere anche molto buffa).
La prima avventura della compagnia, ovvero l'episodio dei troll, è stato ritoccato (assai opportunamente, a mio avviso) in modo da 1) evitare che Thorin e Bilbo si comportino da assoluti mentecatti e 2) mostrare per la prima volta, in netto anticipo sui tempi del libro, che lo hobbit non è solo una simpatica creaturina amante della buona tavola e totalmente indifesa, ma al contrario dispone di un eccellente istinto di conservazione che si risveglia nei momenti più opportuni.

La maggior parte delle modifiche riguardano l'apprendistato da eroe di Bilbo e il suo rapporto con Thorin; il quale Thorin è un po' diverso rispetto al romanzo, ma abbastanza simile a come viene descritto nelle Appendici. Averlo ringiovanito e reso meno pedante è stata una scelta felice: le caratteristiche di base sono state mantenute ma lo spettatore (o la spettatrice) è molto più disponibile a simpatizzare con lui, e questo nel terzo film potrebbe fare una certa differenza.

L'evoluzione di Bilbo, hanno spiegato in parecchi, nel film cambia, nel senso che lo hobbit diventa eroe molto prima di quanto avviene nel libro - dove il punto di svolta viene normalmente individuato a Bosco Atro, con i ragni. 
Ora, non c'è dubbio che nella prima metà del romanzo Bilbo dimostri lo stesso spirito di iniziativa di un pacco postale e si limiti a fare quel che gli dicono di fare fin quando, rimasto da solo a Bosco Atro e trovandosi circondato da enormi ragnacci animati da pessime intenzioni, è infine costretto a sbrigarsela da solo.
Se però guardiamo la storia da una prospettiva diversa, dopo avere letto (o scritto buona parte de) il Signore degli Anelli (e ricordando che oggi leggiamo lo Hobbit con l'incontro con Gollum riscritto da Tolkien nel 1951il vero punto di svolta è appunto l'incontro di Bilbo con Gollum e con l'Anello, quando lo hobbit riesce non solo a salvarsi da una situazione decisamente critica, ma dimostra di possedere il "vero coraggio" di cui gli ha parlato Gandalf, riconoscendo il momento di risparmiare una vita invece di prenderla. Di fatto, aver risparmiato la vita di Gollum, ovvero non aver voluto colpire senza necessità, è la prima azione eroica compiuta da Bilbo.
Lo hobbit che entra nelle montagne è diverso da quello che ne esce, e quell'uscita arrischiata in cui perde tutti i bottoni è, a tutti gli effetti, una rinascita. Alla questione dei bottoni Jackson deve aver dato il giusto peso, perché guardando la scena improvvisamente è riemerso nei miei ricordi un saggio di Matthews letto più di venti anni fa e da allora  del tutto dimenticato, dove tra l'altro si spiega come l'uscita fuori dalle montagne sia una specie di nuovo parto che Bilbo attraversa. All'epoca l'analisi mi sembrò forzata, ma adesso sono convinta che Matthews avesse perfettamente ragione.

Tolkien riscrisse solo il quinto capitolo, lasciando il resto del romanzo così com'era. Pare che ci fossero stati dei fraintendimenti con l'editore, e che davanti ai suoi tentativi di riscrittura chi era intorno a lui si fosse lamentato che quello non era più lo Hobbit - ma insomma resta il fatto che venne riscritto solo il quinto capitolo. Infatti nel romanzo, dopo essersi mirabilmente ri-partorito, Bilbo riprende il suo cammino con la compagnia animato dal solito spirito di partecipazione da pacco postale che lo caratterizzava anche prima, limitando i suoi interventi all'avere una gran paura nei momenti più indicati a ciò.
Nel film c'è un cambiamento piuttosto visibile: anche se la sequenza della trentina di ore che intercorrono tra la battaglia dei giganti di pietra e lo scalo delle Gwaihir Airlines è piuttosto compatta e non lascia allo spettatore molto tempo per delicate analisi psicologiche resta il fatto che, uscito dalla caverna, Bilbo affronta Thorin vincendolo di cortesia, inaugura il tagliacarte uccidendo il suo primo lupo mannaro, salva Thorin con un balzo acrobatico che possiamo tranquillamente definire molto arrischiato e infine uccide un paio di orchi prima di essere assai opportunamente salvato dalle aquile.
Insomma, dentro le montagne lo hobbit si è guadagnato lo status di eroe e come tale comincia a comportarsi quando gli sembra che le circostanze lo richiedano; quindi forse non è esatto dire che Jackson ha anticipato le trasformazioni dello hobbit, quanto piuttosto che ha riscritto in parte la storia basandosi sulle direttive implicite di Tolkien (e secondo me ha fatto benissimo).
Sempre sulla questione dell'eroismo di Bilbo, molto è stato scritto e detto per criticare la scena in cui salva Thorin, che è stata giudicata  innopportuna e fuori carattere, perché Bilbo nel romanzo usa spesso il suo tagliacarte, ma quasi mai in veri e propri combattimenti (al contrario di quel che faranno Frodo e Sam nel Signore degli Anelli) e le sue prove di coraggio si svolgono (quasi) sempre in solitudine. Tuttavia, al di là delle questioni legate al gusto per le americanate o alle concessioni al pubblico meno raffinato, il coraggio degli hobbit ha come caratteristica quello di risvegliarsi all'improvviso nelle situazioni più disperate (ad esempio quando Merry attacca il Re degli Stregoni per difendere Eowyn) e la presenza o assenza di testimoni non è di per sé rilevante: quando Frodo usa per la prima volta Sting la Compagnia è nelle fauci della Camera di Mazarbul, e testimoni (e lodi) non ne mancano. Diciamo che gli hobbit usano la spada (e/o diventano eroici) quando la situazione si presenta talmente critica da rendere il loro intervento una follia - altrimenti sono ben lieti di lasciare l'uso delle armi e l'eroismo a chi è più competente e capace di loro. L'intervento di Bilbo è senz'altro rischioso fino all'incoscienza, e d'altra parte in quel momento la situazione di Thorin sembra disperata: le premesse per una tipica dimostrazione di coraggio hobbit ci sarebbero tutte, dunque, senza contare che la scena mi è molto piaciuta e quindi sono portata a difenderla.

Il rapporto tra Thorin e Bilbo è complesso e occupa una buona parte del film, diventandone uno dei temi portanti. Qualcuno ci ha visto da parte di Bilbo il desiderio di ottenere l'approvazione di una figura paterna, facendo un parallelo tra Faramir e Theoden, dove Thorin sarebbe la parte paterna. L'ho trovata un'interpretazione piuttosto sorprendente, anche perché nel film entrambi sono presentati come adulti e la differenza di età tra loro è stata piuttosto ridotta rispetto al romanzo (secondo le Appendici Thorin avrebbe 195 anni, che ne fanno un nano in piena maturità ma ormai a pochi passi dalla vecchiaia) né l'attaccamento tra i due mi è sembrato particolarmente paterno o filiale. E non mi sembra esatto nemmeno dire che i due non si capiscono: Bilbo capisce benissimo Thorin (che lo approvi completamente è un'altra storia), mentre Thorin ha delle notevoli difficoltà strutturali a capire Bilbo proprio perché la weltanschaung nanica non è delle più flessibili, mentre quella di un hobbit è flessibilissima per natura. Di fatto questo non impedisce ai due di amarsi, ma in un modo che non è (e, si presume, non sarà) né semplice né indolore. La mia impressione è che il tutto sia stato costruito dagli sceneggiatori in funzione di quello che nel libro è il penultimo capitolo. Ci sarà comunque tempo per riparlarne.

Il film si chiude con un colpo d'occhio (mai definizione fu più esatta) di Smaug il Terribile sul suo grandioso letto d'oro; anzi, più esattamente, nel suo grandioso letto d'oro. Dal momento che, giusto in questi giorni, l'incasso ha superato il miliardo di dollari mi sembra una scelta davvero azzeccata.

venerdì 8 marzo 2013

Trilogia di Millenium - Stieg Larsson



Ho scelto questa trilogia per l'8 Marzo perché uno dei temi centrali dei libri è la violenza, soprattutto ma non solo sessuale, che gli uomini usano contro le donne. Non tutti gli uomini, certamente: solo una piccola parte, che viene però per questo aspramente criticata e punita non solo dalle donne, ma anche da molti uomini che vivono con autentica ribellione i torti che scoprono essere inflitti all'altro sesso. Sotto questo aspetto i libri riprendono, talvolta con accenni espliciti, certe strutture da romanzo cavalleresco, con la variante che le principesse da aiutare si mostrano tutt'altro che prive di iniziativa o di capacità di farsi valere e che ai cavalieri si affiancano anche alcune agguerrite cavalleresse.

Qualche anno fa questa trilogia è stata un caso editoriale, con milioni di copie vendute ovunque; io però l'ho letta soltanto quest'inverno, non tanto per diffidenza verso i best seller (che di solito apprezzo moltissimo) quanto perché, essendo appunto un grande successo, in biblioteca non si riusciva mai a raccattarne una copia.
Sono romanzi lunghi ma scorrono molto bene; inoltre Larsson ha il dono di tenere il lettore incollato alla pagina e anche quello, molto più prezioso, di non lasciarlo deluso quando i libri sono finiti. Nel terzo (pubblicato subito dopo la sua morte, quindi forse a revisione non del tutto completa) si sente in certi punti la mancanza di qualche colpo di forbici, nei punti dove ci si occupa delle sottotrame. 

La vicenda è ambientata in Svezia, intorno al 2005. Attraverso il racconto si intravede un ricco affresco della società svedese: vita quotidiana, politica, giornalismo, arredamento, cucina, carceri...  Per chi, come me, ha sempre visto la Svezia come una specie di Eldorado, è una lettura agrodolce dove enormi ondate della più verde invidia si alternano a struggenti lamentazioni del tipo "perché da noi invece è tutto così disperatamente opaco, limaccioso e scomodo?".
C'è dentro molta politica (anche se ufficialmente il protagonista non ha interessi politici e nemmeno va a votare), un pizzico di storia e una bella struttura a base di oscuri complotti di servizi segreti deviati, spionaggio e malavita internazionale. Perché una storia del genere sia venuta in mente ad uno scrittore svedese, che se l'è dovuta costruire pazientemente pezzo per pezzo, quando noi italiani in intrighi di questo tipo di intrecci ci viviamo a colazione, pranzo, cena e pure all'ora di merenda davvero non so. Comunque è andata così.

Nel primo romanzo Mikael Blomqvist, che sta attraversando un momento professionale piuttosto critico, accetta la proposta di un anziano industriale di rifugiarsi per un anno a casa sua, ben retribuito, per indagare su un delitto di qualche decennio prima. L' l'impresa sembra disperata, e lo stesso Mikael cerca più volte di convincere l'anziano industriale a lasciar perdere; e invece il delitto verrà risolto e la soluzione si rivelerà davvero molto, molto particolare.
Per una serie di complesse circostanze Mikael riesce a farsi aiutare da un'abilissima hacker, Lizbeth Salander - personaggio affascinante e inconsueto, di quelli con più strati di un millefoglie e più pieghe di un bull-dog.
Nel secondo e terzo volume il personaggio centrale è proprio Lizbeth, che si ritrova invischiata a morte in un complicato mistero dove intrighi politici internazionali e servizi segreti deviati formano una trama delle più complesse. La hacker ha in apparenza un carattere impossibile, ma le pochissime persone cui ha dato un minimo di relazione personale - tra le quali Mikael, che ha un eccezionale talento nel farsi benvolere dalle donne  - muovono cielo e terra per aiutarla, con notevoli risultati.
A parte Lizbeth e Mikael, il terzo grande protagonista della trilogia è la Grande Rete: i collegamenti informatici, a volte ottenuti in modo decisamente avventuroso, sono le strade su cui si irradia tutta la vicenda e la chiave per la soluzione di molti dei misteri, tanto che la trilogia diventa anche un grande inno a Internet e alle sue infinite possibilità.

L'architettura della vicenda è complessa ma molto ben gestita, ed è narrata con molta chiarezza. C'è una grande abbondanza di personaggi simpatici e il messaggio di fondo è ottimista.
Inconvenienti: dal momento che staccarsi dalle pagine è veramente difficile, si sconsiglia di  iniziare la lettura in un momento in cui non si dispone di un po' di tempo libero, a meno di non disporre invece di un'adeguata carriola per le occhiaie. Sono invece romanzi perfetti se per caso ci si ritrova costretti a passare qualche giorno a letto.

Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice fine settimana e ottime letture a tutti i partecipanti.

mercoledì 6 marzo 2013

Il Misterioso Tabù della Prima Media (post inconcludente)


E' noto che, tra la fine della quinta elementare e l'inizio della prima media, i voti dei virgulti a noi affidati subiscono un misterioso quanto inevitabile tracollo di un paio di punti circa. 
La cosa viene data per scontata ma a ben guardare tanto scontata non dovrebbe essere. D'accordo, si cambiano insegnanti e si cambia anche ordine di scuola, però il virgulto resta sé stesso medesimo, e proprio non si capisce perché venga reputato indispensabile come primo atto di accoglienza  fargli un bagno nell'umiltà con relativa asciugatura col cilicio e stazionamento sul granturco, invece di un bagno nell'acqua di rose e successivo massaggio corroborante con oli profumati di pregiate essenze. Insomma, non sarebbe forse opportuno partire da voti analoghi a quelli che la creatura soleva ricevere, onde non traumatizzarlo?

In realtà la cosa avviene in modo del tutto spontaneo, e non c'è alcuna intenzione programmatica da parte di noi insegnanti delle medie di mortificare le nuove leve. Esistono però alcuni Principi Basilari di ignota origine che per molti di noi sono scolpiti nelle più sacre rune sulle rocce più inattaccabili. Uno di questi è "Non dare mai il massimo dei voti in prima media".
Tale principio viene spesso rimbalzato come cosa ovvia in Sala Professori e addirittura si parla a volte di sancirlo come regola inderogabile, ma nessuno ha mai saputo spiegarmene  i motivi con argomenti dall'apparenza sensata.
D'accordo, quando arrivano in prima gli allievi sono ovviamente ad un livello diverso e più basso di quello che poi raggiungeranno in terza (o almeno si spera) ma non è che in prima diamo i voti sulla base delle prestazioni di fine terza (o almeno si spera): in prima valutiamo prestazioni di prima, dunque si suppone che anche per le prestazioni di prima ci sia un massimo, e che in teoria qualcuno a questo massimo possa avvicinarsi molto o addirittura raggiungerlo.

Detto  questo però  la carne è debole e il cervello influenzabile, e insomma spesso ci sembra che, per quanto faccia, l'implume creaturina di prima resti pur sempre scarsa: chi è all'inizio di un percorso, per forza di cose, lavora peggio di chi quel percorso lo sta terminando - e di fatto non ci rendiamo conto delle meraviglie che il giovane Crodegango sta facendo adesso perché non lo abbiamo seguito fin da quando tracciava le sue prime e incerte A e B e non ci siamo ancora minimamente abituati ai suoi errori e alle sue idiosincrasie. Alle elementari invece hanno avuto cinque anni di tempo per conoscere dettagliatamente gli uni e le altre e, giunti in quinta, sapevano tenere nel giusto conto i suoi progressi e i suoi successi.
Qualcosa del genere succede anche alle medie, quando nel secondo quadrimestre della terza improvvisamente i voti cominciano a lievitare. D'accordo, molto spesso in terza si sale un gradino e ci sono dei miglioramenti oggettivi nel corso dell'anno, ma talvolta insorge in me un filo di sospetto che in cotali miglioramenti giochi anche un occhio insegnantesco diventato improvvisamente più benevolo: quando vedo ragazzi che nel giro degli ultimi due mesi passano quasi improvvisamente dalla media dell'otto a quella intorno al dieci (magari anche con la mia collaborazione) talvolta mi sorgono dei dubbi, che tuttavia non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di esternare apertamente; anzi, se richiesta esplicitamente di arrotondare, arrotondo senza fare storie, non sia mai che per colpa di un miserabile puntiglio mi ritrovi a precludere  il nove o il dieci a qualche elemento meritevole.

In prima nessuno parla mai di arrotondare, se non per trasformare un quattro o un cinque in un sei onde non impelagarsi in una bocciatura che il Consiglio non ritiene utile né opportuna. Niente crociate per la media del nove, niente alzate di scudi perché l'unico sette della pagella diventi un otto.

Tutto ciò ci viene spontaneo, non fa parte di nessun principio dichiarato o codificato. Altra cosa però mi sembra la Ferma Decisione Di Non Mettere Mai Per Principio un dieci a un primino, nemmeno in condotta.
"In prima non conosciamo i ragazzi, soprattutto al primo quadrimestre" è stata la curiosa spiegazione che mi ha dato Artistica qualche settimana fa "Non sappiamo se uno sta buono perché magari è ancora intimorito".
Ora, a me sembra che conoscere davvero un alunno sia evento abbastanza raro e opinabile, in prima come in terza o in qualunque altra classe, e che se anche lo conosciamo davvero nel momento XY, già una settimana dopo può darsi che costui sia diventato molto diverso: il principio eracliteo dell'uomo e del fiume in continuo cambiamento secondo me risulta particolarmente valido negli anni delle medie, perché in quei tre anni i ragazzi cambiano pelle e carattere e maschere una quantità impressionante di volte e dunque tanto varrebbe limitarsi a fotografare la situazione in un determinato momento e amen, invece di pretendere di scrutare i cuori e le reni.

E infatti, se a volte abbiamo cardi che si trasformano in rose, succede anche che graziosissime roselline modello senza-spine si trasformino nel corso del triennio in cardi spinosissimi e del tutto disinteressati allo studio - per poi, magari, trasformarsi ancora in peonie o orchidee durante le superiori o all'università. Insomma, si sa una sega di quello che può essere il loro percorso esistenziale, anche se non ci piace ammetterlo: ci sono Bravi Bambini che all'improvviso si stufano di essere tali, Alunni Disinteressati che improvvisamente sviluppano una fame cosmica di conoscenza e via dicendo.
Tuttavia, secondo molti insegnanti, il percorso di un alunno deve essere per forza in linea ascensionale, registrando solo progressi e miglioramenti, anche se ogni giorno la cruda realtà dei fatti ci pone davanti a esseri umani che seguono un percorso tutt'altro che lineare e uniforme. Infatti l'altra grande obiezione è "E se poi peggiora in seconda?".
D'accordo, molti peggiorano in seconda, a volte senza nemmeno registrare grandiose rimonte in terza. Però limare i voti in prima in previsione di un possibile calo in seconda non mi sembra molto serio, e non solo perché sono contraria per principio ai processi alle intenzioni.

Al termine di questa tirata inconcludente e senza costrutto, che non so bene nemmeno io perché ho cominciato, mi sono comunque fatta un esame di coscienza e ho seminato qualche nove e un paio di dieci in singole prove particolarmente ben riuscite alla Prima d'Ogni Grazia Adorna.

lunedì 4 marzo 2013

I piaceri dello scrutinio informatizzato


I primi scrutini informatizzati li ho visti all'alba del terzo millennio, quando avevo appena avviato i primi e timidi passi nel rutilante mondo dell'insegnamento: dall'alto del suo portatile il Dirigente dirigeva (era un tipo dirigista assai), formando i giudizi da un'apposita griglia; le schede erano però scritte a mano, prova ne sia che le sbagliai non avendo nessuno pensato a darmi le formule che usavano in quella scuola per le valutazioni. Al mio primo "Sufficiente da consolidare" mi spiegarono che no, lì in quella scuola si usava "Sufficiente con lacune". Gli risposi di attaccarsi al treno perché io non ero un'indovina (testuale), e la prossima volta che avessero avuto una supplente a scrivere le valutazioni glielo facessero avere un po' prima, il formulario. Da allora, prima di compilare le schede ebbi sempre cura di informarmi sugli usi e costumi locali - e naturalmente, dopo di allora, trovai sempre scuole dove gli usi e costumi locali erano "fai te, qui non abbiamo un formulario, ognuno si regola come meglio crede".

Negli anni ho alternato scrutini manuali a scrutini semi-informatizzati e ho finito col farmi l'idea che lo scrutinio manuale sia più rapido, sicuro ed efficiente, anche perché le penne a sfera sono molto meno umorali e dispettose di stampanti e programmi vari.
Tuttavia i programmi con cui mi ero ritrovata a combattere erano sempre interni alla scuola, e se non altro non c'era da fare i conti con le alzate di ingegno di Sua Maestà la Rete. Ogni volta comunque, al termine della seduta, qualcuno ricordava con nostalgia il tempo dei calamai, dei pennini, del succo di more usato come inchiostro e delle belle oche bianche da spennare, e assai raramente quel qualcuno non aveva il mio aperto appoggio.

Quest'anno l'Istituto Comprensivo ha deciso di fare il Grande Passo e di portarci in rete. E' venuto un tecnico, che ci ha fatto alcune domande assai strane, poi sono arrivate le istruzioni e, naturalmente, la chiave per cambiare e personalizzare la password.
Le istruzioni erano assai farraginose e, come sempre con questi programmi, non c'era niente di intuibile - ad esempio non ho proprio capito perché dovessi entrare nell'area "Curriculum". Curriculum de che? Non certo il mio, ma non mi sembra molto sensato attribuire alla classe un generico "curriculum" per il suo insieme: i voti sono individuali, in teoria potrebbe esserlo anche la programmazione...

Comunque, una volta seguite le istruzioni bizantine, sono infine arrivata nelle mie materie e ho trovato un foglio in tre colonne. Su una c'era scritto ASS, e se non altro si intuiva abbastanza facilmente che era quella dove andavano inserite le ore di assenza. Poi c'erano due colonne, chiamate Valutazioni e Giudizi sintetici.
Chiaramente, è troppo complicato scrivere la banale parola voti, che tra l'altro suona molto più scialba dei rutilanti Valutazioni e Giudizi sintetici; e in verità, la prima volta che mi sono trovata davanti a questa triplice colonna, il mio giudizio sull'ideatore di quella demenziale interfaccia, che in effetti somigliava più che altro ad un interculo, non aveva nulla di sintetico ma anzi si estendeva in molte e belle parole e in raffinate e ardite costruzioni sintattiche in cui esponevo con fare un po' barocco le mete turistiche che costui avrebbe dovuto a mio avviso frequentare e le attività ricreative cui avrebbe potuto dedicarsi con profitto, da solo o in numerosa compagnia.
Ma, una volta esauriti questi piacevoli giochetti retorici, restava il fatto che era mezzanotte passata e io ero sola davanti a queste due colonne senza uno straccio di istruzione. Alla fine ho scelto una delle due colonne e ho scritto i voti in lettere. Uscita dal programma, guardando la tabella riepilogativa ho scoperto  di avere sbagliato entrambe le scelte perché nello schema di riepilogo compaiono solo le assenze.
Grazie a un paio di tentativi, al terzo finalmente scopro che i voti andavano messi in numeri nella colonna delle valutazioni (caso mai i giudizi non fossero valutazioni, bensì tanti Stanislao Moulinskj in qualche loro riuscitissimo travestimento). Così ho cancellato i voti scritti in lettere, risistemato tutto e, dopo quaranta minuti di lavoro del tutto superfluo sono infine andata a dormire  cullata dalla serena tranquillità del dovere compiuto e albergando nel mio cuore l'assoluta sicurezza che il progettatore dell'interculo grafico è senz'altro un parente degli ideatori del software Anagrafe con cui, in tempi lontani, assai faticosamente schedavo archivi per il Ministero dei Beni Culturali; e infatti proprio per il software Anagrafe un mio amico, dopo averlo esaminato, aveva elaborato la teoria che cotal programma non disponesse di un interfaccia, tutt'al più di un interculo.

Il giorno dopo ci ritroviamo in sede per lo scrutinio. Comincia la Seconda e tutto procede bene fino al momento della Stampa Finale di verbale e cartellone dei voti... quando la stampante si rifiuta di stampare e il programma si rifiuta di sigillare le operazioni dopo il via libera della Preside.
Dopo tre o quattro tentativi la Preside scompare nei meandri della Segreteria, tentando invano di contattare il centro elaborazione dati.
Restiamo soli soletti a guardare  il tabellone della Seconda sullo schermo. Artistica passa con un vassoio di dolcetti con i pinoli, molto buoni ma che vengono mangiati con un certo nervosismo: abbiamo ancora cinque classi da scrutinare, e molti di noi ambirebbero a rivedere le loro case per l'ora di cena.
Dopo mezz'ora appare la Segretaria che riferisce che hanno provato a chiamare la sede centrale, su nel Nord Italia, dove alla fine qualcuno ha confessato che il programma era andato in tilt su scala nazionale, perché quel giorno mezza Italia era a fare scrutini (cosa tutto sommato prevedibile, conoscendo i calendari dell'anno scolastico italiano). Ma naturalmente avrebbero sistemato tutto al più presto - e grazie tante, s'è mai visto un centro dati che promette di risistemare tutto con comodo, se e quando gliene pungerà vaghezza?
"Vuol dire che faremo a mano, come si è sempre fatto" sospira qualcuno. Peccato che, quando gli scrutini vengono fatti a mano, di solito si arriva con tutta una serie di documenti già preparati e che, a quel punto, avremmp dovuto rifarci dallo scrivere i voti uno per uno.

I pasticcini con i pinoli vengono accantonati, perché tutti conveniamo che è meglio lasciarne un po' per chi farà tardi. Dopo le solite evocazioni di penne d'oca, inchiostro fatto col succo di more eccetera eccetera eccetera finalmente riappare la Preside con i moduli stampati: il santo programma in qualche modo è ripartito.
Con un'ora di ritardo ripartiamo anche noi, e meno male che la Prima è una classe che scorre veloce (peccato che la Terza e l'altra sezione di veloce non avranno un bel nulla, per quanto ne sappiamo).
Firmo quel che devo firmare e abbandono la nave con malcelato sollievo.
Non parlo di oche perché, in cuor mio, sospetto che il vero nodo della questione non siano le penne d'oca, ma le oche addette alla programmazione informatica (senza offesa per quei nobili volatili, si capisce).

venerdì 1 marzo 2013

Il voto non è soltanto un numero


La collega della Prima Pacioccosa, dove faccio l'Approfondimento delle Materie Letterarie, mi aveva chiesto di avviare un po' di Educazione Civica, approfittando del fatto che ci sarebbero state le elezioni politiche, quelle del Presidente della Repubblica e perfino il conclave. In base al principio di cieca sottomissione che da sempre regola le mie ore di Approfondimento non avevo battuto ciglio, ma in cuor mio avevo pensato che, bah, una prima, parlargli di elezioni... insomma, non era un po' prestino? Di solito sono argomenti che si toccano in seconda o in terza.
Tuttavia, dopo che dalle urne è uscito quel che è uscito, mi sono detta che, stante che l'argomento era destinato a perseguitarci tutti per qualche mese, tanto valeva addentare il topo per la coda.

Tornata da scuola dopo il ponte elettorale, inizio la mattinata con un'ora nella Prima d'Ogni Grazia Adorna; che, effettivamente, in più di una occasione ha mostrato una certa sensibilità su questioni sociali, ma insomma non ho fatto letteralmente in tempo a firmare il registro che è partito il fuoco di fila delle domande sulle elezioni prossime venture "così facciamo un altro ponte elettorale".

Mi trovo costretta a disilluderli: vista la situazione, le prossime elezioni non potrebbero svolgersi prima di Giugno, quando il ponte elettorale non risulterebbe per loro di alcuna utilità. Gli conviene invece fare il tifo perché parta un governo, anche provvisorio, ma che probabilmente andrebbe in crisi in autunno, permettendo loro un bel ponte elettorale verso la fine di Ottobre.
Chiedono spiegazioni e mi addentro nelle varie procedure, elezione dei presidenti delle camere, la questione del semestre bianco, come funziona il Porcellum, perché viene chiamato così...
Dopo che mi hanno spolpata ben bene per non meno di tre quarti d'ora, ottengo alla fine di fare due piccole interrogazioni di geografia. In compenso mi promettono che studieranno le tre pagine sull'erosione dell'acqua anche senza un ulteriore ripasso in classe.
Lascio la classe considerando in cuor mio che, forse, l'idea della mia collega non è poi così sballata e che magari quel corsettino di procedure costituzionali dovrei avviarlo anche nella Prima d'Ogni Grazia Adorna, in quanto non sembra del tutto impossibile che i ragazzi siano disponibili ad interessarsi dell'argomento.

L'ora successiva la passo con la Seconda Effervescente, dove vengo letteralmente presa d'assalto per sapere se e come ho votato. Da lì si innesta un'interessante discussione sul fatto che votare conviene sempre, perché comunque non ci sarà mai il caso in cui nessuno voterà: "almeno i candidati comunque andranno a votare, giusto?" osserva Bradamante. Vengono poi trattate le questioni del "votare chi meno ti dispiace", della segretezza del voto, della formazione del futuro governo e infine dei poteri e delle competenze del Presidente della Repubblica. L'idea del Presidente della Repubblica che scade come i latticini li colpisce assai.

"Non a caso infatti si parla di semestre bianco" spiego benevola. Giusto, convengono, anche il latte e molti formaggi sono bianchi.
E finalmente riesco a fare un po' di lezione - guarda caso sulla questione dei tre poteri (siamo ormai all'illuminismo). Misteriosamente, questa classe adora educazione civica: dopo un successo travolgente quanto inatteso, riscosso grazie ad un paio di lezioni sullo stalking* che la classe si è letteralmente mandata a memoria accalcandosi per essere interrogata, davo per scontato che le tre lezioni con relativi appunti dedicate alla progressiva costruzione della Costituzione Inglese raffreddassero alquanto gli entusiasmi; così non è stato, con mia grande sorpresa. 
E dunque anche loro godranno di un ricco approfondimento su elezioni, insediamento delle camere eccetera, come tutte le seconde che mi passano tra le mani. Contrariamente alla maggior parte delle seconde che ha subito questo trattamento, però, si stanno accostando con entusiasmo davvero imprevisto a tale allettante (???) prospettiva.

E infine tocca alla Prima Pacioccosa per la sua ora di Approfondimento settimanale. Entrando in classe mi riconfermo nelle mie perplessità: sono ancora così bambini, forse perfino più della Prima d'Ogni Grazia Adorna...

Introduco timidamente l'argomento: istituzioni italiane, siamo una repubblica parlamentare, bicamerale...
Ma già arrivati alle due camere scatta il fuoco di fila delle domande. Per motivi a me ignoti, la classe sembra soprattutto interessata alla questione dei voti validi e non validi: cosa invalida una scheda,  se una scheda bianca può essere invalidata eccetera. Li istruisco con tutto quel che so in materia e il suono  della campanella arriva a salvarmi giusto quando sono riuscita infine a riposizionarmi sulla data di nascita della Repubblica Italiana.

In conclusione, St. Mary Mead è popolata da una folta schiera di giovinetti il cui principale interesse del momento sembra legato a quelle procedure di democrazia diretta e indiretta con cui gli stati moderni scelgono i loro rappresentanti. 

Non mi è chiaro come ciò sia possibile, ma siccome il cliente ha sempre ragione, ebbene, sarà mia cura fornirgli il cibo che mi richiedono e nella quantità che dimostrano di voler ricevere: non sia mai detto che la loro ancora implume giovinezza veda trascurata la legittima sete di conoscenza dei loro futuri diritti e doveri di cittadini.

*perché mi era venuto in mente, in pieno studio della storia cinquecentesca, di parlare dello stalking? 
Ebbene sì, erano giunte notizie di episodi che...

domenica 17 febbraio 2013

17 Febbraio 2013 - Giornata Nazionale del Gatto



Ahimé, siamo ancora un paese arretrato: una sola, piccola e risicata Giornata del Gatto (due, contando quella del Gatto Nero in Novembre), quando è del tutto evidente che ai gatti andrebbero riservate 366 giornate l'anno, anche negli anni non bisestili.
In attesa che i nostri costumi si civilizzino un minimo, auguri a tutti i nostri magici compagni a quattro zampe, e felicità a chi sa prendersene cura come meritano ^__^

venerdì 8 febbraio 2013

Asterix e la zizzania - Uderzo e Goscinny


Pubblicato nel 1970, La zizanie è stata il primo albo di Asterix che ho letto e tutt'oggi resta forse il mio preferito - anche se selezionare un preferito tra gli albi di Asterix è quasi un assurdo, essendo tutti dei capolavori.
All'interno del canone asterixiano è una storia anomala: non ci sono viaggi all'estero e la storia si svolge quasi tutta all'interno del piccolo ma irriducibile villaggio gallico che ancora e sempre resiste all'invasore romano. Il tema principale è appunto la zizzania, intesa come discordia.
Uno dei consiglieri di Giulio Cesare gli presenta un piccolo e insignificante ometto, tal Tullius Detritus. Costui ha un talento prodigioso nel seminare appunto zizzania: l'orribile e verde livore della discordia appare già subito al suo arrivo, senza che egli faccia nulla se non esistere; e figurarsi se appena appena decide di pronunciare qualche parola, o addirittura di intervenire con qualche azione.
L'ingresso di Tullius Detritus alla presenza dei dignitari romani è una scena di quelle che non si dimenticano: già alla sua comparsa i fumetti dei presenti si colorano prima di un tenue verdolino, poi di un verde sempre più deciso. La rissa è già sul punto di scoppiare quando Tullius Detritus pronuncia alcune blande parolette conciliatorie che quasi causano un travaso di bile a Giulio Cesare in persona. Conquistato dal fulgore di tanto talento, il grande condottiero romano si allontana con il nuovo arrivato per illustrargli la sua missione, lasciando i suoi consiglieri nella sala ad azzuffarsi senza ritegno.
Dopo un breve viaggio su una nave romana dove tutti litigano, dal capitano ai rematori, Tullius Detritus sbarca vicino al villaggio e i suoi effetti non tardano a manifestarsi: in un profluvio di fumetti di un bel verde deciso, ben presto tutti nel villaggio litigano con tutti (ad eccezione del bardo) e un'infinità di perfide dicerie si spargono ovunque come gramigna.
Dopo gran copia di litigi, Asterix, Obelix e Panoramix trovano il modo di disinnescare il micidiale Detritus (ovviamente facendo litigare l'intero accampamento romano) e ben presto l'armonia ritorna nel villaggio - ma il lettore si è divertito davvero molto e ha ritrovato nella storia le stesse meccaniche che fanno litigare così facilmente i suoi colleghi, i suoi vicini, i suoi parenti... e lui.

Consigliatissimo dai dieci anni in su.

Con questo post partecipo ai Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti un felice fine settimana e ottime letture.

mercoledì 6 febbraio 2013

Civis Langobarda sum (grufolans, etiam)

Su Grandangolo l'alto medioevo è veramente una Dark Age: nel senso che non ci si capisce nulla, e tanto più quando si parla di barbari. Giunta alla fine del capitolo sui Longobardi mi sono accorta che era una scatola vuota dove, sul fondo di un po' di chiacchiere, a mala pena si potevano  trovare poche righe fumose sull'editto di Rotari e un racconto espurgato della storia di Rosmunda. Donazione di Sutri non pervenuta, e quel ch'era peggio nessun accenno ai maiali. Una vera porcata, ammettiamolo. 

I Longobardi, che una trentina di anni fa andavano tanto di moda, dopo l'avvento della Lega sembrano caduti in disgrazia. Eppure non è colpa loro se siamo stati invasi dall'interno da una manica di politici incolti e incivili che straparlano di storia senza saperne alcunché. 
I Longobardi hanno fatto la storia d'Italia, contribuito a far nascere lo Stato della Chiesa (beh, questo avrebbero pure potuto risparmiarselo, ma ormai è andata così e amen) e, soprattutto, hanno fatto in parte gli italiani - perché, se il sangue non è acqua, i Longobardi siamo noi, o meglio tutti noi siamo (anche) Longobardi. Così ho deciso di intervenire. E siccome dei Longobardi non mi occupavo più dai tempi ormai lontani dell'università e del glorioso esame che ci diede su mia madre, ho cercato qualcosa di più recente in rete.
Piluccando qua e là, integrando con i miei ricordi, un paio di testi che avevo per casa, gli appunti di mia madre e quelli delle Settimane di Studi sull'Alto Medioevo (dove, appunto, ero stata addottorata tra l'altro sull'importanza di messer Porco) sono riuscita a mettere insieme cinque graziose paginette abbastanza chiare, con dentro un po' di tutto quel che mi sembrava commestibile per diciotto ragazzi disponibili e ripieni di buona volontà, ma pur sempre tra gli undici e i dodici anni: faide, guidrigildi, ordalie, conoscenze ostetriche (le levatrici sapevano girare il bambino quando era in posizione podalica), lavorazione dell'acciaio, lavorazione dell'oro e dell'argento, monetazione (più esattamente: quasi assoluta mancanza di), proclamazione del re per alzata di spada, proclamazione del re mediante il matrimonio con la regina vedova, una piccola carrellata di re (compresi, si capisce, i miei amati Astolfo e Agilulfo, stavolta in chiave più storica che gaya, ma anche Liutprando), donazione di Sutri, rapporti con Bisanzio, rapporti col papato, rapporti con i romani... e tantissimi maiali. Perché ai tempi dei Longobardi i boschi si misuravano in maiali e sono stati loro ad iniziarci alla nobilissima arte della norcineria - mentre la tanto decantata cultura classica non conobbe prosciutti né soprassate, solo maialetti farciti. Buoni anche quelli, per carità, ma non molto adatti alla conservazione.
Ho condito il tutto con un po' di slide di oreficeria (assai apprezzate), qualche cartina geografica e la storia della Corona Ferrea, così gli ho pure introdotto il tema delle reliquie; infine ho letto in classe la storia di Alboino e Rosmunda, senza tagli e in tutta la sua splendida improbabilità. E i ragazzi hanno ascoltato con santa pazienza e fatto un sacco di domande.
Infine, presa da un subitaneo attacco di follia, gli ho dato pure un tema sull'argomento: dovevano parlare dei Longobardi e dire quel che sapevano e si ricordavano, il tutto in un'ora. Così, come gli veniva. Diciamo che ho pensato di cogliere l'opportunità per vedere come se la cavavano ad organizzarmi un testo sistematico, visto che nelle interrogazioni a volte non riescono a ingranare bene o si sfaldano a mezza strada.

Mi ero preparata a usare molta, molta indulgenza e, nel prevedibile caso di un mezzo disastro, imbastirgli una piccola esortazione sul tema "sbagliando s'impara" ed annullare il compito. Ma non sono stati necessari né indulgenza né esortazioni del tipo "Provaci ancora, alunno": non ci sono state insufficienze e anzi qualcuno è riuscito, non so come, a imbastirmi quattro colonne piene dove c'era dentro tutto, e quel tutto era disposto con molto criterio. I testi erano chiari, comprensibili e ben organizzati, e dentro c'erano tantissimi maiali, e perfino qualche citazione di Paolo Diacono. Ho dato tre voti sopra il nove e mi sono congratulata con tutti.

Ad attenuare il rischio che mi montassi la testa dimenticando che l'insegnante può fare quel che vuole, ma il merito del successo va comunque all'alunno, la Seconda Effervescente, che ha avuto un compito di storia più facile ma con una preparazione da me altrettanto curata, ha partorito un vero campionario di orrori che comprendeva, tra l'altro, Federico II imperatore della Spagna, Shekspir e l'Invincibile Armata che venne disastrosamente sconfitta dai turchi a Lepanto, per tacere di Elisabetta I che era figlia di Maria la Sanguinaria.
Perché il nostro, invero, è un mestiere dove non si rischia mai di cullarsi in facili certezza.

venerdì 1 febbraio 2013

La scuola ai tempi della crisi (post banale, e anche triste)


Chiaramente Smaug non avrebbe problemi a pagare le spese di scuola per i figli, se fosse un genitore; ma per buona sorte di noi insegnanti non lo è.

Nella Prima d'Ogni Grazia Adorna Wasp mi racconta di come Aspide, in pullman, gli abbia spiegato che noi insegnanti non li portiamo all'OpenLab* perché fanno troppa confusione (Aspide frequenta una prima parallela alla nostra ed ha sempre una buona parola per tutti, come ho potuto constatare facendo Approfondimento nella sua classe).
Li assicuro che no, loro non fanno confusione, e nessuno di noi insegnanti avrebbe nulla in contrario a portarli all'OpenLab, ma che la scuola ha drasticamente ridotto le uscite per tutte le classi perché tutto costa più caro. Ad  esempio, racconto, la prima che avevo sei anni fa era stata ben tre volte all'OpenLab e aveva fatto anche altre uscite, ma all'epoca il Comune di St. Mary Mead metteva a disposizione due pullman gratuiti all'anno per ogni classe più altri pullman a prezzi simbolici, e anche l'OpenLab costava meno.  In compenso scuole e famiglie avevano più soldi a disposizione. Adesso il Comune si è defilato, i pullman dell'Agenzia costano cari e ci sono diverse famiglie in difficoltà. Per questo la gita di fine anno delle seconde è stata ridotta a un giorno e il Comune non ha fatto partire il laboratorio di teatro (da sempre apprezzatissimo da alunni e insegnanti) eccetera eccetera.
I ragazzi ascoltano senza fare commenti, compresi quelli che nelle famiglie in difficoltà ci vivono; qualcuno però osserva che alle elementari i primi anni li facevano girare come trottole, mentre in quarta e in quinta si erano mossi molto meno. Poteva darsi che ci fosse un collegamento?
Confermo che sì, è ben possibile che il collegamento ci sia.

Tre ore dopo, finita la mia mattina di lezione, raggiungo la Sala Professori, dove Matematica sta già conversando da qualche minuto con la madre di Ibn al-Arabi, convocata per discutere delle difficoltà che il figlio incontra con la Terribile Arte dei Numeri - e che in verità non sarebbero gravi, se il ragazzo non tendesse a scoraggiarsi per partito preso. 
Già il fatto che abbiamo dovuto convocarla è indicativo: negli anni precedenti  si era mostrata madre assai solerte negli incontri con gli insegnanti, mentre  quest'anno non si è mai vista. Siccome il paese è piccolo e la gente mormora, qualche cauta indagine ci ha permesso di appurare che adesso lavora molto più di prima e in orari diversi perché il marito da qualche mese è disoccupato, e che il suo lavoro deve bastare per una famiglia di quattro persone, due delle quali in età scolare; ma la situazione è ancora più difficile di così e infatti alla fine del prossimo anno scolastico torneranno a casa, in Tunisia - cosa che non entusiasma nessuno di loro, e tanto meno Ibn al-Arabi che è nato qui.
Naturalmente ognuno vede le cose dal suo punto di vista, e io e Matematica ci siamo strappate i capelli pensando ai compagni persi e all'esame di terza media non fatto qui da noi - ma è chiaro che i problemi vanno molto al di là di questo.
Viene sfiorato anche l'argomento del corso di nuoto organizzato dalla scuola e che costa ben 28 euro (una sciocchezza, quando li hai, e una bella cifra se la devi tirare fuori da un bilancio ridotto all'osso). La madre spiega che alla fine ha deciso di farglielo fare per non lasciarlo, unico tapino di tutta la classe, a guardare gli altri che nuotavano, "vuol dire che rinuncerò a qualcosa io"; ma sorge il sospetto che il "qualcosa" a cui rinuncerà non sia un "qualcosa" di molto superfluo.

Partita la madre, Matematica si offre di pagare lei il corso di nuoto per Ibn al-Arabi. Fisica sospira e le suggerisce di aspettare, perché ancora non è sicuro che il corso partirà: i ragazzi nelle condizioni di Ibn al-Arabi sono un piccolo gruppetto, la scuola non ha più a disposizione il fondo-toppa di cui disponeva un tempo (perché anche le scuole hanno pochi soldi) e la piscina non è più gestita direttamente dal Comune ma da una ditta che ha mostrato scarsissima disponibilità a far nuotare gratis otto ragazzi su duecento. "Chi non paga non entra in acqua" è stata la risposta quando il problema è stato sollevato. Da notare che proprio a quegli otto il corso di nuoto sarebbe stato particolarmente gradito, visto che appare piuttosto improbabile che le famiglie possano offrirgli in alternativa un normale corso pomeridiano a pagamento o un mese di vacanza alle Maldive con istruttori.
Si sopravvive anche senza corso di nuoto, certo, e anche senza l'uscita all'OpenLab a vedere gli esperimento nel laboratorio-giocattolo, e senza la visita a questo o quel museo. Ce ne stiamo buoni buoni in classe, mattina dopo mattina, a svolgere il programma fra quattro mura (malamente riscaldate, in questi giorni) ricordandoci ad ogni minuto che siamo tornati un paese povero. Un bel messaggio di speranza per le giovani generazioni e un bell'aiuto per i docenti a pensare la scuola "in termini di apertura al mondo esterno".
"Siamo piccoli e lo resteremo" è quel che ci viene ricordato ogni giorno e ogni ora. E siamo anche piuttosto stupidi, visto che ci siamo ridotti così.

E' probabile che Ibn al-Arabi faccia un affare, tornandosene in Tunisia.

*Un simpatico laboratorio nel Polo Universitario di Sesto Fiorentino dove fanno simpatici esperimenti di scienze per le classi medie con attrezzature professionali ma con un design vagamente "à la Lego". Non gratis, ahimé.

lunedì 28 gennaio 2013

Cronache dalla ghiacciaia

In diretta dal gioco Hidden Chronicles ecco la prima scena dell'Islanda: un delizioso chalet completamente intagliato nel ghiaccio. Non fa venir freddo soltanto a guardarla?

La settimana scorsa, mentre me ne stavo serenamente a poltrire al caldo del mio comodo letto nel mio giorno libero, la scuola media di St. Mary Mead si trovò avvolta da gran copia di fumo nero. Alquanto perplessa, la prof. Casini decise di indagare e trovò la stanza della caldaia allagata e piena di un fumo assai più consono ad un girone dantesco che ad una scuola. 
Spenta la caldaia (che contava poco più di un anno di vita) venne prontamente chiamato il Comune che giurò che il tecnico sarebbe venuto subito, e la caldaia nuova sarebbe arrivata il giorno seguente.

E' noto che tre sono le bugie cui non si deve mai credere ovvero:
1) L'assegno è stato spedito ieri
2) Le mando il tecnico in giornata
3) Devi solo entrare nel trasportino e tutto andrà bene.
(Come si evince dalla n. 3, la lista è presa da un sito di cat addicted. Chiunque abbia provato a infilare in un trasportino un gatto per portarlo dal veterinario o in vacanza capirà).
Di queste tre intramontabili bugie, quella che da sempre miete più vittime è senza dubbio la n. 2, e infatti a scuola non si è vista neanche l'ombra fugace di un tecnico quel giorno, mentre nel pomeriggio noi insegnanti emigravamo verso le vicine e ben più calde scuole elementari per tenervi il Collegio Docenti.

Tuttavia, in un qualche momento, Qualcuno arrivò e sentenziò che la caldaia era da buttare  (cosa che non ci sorprese moltissimo) MA che ci saremmo dovuti accontentare sul momento di un rattoppo, perché la ditta che l'aveva installata era fallita (e ci credo, visto quel che rifilava ai suoi sventurati clienti) e procurarsi una caldaia nuova non era affare dei più rapidi - del resto, anche mettere le mani sui pezzi di ricambio giusti non sarebbe stato molto facile. 
Comunque i tecnici sarebbero venuti presto, prestissimo, praticamente erano già lì.

Nei giorni seguenti la bugia n. 2 si manifestò in tutto il suo luminoso splendore. La scuola si trasformò rapidamente in una ghiacciaia e perfino nelle classi più numerose faceva un gran freddo. 
La prof. Casini, che nelle vene ha sangue di rana e nel blasone una lucertola freddolosa, regnava incontrastata e corteggiatissima da tutti grazie alla sua stufetta personale, che da anni ormai si porta dietro nelle classi quando secondo lei fa freddo (cioè sempre, salvo gli esami di Giugno).
Colleghi e alunni cominciano a ricordare che anche loro hanno stufette elettriche di vario cablaggio e si ripromettono di portarle. Qualcuno fa garbatamente osservare che già alla seconda stufetta è assai probabile che l'impianto elettrico vada in tilt. QualcunAltro osserva che la stufetta dovrebbe essere fornita dal Comune e anzi andrebbero richieste, QualcunAltrAncora commenta "Come no, mi par di vederli che ce le portano!".
In effetti dal Comune non arriva stufa alcuna, né elettrica né a gas. Ma quel che è peggio, non arrivano nemmeno i pezzi di ricambio.
Nelle classi si sprecano commenti sui ghiaccioli che colano dal soffitto e le aule-igloo con pista di pattinaggio incorporata, ma nel complesso i ragazzi la prendono con filosofia.  Anche i genitori, purtroppo, ché forse una lunga processione di belve infuriate in Comune potrebbe accelerare i tempi della riparazione.

Arriva Sabato. Le elementari sono vuote e la prof. Casini, a suon di insistenze, ottiene di fare lezione lì per quel giorno.
La cosa ha i suoi inconvenienti, perché se i banchi delle quinte sono piuttosto fruibili da parte dei primini, i ragazzi di seconda e soprattutto terza media hanno oggettivamente qualche difficoltà a sistemarsi nelle postazioni dei primi anni. Facciamo lezione seduti sui banchi o per terra e tutto diventa molto informale. La mia classe mi chiede (e ottiene) qualche minuto per scrivere saluti alle loro ex-maestre, visto che sono finiti proprio nella loro ex-classe. Siccome siamo tutti vestiti pesanti fa pure un gran caldo. Ma nessuno se ne lamenta.

E non sappiamo quando è successo, se Sabato pomeriggio o Domenica notte ma Qualcuno è infine arrivato e stamani un piacevole tepore ci ha accolti. Oh, soave gaudio!
Per ora la caldaia è soltanto rabberciata, e si sono raccomandati di non metterla al massimo. Quella nuova dovrebbero installarla tra poco, forse nel mio giorno libero - il che,  mi sembra, sarebbe davvero cortese da parte loro.
Purché per montarla gli basti un giorno, e purché la nuova caldaia sia di marca diversa dalla precedente...