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martedì 18 agosto 2009

Harry Potter e l'Ordine della Fenice (recensione scuolacentrica)



Nell'insopportabile estate del 2003 uscì Harry Potter and the Order of the Phoenix. In una delle torride notti di cui quell'estate abbondava feci un'ora di coda da Feltrinelli International e rientrai a casa col mio enorme tomo in inglese all'una e mezza circa.
Mi accinsi alla titanica lettura con una certa preoccupazione: era la prima volta che leggevo in inglese un romanzo che non avevo mai letto in italiano. D'altra parte, aspettare fino all'uscita della tradizione italiana non era nemmeno concepibile: sarei certo morta di crepacuore molto prima, se mai ci avessi provato.
Iniziai quella notte stessa - tanto di dormire non se ne parlava, pareva di stare in una pentola a vapore - aiutata da un dizionario monolingua che avevo comprato per l'occasione e da un dizionario bilingue con cui avevo fatto di recente le nozze d'argento. Fu solo la prima di una lunga serie di notti insonni in cui la Fenice mi fu compagna fedele.
Scoprii in quell'occasione di conoscere l'inglese meglio di quel che pensavo e sviluppai un'ammirazione senza limiti per l'abilità della Rowling, capace di scrivere con tale chiarezza da permettermi di seguire la storia senza difficoltà, perfino al Ministero della Magia dove sei adolescenti e dodici Mangiamorte scorazzano nelle più strane sale dandosi la caccia. Con la Rowling si sa sempre chi sta facendo che cosa e (qualora non sia contrario agli interessi del lettore) si sa anche perché lo sta facendo e con quale stato d'animo, anche quando lo stato d'animo è decisamente complesso.
Il romanzo racconta prima di tutto la storia di un ragazzo che si trova a battere ripetutamente le corna contro le bugie (spesso dette a fin di bene), l'inattendibilità, la superficialità e la miopia degli adulti, anche quelli più autorevoli e che finisce per dar retta al suo istinto, che fino a quel momento si è dimostrato piuttosto attendibile, proprio nel momento sbagliato.
Era anche però un romanzo sulla scuola, intesa come entità dotata di volontà propria, e sull'insegnamento. Per me, impegnata in quel momento in un'infinità di ricorsi contro l'universo mondo per recuperare posizioni nelle graduatorie, conteneva anche un messaggio di speranza: la scuola è un organismo capace di difendersi contro gli attacchi in modo spontaneo. L'equazione Moratti = Caramel e Aprea = Umbridge (si assomigliavano anche per certe teorie sulla didattica) mi portava a sperare in una futura cacciata di entrambe previa glassatura di piume e catrame.
La scuola italiana in effetti si difese, ma uscì dal combattimento piuttosto ammaccata; d'altra parte alla fine della saga la Umbridge è ancora viva, anche se (si spera) definitivamente allontanata dal Ministero.
Quel che segue è un post che scrissi dopo la prima lettura (un'altra seguì quasi subito, in Agosto); sul newsgroup qualcuno osservò che gli pareva che nel libro ci fosse anche qualche altra cosa, oltre alla scuola. Naturalmente mi dissi d'accordo con lui, ma ai miei occhi l'Ordine della Fenice rimane soprattutto un libro sulla scuola e sull'insegnamento.

La protagonista centrale del libro è Hogwarts. Usata fino a questo momento soprattutto come sfondo per le gesta di Harry&Co., la scuola di magia questa volta è il perno centrale dell'azione.
L'intreccio principale riguarda infatti il tentativo del Ministro della Magia, Caramel, di scalzare il preside Silente dal suo feudo personale sostituendolo con la professoressa Dolores Umbridge, braccio destro del ministro in questione. Ma le scuole sono organismi viventi, dotate di volontà propria (specie se sono antiche scuole di magia); e infatti sarà la stessa Hogwarts a rifiutare il cambio al vertice, sputando via la nuova preside e riaccogliendo Silente.
In pratica: il ministro cerca di dominare dall'esterno qualcosa che non conosce e non capisce, usando uno strumento umano dotato sì di ampi poteri ufficiali (cui pero' non corrispondono poteri reali) ma che ne conosce e capisce ancor meno di lui.
Per forza di cose, il tutto si risolve con un buco nell'acqua.

Prima insegnante, poi Grande Inquisitore e infine Preside di Hogwarts, Dolores Umbridge riesce rapidamente a inimicarsi tutte le componenti della scuola: insegnanti, allievi, fantasmi e perfino il poltergeist Pix, con l'unica eccezione del frustratissimo custode Gazza (che da sempre sogna il ritorno delle vecchie e gloriose punizioni corporali con fruste, catene, celle segrete et simila) e di un gruppo di Serpeverde che finiscono però col rivelarsi alquanto infidi.

I rapporti con i colleghi partono male fin dall'inizio; è vero che quello dell'ispettore è un lavoro ingrato e che ogni insegnante è prima di tutto un essere ipersuscettibile e ombrosissimo che detesta sommamente essere messo in discussione, soprattutto da una collega piuttosto incapace e imbevuta di pregiudizi oscurantisti, ma il metodo Umbridge per le ispezioni è fatto apposta per irritare anche un carattere dolce per natura - in effetti si tratta soprattutto di una guerra di nervi in cui le vere capacità didattiche non vengono prese in considerazione. Piton, che è preparatissimo nella sua materia ed è un pessimo insegnante, passa l'esame nel migliore dei modi, mentre Hagrid, altrettanto competente e tutto sommato migliore come insegnante (anche se pratica una didattica un po' troppo avventurosa) crollerà quasi subito sotto il peso delle sue insicurezze, come Sybille Cooman, che invece ha una preparazione decisamente approssimativa e insegna maluccio (pur riuscendo a stabilire un buon rapporto con una cerchia di allieve).
Particolarmente aspro (e divertente) si rivela il duello con Minerva McGrannit, che si ritrova in pratica esautorata dai suoi compiti di vicepreside che ricopriva nel migliore dei modi. Gli scontri tra le due donne sono pagine di altissima letteratura, in particolare il meraviglioso colloquio di orientamento di Harry che finisce con un furibondo litigio da cui il povero ragazzo scappa di gran carriera.

Come insegnante, la Umbridge si rivela inadeguata. Sotto questo aspetto, il personaggio vanta un'illustre serie di ascendenti letterari a cominciare da Dickens, ma ognuno di noi, se ha frequentato una scuola per più di sei mesi, ha incontrato i suoi Umbridge.
La sua principale preoccupazione è non permettere agli allievi di avvicinarsi alla conoscenza pratica di quel che studiano, e possibilmente a nessun tipo di conoscenza tout-court. Ordine, disciplina, lettura individuale in classe (di un manuale molto noioso, si capisce) e una grande attenzione ad evitare ogni tipo di rapporto e interazione con i suoi alunni. Niente esercitazioni pratiche: se i ragazzi saranno in possesso di una solida preparazione teorica, sostiene, non c'è dubbio che agli esami saranno in grado di eseguire correttamente gli incantesimi. I ragazzi, comprensibilmente, mostrano parecchie perplessità a riguardo, tanto più che sono stati abituati ad un approccio molto concreto alle materie: studio sui libri, certo, ma anche parecchie esercitazioni pratiche.
Le cose però rimarrebbero come sono, nonostante il diffuso malumore, se la Prima della Classe, alias Hermione Granger, non prendesse in mano la situazione.
Dopo avere letto e giudicato scarso il manuale scelto dalla Umbridge, la ragazza la costringe (letteralmente: costringe) ad una discussione che coinvolge tutta la classe ma non porta a nessun risultato se non quello di mettere Harry in punizione. E visto che con i metodi legali non si ottiene niente, Hermione organizzerà una sorta di Corso Alternativo di Difesa contro le Arti Oscure che per molti mesi si svolgerà in assoluto segreto (del resto i protagonisti hanno ormai quindici anni, che è l'età delle prime proteste organizzate e delle prime occupazioni...)
Hogwarts fornirà l'aula. Naturalmente è un aula magica, che è sempre a disposizione "quando qualcuno ne ha veramente bisogno" e che risulterà comodissima e dotata di tutte le attrezzature e i libri opportuni per la circostanza. L'insegnante sarà Harry, che da buon Water Violet è un insegnante nato, e da buon Water Violet si farà pregare e quasi costringere. Mirabile la prima lezione, quando dà le prime istruzioni su come disporsi etc. "era strano ritrovarsi a dare ordini, ma era ancor più strano vedere che venivano eseguiti" - che è esattamente l'impressione che ho provato le prime volte che stavo in cattedra.

Come Grande Inquisitore, la Umbridge va incontro all'inevitabile destino di tutti i Grandi Inquisitori quando non sono assistiti da una buona base di consenso o almeno da una notevole intelligenza: ovvero una valanga di disposizioni sempre più dettagliate e una sorveglianza maniacale che sconfina abbondantemente nello spionaggio, il tutto volto ad impedire la benché minima iniziativa individuale da parte degli allievi e degli insegnanti, ma che insegnanti e allievi imparano ad aggirare con tutta naturalezza.
La paura di perdere il controllo della situazione (un controllo che in realtà non ha mai avuto) porta la Umbridge a instaurare una sorta di Terrore; nel momento in cui la vediamo sospendere il professor Piton, reo di non fabbricarle in sette minuti una pozione che richiede un mese di tempo per essere preparata (e che non ha nessuna intenzione di darle, come la Umbridge e i lettori capiscono benissimo) il Grande Inquisitore ricorda molto la Regina di Cuori di Alice che strepita "Tagliategli la testa, tagliategli la testa!".
E' chiaro che la sua partita è ormai persa, ma in quel momento ci accorgiamo che, in realtà, quella partita lei non ha mai avuto la minima possibilitò di vincerla.

La Umbridge sarà rifiutata dalla scuola per Manifesta Inadeguatezza. Non è una buona strega: conosce qualche incantesimo di un certo sadismo (come quelli che usa con Harry nelle punizioni) ma la sua bacchetta è corta e qualsiasi professore là dentro ne sa più di lei. Quando viene nominata preside dal Ministero, Silente, l'unico che Hogwarts al momento sia disposta a riconoscere come preside, scompare e barrica la presidenza, dove la Umbridge molto simbolicamente non riuscirà mai ad entrare.
Naturalmente quella di Hogwarts non è una normale presidenza, con una scrivania di
mogano, una libreria dall'aria solenne e un tappeto di lusso per terra: l'ufficio di Silente è un concentrato di magia di cui i lettori conoscono solo una minima parte, un vero e proprio centro di potere. La cosa viene molto bene in evidenza nel secondo film, quando entriamo la' dentro per la prima volta: la frivola parola d'ordine a base di dolci e la svagata amabilità di Silente non bastano a far dimenticare che l'ufficio è protetto come una fortezza, e che proprio di una fortezza si tratta.

La fine della Umbridge sarà abbastanza drammatica: attirata con l'inganno da Hermione nella Foresta Proibita, viene catturata da una delle molte entita' misteriose che si aggirano là dentro. Sarà Silente a liberarla - LUI, naturalmente, sa benissimo come muoversi nella Foresta... Ma da quella gita la Umbridge uscirà con un esaurimento nervoso in piena regola, e con la bacchetta spezzata (per il Ministero della Magia, comunque, non e' una gran perdita).
Il cerchio si chiude, e Hogwarts ritorna un feudo di Silente - non ha mai smesso di esserlo, in realtà. Ma adesso la scuola è molto piu' consapevole di sé e della sua forza, in tutte le sue componenti - soprattutto ne sono consapevoli i suoi studenti, che sono la vera forza di ogni scuola e i veri proprietari: non c'è sorveglianza che possa impedire a un gruppo di alunni determinati di avviare proteste, associazioni segrete e gruppi eversivi, e la stessa Hogwarts collabora apertamente con loro, fornendogli un adeguato ambiente di lavoro; solo gli studenti conoscono tutti i segreti di una scuola (e questo l'avevamo già visto nei libri precedenti, con la Mappa dei Malandrini). E infine non sempre i voti indicano la reale scala gerarchica degli allievi: il gruppo dei sei che raggiungono e mettono a soqquadro il Ministero della Magia comprende sì la più brillante allieva del momento (Hermione) ma anche un alunno universalmente ritenuto tra i più imbranati (Neville Paciock) che anche nei libri successivi mostrerà talenti fuor dal comune, oltre alla svagatissima Luna Lovegood che passa per essere un po', come dire, "diversamente strega"; lo stesso Harry, pur rientrando nella fascia medio-alta del profitto non è mai stato un allievo eccezionale, ma rientra in quella categoria particolare che, pur non brillando mai troppo negli studi, riesce a mettere a profitto quel che ha imparato ben più di compagni ritenuti più brillanti. Quanto ai gemelli Weasley, i due discoli della scuola, hanno preso voti decisamente ordinari ai loro GUFO studiando in apparenza solo lo stretto indispensabile, ma gli incantesimi con cui metteranno a soqquadro Hogwarts per intralciare la Umbridge riscuotono l'ammirazione di tutto il corpo docenti e le loro abilità (che dalla scuola vengono, e alla scuola si sono perfezionate in vari modi) apriranno loro le porte di un grande e immediato successo commerciale.

lunedì 17 agosto 2009

Noi fummo da sempre calpesti, divisi / perché non siam popolo, perché siam divisi


In occasione delle consuete uscite pre-Pontida sul tema dell'unità d'Italia e del suo inno ho rispolverato una delle molte unità didattiche con cui ho sbarcato la SSIS.
Per ognuna delle cinque tesine dell'Area Trasversale infatti ci veniva chiesto di allegare un'unità didattica - che, grosso modo, corrisponde al contenuto di una lezione o di più lezioni strettamente collegate tra loro.
Al contrario di altre unità didattiche che ho presentato questa è vera, nel senso che io l'Inno d'Italia lo spiego proprio così - anche se non ho mai esteso il lavoro nel senso qui progettato, soprattutto perché non mi sono mai trovata alle mani un insegnante di musica con cui avevo voglia di lavorare quando spiegavo l'Inno d'Italia (altre volte ho avuto a disposizione colleghi con cui avrei collaborato volentierissimo, ma sempre quando non avevo alcuna collaborazione da proporre. Capita).
Questo lavoro ha contribuito a farmi prendere 30 (o era 29?) nell'area trasversale. Questo non indica necessariamente che sia un lavoro valido, o che alla SSIS lo abbiano considerato valido, perché in effetti non ho alcuna certezza che l'abbiano letto o anche soltanto scorso; d''altra parte la cosa su cui trovavano più facilmente da ridire, nell'Area Trasversale, era la bibliografia (non i criteri della bibliografia, ma il modo in cui era redatta. Noi di Lettere chiaramente abbiamo spopolato, ricorrendo all'accorto espediente di seguire le istruzioni propinateci), e sulla redazione della mia bibliografia non c'era niente da ridire.
Per lo schema dell'Unità Didattica invece mi sono attenuta a quello che ci aveva dato l'insegnante del laboratorio di italiano. Visto che nessuno me l'ha mai criticato, immagino vada bene.
L'utilità di preparare queste Unità Virtuali per Classi Immaginarie mi è sempre sfuggita. In effetti mi sembra che progettare una lezione e farla siano due cose ben diverse, ma tant'è.
Questa, comunque, l'ho fatta una mezza dozzina di volte, seguendo questo schema, ed ha sempre funzionato - nel senso che la classe mi stava a sentire almeno quel tanto che bastava per scodellare delle verifiche di livello più che dignitoso.

ARGOMENTO: Inno nazionale d’Italia ufficiale e inno ufficioso.

CLASSE: II media, livello medio.

MOMENTO: Verso la fine di Aprile (seguendo gli attuali programmi)
La lezione dovrebbe svolgersi pochi giorni dopo aver terminato la parte di programma di storia che parla dei moti del 48-49, verifica inclusa, e prima di iniziare la parte sul “decennio di preparazione” di Cavour.

MATERIA: Storia, Letteratura italiana, Educazione civica

FINALITÀ’: ampliare le conoscenze sul Risorgimento italiano
capire perché il testo è stato scelto come inno nazionale
addomesticarsi con l’arte di analizzare un testo in base all’inquadramento storico

PREREQUISITI:
Sapere che c’era un movimento irredentista che voleva l’unità d’Italia.
Conoscere la prima parte del Risorgimento, fino ai moti del 48 compresi

TEMPO: 1 ora, più mezz’ora della lezione successiva per la verifica.
1 ora in compresenza o in aggancio a Educazione Musicale.

PARTE PRIMA - L’INNO UFFICIALE
Testo: Fratelli d’Italia di Goffredo Mameli

I - Dove siamo.

Rapido riepilogo della situazione storica dopo i moti del 48 da parte degli allievi: è sufficiente che abbiano ben presente che l’Europa era stata attraversata da una vampata rivoluzionaria, che ad un certo momento era sembrato che i rivoluzionari potessero farcela, ma che poi tutto era finito in niente. Un accenno alla Repubblica romana, e alle speranze che aveva suscitato.

II - E questo cos’è?

Spiegare agli alunni che la poesia che hanno in mano è l’attuale inno nazionale.
Molti saranno sorpresi perché hanno sentito spesso la prima strofa, ma ignoravano che ce ne fossero altre. Spiegare che la versione completa viene eseguita molto raramente.
(Se chiedono il perché, ammettere di non saperlo)

III - L’autore e il contesto culturale.

E’ nato nel 1827 e ha scritto la poesia nel 1847, appena laureato.
Partecipò ai moti del 48 e fu tra i difensori della Repubblica romana. Morì nel 1849, per una ferita.
Il fatto che sia morto nei moti irredentisti, e così giovane, sta ad indicare che, anche se magari non è stato il più grande poeta della nostra letteratura, la sua buona fede è fuori discussione. La poesia, dunque, è sincera. Se magari oggi può sembrare retorica è perché nel frattempo il gusto è cambiato: nessuno oggi si sognerebbe di scrivere una canzone così. All’epoca invece era perfettamente normale.

IV - Di che parla il testo

E’ la parte centrale della lezione.
Oltre alla spiegazione letterale del testo occorre fornire una spiegazione per le parole più insolite (“calpesti” per “calpestati”, “squilla” per “campana, “natio” per “dove si è nati” eccetera. Sono tutte cose che serviranno per l’anno successivo, quando verranno letti Manzoni e Leopardi e gli altri autori dell’ottocento, e intanto imparano a familiarizzarsi con questo tipo di lessico).
Gli avvenimenti storici citati nella poesia vanno richiamati uno per uno, e riassunti nei tratti essenziali (tra l’altro alcuni per gli alunni saranno completamente nuovi).
“Scipio” è Scipione l’Africano, che sconfisse Annibale che, ad un certo punto, sembrava dovesse invadere Roma. Questo spiega anche l’accenno alla Vittoria schiava di Roma: ai tempi dell’antica Roma l’Italia era unita, e anche molto potente. Dopo ha dormito un sonno millenario ma adesso “s’è desta”.
La battaglia di Legnano è possibile che non richieda grosse spiegazioni, soprattutto se l’anno prima è stata fissata con “Il parlamento” di Carducci: è il momento in cui l’imperatore straniero (e tedesco, guarda un po’), che si era messo in testa di fare il prepotente in Italia (distruggendo tra l’altro Milano) viene sconfitto e ricacciato oltre i confini. Siamo nel XII secolo, nella gloriosa Italia dei Comuni, che andava molto di moda nel Risorgimento.
Ferruccio molto probabilmente giungerà nuovo alla classe. Basta accennare che difese con grande coraggio Firenze durante un assedio dei francesi, in un periodo (intorno al 1500) in cui i francesi andavano e venivano in Italia come se fosse casa loro.
“Balilla” invece è termine piuttosto noto, e i ragazzi hanno sentito nominare sia i Giovani Balilla del fascismo che la macchina Balilla, uscita in quegli anni.
Spiegare che, anche se adesso è diventata praticamente una parolaccia, e suscita solo associazioni sgradevoli, nel 1847 quel nome era invece collegata ad un episodio glorioso e assai patriottico: Balilla è, in genovese, diminutivo di Battista, e il piccolo Balilla era un ragazzino genovese che nel 1746 lanciò un sasso contro un ufficiale austriaco innescando così una sollevazione della città. Dopo cinque giorni di combattimenti gli austriaci levarono le tende.
I “Vespri” sono i Vespri siciliani: altra sommossa popolare, che nel 1282 scacciò gli Angioini (francesi) dalla Sicilia.
(Di passaggio, è opportuno accennare che, guarda caso, un tale Verdi scrisse due opere dedicate per l’appunto ai Vespri Siciliani e alla Battaglia di Legnano. Basta un accenno, perché l’argomento sarà ripreso nella seconda lezione).
Quanto al “sangue polacco” non dovrebbe dare particolari problemi perché è roba recente: al Congresso di Vienna, Russia e impero asburgico si erano spartiti il regno di Polonia, che era così diventato un paese che aveva lo stesso identico problema dell’Italia, e per giunta a causa dello stesso nemico: l’Austria.

V - Il senso generale

Riepilogando: abbiamo un episodio di storia romana, cinque ricordi di cinque gloriose occasioni in cui l’italico coraggio ha sconfitto o comunque duramente provato gli incauti invasori stranieri, e un accenno a un popolo che ha un problema abbastanza simile a quello italiano, cioè essere stato spartito come una torta da potenze straniere, oltre a un accenno all’Austria vista come un’aquila spennacchiata.
Gli episodi in cui l’italico coraggio ha sconfitto gli invasori sono geograficamente collocati in tutta la penisola (Milano, Genova, Firenze, Palermo), e si lascia chiaramente capire che sono tutte punte di iceberg: ogni italiano, in qualsiasi momento, potrebbe fare altrettanto.
La poesia si apre con un’invocazione ai fratelli d’Italia (divisi, dunque, per colpa dello straniero, ma uniti nel cuore), poi c’è una spiegazione storica all’attuale debolezza d’Italia, dovuta proprio alla sua frantumazione, e un invito a unirsi.
Vale la pena, se la classe è in condizione di sopportarlo, di soffermarsi sui versi “l’unione e l’amore / rivelano ai popoli le vie del Signore”: grazie a un fenomeno di generale affratellamento delle italiche genti, sarà chiaro che l’unione dell’Italia fa parte del disegno divino. Da sempre i popoli insorti invocano Dio dalla loro parte, ma qui il Signore è chiamato in causa in modo molto gentile.
Questo spiega anche perché, nonostante i numerosi riferimenti guerreschi, la poesia ha potuto essere adottata come inno nazionale da una nazione che, nella sua costituzione, dichiara di ripudiare la guerra.

VI - Verifica
(in classe)

Gli studenti devono rispondere per iscritto a tre domande:
1) In che contesto storico scrive l’autore
1) A chi si rivolge, e cosa propone
2) Perché l’autore insiste tanto sul passato glorioso dell’Italia.

PARTE II - L’inno ufficioso
Testi:
- Va’ pensiero, dal Nabucco; musica di Giuseppe Verdi, testo di Temistocle
Solera (1842)
- Dell’aura tua profetica, dalla Norma; musica di Vincenzo Bellini, testo di
Felice Romani (1831)

L’introduzione storica si fa abbastanza facilmente perché ogni manuale di storia ha un box o una scheda dedicata all’importanza, anche politica, della musica lirica nell’Ottocento - e in queste schede viene sempre raccontata la nascita di “Va pensiero”, dell’entusiasmo che suscitò fin dalla sua prima esecuzione e di come un coro di ebrei esiliati che deprecavano la loro triste sorte si trasformasse in un inno rivoluzionario, con grande scorno della censura austriaca.
Occorre anche ricordare come il coro sia sempre rimasto popolarissimo (è uno dei pochi brani di musica classica che praticamente ogni italiano conosce) e come a tratti sia stato proposto di farne l’inno d’Italia.
(Un confronto tra i testi di “Va’ pensiero” e “Fratelli d’Italia” spiega abbastanza facilmente perché il secondo ha prevalso: “Va’ pensiero” è un lamento, senza altro progetto che quello di imparare a sopportare con pazienza le avversità, il secondo contiene un progetto molto chiaro e la volontà di rimettere a posto quel che funziona male. Anche se musicalmente il divario qualitativo è enorme, la scelta di un inno nazionale è prima di tutto un fatto politico).

Gli insegnanti possono fornire qualche ampliamento, per esempio spiegando che l’opera era sì popolare, ma nelle città, visto che in assenza di radio e televisione i contadini erano decisamente tagliati fuori da questo tipo di intrattenimenti (non era invece questione di reddito perché i posti popolari erano a prezzi realmente popolari).
Si deve poi aggiungere che “Va pensiero” non fu un caso isolato, e che molte opere di quel periodo, non solo di Verdi, contengono cori e arie a sfondo risorgimentale, e che anzi i soggetti spesso erano strutturati (e i libretti scritti) in modo da consentire quel tipo di operazione, con grande abbondanza di perfidi tiranni e invasori stranieri contro cui covava la rivolta. Il tema era molto sentito dagli intellettuali dell’epoca: non solo dai musicisti, ma anche dai librettisti (e dagli impresari, non fosse che per il successo di pubblico che riscuoteva).

Il coro dalla Norma è stato scelto perché, oltre ad essere molto gradevole all’ascolto, è di segno opposto a “Va’ pensiero”: non c’è niente di elegiaco o di introspettivo, solo una tribù infuriata e decisa a cacciare via gli invasori in malo modo. Volendo, può essere sostituito dal secondo coro della Norma “Guerra! Guerra!”, che è più breve e ha un ritmo più veloce ma espone esattamente gli stessi concetti - o da un’altra quarantina di cori analoghi (anche se non tutti altrettanto suggestivi).

Anche qui è necessario fare un po’ di lavoro sui testi, sbrogliando le frasi più complicate per permettere agli allievi di seguire il senso.

Una volta concluso l’ascolto, e la seconda lezione, il Risorgimento viene abbandonato a sé stesso e ritorna un argomento di esclusiva pertinenza di Storia.
In compenso le connessioni tra musica e politica e soprattutto l’uso della musica come veicolo di trasmissione per temi profondamente sentiti dalla collettività possono continuare ad essere studiate per mesi e anni di fila: il materiale non manca certo.

Parte Terza - Musica e politica

La palla passa all’insegnante di Educazione Musicale (che può poi rilanciarla in seguito ai colleghi del Consiglio di Classe): a parte la musica lirica della prima metà dell’Ottocento, esistono altri casi in cui la musica cantata è stata concepita o interpretata in chiave politica?

Ovviamente di casi ne esistono un’infinità, partendo dal blues e dalle canzoni di protesta dei lavoratori fino ad arrivare a musiche incise due giorni fa, e ogni ragazzo ne conosce almeno qualcuno.
Il lavoro può ramificarsi in infiniti modi: si può ad esempio esaminare qualche tema dei più ricorrenti per Educazione Civica o per Storia, lavorare sulle poetiche di certi testi in italiano o nelle lingue straniere studiate da quella classe, o su colonne sonore di film musicali o su video che sono diventati particolarmente famosi (a quel punto si può anche agganciare Educazione Tecnica). Anche gli incastri con Geografia sono numerosi, e spaziano dai moti rivoluzionari in Sud America sino alle questioni energetiche e ambientali.

Tanto per fare un minimo esempio, se vogliamo insistere sul filone degli inni nazionali:
l’inno inglese “God Save the Queen” ha avuto almeno due rifacimenti nell’ambito della musica rock.
- La prima è la versione dei Queen, che sul doppio significato in inglese del loro nome hanno giocato spesso. Una tipica chiusa dei loro concerti era l’inno suonato dalle tastiere mentre il cantante si esibiva sul palco in manto bordato di ermellino, con corona e scettro. Le parole erano cantate dal pubblico.
- Nel 1976 i Sex Pistols lanciarono una versione molto personale di “God Save the Queen”. Il testo, cantato con un’intonazione molto approssimativa e con grande sfoggio di chitarre in distorsione, era estremamente acido verso il sogno imperiale britannico. La canzone, che ebbe un enorme successo e scandalizzò mezzo pianeta, chiuse la stagione del progressive rock inglese e aprì quella del punk rock, facendo spargere fiumi di inchiostro ai sociologi, oltre che ai critici musicali.

venerdì 14 agosto 2009

Auguste Ferie





Auguri!

martedì 11 agosto 2009

Quadernetti estivi - Tout se tien


Il serpente Ouroborus, in una versione leggermente sciroccata
(lui lo sa bene, che tutto si collega)

Questa strana estate di terremoti sotterranei e crisi mascherate non sta riservando molta attenzione alla scuola e i nostri migliori tuttologi sembrano ben decisi a godersi un meritato riposo.
Abbiamo avuto sì Gianluigi Paragone che, durante la sua brevissima direzione di Libero, aveva avviato una Grandiosa Inchiesta sui fortunati che godevano di lunghe ferie (l'obbiettivo primario erano i Perfidi Magistrati, però un angolino dell'articolo era dedicato anche ai Fortunati Insegnanti). Ma un attacco di Paragone nelle presenti circostanze non è di quelli che turbano più di tanto, se proprio devo essere sincera - anche se ammetto senza remore di nutrire un po' di invidia per una persona che ha a disposizione sì tanti compratori, qualora decida di vendersi, laddove con me nessuno fa mai un tentativo, sia pur minimale, di corruzione (chessò, un salamino alla cacciatora in cambio di un voto più alto), nemmeno quel tanto che basti per darmi modo di esibire la mia Drittura Morale rifiutando con sdegno.

C'è stato poi un articolo su Repubblica sul tragico fenomeno de "La morte della scrittura". L'autrice comunque si limita a raccogliere una serie di opinioni (alcune un po' farneticanti, per la verità) sulla scomparsa del corsivo tra le nuove generazioni, che alcuni adulti vivono come una vera tragedia generazionale perché priverebbe i nostri sventurati alunni della possibilità di "tradurre il pensiero in parole" lasciandoli in balia del perfido stampatello che invece, questo pensiero, lo seziona in lettere, spezzettandolo e "negando il tempo e il respiro della frase". L'articolo si chiude con alcune pacate e ragionevoli considerazioni di un'insegnante di Lettere delle medie che riportano la questione a dimensioni più sensate.

C'è anche un articolo sugli e-book che quest'anno sono stati adottati solo in misura minima, con gravissimo danno per i bilanci familiari (e sarebbe interessante capire come avremmo potuto adottare gli e-book, visto che, almeno nella mia scuola, nessun rappresentante li ha proposti o ha accennato alla loro effettiva esistenza).

Il grosso degli articoli dedicati alla scuola comunque riguarda la Spinosa Questione della Conclamata Inferiorità delle Scuole Meridionali (e conseguente Altrettanto Inferiorità degli Insegnanti Meridionali), ormai stabile bersaglio delle critiche al nostro sistema scolastico. Abbiamo avuto quindi una vera sventagliata di articoli sui voti più alti che gli allievi meridionali hanno conseguito alla maturità, all'esame di licenza media, ai vari scrutini... e alle prove Invalsi. Per la verità il fenomeno mi sembra risalire abbastanza indietro nel tempo (prova ne sia che il ministro Gelmini ha scelto appunto di andare al Sud per fare l'esame di stato) ma quest'anno è decisamente assurto agli onori della cronaca portandosi dietro una serie di polemiche singolarmente cretine e sulla cui buona fede nutro gran copia di dubbi.
Segnalo comunque i due temi principali della questione (al momento, e si spera per poco).

Valutazione di una prova di valutazione
La prova in questione sarebbe quella nazionale, elaborata dall'INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e formazione), giunta quest'anno alla sua seconda edizione.
L'anno scorso era sorto il dubbio che gli insegnanti "avessero aiutato" gli alunni, anche se non mi risulta che la cosa sia stata effettivamente dimostrata. Ad ogni modo quest'anno, onde evitare il ripetersi di tale indimostrato ma increscioso comportamento, era stato chiesto che alla sorveglianza delle prove in questione NON partecipassero i professori delle discipline. Così è stato nella mia scuola, dove i miei amati alunni si sono affaticati sulla prova mentre io dormivo il sonno del giusto o cazzeggiavo in rete (ci ho i testimoni); detto per inciso, un controllo dei verbali potrebbe stabilire se così è stato o non è stato anche nelle altre scuole, e soprattutto nelle cosiddette scuole-campione.
E' stato fatto questo controllo? Non risulta.
La metodologia di correzione e di valutazione delle prove era folle, oltre che molto complicata. Nella mia scuola ci si sono persi, e così forse è stato anche altrove. Ma anche se nessuno a parte noi si fosse perso, i criteri di valutazione avevano un bel margine di opinabilità. Già il semplice fatto che, almeno per la prova di italiano, ci fossero due diverse possibilità di conteggio dei punti lascia decisamente perplessi.
Giunta al momento di valutare i risultati, l'INVALSI stabilisce che i risultati nudi e crudi delle scuole campione non vanno bene. Tali risultati, allo stato brado, segnalano che sia in italiano che in matematica... la preparazione degli alunni del Nord Italia è inferiore. Per Italiano risulta una leggera superiorità dell'Italia centrale, seguiti dalle regioni meridionali, per matematica le regioni meridionali primeggiano senz'altro. A questo punto i solerti tecnici dell'Invalsi sono intervenuti con appositi correttori statistici e, basandosi sull'evidenza che in alcune regioni molti insegnanti avevano suggerito agli alunni le risposte giuste o li avevano lasciati copiare tra loro, hanno ricorretto i dati alla luce di alcuni specifici fattori statistici, riportando i risultati ad una più ragionevole superiorità delle regioni settentrionali in entrambe le materie.
Naturalmente dall'Invalsi hanno spiegato che tutto ciò è stato fatto senza alcun pregiudizio campanilistico ma solo per questioni di attendibilità statistica (beh, che altro potevano dire?) e che si tratta ancora di dati grezzi, basati sul famoso "campione significativo" che da più di trent'anni infelicita le nostre maratone elettorali (e allora, se sono ancora dati grezzi, perché non vi mettete un sano tappo in bocca invece di parlare a bocce ferme?). Ed è vero, come ricorda Luca Ricolfi in un articolo che contiene molte ragionevoli considerazioni, che questo tipo di correttivi si usano spesso, in statistica. Il punto però è che i criteri con cui stabilire i correttivi non li dà Gesù Bambino (e nemmeno il Grande Mazinger), e che se il lavoro di correzione non è fatto bene rischia di taroccare pesantemente i risultati. L'INVALSI non si è mostrata in grado di proporre delle prove attendibili, e soprattutto ha fatto un gran pasticcio con le griglie di correzione. Possibile che siano diventati tutti dei fulmini di guerra proprio al momento di usare i correttivi? E soprattutto, quand'anche i correttivi fossero ben calibrati, siamo sicuri che fossero validi i risultati su cui sono stati usati?
E dunque davanti ai dati ancor grezzi mi sorgono spontanee alcune considerazioni ancor più grezze:
1) Quando accusi la gente di copiare devi avere delle prove, se vuoi evitarti spiacevolissime conseguenze
2) Perché l'Invalsi ha mandato delle procedure di correzione cervellotiche assai e tanto facilmente manipolabili?
3) Cosa me ne faccio delle valutazioni su una prova di valutazione dove probabilmente buona parte dei risultati sono sbagliati anche se non necessariamente per malafede?
4) perché l'Invalsi non ha effettuato la correzione delle prove in proprio? E magari non ha gestito in proprio tutta la prova?
Sì, certo, si sa che son cose che costano. Se costa troppo si potrebbe magari, nei primi tempi, limitarsi al solo campione rappresentativo... e comunque se il ministero vuole dei riscontri oggettivi dovrà ben adattarsi a tirare fuori un po' di soldi.
5) perché gli insegnanti di italiano dell'Italia centrale sarebbero più inclini a proteggere i loro studenti dei loro omologhi di matematica?
6) al Nord gli stranieri abbondano, al Sud scarseggiano. Pole essere che ciò abbia un qualche effetto sui risultati?
7) come si spiega la forbice tra Nord e Sud quando, a sentire la Lega, le scuole del Nord sono letteralmente invase e infestate da insegnanti meridionali, che in quanto meridionali sono notoriamente incapaci?
8) è il caso di tenersi un ministro che, tra tante regioni, ha scelto proprio quella col presunto maggior tasso di lassismo per fare l'esame di Stato (e infatti di legislazione e legilproduzione e pure di legilimanzia ci capisce veramente il giusto, basta vedere i casini che ti combina)?
9) siamo davvero tanto sicuri che al Nord conoscano l'italiano meglio che al Sud?

L'ultimo punto mi sembra particolarmente dubbio perché sono gli stessi settentrionali, per bocca dei rappresentanti in parlamento da loro liberamente scelti, a confessarsi in difficoltà con la lingua nazionale, tanto da volere insegnanti che conoscano il loro dialetto.
E qui si innesta la seconda telenovela estiva (che in realtà ha ben poco a che vedere con la scuola, molto con l'attuale situazione politica e praticamente nulla con la preparazione linguistica dei ragazzi delle regioni settentrionali)

L'importanza di parlare il dialetto
Si tratta di una vicenda in bilico tra delirio e ridicolo (come quasi tutto quel che riguarda la scuola da qualche anno a questa parte). In sintesi:
durante la legislatura 2001-2006 Valentina Aprea era vicesegretario all'Istruzione e faceva e disfaceva a piacer suo (anche se non sempre in modo che rendesse onore al suo senno). Nella legislatura attuale qualcosa deve essere cambiato negli equilibri di potere; sta di fatto che hanno abolito le SSIS, di cui Aprea era paladina e patrona, e l'hanno mesa a presiedere la Commissione Cultura. dove è partito un lungo confronto et ampio dibattito su un suo progetto di legge legato al reclutamento degli insegnanti, alle scuole che diventavano fondazioni e a un'infinità di altre cose tutte di ambito scolastico. E' passato un anno ma sono ancora lì a discutere, anzi erano ancora lì a discutere finché, in data 28 Luglio, la Lega chiede che venga attestata con un apposito test la conoscenza da parte dei docenti della storia, della tradizione e del dialetto della regione dove vogliono insegnare.
La deputata Aprea cerca di capire se stanno facendo sul serio e, dopo un tentativo di mediazione, risulta che sì, farebbero sul serio. A questo punto la signora, comprensibilmente scoraggiata dall'idiozia della proposta, ne conclude che non c'è la volontà (o la possibilità) politica da parte della maggioranza di portare avanti il suo disegno di legge. In pratica getta la spugna.
Che il disegno di legge Aprea finisca alle ortiche sembra un'ottima cosa a chiunque abbia avuto la ventura di darci un'occhiata, ma è probabile che né il dialetto né la proposta di Aprea siano il vero punto della questione; diciamo che in questo momento la presidenza del consiglio è piuttosto indebolita da certe sue vicende private o simil-private e la Lega sta cercando di approfittarne, come pure alcuni rappresentanti degli elettori del Sud. Del resto la proposta della Lega, oltre ad essere decisamente balorda, è anche inapplicabile per svariati miliardi di ragioni, compreso l'immane numero di dialetti che pullulano per ogni dove nella nostra penisola.
La Lega comunque insiste, anche perché il sacro rito di Pontida è alle porte e qualcosa dovrà ben raccontare ai suoi elettori più fedeli. Abbiamo così avuto tale ministro Zaia che si è lamentato che i libri di storia scolastici non si occupano di storia locale, e per fare un esempio non ha citato la storia di Caltanissetta, Latina o Cividale del Friuli (le cui pur affascinanti vicende sono effettivamente trattate con una certa approssimazione nei manuali) ma... Venezia (!) dimostrando con ciò di non aver mai aperto un libro di storia in vita sua, né a scuola né dopo, e di non avere la benché minima idea di quel che si intende per "storia locale".

Vedremo più avanti se e come continuerà la crociata anti-sudista, o se le grandi manovre dopo Ferragosto porteranno a qualche offensiva sulla scuola legata a temi completamente diversi.

domenica 2 agosto 2009

Arrivano gli e-book?



Si sa che l'attuale governo dice un sacco di cose (non sempre coerentissime tra di loro); tra l'altro ha detto, anzi legiferato, in occasione dell'ultima finanziaria, che fra due anni i libri dovranno essere "in versione on line scaricabili da internet o mista". Si tratterebbe di cominciare nell'anno scolastico 2011-2012.
Con mia infinita sorpresa, qualcuno sembra avere preso sul serio questa specie di pesce d'Aprile passato a Giugno, sia tra gli insegnanti che tra gli editori. Qualche tempo fa Faraona aveva fatto uno status questionis dell'affaire con un sacco di link per fare il punto della vicenda, tra i quali segnalo un'analisi di Guastavigna e una di Noa Carpignano, editore assai addentro alla questione. Navigando allegramente per la rete sulla scorta di queste e altre indicazioni e alla luce della mia conoscenza dei fatti mi sono vieppiù rafforzata nella convinzione che questa legge non avrà luogo nei tempi indicati per manifesta impossibilità
Partiamo dalle basi: per gestire un e-book ci vogliono, quantomeno, un programma apposito, un computer o almeno un lettore di e-book... e una stampante.
Per quanto si parli e a volte straparli di nuove generazioni digitali, siamo in Italia. Non tutti hanno il computer, non ce li puoi obbligare, tanto meno puoi obbligare i genitori (già, i genitori. O davvero speriamo che i bambini delle elementari si gestiscano in proprio i loro libri di testo anche al primo biennio?).
Stesso discorso per le scuole. L'attrezzatura informatica di molte scuole è... diciamo bassina, con macchine non proprio modernissime e stampanti che se non sono a margherita poco ci manca.
Poi vengono gli insegnanti. Non siamo tutti analfabeti informatici, assolutamente no. Di qui a lavorare con i libri elettronici però ce ne corre.
Certo, gli insegnanti possono essere istruiti e le macchine comprate. Basta sapere chi paga. La scuola dove lavoro al momento ha un laboratorio (piccolo e scassato) di informatica e due stampanti dicesi due, rigorosamente per fogli in A4.
Se l'idea è che "il libro elettronico non va stampato, va usato sullo schermo" l'idea è demenziale oltre che scomoda, faticosa e nociva per gli occhi dei giovani rampolli incautamente affidati alle nostre mani. Magari sarebbe più fattibile se tutti avessero a disposizione schermi della nuova generazione. D'altra parte, se fossi Sailormoon andrei in cerca del seme di stella invece di scrivere un blog sulla scuola.
Ancor più dolente è la situazione degli editori scolastici. Siamo sinceri, nella maggior parte dei casi non sanno fare nemmeno i libri su carta, figurarsi quelli elettronici. Cioè, magari gli editori saprebbero o potrebbero cercare di sapere, ma gli autori? Un e-book va concepito in modo diverso da un libro consueto. L'idea "vi diamo il libro così com'è, voi lo stampate ed ecco il libro elettronico" non è nemmeno da prendere in considerazione perché produrrebbe solo una copia più scialba del libro come lo conosciamo oggi. L'idea di fare un libro, o meglio un sussidio, di tipo diverso sembra al momento impraticabile con le teste di cui disponiamo.
Adesso, siccome sono un'appassionata di fantasy nonché una colta dama molto amante dei libri, dell'insegnamento e dell'informatica, voglio provare a immaginare come potrebbero funzionare gli e-book per le mie materie.
GRAMMATICA: oh sì, mi piacerebbe moltissimo una bella grammatica senza fronzoli e disegnini e soprattutto senza carta patinata: una bella grammatica liscia e severa che contenga solo la grammatica. Un bel manuale.
No, non funzionerebbe lavorarci su schermo, nemmeno per gli esercizi. Perché gli esercizi, poi, li dobbiamo correggere in classe. Venti computer più il mio, in un immane groviglio di fili elettrici, per controllare che tutti abbiano ben individuato il predicativo del soggetto e usato correttamente i pronomi personali?
Mi viene il mal di testa solo a pensarci. Per la grammatica ci vuole la carta, di questo sono fermamente convinta. Carta ben rilegata, perché il libro va usato molto. Gli editori potrebbero, già da ora, darmi un bel manuale liscio ed economico, ben fatto e con tanti esercizi.
Certo, se al libro fosse affiancata la versione on line che permettesse all'alunno di andare a controllare quel che non ricorda con una stringa di ricerca, invece di scartabellare furiosamente, sarebbe comodo. Ma il libro è irrinunciabile. E lo voglio rilegato. L'editore è lì per quello, per rilegare libri, possibilmente usando una colla decente. Non speri di cavarsela lasciandoci soli, io, i ragazzi e le famiglie, alle prese con le stampanti a margherita che hanno illuminato i luminosi anni della mia giovinezza, quando lavoravo alla tesi.

ITALIANO, lettura.
Ah, qui sì che l'e-book potrebbe fare meraviglie. Una bella antologia vastissima, da cui scegliere di volta in volta i testi o le sezioni che mi interessano, senza carta patinata e senza i soliti demenziali disegnini e quegli enormi margini bianchi. A fine anno le famiglie pagano solo quello che ho fatto scaricare. Certo, non vorrei quei brani da quindici righe circondati da tre chili di introduzione, vorrei dei testi VERI, di varie pagine. Ci sarebbe senz'altro un bel risparmio di carta.
Gli editori accetterebbero di vedere così ridotti i loro introiti?
Potrebbe convenirgli, visto che al momento la mia scuola di pensiero è "non comprare l'antologia e fai lavorare la fotocopiatrice". Peccato che non abbia mai potuto metterla davvero in pratica perché l'antologia l'ha sempre adottata qualcun altro per me.
Vantaggi analoghi si potrebbero avere con i libri di Educazione Musicale, ripensandoci.
Sì, in quel caso il risparmio ci sarebbe.
Sono malpensante se dico che disfarsi dell'antologia così come la conosciamo si rivelerà un'impresa improba?

STORIA: qui cascheranno un bel po' di asini, temo. Un manuale di storia ci vuole, e non basta un testo scritto, ci vogliono le illustrazioni, gli esercizi, le cronologie e tutto il resto. Ma in effetti un bel testo elettronico di appoggio per gli approfondimenti, altre immagini, documenti, laboratori etc, sarebbe proprio carino. Un anno potrei fare il laboratorio sulla rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, un anno invece tormentare i miei sventurati allievi con le varie rivoluzioni inglesi del Seicento fino a fargli chiedere pietà in ginocchio e un anno fargli fare un bello studio parallelo sull'evoluzione delle armi e dell'esercito. Anche lì, pagare solo quello che si è effettivamente scaricato, a fine anno. Qui gli editori dovrebbero darsi effettivamente da fare e non tutto andrebbe stampato: spesso le immagini risultano molto migliori sullo schermo che nella stampa.

GEOGRAFIA: qui varrebbe perfino la pena di sfidare la giungla dei cavi elettrici, anche solo per le carte geografiche e tematiche e le varie tabelle. Un testo di appoggio su carta ci vuole, si capisce. Ma, ad esempio in terza, si potrebbero scegliere gli stati da studiare e perfino l'impostazione con cui studiarli. Per fare qualcosa di adeguato gli editori dovrebbero decisamente darsi da fare, ma il risultato potrebbe essere entusiasmante, specie se in classe si dispone di una bella lavagna digitale. In effetti i libri di geografia sono quelli in maggior trasformazione (a volte con risultati orripilanti) e la materia è molto elastica, potrei quasi dire liquida, e dunque un bel testo liquido potrebbe essere assai profittevole da usare.
Tra l'altro gli editori non avrebbero più scuse per rifilarci testi ancorati agli avvenimenti di cinque anni fa e tabelle con i PIL e gli indicatori economici vecchi e decrepiti.

Ci arriveremo?
Oh sì, ci arriveremo. Non in tre anni ma ci arriveremo, specie per storia e geografia. Prima o poi gli editori si accorgeranno che l'esistenza di san Google rischia di rendere sempre più inutile una buona parte della loro produzione...