Il mio blog preferito

mercoledì 6 marzo 2013

Il Misterioso Tabù della Prima Media (post inconcludente)


E' noto che, tra la fine della quinta elementare e l'inizio della prima media, i voti dei virgulti a noi affidati subiscono un misterioso quanto inevitabile tracollo di un paio di punti circa. 
La cosa viene data per scontata ma a ben guardare tanto scontata non dovrebbe essere. D'accordo, si cambiano insegnanti e si cambia anche ordine di scuola, però il virgulto resta sé stesso medesimo, e proprio non si capisce perché venga reputato indispensabile come primo atto di accoglienza  fargli un bagno nell'umiltà con relativa asciugatura col cilicio e stazionamento sul granturco, invece di un bagno nell'acqua di rose e successivo massaggio corroborante con oli profumati di pregiate essenze. Insomma, non sarebbe forse opportuno partire da voti analoghi a quelli che la creatura soleva ricevere, onde non traumatizzarlo?

In realtà la cosa avviene in modo del tutto spontaneo, e non c'è alcuna intenzione programmatica da parte di noi insegnanti delle medie di mortificare le nuove leve. Esistono però alcuni Principi Basilari di ignota origine che per molti di noi sono scolpiti nelle più sacre rune sulle rocce più inattaccabili. Uno di questi è "Non dare mai il massimo dei voti in prima media".
Tale principio viene spesso rimbalzato come cosa ovvia in Sala Professori e addirittura si parla a volte di sancirlo come regola inderogabile, ma nessuno ha mai saputo spiegarmene  i motivi con argomenti dall'apparenza sensata.
D'accordo, quando arrivano in prima gli allievi sono ovviamente ad un livello diverso e più basso di quello che poi raggiungeranno in terza (o almeno si spera) ma non è che in prima diamo i voti sulla base delle prestazioni di fine terza (o almeno si spera): in prima valutiamo prestazioni di prima, dunque si suppone che anche per le prestazioni di prima ci sia un massimo, e che in teoria qualcuno a questo massimo possa avvicinarsi molto o addirittura raggiungerlo.

Detto  questo però  la carne è debole e il cervello influenzabile, e insomma spesso ci sembra che, per quanto faccia, l'implume creaturina di prima resti pur sempre scarsa: chi è all'inizio di un percorso, per forza di cose, lavora peggio di chi quel percorso lo sta terminando - e di fatto non ci rendiamo conto delle meraviglie che il giovane Crodegango sta facendo adesso perché non lo abbiamo seguito fin da quando tracciava le sue prime e incerte A e B e non ci siamo ancora minimamente abituati ai suoi errori e alle sue idiosincrasie. Alle elementari invece hanno avuto cinque anni di tempo per conoscere dettagliatamente gli uni e le altre e, giunti in quinta, sapevano tenere nel giusto conto i suoi progressi e i suoi successi.
Qualcosa del genere succede anche alle medie, quando nel secondo quadrimestre della terza improvvisamente i voti cominciano a lievitare. D'accordo, molto spesso in terza si sale un gradino e ci sono dei miglioramenti oggettivi nel corso dell'anno, ma talvolta insorge in me un filo di sospetto che in cotali miglioramenti giochi anche un occhio insegnantesco diventato improvvisamente più benevolo: quando vedo ragazzi che nel giro degli ultimi due mesi passano quasi improvvisamente dalla media dell'otto a quella intorno al dieci (magari anche con la mia collaborazione) talvolta mi sorgono dei dubbi, che tuttavia non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di esternare apertamente; anzi, se richiesta esplicitamente di arrotondare, arrotondo senza fare storie, non sia mai che per colpa di un miserabile puntiglio mi ritrovi a precludere  il nove o il dieci a qualche elemento meritevole.

In prima nessuno parla mai di arrotondare, se non per trasformare un quattro o un cinque in un sei onde non impelagarsi in una bocciatura che il Consiglio non ritiene utile né opportuna. Niente crociate per la media del nove, niente alzate di scudi perché l'unico sette della pagella diventi un otto.

Tutto ciò ci viene spontaneo, non fa parte di nessun principio dichiarato o codificato. Altra cosa però mi sembra la Ferma Decisione Di Non Mettere Mai Per Principio un dieci a un primino, nemmeno in condotta.
"In prima non conosciamo i ragazzi, soprattutto al primo quadrimestre" è stata la curiosa spiegazione che mi ha dato Artistica qualche settimana fa "Non sappiamo se uno sta buono perché magari è ancora intimorito".
Ora, a me sembra che conoscere davvero un alunno sia evento abbastanza raro e opinabile, in prima come in terza o in qualunque altra classe, e che se anche lo conosciamo davvero nel momento XY, già una settimana dopo può darsi che costui sia diventato molto diverso: il principio eracliteo dell'uomo e del fiume in continuo cambiamento secondo me risulta particolarmente valido negli anni delle medie, perché in quei tre anni i ragazzi cambiano pelle e carattere e maschere una quantità impressionante di volte e dunque tanto varrebbe limitarsi a fotografare la situazione in un determinato momento e amen, invece di pretendere di scrutare i cuori e le reni.

E infatti, se a volte abbiamo cardi che si trasformano in rose, succede anche che graziosissime roselline modello senza-spine si trasformino nel corso del triennio in cardi spinosissimi e del tutto disinteressati allo studio - per poi, magari, trasformarsi ancora in peonie o orchidee durante le superiori o all'università. Insomma, si sa una sega di quello che può essere il loro percorso esistenziale, anche se non ci piace ammetterlo: ci sono Bravi Bambini che all'improvviso si stufano di essere tali, Alunni Disinteressati che improvvisamente sviluppano una fame cosmica di conoscenza e via dicendo.
Tuttavia, secondo molti insegnanti, il percorso di un alunno deve essere per forza in linea ascensionale, registrando solo progressi e miglioramenti, anche se ogni giorno la cruda realtà dei fatti ci pone davanti a esseri umani che seguono un percorso tutt'altro che lineare e uniforme. Infatti l'altra grande obiezione è "E se poi peggiora in seconda?".
D'accordo, molti peggiorano in seconda, a volte senza nemmeno registrare grandiose rimonte in terza. Però limare i voti in prima in previsione di un possibile calo in seconda non mi sembra molto serio, e non solo perché sono contraria per principio ai processi alle intenzioni.

Al termine di questa tirata inconcludente e senza costrutto, che non so bene nemmeno io perché ho cominciato, mi sono comunque fatta un esame di coscienza e ho seminato qualche nove e un paio di dieci in singole prove particolarmente ben riuscite alla Prima d'Ogni Grazia Adorna.

lunedì 4 marzo 2013

I piaceri dello scrutinio informatizzato


I primi scrutini informatizzati li ho visti all'alba del terzo millennio, quando avevo appena avviato i primi e timidi passi nel rutilante mondo dell'insegnamento: dall'alto del suo portatile il Dirigente dirigeva (era un tipo dirigista assai), formando i giudizi da un'apposita griglia; le schede erano però scritte a mano, prova ne sia che le sbagliai non avendo nessuno pensato a darmi le formule che usavano in quella scuola per le valutazioni. Al mio primo "Sufficiente da consolidare" mi spiegarono che no, lì in quella scuola si usava "Sufficiente con lacune". Gli risposi di attaccarsi al treno perché io non ero un'indovina (testuale), e la prossima volta che avessero avuto una supplente a scrivere le valutazioni glielo facessero avere un po' prima, il formulario. Da allora, prima di compilare le schede ebbi sempre cura di informarmi sugli usi e costumi locali - e naturalmente, dopo di allora, trovai sempre scuole dove gli usi e costumi locali erano "fai te, qui non abbiamo un formulario, ognuno si regola come meglio crede".

Negli anni ho alternato scrutini manuali a scrutini semi-informatizzati e ho finito col farmi l'idea che lo scrutinio manuale sia più rapido, sicuro ed efficiente, anche perché le penne a sfera sono molto meno umorali e dispettose di stampanti e programmi vari.
Tuttavia i programmi con cui mi ero ritrovata a combattere erano sempre interni alla scuola, e se non altro non c'era da fare i conti con le alzate di ingegno di Sua Maestà la Rete. Ogni volta comunque, al termine della seduta, qualcuno ricordava con nostalgia il tempo dei calamai, dei pennini, del succo di more usato come inchiostro e delle belle oche bianche da spennare, e assai raramente quel qualcuno non aveva il mio aperto appoggio.

Quest'anno l'Istituto Comprensivo ha deciso di fare il Grande Passo e di portarci in rete. E' venuto un tecnico, che ci ha fatto alcune domande assai strane, poi sono arrivate le istruzioni e, naturalmente, la chiave per cambiare e personalizzare la password.
Le istruzioni erano assai farraginose e, come sempre con questi programmi, non c'era niente di intuibile - ad esempio non ho proprio capito perché dovessi entrare nell'area "Curriculum". Curriculum de che? Non certo il mio, ma non mi sembra molto sensato attribuire alla classe un generico "curriculum" per il suo insieme: i voti sono individuali, in teoria potrebbe esserlo anche la programmazione...

Comunque, una volta seguite le istruzioni bizantine, sono infine arrivata nelle mie materie e ho trovato un foglio in tre colonne. Su una c'era scritto ASS, e se non altro si intuiva abbastanza facilmente che era quella dove andavano inserite le ore di assenza. Poi c'erano due colonne, chiamate Valutazioni e Giudizi sintetici.
Chiaramente, è troppo complicato scrivere la banale parola voti, che tra l'altro suona molto più scialba dei rutilanti Valutazioni e Giudizi sintetici; e in verità, la prima volta che mi sono trovata davanti a questa triplice colonna, il mio giudizio sull'ideatore di quella demenziale interfaccia, che in effetti somigliava più che altro ad un interculo, non aveva nulla di sintetico ma anzi si estendeva in molte e belle parole e in raffinate e ardite costruzioni sintattiche in cui esponevo con fare un po' barocco le mete turistiche che costui avrebbe dovuto a mio avviso frequentare e le attività ricreative cui avrebbe potuto dedicarsi con profitto, da solo o in numerosa compagnia.
Ma, una volta esauriti questi piacevoli giochetti retorici, restava il fatto che era mezzanotte passata e io ero sola davanti a queste due colonne senza uno straccio di istruzione. Alla fine ho scelto una delle due colonne e ho scritto i voti in lettere. Uscita dal programma, guardando la tabella riepilogativa ho scoperto  di avere sbagliato entrambe le scelte perché nello schema di riepilogo compaiono solo le assenze.
Grazie a un paio di tentativi, al terzo finalmente scopro che i voti andavano messi in numeri nella colonna delle valutazioni (caso mai i giudizi non fossero valutazioni, bensì tanti Stanislao Moulinskj in qualche loro riuscitissimo travestimento). Così ho cancellato i voti scritti in lettere, risistemato tutto e, dopo quaranta minuti di lavoro del tutto superfluo sono infine andata a dormire  cullata dalla serena tranquillità del dovere compiuto e albergando nel mio cuore l'assoluta sicurezza che il progettatore dell'interculo grafico è senz'altro un parente degli ideatori del software Anagrafe con cui, in tempi lontani, assai faticosamente schedavo archivi per il Ministero dei Beni Culturali; e infatti proprio per il software Anagrafe un mio amico, dopo averlo esaminato, aveva elaborato la teoria che cotal programma non disponesse di un interfaccia, tutt'al più di un interculo.

Il giorno dopo ci ritroviamo in sede per lo scrutinio. Comincia la Seconda e tutto procede bene fino al momento della Stampa Finale di verbale e cartellone dei voti... quando la stampante si rifiuta di stampare e il programma si rifiuta di sigillare le operazioni dopo il via libera della Preside.
Dopo tre o quattro tentativi la Preside scompare nei meandri della Segreteria, tentando invano di contattare il centro elaborazione dati.
Restiamo soli soletti a guardare  il tabellone della Seconda sullo schermo. Artistica passa con un vassoio di dolcetti con i pinoli, molto buoni ma che vengono mangiati con un certo nervosismo: abbiamo ancora cinque classi da scrutinare, e molti di noi ambirebbero a rivedere le loro case per l'ora di cena.
Dopo mezz'ora appare la Segretaria che riferisce che hanno provato a chiamare la sede centrale, su nel Nord Italia, dove alla fine qualcuno ha confessato che il programma era andato in tilt su scala nazionale, perché quel giorno mezza Italia era a fare scrutini (cosa tutto sommato prevedibile, conoscendo i calendari dell'anno scolastico italiano). Ma naturalmente avrebbero sistemato tutto al più presto - e grazie tante, s'è mai visto un centro dati che promette di risistemare tutto con comodo, se e quando gliene pungerà vaghezza?
"Vuol dire che faremo a mano, come si è sempre fatto" sospira qualcuno. Peccato che, quando gli scrutini vengono fatti a mano, di solito si arriva con tutta una serie di documenti già preparati e che, a quel punto, avremmp dovuto rifarci dallo scrivere i voti uno per uno.

I pasticcini con i pinoli vengono accantonati, perché tutti conveniamo che è meglio lasciarne un po' per chi farà tardi. Dopo le solite evocazioni di penne d'oca, inchiostro fatto col succo di more eccetera eccetera eccetera finalmente riappare la Preside con i moduli stampati: il santo programma in qualche modo è ripartito.
Con un'ora di ritardo ripartiamo anche noi, e meno male che la Prima è una classe che scorre veloce (peccato che la Terza e l'altra sezione di veloce non avranno un bel nulla, per quanto ne sappiamo).
Firmo quel che devo firmare e abbandono la nave con malcelato sollievo.
Non parlo di oche perché, in cuor mio, sospetto che il vero nodo della questione non siano le penne d'oca, ma le oche addette alla programmazione informatica (senza offesa per quei nobili volatili, si capisce).

venerdì 1 marzo 2013

Il voto non è soltanto un numero


La collega della Prima Pacioccosa, dove faccio l'Approfondimento delle Materie Letterarie, mi aveva chiesto di avviare un po' di Educazione Civica, approfittando del fatto che ci sarebbero state le elezioni politiche, quelle del Presidente della Repubblica e perfino il conclave. In base al principio di cieca sottomissione che da sempre regola le mie ore di Approfondimento non avevo battuto ciglio, ma in cuor mio avevo pensato che, bah, una prima, parlargli di elezioni... insomma, non era un po' prestino? Di solito sono argomenti che si toccano in seconda o in terza.
Tuttavia, dopo che dalle urne è uscito quel che è uscito, mi sono detta che, stante che l'argomento era destinato a perseguitarci tutti per qualche mese, tanto valeva addentare il topo per la coda.

Tornata da scuola dopo il ponte elettorale, inizio la mattinata con un'ora nella Prima d'Ogni Grazia Adorna; che, effettivamente, in più di una occasione ha mostrato una certa sensibilità su questioni sociali, ma insomma non ho fatto letteralmente in tempo a firmare il registro che è partito il fuoco di fila delle domande sulle elezioni prossime venture "così facciamo un altro ponte elettorale".

Mi trovo costretta a disilluderli: vista la situazione, le prossime elezioni non potrebbero svolgersi prima di Giugno, quando il ponte elettorale non risulterebbe per loro di alcuna utilità. Gli conviene invece fare il tifo perché parta un governo, anche provvisorio, ma che probabilmente andrebbe in crisi in autunno, permettendo loro un bel ponte elettorale verso la fine di Ottobre.
Chiedono spiegazioni e mi addentro nelle varie procedure, elezione dei presidenti delle camere, la questione del semestre bianco, come funziona il Porcellum, perché viene chiamato così...
Dopo che mi hanno spolpata ben bene per non meno di tre quarti d'ora, ottengo alla fine di fare due piccole interrogazioni di geografia. In compenso mi promettono che studieranno le tre pagine sull'erosione dell'acqua anche senza un ulteriore ripasso in classe.
Lascio la classe considerando in cuor mio che, forse, l'idea della mia collega non è poi così sballata e che magari quel corsettino di procedure costituzionali dovrei avviarlo anche nella Prima d'Ogni Grazia Adorna, in quanto non sembra del tutto impossibile che i ragazzi siano disponibili ad interessarsi dell'argomento.

L'ora successiva la passo con la Seconda Effervescente, dove vengo letteralmente presa d'assalto per sapere se e come ho votato. Da lì si innesta un'interessante discussione sul fatto che votare conviene sempre, perché comunque non ci sarà mai il caso in cui nessuno voterà: "almeno i candidati comunque andranno a votare, giusto?" osserva Bradamante. Vengono poi trattate le questioni del "votare chi meno ti dispiace", della segretezza del voto, della formazione del futuro governo e infine dei poteri e delle competenze del Presidente della Repubblica. L'idea del Presidente della Repubblica che scade come i latticini li colpisce assai.

"Non a caso infatti si parla di semestre bianco" spiego benevola. Giusto, convengono, anche il latte e molti formaggi sono bianchi.
E finalmente riesco a fare un po' di lezione - guarda caso sulla questione dei tre poteri (siamo ormai all'illuminismo). Misteriosamente, questa classe adora educazione civica: dopo un successo travolgente quanto inatteso, riscosso grazie ad un paio di lezioni sullo stalking* che la classe si è letteralmente mandata a memoria accalcandosi per essere interrogata, davo per scontato che le tre lezioni con relativi appunti dedicate alla progressiva costruzione della Costituzione Inglese raffreddassero alquanto gli entusiasmi; così non è stato, con mia grande sorpresa. 
E dunque anche loro godranno di un ricco approfondimento su elezioni, insediamento delle camere eccetera, come tutte le seconde che mi passano tra le mani. Contrariamente alla maggior parte delle seconde che ha subito questo trattamento, però, si stanno accostando con entusiasmo davvero imprevisto a tale allettante (???) prospettiva.

E infine tocca alla Prima Pacioccosa per la sua ora di Approfondimento settimanale. Entrando in classe mi riconfermo nelle mie perplessità: sono ancora così bambini, forse perfino più della Prima d'Ogni Grazia Adorna...

Introduco timidamente l'argomento: istituzioni italiane, siamo una repubblica parlamentare, bicamerale...
Ma già arrivati alle due camere scatta il fuoco di fila delle domande. Per motivi a me ignoti, la classe sembra soprattutto interessata alla questione dei voti validi e non validi: cosa invalida una scheda,  se una scheda bianca può essere invalidata eccetera. Li istruisco con tutto quel che so in materia e il suono  della campanella arriva a salvarmi giusto quando sono riuscita infine a riposizionarmi sulla data di nascita della Repubblica Italiana.

In conclusione, St. Mary Mead è popolata da una folta schiera di giovinetti il cui principale interesse del momento sembra legato a quelle procedure di democrazia diretta e indiretta con cui gli stati moderni scelgono i loro rappresentanti. 

Non mi è chiaro come ciò sia possibile, ma siccome il cliente ha sempre ragione, ebbene, sarà mia cura fornirgli il cibo che mi richiedono e nella quantità che dimostrano di voler ricevere: non sia mai detto che la loro ancora implume giovinezza veda trascurata la legittima sete di conoscenza dei loro futuri diritti e doveri di cittadini.

*perché mi era venuto in mente, in pieno studio della storia cinquecentesca, di parlare dello stalking? 
Ebbene sì, erano giunte notizie di episodi che...

domenica 17 febbraio 2013

17 Febbraio 2013 - Giornata Nazionale del Gatto



Ahimé, siamo ancora un paese arretrato: una sola, piccola e risicata Giornata del Gatto (due, contando quella del Gatto Nero in Novembre), quando è del tutto evidente che ai gatti andrebbero riservate 366 giornate l'anno, anche negli anni non bisestili.
In attesa che i nostri costumi si civilizzino un minimo, auguri a tutti i nostri magici compagni a quattro zampe, e felicità a chi sa prendersene cura come meritano ^__^

venerdì 8 febbraio 2013

Asterix e la zizzania - Uderzo e Goscinny


Pubblicato nel 1970, La zizanie è stata il primo albo di Asterix che ho letto e tutt'oggi resta forse il mio preferito - anche se selezionare un preferito tra gli albi di Asterix è quasi un assurdo, essendo tutti dei capolavori.
All'interno del canone asterixiano è una storia anomala: non ci sono viaggi all'estero e la storia si svolge quasi tutta all'interno del piccolo ma irriducibile villaggio gallico che ancora e sempre resiste all'invasore romano. Il tema principale è appunto la zizzania, intesa come discordia.
Uno dei consiglieri di Giulio Cesare gli presenta un piccolo e insignificante ometto, tal Tullius Detritus. Costui ha un talento prodigioso nel seminare appunto zizzania: l'orribile e verde livore della discordia appare già subito al suo arrivo, senza che egli faccia nulla se non esistere; e figurarsi se appena appena decide di pronunciare qualche parola, o addirittura di intervenire con qualche azione.
L'ingresso di Tullius Detritus alla presenza dei dignitari romani è una scena di quelle che non si dimenticano: già alla sua comparsa i fumetti dei presenti si colorano prima di un tenue verdolino, poi di un verde sempre più deciso. La rissa è già sul punto di scoppiare quando Tullius Detritus pronuncia alcune blande parolette conciliatorie che quasi causano un travaso di bile a Giulio Cesare in persona. Conquistato dal fulgore di tanto talento, il grande condottiero romano si allontana con il nuovo arrivato per illustrargli la sua missione, lasciando i suoi consiglieri nella sala ad azzuffarsi senza ritegno.
Dopo un breve viaggio su una nave romana dove tutti litigano, dal capitano ai rematori, Tullius Detritus sbarca vicino al villaggio e i suoi effetti non tardano a manifestarsi: in un profluvio di fumetti di un bel verde deciso, ben presto tutti nel villaggio litigano con tutti (ad eccezione del bardo) e un'infinità di perfide dicerie si spargono ovunque come gramigna.
Dopo gran copia di litigi, Asterix, Obelix e Panoramix trovano il modo di disinnescare il micidiale Detritus (ovviamente facendo litigare l'intero accampamento romano) e ben presto l'armonia ritorna nel villaggio - ma il lettore si è divertito davvero molto e ha ritrovato nella storia le stesse meccaniche che fanno litigare così facilmente i suoi colleghi, i suoi vicini, i suoi parenti... e lui.

Consigliatissimo dai dieci anni in su.

Con questo post partecipo ai Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti un felice fine settimana e ottime letture.

mercoledì 6 febbraio 2013

Civis Langobarda sum (grufolans, etiam)

Su Grandangolo l'alto medioevo è veramente una Dark Age: nel senso che non ci si capisce nulla, e tanto più quando si parla di barbari. Giunta alla fine del capitolo sui Longobardi mi sono accorta che era una scatola vuota dove, sul fondo di un po' di chiacchiere, a mala pena si potevano  trovare poche righe fumose sull'editto di Rotari e un racconto espurgato della storia di Rosmunda. Donazione di Sutri non pervenuta, e quel ch'era peggio nessun accenno ai maiali. Una vera porcata, ammettiamolo. 

I Longobardi, che una trentina di anni fa andavano tanto di moda, dopo l'avvento della Lega sembrano caduti in disgrazia. Eppure non è colpa loro se siamo stati invasi dall'interno da una manica di politici incolti e incivili che straparlano di storia senza saperne alcunché. 
I Longobardi hanno fatto la storia d'Italia, contribuito a far nascere lo Stato della Chiesa (beh, questo avrebbero pure potuto risparmiarselo, ma ormai è andata così e amen) e, soprattutto, hanno fatto in parte gli italiani - perché, se il sangue non è acqua, i Longobardi siamo noi, o meglio tutti noi siamo (anche) Longobardi. Così ho deciso di intervenire. E siccome dei Longobardi non mi occupavo più dai tempi ormai lontani dell'università e del glorioso esame che ci diede su mia madre, ho cercato qualcosa di più recente in rete.
Piluccando qua e là, integrando con i miei ricordi, un paio di testi che avevo per casa, gli appunti di mia madre e quelli delle Settimane di Studi sull'Alto Medioevo (dove, appunto, ero stata addottorata tra l'altro sull'importanza di messer Porco) sono riuscita a mettere insieme cinque graziose paginette abbastanza chiare, con dentro un po' di tutto quel che mi sembrava commestibile per diciotto ragazzi disponibili e ripieni di buona volontà, ma pur sempre tra gli undici e i dodici anni: faide, guidrigildi, ordalie, conoscenze ostetriche (le levatrici sapevano girare il bambino quando era in posizione podalica), lavorazione dell'acciaio, lavorazione dell'oro e dell'argento, monetazione (più esattamente: quasi assoluta mancanza di), proclamazione del re per alzata di spada, proclamazione del re mediante il matrimonio con la regina vedova, una piccola carrellata di re (compresi, si capisce, i miei amati Astolfo e Agilulfo, stavolta in chiave più storica che gaya, ma anche Liutprando), donazione di Sutri, rapporti con Bisanzio, rapporti col papato, rapporti con i romani... e tantissimi maiali. Perché ai tempi dei Longobardi i boschi si misuravano in maiali e sono stati loro ad iniziarci alla nobilissima arte della norcineria - mentre la tanto decantata cultura classica non conobbe prosciutti né soprassate, solo maialetti farciti. Buoni anche quelli, per carità, ma non molto adatti alla conservazione.
Ho condito il tutto con un po' di slide di oreficeria (assai apprezzate), qualche cartina geografica e la storia della Corona Ferrea, così gli ho pure introdotto il tema delle reliquie; infine ho letto in classe la storia di Alboino e Rosmunda, senza tagli e in tutta la sua splendida improbabilità. E i ragazzi hanno ascoltato con santa pazienza e fatto un sacco di domande.
Infine, presa da un subitaneo attacco di follia, gli ho dato pure un tema sull'argomento: dovevano parlare dei Longobardi e dire quel che sapevano e si ricordavano, il tutto in un'ora. Così, come gli veniva. Diciamo che ho pensato di cogliere l'opportunità per vedere come se la cavavano ad organizzarmi un testo sistematico, visto che nelle interrogazioni a volte non riescono a ingranare bene o si sfaldano a mezza strada.

Mi ero preparata a usare molta, molta indulgenza e, nel prevedibile caso di un mezzo disastro, imbastirgli una piccola esortazione sul tema "sbagliando s'impara" ed annullare il compito. Ma non sono stati necessari né indulgenza né esortazioni del tipo "Provaci ancora, alunno": non ci sono state insufficienze e anzi qualcuno è riuscito, non so come, a imbastirmi quattro colonne piene dove c'era dentro tutto, e quel tutto era disposto con molto criterio. I testi erano chiari, comprensibili e ben organizzati, e dentro c'erano tantissimi maiali, e perfino qualche citazione di Paolo Diacono. Ho dato tre voti sopra il nove e mi sono congratulata con tutti.

Ad attenuare il rischio che mi montassi la testa dimenticando che l'insegnante può fare quel che vuole, ma il merito del successo va comunque all'alunno, la Seconda Effervescente, che ha avuto un compito di storia più facile ma con una preparazione da me altrettanto curata, ha partorito un vero campionario di orrori che comprendeva, tra l'altro, Federico II imperatore della Spagna, Shekspir e l'Invincibile Armata che venne disastrosamente sconfitta dai turchi a Lepanto, per tacere di Elisabetta I che era figlia di Maria la Sanguinaria.
Perché il nostro, invero, è un mestiere dove non si rischia mai di cullarsi in facili certezza.

venerdì 1 febbraio 2013

La scuola ai tempi della crisi (post banale, e anche triste)


Chiaramente Smaug non avrebbe problemi a pagare le spese di scuola per i figli, se fosse un genitore; ma per buona sorte di noi insegnanti non lo è.

Nella Prima d'Ogni Grazia Adorna Wasp mi racconta di come Aspide, in pullman, gli abbia spiegato che noi insegnanti non li portiamo all'OpenLab* perché fanno troppa confusione (Aspide frequenta una prima parallela alla nostra ed ha sempre una buona parola per tutti, come ho potuto constatare facendo Approfondimento nella sua classe).
Li assicuro che no, loro non fanno confusione, e nessuno di noi insegnanti avrebbe nulla in contrario a portarli all'OpenLab, ma che la scuola ha drasticamente ridotto le uscite per tutte le classi perché tutto costa più caro. Ad  esempio, racconto, la prima che avevo sei anni fa era stata ben tre volte all'OpenLab e aveva fatto anche altre uscite, ma all'epoca il Comune di St. Mary Mead metteva a disposizione due pullman gratuiti all'anno per ogni classe più altri pullman a prezzi simbolici, e anche l'OpenLab costava meno.  In compenso scuole e famiglie avevano più soldi a disposizione. Adesso il Comune si è defilato, i pullman dell'Agenzia costano cari e ci sono diverse famiglie in difficoltà. Per questo la gita di fine anno delle seconde è stata ridotta a un giorno e il Comune non ha fatto partire il laboratorio di teatro (da sempre apprezzatissimo da alunni e insegnanti) eccetera eccetera.
I ragazzi ascoltano senza fare commenti, compresi quelli che nelle famiglie in difficoltà ci vivono; qualcuno però osserva che alle elementari i primi anni li facevano girare come trottole, mentre in quarta e in quinta si erano mossi molto meno. Poteva darsi che ci fosse un collegamento?
Confermo che sì, è ben possibile che il collegamento ci sia.

Tre ore dopo, finita la mia mattina di lezione, raggiungo la Sala Professori, dove Matematica sta già conversando da qualche minuto con la madre di Ibn al-Arabi, convocata per discutere delle difficoltà che il figlio incontra con la Terribile Arte dei Numeri - e che in verità non sarebbero gravi, se il ragazzo non tendesse a scoraggiarsi per partito preso. 
Già il fatto che abbiamo dovuto convocarla è indicativo: negli anni precedenti  si era mostrata madre assai solerte negli incontri con gli insegnanti, mentre  quest'anno non si è mai vista. Siccome il paese è piccolo e la gente mormora, qualche cauta indagine ci ha permesso di appurare che adesso lavora molto più di prima e in orari diversi perché il marito da qualche mese è disoccupato, e che il suo lavoro deve bastare per una famiglia di quattro persone, due delle quali in età scolare; ma la situazione è ancora più difficile di così e infatti alla fine del prossimo anno scolastico torneranno a casa, in Tunisia - cosa che non entusiasma nessuno di loro, e tanto meno Ibn al-Arabi che è nato qui.
Naturalmente ognuno vede le cose dal suo punto di vista, e io e Matematica ci siamo strappate i capelli pensando ai compagni persi e all'esame di terza media non fatto qui da noi - ma è chiaro che i problemi vanno molto al di là di questo.
Viene sfiorato anche l'argomento del corso di nuoto organizzato dalla scuola e che costa ben 28 euro (una sciocchezza, quando li hai, e una bella cifra se la devi tirare fuori da un bilancio ridotto all'osso). La madre spiega che alla fine ha deciso di farglielo fare per non lasciarlo, unico tapino di tutta la classe, a guardare gli altri che nuotavano, "vuol dire che rinuncerò a qualcosa io"; ma sorge il sospetto che il "qualcosa" a cui rinuncerà non sia un "qualcosa" di molto superfluo.

Partita la madre, Matematica si offre di pagare lei il corso di nuoto per Ibn al-Arabi. Fisica sospira e le suggerisce di aspettare, perché ancora non è sicuro che il corso partirà: i ragazzi nelle condizioni di Ibn al-Arabi sono un piccolo gruppetto, la scuola non ha più a disposizione il fondo-toppa di cui disponeva un tempo (perché anche le scuole hanno pochi soldi) e la piscina non è più gestita direttamente dal Comune ma da una ditta che ha mostrato scarsissima disponibilità a far nuotare gratis otto ragazzi su duecento. "Chi non paga non entra in acqua" è stata la risposta quando il problema è stato sollevato. Da notare che proprio a quegli otto il corso di nuoto sarebbe stato particolarmente gradito, visto che appare piuttosto improbabile che le famiglie possano offrirgli in alternativa un normale corso pomeridiano a pagamento o un mese di vacanza alle Maldive con istruttori.
Si sopravvive anche senza corso di nuoto, certo, e anche senza l'uscita all'OpenLab a vedere gli esperimento nel laboratorio-giocattolo, e senza la visita a questo o quel museo. Ce ne stiamo buoni buoni in classe, mattina dopo mattina, a svolgere il programma fra quattro mura (malamente riscaldate, in questi giorni) ricordandoci ad ogni minuto che siamo tornati un paese povero. Un bel messaggio di speranza per le giovani generazioni e un bell'aiuto per i docenti a pensare la scuola "in termini di apertura al mondo esterno".
"Siamo piccoli e lo resteremo" è quel che ci viene ricordato ogni giorno e ogni ora. E siamo anche piuttosto stupidi, visto che ci siamo ridotti così.

E' probabile che Ibn al-Arabi faccia un affare, tornandosene in Tunisia.

*Un simpatico laboratorio nel Polo Universitario di Sesto Fiorentino dove fanno simpatici esperimenti di scienze per le classi medie con attrezzature professionali ma con un design vagamente "à la Lego". Non gratis, ahimé.

lunedì 28 gennaio 2013

Cronache dalla ghiacciaia

In diretta dal gioco Hidden Chronicles ecco la prima scena dell'Islanda: un delizioso chalet completamente intagliato nel ghiaccio. Non fa venir freddo soltanto a guardarla?

La settimana scorsa, mentre me ne stavo serenamente a poltrire al caldo del mio comodo letto nel mio giorno libero, la scuola media di St. Mary Mead si trovò avvolta da gran copia di fumo nero. Alquanto perplessa, la prof. Casini decise di indagare e trovò la stanza della caldaia allagata e piena di un fumo assai più consono ad un girone dantesco che ad una scuola. 
Spenta la caldaia (che contava poco più di un anno di vita) venne prontamente chiamato il Comune che giurò che il tecnico sarebbe venuto subito, e la caldaia nuova sarebbe arrivata il giorno seguente.

E' noto che tre sono le bugie cui non si deve mai credere ovvero:
1) L'assegno è stato spedito ieri
2) Le mando il tecnico in giornata
3) Devi solo entrare nel trasportino e tutto andrà bene.
(Come si evince dalla n. 3, la lista è presa da un sito di cat addicted. Chiunque abbia provato a infilare in un trasportino un gatto per portarlo dal veterinario o in vacanza capirà).
Di queste tre intramontabili bugie, quella che da sempre miete più vittime è senza dubbio la n. 2, e infatti a scuola non si è vista neanche l'ombra fugace di un tecnico quel giorno, mentre nel pomeriggio noi insegnanti emigravamo verso le vicine e ben più calde scuole elementari per tenervi il Collegio Docenti.

Tuttavia, in un qualche momento, Qualcuno arrivò e sentenziò che la caldaia era da buttare  (cosa che non ci sorprese moltissimo) MA che ci saremmo dovuti accontentare sul momento di un rattoppo, perché la ditta che l'aveva installata era fallita (e ci credo, visto quel che rifilava ai suoi sventurati clienti) e procurarsi una caldaia nuova non era affare dei più rapidi - del resto, anche mettere le mani sui pezzi di ricambio giusti non sarebbe stato molto facile. 
Comunque i tecnici sarebbero venuti presto, prestissimo, praticamente erano già lì.

Nei giorni seguenti la bugia n. 2 si manifestò in tutto il suo luminoso splendore. La scuola si trasformò rapidamente in una ghiacciaia e perfino nelle classi più numerose faceva un gran freddo. 
La prof. Casini, che nelle vene ha sangue di rana e nel blasone una lucertola freddolosa, regnava incontrastata e corteggiatissima da tutti grazie alla sua stufetta personale, che da anni ormai si porta dietro nelle classi quando secondo lei fa freddo (cioè sempre, salvo gli esami di Giugno).
Colleghi e alunni cominciano a ricordare che anche loro hanno stufette elettriche di vario cablaggio e si ripromettono di portarle. Qualcuno fa garbatamente osservare che già alla seconda stufetta è assai probabile che l'impianto elettrico vada in tilt. QualcunAltro osserva che la stufetta dovrebbe essere fornita dal Comune e anzi andrebbero richieste, QualcunAltrAncora commenta "Come no, mi par di vederli che ce le portano!".
In effetti dal Comune non arriva stufa alcuna, né elettrica né a gas. Ma quel che è peggio, non arrivano nemmeno i pezzi di ricambio.
Nelle classi si sprecano commenti sui ghiaccioli che colano dal soffitto e le aule-igloo con pista di pattinaggio incorporata, ma nel complesso i ragazzi la prendono con filosofia.  Anche i genitori, purtroppo, ché forse una lunga processione di belve infuriate in Comune potrebbe accelerare i tempi della riparazione.

Arriva Sabato. Le elementari sono vuote e la prof. Casini, a suon di insistenze, ottiene di fare lezione lì per quel giorno.
La cosa ha i suoi inconvenienti, perché se i banchi delle quinte sono piuttosto fruibili da parte dei primini, i ragazzi di seconda e soprattutto terza media hanno oggettivamente qualche difficoltà a sistemarsi nelle postazioni dei primi anni. Facciamo lezione seduti sui banchi o per terra e tutto diventa molto informale. La mia classe mi chiede (e ottiene) qualche minuto per scrivere saluti alle loro ex-maestre, visto che sono finiti proprio nella loro ex-classe. Siccome siamo tutti vestiti pesanti fa pure un gran caldo. Ma nessuno se ne lamenta.

E non sappiamo quando è successo, se Sabato pomeriggio o Domenica notte ma Qualcuno è infine arrivato e stamani un piacevole tepore ci ha accolti. Oh, soave gaudio!
Per ora la caldaia è soltanto rabberciata, e si sono raccomandati di non metterla al massimo. Quella nuova dovrebbero installarla tra poco, forse nel mio giorno libero - il che,  mi sembra, sarebbe davvero cortese da parte loro.
Purché per montarla gli basti un giorno, e purché la nuova caldaia sia di marca diversa dalla precedente...

venerdì 25 gennaio 2013

Le dame galanti - Pierre de Brantome


Il vero nome dell'autore è Pierre de Bourdeille (1540-1614). Discendente di una famiglia di baroni, visse alla corte di Navarra, fece un po' di guerre, ottenne un beneficio ecclesiastico (l'abbazia di Brantome, donde il nome con cui è conosciuto) e invecchiò alla corte di Francia, dedicandosi a scrivere trattati, in una forma che ahimé oggi non usa più e che era un misto tra la raccolta di pettegolezzi cortigiani e la storiografia galante, con occasionali tocchi autobiografici, su nobili temi del tipo "Delle dame amorose e dei loro mariti becchi", "Di alcune vecchie dame che piglian gusto a far l'amore come le giovani", "Sull'argomento che non conviene mai parlar male delle dame, e conseguenze che ne nascono" e simili.
Longanesi negli anni 60 ne fece una traduzione parziale che ho praticamente consumato a forza di rileggere; poi Adelphi, molti anni dopo, lo ha ristampato nella traduzione di Alberto Savinio del 1937, con ampio apparato di note storiche nonché culturali (senza le quali, oggettivamente, il libro si legge comunque benissimo). 
Da diversi anni si trova anche in edizione economica e così per comprarla non è più nemmeno necessario fare un mutuo.

Con una scrittura gradevole, brillante e assai garbata l'autore esamina quella zona intermedia tra sesso e amore, focalizzando l'attenzione più sul primo che sul secondo, discutendo ogni questione sulla base delle migliori argomentazioni retoriche e aiutandosi con un foltissimo repertorio di esempi che spaziano dal mondo antico (le cui storie sono spesso rilette in un'ottica tutt'altro che convenzionale) fino al vasto patrimonio di aneddoti e dicerie che da sempre abbondano su questi temi, citando anche la sua (vasta, si direbbe) esperienza personale, i racconti degli amici e i pettegolezzi delle varie corti dove è vissuto. La maggior parte dei protagonisti sono rigorosamente anonimi e nomi e cognomi sono riservati a pochi racconti altamente rispettabili; gran parte delle note però si dedicano a illuminare la nostra ignoranza elencandoci le varie possibili identificazioni - sempre che uno abbia voglia di leggerle, si capisce.

Non vi è biasimo per la folta schiera di donne che attivamente ricercano e godono le gioie dell'amore: fanciulle, maritate, vecchie, belle e brutte - ma non ve n'è chi, per quanto brutta, non trovi qualcuno disposto ad accontentarla, per soldi o anche gratis, e quanto alle vecchie, hanno dalla loro parte i vantaggi dell'esperienza e possono ben rivelarsi più appaganti di tante giovinette inesperte. 
Molto biasimo invece è riservato a  quei mariti che le puniscono violentemente e le maltrattano e soprattutto a chi  parla di queste belle e distinte signore: perché non si deve mai parlar male delle dame che fanno l'amore, anche (e soprattutto) se è vero, proprio perché si rischia di mandarle incontro a quei deplorevoli maltrattamenti che tanti mariti si ritengono in dovere di infliggere alle loro belle e delicate consorti. Molte pagine sono infine dedicate ad esaltare il coraggio femminile, in amore come in guerra, e la cura che le belle e distinte dame impiegano per tutelare il loro onore (in linea di massima tutte le donne sono presentate come "belle e distinte" o "belle e oneste", dove l'onestà e la distinzione sono riferite al grado sociale; tuttavia c'è anche qualche donna del popolo, che naturalmente si dà da fare anche lei).

Ci sono racconti di tutti i tipi: la sposa ingenua appena giunta a corte, alla quale un gentiluomo mette in mano la sua dotazione contando che costei non sappia come reagire, ma che invece sceglie di fare l'ingenua fino in fondo e chiama ad alta voce il marito, in fondo al salone, dicendogli "Guarda che bel regalo mi fa questo signore, che debbo farne? Debbo io accettarlo?" (che mi sembra una tecnica eccellente per le molestie sessuali), alla signora che, indicando il consorte spiega all'amante "Non vedete come ha  proprio la precisa andatura di un becco? E dunque gravemente offenderei io le leggi di natura se non lo confermassi in cotale stato", alla bella dama che teneva in giardino un albero di cui si diceva che le foglie, messe nel materasso, allontanassero ogni pensiero lussurioso, e di come tale dama lo mostrasse a tutti i suoi ospiti ma non si era mai avuta notizia che ne avesse mai preso anche un solo rametto, fosse pure per infilarlo in un angolo del suo cuscino, fino alla signora che, richiesta se in vecchiaia svanissero gli stimoli della carne serenamente rispose "Non saprei, io ho soltanto sessant'anni".
La gradevole lettura, divisa in brevi paragrafi ed aneddoti, può essere lasciata e ripresa in qualsiasi momento. Il libro può dunque essere una lettura "d'appoggio" da intervallare ad altri libri e da tenere per quelle sere in cui si desidera qualcosa di gradevole ma non troppo impegnativo.
Caldamente consigliato dai tredici anni in su.

Con questo post partecipo ai Venerdì del libro di Homemademamma e possano le buone letture allietare il fine settimana di tutti voi.

martedì 22 gennaio 2013

Le delizie della scuola di paese (CHOMP!)

Un'immagine della SalaDocenti della scuola media di Hogsmeade: grande, luminosa, e con un  lungo tavolo dove sedere tutti assieme

Nei due anni passati a Hogsmeade mi sentivo vagamente in esilio. Era un paesello proprio in mezzo alla conca, quindi piuttosto chiuso e un po' spaventato dal mondo esterno. Tutto lì aveva un'aria alquanto rustica ai miei occhi cittadini, tuttavia c'erano anche alcuni lati positivi che adesso ricordo con nostalgia.
I custodi, per esempio. Entrambi cacciatori, scambiavano commenti e consigli con il professore di Tecnologia su come allevare e curare cani da caccia, sui tipi di fucili migliori, sulla stagione e l'ora più opportuna per meglio prendere questo e quello; uno di loro aveva anche una piccola marroneta, e quando era tempo di raccolta c'era un piccolo mercato di reti di marroni di tre chili l'una; aveva anche qualche oca, e una volta tornai a casa con un bell'uovo: mi aveva spiegato che era ottimo per fare la pasta fatta in casa, ma davanti al mio sguardo affascinato me l'aveva ceduto perché l'uovo di papero è buono anche fatto in qualsiasi altro modo - ed è vero, un uovo di papero all'occhio di bue è un'ottima pietanza, ma assai difficile da procurarsi in un normale supermercato. Ringraziai per mezz'ora, si capisce.
L'ultimo giorno prima delle vacanze di Natale c'erano sempre regali per tutti: le insegnanti del luogo arrivavano portando candeline a forma di farfalla, poesie di Tagore e citazioni squisitamente New Age sull'importanza della collaborazione, saluti poetici, bottigliette da 200 ml. di purissimo olio d'oliva extravergine del loro personale oliveto, dolcetti fatti in casa - entrambi gli anni sono tornata col mio sacchetto di regali, ben farcita di panettone e cioccolatini e di un vago senso di colpa per non aver portato niente salvo il consueto augurio "Buone feste".
Ai consigli di classe o alle riunioni per materia qualche anima buona arrivava sempre con un vassoio: torta di mele, castagnaccio casalingo (e il buon castagnaccio è solo e soltanto casalingo), biscottini con l'uvetta, schiacciata alla fiorentina farcita. Tutto fatto dalle loro abili mani, e tutto squisito.
Ma non c'era solo il dolce: una volta Tecnologia arrivò con un trancio di soprassata di cinghiale e maiale fatta da lui. Uno dei due impareggiabili custodi uscì a procurarsi una squisita schiacciata in un forno lì vicino;quando scesi  nell'ora di buco trovai due vassoi di schiacciata-con-soprassata assolutamente sublimi e invece di aggiornare il registro e correggere gli esercizi di grammatica mi strafogai senza ritegno con i colleghi. Fu difficile trovar parole per ringraziare, anche perché noi insegnanti beneducati non parliamo mai a bocca piena, ché non sarebbe distinto.
Cenci fatti in casa. Insalata di riso per il giorno del collegio. Frittelle di riso e pure di mele. Non dico che ci fosse da sbafare tutti i giorni, ma erano intermezzi frequenti.
L'atmosfera era contagiosa, tanto che un giorno una collega meridionale arrivò con una torta farcita di marmellata di spinaci e mandorle - un dolce assai elaborato da preparare, scoprimmo, e che mandava in iperglicemia sin dal terzo boccone, ma assolutamente fantastico.

Naturalmente non tutti avevano l'orto, il maiale, i paperi e la marroneta. Qualcuno di noi anzi nemmeno sapeva farli, i dolci. Niente però impediva di supplire con prodotti confezionati da qualche buon pasticciere locale. Così facevo anch'io, per non sentirmi troppo in debito, provvedendo fra l'altro di piccole mousse gelate uno scrutinio particolarmente torrido. Qualcun altro aveva provveduto con gelati mignon confezionati, ma nessuno protestò per l'eccessivo carico e, da persone squisite qual erano, per non far torto a nessuno i colleghi mangiarono tutto.
Come sempre, del resto. 

domenica 20 gennaio 2013

Haeretica - In principio era il pronome


Ogni tanto capita che alle riunioni per materie di Lettere si parli effettivamente di quel che insegniamo - non è una cosa comune, ma succede. E in quelle riunioni si manifesta lampante la principale caratteristica degli insegnanti di Lettere, ovvero che ognuno fa a modo suo in base a personalissime convinzioni saldamente radicate nel suo cuore e non condivise da alcun altro essere vivente, tanto meno dagli altri insegnanti di Lettere.
In cotali riunioni di solito mi chiudo in un pudico silenzio, evitando il più possibile di manifestare le mie personali fissazioni - che a me sembrano Elementari Principi di Elementare Buon Senso ma che immancabilmente si discostano dagli altrettanto Elementari Principi Altrui. A domanda rispondo, ma di solito evitano di farmi domande (appunto perché rispondo).
Altri, più coraggiosi di me, sbandierano tranquillamente le loro convinzioni e spiattellano serenamente le loro priorità - e, a ben guardare, le loro classi sembrano funzionare né meglio né peggio delle mie, quindi immagino che i loro Elementari Principi non abbiano nulla da invidiare ai miei.
Grammatica, per esempio. In teoria dovremmo ripassare le nove parti del discorso. A quanto ho visto, la gran maggioranza degli insegnanti parte dal primo capitolo del libro, fa la fonetica, poi l'ortografia, poi articolo,  nome e aggettivo facendo ben attenzione a non saltare un solo paragrafo e solo dopo tutto ciò passa ai pronomi e ai verbi (salvo poi in corso d'anno lamentarsi che "fanno ancora un sacco d'errori, eppure gli ho rispiegato tutto", non considerando che ci sono da combattere automatismi maturati in cinque anni di scrittura a dispetto degli insegnamenti dei maestri, che loro pure avevano già "spiegato tutto").

Altri invece cominciano dal Verbo, e ho visto anche delle grammatiche che lo fanno. La cosa ha senz'altro un senso, perché in principio era il Verbo, come dicono in un libro piuttosto famoso, e del resto tutta la frase ruota proprio intorno al verbo. Io però ho notato che se non conosci bene i verbi puoi fare magari delle frasi sgrammaticate, ma se non conosci l'uso dei pronomi rischi di fare delle frasi incomprensibili, dove non si capisce chi fa che cosa.
Così solo molto occasionalmente dedico una qualche attenzione a certi tipi di nomi (per esempio i terribili plurali in -ce e -ge, onde limitare la quantità di roccie, freccie e goccie ), raramente cito l'esistenza degli articoli e non ricordo di avere mai preso nella benché minima considerazione il capitolo dedicato agli aggettivi. Quanto alla parte ortografica, ci dedico una lunga serie di lezioni sparpagliate durante l'anno, in qualsiasi classe io sia, e non demordo finché il singolo problema non è risolto o finché non si chiude il triennio: invece sin da subito piombo sui pronomi ad ali spiegate, e con quelli comincio a tartassare senza pietà le mie sventurate scolaresche; e non tutti i pronomi, sia chiaro, ma quasi esclusivamente i pronomi personali e quelli relativi.
Il pronome relativo infatti è una strana e viscida creatura con cui raramente le prime che ho meglio conosciuto andavano d'accordo: molto spesso anzi la mia impressione era che, una volta scritto il testo, i ragazzi spargessero a casaccio una manciata di che qua e là, con lo stesso criterio con cui i pasticcieri spargono la granella di zucchero o di nocciola per decorare i pasticcini, ovvero una diffusione omogenea ma non particolarmente mirata - e per uscire da questa fase e approcciarsi al malefico cui con o senza preposizioni di accompagnamento, inevitabilmente occorrono pianto e stridor di denti e gran copia di esercizi di tutti i generi, tipi, forme e qualità. Col tempo ho finito per farmi l'idea (in parte confermata da una singola maestra) che alle elementari i pronomi relativi se li filino poco - il che può alla lunga risultare un problema, perché già in quarta le creature mostrano una certa qual tendenza a incatenare tra loro le frasi per ricavarne periodi più ampi, e se non sanno come incatenarle il risultato può essere drammatico per chi legge.

La vera tragedia però arriva con i pronomi personali (che pure alle elementari fanno, e assai per esteso, a quel che mi risulta); costoro, intendo i pronomi personali, sono assai piccoli e insidiosi, e alcuni di loro - in particolare il ci e il si e soprattutto il terribile ne - vivono di vita propria ed è loro perfida consuetudine infilarsi nelle frasi per ogni dove ingoiandosi spesso anche il verbo essere (donde i celebri c'è ne che tanto spesso devastano le interessanti riflessioni esistenziali degli undicenni). Analoga perversione mostrano i perfidi lo e la i quali, non paghi di mangiarsi il verbo essere, spesso e volentieri pasteggiano anche col verbo avere, seminando i compiti degli sventurati alunni con un'infinità di lo visto, lo preso e simili.
In tale spinoso cimento le grammatiche sono di scarso o nessun aiuto, al più infilando un paio di esercizietti nel "quaderno di ortografia" allegato al volume principale, ma guardandosi bene dallo scendere in spiegazioni dettagliate che sollevino almeno in parte la fatica dell'insegnante di turno.
Stante che non ricordo di aver mai sbagliato un pronome in vita mia pur avendo seguito solo molto distrattamente le lezioni di grammatica, per me è molto difficile venirne a capo. Semplicemente non vedo il problema, e davvero non mi spiego perché i miei amati alunni si attorciglino tanto davanti a parolette banali come andatosene o restituiamoglielo, né tanto meno comprendo perché mai, se il problema è così acuto, pedagogisti e linguisti di tutto il paese non si dedichino notte e giorno ad elaborare tecniche semplici ed efficaci per risolverlo, per poi comunicarcele in qualche corso di formazione,  invece di rifilarci l'ennesimo laboratorio sull'intercultura corredato dalla solita raccolta di ricette da tutto il mondo o improbabili giochi di ruolo tesi a dimostrare agli alunni che non tutti siamo uguali ma tutti abbiamo pari dignità - roba assai rispettabile, intendiamoci, ma anche agli stranieri e ai disabili verrà pure il giorno in cui dovremo insegnare i pronomi, e quindi tanto varrebbe arrivarci preparati, a quel giorno.
Col tempo e la pratica (e un bel po' di grammatica) ho finito per elaborare un metodo un po' perverso composto da esempi scritti alla lavagna, di solito a base di draghi che a loro restano più impressi e a me vengono più facilmente (e dove spesso e volentieri i cavalieri fanno una pessima fine), lunghe sfilate di frasi da fare a casa e a scuola - da correggere pazientemente, foglio per foglio - e lunghe sequenze di quelli che chiamo "giri di frasi", dove ognuno a rotazione costruisce la sua frase, spesso anche lì in un grande sfrigolare di cavalieri alla brace e svolazzar di draghi satolli. Particolarmente drammatica si rivela la distinzione tra gli e li, che nella valle dove insegno vengono assai spesso confusi per questioni di palatalizzazione locale; in compenso tutti ridono e si divertono come pazzi quando arriva il tragico momento dei me lo e me la, che quasi sempre culminano, anche nelle classi più garbate e contegnose, in una serie di varianti invero assai pittoresche dove il verbo dare è molto usato e suscita attacchi di risa incontrollabili, con frasi altamente equivocabili su chi lo/la dà, a chi lo/la dà eccetera eccetera - e dove molto si parla anche su chi lo/la prende e con quali risultati.
Questa specie di ordalia dura due mesi, a volte tre, con eventuali riprese in corso d'anno o negli anni successivi. Infine i draghi ritornano ben pasciuti alle loro caverne, dove si concedono un meritato riposo sul loro mucchio di monete d'oro e di gioielli; e la classe può finalmente cambiare capitolo e dedicarsi ai verbi.

giovedì 17 gennaio 2013

Commissione Continuità, ovvero l' Amarcord


Nonostante i molti luoghi comuni che circolano su di lui, l'asino non è un animale sciocco né particolarmente ignorante, e di lui si dice che non casca mai dove è già cascato una volta. Al contrario di me.

Sei anni fa, quando a St. Mary Mead avevo la prima dei Baronetti Inglesi, mi incastrarono nella Commissione Continuità Per Le Prime. Consisteva in un duplice incontro con gli insegnanti delle elementari dei nostri alunni di prima. Il primo incontro si svolse a fine Novembre e un secondo avrebbe dovuto svolgersi in Aprile.
In sintesi, tali incontri avevano il nobile scopo di illustrare alle maestre come stavano andando i loro ex-alunni; naturalmente mi furono presentate come "un momento molto importante di confronto sul piano didattico" (la collega De Rapacis amava molto queste belle espressioni altisonanti: ad esempio una volta mi suggerì di "eseguire un intervento didattico" su alcuni alunni che avevano commesso una grave scorrettezza, e solo quando osai chiedere col mio tono più sottomesso cosa accidenti fosse un intervento didattico si abbassò a tradurmi "Li chiami fuori della classe e gli fai una parte" - cosa che prontamente eseguii) e altrettanto naturalmente il primo si risolse in un nostalgico amarcord dove la De Rapacis informò dettagliatamente le maestre di ogni singolo voto preso dai suoi alunni, lasciano ben poco tempo per noi. Io ero venuta con una sola domanda sulle labbra "Perché l'ortografia di questi ragazzi è così allucinante?" ma non mi fu data occasione di porla. Venni filata pochissimo, io e la mia classe, nessuno mi chiese nemmeno pro forma se avessi trovato adeguata la preparazione impartita ai giovani rampolli e così me ne stetti buona buona nel mio cantuccio, pallificandomi in dignitoso silenzio. Del fatto che X a suo tempo avesse sofferto di enuresi notturna mi importava davvero il giusto, stante che il problema era passato già prima della quinta elementare e che X non era mio allievo, così come della girandola di uomini con cui si accompagnava la madre di Y - però mi venne fatto di pensare che al posto di X non avrei gradito questo inutile sbandierare fatti piuttosto personali a perfette estranee (nella fattispecie, io) e che la madre di Y avrebbe ben avuto le sue ragioni per risentirsi, se la nostra conversazione le fosse mai giunta all'orecchio. 
Mi ripromisi comunque che, se mai avessi avuto ancora una prima in quella scuola, avrei ben trovato un modo di tirarmi fuori da quella noiosissima cerimonia, e che l'amarcord se lo sarebbero fatto senza di me. 
L'incontro di Aprile saltò, con mio grande sollievo - tra l'altro mi sfuggiva completamente il senso di quella strana cerimonia. D'accordo, dopo che hai passato cinque anni con dei bambini sei curioso di sapere cosa fanno e come vanno ma, insomma, siamo a St. Mary Mead, tutti sanno tutto di tutti, non dovrebbe essere mica impossibile rastrellare un po' di informazioni qua e là.

Quest'anno ho di nuovo una prima, e in qualità di insegnante di prima avevo partecipato all'inizio di Settembre ad un incontro piuttosto starnazzante ma non privo di utilità. Nessuno aveva accennato a futuri incontri novembrini e quindi mi ero rallegrata con me stessa medesima perché non avrei dovuto nemmeno cercare qualche pretesto per scansare l'amarcord.
Subito dopo le vacanze di Natale però la prof. Palmina mi blocca per spiegarmi che le insegnanti delle elementari avevano chiesto un incontro con noi di prima per confrontarci sulla preparazione etc. etc.
"Mai più e mai poi" ho risposto con fermezza "A questo giochino non mi ribeccano più".
Ma la Palmina mi ha assicurato che per le maestre tale incontro era veramente importante e loro ci tenevano molto, proprio per regolare la loro programmazione sulla base delle nostre richieste etc. etc.
Ora, non voglio passare per più scema di quello che sono: non è che ci avessi proprio creduto, a questa storia del confronto didattico, anche se avevo deciso di fare qualche raccomandazione sui pronomi (che a St. Mary Mead risultano un settore della grammatica curiosamente trascurato alle elementari), inoltre la riunione è stata fatta in un giorno in cui avevo deciso di restare comunque un'ora in più a scuola perché volevo andare a Firenze nel pomeriggio senza arrivarci prima delle quattro.
Ma insomma c'è stata la riunione amarcord con le maestre e di nuovo io c'ero, nonostante tutti i miei savi proponimenti.
Ovviamente non si è affatto parlato di pronomi, nonostante un paio di timidi tentativi da parte mia, né di alcunché di didattico, e tutta la riunione è consistita in un fluviale amarcord dove ci hanno ripetuto quel che già avevano detto a Settembre (il che è comprensibile, visto che per loro i ragazzi sono rimasti cristallizzati alla fine delle elementari), inclusa la risciacquata perché le classi non erano state fatte bene e un filo di delusione perché il Tale e il Talaltro no, non vanno malaccio e non scoppiano più a piangere ogni due per tre, mentre il Talaltrancora non dà soverchi segni di timidezza anzi ha legato a meraviglia con i nuovi compagni.

Perché, sembra strano, mi rendo conto che sembra strano, ma a undici anni capita che la gente cresca.
Mentre io, che undici anni non li ho più da tempo, continuo imperterrita ad abboccare come una carpa.