Il mio blog preferito

giovedì 26 novembre 2015

La sganascevole e ridicolissima farsa del Registro Elettronico - 2


Verso la fine dell'ora controllo l'agenda personale per quel  che riguarda la Seconda Elettrica.
"La prossima volta interrogo, ci sono alcuni di voi con cui non ho nemmeno un voto, a parte la correzione degli esercizi".
"Ci mette i voti anche per gli esercizi?" si informa Perceval.
"Sì, ma non sono voti veri" spiego "E' solo per avere una traccia di come avete risposto, sono nascosti. Voi non potete vederli".
Mi guardano.
Li guardo.
Sorridiamo tutti con profondo compatimento.
"Come se poteste vedere qualcosa, nel registro elettronico".
"Già".

Siamo ormai nel pieno del terzo mese dell'anno scolastico 2015-2016. Il collegamento arriva quasi sempre in tutte le classi e talvolta perfino nei laboratori e in palestra, ma a tutt'oggi il nostro Grandioso Registro Elettronico continua ad essere noto solo a pochi eletti, ovvero noi insegnanti che ogni giorno lo aggiorniamo coscienziosamente.
A vantaggio di chi, non è dato sapere.

Il paese è piccolo e i genitori (e gli alunni) mormorano.
A dirla tutta, ci stanno prendendo per il culo.
E davvero non so come dargli torto.

lunedì 23 novembre 2015

Lunedì Film - Ladyhawke (Film per le medie)


Uscito nel 1985 per la regia di Richard Donner, Ladyhawke gode tuttora di ottima reputazione e conserva intatto il suo fascino anche agli occhi dei giovanissimi ("Ma non sembra un film vecchio" ha commentato un alunno quando ha saputo la data di produzione). 
I ragazzi che lo guardano oggi godono anzi di un vantaggio rispetto agli spettatori che l'hanno visto in sala a suo tempo: non conoscono la storia.
La quale storia racconta di due amanti sventurati, costretti da una maledizione a vivere in sembianze semiumane: lui è un lupo di notte, lei un falco di giorno. Di giorno lui è un cavaliere che gira col suo falco al braccio (bellissimo falco, tra l'altro)



e di notte è un lupo che veglia sul riposo della sua dama, ma i due non possono mai stare insieme in forma umana e solo per un brevissimo istante riescono a intravedersi, all'alba e al tramonto, senza nemmeno potersi sfiorare. All'epoca ricordo benissimo che non c'era recensione che non segnalasse questo snodo essenziale della trama nelle prime cinque righe, ma nel film la cosa si scopre lentamente, un pezzetto per volta, e solo oltre la metà la vicenda viene narrata completamente. Di tendenza non sono contraria agli  spoiler, ma mi sono accorta che guardare il film senza sapere già in partenza cos'hanno di particolare quel falco e quel lupo permette di apprezzare meglio l'insieme.

Siamo in Francia, una Francia girata completamente in Italia (in zona L'Aquila, tanto per restare in tema ornitologico, e non è un caso che la città dove si svolgono sia la scena iniziale che quella finale si chiami Aguillon), tra luoghi e personaggi inventati, in un qualche punto del XIII secolo; più che un fantasy o una fiaba, Ladyhawke è la trasposizione cinematografica di un romanzo cavalleresco che solo per un curioso disguido della sorte non è mai stato scritto e che Chretien de Troyes non avrebbe disdegnato - anche se non so quanto la bella colonna sonora, scritta da Andrew Powell in perfetto Alan Parson style ed eseguita con i sintetizzatori, lo avrebbe davvero convinto (e tuttavia, anche se non è molto filologica, ci accompagna molto bene al film).
Per il resto i costumi, gli usi e le circostanze sono storicamente assai fedeli, anche se la vicenda non è tra le più realistiche. Nessuno però, quando scriveva letteratura cavalleresca, si interessava minimamente di essere realistico e dunque va bene così.

La vicenda è filtrata attraverso il protagonista apparente, un giovanissimo ladro assai abile nelle fughe che incontriamo appunto durante una prodigiosa fuga attraverso le fogne con cui riesce a scampare un esecuzione capitale, e mentre fugge incrocia un cavaliere solitario, che gira seguito sempre dal suo fedele falco. 




Un pezzo per volta riuscirà a ricostruire la vicenda, a salvare il falco quando viene ferito e a trovare il modo per sciogliere la maledizione. Il cavaliere saprà poi come far vendetta del torto che gli è stato fatto e proteggere la sua signora.



Il film è avventuroso, ricco di azione e finisce bene. Il protagonista apparente è  simpatico e costituisce un buon contrappunto ai due protagonisti effettivi, molto belli e solenni e di nobile animo e dalle assai drammatiche vicende. Navarre è un cavaliere indimenticabile, Isabeau è una perfetta e bellissima dama di nobilissimo animo e di indomito coraggio, falco e lupo recitano benissimo, i paesaggi italiani pure, il Cattivo ha una sua perfida grandezza e le numerose guardie che esistono solo per essere malmenate dai protagonisti svolgono egregiamente la loro funzione. La scena degli amanti che si ritrovano è commovente ma non troppo lunga per una giovane scolaresca. Non c'è l'ombra di una scena inadeguata al contesto scolastico e le frequenti trasformazioni dei due amanti non ne alterano mai la perfetta dignità (anche questo un tratto molto tipico della letteratura cavalleresca). 
Perfetto sia per una prima verso la fine dell'anno che per una seconda agli inizi, e anche l'insegnante lo rivede sempre volentieri.
Durata: leggermente inferiore alle due ore.

martedì 17 novembre 2015

17 Novembre 2015 - Festa del Gatto Nero (o dei GattI NerI, potendo)

Oggi si festeggia quella cara e dolce creatura che va sotto l'etichetta di "gatto nero" ma che naturalmente può essere anche femmina, e quindi gatta nera.

I gatti neri sono belli, simpatici, coccolosi, provvisti di grande humor - insomma hanno tutte quelle belle doti che caratterizzano i gatti.

E dunque: esiste qualcosa di meglio di un gatto nero, o di una gatta nera? La bella Ninphadora, per esempio, qui un po' chiara perché fotografata in un giorno molto luminoso:
Ebbene sì, esiste qualcosa di meglio: DUE gatte nere.
Così quest'anno, essenso la bella Artemis partita verso il ponte dell'Arcobaleno, ai primi di Novembre mi sono regalata una gattina nuova, e dopo attento studio l'ho chiamata Alice RAF Astrifiammante*:
E' una bella pozzangherina nera con gli occhi, e si distingue da Ninphadora soprattutto per le dimensioni. Tra un anno però, quando sarà cresciuta, l'unico indizio per aiutarmi sarà probabilmente la forma delle orecchie, più rotonda nella nuova arrivata.

Dunque auguri a tutti i gatti neri, e anche ai gatti diversamente neri e a tutte le creature care a chi passa di qua, senza discriminare in base al numero delle zampe o alla forma delle orecchie.

*Alice come Alice Ford del Falstaff, oltre che come Alice del Paese delle Meraviglie; Astrifiammante come la Regina della Notte, e RAF... avete presente i gloriosi bombardieri della Royal Air Force? Quando è contrariata fa esattamente quel rumore.

sabato 14 novembre 2015

La notte fra il 13 e il 14 Novembre


La Tour Eiffel spenta fa la sua impressione, sì.

Ma poi la riaccendono.

(fonti autorevoli in effetti assicurano che viene spenta ogni notte all'una, ma, ahimé, ho fatto la sciocchezza di fidarmi della Stampa, che un tempo passava per un giornale piuttosto attendibile. Non posso che deplorare la mia ingenuità e promettere di essere più attenta e più diffidente in futuro)

venerdì 13 novembre 2015

La pietra di luna - Wilkie Collins

                     

La copertina a sinistra è quella dell'edizione del 1972, uscita a seguito al successo dello sceneggiato televisivo di Anton Giulio Majani. A destra invece c'è la copertina dell'unica edizione in commercio al momento, da me comprata in questi giorni per rimpiazzare quella del 1972 andata distrutta per le numerose letture cui io, mia madre e almeno due care amiche la abbiamo sottoposta. Molte altre edizioni erano venute prima, molte ne arrivarono negli anni che separano queste due e immagino che molte ne verranno anche in futuro: La pietra di luna infatti è un sempreverde e, dopo il successo iniziale al suo primo apparire, nel 1868, ha continuato ad essere apprezzata da critici e lettori.
Le due copertine comunque hanno in comune il fatto di non avere niente a che fare con il contenuto del romanzo: il libro infatti non parla di belle signore svestite né di medaglioni incrostati di rubini e decorati con perla a goccia, bensì di un diamante giallo di notevole grandezza e valore e con una bella luce dorata all'interno. Niente a che vedere dunque nemmeno con quella che viene chiamata "pietra di luna" o aulularia, una pietra biancoperlacea traslucida e opalescente assai apprezzata nella cristalloterapia (da non confondersi con la labradorite bianca che vale molto meno, mi raccomando!).

Nel corso delle cinquecento e passa pagine di ottima prosa che compongono questo lungo e pregevole romanzo comunque il diamante lo vediamo ben poco, giusto una rapida comparsa per frasi rubare - ma in compenso ne sentiamo parlare più che abbastanza per convenire senz'altro che il titolo scelto dall'autore è assai pertinente.
Questo diamante un tempo ornava una divinità indiana e venne preso, in modo più che disonorevole, da un ufficiale inglese di assai discutibile reputazione. Com'è noto, derubare divinità indiane non è mai stata attività particolarmente salutare, e infatti il diamante è maledetto e porta sventura, o almeno così si dice, senza contare che gli indiani cui è stato rubato l'hanno presa malissimo e hanno fatto voto di riprenderselo.
L'indegno ladro comunque muore di vecchiaia e il diamante viene trasmesso in eredità e indossato una sera a cena dalla legittima proprietaria. La mattina dopo del diamante non c'è più traccia e le quattrocento pagine successive sono dedicate a cercare di capire cos'è successo a quella maledetta pietra.

Il romanzo è considerato uno dei primi esempi di letteratura poliziesca - onore  che condivide con molte altre opere del periodo, equamente distribuite in Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Senza dubbio al centro c'è un enigma, e uno dei protagonisti è uno dei primi esempi di investigatori (anche se, al contrario di qualche critico letterario, io non tirerei in ballo Nero Wolfe e tutto sommato nemmeno Sherlock Holmes); tuttavia non sarà l'investigatore, per quanto bravissimo, a risolvere il caso, perché sarà ingannato dai suoi pregiudizi, dalle apparenze, dall'abitudine di generalizzare indispensabile nel suo lavoro ma che in quel caso specifico lo allontanerà dalla verità... e da due delle protagoniste. Solo quando un medico (non di puro sangue inglese) avrà compreso il  meccanismo principale della trama l'investigatore, tornato sul luogo del delitto, riuscirà infine a sbrogliare la matassa.
Si tratta insomma di un eccellente polpettone vittoriano dove la soluzione della trama arriva lentamente ma il lettore non corre alcun rischio di annoiarsi perché la sua attenzione sarà concentrata soprattutto sui personaggi, una splendida galleria di personaggi davvero interessanti. In ordine di comparsa abbiamo: un impeccabile maggiordomo, un bravo giovane con un passato un po' scapestrato alle spalle, una tipica fanciulla vittoriana che - come spesso avviene nei romanzi vittoriani - non è affatto convenzionale né tipica, una fedele cameriera, una peccatrice redenta che nella sua redenzione un po' si annoia, un impeccabile filantropo che risulta antipatico quanto il mal di denti, una parente povera che usa la religione come droga per dimenticare i suoi molti mali, un povero medico assai perseguitato dalla sorte e dalla cattiveria del mondo (e che si droga con l'oppio), un coro di servitori assai suscettibile che sembra uscito dalla penna di Agatha Christie, un avvocato esperto del viver del mondo, una adorabile e affettuosa madre, un poliziotto singolarmente imbranato, un secondo poliziotto molto più accorto del primo ma che si fa ingannare esattamente come il suo collega imbranato e infine un celebre esploratore che è l'unico che sembra in possesso di qualche nozione almeno vagamente attendibile sull'India (luogo all'epoca assai misterioso e infido per i suoi colonizzatori). Abbiamo poi due storie d'amore, l'ombra delle sabbie mobili, il fantasma di Robinson Crosue che aleggia su tutto il romanzo (pur in totale assenza di naufragi ed isole deserte), un diamante maledetto e tre improbabilissimi bramini che compaiono e scompaiono nei momenti più impensati e che per gran parte del tempo si mostrano imbranati peggio dei due poliziotti, una quantità di fidanzamenti fatti e disfatti e un profluvio di opuscoli edificanti e di lettere che si incrociano, si sperdono o vengono distrutte, il tutto mescolato con grandi accortezza nel calderone e cucinato nel più gustoso dei modi.

Questo eccellente romanzo, che mi accompagna da quando avevo dodici anni, ha purtroppo un difetto: termina, ahimé, troppo presto. Non che la trama venga lasciata in sospeso o conclusa in modo insoddisfacente; ma dopo averlo finito resta il rimpianto di non poter continuare a leggero la sera successiva.
Adatto a tutte le età dai dodici anni in su e a tutte le stagioni non richiede né una particolare concentrazione né lettori particolarmente raffinati, ma riesce a  intrattenere tutti nel migliore dei modi con una scrittura e un intreccio mai banali prestandosi a gustose riletture, come quella che ho appena concluso questa settimana col preciso scopo di segnalarlo per i Venerdì del Libro di Homemademamma.
Già che ci sono, ricordo che nel Venerdì del Libro è stato già presentato due volte La donna in bianco, altro romanzo sempreverde di Collins: dalla povna 
e da HappyMummy.

lunedì 9 novembre 2015

Lunedì Film - Il destino di un cavaliere (Film per le medie)


Trovare dei buoni film storici sul medioevo adatti ad essere visti alle scuole medie non è impresa facile per l'insegnante, specie quando l'insegnante è piantagrane e pure medievista come nel mio caso, senza contare che il medioevo si fa in prima, massimo inizi della seconda, quando i ragazzi hanno talvolta difficoltà a seguire una trama storica troppo complessa. Il nome della rosa per esempio è fatto piuttosto bene ma un dodicenne può avere i suoi problemi a seguirlo in tutte le sue implicazioni. Inoltre è un po' lugubre. 
Ecco, la maggior parte dei film moderni sul medioevo è lugubre e ama indulgere con morboso compiacimento in scene di bieca miseria e ferocia e prepotenza. Due palle da non dirsi.

Il destino di un cavaliere (uscito nel 2001 per la regia di Brian Helgeland) non ha niente di lugubre, e permette di approfondire un argomento assai gradito: la cavalleria, con relativi tornei. Ci sono un sacco di armature che recitano benissimo, molte scene di combattimento spettacolare, poco sangue e una trama molto chiara. Inoltre c'è un protagonista bellissimo (il compianto Heath Ledger) che sta d'incanto sia con l'armatura che senza ed è molto bravo




più un bel gruppo di ottimi attori e una bella storia d'amore che si richiama molto bene all'amor cortese - dove la dama, come ogni medievista sa, non veniva idealizzata bensì assai corteggiata e considerata, in nome di un amore assai concreto e terreno ma che non presenta l'ombra di una scena inadeguata al contesto scolastico. Maschi e femmine possono dunque seguirlo con pari godimento e senza troppo impegno, divertendosi insieme in perfetta sintonia. Infine, a completare i suoi molti pregi, questo bel film è allietato da una colonna sonora decisamente rock (in effetti purissimo rock anni '70) che inizia con una canzone apprezzatissima dalle giovani generazioni nonostante i suoi quarant'anni e che illustra a meraviglia l'atmosfera di un torneo



e termina con un altra canzone assai famosa sui titoli di coda:



La storia, dicevo, è piuttosto lineare ma non piatta: nell'Inghilterra del tardo XIV secolo un giovane scudiero sostituisce in un torneo all'ultimo momento utile il suo padrone, morto all'improvviso, per il duello finale, e in qualche modo riesce a vincere. A quel punto decide di continuare l'avventura, aiutato dagli altri due scudieri, e con i soldi vinti al torneo si compra il necessario per un po' di addestramento. 
Al gruppo si uniscono poi Geoffrey Chaucer, scrittore di belle speranze e di grande cultura ma con una deplorevole inclinazione per il gioco d'azzardo che lo ha assai spogliato dei suoi beni terreni quando incontra l'aspirante cavaliere



e che lo provvederà di documenti e patenti false per iscriversi ai tornei; e infine una giovane vedova che ha rilevato l'attività del marito, fabbricante di armature di grande talento e maestria.
Provvisto di patenti false, di armatura vera (e molto resistente), di talento naturale e di molta fortuna il falso Ulrich von Liechtenstein vince molti tornei e il cuore di una damigella di alto lignaggio e naturalmente si fa un Grande Nemico che nel corso del film si rivela sempre più odioso (oltre che molto deciso ad ottenere la mano della damigella amata da Ulrich). Verso la fine l'inganno viene scoperto e Ulrich si ritrova letteralmente messo alla gogna per aver rifiutato di fuggire (dimostrando così di avere completamente assorbito il codice cavalleresco o, a scelta, di essere comunque un vero cavaliere nell'animo) ma a salvarlo e a restituirgli onore e patenti di nobiltà più un titolo vero interverrà niente meno che il Principe Nero, erede del trono d'Inghilterra; e tutto finisce molto, molto bene.

Il film dura due ore e un quarto ed è perfettamente calibrato per tenere sempre desta l'attenzione dello spettatore senza stordirlo. I personaggi sono tutti simpatici (tranne il rivale infido, naturalmente) e Ulrich anche più degli altri. La sceneggiatura è brillante, con momenti di pathos accortamente distribuiti. I combattimenti sono brevi ma significativi e non manca il tempo di descrivere sia il funzionamento dei tornei che l'etica cavalleresca. Ottima anche la fotografia.
Proiettarlo su uno schermo grande come una LIM gli rende maggior giustizia. 



L'insegnante non corre alcun rischio di annoiarsi né alla prima né alla terza visione (e se l'insegnante sono io sarà disponibile anche per una quarta, una quinta e pure una settima). In effetti si tratta di un film molto apprezzato.
I più rigorosi possono precisare che il film è ambientato a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del XIV secolo ma le armature sono in prevalenza un po' successive. La scheda del film su Wikipedia fornisce tutti gli elementi storici necessari che l'insegnante deciderà come e in che misura ammanire alla scolaresca.

domenica 8 novembre 2015

Sugli incomparabilissimi vantaggi di avere in classe un computer tutto per noi, talvolta anche collegato a Internet

Esiste forse, in questo capriccioso universo, qualcosa di più illogico dei computer della nostra scuola? Sì.

L'anno scorso il computer di quella che impropriamente chiamo "la mia classe" non si era rivelato di grande utilità: si accendeva di rado, spesso con un cupo rumore di sottofondo, spesso si spengeva da solo e regolarmente lamentava i soliti errori irreversibili, definitivi e catastrofici di cui Windows è così prodigo. D'altra parte in quella classe il collegamento in rete non arrivava quasi mai, quindi il problema era soprattutto di Matematica, che con fiduciosa ostinazione ogni mattina ci provava. A fine anno perciò tale computer fu classificato come inservibile e mandato al macero.
Non dico che quello che abbiamo trovato quest'anno sia un modello aggiornatissimo; tuttavia se non altro si accendeva regolarmente e ogni giorno provavamo tramite lui ad aggiornare il nostro amato registro elettronico (ritornato in grande spolvero sui nostri schermi a inizio Ottobre) riuscendo nell'impresa non meno di due volte su tre.
Tutti però eravamo ancora ricolmi di pregiudizi, così quando il computer in questione si è spento all'improvviso mentre ADSL stava felicemente inserendo la quinta riga del suo testo (e naturalmente non aveva ancora salvato niente) tutti, come un solo alunno e professore, abbiamo dato la colpa al computer. Una rapida ispezione mi ha fatto trovare uno spinotto non ben saldo al suo posto. Ho rinfilato tutto con attenzione e ADSL si è rimesso pazientemente al lavoro e da allora, quando scriveva là sopra, è stato ben attento a salvare ogni due righe - e faceva bene, perché il computer continuava a spengersi senza preavviso.

Martedì scorso, dopo l'ennesimo incidente, sono rientrata in classe finite le lezioni per una nuova, capillare verifica prima di iniziare la caccia grossa a Jorge perché ci scucisse infine un computer affidabile, dal momento che, a parte il registro elettronico, abbiamo tre dislessici tre in classe e prima o poi dovrò metterli a fare un vero tema. Così, esaminando con cura la situazione*, mi sono accorta che il computer si spengeva quando muovevo il tavolino... e che dalla presa partivano scintille. 
Ho tolto cautamente la spina e ho così scoperto che la presa era rotta ed evidentemente faceva contatto. 
A seguito di tutto ciò ho avvisato le custodi e due giorni dopo è arrivato l'elettricista dal Comune; casualmente ero proprio nel gabbiotto delle custodi quando è arrivato col responso, perciò ho avuto il privilegio di ascoltarlo in diretta.
"La presa è rotta".
Sì, ha confermato la custode, la presa era rotta. In effetti lo avevano chiamato proprio perché la presa era rotta. 
"Ma dovete far attenzione. E' pericoloso! Nella presa ci passa la corrente elettrica. Qualcuno si può far male!"
Sì, ha confermato la custode. Appunto perché nessuno rischiasse più di farsi male avevano chiamato in Comune chiedendo un elettricista.
"Ce l'avete del nastro isolante? Perché quella presa non va usata fin quando la ripariamo!".
Sssì, ha detto la custode, forse un po' di nastro isolante lo avevano.
E lo avevano davvero, di color grigio scuro.
Adesso la nostra presa è sigillata col nastro isolante in attesa che dal Comune facciano qualcos'altro oltre a tappare la presa - che comunque nessuno ha la benché minima intenzione di utilizzare finché non sia stata riparata a puntino.

Il computer, vecchiotto ma funzionante, dorme di un sonno profondo in attesa di tempi migliori, mentre il Grandioso Registro Elettronico della classe viene aggiornato a fine mattinata in Sala Professori, proprio come l'anno scorso.
Quanto a me, mi piacerebbe capire se Jorge ha guardato quella presa, che oggi ha l'aria così disastrata, prima di inserirci la spina quando a Settembre ha allestito le postazioni, e ho delle teorie in proposito.
E insomma tutto ciò è seccante. Parecchio.
E non sempre è tutta colpa delle Nuove Tecnologie.

*che poi non è che richiedesse chissà quale minuzioso lavoro di ricognizione o competenza speciale: a vedere le scintille siamo buoni tutti, purché la vista ci assista

giovedì 5 novembre 2015

Life Skills Strikes Back - La gestione delle emozioni - 1

Terzo anno di Life Skills, e prima puntata della nuova serie.
La Life Skill gettonata stavolta è stata la "Gestione delle Emozioni". Un po' pilotata, sospetto, perché la tenutaria del corso è arrivata con un mazzo di emoticon e ne ha distribuita una a testa e dovevamo spiegare perché ci rappresentava o non ci rappresentava in quel momento.
In realtà parecchie volevano l'empatia. Così ho improvvisato un collegamento sul fatto che  un insegnante sa gestire bene le emozioni in classe quando è in empatia con gli alunni, e lo stesso vale per gli alunni quando sono in empatia tra loro. La prima parte di questo funambolismo verbale è stata apprezzata, la seconda, non so perché, è stata ritenuta improbabile.
Suppongo che molti vedano la classe come qualcosa di cui l'insegnante ha il timone, mentre io non ci ho mai creduto molto - o meglio, la mia teoria è che l'insegnante tiene il timone se i ragazzi sono convinti che è bene così e glielo lasciano tenere - il che non sempre avviene, soprattutto alle medie dove l'utenza è un filino capricciosetta.

Sono tornata a casa navigando in un piacevole fiume di considerazioni, pensieri sparsi, embrioni di idee e brandelli di pensieri che fluttuavano cercando di combinarsi tra loro.
Stamani, mentre provavo a collegarli un po' mentre sorseggiavo il caffè e cazzeggiavo piacevolmente nella mia sessione mattutina di caccia al tesoro, una considerazione si è affacciata:
d'accordo, la gestione delle emozioni degli alunni. Insegnargli a gestirle. Provare a fargliele analizzare. Un lavoro da sciamano, insomma. 
Ma non ci sono solo gli alunni, in classe. 
L'insegnante sa gestire le sue emozioni?
Forse potremmo partire da questo. 

Scartiamo le emozioni esterne: la mia amica del cuore si sta separando, ho trovato mio marito a letto con mia cugina, mia figlia ha dieci giorni di ritardo, mia madre si è rotta il femore, il mio gatto ha una grave infezione e non sanno come curargliela. Quasi sempre tutto questo resta fuori dalla classe, almeno a livello cosciente, per poi ripiombarti addosso appena lasci l'aula.
Ma ci sono le emozioni strettamente legate alla classe. Le sappiamo gestire?
Mmmmhhhh. 
Con gli anni si impara, naturalmente, ma questo lavoro, nel bene e nel male, è nuovo ogni giorno.
Direi però che un elenchino si può provare a farlo. Strettamente personale, perché so una sega io delle emozioni degli altri.
Penso a una candida classe che mi aspetta fiduciosa per conoscermi e la prima emozione che mi viene in mente, limpida e forte è
LA PAURA.

Le nuove classi mi fanno paura. Tanta. Il mio stato d'animo al primo ingresso in aula non teme confronti nemmeno con quello di un tenore dell'Aida la sera della prima della Scala (Se quel guerrier io fossi, avete presente?)



quando l'incubo della stecca a voce ancor fredda inquieta anche le ugole più virtuose.

Seguono, a distanza abbastanza ravvicinata
L'ESASPERAZIONE sapientemente frammista alla FRUSTRAZIONE quando la classe ha fermamente deciso che quel giorno non ne vuol sapere della lezione che vuoi propinargli, o quando risulta chiaro che la lezione che gli hai propinato la volta scorsa è scivolata sulle loro penne come acqua sul più liscio dei marmi, oppure quando ha stabilito, senza consultarti, che oggi non si fa lezione, si perde tempo e basta.

E non ci sono emozioni positive?
Sì che ce ne sono, ma possono essere molto ingannevoli e dietro di loro si affaccia spesso lo spettro del pericolosissimo AUTOCOMPIACIMENTO, emozione infida quant'altre mai in questo lavoro, e foriera di grandissima DISILLUSIONE con conseguente pericolo di CROLLO DELL'AUTOSTIMA, che è un emozione con cui ogni insegnante fa i conti una trentina di volte al giorno come minimo - e quello, il crollo dell'autostima, non lo sa gestire nessuno, perché di per sé stessa l'autostima che crolla è il chiaro segnale di emozioni non accortamente gestite, e insomma l'unica cosa che si può fare nei casi gravi è aspettare pazientemente che passi - un po' come si fa con il raffreddore (comunque non è sempre colpa dell'autocompiacimento, oh no: si possono avere crolli micidiali nell'autostima anche e soprattutto in presenza di esasperazione, frustrazione e, naturalmente, anche della paura).

Pòle l'insegnante imparare a gestire le sue emozioni attraverso piccoli comportamenti virtuosi che migliorino il clima nella classe?
E' quello che vedremo, se mi viene un idea.

sabato 31 ottobre 2015

La notte di Halloween




La notte di Halloween è quella
 in cui le porte 
tra il nostro e gli altri mondi
 si aprono. 
Strane creature si affacciano, 
e creature molto più familiari 
ritornano tra noi per breve tempo:
 quelle che abbiamo amato 
e non sono più tra noi.
Diamo loro il benvenuto 
per il poco tempo che ci è concesso 
per incontrarci di nuovo.

venerdì 30 ottobre 2015

La valle dell'orco - Umberto Matino



Del libro che questa settimana vado a presentare per il Venerdì del Libro non avrei probabilmente mai sentito parlare se non fosse stato citato da Bridigala nell'ambito del torneo di citazioni letterarie Cita-un-libro che quest'anno, nel passaggio tra inverno e primavera, ha folleggiato su iniziativa della povna in un gruppo di blog nell'ambito della più vasta iniziativa #ioleggoperché.

Così citava Bridigala:

"E perché mai costui si era impiccato?" mi domandai.
Per scoprirlo non restava che leggere il libro - cosa non facilissima perché, messe insieme  tutte le biblioteche dei dintorni c'era a disposizione solo una singola copia; in compenso il libreria si trova con facilità, e infatti penso che lo comprerò. 
Qua in Toscana in effetti è piuttosto sconosciuto, ma nel nord Italia gode di una certa notorietà e di assai buona reputazione: pubblicato nel 2007 da un esordiente, si è rivelato un longseller grazie al passaparola - insomma, chi lo ha letto ne ha parlato bene in giro, lo ha regalato e prestato eccetera (in effetti anch'io sto facendo proprio questo);  e tuttora continua a vendere, insieme ai libri che l'autore ha pubblicato in seguito.
Siccome in questo caso la vicenda proprio non si può raccontare, perché il lettore deve scoprirla nell'ordine che l'autore ha deciso per lui, parlerò... già, di cosa parlerò?

Siamo nell'autunno del 1994 e un triste giorno un ingegnere assai inquadrato scopre che il suo più caro amico, Aldo, si è impiccato, lasciandolo erede dei suoi beni. Per capire come e perché l'amico si è impiccato, e soprattutto perché l'ha nominato erede, l'ingegnere, tale Carlo, si reca nello sfigatissimo paesino citato qui innanzi e in seguito anche nella contrada dove l'amico, reduce da un pesante attacco di depressione, aveva preso casa - un angolino nelle Prealpi non privo di un suo rustico fascino, ma decisamente lontano dal mondo. Lì, in uno di quei villaggetti di montagna che vanno a morire perché i giovani si sono stabiliti tutti a fondovalle, Carlo prende possesso della casa dell'amico, guardato con fiero sospetto e non eccessiva cortesia dai pochi abitanti: chi è quell'estraneo, cosa vuole, cosa rompe, di che s'impiccia?
Pure, nella casetta che Aldo ha praticamente ricostruito con l'aiuto dei suoi nuovi amici del paese (lui no, non era stato guardato con grande diffidenza, anzi accolto volentieri e con grande ospitalità, tanto che gli abitanti lo consideravano quasi uno di loro), Carlo trova, ben nascosta, una lunga lettera dell'amico e un ancor più lungo diario.

Una lunga lettera e un ancor più lungo diario lasciato in un luogo ben nascosto da un caro amico morto, una sorta di estremo viatico. Ho sempre desiderato leggere un romanzo con questi ingredienti, possibilmente ambientato in montagna, in uno di quei paesini dove all'apparenza non c'è niente da scoprire ma dove un  passato lontano e misterioso getta lunghe ombre inquietanti...

Ecco, questo è un libro inquietante, e via via che prosegue la storia lo diventa sempre di più.
Una lettura perfetta per le lunghe e fredde serate d'autunno, quando grosse zucche color arancio aspettano con pazienza di essere scavate e illuminate spettralmente con una candela che conferisca un apparenza inquietante a tutto quel che ci circonda.
E' un giallo, con un mistero che aspetta di essere spiegato, ma non c'è dentro nulla di davvero soprannaturale - tranne, forse, un pizzico di atmosfera... no, facciamo due pizzichi, e abbondanti. Tuttavia, in un certo senso, è una storia di fantasmi. Fantasmi veri, quelle presenze che vagano senza dare né trovare pace e che tutti nascondiamo nell'armadio, cercando di dimenticare con tutte le nostre forze che stanno là dentro, e di cui neghiamo l'esistenza con falsissima disinvoltura. 

Bene, ho detto anche troppo. Non è un horror, non è una vera storia di fantasmi, ma è sicuramente un gothic novel. Molto adatto da mettere sotto la zucca.

Con questo lugubre post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture e una lugubre notte di Halloween.

mercoledì 28 ottobre 2015

All'idea di quel metallo, ovvero l'Assegno di aggiornamento

Murasaki in fase di aggiornamento: chiar di luna, letture del buon tempo andato e raffinata musica in 
sottofondo (il lettore di CD purtroppo non è inquadrato nel dipinto)

All'inizio era una vaga voce: ci daranno un bonus per l'aggiornamento.
Mah, sì, vabbé, un bonus per l'aggiornamento. Niente di entusiasmante.
Con gli anni e con l'avvicendarsi dei lavori (per tacere dell'abominevole SSIS) mi sono fatta una piccola esperienza sui corsi di aggiornamento, e in me si è sviluppata la convinzione che l'aggiornamento te l'ha da pagare il datore di lavoro, perché se te lo paga allora vuol dire che è un aggiornamento che ti serve (o almeno lui è convinto che ti serva). Quando lo paga qualcun altro, o pretendono che te lo paghi tu, tira aria di fregatura.

Poi giunse notizia di una tessera che dava diritto a un tot per "aggiornamento o libri".
Anche questo mi entusiasmava relativamente: i libri ormai ho preso l'abitudine di prenderli in biblioteca e solo dopo, eventualmente, comprarli. Ne ho comprati tanti, e comincio ad avere problemi di spazio.

Più avanti si parlò di un rimborso per software, hardware e libri, anche liquidi.
E non sembrava così malvagio, nel complesso.

Infine hanno annunciato un accredito di 500 euro direttamente sul conto.
E tutto ciò mi lasciava piuttosto indifferente perché si sa che per la scuola annunciano sempre un sacco di cose e poi non ne fanno di niente.

Invece, strano ma vero, l'accredito è arrivato davvero, in tempi insolitamente brevi; ed era realmente di 500 euro. Inoltre, insieme all'accredito, era arrivata anche una circolare piuttosto comprensibile che spiegava che il bonus andava speso in biglietti di musei, del cinema e del teatro e libri e corsi di aggiornamenti oltre ad hardware e software - anche se non ho ancora capito se i film li posso anche comprare, oltre che andarli a vedere in sala, e se posso legittimamente comprarmi anche dei CD musicali - in effetti non l'ho capito perché sulla circolare non era scritto.

Sono cominciate le lamentele.
"Ma così sembra che ci facciano l'elemosina!" si è lamentato qualcuno.
Io però vengo da una dura scuola e ho imparato da tempo a non disprezzare le elemosine, specie quando sono a tre cifre.
"Si sono accorti che il nostro stipendio non basta anche per pagarci cinema e teatro e libri. Non facevano prima ad aumentarcelo?".
Non ho assolutamente nulla contro gli aumenti di stipendio, anche consistenti. Ma visto che di aumenti di stipendio per gli insegnanti si continua a non parlare se non in termini assai fumosi e analoghi alla promessa del ritorno del re (che sia Artù, Carlomagno, Aragorn erede di Isildur o anche il re di Ankh-Morpork su Mondo Disco, sempre e solo di re leggendario si tratta), sono disposta a prendere intanto un aumento di stipendio indiretto - e comunque nessuno ha chiesto il mio parere, mi hanno accreditato quei soldi sul conto e amen.
E mi chiedono di spenderli tutti entro il 31 Agosto dell'anno prossimo, con relative pezze d'appoggio che dimostrino che non li ho usati per pagare la bolletta del gas altrimenti, se non li spendo tutti, l'anno prossimo me ne daranno meno.
Non vogliono che li risparmiamo come formichine, vogliono che ci diamo una mossa e andiamo al cinema, a teatro e ai musei e in libreria e a fare corsi a pagamento e che ci compriamo tablet e aggeggi vari per essere ben informatizzati. E vogliono essere sicuri che li useremo per acculturarci e dilettarci. Insomma, vogliono dare una botta di vita al terziario.
Non sembra un idea malvagia, a ben pensarci, e non negherò certo il mio contributo a questa nobile causa; né mi dispiace l'idea che gli insegnanti abbiano diritto ad un gettone supplementare per un certo tipo di superfluo che per la nostra categoria (ma per chiunque, in effetti) è necessario quanto l'aria da respirare e il pane da mangiare.

Nel frattempo, l'anno scorso avevo passato al setaccio la libreria di casa eliminando un po' di libri che facevano solo da zavorra, comprato dei nuovi scaffali e avviato una ristrutturazione del tutto, così adesso un po' di posto ce l'ho e posso procurarmene altro con poca spesa. Ai musei mi hanno sempre visto poco, ma ho una certa abitudine a frequentare concerti e ogni tanto vado al cinema. Mi piacerebbe anche un computer nuovo, ma alla Macintosh hanno alzato tutto il listino e insomma siamo ben al di sopra dei 500 euro. In compenso il tablet ce l'ho già, e mi funziona anche da lettore, quindi posso anche comprarmi i libri liquidi.

Così una mattina mi sono detta: orsù, vediamo: come potrei spendere questi soldi, adesso che non devo più raccattarli con pazienza dallo stipendio di ogni mese ma che dispongo di una cifra da usare solo per questo?
E all'idea di quel metallo (portentoso e onnipossente) l'ispirazione è arrivata.


Prima di tutto ho fatto un giro per la biblioteca di casa, individuando un gruppetto di libri assai malridotti che mi ero ripromessa di rimpiazzare. Poi ho pensato a un regalino per la biblioteca di scuola - un pensierino e niente di più. E il Beowulf di Tolkien, che ha un bellissimo drago in copertina - così mi ritroverò con ben due Beowulf dopo più di quarant'anni in cui non ne avevo nessuno perché in italiano non ve n'era alcuno; e ho già fatto il primo ordine nella mia libreria preferita di Lungacque. E l'edizione completa delle fiabe dei fratelli Grimm, che è l'unica raccolta nazionale europea che mi manca.
Pensa che ti penso, mi è tornato in mente Saxo Grammatico, autore di un bel compendio di leggende vichinghe. In italiano non c'è, ma avrei potuto prendermi una traduzione in inglese e, naturalmente, anche il testo in latino...
Così ho scoperto che l'edizione più reperibile in latino constava di due volumi del prezzo di circa 260 euro cadauno. E pazienza, Saxo Grammatico aspetterà ancora per un po'.
In compenso mi sono ricordata anche della Storia dei Franchi di Gregorio di Tours, che a suo tempo non comprai perché era cara assaettata. Da allora è stata rivista (si era molto discusso sulla traduzione) ed è uscita nella nuova edizione, sempre cara ma molto meno di Saxo Grammatico: con soli 126 euro dovrei riuscire a portarmela a casa.
Per quella comunque aspetterò l'estate, quando rifarò i conti dopo aver dato un mio piccolo contributo al Maggio Musicale Fiorentino.
Ad ogni modo, anche senza scomodare Saxo Grammatico in latino e in inglese, ho messo su una lista di desiderata che basta e avanza a coprire abbondantemente il bonus di quest'anno e intacca anche quello dell'anno prossimo, il tutto senza avere minimamente considerato il settore di storia, dove un giro in libreria dovrebbe fornirmi senza troppa difficoltà qualche idea. In effetti, sembra che il rischio di non spendere tutta la cifra non  sia molto alto, per me.

Essi hanno creato un mostro, e forse era proprio quello che essi volevano.
(No, niente corsi a pagamento, per adesso. Continuo a restare fedele alla mia teoria. E poi ho già il corso delle Life Skills dove mi danno perfino un lussuoso gettone di rimborso di trenta euro).

*ho poi scoperto che in italiano c'era stato, nei soliti Millenni Einaudi, ma è ormai esaurito e introvabile persino nelle librerie del Maremagnum. Averlo saputo dieci anni fa, che c'era...

venerdì 23 ottobre 2015

Guida per l'aspirante Bravo Insegnante - Sull'abbigliamento de' fanciulli (e delle fanciulle)

Nella Terra di Mezzo, vivaddio, ognuno si veste e si pettina come gli pare e nessuno ci trova niente da ridire.

Caggiono i regni, passan genti e linguaggi, ma la scuola mantiene purtuttavia alcune constanti. Tra queste abbiamo, salda e immutabile quant'altre mai, il perenne Lamento di taluni insegnanti sullo Sconsiderato Modo di Vestire e di Porsi di taluni giovinetti e giovinette che affollano i banchi di scuola. Tale lamento risuona ad ogni Consiglio di Classe, laddove i loro cantori, spesso in sparuta minoranza, cercano di depistare l'attenzione dei colleghi da questioni pedestri quali il metodo di studio o l'andamento disciplinare della classe oggetto della riunione.
Ad uso degli insegnanti ancora nuovi del mestiere viene qui esposta una breve lista dei principali capisaldi della questione, veri e autentici must che ricorrrono con indomabile frequenza, insieme a qualche generica linea guida che tenga conto del fatto che l'età scolastica è quella in cui gli alunni ancora implumi cercano di costruire la propria immagine e che ogni singolo dettaglio di questa immagine veicola messaggi e richiami di cui l'insegnante è al corrente solo in modo assai parziale, vuoi perché ogni generazione ha un suo codice interno, vuoi per il continuo evolversi dei costumi.
Occorre inoltre tenere presente un elemento non sempre adeguatamente considerato, ovvero il fatto che, mentre il docente è in una posizione che gli consente di commentare a suo comodo l'abbigliamento dei suoi alunni, dal canto loro gli alunni sono vincolati a non esprimere in alcun modo la loro opinione sull'abbigliamento dei loro docenti, sul quale non possono naturalmente intervenire in alcun modo. Questa notevole disparità di posizione, se da una parte è utilissima per evitare travasi di bile e arrabbiature infinite all'insegnante che è convinto sempre di vestirsi e presentarsi in modo più che adeguato, dovrebbe comunque indurre l'insegnante in questione ad usare grandissima prudenza nei suoi eventuali commenti, o meglio ancora ad evitarli del tutto.

Berretti e cappucci

Per qualche misterioso e insondabile motivo, una buona fetta di insegnanti trova del tutto intollerabile che un alunno stia in sua presenza in classe con il capo adorno di un qualsivoglia berretto o cappuccio; la cosa viene anzi vissuta come una grave mancanza di rispetto - e se è pur vero che un tempo il cappello veniva levato in segno di cortesia in presenza di creature appartenenti al sesso femminile, quando detto cappello era portato sempre e comunque all'atto di uscire di casa, va pur ricordato che le nuove generazioni sono cresciute in un mondo quasi privo di cappelli e non conoscono quindi il galateo che ne regolava l'uso nei tempi passati. Quanto al cappuccio, nei tempi andati lo portavano solo gli esquimesi e i Cavalieri Neri e i galatei dei tempi passati non se ne sono mai occupati (nel caso dei Cavalieri Neri di Mordor, comunque, discuterci era difficile). 
Altrettanto misterioso, peraltro, è il motivo che spinge i fanciulli a tenere addosso un berretto o un cappuccio nel corso delle attività scolastiche - o anche al di fuori delle suddette salvo, per quel che riguarda il cappuccio, nei casi di temperature estremamente rigide. Tuttavia i cappucci odierni costituiscono un ostacolo assai modesto all'ascolto di una lezione, mentre i berretti non lo costituiscono affatto. 
Assai maggior tolleranza viene usata per veli e foulard indossati dalle fanciulle, specie quelle di retaggio musulmano e nel loro uso non viene vista alcuna mancanza di rispetto verso il docente.
Gioverà tuttavia osservare che l'alunno che, a richiesta del docente, toglie prontamente il berretto o abbassa il cappuccio, non muta in alcun modo il suo comportamento e la sua attitudine all'ascolto. Quei rari casi che mantengono saldamente in testa berretto o cappuccio si distinguono usualmente per un comportamento spesso del tutto inadeguato ad un contesto scolastico e disturbano la lezione in analogo modo con cappuccio o senza.
L'uso di cappelli a punta il 31 Ottobre, in previsione della notte di Halloween, andrà preventivamente concordato con il docente, che non è obbligato a consentire ma che facendolo si procurerà l'approvazione della classe con poca spesa. Altrettanto dicasi per le corna da renne e le coroncine di stelle il 23 Dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze di Natale. In entrambi i casi però sarebbe più prudente concedere licenza solo per l'ultima ora e preparare lezioni piuttosto leggere per l'occasione.

Spalline

Le spalline imbottite sono passate di moda ormai da secoli, e del resto non hanno mai creato disturbo in alcun docente, a memoria d'uomo o di donna. Per spalline oggi si intendono quelle sottili strisce di tessuto che tengono un top legato alle spalle, oppure quelle larghe fasce di tessuto che distinguono una maglietta da una canottiera. Vengono giudicate del tutto sconvenienti dagli insegnanti (che tuttavia al di fuori della scuola ne fanno spesso uso, nei mesi più caldi). Il loro apporto ai fini di un corretto apprendimento risulta del tutto irrilevante, sia in positivo che in negativo. 
Al contrario dei berretti non possono essere tolte, se non insieme al top o alla canottiera di cui fanno parte. Raramente però gli insegnanti insistono perché tali capi di abbigliamento vengano tolti dall'alunno nel corso della lezione, mentre è probabile, considerando le temperature che usualmente si accompagnano al loro uso, che ben volentieri l'alunna/o in questione toglierebbe volentieri tutto ciò che ha indosso, se solo ne venisse richiesto.
L'obiezione portata dagli insegnanti al loro uso è, di solito, che "la scuola non è una spiaggia". E' pur vero però che, nella maggior parte delle spiagge, sia pure in pieno Agosto, non si raggiungono nemmeno lontanamente le temperature presenti in molte classi con l'arrivo dell'estate.

Trucco

Per trucco qui non si intendono i molti e numerosi espedienti cui ricorrono gli alunni per aggirare o sbarcare compiti o interrogazioni, bensì l'uso, in larga prevalenza femminile, di decorare con vari colori occhi, labbra, viso e unghie. Tali decorazioni, per quanto generosamente applicate, non influiscono in alcun modo sulla capacità dell'alunna/o di seguire una lezione o di esporla nel modo corretto, anche se le unghie rimovibili possono talvolta risultare dannose in caso di caduta, soprattutto per i compagni incautamente vicini all'unghiuta creatura che rischiano di ritrovarsele nel collo con non scarso nocumento per il loro benessere. Qualora si verifichi un incidente in tal senso, un richiamo del docente non sarà fuor di luogo.
Diverso è il caso in cui le alunne, nel corso della lezione, decidano di ritoccarsi il maquillage o di modificarlo, magari coadiuvate dai consigli delle loro vicine di banco. Tale pratica è senz'altro distrattiva dalla lezione (e proprio a questo scopo viene avviata) e dunque è senz'altro opportuno che il docente la interrompa con la massima fermezza. Anche la laccatura delle unghie, qualora svolta in orario scolastico, non è di alcun aiuto nella didattica, oltre a rischiare di lasciare segni indelebili sul banco.

Pantaloni

I pantaloni degli alunni sono diventati negli ultimi due decenni fonte inesauribile di commenti e osservazioni per il corpo docente tutto in virtù della moda cosiddetta "della vita bassa", che impone ai giovinetti di indossare pantaloni che, talvolta anche quando costoro sono in piedi, lasciano scoperte generose porzioni della loro biancheria intima o dell'epidermide della parte più bassa della schiena. Per dirla più chiaramente, l'insegnante si ritrova spesso a possedere molte più informazioni di quel che vorrebbe sull'abbigliamento più intimo dei suoi alunni, con molti dettagli sul tipo e la marca di mutande che detti alunni indossano. Tuttavia sarebbe opportuno che i molti e molti commenti che salgono spontanei alle labbra del docente restassero confinati alla Sala Insegnanti o, meglio ancora, non venissero esternati affatto in alcun luogo. La scelta del colore e della fantasia delle mutande da indossare infatti è piuttosto personale e assai raramente discuterne può apportare miglioramenti all'andamento didattico della classe.
In realtà un alunno che indossi mutande a piccoli rombi azzurri su fondo cenere è in grado di seguire una lezione esattamente nello stesso modo di un alunno di cui al docente sia consentito misericordiosamente di ignorare fattura e colore dell'importante indumento intimo di cui sopra, perché non è con i pantaloni né con le mutande che si ascolta una lezione, bensì con le orecchie.
Qualora sembri che le circostanze consentano un cauto avviso, può forse talvolta essere utile ricordare alla scolaresca o ai singoli alunni mediante colloquio privato che i pantaloni a vita bassa sono indumenti traditori, che svolgono in modo assai approssimativo il loro compito quando si è seduti, e che chi è seduto dietro di loro può talvolta disporre di cellulari in grado di scattare foto di eccellente qualità da distribuire poi copiosamente agli amici.

Esiste poi il problema, ritenuto gravissimo, dei pantaloni corti. Con pantaloni corti va precisato che non ci si riferisce in alcun modo a quei devastanti pantaloni a mezza gamba che solo alcuni maschi di mirabilissimo pregio estetico possono permettersi di indossare senza apparire completamente ridicoli - perché non risulta che mai alcun docente si sia mai irritato nel vedere cotali orrori. Vengono invece gravemente sanzionati i pantaloni corti nelle alunne, in ispecial modo quando cotali alunne risultano in possesso di due gambe particolarmente pregevoli per lunghezza e armonia delle forme. Non è mai stato chiarito cosa ci possa essere di inadeguato o improprio in un paio di belle gambe (maschili o femminili che siano), tuttavia numerosi insegnanti vedono in dette gambe una mancanza di rispetto verso l'intera istituzione scolastica, nonostante nessuno abbia spiegato in modo soddisfacente in qual modo il fatto di avere delle gambe ostacoli un alunno nel suo percorso scolastico, laddove tutti i docenti sarebbero disposti a lamentare come ingiustissimo il triste caso in cui l'alunno si trovasse privo delle due gambe in questione. 
Va ricordato che, salvo rarissimi casi, la visibilità delle gambe in questione si accompagna usualmente alle alte temperature citate nel paragrafo Spalline - e sarà forse il caso di ricordare che, al contrario del possesso di due gambe, le alte temperature possono senz'altro causare gravi cali di concentrazione degli alunni, troppo occupati ad annaspare per prestare grande attenzione al docente che cerca di istruirli sulla rotazione delle figure geometriche, il corretto uso dei pronomi nella lingua inglese o altri argomenti di analogo fascino.

Piercing

Chiamasi così l'uso di traforarsi varie parti del corpo per decorarle con ornamenti in metallo più o meno pregiato, da arricchire eventualmente con piccole gemme, naturali o artificiali che siano.
Per la maggior parte dei docenti nati prima del 1980 l'unico tipo di piercing accettabile a scuola è la foratura delle orecchie nelle fanciulle, e la presenza di qualsivoglia altro foro è spesso ritenuta indice di scarsità di valori morali e mancanza di decoro. Tuttavia, considerando che ormai il piercing conta almeno due generazioni, è probabile che il calo dei valori morali e del decoro non c'entri molto e ancor meno è probabile che il piercing venga vissuto dagli alunni pierciati come mancanza di rispetto verso i docenti. In alcuni casi si tratta di una tradizione di famiglia, come può essere agevolmente dimostrato al momento del ricevimento generale dei genitori, che non necessariamente, ove pierciati, si distinguono per una rilevante scarsità di valori morali o di decoro.
Non risulta che uno o più piercing ostacolino il percorso di apprendimento dell'alunno. In realtà non esistono nemmeno studi che attestino che la presenza di molti piercing influisca in tal senso; e se è vero che capita di trovare alunni pierciati e refrattari allo studio, non è stato mai provato che l'assenza di piercing li renderebbe più studiosi o anche solo più attenti o più silenziosi durante le lezioni.

Capelli

Viene oggi dato per scontato che le ragazze debbano avere i capelli lunghi almeno fino alle spalle e i ragazzi piuttosto corti, e staccarsi da questo modello può contrariare vivamente i docenti.
Molti insegnanti reagiscono negativamente alle teste rasate, le creste, i capelli maschili trattati con coloranti chimici e financo ai capelli femminili corti. Talvolta anche i capelli femminili lunghi ma non raccolti da apposite pinze sono oggetto di deprecazioni. 
L'uso di portare lunghi ciuffi che coprano completamente un occhio viene spesso visto come grave intralcio ad un corretto apprendimento in quanto impedisce una lettura agevole. Tuttavia spesso l'alunno riesce ad aggirare l'ostacolo qualora sia in possesso di due occhi discretamente funzionanti, servendosi di quello non coperto. Quest'ultima moda, tuttavia, sembra in regresso - il che rappresenta una vera fortuna perché permette al Consiglio di Classe di concentrarsi su questioni più strettamente pertinenti al percorso didattico intrapreso (o scansato) dall'alunno/a.
Qualora una fanciulla prediliga tagli corti o cortissimi per i suoi capelli, spesso l Consiglio si sofferma a ponderare con attenzione se colei abbia inclinazioni sessuali alternative a quelle etero o problemi di identità sessuali, oppure se viva  un rapporto conflittuale con la propria femminilità; in tal caso, riportare l'attenzione dei docenti all'ordine del giorno può rivelarsi piuttosto arduo per il Coordinatore (per strano che possa sembrare, queste argomentazioni vengono discusse con grande serietà anche da insegnantesse con capelli corti che hanno avuto una vita eterosessuale senza cedimenti verso altre sponde e abbiano partorito uno o più figli).

Tette

Capita abbastanza di frequente che le giovani studentesse dispongano di ghiandole mammarie ben sviluppate, della cui parte alta talora consentano la visione mediante scollature, più o meno ombreggiate da decorazioni in pizzo sul bordo delle medesime. Nessuno, per quel che si sa, è mai riuscito a spiegare a un Consiglio di Classe che lo scopo di tali scollature non è quello di mancare di riguardo all'istituzione scolastica bensì quello di attirare gli sguardi altrui - scopo di solito conseguito con un certo successo.
Normalmente gli insegnanti in quel caso chiedono all'alunna di munirsi di un qualche tipo di giacchetto per coprire la parte incriminata, e il fatto che il giacchetto finisca spesso per restare sganciato (mancando così a quello che gli insegnanti presumevano essere il suo compito) o dimenticato in un angolo della classe è oggetto di vaste recriminazioni e rimproveri, che finiscono sovente per rallentare il normale svolgimento delle attività didattiche e attirare vieppiù l'attenzione su ciò che taluni vorrebbero fosse coperto (e che talaltri desiderano forse contemplare). Tutto ciò porta, oltre ad un consistente numero di scene tra lo sgradevole e il comico, a lunghe diatribe nei Consigli di Classe e gran sfoggio di conversazioni vibranti di indignazione nei corridoi cui si aggiungono spesso numerose considerazioni inerenti alla vita privata delle studentesse in questione. Osservare pacatamente che il possesso di un bel paio di tette non ha mai impedito a nessuna femmina umana di seguire con profitto un corso di studi raramente basta a placare gli insegnanteschi animi; tuttavia sarà forse opportuno ricordare che, se è vero che una lezione non si ascolta con i pantaloni, altrettanto vero è che non si ascolta con le tette.
Tale osservazione di solito cade nel vuoto perché viene risposto che, quand'anche l'alunna sia disposta a concentrarsi con impegno e profitto nello studio, le sue tette risultano un elemento di distrazione per taluni compagni di classe - mai tuttavia quanto l'eterna diatriba del "Mettiti il giacchino!".

Vestiti non lavati

Il caso non è rarissimo e può effettivamente compromettere seriamente la socializzazione dell'alunno in quanto spesso i compagni non gli si accostano molto volentieri - e ogni docente sa che un alunno mal inserito nella classe raramente si concentra in modo preponderante sullo studio.
Purtroppo la questione non si presenta di facile soluzione perché molto spesso anche i docenti più ciarlieri e impiccioni hanno forti remore ad affrontare francamente l'argomento con l'alunno - e d'altra parte l'alunno in questione presenta spesso problematiche tali, e viene da una situazione di tale complessità che il fatto che i suoi vestiti non siano ben lavati si presenta come l'ultima e la più insignificante tra le sue criticità.