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domenica 5 luglio 2026

Rigoletto, ovvero sui genitori troppo apprensivi

Questa mamma gatta è estremamente protettiva. Forse troppo? Non necessariamente.

Dopo il perfido lockdown le abitudini delle famiglie di St. Mary Mead si sono fatte molto più casalinghe: laddove era consueto fare periodiche spedizioni di shopping e spedire in terza media i pargoletti ai cinema nel centro storico di Firenze, grazie anche ad un eccellente collegamento ferroviario, ormai il raggio d'azione e la frequenza delle spedizioni si sono molto ridotte, e poi si sa che per le compere c'è Amazon - insomma l'esperienza del teatro, che già era decisamente sporadica, sembra quasi sparita dai radar, e anche se la scuola ogni anno produce un simpatico spettacolino in coda al laboratorio teatrale (quest'anno addirittura in un vero teatro di paese con un vero palcoscenico) non mi sembra esattamente lo stesso che sperimentare uno spettacolo teatrale con tutti i crismi vissuto nella comoda parte di spettatore.
Così, mossa da nobile spirito missionario e da una simpatica serie di offerte di matinée a prezzi stracciati, ho cominciato a portare le mie classi al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, vuoi perché con gli spettacoli musicali mi oriento meglio, vuoi soprattutto perché per noi provinciali raggiungere i più moderni teatri di periferia, che pure offrivano opportunità molto allettanti, è assai complicato senza pullmini*, mentre il Teatro del Maggio si raggiunge in pochi minuti dalla stazione centrale di Firenze. 
Quest'anno ho potuto contare su uno Schiaccianoci per la Prima, ma per la Seconda mi sono trovata davanti a due possibilità in un certo senso  equivalenti, ovvero due spettacoli tratti dal Rigoletto e dal Ballo in maschera. E qui provo a spiegarmi, anche se ai miei occhi di melomane è un discorso talmente chiaro che spiegarlo mi sembra quasi offensivo - ma magari chi passa di qui non si è necessariamente consumato gli occhi a studiare i delicati collegamenti tra musica lirica dell'Ottocento e politica del tempo.
Sul piano musicale e narrativo le due opere sono abbastanza diverse, ma hanno in comune un tratto: entrambe finiscono col tentativo, perfettamente riuscito nel Ballo e miseramente fallito nel Rigoletto, di uccidere un re che nel frattempo era diventato qualcosa di molto diverso da un re, per effetto della censura austriaca -che, come tutte le censure di ogni tempo e luogo, non ha mai avuto alcuna remora a coprirsi di ridicolo.
Il soggetto di Rigoletto è tratto da un dramma di Hugo intitolato Il re si diverte**. Il re in questione è Francesco I di Francia, che nel dramma riesce a complicare non poco la vita del suo buffone di corte tanto che il poveretto, esasperato oltre ogni dire, arriverà al punto di cercare di ucciderlo riuscendo invece a fare ammazzare la sua figlia, che voleva proteggere. 
La censura trovò il dramma immorale e soprattutto deprecava  l'idea di uccidere un re, perché davvero non era il caso di mettere in testa al pubblico strane idee in un periodo in cui ogni due per tre scattava qualche insurrezione, senza contare che in tempi ancora recenti un re di Francia era stato appunto ucciso e...
Verdi si seccò abbastanza: non gli pareva che il soggetto fosse per niente immorale e gli sembrava che la storia funzionasse benissimo proprio come se l'era immaginata Hugo, ma finì per accettare di trasformare il re di Francia in un Duca di Mantova ed evitò con cura di indagare sul perché l'assassinio di un duca italiano fosse meno improponibile di quello di un re di Francia.
Qualche anno dopo si cimentò poi con un libretto tratto da un dramma di Scribe che raccontava una versione piuttosto romanzata dell'assassinio (storico, avvenuto appunto durante un ballo in maschera) di Gustavo III di Svezia. Anche stavolta l'assassinio durante il ballo diventò accettabile solo dopo che il re era stato trasformato... nel governatore di Boston, che a quanto pare poteva essere ucciso senza troppi problemi. Già che c'era la censura trovò anche da ridire su un paggetto en travesti*** e cercò di trasformarlo in un armigero con voce di basso (probabilmente anche all'epoca stavano già in fissa per la grave questione del gender) ma su questo Verdi tenne duro e, vivaddio, Oscar rimase un soprano leggero.
Entrambe le opere si prestavano dunque a un approfondimento sull'importanza politica della musica durante il Risorgimento****, con tanto di ascolto di Va' pensiero e riflessione sul fatto che i re non si potevano uccidere mentre i governatori e i duchi magari sì; tuttavia, considerati attentamente gli intrecci e la brochure introduttiva della compagnia che aveva organizzato lo spettacolo, trovai che nel caso di Rigoletto si puntava abbastanza sul tema della reclusione di Gilda e della protettività piuttosto esasperata di suo padre Rigoletto - un tema decisamente attuale in un'epoca in cui bambini e adolescenti sono stressati da un forte eccesso di sorveglianza che si ingegnano in ogni modo per aggirare, non di rado con considerevole successo*****.

Questi spettacoli richiedono spesso un lavoro preparatorio in classe. Nel caso del Rigoletto  però si trattava solo di raccontare la trama ai ragazzi e di fargli fare un po' di ascolti di brani celebri - in questo caso di quattro dei moltissimi brani celebri dell'opera. La selezione puntava più sul duca di Mantova che su Rigoletto, e la versione richiesta era una delle moltissime dove il duca era Pavarotti, ovvero probabilmente il miglior duca di Mantova di tutti i tempi, assolutamente mirabile per la disinvoltura con cui maneggia l'altissima tessitura di un personaggio che della disinvoltura fa il suo punto di forza: dopo le prime note di Questa o quella anche il più sprovveduto studentello delle medie è perfettamente in grado di inquadrare il duca - uomo di sentimento e uso a impegnarsi con grande leggerezza, molto fiducioso sia nell'inevitabile effetto del suo fascino che nella sua gran fortuna - entrambe caratteristiche che non mancheranno di assisterlo facendolo uscire del tutto illeso da una trama assai ricca di sventure per tutti gli altri protagonisti. 
Benissimo per gli ascolti, dunque... ma la trama?
Raccontare un'opera lirica è sempre piuttosto complicato, specie se l'opera è di Verdi. Raccontarla a un gruppo di fanciulletti quasi del tutto ignari delle perversioni degli intrecci ottocenteschi, peggio che mai. Dopo averci pensato su decido di fare come gli organizzatori dello spettacolo e di puntare sul Duca di Mantova, che è una sorta di motore immobile della vicenda circondato da un nugolo di vespe impazzite che ronzano senza sosta per tre atti.
Così ho trasformato l'opera in una costellazione che ho disegnato alla lavagna: al centro Lui, poi gli altri.
Prima caratteristica: tutte le protagoniste lo amano, perfino Maddalena che si suppone abbia sviluppato un certo pelo sullo stomaco a forza di attirare uomini a casa perché il fratello Sparafucile abbia modo di ammazzarli a suo agio: anche con lei bastano due paroline dolci e ben cantate e già prega il fratello perché questa volta ammazzi il committente, invece della vittima designata******.
E già mentre disegnavo alla lavagna la costellazione mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: il Duca viene perfettamente descritto già nei primi dieci minuti dell'opera. Inizia chiacchierando con un cortigiano di una bella ragazza che sta cercando di farsi (ed è Gilda, la figlia di Rigoletto), subito dopo va a corteggiare la contessa di Ceprano sotto lo sguardo piuttosto risentito del marito, spiega poi a piena voce che questa o quella per lui pari sono e definisce la costanza come un tiranna del cuore morbo crudele predicando invece le gioie del libero amore. Subito dopo veniamo a sapere che ha anche un'amante più o meno ufficiale lì a corte. 
Nel secondo atto apprendiamo che ci ha pure una una legittima consorte che, molto saggiamente, quando gli vuol parlare manda prima un paggio ad avvisarlo, e infine nel terzo atto scopriamo che nei pochi giorni coperti dalla vicenda ha anche messo gli occhi su Maddalena. A tutte (tranne che alla moglie, che del resto non compare mai in scena) canta bellissime canzoni d'amore appassionate e tutte abboccano come carpe - compresa Maddalena che, a giudicare da quel che sappiamo di lei, un po' di mondo l'ha pur visto.
In più, durante le due ore e qualcosa che dura l'opera, lo vediamo sempre maravigliosamente involto in pasticci sentimentali ma mai, nemmeno per un minuto, intento ad occuparsi di alcunché che riguardi la gestione del suo ducato*******.

Più variegati i sentimenti che nutrono i personaggi maschili nei suoi confronti:  Rigoletto in parte lo ammira, in parte lo invidia e un po' lo detesta (insomma in un certo senso lo ama anche lui), i cortigiani notte e giorno sembrano ossessionati dalle sue tresche e mai cessano di leccarlo e di raccontargli pettegolezzi e di reggergli il candeliere, poi c'è Sparafucile che, vivaddio, di lui se ne frega e vuole soltanto contentarlo... ma comunque accetta per una volta di deviare dalla (sua) retta via e di risparmiarlo, e infine il duca di Monterone, padre molto contrariato dell'amante ufficiale, che non lo ama affatto ma si rassegna al fatto che, alla faccia della maledizione che gli ha lanciato, il Duca sia destinato a vita lunga e felice. 
E il Duca, si ama? Parrebbe proprio di sì: sembra assai convinto di essere molto, molto ganzo e niente di quanto succede nell'opera gli fa cambiare minimamente idea. Nel suo caso, l'arco narrativo proprio non esiste, e alla fine dell'opera è esattamente come quando lo abbiamo incontrato all'inizio del primo atto: lo sentiamo cantare il ritornello de la donna è mobile mentre ritorna a palazzo, beatamente ignaro di essere scampato alla morte - e non resta che concludere che Monterone ha ragione e che il Duca ha una fortuna sfacciata. 
Gilda non si fa problemi e ama tutti: suo padre, il Duca... nemmeno porta rancore a Maddalena, anzi stabilisce che, se perfino Maddalena, che è una donnaccia, prega per la vita del Duca, tanto più lei, Gilda, è tenuta ad aiutarlo. E lo aiuta. Con risultati che magari possono non sembrare pienamente positivi allo spettatore, ma lei ragiona in modo diverso e alla fine riesce a rimanere fedele al suo sogno - e a realizzare il sogno di quasi qualunque personaggio di Verdi, ovvero morire.
La classe esamina il campo di forze alla lavagna e discute. Naturalmente ben presto viene fuori la Grande Domanda che prima di loro si sono fatti intere generazioni di melomani: ma non è che Rigoletto si è messo nei pasticci da solo? 
"Se invece di tenere Gilda reclusa l'avesse lasciata libera di fare una vita normale, probabilmente lei e il Duca non si sarebbero incontrati mai".
"Possibile" convengo io "Ma avrebbe comunque incontrato qualcuno che le sarebbe stato dietro, magari il garzone di un calzolaio o un apprendista o roba del genere".
"E allora? Chiunque sarebbe stato meglio del Duca. Magari col garzone del macellaio sarebbe stata benissimo e avrebbe avuto una vita felice".
L'obiezione è molto valida, ma non so come spiegargli che Rigoletto non voleva solo evitare che Gilda si innamorasse del Duca di Mantova, voleva evitare che si innamorasse di chiunque. Non doveva contaminarsi (ma Gilda non è comunque tipo da farsi contaminare, muore innocente così come innocente è nata e vissuta).
Son cose difficili da spiegare a dei ragazzi di dodici anni, che comunque anche così hanno colto il centro della questione: in quelle condizioni, Gilda diventata una preda predestinata del Duca, e Rigoletto cercando di evitarlo ha manovrato in modo da rendere un incontro col Duca quasi inevitabile. 
Così, dopo aver convenuto con tutti loro che cercare a tutti i costi di evitare qualcosa è un ottimo modo per sbatterci contro le corna, passo agli ascolti, non senza avergli ricordato che parlare con i genitori è sempre importante******** che è poi la chiave dell'interpretazione dello spettacolo che vedranno di lì a un paio di giorni.

* che da qualche anno chiedono cifre abominevoli, e anche il comune di St. Mary Mead si è fatto assai più tirchio
** il quale dramma in verità aveva avuto a sua volta notevoli guai, tanto che era stato direttamente vietato. Hugo non la prese benissimo, e ci scrisse su una dissertazione lunga e fitta di argomenti secondo me più che validi.
*** chiamansi così i ruoli di giovani maschi cantati da contralti o soprani - per esempio Cherubino nelle Nozze di Figaro.
**** ma del resto, quando mai la musica non ha avuto una forte rilevanza politica? Davvero non c'era motivo che proprio il Risorgimento italiano facesse eccezione.
***** e qui si potrebbe discutere a lungo sul diritto del prigioniero a tentare la fuga e sulla singolare incapacità degli adulti di organizzare una sorveglianza ragionevole ma non troppo appariscente, che del resto è un tema tuttora molto attuale.
****** proposta cui Sparafucile ribatte indignato "Che diavol dicesti? Un ladro son forse? Son forse un bandito?" e se è pur vero che Sparafucile non è un ladro, purtuttavia per un uomo che uccide su commissione "bandito" non è una definizione del tutto fuori luogo.
******* al contrario del governatore di Boston del Ballo in maschera che, per quanto indubbiamente innamorato, è sempre occupatissimo con questioni politiche e amministrative.
******** e per la verità Gilda ci prova in diverse occasioni, ma Rigoletto è il classico personaggio che, almeno con sua figlia, non risponde mai alle domande che la poverina gli fa.

domenica 31 dicembre 2023

Il divario generazionale (post confuso e inconcludente ma scritto con tanto sentimento)

I ragazzi di oggi non sono strani, sono solo un po' imprevedibili

Ho cominciato a insegnare quando avevo trentotto anni. Tra me e i miei alunni c'era una generazione abbondante* ma all'epoca ero più giovane di buona parte dei genitori con cui parlavo. 
Conoscevo molte delle loro letture, abbiamo vissuto insieme la seconda parte, quella più drammatica, della saga di Harry Potter e con loro ho parlato dei film del Signore degli Anelli. Ho condiviso anche una parte dei manga che leggevano; guardavano Inuyasha, Ranma e Gundam che era finalmente ritornato sugli schermi dopo una lunga serie di diatribe legali; ci scambiavamo battute sui Super Sayian. Conoscevo le canzoni che ascoltavano.
Non ero una di loro, naturalmente, e non ho mai cercato di esserlo, ma eravamo relativamente vicini. In tanti non avevamo il cellulare. Gli davo consigli su come navigare in rete - questo, in effetti, lo faccio ancora. Il canone della letteratura era ancora quello con cui ero cresciuta io.
Gli anni sono passati. Le canzoni che girano oggi non le capisco più - credo sia un fatto genetico, la musica si evolve e le frequenze cambiano, anche i miei facevano fatica a capire perché certe musiche mi piacevano, e non per partito preso. I classici per ragazzi dell'Ottocento non fanno più parte delle letture quasi obbligatorie i bambini, i mangaka hanno cambiato tratto e solo di recente mi ci sto riconciliando (in compenso è diventata estremamente di moda la favola dello Schiaccianoci, tanto che l'immane quantità di principi Schiaccianoci che ho trovato in giro questo Natale mi ha quasi dato il rigetto). Il cambiamento è arrivato gradualmente ma me lo sono trovato davanti con più evidenza dopo quel gruppo di anni che per me comprende prima la mia malattia e poi il tempo della pandemia.
In mezzo a questo gruppo di anni ci sono state anche altri fattori: la guerra in Ucraina, che ha cambiato il modo di vedere il mondo, le alleanze e perfino gli eserciti, ma anche il tema dell'ecologia - che siamo d'accordo che circolava già quando facevo le elementari, ma che adesso ha una presa molto diversa - per esempio un gruppo non minimale nella Terza Sfigata è vegano e i ragazzi sanno una infinità di cose sulle tematiche ambientali e sulla transizione energetica.
Questo influisce anche sui programmi: è diverso l'approccio alla geografia ma anche il modo di interpretare la storia, e non solo quella dell'ultimo secolo; il canone letterario sta scivolando in direzioni imprevedibili - e non parliamo della mitica questione dell'LGBT+, dove sono ben più istrutti di me, laddove fino a pochi anni fa mi ritrovavo a spiegare pazientemente a taluni che essere gay non era una malattia né una criticità. Inoltre la disastrosa esperienza del lockdawn ci ha assai più informatizzati, accelerando molto un processo che era già in atto da diversi anni.
Concludendo questa colossale vasca di acqua calda, dopo vent'anni passati a dire che in sostanza non vedevo tutta questa differenza tra le nuove generazioni e quella in cui ero cresciuta io, adesso la differenza la vedo eccome. Probabilmente è stato un progressivo scivolare che i due anni della malattia, in cui ho avuto una strabordante quantità di tempo per pensare ai massimi sistemi, mi hanno aiutato a mettere a fuoco, ma ci sono stati anche dei discreti scossoni dal mondo esterno.
E poi ci sono stati anche gli anni che passavano: quando sono salita in cattedra per la prima volta avevo smesso di studiare da pochi anni (mi sono laureata con comodo, ma poi ho anche fatto due anni di scuola archivistica). Adesso sono quasi venticinque anni che insegno e più di quindici che ragiono sul fatto di fare l'insegnante da questo blog; quando ricordo i tempi andati in cui ero alunna di solito esordisco con un "quando facevo questo e questo, cinquant'anni fa, era tutto diverso" per poi partire con i racconti accanto al fuoco e un nemmeno tanto vago tono da "tanto tempo fa, in una galassia molto lontana".

In mezzo a tutto questo, com'è cambiato il rapporto con i ragazzi?
Sostanzialmente in meglio - anche perché quando gli anni passano, si portano dietro anche quella santa cosa che è l'esperienza, che è sempre un grande aiuto per chi insegna, e quindi se una situazione si presenta all'apparenza nuova, ho comunque un archivio ormai abbastanza ricco da consultare. Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume, ma con l'andare del tempo ogni fiume presenta qualche tratto di somiglianza con altri fiumi conosciuti e anche se sei cambiato, da ognuno di quei fiumi hai imparato qualcosa - almeno, si spera. Dopo la malattia sono diventata molto più scivolosa e ho imparato molto sull'arte di ammorbidire il terreno prima di intervenire. Inoltre il fatto di avvertire i ragazzi come ormai tanto diversi da me mi ha reso molto più prudente ma anche più pronta a cogliere le atmosfere. 
Come si gestisce una classe di cui potresti essere la nonna? Molto semplicemente si fa la nonna. Le nonne, è noto, sono diverse da te ma sono indulgenti e comprensive e sanno tante cose (non tutte, certo. Ma nessuno sa tutto, giovane, vecchio o mezzano che sia). Inoltre i nonni hanno una loro autorità tutta particolare, un po' diversa da quella dei generici adulti
Per loro sono diventata una figura fuori dal tempo. La loro vita non sarà con me, sarà con i loro compagni o con chi ha l'età dei loro genitori. Io sono una specie di terra franca con cui possono essere sé stessi senza preoccupazioni. I nostri mondi sono diversi, ma possiamo sempre incontrarci in molti punti, e io so raccontare un sacco di storie che loro non conoscono.

In sintesi, come si gestisce il divario generazionale?
Non si gestisce, si vive. Si prende atto che le cose sono diventate diverse ma senza cercare di cancellarle, queste differenze, e senza cercare di forzare nessuno in un canone che non funziona più.
Poi ci sono i pronomi, certo. Le nuove generazioni devono, anche loro, soprattutto loro, saperli usare bene. C'è l'ortografia, che un po' sta cambiando ma non quanto credono loro - per lo meno, non ancora. E ci sono anche gli inevitabili cambiamenti lessicali e pure grammaticali che ci ricordano che magari l'Italia è un paese in decadenza (ma chissà, lo siamo già stati tante e tante volte...) però evidentemente è vivo e lotta insieme a noi, visto che la lingua cambia.**
E poi, da chi è diverso da noi, c'è sempre tanto da imparare. Vale per me e vale per loro.
Buon anno a tutti, e possano gli inevitabili e spesso auspicati cambiamenti essere positivi per tutti.
"Little Balls of Purr" by Dragarta.
(sì, mi identifico molto con la Nonna Draga)

* o forse due, adesso le calcolano in modo diverso, dieci anni invece di venti, mi sembra.
** fermo restando che, cambiamento linguistico o no, i pronomi s'hanno a usare bene per riuscire a farsi capire.

venerdì 24 febbraio 2023

Siedi sulla sponda e aspetta, vedrai passare di tutto

Come tutti gli ucraini, anche i gatti di laggiù hanno un forte senso patriottico

Alle 4.07 di stamani, 24 Febbraio 2023, la guerra in Ucraina ha compiuto un anno.
E' stata sin dall'inizio una guerra complicata e terribilmente faticosa anche per chi come me la seguiva dalla poltrona, rigorosamente su YouTube perché i consueti notiziari mi sembravano vuoti e scarsamente informati.
L'ho seguita e la seguo con estrema dedizione, sciroppandomi le cartine militari e un sacco di live dei più vari canali, perfino uno filorusso, che rappresenta con estrema fedeltà la narrazione della guerra che il governo russo cerca di portare avanti, e dunque in certi casi può risultare interessante.
Ho evitato con cura di farmi una cultura sulle armi perché mi sembrava una causa senza speranza: di fatto, riesco a malapena a distinguere un carro armato da un paracarri, ma se anche decidessi di approfondire la mia cultura e uscissi dal limbo in cui il Leopard è un bell'animal con la pellicc maculat, cosa cambierebbe? Non è che aspettano me per decidere le strategie di guerra, e davvero fanno benissimo a non farlo. 
Tuttavia perfino una persona della mia totale ignoranza può trovare spunti di interesse, nel seguirne le alterne vicende armamentali (chissà se si dice così; ma ne dubito). 
E' una guerra combattuta tra due stati che un tempo han fatto parte dello stesso esercito e usato le stesse armi. L'Armata Rossa aveva un grandissimo arsenale, e fino a una certa data (inizio anni 80?) si trattava di roba davvero efficiente, tenuta con gran cura perché da un momento all'altro c'era la possibilità di dover combattere contro la NATO. Poi, piano piano, molte cose sono state abbandonate, stoccate, cannibalizzate, abbandonate - ché le armi costano parecchio quando le compri, ma costa anche tenerle in efficienza, e questo lo capisci anche con una laurea in latino medievale. Così abbiamo visto riemergere dai cimiteri dell'Armata armi degli anni 80, poi 70, poi 60... gli esperti di storia militare ci sono andati in sollucchero, come un medievista se trovano la tomba di un re longobardo appena scoperta.
E poi c'è l'altra caratteristica delle armi vecchie: funzionano solo con proiettili di vecchio tipo. E tutti i paesi dell'ex-Patto di Varsavia a frugare in cantina per vedere se trovavano qualche cassa di proiettili da dare all'esercito ucraino che, poverello, era rimasto a corto quasi subito, e a tirare fuori reperti museali e a rimetterli in forza per passarli ai vicini sotto attacco, mentre i soldati ucraini andavano all'estero a imparare a usare le armi nuove promesse dagli occidentali. E i meccanici russi e ucraini che si davano all'archeologia cercando di rendere efficiente questo e quello e a dare la caccia ai pezzi di ricambio. 
Fantasmi, fantasmi ovunque. Una guerra del XXI secolo combattuta con armi del XX più o meno restaurate, con modalità dell'inizio del XX secolo e qua e là spuntavano puntatori elettronici che andavano in qualche modo adattati alle vecchie armi... la Storia ha strani modi di vendicarsi.
Quasi subito si è cominciato a parlare moltissimo di logistica, una strana parola che conoscevo a malapena e che sta a indicare tutto ciò che riguarda l'organizzazione militare, dai rifornimenti all'addestramento degli uomini alla manutenzione e riparazione delle armi. Ho dunque imparato che sul piano logistico i russi funzionano malissimo e nemmeno gli ucraini erano dei fulmini di guerra ma si sono dimostrati disponibilissimi a fare i compiti a casa. Bravi ragazzi.
Naturalmente sono favorevolissima all'invio delle armi e dispostissima ad applaudire financo l'attuale Presidente del Consiglio se le manda*. Brava ragazza.
E di punto in bianco mi sono ritrovata nell'insolita parte di guerrafondaia militarista nonché filoamericana. La cosa non mi ha creato alcun problema sociale perché nel mio piccolo universo la mia posizione è talmente condivisa che nemmeno ne parliamo, e l'attuale presidente russo non è affatto ben visto (e non voglio nemmen provare a ridire come ne parlano gli alunni, con cui per vari motivi storici e geografici mi ritrovo a sfiorare l'argomento non meno di una volta a settimana). 
Lo strano è che ho sempre condiviso l'atteggiamento un po' snobistico del "sì, gli americani sono antipatici e imperialisti" pur possedendo solo strumenti informatici Apple, ascoltando di buon grado musica americana e guardando con gran piacere film e telefilm americani oltre a pascolare volentieri da McDonald. 
E sono sempre stata molto pacifista e contraria alle spese militari. Mettete dei fiori nei vostri cannoni, date alla pace una possibilità eccetera eccetera.
E ho odiato con tutte le mie forze le due guerre del Golfo (sì, anche quella con l'autorizzazione ONU. Davvero, non mi ha affatto convinta). All'epoca della seconda anzi venivo regolarmente insultata - non tanto io singolarmente in qualità di  Murasaki, ma quanto anonima partecipante tra chi deprecava queste guerre di aggressione e veniva definito perciò pacifinto perché sì, è vero che le guerre sono un male ma non quelle dove il governo decide di mandarci. A capo del governo ai tempi della guerra del 2002 c'era un tale (che ci ha pure fatto partecipare alla guerra in Afghanistan anche se, come ho scoperto in seguito, nessuno ce l'aveva chiesto e che in fin dei conti non è poi finita in modo così onorevole né per noi né per nessun altro) che non godeva delle mie simpatie, e sui suoi giornali e nelle sue televisioni veniva spesso esposta la curiosa tesi che sì, la pace, la pace, ma chi era contrario alla seconda guerra in Iraq lo era perché mancava di fibra morale. Io ero molto fiera di mancare di fibra morale, e avrei tanto voluto stare con i francesi e i tedeschi, che quella guerra si limitarono a guardarla da lontano rifiutando decisamente di averci a che fare. Ma sto divagando.
Insomma, sono guerrafondaia e pazienza, ma non riesco a capire perché sia deplorevole aiutare chi è stato attaccato, soprattutto se si trova a un passo dai confini di casa mia, che di fatto è l'Unione Europea.
E anche i polacchi mi sono sempre stati abbastanza sull'anima, ma ho molto apprezzato quella loro decisa tendenza a dar via anche le mutande per mandare soldi (e armi) all'Ucraina e frugare nelle cantine a caccia di residuati bellici.
Al contrario dei polacchi, i russi invece mi sono sempre piaciuti molto: ho un piccolo scaffale di classici russi, ho fatto una bella ricerca sulla rivoluzione russa per l'esame di terza media, tengo Il Maestro e Margherita sull'altarino, adoro l'inno russo (in versione comunista, dove citano Lenin), il mio film preferito è russo e a Natale in casa lo Schiaccianoci imperversa per settimane e settimane, senza contare che adoro il balletto classico. Mi dispiace molto che i russi si siano cacciati in questo pasticcio e vorrei tanto che la loro mattanza finisse - dopotutto, gli ucraini hanno almeno la soddisfazione di morire per difendere casa loro, mentre i poveri ragazzi russi mandati in guerra con l'equivalente delle nostre scarpe di cartone nemmeno quello, e ne muoiono anche di più. Chi attacca muore molto di più, ho scoperto - è proprio una legge matematica, e a ripensarci è anche abbastanza ovvio, però io non lo sapevo.
In questo anno, a forza di spulciare video ho imparato una immane quantità di cose che non sapevo.
Parecchia geografia, per esempio, e non solo io - è una vera sorpresa vedere i ragazzi di prima media alla scoperta della carta geografica d'Europa che si mostrano consapevolissimi dell'importanza del Dnipr/Nepr/Nipro e della Crimea, e chissà che non abbiano sentito nominare perfino la Transnistria. 
Inoltre ho scoperto (cosa ovvia, a pensarci) che eravamo abituati a sentire i nomi geografici dell'Ucraina nella loro versione russa. Bolzano non è Bolzano, è Bozen, Fiume sarebbe in realtà Viums, Caporetto si chiama Kobarid. E Kiev in realtà sarebbe Kijv (oppure Kyiv? In effetti sono entrambe traslitterazioni dal cirillico ucraino), e un sacco di altri posti hanno un nome impronunciabile in russo e un altro nome, a volte molto diverso ma altrettanto impronunciabile, in ucraino. I commentatori ci diventano pazzi.
E adesso so anche che esiste una chiesa ortodossa autocefala** ucraina e perfino - una scoperta fresca di questo Natale, che solo la febbre dell'influenza mi ha permesso di digerire senza conseguenze - che nella chiesa ortodossa ucraina il Natale si festeggia secondo il calendario cattolico/protestante appunto per differenziarsi dai russi che lo festeggiano nei giorni riservati al calendario ortodosso più classico; e qualcuno poi ci ha spiegato pure che in realtà negli anni del comunismo il Natale non si festeggiava affatto, solo un po' di straforo, e che dunque anche il Natale ortodosso era in un certo senso una novità. Alla fine di tutta quella storia mi sono ritrovata a pensare che il cattolicesimo romano ci avrà pure qualche limite, ma che già nel IV secolo aveva scelto come data per il Natale il 25 Dicembre e si è sempre attenuto a quella data per tutti i secoli dei secoli successivi, amen. Un po' di coerenza, vivaddio!
Ho anche imparato po' di storia sulla nascita della Russia, e parecchia storia recente e recentissima dell'Europa dell'Est, di cui i nostri manuali si occupano veramente col contagocce, oltre a parecchie notizie su come è montato il conflitto; volente o nolente mi sono trovata ad ascoltare infinite versioni sulla questione del Dombas (cui, ho scoperto con una certa fierezza, il manuale adottato fresco di pacca l'anno scorso aveva dedicato una paginetta più che dignitosa) e ho avuto un sacco di chiarimenti sulla misteriosa occupazione della Crimea di qualche anno fa, che è stata uno dei molti punti di partenza di questa storia, e che all'epoca avevo seguito con interesse e partecipazione, ma era stata ingoiata nel nulla con una rapidità sbalorditiva, almeno in Italia.
In effetti avvisaglie che Qualcuno, a Mosca, aveva idee strane del giusto spazio vitale che spettava alla Russia ce n'erano state da dare e da serbare. Rispetto agli anni 30 del secolo scorso però diplomatici, politici e militari avevano il grosso vantaggio di aver studiato su manuali di storia che raccontavano come si era arrivati alla seconda guerra mondiale, e alla fine qualche campanello era scattato sicché la situazione non li aveva trovati del tutto impreparati***.
Ho imparato anche un sacco di cose su come funziona un esercito. Nella mente di tanti di noi gli eserciti sono quelle robe che vanno a fare la guerra, con alterne fortune; adesso so qualcosa su come vengono riforniti, sui problemi che dà riparare un carro armato e che gli ufficiali e i sottoufficiali hanno funzioni importantissime che vanno al di là di puntare la baionetta sulle schiene dei soldati in trincea per spedirli all'attacco, tanto che la loro mancanza crea serissimi problemi, e so anche che l'esercito ucraino, che ai tempi dell'occupazione in Crimea era poco più che una raccolta di scalzacani, aveva passato una capillare riforma ad opera della NATO, che lo aveva organizzato all'occidentale (con ottimi risultati, a quel che sembra) mentre quello russo aveva avviato una riforma che aveva però abortito per ritornare all'organizzazione precedente, e questo aveva creato invece un sacco di problemi.
Un anno è passato e io mi sono tanto tanto aggiornata. Nel frattempo la guerra sembra essere svoltata, un passetto per volta. L'attacco russo ha sortito una serie di reazioni alchemiche di portata invero ammirevole: la NATO, che da parecchi anni vivacchiava con una certa aria di disarmo (dopotutto, era nata soprattutto per tenere testa all'URSS ai tempi della guerra fredda, ma ormai da tempo non esisteva più né la guerra fredda né tanto meno l'URSS; almeno, così sembrava) si è improvvisamente rinvigorita mettendo foglie e fiori e ricevendo richieste di annessione da due paesi che  suo tempo si erano fatti un vanto di non allinearsi con nessuno dei due blocchi; l'Unione Europea, che grazie alla pandemia aveva dimostrato una certa vitalità e una qualche consapevolezza di esistere, ha reagito con ammirevole rapidità e una coerenza di cui davvero non si era vista la minima traccia ai tempi delle guerre dell'Iugoslavia. 
Quanto all'Ucraina, paese all'apparenza diviso, del tipo "se metti insieme due ucraini avrai tre opinioni su tutto", ha improvvisamente scoperto una compattezza mai mostrata prima e adesso è piena di russofoni che durante l'anno han deciso che la loro lingua era l'ucraino e soltanto l'ucraino e al diavolo il russo (primo tra tutti il presidente Zelensky, di cui la maggior parte di noi non aveva mai sentito nemmeno parlare e che ormai è diventato un soggetto di conversazione comune quanto i più celebri calciatori). Insomma l'Europa sta cambiando pelle, ed è un processo affascinante ai miei occhi.
Tutto ciò avrebbe magari potuto maturare lo stesso, magari con tempi e forme diverse, ma ormai è andata così. Di sicuro, e questa è l'unico aspetto che trovo positivo di tutta questa vicenda (a parte l'innegabile importanza del mio aggiornamento) non una sola di queste conseguenze era stata minimamente prevista da colui che ha scatenato il conflitto, ed è stata per lui motivo di profonda irritazione.
E meno male, almeno questo.

*Naturalmente approvavo anche Draghi quando l'ha fatto, ma questo non è strano perché io, di tendenza, approvo Draghi anche solo per il modo con cui respira.
** giuro, si chiama proprio così
***anche perché i servizi segreti americani si erano dati ad analizzare la questione con una cura e uno scrupolo ben diverso da quello che, due anni fa, avevano dedicato alla partenza dall'Afghanistan, dove erano sembrati davvero portati dalla piena.

sabato 4 dicembre 2021

Diario di Natale - 2 - Ricordi spiccioli del Natale degli anni 60 (con un po' di anni 70)



Da bambina avrei molto apprezzato a Natale un salotto come quello della foto. 
Ma proprio non c'era verso; e non solo non lo avevo io, ma non l'aveva nemmeno nessuno dei nostri amici o parenti.
Non solo perché i caminetti, all'epoca, c'erano solo in campagna.
Non solo perché le candele non erano particolarmente associate al Natale, e in giro si vedevano solo candele rosse a tortiglione che la cera non l'avevano mai vista nemmeno di lontano.
Il vero punto era che i gadget natalizi erano ben pochi e al pranzo ci si limitava a tirare fuori il servito buono e il panettone era servito su un tradizionalissimo vassoio da dolci rotondo.
Insomma, era proprio l'andazzo della casa che non si prestava a quei begli scenari ipernatalizi che oggi usano tanto e che dalle Alpi in su sono del tutto consueti dalla notte dei tempi.
Erano i gioiosi e tanto amati anni 60, e l'arredamento che andava per la maggiore era decisamente geometrico ed essenziale. I miei, in particolare, andavano pazzi per lo "stile svedese", definizione con cui all'epoca veniva indicata una curiosa commistione di acciaio, legno verniciato e plastica, il tutto assemblato in mobili rigorosamente squadrati e spigolosi (e che dubito molto usasse in Svezia).
Siccome i miei genitori frequentavano soprattutto intellettuali e artisti legati alle avanguardie (la molto tradizionalista Firenze all'epoca era all'avanguardia in tutte le avanguardie) velluto e tessuti erano a malapena tollerati - giusto il minimo indispensabile per i divani - i cuscini scarseggiavano e tutti si ritenevano in dovere di ricoprire i loro pavimenti con stuoie di cocco. L'albero di Natale, di solito rigorosamente abbinato al presepe, faceva la sua brava figura, ma l'insieme della stanza non era molto natalizio.
All'epoca Natale cominciava più tardi. Le prime pubblicità apparivano sui giornali a Dicembre ormai avviato e le vetrine natalizie arrivavano solo a metà mese, quando anche a scuola ci si cominciava a dedicare ai lavoretti natalizi che spesso comprendevano un grande uso di quella che era chiamata "porporina" ma non era affatto di color porpora anche se, all'occorrenza poteva anche essere di un viola porpora - si trattava insomma di brillantini in polvere incollati sui biglietti di auguri tramite la leggendaria colla Coccoina. I miei biglietti di auguri non venivano mai granché bene, ma io adoravo comunque la porporina, come tutto quello che sbrilluccicava.
Le decorazioni luminose per la strada arrivavano anche loro un po' più tardi di adesso ma duravano un po' di più degli alberi e delle vetrine e di solito le smontavano solo dopo l'Epifania. Usavano molto i colori psichedelici e andava parecchio il rosa e il verdolino. Però era tutto molto metallizzato e questo mi piaceva.

L'albero di Natale era qualcosa che veniva fatto soprattutto "per i bambini", e una volta che questi erano cresciuti veniva abbandonato senza rimpianti. Così purtroppo avvenne anche a casa mia e di parecchi miei amici, alla fine delle medie. Io però non ero molto contenta, e qualche anno dopo cominciai a comprarmi ogni anno qualche addobbo che mi appendevo in camera, mentre quelli usati a suo tempo per l'albero restavano nel sottoscala ad accumulare polvere; quando anni dopo vennero tirati fuori, al momento della spartizione, la maggior parte risultò inservibile. Comunque conservo ancora una pallina di plastica ormai di un dorato molto sbiadito che un tempo era decorata a renne e che appendo solennemente all'albero ogni anno.
I nostri alberi erano qualcosa di grandioso, e solo alcuni amici con ricche ville ed enormi salotti potevano sfoggiare qualcosa di vagamente paragonabile. Tre metri e mezzo di altezza, e ci voleva la scala per decorarlo tutto. Il puntale veniva messo dal ballatoio della scala che portava in mansarda. Per decorare alberi del genere ci vogliono addobbi in quantità industriale, ma noi ne avevamo - sei ghirlande di luci, tanto per cominciare. A quei tempi (e per molti anni a venire) le luci avevano le loro forme: c'erano ghirlande di fiori e di piccoli alberelli di Natale, campanelle di zucchero, fiori di ghiaccio, pupazzetti di neve eccetera. Le nostre (a parte i fiori di ghiaccio che comprai personalmente) erano astratte: strani cosi di vetro da palline che ogni tanto si rompevano e quanto al grado di sicurezza... uhm, diciamo che far saltare l'impianto infilando la spina delle luci dell'albero era un classico dell'epoca. Adesso è quasi impossibile trovare altro che lunghissime ghirlande di punti-luce, anche se all'Ikea ogni tanto si ostinano a mettere in vendita delle ghirlande vere.

Come ho già scritto, a quell'epoca Natale era una festa breve, che cominciava tardi e finiva presto. L'albero di Natale era montato la sera della Vigilia, come nella prima scena dello Schiaccianoci, e raramente resisteva fino a Capodanno salvo qualche caso in cui organizzavi la festa a casa tua invece di andare dagli amici. Un anno però, forse per forza d'inerzia, lo tenemmo fino all'Epifania e ricordo che apprezzai molto.
C'era il suo perché: erano alberi veri e anche se il profumo di resina era molto piacevole, dopo qualche giorno cominciavano a spelare e c'era da spazzare tutto intorno - nel caso di un albero di tre metri e mezzo, naturalmente, c'era da spazzare parecchio. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

A casa mia eravamo "liberi pensatori", o almeno questa fu la definizione che mi diede mia madre; in effetti ai miei non sarebbe mai venuto in mente di definirsi atei ma con la Chiesa non avevamo assolutamente nulla a che fare. Il Natale era molto apprezzato, ma era considerata una festa che non aveva alcun aggancio con la religione. Non ricordo che intorno a me nessuno insistesse sul fatto che si doveva essere più buoni, era una festa e basta. E mi compravano un sacco di regali che mettevano sotto l'albero, senza incartarli, ma nessuno si aspettava che anch'io regalassi qualcosa. Con gli anni cominciai comunque a fare dei piccoli pensierini, anche se la mia vera preoccupazione era fare i regali alle amiche (e riceverli, naturalmente). Mi piaceva fare i pacchetti e finii per sviluppare una certa abilità, tanto che ai tempi del liceo ero ormai diventata  l'incartatrice ufficiale di casa (all'epoca i commessi si offrivano sì di fare i pacchetti, ma venivano fuori delle cose molto mence, al contrario di adesso: carte bige a quadrettini con nastrini scuri, cose così).

Per il pranzo di Natale nella mia zona l'antipasto classico erano (e sono) i crostini di fegatini di pollo, e per vedere una tartina qualsiasi e non parliamo di quelle al salmone sono dovuti arrivare gli anni 80; tartine o meno, comunque, i crostini sono rimasti e restano un baluardo irremovibile di qualsiasi pranzo di Natale in famiglia, nel contado fiorentino.
Siccome la Toscana non ha una particolare tradizione di dolci di Natale finimmo per importare quelli degli altri, anche grazie a una certa opera uniformatrice della televisione. I panettoni erano rigorosamente industriali e solo verso la fine degli anni 70 entrò in scena Sua Maestà il Pandoro, mentre i fornai e le pasticcerie cominciarono a sfornare panettoni "artigianali", che in realtà erano semplicemente dei panettoni fatti bene e senza conservanti e infatti mancavano completamente di quel lieve retrogusto di detersivo che caratterizzava i vari Motta, Alemagna e Wamar. Insieme al panettone arrivarono in tutta Italia anche ricciarelli e panforte, che però non sono affatto dolci di Natale ma semplicemente dolci molto buoni che i senesi mangiano (giustamente) tutto l'anno - anzi, a ben guardare all'inizio c'era solo il panforte, i ricciarelli arrivarono un po' più tardi e finirono per migrare anche verso la Pasqua. 
Dopo i dolci della televisione comunque arrivava sempre il classico dei classici della nostra zona, ovvero vin santo e cantuccini con le mandorle da inzupparci dentro - che dopo un finale a base di panettone, panforte e datteri innaffiati di spumante finiva di stendere gli adulti, mentre i bambini prendevano qualche fetta supplementare di panettone e guardavano con scarso entusiasmo il vin santo (anche se i cantuccini con le mandorle avevano i loro bravi estimatori anche tra i piccoli). Mantenevano una certa diffusione anche i fichi secchi farciti con noci e mandorle: erano considerati un po' popolari (del resto lo erano), ma piacevano tanto...
Di biscottini a forma di albero di Natale, voul au vent a forma di stella cometa e biscotti alle spezie non c'era nemmeno l'ombra dell'accenno di un sospetto. 

All'epoca rimaneva un certo spleen dopo Santo Stefano perché "ormai era già tutto finito": Capodanno era una festa rigorosamente per adulti e la Befana venne smantellata senza pietà (e senza alcun rimpianto da parte mia). Adesso invece le feste, com'è giusto, durano due settimane piene e il senso del rimpianto per qualcosa di troppo breve è completamente sparito, rimpiazzato da una certa disponibilità a ritornare alla vita normale dopo due settimane di bagordi e da un rinnovato amore per i brodi di verdura leggeri e le porzioni ridotte di pasta.

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lunedì 28 dicembre 2020

Lunedì Film - Lo schiaccianoci e i quattro regni


Come ho già scritto più volte, amo follemente la musica e il balletto dello Schiaccianoci che per me rappresentano una delle vere essenze del Natale.
Uno dei miei grandi rimpianti era che nessuno ne avesse mai tratto un bel film, e fui davvero contenta quando, nell'autunno 2018 il film arrivò, e dai trailer sembrava davvero fascinoso e molto fantasy (come tutte le fiabe, del resto).
Purtroppo proprio quando uscì nelle sale* venni ricoverata per l'ennesima ma ultima volta e non mi rimase che consolarmi con le recensioni - quelle sui giornali tutte ottime, quelle degli spettatori un po' perplesse.
Il tempo passa e infine questa vigilia di Natale, in mancanza di altri festeggiamenti che quelli miei privati che avevo allestito in casa, me lo sono potuto guardare in tempo reale, cioè al momento giusto - perché, com'è noto, è una storia ambientata durante la vigilia e la notte di Natale. 
Mi è piaciuto molto, ma adesso che l'ho visto comprendo anche le perplessità di molti spettatori, specialmente quelli che non stravedono come me per lo Schiaccianoci.

Andiamo per ordine: la regia è di Lasse Hallström, regista svedese non particolarmente prolifico ma molto amante delle favole e del mondo immaginario dei bambini. Per quanto ne so non ha mai sbancato il mondo, ma i suoi film sono gradevoli, simpatici e privi di retrogusto dolciastro ma non di un certo spessore.
Il cast è di tutto rispetto e comprende perfino due nomi che conosco: Vera Knightley, a suo tempo Elizabeth Bennet e qui nel ruolo della Fata Confetta (o Confetta o Dei Confetti, non ricordo che traduzione hanno scelto nell'edizione italiana del film)  e Morgan Freeman che interpreta il padrino Drosselmeyer, più altra gente assai famosa per chi va al cinema un po' più spesso di me.
La colonna sonora... non so perché hanno scritto che la colonna sonora è in parte presa dal balletto. A me sembra che sia stata presa assolutamente tutta dal balletto, anche se la maggior parte dei pezzi è spostata, riarrangiata e infilata comunque in punti diversi da quelli previsti da Chajkovskj, e secondo me va benissimo così. In un punto, sul finale, c'è addirittura una scena del balletto ballata nel più perfetto stile del balletto classico di fine Ottocento, e che racconta appunto la storia (quella del balletto o quella del film? Mah, diciamo che in quel punto coincidono).

La storia... ufficialmente è "riadattata" dal racconto di Hoffmann, ma a dire il vero è proprio una roba diversa e qualcuno ci ha trovato da ridire. Non io, perché tanto c'è la musica di Chajkovskj e l'importante per me è quello.
Siamo ai tempi in cui è ambientato il balletto, ovvero fine Ottocento, in una ricca famiglia che comprende Clara, che non ha nove né undici anni come nella novella, ma all'incirca quattordici-quindici, una sorella, di età non molto diversa, e un fratellino minore. Poi c'è il padre, un pover'uomo affranto dal dolore (cosa di cui tutti si rendono conto benissimo tranne Clara e il fratellino) e che cerca di tirare avanti come può dopo la morte per malattia dell'amatissima moglie. La suddetta moglie, come intuiamo da un flashback, già l'anno prima sapeva di essere malata in modo irrimediabile e aveva lasciato per i suoi figli tre regali da aprire appunto alla vigilia di Natale. E il regalo per Clara era... no, non uno Schiaccianoci, ma un uovo di quelli tipo Fabergè, d'argento e senza chiave. In pratica, un uovo inapribile.
Clara è una bella ragazza, molto amante delle scienze (fisica, chimica, meccanica eccetera) che si diverte ad inventare complicati esperimenti per spiegare al fratellino le leggi delle suddette scienze. Questo grande amore l'ha ereditato proprio dalla madre, orfanella adottata a suo tempo da Drosselmayer, che la considerava la migliore inventrice di sua conoscenza. Come scopriremo più avanti Drosselmeyer non è solo un ricco signore amante pure lui delle scienze, ma qualcosina di più - i suoi topi e i suoi gufi per esempio sono particolarissimi.
Dal padrino la famigliola un po' triste e molto nostalgica va a festeggiare il Natale, in una festa grandiosa dove tra l'altro entra in scena lo Schiaccianoci di legno dipinto da soldatino, che nessuno si fila più di tanto.
Ad ogni modo, quando la festa è appena iniziata, Clara vede la chiave del suo uovo che viene portata via da un topo bianco che scopriremo poi chiamarsi Topolastro. Inseguendo il topo si ritrova ben presto nella Valle degli Alberi di Natale, poi davanti a un ponte che, ebbene sì, conduce a un regno incantato. A guardia del ponte un bel ragazzo vestito da soldatino-giocattolo. Un po' per volta scopriremo che si chiama Philip Hoffmann, anche se per buona parte del film sarà solo "il Capitano"

Il Soldatino la porta nel regno incantato, dove tutti la riconoscono come la figlia di sua madre, che un tempo era la loro principessa e aveva inventato una macchina che dava vita ai giocattoli (tutti loro infatti sono ex-giocattoli).
Tutto andrebbe bene tranne per il fatto che in uno dei Quattro Regni la Regina ha perso la testa e ha deciso di ribellarsi e conquistare gli altri tre.
Clara, aiutata dal Capitano ma anche dal prode Topolastro, riporta le cose a posto anche grazie alla sua conoscenza delle macchine, non senza aver scoperto che la storia non è andata esattamente come le avevano raccontato. 
In pratica, uno Schiaccianoci steampunk dove il personaggio più zuccherino si rivela di una cattiveria inaudita e dove le apparenze ingannano (ma quest'ultima cosa era già evidenziata anche nella storia originale, sia quella scritta che quella musicata).
In effetti è tutt'altra storia che quella del balletto o del racconto di Hoffmann (lo scrittore, non il Capitano) ma a me sembra che funzioni benissimo. Avanzo però due piccole obbiezioni.
Primo, lo Schiaccianoci. Sia nel balletto che nel racconto è quasi sempre sulla scena e fa un sacco di cose, ad esempio rompersi nel primo atto quando è un pupazzo. Qui compare dopo la prima mezz'ora di un film di meno di novanta minuti, fa tutto sommato piuttosto poco e soprattutto: vabbé, Clara a un certo punto lo chiama Schiaccianoci, ma in tutto il film non si vede nemmeno l'ombra di una noce, lui non subisce alcuna trasformazione né è sotto alcun incantesimo e in pratica non fa niente se non aiutare l'eroina in un paio di scene. In pratica: possiamo anche credere sulla fiducia che un tempo lontano sia stato uno schiaccianoci, ma volendo anche un termosifone, un ornitorinco o un dolce alla crema. Cioè, che ci azzecca il titolo, musica a parte?
Secondo e più importante punto: lo Schiaccianoci è essenzialmente una storia d'amore: la piccola Clara trova il suo principe, e alla fine lo sposa pure (anche se in alcune versioni del balletto si ricorre all'espediente di farla risvegliare alla fine della musica per scoprire che è stato solo un sogno). Qui la storia d'amore proprio non c'è, al massimo niente impedisce allo spettatore di immaginarla in controluce  ma senza altro appiglio concreto che ci sono per protagonisti due bei ragazzi e dunque si potrebbe anche andare a finire lì.
D'accordo, ai tempi di Chajkovskj tutte le ragazze sognavano un principe da sposare, anche perché non avevano molto altro da sognare visto che carriere e studi erano loro precluse; al contrario, oggi si ama immaginare giovani eroine con un destino tutto loro da seguire che, tutto sommato, al principe azzurro non ci pensano più di tanto:

Lungi da me deprecare queste valide aspirazioni, e soprattutto è bene ricordare agli spettatori che a questo mondo c'è ben di meglio dei principi, tuttavia a me le storie d'amore piacciono, specie se in sottofondo c'è il leggendario passo a due dello Schiaccianoci

che nel film, ahimé, è usato soprattutto come musica del carillon nell'uovo, in una scena dove un aggancio sentimentale non ce lo trovi nemmeno a cercarlo col microscopio elettronico.
Così Philip accompagna la sua principessa alla frontiera col mondo reale, dove lei ballerà il passo a due... con suo padre, con cui da quel momento avrà un rapporto molto più affettuoso anche se del tutto privo di sfumature incestuose.
Lei e Philip si ritroveranno? Lei promette di ritornare, ma non precisa né come né quando né con quali intenzioni.
Resta comunque un bel film, adattissimo per la vigilia di Natale e assolutamente piacevole. Volendo, adattissimo anche per una classe delle medie se non è l'anno del Covid e quindi i giorni ti precipitano addosso senza che tu riesca a programmare quasi niente.

* strano a dirsi, in quell'epoca remota i film uscivano nelle sale e non in streaming, e sotto Natale quelle sale di solito erano assai piene

martedì 31 dicembre 2019

Il mio grosso, grasso canone natalizio (post lunghissimo e assolutamente inutile)

Il fatto che qui si parli soprattutto di gatti 
non vuol dire che non si sappia apprezzare un bel canone

La stagione delle feste legate al Solstizio d'inverno per me è molto importante, e col tempo ho sviluppato un canone piuttosto elaborato. Non sempre riesco a infilarci tutto, anzi ormai è diventato quasi impossibile; ma qualcosa c'è sempre, perfino quando, come l'anno scorso, le feste le ho passate tutte all'ospedale.
Per elencarlo userò la tecnica dell'alfabeto, e vediamo cosa viene fuori.

Addobbi:
Al momento di addobbare la casa tolgo un po' di roba appesa o sugli scaffali e la sostituisco con roba rigorosamente natalizia. C'è un po' di tutto: soprammobili, candelieri, ghirlande, quadretti, piattini da dolci... È un settore in continuo rinnovamento comunque perché le gatte di casa mi aiutano a fare un po' di pulizia. Care creature.

Albero:
da bambina abitavo una casa con mansarda. L'albero dunque veniva fatto nell'ingresso ed era una bestia che, con il puntale, sfiorava i quattro metri e richiedeva un pomeriggio di lavori, con sei ghirlande di luci e una quantità esorbitante di nastri e palline, molte delle quali in puro vetro anni 60. Al termine delle operazioni, eseguite rigorosamente il 24 o al massimo il 23 sera, l'ingresso diventava quasi impraticabile: per entrare in casa dovevi praticamente strisciare, per fare le telefonate di auguri dall'unico telefono situato appunto nell'ingresso peggio che mai, ma tutto ciò era molto divertente. 
Più avanti ripiegammo su un albero molto più piccolo (solo due miserabili metri).
Quando i miei se ne andarono io passai a dormire in mansarda e l'albero fu sostituito da una gran quantità di decori appesi alle travi del soffitto - in pratica dormivo dentro l'albero di Natale, e anche quello mi piaceva molto.
Arrivata a Lungacque comprai un abete artificiale un pizzico più alto di me ma piazzai anche una bella serie di chiodini sui cornicioni delle porte e gli scaffali delle librerie. Ogni anno compro qualcosa in più da appendere (e di conseguenza ogni anno aggiungo qualche chiodino).
Oltre alle palline mi piacciono anche gli addobbi stravaganti: non solo campanelline, piccoli abeti, ghiaccioli , renne e folletti vari ma anche gufetti di panno lenci col cappello di Babbo Natale (???) e una coppia di cocorite dorate appese al trespolo (????), ma evito con cura ogni riferimento religioso - insomma, niente angeli.
Qualcuno ha provato a spiegarmi che anche le campane sono un simbolo religioso, ma non intendo trascrivere qui la risposta che ha avuto perché non rende onore alla mia raffinatezza hejan. 
Comunque a Natale le campane suonano, è un dato di fatto.
La base del mio albero è decisamente spoglia e davvero sarebbe il caso che l'anno prossimo affrontassi la questione, anche se i pacchettini sotto aiutano a mascherare questa grave lacuna. Solo che i pacchettini, per la loro stessa natura, prima o poi se ne vanno...
Babbo Natale:
detto anche Santa Klaus, san Nicola di Bari e in vari altri modi.
Dubito di averci mai creduto, io o le mie compagne, anzi mi sembra che ai miei tempi venisse presentata senza infingimenti da parte dei nostri genitori come una graziosa tradizione a cui era bello far finta di credere.
Non so se abitavo in un'isola felice o se all'inizio degli anni 60 l'uso fosse quello, comunque non ricordo alcun trauma o perdita dell'innocenza associato alla scoperta del fatto che i doni li portavano i miei. E chi mai avrebbe dovuto portarli, il Gatto delle Nevi?
Il Babbo Natale rubicondo che circola sulla carta da pacchi o nelle pubblicità non mi ha mai entusiasmato nonostante la sua evidente paganità, mentre adoro le decorazioni a slitte e renne.
Di recente ho trovato tracce e disegni di un Babbo Natale un po' diverso: autorevole, un po' alla Silente, con una lunga veste verde o azzurra bordata di pelliccia, che vaga per i boschi atteso con gran reverenza dagli animali: eccolo qui con Edwige ma anche con due candidi coniglietti della neve:

Giusto ieri sera, navigando pigramente in rete, ho scoperto che oltre ad essere la versione russa di Babbo Natale presenta anche caratteristiche sue particolari. Per la cronaca, si chiama Ded Moroz e Una penna spuntata ne ha raccontato la curiosa storia - da demone del ghiaccio ad amico e collega di San Nicola a testimonial della dittatura stalinista.
Le contaminazionio si sprecano, e le mie immagini preferite sono quelle che lo vedono girare di notte (la notte di Capodanno, ho scoperto) con un bel seguito di bestiole del Grande Nord, tutte in versione assai pellicciosa:

Biancheria:
Ho diverse coperte di pile più o meno natalizi, con renne, notti stellate, alberi di Natale e simili, anche se qualcuna di fatto è soltanto un po' invernale.
Una tovaglia un po' andante, con relativi tovaglioli, e una tovaglia molto bella, oltre a una tovaglia tirolese che potrebbe spacciarsi per una tovaglia di Natale, con un po' di buona volontà.
Un bel po' di tovaglioli di Natale di carta, che restano sempre lì perché uso quasi sempre quelli di stoffa. Diversi centrini di stoffa tirolesi, decisamente natalizi, e una bella striscia da centrotavola con tre diversi Santa Klaus di quelli un po' russi - insomma, non il classico Babbo Natale bianco e rosso.
Vorrei tanto delle vere Lenzuola di Natale, ma finora le ho viste solo in un negozio di biancheria di lusso. Per adesso uso delle belle lenzuola blu, ma certo non è la stessa cosa.
A Capodanno metto delle lenzuola a nuvole e stelle, comprate a un mercatino di Natale dov'ero andata insieme a una cara amica. Cioè, più che un mercatino di Natale era un normalissimo mercatino dove sono andata nei giorni di Natale. Insomma, le uso perché ho stabilito che sono di buon augurio per il Capodanno. 
Asciugamani verde intenso, rossi e blu notte.
Un asciughino di Natale, poi ci sono quelli bianchi e rossi che vanno benissimo lo stesso, o almeno così ho stabilito. E niente presine, ahimé.
Diciamo che è un settore con ampi margini di miglioramento.


Biscotti con le spezie:
A parte qualche sporadico assaggio, sono entrate nella mia vita con l'Ikea. Ne ho comprate  tre scatole di latta con sopra babbi Natale decisamente nordici (uno addirittura con una capretta) e ora ne uso ogni anno una riempiendola con una grossa confezione che compro all'Ikea durante l'estate, perché non sempre riesco ad andare fin là prima delle feste. 
Ne prendo due o tre ogni mattina, con il caffè, e comincio all'inizio di Dicembre. Di solito durano fino alla fine di Gennaio.

Candele e candelieri:
Assolutamente indispensabili, e del resto tranne che in estate le uso tutto l'anno. Comincio ai primi di Dicembre. A parte qualche regalo sono rigorosamente nei colori canonici e la notte della Vigilia, a Natale, a Capodanno e nella Dodicesima notte se sono in casa c'è sempre una gran luminaria.
Ho una piccola raccolta di candelieri natalizi e cominciano a circolare per casa dai primi di Dicembre. Il mio preferito, quello con una renna, lo accendo solo dal 23 Dicembre in poi. Li ripongo lentamente dopo il 7 Gennaio, via via che me ne ricordo, ma uno resta tutto l'anno in camera da letto.

Calamite da frigo:
È un settore che ho molto trascurato - ingiustamente perché messer Frigo ha una grande importanza, a Natale, e lavora assai duramente per tutte le feste mentre noi bagordiamo e banchettiamo. 
Ma insomma, l'unica calamita che ho, tutt'altro che imperdibile, me l'ha regalata un negoziante dopo un acquisto assai corposo. Il problema, dal mio punto di vista, è che tutte quelle che incrocio sono assolutamente orribili.

Canzoni:
Non ho niente contro le canzoni più tradizionali come Jingle Bells, ma la mia preferita tra quelle tradizionali è questa: più una canzone da bevute che da Natale, ma la cantano tutti assai volentieri nel tempo delle feste - soprattutto nelle feste della Dodicesima Notte, mi dicono)

e tra le moderne le mie preferite sono queste due, che trovo ricolme di vero e autentico spirito natalizio e di speranza:




Capodanno:
Per me è il momento del Passaggio, il più importante di tutte le feste. Se esco fuori la notte dell'Ultimo dell'Anno passo il pomeriggio o il giorno seguente in riflessione, di solito compilando un complesso bilancio sul diario.
Mi piacciono molto i Capodanno itineranti, che cominciano con una cenetta e che continuano con altre cene, concerti o passeggiate varie terminando alle cinque o alle sei del mattino. Dubito però che li reggerei ancora - certamente non quest'anno; ma mi piacciono anche i Capodanno intimisti, da sola o con pochissimi amici.
Comunque ho fatto Capodanni assai festaioli con quindici invitati - che per me sono l'equivalente di una enorme festa con centinaia di persone.
Non sono mai andata a cena in un ristorante né mai ho desiderato farlo, e non ho mai passato un Capodanno in viaggio (e spero di non passarlo mai).
Per la cena e il pranzo del giorno dopo se sono io a organizzare la tavolata prediligo cibi farciti (presagio di abbondanza), lenticchie (presagio di ricchezza) e cibi gialli, dorati o arancioni, possibilmente rotondi, in omaggio al Sole che nelle feste è il Grande Assente ma che è in fase di rinascita - per intendersi, va bene anche una frittata o una polenta, e la zucca è sempre la benvenuta.
In casa, nella Notte del Passaggio e il giorno dopo, solo candele d'oro o rosse )...o bi9anche e blu, se proprio le rosse sono finite, come quest'anno).

Cioccolato:
Naturalmente se me lo offrono lo prendo volentieri, in qualsiasi forma o confezione; ma se mi ritrovo ad aver passato le feste senza aver mangiato nemmeno mezzo cioccolatino non mi pare che sia mancato qualcosa.

Colori:
Sui Colori di Natale sono piuttosto rigorosa ma ne ho una bella schiera: bianco, oro, argento, blu e azzurro scuro, rosso di Natale, verde di Natale, viola purché metallizzato e, senza un vero motivo, le varie sfumature di verde-blu. Con questi colori scelgo gli addobbi, gli accessori, le carte da regalo e i nastri e i biglietti per i pacchetti. Quel po' che c'è di colori diversi, di solito è arrivato in regalo.

Cometa:
Una cometa tra gli addobbi natalizi non ce l'ho, ma è solo perché non ne ho mai vista una che mi piacesse davvero, non perché la consideri un simbolo religioso. In realtà le comete mi stanno molto simpatiche.
Ci fu un Natale dove sembrava dovessimo avere una vera cometa in cielo, la Kohoutek. A scuola chiesero chi voleva fare una ricerca sulla questione e io e una compagna ci offrimmo. Facemmo un bel lavoro e per l'occasione imparammo tutto quel che all'epoca si sapeva sulle comete (a livello di seconda media, si capisce). 
La cometa arrivò al momento stabilito ma il cielo era sempre nuvolo e insomma non la vedemmo, con mio grande dispiacere. 
Nell'inverno 1997/98 arrivò invece la bellissima cometa Hale-Boop, che illuminò a lungo i nostri cieli proprio intorno a Natale e soprattutto nei primi giorni di Gennaio - una vera cometa da Epifania, insomma, e ringrazio Lucia di aver schiarito i miei ricordi nei commenti.

Concerto di Capodanno:
Ne ho avuti parecchi, anche con coro, e spero di averne ancora di più in futuro. Andarmi ad ascoltare un po' di musica dal vivo per me è sempre una bella cosa, e Capodanno lo trovo particolarmente di buon auspicio. Se poi mi suonano il Valzer dei Fiori è davvero il massimo.

Crostini:
in Toscana il pranzo di Natale classico si apre con una vassoiata di "crostini", ovvero fettine di pane (di solito frusta) con un impasto di fegatini di pollo. A dire il vero sono un antipasto tipico e aprono quasi ogni pranzo rispettabile, se proprio non è Agosto, ma a Natale sono praticamente obbligatori. 
Mia nonna faceva dei crostini fantastici, di cui mi passò la ricetta e che contengono un paio di variazioni risopetto alla ricetta più classica. 
Più avanti ho scoperto che l'impasto per crostini al banco del mio supermercato, con l'aggiunta del succo di mezzo limone, è una copia esatta di quei capolavori, e così ho smesso di farli - ma non certo di mangiarli.

Dolci:
Durante tutta la mia infanzia il dolce di Natale è stato il Panettone, ma in Toscana resisteva implacabile l'uso dell'accoppiata Vin Santo-Cantuccini (quelli secchi con le mandorle) 

con l'aggiunta della squisita accoppiata Panforte e Ricciarelli. Appresi dell'esistenza del nobile Pandoro quando ormai facevo il liceo, anche se una amica ferrarese di mia madre mi aveva introdotto qualche anno prima all'accoppiata Pandoro-CremaAlMascarpone.
Naturalmente mangio anche il pandoro farcito, se me lo danno, e certo mangiandolo non soffro, ma trovo che pandoro e panettone vadano davvero benissimo come sono e l'uso di infilarci il cioccolato sfugge alla mia comprensione (ma mangio pure quello, se me lo offrono. Mai rifiutare un dolce offerto col cuore, o semplicemente offerto).
Sempre da Siena venivano anche i Cavallucci, una sorta di roba dura con qualche seme di anice e delle vaghe tracce di noci di cui mi sfuggiva completamente il significato.
Finalmente un'anima pietosa mi fece assaggiare i veri cavallucci



dolcetti morbidosi ma non troppo, assai ricchi di noci e arancia candita, addolciti (anche) col miele, che oltre a qualche vaga traccia di anice contenevano anche cannella, noce moscata e pepe, e finalmente il loro significato mi è stato ben chiaro. Da allora le feste di Natale per me si aprono con i cavallucci, che comincio ad acquistare già ai primi giorni di Dicembre.
Il torrone, rigorosamente morbido, al miele e con le mandorle, lo compro alle svendite dei dolci di Natale e me lo mangio a Gennaio come saluto alle feste. Se non me lo offrono, naturalmente, ché certo non lo rifiuto nemmeno se è duro, allo zucchero e con le nocciole; anzi mangio con riconoscenza e ringrazio di cuore.

Epifania:
Da bambina l'ENEL, dove mio padre lavorava, mi faceva ogni anno una calza di dolcetti e un giocattolo piuttosto carino. Quando compii dodici anni smise. 
Da allora per me l'Epifania è scomparsa fino a quando sono entrata in rete, dove ho trovato un sacco di immagini di befane giovani e belle che cavalcavano la scopa insieme al loro gatto nero per portare doni. Così ogni anno faccio un post dove ricordo questa strana creatura un po' inquietante e parecchio pagana riadattata per i tempi moderni, e qualche volta festeggio con le amiche.

Fiori e piante:
Mi piacciono molto le stelle di Natale, soprattutto quando le ammiro a casa degli altri. Purtroppo piacciono parecchio anche alle gatte e, insomma, il tasto è doloroso.
Amo molto le decorazioni con vere fronde di abete e agrifoglio, una volta ci ho anche fatto una corona dell'Avvento ma tengo anche un vaso pieno di fronde argentate e colorate di quelle che vendono ai mercatini e ai supermercati.
So che a Capodanno usa appendere il vischio. Amo molto il vischio, pianta pagana per eccellenza, ma soffocato nel sacchetto mi mette un po' tristezza e allora preferisco lasciarlo sulle querce, al più canticchiando "Casta diva" in cuor mio (che non ha proprio nulla di natalizio ma è una bellissima preghiera per la pace)

Tanto, all'occorrenza mi baciano lo stesso.

Frutta:
Arance e mandarini, naturalmente. Una bella piramide di mandarini è sempre graditissima alla fine di un pasto sostanzioso come quelli delle feste, e non manco mai di fornirla ai miei ospiti, che regolarmente la spolverano via per quanto sia alta e grande.
Poi c'è l'ananas, che regolarmente mettono in offerta ai supermercati in queste settimane e che regolarmente prendo; non è particolarmente filologico, ma comunque, come tutti i cibi gialli, è perfetto a Capodanno.
A fine pranzo e insieme ai dolci c'è la frutta secca (arance e noci sono un classico del Natale nella letteratura vittoriana, ho scoperto solo di recente); io di solito mi concentro sulle noci, ma altri preferiscono le mandorle o le noccioline, perciò provvedo sempre a fornirle ai miei ospiti.
La mia preferita però è la frutta essiccata; dopo molti acquisti ed esperimenti mi sono concentrata su ananas, papaya, zenzero candito, albicocche e mango (oltre ai datteri e ai fichi, che sono un vecchio ricordo d'infanzia) con cui riempio una grande ciotola decorata ad agrifogli e che sgranocchio per settimane.
Un anno una amica dei tempi passati ci fece trovare delle fette di papaya essiccata da mettere nello spumante, e da allora la papaya nello spumante è diventata uno dei riti irrinunciabili.

Galantina:
Un tempo a Firenze avevo un pollaiolo che faceva una meravigliosa galantina. In famiglia cominciammo a mangiarne in quantità industriali finché scoprimmo che invece di arrostirla potevamo farla lessa, e così veniva anche un ottimo brodo. A quel punto cominciammo a mangiarne ancora di più.
Dopo lunghe ricerche e tentativi ho trovato a St. Mary Mead un pollaiolo che ne fa una un po' diversa ma altrettanto buona e da allora ogni Natale ne compro una enorme e nei pomeriggi di letture o dolce far niente natalizio la uso per farmi deliziosi sandwich, con o senza insalata russa - e altrettanto deliziosi tortellini in brodo per la cena.
Naturalmente non la mangio solo a Natale e la trovo una soluzione eccellente quando ho ospiti perché è un piatto molto facile da cucinare e da accompagnare - praticamente da fast-food.
Per Capodanno è particolarmente di buon auspicio, come tutti i cibi ripieni.

Gatti:
A Capodanno ho gran cura di tenerli in casa, anche se da queste parti i botti si sono molto, molto ridimensionati.
Non ricevono festeggiamenti particolari, solo il consueto trattamento. Ci sono stati però degli amici che gli hanno regalato dei giocattolini, e abbiamo apprezzato molto.

Giochi:
Natale è il tempo dei giochi da tavolo. I miei, molto tradizionalmente, sono stati tombola, Monopoli, Allegro chirurgo e, più avanti negli anni, anche Risiko.

Gioielli:
Ho un apposito cassettino per la bigiotteria di Natale. Purtroppo si tratta di un settore che va continuamente rifornito perché non si tratta di oggetti molto robusti e non sono molto facili da trovare come li voglio io. 
Ci sono poi alcuni accessori che porto regolarmente durante l'anno e che per le feste sono particolarmente indicati - la collana di cristallo rossa, ad esempio.  Naturalmente porto anche i gioielli d'oro.
Sotto Natale l'argento mi ispira meno e lo uso raramente.

Harry Potter:
Non credo di avere mai passato un Natale leggendo i libri di Harry Potter, ma i primi due film sono usciti per le feste ed apprezzai molto entrambi - soprattutto il secondo, che anzi trovai meglio del libro ed è anzi tra i miei film preferiti.
In ogni caso nei romanzi il Natale è molto importante e, soprattutto nei primi libri, i capitoli sui preparativi e le vacanze di Natale sono davvero affascinanti.
E qui c'è un video molto particolare, dove agli scenari di Hogwarts sono aggiunti dei bei gatti

Incenso:
Tanti anni fa mio padre tornò a casa la sera della Vigilia con un bruciaincensi e dei bastoncini che crearono una atmosfera estremamente natalizia. Da allora per le feste quasi sempre brucio bastoncini su bastoncini. Ne ho una gran quantità che conservo... in una grossa scatola di latta decorata con gatti di Natale. L'avreste mai detto?

Lenticchie:
Sono entrate nella mia vita quando già facevo le medie, e per l'occasione scoprii che mi piacevano molto. Ormai le mangio tutto l'anno con una certa regolarità, di solito col curry, ma una zuppa di lenticchie rigorosamente tradizionale a Capodanno non può mancare.

Libri:
Natale non è Natale senza qualche libro veramente bello da leggere, così ho sempre cura di procurarmene qualcuno. 
I miei ricordi più intensi sono legati alla Grotta di Cristallo, alla Vita di Charlotte Brontë di Elizabeth Gaskell, a una lussuosa guida a Star Trek, ai racconti di Sherlock Holmes e ad Agatha Christie ma anche ai romanzi della Tavola Rotonda e al manga di Ushio e Tora che rilessi tutto di seguito tra Natale e Capodanno apprezzandone molto l'arcata narrativa che non ero riuscita a seguire adeguatamente leggendolo a pezzi e bocconi nel corso dei tre anni in cui era stato pubblicato.

Luci:
Le luci per l'albero della mia infanzia sono tutte morte di vecchiaia. Le collane di led che usano adesso sono carine, ma rimpiango le mie campanelle di zucchero, i cristalli di neve e le varie stelline metallizzate. Comunque l'Ikea mi ha fornito una ghirlanda di grossi cristalli di ghiaccio. 
La mia collana di led è rigorosamente multicolor ma senza intermittenza perché i led intermittenti sono troppo veloci per i miei gusti.
Vado pazza per le luci di Natale per le strade e appese ai balconi, ma non mi sono ancora decisa a mettere niente fuori anche adesso che ho un balcone e pure una presa esterna. In cuor mio sospetto che sia roba pericolosa, e in cuor mio sospetto ancor più forte che non lo sia affatto se hai un impianto moderno a norma (e io ce l'ho). Magari l'anno prossimo ci provo.
Comunque l'Ikea mi ha fornito una grossa stella luminosa che tengo alla finestra della camera da letto e accendo quando fa buio - nei giorni di Natale, per fortuna, ciò avviene molto presto.

Mug:
Le uso ogni mattina per il caffè, rigorosamente a gatti.
Trovare una mug di Natale è facilissimo. Purtroppo, trovare una mug di Natale a gatti è più complicato. Quella che ho non è il massimo, ma insomma me la tengo in attesa di trovare di meglio. Un tempo erano facilissime da trovare e anche molto belle, ma purtroppo mi limitai a regalarle, perché all'epoca non le usavo.
La mug a gatti di Natale entra in scena ai primi di Dicembre ed è l'ultimo oggetto natalizio ad essere riposto.

Neve:
A Firenze la neve è abbastanza rara e certi anni non si vede proprio, nemmeno in provincia. Anzi, credo di non avere mai avuto un bianco Natale in vita mia, anche se a volte qualcosa arriva per Capodanno. 
Nel 1985 comunque arrivò una nevicata verso il 28 Dicembre che si sciolse solo la notte del 12 Gennaio: fu l'epico inverno dei 22 gradi sotto zero, e a Firenze ci saziammo tutti di neve al di là dei nostri più sfrenati desideri. Da allora son contenta di prenderla quando c'è, ma mi adatto di buon grado a farmi bastare le immaginette su Facebook o alla televisione.
I Natali col sole fanno un effetto curioso, ma tanto fa notte presto quindi mi adatto di buon grado, e se devo mettermi il cappotto leggero per uscire me ne faccio una ragione senza difficoltà.

Oro:
qualche volta me lo hanno regalato, a Natale, sotto forma di spillette, anelli, orecchini e penne stilografiche, e l'ho sempre gradito trovandolo di ottimo auspicio. Una volta arrivò anche uno smeraldo, che dovrei prima o poi usare per il medaglione Serpeverde che da tempo medito di farmi.

Ospedale:
Natale in ospedale lo passiamo quasi tutti, prima o poi, non necessariamente in veste di pazienti: fratelli, zii, cugini e genitori mostrano talvolta la deplorevole tendenza a inguaiarsi proprio sotto le feste.
In particolare ricordo il Natale in cui la nonna a 89 anni si ruppe il femore giusto in tempo di feste costringendoci e soprattutto costringendosi a mettere le tende all'Ortopedico. Eravamo tutti molto preoccupati, ma si riprese perfettamente, senza perdere nemmeno un colpo nonostante l'anestesia.
Ho avuto anche un funerale all'ultimo dell'anno, dopo il quale una amica mi racconfortò con una bella bottiglia di spumante che mi fece un gran bene.

Pacchetti:
Per una curiosa forma di perversione mi incaponisco a fare i pacchetti da sola nonostante i negozianti si offrano sempre di confezionarli loro e spesso, aiutati dalla lunghissima pratica, sfornino risultati eccellenti. In profumeria lascio sempre fare perché i loro criteri sono gli stessi miei: colori canonici, un sacco di sbrilluccichi e risultati capaci di portare a livelli allarmanti qualsiasi glicemia. 
A volte però non mi piace la carta che usano per impaccare, o lo stile di impacchettamento e allora declino con bel garbo e tutti loro in quei casi mi lovvano tantissimo. 
Unica eccezione: Feltrinelli, dove i pacchetti di Natale sono fatti in cambio di una piccola offerta da Mani Tese. I volontari spesso sono piuttosto imbranati, pure peggio di me, ma pagare l'offerta per farmi impacchettare il regalo mi sembra aggiunga comunque valore al pacchetto, fatto bene o male che sia, e allora mi adatto anche alla carta che disapprovo e faranno bene ad adattarsi anche i destinatari.
Le carte e i sacchetti per i regali impacchettati da me devono essere nei colori canonici, con disegni che mi piacciano e senza temi religiosi - oltre che senza pupazzi di neve, anche se qualcuno mio ha fatto osservare che non gli risultava che il pupazzo di neve avesse poi questa grande sacralità cui fosse strettamente connesso. Sta di fatto che i pupazzi di neve proprio non li reggo. 
Adoro invece le slitte con le renne in corsa, le renne anche senza slitte, gli alberi addobbati ma soprattutto le decorazioni a base di agrifoglio, oltre alle carte monocolore o metallizzate con o senza stelline e comete varie.
Negli ultimi tempi ho sviluppato un grande amore per i nastri di stoffa, anche se mi sfuggono dalle mani peggio delle anguille quando tento di fare i nodi. Ci sono poi i nastri in tulle o velo con le decorazioni, che sono cari assaettati ma con i quali qualsiasi incapace riesce a fare dei pacchetti fantastici. Unico problema: nove volte su dieci non soddisfano il mio perverso senso estetico e dunque mi è difficile trovarne di mio gusto.

Piccole donne:
"Natale non sarà Natale senza regali" osserva Jo nella prima frase del libro, e io sono d'accordo con lei, come sono d'accordo nella scansione della storia: un anno di vita di quattro ragazze, ma l'anno comincia appunto sotto Natale e con il Natale seguente finisce.
Il primo Natale è un Natale segnato dalla problematica del consumismo e la scelta virtuosa delle ragazze - pensare ai poveri, sì, ma non negandosi qualcosa per festeggiare anche in modo concreto una festa così importante - viene giustamente ricompensata. Il secondo Natale invece ruota intorno al regalo più bello che si possa ricevere, un tipo di regalo che cancella tutto il resto.
Come tante, anch'io ho ricevuto Piccole donne in regalo di Natale - e come tante della mia età mi è capitata una versione incompleta - anche se i miei ne erano del tutto ignari e credevano di avermi fornito del romanzo completo.

Presepio:
mi ha lasciata sempre molto indifferente. L'ho fatto una sola volta, o meglio ho contribuito anch'io, in prima elementare quando in classe facemmo un bel lavoro collettivo, raccogliendo il mischio nel giardino della scuola, mettendo da parte i fondi di caffè per colorare la carta da pacchi che avrebbe fatto le montagne dello sfondo, portando una statuetta per uno eccetera. 
Mai ho desiderato farne e raramente degno di uno sguardo quelli che incrocio a scuola o a casa di amici, se proprio non mi chiedono di ammirarlo. Nel qual caso, ovviamente, non lesino i complimenti pur non  comprendendo assolutamente perché la gente impieghi così il suo tempo. Ma contenti loro...
La mia profonda irritazione quando, ogni anno, sotto Natale salta fuori la bufala sulle scuole che non fanno il presepe per paura di irritare le famiglie mussulmane degli alunni stranieri non è naturalmente rivolta alla nobile istituzione del Presepe ma 1) alla pretesa che il presepe sia un dovere irrinunciabile per ogni buon italiano e 2) al fatto che, appunto, è una bufala - come risulta inevitabilmente ogni anno. Comunque in ogni scuola dove ho messo piede si fa il presepe e mai nessun genitore ha mai battuto ciglio sulla questione, indipendentemente dal credo religioso. Del resto, nemmeno i miei genitori trovarono alcunché da ridire quando me lo fecero fare in classe. E perché mai avrebbero dovuto? 

Queen:
Freddy Mercury morì a fine Novembre; di conseguenza per tutto il tempo delle feste era praticamente impossibile non sentire, ovunque si andasse, la sua voce per ogni dove. Feci tutti gli acquisti di Natale con una pietra nello stomaco e le lacrime agli occhi. Ogni tanto mi fermavo davanti ai negozi o ai banchetti o dove fosse ad ascoltare, e inevitabilmente finivo per tirare fuori il fazzoletto. Peggio di un salice piangente.
I Queen hanno fatto anche una canzone di Natale, del tipo molto consolante, e qualche anno dopo in una scuola dove facevo supplenza assistetti allo spettacolo di Natale dove il coro (eccellente) dei ragazzi la cantò, insieme ad un canto molto più tradizionale. Era stato uno degli alunni a proporla all'insegnante

Regali:
Indispensabili per un buon Natale. Ai miei occhi il vero Regalo di Natale è piccolo, un po' superfluo, voluttuario e accuratamente scelto per allietare il destinatario ma non deve costare molto. Particolarmente indicati dunque libri, profumi, trousse di ombretti, bigiotteria, videogiochi, musica o film, piccoli soprammobili, addobbi o accessori natalizi e gli intramontabili bagnoschiuma, saponette e simili. Vini, dolci e liquori sono belli e buoni e rispettabili, ma vanno intesi come regalo conviviale da consumarsi nei vari banchetti.
Oltre che per i miei cari ho sempre cura di comprarne anche per me, e si tratta rigorosamente di spese voluttuarie - vedi sopra, libri, profumi eccetera. Molto raramente si tratta di capi di abbigliamento, che ai miei occhi rientrano nella categoria dell'utile che nulla ha a che vedere con la squisita frivolezza voluttuaria delle feste. Unica eccezione, le sciarpe.

Religione:
La mia posizione religiosa è piuttosto complessa. Per comodità mi definisco atea e certamente non sono cattolica, quindi, per sintetizzare con quel che disse una vecchia zia "A Natale a me non mi nasce nessuno". Tuttavia il mio solstizio d'inverno è, di fatto, una festa di morte e rinascita e sotto questo aspetto la sento profondamente, come speranza di un mondo migliore di pace e di armonia eccetera.
Comunque spesso riesco a raccattare un Messia di Händel, possibilmente eseguito con strumenti originali e nel tempo dell'ascolto divento intensamente cristiana e mi rallegro assai della Nascita natalizia per eccellenza, commuovendomi molto. Quando non vado a sentirlo dal vivo (di solito congelandomi nella chiesa dove lo eseguono perché a fine Dicembre tende a fare freddino e il Messiah è lunghetto) me lo ascolto al calduccio a casa mia, e spesso canticchio "For Unto Us A Child Is Born" e "And He Shall Purify" facendo le faccende di casa.

Alla messa di Natale (notturna) sono stata una volta sola, quando un amico cantava nel coro che eseguiva non ricordo quale cantata barocca. La cantata era molto bella, ma la messa in sé non mi colpì molto.

Salmone:
Non c'è nulla di filologico nel mangiare in Toscana le tartine col salmone durante le feste di Natale, e le prime che ho mangiato furono negli anni 80, quando Sary prese l'abitudine di inaugurare le sue cene appunto con questo gustoso antipasto. Da allora il salmone si è assai diffuso e nel tempo di Natale lo offrono sempre a sconto al supermercato, così ne acquisto quantitativi immani e lo mangio a quattro palmenti col pane di segale oppure col pane bianco da tramezzini.
Naturalmente ai primi di Gennaio mi apposto come un falco in attesa delle svendite a metà prezzo delle confezioni da Capodanno con lo sconto del 50% e faccio scorta: e siccome il salmone in busta non ha scadenze lunghissime, sono costretta a finirlo tutto entro Febbraio - che non è poi questo gran dispiacere.

Schiaccianoci:
Mandai a memoria l'intera suite, da bambina, prima di scoprire che era una storia ambientata a Natale e ci misi una vera eternità per capire come funzionava la trama.
Quando ero piccola una rappresentazione dello Schiaccianoci era davvero rara, e vidi la prima dal vivo che già facevo l'università.
Poi cadde l'URSS e da allora ogni Natale arrivano a stormi i più vari corpi di ballo dall'Europa dell'Est presentando sempre degli ottimi spettacoli, con o senza orchestre al seguito, e ogni anno Firenze mi offre qualche possibilità. Ormai credo di averlo visto una decina di volte dal vivo, più una bella serie di edizioni su YouTube - questa, per esempio, mi è piaciuta molto.
Ho anche una edizione integrale su CD, che un amico mi regalò appunto per Natale quando la rete era ancora di là da venire, e tuttora le feste per me iniziano quando metto per la prima volta il CD nel lettore. La suite ormai la guardo dall'alto in basso.

Scuola:
Evito con cura di pensarci per tutte le vacanze, e di solito riesco sia a non portarmi niente da correggere a casa sia a non dare nemmeno l'ombra di un compito. Non sempre, ma di solito sì. 
A Natale io stacco, e mi sembra più che giusto che anche i miei alunni facciano altrettanto, visto che anche loro hanno una vita da vivere.

Sherlock Holmes:
C'è un solo racconto di Sherlock Holmes ambientato a Natale, ed è il Carbonchio Azzurro - uno dei miei preferiti, tra l'altro, dove tra gli ingredienti  principali c'è un'oca da fare arrosto, ovvero un cibo che mai e poi mai sono riuscita a gustare per Natale e in effetti nemmeno in altri momenti dell'anno, anche se a volte ho avuto il piacere di mangiare le uova di oca (apprezzandole molto).
Però per me Sherlock Holmes è strettamente associato a Natale perché fu proprio a Natale che i miei mi regalarono i racconti, edizione Omnibus Mondadori, e non è raro che a Natale mandino in onda qualche film tratto dalle sue storie.

Star Wars:
Il primo film di Star Wars arrivò in Italia intorno a Natale nel 1977. Da allora i film sono stati trasmessi con una certa regolarità alla televisione sotto Natale, insieme a quelli tratti dai libri di Tolkien e di Harry Potter; ed è stato durante le feste di Natale che con due amiche organizzammo una visione casalinga della prima trilogia. 
Inoltre, il 27 Dicembre di due anni fa la principessa Leia è morta, creando con ciò non pochi problemi alla produzione che aveva appena avviato la terza trilogia e spezzando il cuore a tanti di noi.
Anche l'ultima trilogia è uscita sotto Natale, e quest'anno ho dedicato una certa quantità di tempo a guardare i video orripilati di molti fan che hanno appena visto l'ultimo dei film - che, dopo le loro descrizioni, mi guarderò bene dall'andare a vedere al cinema e avrò cura di scansare anche in televisione.
Nei prossimi giorni potrei anche guardarmi i DVD, visto che qualche anima buona me li ha regalati perché si era comprato i  blu-ray.

Stoviglie:
Nonostante il mio sviscerato amore per le feste di Natale, prima di comprarmi un vero servito da Natale dovrò veramente avere i soldi che mi escono dalle orecchie e la vasca da bagno piena di dobloni d'oro. Nell'attesa di quel felice momento mi limito a qualche sporadico piattino ad agrifogli ricevuto in regalo.
Del resto per Natale vanno bene tutte le stoviglie bianche, quelle bianche con filo d'oro e un sacco di altre varianti compatibilissime con la maggior parte dei serviti buoni in circolazione. 
Al momento il mio servito buono (preso con i punti del supermercato) è bianco con un piccolo bordo a disegni geometrici blu e oro. Direi che va più che benissimo per tutti i secoli dei secoli.

Stuoini:
Ho ben due stuoini di Natale: uno rosso in fibra di cocco che metto davanti alla porta d'ingresso, e che piace molto alle gatte perché ci si possono fare le unghie con grande soddisfazione, e uno più morbidoso che uso come scendiletto.
Li tiro fuori l'8 Dicembre.

Tavola Rotonda:
il ciclo della Tavola Rotonda è strettamente collegato a Natale: proprio a Natale infatti Artù estrasse la spada dalla roccia, iniziando così il suo regno.
Per molti anni in un modo o nell'altro a Natale arrivava in libreria qualche libro arturiano, e se anche era arrivato in altri momenti finivo sempre per comprarlo a Natale, oppure a Natale me lo regalavano - non solo versioni romanzate moderne come quella di Mary Stewart, Le nebbie di Avalon o Re in eterno ma anche testi medievali come i romanzi di Chretien o il Lancelot-Graal; e un anno mio padre mi regalò il Parsifal di Wagner - che però è decisamente più pasquale che natalizio.

Tolkien:
I film de Lo Hobbit uscirono tutti sotto le feste, e per me che li ho molto amati in quegli anni Natale fu doppiamente speciale.


Per il resto, credo che Natale sia l'unico periodo dell'anno in cui non ho mai letto Tolkien, ma non è detto che sarà sempre così.
Ad ogni modo la Compagnia lascia Rivendellm proprio il 25 Dicembre.
"Che strana coincidenza" pensai quando lessi la Cronologia per la prima volta (all'epoca non sapevo assolutamente che Tolkien era cattolico).

Uva:
Indispensabile, nel brindisi di Capodanno, qualche chicco di uva fresca nel bicchiere. 

Vestiti:
A Natale mi vesto soltanto nei colori canonici, con l'unica eccezione del nero, cercando il più possibile di somigliare a un albero di Natale - ogni tocco di glitter dunque è il benvenuto. Non ho un abbigliamento specifico per Capodanno, nemmeno le tradizionali mutande nuove. 
Insomma, a partire da metà Dicembre fino al 7 Gennaio uso solo una parte del mio guardaroba.

Vini: 
A parte l'inevitabile Vin Santo dal quale niuno toscano vivente può scampare, per le feste prediligo i bianchi frizzanti: champagne e spumanti accuratamente selezionati ma anche tutti gli altri. Non sono esperta, ma a scegliere qualcosa di qualità medio-alta ci arrivo e in questo periodo i supermercati offrono sempre ottimi prodotti a sconto.
Naturalmente, quando sono invitata bevo senza far storie qualsiasi roba mi versino nel bicchiere, purché sia di qualità decente. Altrimenti sorrido e spiego "no,grazie,  in questi giorni sto davvero bevendo troppo". 
Durante le feste bevo volentieri anche da sola. Niente liquori, salvo qualche limoncello o mandarinetto fatto in casa - ma del resto di liquori ne bevo ben pochi, a parte la grappa, che ai miei occhi non ha però nulla di natalizio. Unica eccezione: la grappa di rose al ristorante cinese. Peccato che sotto le feste ai ristoranti cinesi ci vada ben poco, anche perché quasi nessuno me lo propone.

Wagner:
Non è un autore molto natalizio e nemmeno granché festaiolo, ma per Natale ho ricevuto diverse sue opere in regalo e mi sembra di ricordare un Crepuscolo degli dei molto, molto bello e commovente visto sotto le feste.

Yule:
Festività germanica di origine decisamente pagana. Comincia col Solstizio d'inverno e termina con la Dodicesima Notte. Oggi con Yule Season si intende appunto il tempo delle feste, ed è più politicamente corretto perché include anche chi festeggia le feste in questione senza essere cristiano.
Quello che nella prima traduzione di Harry Potter è chiamato "il ballo del ceppo" in inglese è "il ballo di Yule".

Zenzero:
Prima della celebre canzone degli Elio e le Storie Tese ignoravo che lo zenzero fosse il vero simbolo del Natale



ma mi hanno convinto facilmente e adesso un po' di zenzero candito lo compro sempre - o lo mangio, quando me lo offrono, e me lo offrono spesso. 
Anche quello va bene nel bicchiere di vino spumante.