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venerdì 6 settembre 2019

Corinna o l'Italia - Madame de Staël

Madame de Staël, come la chiamano con un certo semplicismo in questa edizione degli Oscar Mondadori, aveva in realtà anche un nome di battesimo e financo un cognome non privo di un qualche rilievo: si chiamava infatti Anne-Louise Germaine Necker e solo dopo il matrimonio diventò la baronessa di Staël-Holstein. Normalmente era conosciuta come Germaine de Staël, ma in Italia effettivamente è sempre stata nota come "madame de Staël".
Era la figlia di Necker, sì, proprio quel ministro delle finanze francesi che con le sue dimissioni nel 1789 fornì una delle scintille che portò poi alla rivoluzione francese. Sua madre ebbe invece una storia d'amore con tale Gibbon, storico inglese non privo di fama. Questo per dire che la signora è cresciuta in un ambiente che traboccava storia e cultura. A sua volta tra i suoi amici e conoscenti contava gente come Fichte, Constant e Vincenzo Monti e tra i suoi nemici annoverava tal Napoleone, che la trovò abbastanza scomoda da esiliarla dalla Francia per questioni politiche. Ovunque andava, fosse Francia, Svizzera, Italia o quant'altro avviava un salotto con i nomi più prestigiosi del luogo - no, non piccole glorie locali: gente di calibro internazionale, e non faceva solo la brava padrona di casa o la musa ispiratrice ma scriveva trattati discussi in tutta Europa e romanzi parimenti letti, discussi e all'occorrenza anche criticati in tutta Europa. Insomma, una intellettuale femmina di gran rilievo.
Dove passava Germaine de Staël fiorivano discussioni, trattai, pubblicazioni, dibattiti. Più che una donna si sarebbe forse potuta definire un lievito - se non fosse che anche lei aveva un buon numero di focacce da infornare, oltre a far lievitare quelle degli altri.
Per uno studentello liceale di letteratura italiana comunque madame de Staël è una sorta di spettro evanescente molto nominato ma quasi mai citato direttamente. Sappiamo che esiste e poco più. Io sapevo che aveva dato l'avvio al Romanticismo (diciamo l'avvio ufficiale, perché giù da una buona trentina d'anni si romanticheggiava assai in tutta Europa) con un articolo sull'importanza delle traduzioni, nel 1816, e che aveva scritto anche dei romanzi, tra cui Corinne. Nessuno mi raccontò mai niente di più, ma la signora in questione venne nominata parecchio nei miei anni liceali, e anche al corso su Foscolo che ho fatto all'università.
Di abitudine, quando nelle lezioni veniva citato un testo di narrativa, soprattutto se straniero, mi fiondavo a leggerlo se non lo conoscevo già, o almeno provavo a dargli una scorsa: la storia della letteratura infatti mi risultava assolutamente incomprensibile se non riuscivo ad appoggiarla a qualche testo.
Con Corinna la cosa non fu possibile: infatti questo romanzo, famosissimo e stampatissimo in tutta Europa per tutto l'Ottocento, in Italia non meno che altrove, nel Novecento da noi ebbe solo  due scarne edizioni con scarsissime note. Questa edizione del 2007 (che è poi quella che ho letto questo Agosto) invece contiene una ricca introduzione di Anna Eleonor Signorini e una nota di Michele Rak (entrambi a me sconosciutissimi ma davvero questo non vuol dir niente visto che di critica letteraria ne so men che zero) e due imponenti bibliografie oltre a un immane apparato di note e tutte le note della Staël stessa medesima, che sono davvero un bel numero. All'epoca l'edizione mi sfuggì e adesso è straesaurita e Mondadori non sembra intenzionata a scomodarsi a ristamparla, così al momento non ho comprato il libro con i soldi dell'aggiornamento; ma avendo avuto per purissimo caso la fortuna di incrociarlo in biblioteca mentre vagavo qua e là in cerca di ispirazione, non me lo sono lasciata sfuggire e proverò in autunno a raccattarlo all'usato confidando in Maremagnum, che è sempre pronto a soccorrere l'aspirante lettore.

E dopo questa introduzione sociocultiuralbocciofila direi che è giunto il momento di parlare infine del romanzo, visto che in teoria questo post servirebbe a presentarlo. Parto dicendo che secondo me è un romanzo che va maneggiato con le molle e consigliato con molta cautela.
Siete alla ricerca di una lettura leggera e spensierata che vi aiuti a rilassarvi in un periodo particolarmente rognoso della vostra vita?
Scansatelo come la peste.
Desiderate tuffarvi in una vicenda dal ricco intreccio, piena di avventure e di azione e ricca di colpi di scena?
Girate al largo con gran cura.
O piuttosto vorreste un libro che presenti un folto carnet di personaggi colmi di fascino, mirabilmente caratterizzati e dal brillante conversare?
No, Corinna non è il settimo romanzo di Jane Austen. Proprio no.
Bramate immergervi in una tumultuosa e appassionante storia d'amore?
Difficilmente questo libro potrà contentarvi.
Vi piacciono... ecco, sì, vi piacciono le seghe mentali?
Avanti e benvenuti, questo libro potrà appagare la vostra inclinazione per le seghe come nemmeno una segheria della Val Gardena o un mobilificio specializzato in mobili in massello potrebbero fare.
Apprezzate le disquisizioni erudite su storia, letteratura, arti figurative e il carattere dei popoli?
Accomodatevi, qui troverete un pascolo ottimo e abbondante.
Desiderate informarvi sul modo in cui gli stranieri guardavano all'Italia prima della discesa di Napoleone?
Questo libro fa decisamente per voi. Basta armarsi di un pochino di pazienza.

Siamo nel 1795 e un aristocratico giovane e bello, tale Oswald conte di Nelvil, fa un viaggio nel continente allo scopo di elaborare il lutto della morte del suo amato padre. Durante il viaggio incontra e prosegue il viaggio con un aristocratico francese, il conte d'Erfeuil. A Roma i due conoscono Corinna, giovane, bella, ricca e assai famosa improvvisatrice.
Per i molti che non conoscono il Viaggio a Reims di Rossini (dove compare un'improvvisatrice romana che si chiama appunto Corinna) va spiegato che per "improvvisatrice" si intende una donna colta, versatile e di gran talento che improvvisa versi su richiesta, anche su soggetto, e che di solito li canta accompagnandosi con l'arpa. Che io sappia (e ne so poco) è un  tipo di figura tipicamente italiana di fine Settecento.
Quando la incontriamo, la bella Corinna sta per essere incoronata poetessa, con grande sfarzo e pompa.
I due si innamorano follemente, ma alla fine Oswald stabilisce che non può sposarla perché il padre (di lui, sì, quello che è morto prima dell'inizio del romanzo) non vuole. Oswald ne soffre molto e il matrimonio che stringe con la bellissima e giovanissima aristocratica inglese Lucille non varrà a consolarlo. Corinne invece ne muore di dolore, nell'ultima pagina del romanzo.
Già detta così sembra una storia di pazzi, ma a leggerla lo sembra molto di più. D'altra parte è un vero romanzo romantico, se mai ve ne furono, e perfino gli inglesi, per i quali il lieto fine è quasi obbligatorio, avevano talvolta difficoltà a far finire bene i loro romanzi romantici. Nei buoni romanzi romantici l'eroina ha da morir d'amore, e neanche l'eroe alla fine se la passa granché bene (ma di solito rimedia uccidendosi o morendo eroicamente per la patria, possibilmente per liberarla da qualche dominazione straniera). E, molto spesso, nei romanzi romantici l'ostacolo che separa due innamorati impedendogli di sposarsi è leggero, leggerissimo ma a conti fatti si rivela solido come l'acciaio a causa dei raffinatissimi scrupoli morali dei protagonisti.
Qualche lettore contemporaneo, esasperato ha lamentato una scarsa credibilità psicologica dei personaggi in Corinna ma secondo me si è lasciato fuorviare, appunto, dall'esasperazione - anche se forse si può discuterne per il francese d'Erfeuil che effettivamente sta lì, fa quel che l'autrice gli dice di fare ma non risulta molto convincente. I due personaggi principali però sono tratteggiati con grande cura e il risultato è eccellente.
Oswald è un caro e sensibilissimo ragazzo, il cui scopo principale è non essere felice (scopo che consegue brillantemente, anche se solo dopo grandi sforzi) e il cui sogno è di non far soffrire nessuno per colpa sua pur avendo una quantità incredibile di scrupoli che gli complicano la vita in modo davvero sbalorditivo e lo costringono a rendere infelici un sacco di persone che hanno la disgrazia di averlo intorno. È una tipologia assai comune e tutte ne abbiamo incontrato qualche esemplare, ma se abbiamo avuto fortuna è capitato in sorte a una nostra cara amica e dunque l'abbiamo subito solo di riflesso, anche se consolare l'amica è stata davvero impresa degna di Sisifo.
Corinna è una donna, come dire, importante: ricchissima di talento e di fascino, molto passionale e portata dalla ria sorte a drammatizzare assai tutto quello che tocca. Molti ne hanno incontrata qualcuna, e se hanno avuto fortuna sono riusciti a svincolarsi - di solito per poi pentirsene amaramente e rimpiangerla tutta la vita. I due funzionano e si incastrano perfettamente, anche se forse qua e là tagliare qualche riga avrebbe aiutato il lettore moderno ad essere meno esasperato - comunque son scelte stilistiche, e a quel che ho capito per il lettore dell'epoca andava benissimo così, non è per i personaggi che il romanzo è stato a volte criticato dai contemporanei.
Nel corso del romanzo i due protagonisti percorrono in lungo e in largo le principali città italiane dell'epoca (Roma, Napoli, Venezia, Firenze, Ferrara) e i loro dintorni, analizzandole con cura e visionandone con attenzione le rovine, i quadri, le statue, i templi, le chiese, i paesaggi, i costumi e la società oltre ad occuparsi della storia e della letteratura italiane, confrontandole con quelle francesi, tedesche e inglesi. Per "società" comunque si intende solo quella alta, anche se a volte si accenna vagamente al "popolo". Di economia, in seicento pagine di romanzo, non si occupa nessuno: non è questione che interessi le anime romantiche.
Corinna è un romanzo a chiave, diciamo così, internazionale: tanto per cominciare si intitola Corinna, o l'Italia e dunque ci spiega subito che Corinna rappresenta l'Italia (anche se, in effetti, è angloitaliana). Oswald naturalmente rappresenta l'Inghilterra - diciamo l'Inghilterra dei genitori di Jane Austen. D'Erfeuil invece rappresenta la Francia:è un carattere frivolo e guidato soprattutto dalla vanità, incapace di sentimenti profondi ma a conti fatti per tutto il romanzo si comporta benissimo anche se ogni tanto cerca (invano, sempre invanissimo) di convincere Corinna e Oswald ad ascoltare la Voce del Mondo e a uniformarsi alle convenzioni sociali e insomma, è tutto fuorché romantico.
Tra una città e l'altra, una gita turistica e l'altra, una scena di passione e l'altra i due innamorati discutono, in privato o nel brillante salotto di Corinna, di tanti e coltissimi argomenti. Corinna difende il punto di vista italiano, Oswald quello inglese. Pur essendo entrambi fervidissimi amanti del loro paese, la discussione avviene sempre in termini civilissimi, anche quando sono coinvolte altre persone, perché nessuno dei due vuole rischiare di offendere l'altro, anche se Corinna non ama molto l'Inghilterra perché è stata molto infelice negli anni in cui ha vissuto lì e solo in Italia ha potuto coltivare i suoi talenti ed essere apprezzata per i suoi meriti, mentre Oswald, pur essendo molto sensibile al fascino dell'Italia, la guarda un po' dall'alto in basso perché, da buon inglese, niente è meglio dell'Inghilterra ai suoi occhi. Naturalmente, in ogni dialogo culturale si parte dal presupposto di base che al momento la cultura più apprezzata è quella francese, anche se nessuno dei due protagonisti sembra andarne matto.
Dal romanzo emerge davanti al lettore una Italia stranissima, sprofondata in un sopore simile al letargo. Il fatto di non esistere come paese, e di essere rinchiusa in tante piccole cellette di scarso respiro la condanna all'arretratezza e a un rimpianto per la passata grandezza che le impedisce una produzione artistica al passo dei tempi e soprattutto all'altezza del suo passato nonostante l'indubbia intelligenza dei singoli ma anche della popolazione in generale e insomma l'arte italiana è ridotta a una specie di gioco di società e i suoi abitanti non trovano altra cura che rifugiarsi nel loro glorioso passato, con i vivi che passano come fantasmi sulle rovine che testimoniano l'antica grandezza: un popolo di sopravvissuti che si è da tempo rassegnato a non essere più vivo e a sopravvivere ai margini del mondo contemporaneo.
Due considerazioni saltano agli occhi a questo punto: la prima è che l'Italia non ha avuto una produzione artistica romantica all'altezza degli altri stati ma è stata importantissima per aiutare a produrre l'altrui arte romantica, dove il tema dell'antica grandezza italica è estremamente presente - insomma, abbiamo fornito molta materia prima per il romanticismo degli altri. La seconda considerazione è che madame de Staël scriveva trent'anni dopo il viaggio che racconta, e ambienta questo viaggio un attimo prima dell'arrivo di Napoleone che risveglierà l'Italia dal suo umiliato torpore incitandola a rinnovare le sue antiche gesta e soprattutto a riunificarsi, premessa indispensabile per un definitivo risveglio. Chi legge sa che comunque l'Italia nel frattempo è cambiata parecchio, o almeno vuole farlo.
Una postilla a margine: nel corso del romanzo Corinna, da sola, si ritrova a Santa Croce, dove osserva le famose tombe dei grandi d'Italia e ne trae argomento per molte riflessioni - che però sono diversissime da quelle che ne trae Foscolo. Non opposte, proprio diverse - diciamo che osserva quelle tombe con una prospettiva diversa, ma non incompatibile con quella dei Sepolcri. La cosa notevole è che i Sepolcri vengono pubblicati nel 1807, esattamente lo stesso anno del romanzo Corinna. Improbabile quindi che uno dei due testi abbia direttamente influenzato l'altro; dal che si deduce che il grand tour delle tombe di Santa Croce era considerato all'epoca una tappa essenziale per i turisti più colti e più di uno doveva aver sviluppato qualche considerazione in proposito già negli anni precedenti.
Un paese addormentato, che però Corinna difende con ardore e che viene fotografato un attimo prima del suo risveglio. Ma anche un paese fantastico, quasi fantasy, dove i fantasmi sbucano da ogni angolo e dove in ogni luogo ci si può immergere fino a rischiare di annegare nel sogno e in quelle vaghe fantasie e suggestioni che all'epoca ogni persona sensibile provava davanti alle rovine e che vanno sotto la generica etichetta di "pittoresco". I due innamorati camminano in questa atmosfera sospesa, come di sogno, e discutono e dissertano sull'Italia come se l'Italia, troppo profondamente addormentata, non potesse ascoltarli.
Inutile dire che gli intellettuali italiani, che pure divorarono il romanzo con ardore, non ne rimasero entusiasti ed ebbero parole di critica su quel ritratto così strano del loro paese. Ci si accorge però che il sogno dell'Italia, e l'Italia vista come un paese immobilizzato in uno di quegli incantesimi che fermano il tempo, ebbe una enorme importanza nell'immaginario collettivo europeo.
E si fa una scoperta interessante: nell'alta società italiana, di cui vediamo qualche sprazzo, la donna era non solo molto libera ma anche figura dominante. Gli uomini erano dichiaratamente sottomessi alle loro amanti, di cui tolleravano assai di buon grado i capricci, e le donne che avessero avuto la fortuna di disporre di qualche talento artistico o intellettuale lì potevano svilupparlo, esibirlo e addirittura guadagnarcisi da vivere, ad esempio insegnando all'università (sì, avete letto bene): non solo lettere ma anche medicina, matematica e legge: e una delle lunghe note di madame de Stäel si sofferma appunto sulle donne laureate e insegnanti nelle principali università italiane. Un accidente se mi hanno mai parlato di questo, a scuola.

Altrettanto curiosa è l'immagine dell'Inghilterra, paese vivo, sì, ma scialbo e convenzionale, senza vita sociale (e di nuovo torna in mente Jane Austen, che descrive un universo così socialmente brulicante che sembra di guardare l'acqua di uno stagno al microscopio), dove l'unica esistenza valida possibile per le donne è quella di custodi del focolare domestico - e dove l'unica letteratura citata è Shakespeare, alla faccia dei romanzieri settecenteschi che a me non sembrano poi così insignificanti. E anche della Francia abbiamo una prospettiva curiosa, con i francesi fissati nel cliché che li vuole frivoli e vanitosi (ma in effetti della Francia si parla davvero il giusto), anche se all'epoca avevano giù fatto una rivoluzione che è tuttora considerata una delle tappe più importanti della storia del mondo occidentale e aveva vivamente scosso ogni persona pensante in Europa.
Nonostante i personaggi esasperanti e la trama decisamente annacquata ho comunque trovato Corinna un romanzo estremamente interessante e non rimpiango un solo minuto del notevole tempo che la sua lettura mi ha richiesto. Non oso suggerirlo a nessuno, ma mi è piaciuto dedicargli questo post alquanto pretenzioso con cui partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e ringrazio chi ha avuto la pazienza di leggerlo.

4 commenti:

Aliceland ha detto...

Dopo aver letto il tuo post sono molto incuriosita ma anche spaventata...ma che vuoi che sia, ci lasciamo spaventare? Giammai...me lo segno!!!

Murasaki ha detto...

Mal che vada, lo pianti lì dov'è se ti stufi - e poi quel che ho scritto non vale per chi ha una laurea umanistica: noi siamo ben usi a maneggiar mattoni.In compenso, per una anglista potrebbe essere interessante, e forse anche un po' comico.

Pellegrina ha detto...

Ma guarda, un’altra che ha letto Corinna! Sei la prima persona che incontro in assoluto. E si’ bisogna amare molto le seghe mentali, ma di quelle pesanti eh, per arrivare in fondo, oppure avere un gran spirito di disciplina. Specie la seconda parte è veramente esasperante. Pero’ non ho mai letto la Julie di Rousseau che potrebbe essere pure peggio.
Io l’ho letto per via del Viaggio e perché l’ho trovato nell’usato con una bellissima copertina in bianco e nero ricavata da un’antica incisione. era un formato particolare, stretto, e mi piaceva molto. E poi per curiosità, uno di quei libri di cui parlano tutti e nessuno legge e infine perché scritto da una donna e una donna non qualsiasi: figlia di un banchiere, protestante, oltre al resto.
Pure in Francesi colti lo leggono in pochissimi.
Bisogna proprio amare la letteratura romantica per farselo piacere, come Chateaubriand - che non ho letto e spero di non leggere mai. La letteratura amorosa romantica è l’equivalente dei porno soft settecenteschi: dilunga le situazioni amorose facendoti pensare per qualche centinaio di pagine che al prossimo paragrafo ci siamo e invece gli innamorati restano indefettibilmente devoti all’erotismo mentale di cui sopra. L’Italia rappresentata non credo pero’ sia molto realistica dal punto di vista dei costumi: la storia è profondamente autobiografica, travestita da romanzo nel genere peripezie di amori contrastati dal senso del dovere. Ma le motivazioni sono piuttosto vicine a quelle che dici tu: de Stael è una donna colta, intelligente, volitiva e a volte insopportabile; si è innamorata di un uomo più giovane che la subisce e la sfugge a un tempo, il tutto sfruttandola per farsi una carriera (anche qui come Chateaubriand): l’impossibilità della storia d’amore deriva da questo... ma per ipocrisia letteraria questa storia era irraccontabile (o ci voleva Laclos, roba del secolo precedente, più crudele e meno retorico). Insomma è una lunga claustrofobica discussione in una relazione non sentimentalmente paritaria.
Le improvvisatrici non erano solo donne, c’erano anche uomini e l’usanza risale almeno al primo Settecento. Un improvvisatore sofferto è stato Pietro Metastasio. L’improvvisatore infatti era pagato per animare le serate o le riunioni versificando all’apparenza senza avere nulla di pronto su un tema indicato spesso dai presenti all’ultimo momento. In realtà utilizzavano un sistema di canovacci, formule ecc. che veniva memorizzato prima e poi adattato al tema della serata. Metastasio era molto abile, il successo che otteneva fu sfruttato a lungo dal suo mentore. Ma lui detestava farlo: era molto faticoso e ansiogeno, e appena potè guadagnare a sufficienza non volle più farlo.

Murasaki ha detto...

Ecco, ci speravo proprio che saresti arrivata, in effetti ti avevo data come l'unica possibile altra lettrice tra quelli che conosco in rete, e uno dei motivi per cui ho scritto questa recensione amatoriale era che in rete, per quel che ho visto, nessun non addetto ai lavori ci aveva provato - che secondo me è un peccato perché è un libro interessante per tanti aspetti.
L'aspetto autobiografico è molto vagamente accennato in una delle introduzioni, mi sembra, ma senza il minimo dettaglio. Quel che mi scrivi rende tutto più chiaro. Però credo che l'Italia fosse proprio così, agli occhi di una straniera dell'epoca, e qua e lù coincide anche con qualcosa degli scritti sull'Italia di Stendhal, mi è sembrato.
E ti ringrazio anche per quel che hai scritto sugli improvvisatori, poi magari uno di questi giorni ritocco il post. Non sapevo assolutamente che anche Metastasio lo fosse stato, ma in effetti io di Metastasio conosco solo e soltanto un paio di citazioni che sono entrate fra i modi di dire delle mie amiche (che evidentemente ne sanno un po' di più).
In compenso ho letto, cioè scorso riproponendomi di leggerla tutta un giorno, la Julie. Che dirti? Sono circa dieci anni che il libro è in attesa di essere letto a dovere, e magari anche questa a modo suo è una recensione. Comunque io Rousseau lo digerisco proprio male, va detto. E quanto a Chateaubriand... mah, se proprio non hai di meglio da fare e sei confinata per qualche mese in una isola deserta forse... comunque secondo me si campa bene anche senza aver letto né l'uno né l'altro.

E soprattutto: grazie!