A partire dal 1945 e fino al 2002, a scadenze assai irregolari, il romanziere inglese Winston Graham pubblicò una serie di quattordici romanzi storici che raccontavano la storia dell'immaginaria famiglia della piccola aristocrazia di Cornovaglia dei Poldark e che riscossero un notevole successo.
A nessuno in Italia venne mai in mente di degnarsi di tradurne financo mezzo; del resto erano gli anni in cui il romanzo era ufficialmente dato per morto, e leggendo narrativa la premessa indispensabile era spallarsi alquanto sciroppandosi interminabili storie di intellettuali in crisi esistenziale - anche se, viene da pensare, Agatha Cristie e Angelica venivano pubblicati con gran successo e letti assai volentieri.
La mancata traduzione della saga di Poldark si fece sentire con una certa acutezza a partire dal 1978, quando anche da noi venne trasmessa la serie televisiva della BBC tratta appunto da questi romanzi, e che riscosse anche in Italia un grande successo, vuoi per il fascino delle vicende e dei protagonisti, vuoi per l'eccellenza dell'ambientazione storica, vuoi per la bravura - e il fascino personale - di molti degli attori, in particolare del protagonista Ross
interpretato da Robin Ellis e qui ritratto insieme a Demelza, interpretata da Angharad Rees.
Nonostante il successo riscosso dalla serie comunque a nessuno venne in mente di tradurre un cavolo di niente.
Passarono gli anni e i decenni, finché alla BBC venne in mente di riprovarci e fare una nuova serie, stavolta con Aidan Turner come protagonista - sì, proprio il Kili de Lo Hobbit di Peter Jackson, il nano a suo tempo assaissimo criticato perché non era abbastanza brutto, goffo, peloso e idiota da un sacco di gente convinta di sapere come erano esattamente i nani di Tolkien.
E anche questa serie sta riscuotendo un gran successo e non c'è dubbio che Turner renda molto bene il personaggio di Ross:
di cui ci viene raccontato più volte quanto sia giovane e bello, oltre che dotato di tante altre eccellenti qualità.
A questo punto qualcuno (Sonzogno) si è finalmente dato una svegliata e ha deciso di tradurre la saga in italiano, della serie "mai dire mai"; e nel giro di tre anni ci hanno scodellato i primi cinque titoli, ovvero:
- Ross Poldark
- Demelza
- Jeremy Poldark
- Warleggan
- La luna nera
Dopo un primo assaggio in biblioteca mi precipitai l'anno scorso a comprare i primi tre romanzi, i soli che al momento erano usciti. Li spolverai in pochi giorni senza lasciare nemmeno gli ossicini: la storia, anche per chi se la ricorda a grandi linee, è avvincente e ricca di colpi di scena, i personaggi dotati tutti di un loro fascino e ben ritratti, il protagonista è eccezionalmente amabile, la parte storica va giù che è un incanto, la scrittura di Graham è scorrevole ma non banale. Se non si è capito, consiglio questi romanzi a chiunque ami i romanzi storici, le storie d'amore e d'avventura, i romanzi inglesi, i romanzi che non fanno venire il latte alle ginocchia, i romanzi... sì, i romanzi in generale. In autunno poi, direi che sono il massimo e ci si può più facilmente immergere nella storia - perché, lo ricordo, siamo in Cornovaglia dove piove sempre parecchio.
Qualche riga di trama: si parte dal 1788, quando il giovane aristocratico Ross Poldark torna a casa dopo aver partecipato alla guerra di indipendenza degli USA (che per gli inglesi fu una sconfitta). Il ragazzo sa di non venire da una famiglia ricca ed è consapevole che il padre non è stato un amministratore dei più accorti, ma si ritrova in una catapecchia con due servi ubriachi come unica compagnia, per tacere della quasi-fidanzata che nel frattempo si è promessa al cugino.
Ross si mette al lavoro con determinazione e impegno e riesce a rimettere in sesto la proprietà e perfino a far partire una nuova miniera di rame: perché siamo all'alba della rivoluzione industriale, quella che cominciò con le miniere e soprattutto con le macchine per drenarle, e tra i protagonisti la serie di romanzi conta anche numerosi filoni di metallo, soprattutto rame e stagno.
Tra i protagonisti in verità, insieme a molte e molte(dico molte e intendo molte) botti di gin e di whisky, c'è anche lo spettro della rivoluzione francese, sempre più inquietante con l'andare degli anni, e le condizioni di vita dei minatori. Ross tende a mescolarsi con le classi inferiori e nutre una certa antipatia per l'aristocrazia di cui fa parte - e che, a ben guardare, tende alquanto a rifilargli notevoli fregature; finisce così per essere un po' fuori posto e un po' a casa sua in entrambi i gruppi sociali, restando antipatico ad alcuni (ma non al lettore!) e irritando a volte gli uni e gli altri, altre volte facendosi apprezzare da tutti, dando talvolta libera espressione ai suoi pensieri e alle sue opinioni con una sprezzatura decisamente aristocratica ma non sempre colma di tatto.
Anche la moglie, Demelza - figlia di poveri che più poveri è difficile immaginare, con padre ubriacone e violento e via dicendo - è una specie di figura simmetrica in questo senso: al contrario del marito sembra capace di andare d'accordo con tutti, ma è anche capace con grande abilità di fare la povera tra i poveri e l'aristocratica fra gli aristocratici. Ma la storia d'amore tra i due è qualcosa che è meglio il lettore si scopra per conto suo, senza rovinarla con anticipazioni - così come tutta la trama, variegata ma ben costruita.
Con questo post partecipo di nuovo, finalmente, dopo lunga e assai involontaria assenza, al Venerdì del Libro di Homemademamma. Ben ritrovati a tutti i lettori!
Il mio blog preferito
venerdì 2 novembre 2018
martedì 30 ottobre 2018
Ingoiare il rospo con dignità
Per questo post invoco, non dico comprensione per il patetico gnégnégné che sto per scodellare, ma almeno un cortese silenzio dall'apparenza solidale; perché dove mai una povera insegnante perseguitata dalla ria sorte può effondere il lamento del suo cuore esulcerato se non sul suo blog rigorosamente anonimo?
In Giugno si vociferava che l'assegnazione delle cattedre di Lettere avrebbe seguito criteri diversi dal consueto, il che complicava non poco la questione dell'adozione dei libri, particolarmente per me che al rifiuto consueto dell'Antologia volevo quest'anno unire l'adozione di un delizioso corso di scrittura creativa che mi aveva portato a elaborare un tipo di programmazione piuttosto diversa, anche in funzione della Nuova Prova di Italiano per l'esame.
Così alla fine decisi di prendere il toro, cioè la DS, per le corna e farmi dire con le buone o le cattive le classi che voleva assegnarmi, quali che fossero.
Scoprii così con vivo orrore non disgiunto da acuto raccapriccio che la causa e l'origine di tutto quel casino ero io: assai incerta e dubbiosa sul mio futuro stato di salute, costei aveva infatti deciso di ridurre i danni potenziali togliendomi italiano e lasciandomi un orario spezzato su Storia e Geografia, in modo che una mia eventuale sparizione dalla scuola arrecasse il minor danno possibile agli alunni: "So che mi odierà tantissimo" aveva aggiunto tutta smancerosa* "ma in assenza di una diagnosi preferisco così".
Con assoluta ipocrisia l'ho assicurata che non la odiavo affatto (ma certo che la odiavo, visto che si frapponeva tra me e e la mia nuova e grandiosa Didattica Sperimentale di Lingua Italiana, mancherebbe solo che non la odiassi con tutte le mie forze) e in assoluta sincerità ho assicurato che Storia e Geografia erano materie che amavo moltissimo e che facevo sempre con piacere. Ho anche provato debolmente a difendere la mia diagnosi, che stava per arrivare, sì, era ormai alle porte - ma quasi subito mi sono chetata perché uno dei miei principi cardine in materia di scuola è la legge affida ai DS l'incarico di assegnare le classi, quindi protestare oltre che ingiusto è una perdita di tempo. D'altro canto soffrivo davvero per l'evidente sfiducia che quella donna nutriva nelle mie capacità di ripresa e la mia conseguente impossibilità di sperimentare la mia nuova didattica innovativa di Italiano. Alla fine ho sfoderato un bel sorriso, ho salutato e me ne sono andata a cercare conforto in Sala Insegnanti:
"Mi hanno Cleptomizzato" ho raccontato assai depressa: la leggendaria Cleptomane infatti si era vista assegnare ogni anno una prima diversa dal Ds, nel (vano) tentativo di contenere i danni, poi un collage di storie e geografie nel (vano) tentativo di ridurre i danni spalmandoli nelle varie classi e infine una serie di laboratori pomeridiani, talvolta in compresenza.
Dunque proprio io, da sempre mirabile esempio di dedizione al lavoro, ero ritenuta così deleteria per le classi da dover essere spalmata per ridurre i danni?
Le colleghe mi hanno racconfortato spiegando che il mio caso era diverso; ma io sono pur sempre una insegnante, e perciò portata a pensare in cuor mio che qualsiasi malestro, dall'effetto serra alla crisi di liquidità finanziaria, sia in qualche modo da ricondurre ai miei demeriti professionali** e in effetti, ora che ci pensavo, la DS nuova non aveva mai dimostrato un particolare entusiasmo nei miei confronti...
Le colleghe mi hanno racconfortato ma anche fatto capire con bel garbo che il punto di vista della DS, cui spettava di rappresentare gli interessi di tutti gli alunni dell'Istituto, non era poi del tutto irragionevole e che in effetti la mia diagnosi era ancora piuttosto incerta.
Su quest'ultimo punto non concordavo, ma non ho osato ribattere: sempre in cuor mio, sapevo di essere capace di meravigliose riprese fisiche se mi davano una base di partenza dove appoggiarmi; ma per l'appunto la base di partenza sul momento sembrava latitare, e in fondo al mio cuore ne ero amaramente consapevole.
Insomma, mi sono ben guardata dal riprendere l'argomento in pubblico, mi sono messa il cuore in pace (pur se con un certo sforzo di simulazione) e ho particolarmente curato la scelta dei libri di Storia e Geografia oltre che orientato letture e aggiornamenti estivi in direzione storico-geografica, acquistando tra l'altro un poderoso tomo su Costantino e la Storia dei Franchi di Gregorio di Tours con traduzione rivista e corretta, cara assaettata e che mai avrei pensato di potermi permettere se non passava in edizione economica***.
Che dire del resto? A metà Agosto, mio malgrado, ho dovuto ammettere a malincuore che la diagnosi proprio non c'era, la cura non funzionava ed era ora di brucare altri pascoli, e ho infine strappato al medico generico una richiesta di ricovero al Centro di Eccellenza specializzato in malanni come il mio. Lì, in verità, hanno fatto un buon lavoro. Purtroppo la mia disgraziata sorte mi ha indirizzato poi alla Casa di Cura di Lungacque, con i risultati noti; e ancor più purtroppo e con ancor più grandissimo malincuore ho constatato che la DS aveva avuto ragione su tutta la linea e si era anzi comportata con estrema prudenza e saggezza.
Un po' di vasellina, e anche i rospi vanno giù.
*caratteristica saliente dell'attuale DS è infatti di essere tutta smancerosa qualsiasi cosa dica, sia che porga le congratulazioni per un matrimonio o per una nascita sia che faccia una qualche comunicazione sui morti di Reggio Emilia. Come tutte le persone smancerose tende a fregarti, naturalmente - anche se nel mio caso stava solo facendo onestamente il suo lavoro senza cercare di fregare nessuno ma anzi desiderosa di evitare una fregatura ai miei futuri allievi.
**che esistono, naturalmente, e sono anche molto consistenti - ma che forse non hanno portata ed effetti così globali.
***Cosa che non ha fatto mai e poi mai nonostante la mia trentennale e paziente attesa.
lunedì 29 ottobre 2018
"Mah, io non so ancora quale sarà la mia opinione su questo posto di merda"
Ed ecco la Casa di Cura: un luogo colmo di inquietanti spettri carichi di oscure maledizioni - tutte indirizzate a me, si capisce.
Non così è stato alla Casa di Cura dove avrei dovuto completare la mia degenza in Settembre prima di tornare a scuola dopo la seconda operazione (molto più soft della prima) fatta nel Centro di Eccellenza specializzato in malanni del mio tipo: giusto una decina di giorni per fare un po' di fisioterapia assistita (c'era anche una palestra, di cui non sono riuscita a vedere nemmeno la porta), poi qualche giorno a casa per terminare il rodaggio.
Tutto andò male sin dall'inizio, e nonostante fossi stata contenta di finire lì perché ero vicinissima a casa (e alle mie amatissime gatte, che ormai non mi vedevano da quasi un mese) fin dall'inizio oscuri presentimenti turbarono il mio cuore.
Per primo arrivò il Batterio, un batterio molto cattivo unito a un Cocco - e d'altra parte in questo momento le mie difese immunitarie sono ridotte talmente al lumicino che qualsiasi cosa vagamente viral-infettiva può serenamente accamparsi su di me senza incontrare resistenza alcuna.
Per colpa del batterio mi misero in isolamento e mi tennero inchiodata a letto per settimane, altro che fisioterapia - somministrandomi una quantità invereconda di antibiotici che sono riusciti a giungere dove nessuno era mai giunto sinora, ovvero a scassarmi lo stomaco che ha finito per dare vistosi sintomi di ulcera. In compenso hanno ignorato una serie di indicazioni che venivano dal Polo di Eccellenza fiorentino, mi hanno dato certe medicine a giorni alterni senza spiegarmi che dovevo continuare a prenderle anche dopo, altre si sono dimenticati di darmele... per poi sbattermi fuori da un giorno all'altro perché era finito il tempo assegnato senza nemmeno controllare che il perfido Batterio fosse stato effettivamente eliminato (cosa che potrò scoprire solo tra qualche settimana, mediante apposito esame richiesto dalla dottoressa della mutua, visto che nessun altro aveva pensato a richiederlo).
Il pezzo forte però è stata l'assistenza domiciliare, ovvero il servizio che mi doveva venire a montare le flebo ogni mattina. "E' tutto pronto, stasera le telefonerà l'infermiera" mi hanno assicurato alla Casa di Cura; da notare che di questa assistenza domiciliare si parlava da più di un mese come una cosa già stabilita.
In effetti l'infermiera mi ha telefonato, ma è risultato che era l'unica al corrente di questa storia: tutto il resto dell'organizzazione, a partire dall'autorizzazione del responsabile del distretto fino alla preparazione del materiale, latitava completamente ed ha dovuto essere organizzato sul momento in quattro e quattr'otto, tra una infinità di gente che cascava dalle nuvole.
Conclusione: la prima flebo nutriente è arrivata solo dopo tre giorni nonostante tutti si siano dati un discreto daffare.
Insomma, come ho sintetizzato un giorno ad appositi chirurghi che non potevano togliermi uno degli aghi impiantati sottopelle perché la trombosi era ancora in atto (cosa comprensibile, visto che era stata curata a giorni alterni nel senso di circa un giorno su tre) "alla Casa di Cura hanno fatto il cazzo che gli pareva" - e nessuno mi ha contraddetto.
Adesso sono a casa, con le mie amate gatte e, a parte una splendida rospata che ho battuto una mattina cadendo e ammaccandomi non poco tutto il fianco destro, al momento le cose procedono abbastanza bene: sto riprendendo un po' di muscolatura, assimilo più calorie del necessario da apposite flebo ipernutrienti e si spera che la trombosi, una volta curata con una certa continuità, si decida a guarire e mi permetta di tenere un solo ago sottopelle di tre che ho, togliendomi così quel simpatico aspetto da albero di Natale che, nonostante il mio fortissimo amore per le feste natalizie, al momento non mi entusiasma più di tanto.
Nel frattempo continuo a leggere e, qualche volta, quando il tempo è particolarmente bello, esco nei giardinetti del condominio con l'albero della flebo al seguito a prendere qualche raggio di sole e guardare un po' di prato e di alberi (non in questi giorni, naturalmente, perché diluvia - ma insomma è il pensiero che conta).
Quanto alla Casa di Cura di Lungacque (sulla quale ho una opinione assai precisa) conto di non rimetterci mai più nemmeno la punta di un piede.
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domenica 28 ottobre 2018
Imprevedibili e impreviste difficoltà di una povera blogger di salute precaria e per giunta in balia del crudele Google
Una decina di anni fa, quando avviai questo blog, volevo parlare soprattutto di scuola dal punto di vista con cui la vedevo io: un mondo strano, un po' alieno, per certi versi immutabile e per altri in continuo cambiamento, soprattutto grazie alla parte più importante che la compone: gli alunni. Nelle intenzioni, l'autrice avrebbe dovuto restare trasparente, ben nascosta appunto dietro al paravento.
Mi resi conto quasi subito però che se mi concentravo sulla scuola come la vedevo io, tanto trasparente non potevo esserlo; così il blog si impinguò con svariate sezioni dedicate alle esperienze che avevano fatto di me l'insegnante che ero, nel bene e nel male: gli insegnanti che a mia volta avevo avuto e avevano contribuito a formarmi, i libri che avevo letto, la musica che ascoltavo eccetera. Nelle intenzioni però la mia vita quotidiana doveva restarne il più possibile fuori.
Ci furono quindi una serie di avvenimenti di cui non parlai: la morte di mia madre e quella di Artemis, l'acquisto della casa (con relativo trasloco), l'arrivo di Astrifiammante e altri, che mi sembravano legati soprattutto alla mia sfera più strettamente personale. Raccontai invece (tempo dopo, quando ormai avevo digerito il tutto) della mia disastrata ammissione in ruolo - ma dopotutto era un avvenimento legato alla scuola e aveva senz'altro influito sulle mie insegnantesche vicende.
E' una scelta, come se ne fanno tante: altri e altre stimabilissimi/e blogger si regolano diversamente e non ci trovo nulla da ridire, anzi ammetto di immergermi nelle loro vicende più private con grande interesse e piacere.
Arrivata però alle vicende collegate all'operazione di due anni fa e alle sue imprevedibili conseguenze qualcosa mi toccò comunque raccontare per forza di cose, se non altro per spiegare le mie ripetute e lunghe sparizioni dalla rete.
L'operazione andò bene e per un certo periodo migliorai felicemente. Verso Novembre però risultò chiaro che qualcosa non andava.
Sorvolando sui dettagli, che a questo punto annoiano a morte anche me e figuriamoci gli incauti lettori che mi onorano della loro attenzione, diciamo che dopo un lungo ricovero primaverile cui è seguito un periodo di moderata crisi e un ulteriore lungo periodo di degenza estiva e poi autunnale (tuttora in corso, ahimé) e dopo lunghi tentativi di capirci qualcosa e una collezione di diagnosi col punto interrogativo, è risultato che avevo un problema di assorbimento del cibo: mangiavo ma non assimilavo, e di conseguenza una serie di valori legati soprattutto alle proteine e ad alcuni minerali che i medici chiamano elettroliti continuavano a precipitare a livelli patetici non appena smettevano di iniettarmeli direttamente nel sangue via flebo. Nel frattempo comunque continuavo a dimagrire, fino a ridurmi a un miserabile mucchietto di ossa e a perdere quasi completamente la massa muscolare e la bella forza fisica su cui ero abituata da una vita a fare conto.
Attualmente sono a casa, non ho ancora avviato l'anno scolastico (con mia infinita rabbia e risentimento, cui alla fine si è sostituito una sorta di rassegnato fatalismo) e sembra che a scuola prima di Dicembre non mi rivedranno. In compenso ogni giorno vengono a domicilio uno o due infermieri che mi avviano una interminabile flebo ad alto potere nutritivo, seguo un regime alimentare che i nutrizionisti cambiano ogni due per tre e che non comprende, ahimé, né carne cruda né pesce crudo (ma per quest'ultimo prevedo qualche insubordinazione da parte mia già nelle prossime settimane) e dire che passo una vita casalinga non rende nemmeno lontanamente l'idea. Inoltre, avendo delle difese immunitarie praticamente inesistenti, i più strani malanni accessori hanno bussato alla porta - gli ultimi sono stati un cocco e un batterio particolarmente perfidi e una doppia trombosi alle braccia dove avevano innestato un attacco per le flebo, e proprio il batterio è responsabile del mio mancato ritorno a scuola - o così mi piace credere, magari non sarei riuscita lo stesso a tornare per metà Settembre, chissà.
Ad ogni modo ho passato una estate inesistente e molto ospedaliera, tra consulti di vario tipo, esami assai variegati e soprattutto una connessione wi-fi che a volte c'era e a volte no (di solito no, come si può facilmente intuire dalle pause forzate cui il povero blog è stato costretto).
Ho quindi deciso di dedicare qualche post alle mie complesse vicende mediche - che a questo punto stanno vivamente pesando non solo sull'andamento del blog, ma anche sulla mia vita insegnantesca, e alla metamorfosi interiore che due anni sotto controllo medico hanno inevitabilmente prodotto, non fosse che perché queste lunghe, interminabili pause senza lavorare mi hanno lasciato una quantità di tempo libero per la lettura che perfino io, lettrice assai affamata e molto amante della vita sedentaria, ho finito per trovare eccessivo. Volendo cercare un lato positivo in tutta la vicenda posso dire però che questo anno sabbatico forzato mi ha permesso di dedicarmi ad aggiornamenti storici e soprattutto geografici piuttosto consistenti e adesso sono senz'altro una insegnante molto più aggiornata sul piano economico internazionale e sulla realtà di paesi che conoscevo solo per sentito dire. Di tutto ciò i miei futuri alunni si avvantaggeranno, soprattutto se mai per avventura riuscirò a entrare nuovamente in una classe.
Nel frattempo ho ricevuto grandi complimenti per la mirabile forza d'animo e la pazienza con cui ho affrontato le mie intricate vicende mediche; non negherò che mi abbiano fatto piacere, e tuttavia rimpiango molto gli anni in cui quando facevo molte assenze arrivavo a ben sette giorni - per tacere di quelli in cui assenze non ne facevo proprio; e ancor più rimpiango i bei tempi andati in cui un quarto d'ora in moto bastava per permettermi di risolvere qualsiasi problema di scartoffie, mentre adesso mi chiedo se mai più riuscirò a togliere e rimettere il cavalletto al mio glorioso scooter 150 con felice nonchalance e rispondendo con indifferenza "Ma no, basta abituarsi a fare i movimenti giusti" a chi mi chiedeva "Ma non è un po' pesante?" (in realtà non mi sono affatto abituata a fare i movimenti giusti, li facevo e basta, e non mi sembrava certo di compiere chissà quale impresa).
In mezzo a tutto ciò Google, il perfidissimo Google, ha deciso di dare il suo contributo: e così, tornando a casa dopo due mesi di assenza il computer si è rifiutato di riconoscermi come legittima tenutaria del presente blog perché non è il mezzo abituale con cui accedo. E grazie al cazzo, ci capisce che negli ultimi mesi non è stato il mezzo abituale, quando e se avevo la connessione all'ospedale mi arrangiavo col tablet.
Non solo, ma a sua volta il tablet è andato in sciopero non appena sono tornata a casa rifiutandosi di riconoscere la wi-fi domestica e come se non bastasse, per diversi giorni accendere il fisso è stato impossibile per colpa di un problema di spine.
Per mia buona sorte però non mi ero ancora disfatta del vecchio computer, quello dove ho scritto i primi nove anni di post del mio amato blog. Nemmeno il perfido Google ha potuto esimersi dall'ammettere che il suddetto vecchio computer era in realtà un mezzo frequentemente usato per accedere al blog. D'accordo, il browser è vecchiotto, ma insomma funziona quanto basta, e nelle prossime settimane spero di riuscire a capire cosa accidente pretende Google da me per consentirmi di usare il computer nuovo.
Chissà, magari ci riesco...
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domenica 2 settembre 2018
Considerazioni in libertà sui "personaggi femminili" del Signore degli Anelli
Dama Galadriel a Calas Galadhon
Partiamo dallo Hobbit, che si fa davvero in fretta: in tutto il romanzo troviamo citata ben due volte di sfuggita la madre di Bilbo, Belladonna Took, già defunta, e una volta verso la fine del libro Dis, la madre di Fili e Kili nonché sorella di Thorin.
In effetti Dis è l'unica nana di cui sappiamo qualcosa, ovvero il nome e qualche parentela. Chi desiderasse sapere qualcosa di più sui suoi gusti e inclinazioni, la sua vita e il suo aspetto è costretto a rivolgersi alle fanfiction. Lo stesso vale per chi desidera conoscere qualche altra nana: Tolkien ci ha fornito un discreto campionario di nani, ma con un nano femmina non sembra aver mai sentito il desiderio di confrontarsi. In compenso la questione dell'identità femminile nanica è stata esaminata in modo brillante da Pratchett, che ci ha regalato il personaggio di Felice Culetto* - che probabilmente avrebbe lasciato Tolkien quantomeno un po' perplesso, in quanto ai suoi tempi di certe tematiche non si parlava, soprattutto nei romanzi eroici.
Il ramo delle Entesse si presenta piuttosto curato, considerando l'esiguità del numero di pagine dedicate agli Ent, e sotto questo aspetto le quote rosa-verdi vengono rispettate: le entesse vengono presentate in modo indiretto, ma con ottimi motivi per non farle parlare in prima persona.
Orchi, orchetti e troll probabilmente si riproducono col classico sistema dell'accoppiamento, ma per quel che ne sappiamo potrebbero anche nascere sotto i cavoli (meno probabilmente dai cespugli di rose, dei quali peraltro non c'è grande abbondanza né a Mordor né a Isengard). In ogni caso siamo tutti molto grati a Tolkien di non averci fornito adeguata quota rosa di orchette perché quella celeste di orchetti maschi ci straavanza, grazie.
Il fronte delle hobbit è paurosamente sguarnito: a parte la buonanima Belladonna contiamo quattro personagge: Angelica, graziosa e un po' vanitosa, Mrs. Maggot che non mi sembra dica una sola parola (ma è brava ai fornelli), Lobelia Sackville-Baggins, che a sorpresa, dopo essere stata introdotta in modo piuttosto convenzionale si rivela una personalità abbastanza complessa e conoscerà perfino un riscatto finale, e, last but not least, Rosie Cotton, fidanzata, sposa e madre esemplare che sembra (e probabilmente è) presa pari pari da un romanzo di Trollope. Negli ultimi due capitoli, che sono anche gli unici dove compare, ha una parte piuttosto importante e addirittura le viene riservata la scena finale. Abbiamo anche una fugacissima menzione della madre di Frodo, Primula Brandibuck, che comunque all'epoca in cui inizia il romanzo è morta e sepolta da un pezzo.
C'è poi Shelob, la Ragnaccia, che mostra che Tolkien era perfettamente in grado di creare anche personaggi femminili negativi - molto, molto negativi. Anche lei viene fortemente identificata nei ruoli prettamente femminili di sposa (gulp!) e madre (ri-gulp!) ma... insomma, anche lei ha poche pagine ma non risulta che nessuno se ne sia mai lamentata.
E veniamo infine agli Elfi, dove troviamo uno dei protagonisti principali, ovvero Lady Galadriel, donna di potere, Signora dell'Anello d'acqua, grande sovrana - potentissima e davvero ragguardevole, senz'altro, ma anche autentico ircocervo di cui l'autore non cessa di ricordarci quanto e come fosse la più notevole e potente tra le regine degli elfi - fermo restando che non solo non abbiamo in tutto il romanzo alcuna altra regina con cui fare un confronto, ma che in 1200 pagine circa non abbiamo alcuna elfa femmina a disposizione per confrontare alcunché salvo Arwen, che a volerla dire tutta è in realtà una mezzelfa, parla pochissimo, agisce ancora meno e neppure il lettore più perspicace è in grado di capire cosa le passa per la testa.
Insomma, nel caso degli elfi la questione delle quote rosa è risolta in modo tutt'altro che soddisfacente.
Baccadoro invece... bene, Baccadoro è senz'altro una eccezione in questo panorama: nessuno ci spiega cos'è e chi è, ma lo stesso si può dire del suo compagno Tom Bombadil; l'unica cosa che risulta più che chiara è che entrambi sono estremamente potenti, almeno all'interno dei confini che si sono scelti, ed è anche possibile che lei sia più potente di lui; di sicuro comunque non fa parte di alcuna delle razze note della Terra di Mezzo.
Ma veniamo alla razza che più popola le pagine del Signore degli Anelli, quella destinata a dominare la Terra di Mezzo a partire dalla Quarta Era, quando tutti gli Elfi l'avranno abbandonata: qui di personaggi femminili ne troviamo... (rullo di tamburi) ben DUE, con abbondanza davvero faraonica. La prima è l'adolescente destinata a maturare in donna, la vergine guerriera, la fanciulla presa dal solito romanzo di Trollope ma di cui ci viene detto apertamente e senza infingimenti cosa realmente pensa e sente dietro l'apparenza impeccabile, la ragazza che stufa di sentir parlare di obblighi e doveri decide improvvisamente di prendere per il collo la sua vita e darle una svolta né ha alcun motivo di pentirsene - personaggio invero azzeccato sin nelle virgole e su cui tuttavia pare che qualche idiota a suo tempo abbia trovato da ridire.
La seconda invece non è una donna di potere propriamente detta, ma "solo" una abile e rispettata guaritrice, molto amante delle chiacchiere, forse non dotata in quantità sovrabbondante del dono della sintesi (al contrario di tuttissime le altre personagge, che non si lasciano mai sfuggire una parola di troppo che sia una) ma capace di portare un raggio di luce in un momento particolarmente buio: Ioreth, che sarà un tramite indiretto per la consacrazione di Aragorn come re, ricordando che i veri re erano anche guaritori.
Al termine di questo magrissimo elenco (che ignora le molte e non originalissime protagoniste del Silmarillion, che stanno comunque ad indicare che Tolkien scarseggiava di figure femminili solo quando scriveva cose destinate alla stampa) possiamo testimoniare che le figure femminili in Tolkien sono variegate, potenti, ognuna particolare a modo suo, talvolta malvage... ma non interagiscono MAI tra loro: non abbiamo alcuna immagine che ci riconduca a quell'attività cui così di consueto le donne indulgono quando si trovano in coppia o in gruppo, ovvero fare conversazione. Sappiamo che Galadriel (come Arwen) ha delle damigelle, con cui tesse, ma non assistiamo ad alcuna conversazione tra loro, contrariamente a quel che avviene nei romanzi cortesi. Possiamo immaginare (ma senza nessuna certezza di azzeccarci) che Galadriel e Arwen abbiano parlato di Aragorn, visto che Lady Galadriel si presta volentieri al ruolo di candeliere della nipote. E sì, abbiamo perfino una scena dove Ioreth racconta alla cognata com'era andata la guarigione di Faramir e della parte non secondaria da lei avuta. E tuttavia, perfino lì sentiamo solo e soltanto le chiacchiere di Ioreth: la cognata non risponde una parola.
Che sembra confermare che il professore, pur conoscendo bene e a fondo la psicologia femminile, era del tutto incapace di scrivere una banalissima scena dove due signore parlavano tranquillamente tra loro, fosse pure del tempo o del futuro raccolto di orzo.
*In Piedi d'argilla e forse anche in qualche romanzo successivo del ciclo delle Guardie della Città, che nessun editore italiano si è ancora degnato di tradurre nonostante le suppliche di noi lettori.
venerdì 31 agosto 2018
Storia di Ochikubo
Sì, sono d'accordo che la copertina non è proprio il massimo.
Andate pure a lamentarvi da Marsilio, ma tenete presente che edizione, note, apparato critico ecc. sembrano invece fatti benissimo.
Nonostante il nome che mi sono scelta in rete la cruda verità è che non sono affatto una gran conoscitrice della letteratura giapponese, e tanto meno dei monogatari, ovvero di quegli antichi romanzi scritti per lo più da nobili e colte dame tra X e XIII secolo - insomma, se mi sono letta il Genji Monogatari che in teoria avrei pure scritto è già tanto.
Detto questo, non è mai troppo tardi per imparare e quando in biblioteca ho trovato La storia di Ochikubo mi sono detta che magari era arrivato il momento di colmare qualche lacuna.
Si tratta di un monogatari dei più antichi, scritto verso la fine del X secolo da un uomo - sembra che lo si capisca dal tipo di parole scelte, perché da sempre in Giappone maschi e femmine parlano lingue un po' diverse; ma un fiero sospetto si insinua nella lettrice anche quando vede citato lo sterco e financo tirato in causa un attacco di diarrea in piena regola - naturalmente non dei protagonisti, quello sarebbe del tutto inconcepibile per qualsiasi scrittore di romanzi d'amore, maschio o femmina che sia.
La storia di Ochikubo fa parte del fiorente filone dei monogatari con la matrigna, ovvero storie dove una bellissima e bravissima fanciulla è crudelmente trascurata, maltrattata e vessata da una crudele matrigna (il tutto mentre il padre, se è ancora vivo, di lei se ne sbatte alla grande in nome del quieto vivere e della più nera superficialità, com'è il caso di questo romanzo). Se poi aggiungiamo che Ochibuko (il nome che la protagonista ha all'inizio della storia, e che vuol dire all'incirca "Colei che abita in basso") è confinata in una stanza, appunto, molto in basso nel palazzo, che è vestita assai poveramente con abiti logori riciclati dalle sorelle o dalla matrigna, che viene ignobilmente sfruttata perché sa cucire molto, molto bene - una arte che ha imparato da sola, aiutata forse da qualche damigella di casa - e quindi viene messa al lavoro senza riguardi e senza l'ombra di un ringraziamento quando c'è qualche corredo di lusso da preparare per sorelle e generi, il paragone con Cenerentola viene spontaneo.
Edizione inglese, più vecchiotta
La trama, relativamente semplice, estremamente hejan e squisitamente a lietissimo fine, racconta di una bellissima fanciulla vestita quasi di stracci ma assai sensibile ed elegante nei pensieri e nello spirito, che suona molto bene uno strumento e ha una bella e raffinata scrittura. I servi di casa la amano teneramente, in particolare una damigella della sorella (che qui svolge col suo fidanzato la parte di Figaro, o forse dovrei dire di Despina) e in qualche modo la notizia dei suoi molti meriti arriva fino ad un bellissimo, ricchissimo e rampantissimo giovane di nobilissima famiglia che riesce, dopo qualche contrattempo, a introdursi nella di lei camera da letto (all'epoca un modo abbastanza usuale di avviare un corteggiamento, nelle alte classi sociali).
La prima notte comunque non va proprio benissimo, perché la poverella non rivolge una singola parola al suo corteggiatore, non risponde alla lettera che lui le manda come di dovere la mattina seguente e passa tutto il suo tempo a piangere... principalmente per la vergogna di avere una camera così brutta e spoglia e di essere così malvestita.
Naturalmente ci hanno fatto anche dei manga. Questo, il più recente, è del 2014
Quando però la damigella riesce a procurarle un po' di ornamenti per la stanza, delle vesti almeno decorose e una colazione per il corteggiatore (e per lei) le lacrime diminuiscono assai, la timida fanciulla comincia a rispondere ai complimenti del bel principe e la mattina dopo addirittura risponde alla di lui lettera.
Il corteggiamento prosegue con più lieti auspici ma quasi subito la matrigna scopre l'inghippo e trasferisce la sventurata fanciulla... nel magazzino delle provviste, tra sacchi di riso e pesce secco. Tutto ciò naturalmente non fermerà il corteggiatore, che una notte arriva, medita come forzare la serratura della dispensa... e non trovando
un modo per farlo risolve la questione facendo scardinare ai suoi servi la porta tutta intera.
D'ora in poi Ochikubo vivrà con lui nel suo palazzo come sposa legittima (sua UNICA sposa, aggiungiamo, che era evento piuttosto raro all'epoca) e avvierà con lui un lungo, fertile e felicissimo matrimonio dove le sue doti (prima fra tutte la grande bellezza, ma anche la grandissima proprietà di modi, la profonda cultura e l'estrema raffinatezza) saranno sempre più luminose e giustamente celebrate.
Tutto qui? Non proprio. Perché la bella e raffinata Ochikubo ha un carattere angelico e non porta rancore a nessuno, sì come avviene a quasi tutte le Cenerentole - ma suo marito di rancore ne porta invece parecchio e, tra una tappa e l'altra di una luminosissima carriera, troverà il modo di vendicarsi in modo tanto perfido quanto accorto e approfondito della matrigna e delle sorelle più antipatiche, e solo dopo lunghi preamboli accetterà di ammettere l'ignavo e codardo padre di lei nelle sue grazie - e personalmente, se ho molto apprezzato la dolce storia d'amore, ammetto di aver gustato altrettanto il racconto delle vendette, anche perché al posto dello sposo avrei certo portato rancore come lui.
Lettura assai piacevole e molto particolare, la Storia di Ochikubo introduce ad una società e una cultura con usi molto diversi dai nostri (e anche da quelli che oggi siamo abituati ad identificare come "giapponesi"); inoltre, tra gli altri effetti, può validamente attenuare le crisi di nostalgia da sushi e sashimi cui una dieta virtuosa può temporaneamente costringere la postatrice (anche perché all'epoca non esistevano né sushi né sashimi, ma già abbondavano i mochi, ovvero i tipici dolcetti di pasta di riso).
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro buone letture e felice inizio di autunno a chiunque passi per di qua.
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Murasaki Shikibu
giovedì 30 agosto 2018
Carlo Goldoni - Il teatro comico
Goldoni mi è sempre piaciuto, così decisi di dedicargli uno dei "percorsi di lettura" (espressione del significato mai del tutto chiarito, ma insomma noi gli portavamo qualcosa di scritto su un autore e amen) per l'esame di italiano del secondo anno della SSIS.
è una quistione che non è per me. Ma però, vedendo che il mondo vi applaudisce, giudico che avrà fatto più bene che male. Vi dico ciò, non ostante che per noi ha fatto male, perché abbiamo da studiare assai più, e per voi ha fatto bene, perché la cassetta vi frutta meglio. (Atto I)
CARLO GOLDONI
IL TEATRO COMICO
(commedia di tre atti in prosa scritta in Venezia nell’anno 1750;
prefazione pubblicata alla medesima nel primo tomo
dell’edizione Paperini del 1753)
Siamo nel 1750 e Goldoni descrive la sua riforma come già avvenuta e trionfante in tutti i teatri della penisola, attraverso quella che, per usare le sue parole più che una Commedia, prefazione può dirsi alle mie commedie [...] né altra evvi diversità fra un proemio e questo componimento, se non che nel primo si annoierebbono forse i leggitori più facilmente, e nel secondo vado in parte schivando il tedio col movimento di qualche azione.
A dire il vero il risultato non è un semplice trattato messo in bocca a più personaggi per vivacizzarlo e la naturalezza con la quale i vari argomenti vengono sviluppati in modo chiaro ed efficace nel corso della commedia è davvero notevole.
La trama è semplice: un gruppo di attori prova una commedia, che a sua volta si sviluppa in una vicenda “alta”, dai toni quasi drammatici per il gruppo dei protagonisti borghesi, e in una vicenda “bassa”, decisamente comica e ancora legata ai canoni della Commedia dell’Arte, riservata ai servitori.
L’intreccio “alto” racconta di un Padre (l’intramontabile e onnipresente Pantalon de’ Bisognosi) che corteggia una fanciulla, Rosaura, ignorando che questa si è già promessa al figlio Florindo, il quale a sua volta è combattuto tra la gelosia e l’affetto per il padre. Quando finalmente la verità viene alla luce, il padre si mette da parte e acconsente alle nozze del figlio, ma il sacrificio non avviene senza dolore:
Sì, ben, son un galantomo, son un omo d’onor, voggio ben a sta putta, e voggio far un sforzo per demostrarghe l’amor che ghe porto. Florindo sposerà vostra fia, ma perché vostra fia l’ho vardada con qualche passion, e no me la posso desmentegar, no voggio metterme a rischio, avendola in casa, de viver continuamente a l’inferno. Florindo, fio mio, el Ciel te benediga. Sposa siora Rosaura, che la lo merita, e resta in casa con ela e co so sior pare, fina che vivo mi; e te passerò un onesto e comodo trattamento. Niora, za che no m’avè volesto ben a mi, voggiè ben a mio fio. Trattèlo con amor e con carità, e compatì le debolezze de un povero vecchio, orbà più dal vostro merito che dalle vostre bellezze. Dottor caro, vegnì da mi, che metteremo in carta ogni cossa. Se ve bisogna robba, bezzi, son qua. Spenderò, farò tutto, ma in sta casa no ghe vegno mai più. Oimè! gh’ho el cuor ingropà, me sento che no posso più. (Atto III)
L’intreccio non è nuovo, e i nomi sono rimasti quelli tipici della commedia, ma i sentimenti sono cambiati: il padre benedice la coppia con affetto, provvede alle nozze con generosità, ma la sua sofferenza è autentica, come autentico è l’affetto per Rosaura; né l’uno né l’altro si dissolveranno in due battute com’era buona consuetudine nei finali di teatro comico, e anzi l’autore gli fa trovare una soluzione onorevole e verosimile per sbarcare in qualche modo la situazione: lasciare la casa agli sposi e andarsene. Benedizione sì, soldi sì, quanti ne servono - ma in casa con i due sposi novelli no e poi no, non sarebbe davvero cosa.
Nell’intreccio “basso” troviamo un tipico contrasto tra pretendenti, con i tradizionali nomi delle maschere: il brillante Arlecchino e l’affidabile e solido Brighella si disputano le nozze con la bella Colombina, cameriera di Rosaura (alla fine, sembra di capire, sarà Arlecchino ad avere la meglio, ma il finale resta aperto); l’indecisione di Colombina è autentica, ma già porre il problema come la scelta tra “un marito accorto o un marito ignorante” cambia notevolmente la temperatura emotiva - per non parlare degli argomenti:
COL: Bene, chi di voi mi persuaderà sarà mio marito.
BRIGH: Mi, come omo accorto, sfadigherò, suderò, perché in casa no se manca mai da magnar.
COL: Questo è un buon capitale.
ARL; Mi, como omo ignorante, che no sa far gnente, lasserò che i boni amici porta in casa da magnar e da bever.
COL: Anche così potrebbe andar bene.
BRIGH: Mi, come omo accorto, che sa sostegnir el ponto d’onor, te farò respettar da tutti.
COL: Mi piace.
ARL: Mi, come omo ignorante e pacifico, farò che tutti te voia ben.
COL: Non mi dispiace.
BRIGH: Mi, come omo accorto, regolerò perfettamente la casa.
COL: Buono.
ARL: Mi, come omo ignorante, lasserò che ti la regoli ti.
COL: Meglio.
BRIGH: Se ti vorà divertirte, mi te condurrò da per tutto.
COL: Benissimo.
ARL: Mi, se ti vorrà andar a spasso, te lasserò andar sola dove ti vol.
COL: Ottimamente.
BRIGH: Mi, se vedrò che qualche zerbinotto vegna per insolentarte, lo scazzerò colle brutte.
COL: Bravo.
ARL: Mi, se vedrò qualchedun che te zira dintorno, darò logo alla fortuna.
COL: Bravissimo.
BRIGH: Mi, se troverò qualchedun in casa, el copperò.
ARL: E mi torrò el candelier, e ghe farò lume. (Atto II)
La commedia provata quindi ha una doppia anima e guarda sia verso la “nuova maniera”, sia verso la tradizione, e si presenta come una descrizione della vita di teatro nel momento del passaggio tra la vecchia e la nuova maniera di intendere il teatro comico.
Ogni personaggio ha dovuto o dovrà cambiare il suo modo di lavorare per adattarsi alla “maniera moderna” - e qualcuno, come il Poeta e la Cantatrice, rischia di rimanere stritolato nel passaggio. Qualcun altro, invece, si ritrova a svolgere un lavoro nuovo: il Suggeritore.
A questa maniera moderna gli attori della compagnia hanno imparato ad adattarsi, non senza fatica:
buttemo le burle da banda, e parlemo sul sodo. Le comedie de carattere le ha butà sottossora el nostro mistier. Un povero commediante, che ha fatto el so studio segondo l’arte, e che ha fatto l’uso de dir all’improvviso ben o mal quel che vien, trovandose in necessità de studiar e de dover dir el premedità, se el gh’ha reputazion, bisogna che el ghe pensa, bisogna che el se sfadiga a studiar, e che el trema sempre, ogni volta che se fa una nova commedia, dubitando o de no saverla quanto basta, o de no sostegnir el carattere come xè necessario (Atto I)
ricorda Pantalone al capocomico, spiegandogli le cause della sua (comprensibile) paura.
Il capocomico gli dà ragione: è vero, col nuovo teatro comico si fatica di più, ma si ottiene anche un successo maggiore.
Xè vero; son contentissimo, ma tremo sempre gli risponde Pantalone.
Xè vero; son contentissimo, ma tremo sempre gli risponde Pantalone.
Più avanti Colombina, richiesta di un parere, se chi ha introdotto queste novità nel teatro abbia fatto bene o male, si disimpegna abilmente:
è una quistione che non è per me. Ma però, vedendo che il mondo vi applaudisce, giudico che avrà fatto più bene che male. Vi dico ciò, non ostante che per noi ha fatto male, perché abbiamo da studiare assai più, e per voi ha fatto bene, perché la cassetta vi frutta meglio. (Atto I)
Il nuovo metodo ha anche dei lati positivi, a dire degli stessi attori: quando Brighella scopre che non deve più improvvisare di testa sua con “paragoni” e “allegorie” approva con un lapidario Manco fadiga, e più sanità.
In realtà lo stesso capocomico non è contrario all’improvvisazione, tecnica italiana per eccellenza, e ricorda che ci sono tuttavia de’ personaggi eccellenti che, ad onor dell’Italia e a gloria dell’arte nostra, portano in trionfo con merito e con applauso l’ammirabile prerogativa di parlare “a soggetto”, con non minore eleganza di quello che potesse fare un poeta scrivendo.
All’obiezione del Secondo Amoroso, cioé che le maschere patiscono a dire il premeditato, il capocomico ricorda che se il testo è buono e adatto al personaggio, qualsiasi maschera lo impara volentieri. E d’altra parte al momento le maschere sono ancora importanti e non vanno assolutamente tolte di scena: Guai a noi se facessimo una tal novità: non è ancor tempo di farla ammonisce.
All’obiezione del Secondo Amoroso, cioé che le maschere patiscono a dire il premeditato, il capocomico ricorda che se il testo è buono e adatto al personaggio, qualsiasi maschera lo impara volentieri. E d’altra parte al momento le maschere sono ancora importanti e non vanno assolutamente tolte di scena: Guai a noi se facessimo una tal novità: non è ancor tempo di farla ammonisce.
(Eppure, si accorge il lettore, quel tempo non è poi così lontano).
Durante le prove arrivano un Poeta e una Cantatrice per chiedere lavoro alla compagnia. L’uno e l’altra sono legati ai vecchi schemi del teatro comico e verranno respinti su tutta la linea, pur venendo alla fine assunti come attori.
I due, ridotti letteralmente alla fame, approdano alla compagnia come ultima risorsa. Le loro condizioni, svelate a poco a poco, si rifanno ad un’illustre tradizione comica teatrale di affamati e parassiti - tuttavia il loro problema ha una causa moderna.
Per primo il poeta Lelio (molto magro) si presenta alla compagnia per proporre i suoi lavori, ma niente di quel che fa sembra andare bene: dai titoli troppo complicati (Pantalone padre amoroso, con Arlecchino servo fedele, Brighella mezzano per interesse, Ottavio economo in villa e Rosaura delirante per amore), alle protagoniste che dovrebbero uscir di casa e scendere in piazza, per raccontare lì i fatti loro, fino alle scene inverosimili, dove i servi bastonano i padroni.
Alla fine, mentre il poeta declama un inverosimile dialogo in rima tra innamorati, la compagnia si dà alla fuga.
Alla fine, mentre il poeta declama un inverosimile dialogo in rima tra innamorati, la compagnia si dà alla fuga.
"Ma no sàla che dialoghi, uscite, soliloqui, rimproveri, concetti, disperazion, tirade, le son cosse che no se usan più?” lo rimprovera Brighella prima di spiegargli che oggi si usano solo commedie de carattere, cosa che ha riportato finalmente il teatro comico alla sua antica funzione di correggere i vizi e metter in ridicolo i cattivi costumi. Prontamente allora Lelio offre una sua traduzione da un testo francese, che il capocomico respinge spiegando che
I Francesi nelle loro commedie non si può dire che non abbiano de’ bei caratteri, e ben sostenuti, che non maneggino bene le passioni, e che i loro concetti non siano arguti, spiritosi e brillanti, ma gl’uditori di quel paese si contentano del poco. Un carattere solo basta per sostenere una commedia francese. Intorno ad una sola passione, ben maneggiata e condotta, raggirano una quantità di periodi, i quali colla forza dell’esprimere prendono aria di novità. I nostri Italiani vogliono molto più. Vogliono che il carattere principale sia forte, originale e conosciuto; che quasi tutte le persone, che formano gli episodi, sieno altrettanti caratteri; che l’intreccio sia mediocremente fecondo d’accidenti e di novità. Vogliono la morale, mescolata coi sali e colle facezie. Vogliono il fine inaspettato, ma bene originato dalla condotta della commedia. Vogliono tante infinite cose, che troppo lungo sarebbe il dirle (Atto II)
Dunque solo un italico testo può contentare questo pubblico esigente e raffinato, al quale i tanto rinomati autori francesi hanno ormai poco da dare (d’altronde un savio autore di teatro deve sempre aver cura di blandire il suo pubblico...).
In seguito lo sventurato poeta scopre che è in declino anche la classica unità di scena (di cui peraltro, ricorda il capocomico, Aristotele ha parlato solo per la tragedia, visto che il trattato sulla commedia non ci è pervenuto), molto utile per gli antichi che avevano problemi con i cambi di scena, molto meno per l’epoca moderna, che i cambi di scena li affronta senza problemi. Il concetto di unità di scena non viene in realtà respinto del tutto, solo si raccomanda di osservarlo solo quando l’azione della commedia non ne risulti forzata - che è quasi impossibile con le commedie “di intreccio”.
(Più avanti lo sventurato Poeta apprenderà che anche i precetti oraziani son in declino, e del resto il capocomico è un po’ filologo).
Scoraggiato, il povero Poeta decide di provare il teatro come attore, anche perché comporre sembra diventata un’impresa impossibile: per quel che sento, sono tanti i precetti d’una commedia quante sono, per così dire, le parole che la compongono. L’audizione andrà piuttosto bene anche se, naturalmente, la scelta del testo da lui usato per la prova sarà assai criticata, approfittando dell’occasione anche per fare una tirata sui soliloqui, in base al sensato principio che non è verosimile che un uomo, che parla solo, faccia a se stesso l’istoria de’ suoi amori o de’ suoi accidenti.
Infine, prima di completare la prova, la compagnia riceve una nuova visita: la Virtuosa di Musica, che offre i suoi talenti (a tariffa tutt’altro che modica) per “cantare gli intermezzi”. L’iniziale imbarazzo dei comici, che non sanno come spiegarle che considerano gli intermezzi musicali nel teatro comico alla stregua di anticaglie, viene presto dissolto dalla superbia della Cantatrice (che, spiegherà la donna più avanti, è praticamente un obbligo professionale per un musico).
E’ passato il tempo, signora mia, che la musica si teneva sotto i piedi l’arte comica, proclamano fieramente i comici prima di rifiutare la scortese offerta. Sarà il poeta Lelio, per solidarietà di naufraghi, a portarla a pranzo con la compagnia e a suggerirle di darsi anche lei al teatro di prosa.
Mi lascerò persuadere a far la comica? si domanda la Cantatrice, per poi decidere: Mi regolerò secondo la tavola de’ commedianti. Già, per dirla, è tutto teatro, e di cattiva musica può essere ch’io diventi mediocre comica.
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martedì 28 agosto 2018
Uno hobbit per finirlo e alle stampe alfin mandarlo
Copertina della prima edizione del Silmarillion - che naturalmente mi precipitai a comprare, in quel lontano 1979
La seconda considerazione che è andata prendendo forma nelle spaziose pareti eccetera eccetera (vedi post precedente) riguarda le vicende editoriali di Tolkien, che fin da ragazzo scrisse ampie e dettagliate storie delle Ere Antiche della Terra di Mezzo, partendo dalla sua creazione attraverso la musica e raccogliendole pazientemente nel Silmarillion, che non diede mai alle stampe.
Tolkien morì nel 1973, ovvero diciotto anni dopo la pubblicazione del Signore degli Anelli. Il romanzo gli portò in cassa qualche soldo e lui andò in pensione. Quali circostanze più favorevoli per riordinare infine la sua opera di una vita, quella cui in teoria aveva sempre lavorato? Ma così non avvenne: quando infine Il Silmarillion venne pubblicato ad opera del figlio Christopher, costui dovette pasticciare non poco per sistemare una materia che era ancora allo stato fluido. Non solo, ma molti dei testi che compongono Il Silmarillion esistevano in più versioni, talvolta lunghe e dettagliate e in contraddizione o in contrasto tra loro. Fino alla fine Tolkien aveva continuato a giocare col suo giocattolo preferito, evitando con cura di dargli una forma stabile che gli permettesse di andare in giro per il mondo incontro a un destino editoriale.
Insomma, la mia personale teoria è che, vivente Tolkien, Il Silmarillion non sia stato pubblicato perché al professore non importava, e voleva tenere aperto il laboratorio fino all'ultimo - oppure, a scelta, che a quel punto le storie del Silmarillion lo interessavano fino a un certo punto perché ormai sapeva come andava a finire la storia.
C'è un altro fattore da considerare: nel frattempo, nell'eroica Terra di Mezzo colma di gioielli magici e cupidi nani e nobilissimi e sanguinarissimi (e talvolta stupidissimi) elfi e uomini usciti di peso, loro sì, da saghe celtiche e germaniche di quelle dove il destino si comporta sempre in maniera scorretta, era entrato in scena un popolo anarchico e disciplinato, gaudente e resiliente, disinteressato a gioielli magici, alle spade incantate e spesso perfino agli spocchiosissimi elfi, che commerciava con i nani comprando soprattutto giocattoli e fuochi d'artificio... insomma, gli hobbit, con le loro doppie colazioni (una delle quali a base di bacon e uova), i loro pub, i loro campi ben arati, indifesi in modo patetico ma capaci di sbrogliarsela nelle situazioni più assurde.
In presenza degli hobbit le storie assumono un senso, e pretendono a gran voce di essere portate a una conclusione. Non ci sono hobbit nel Silmarillion, se non appiccicati con lo sputo nell'ultimissimo capitolo che in sintesi è solo un rapido riassunto per infilare il Signore degli Anelli in tutta la vicenda.
Non ci sono hobbit, ma soprattutto: come potrebbero esserci? Cosa potrebbero fare, in tutte quelle storie nobili ed eroiche e pure un po' convenzionali?
Beh, magari potrebbero farci molto, ma col loro intervento le storie avrebbero avuto una conclusione, un senso, una dimensione precisa: sarebbero insomma diventate vere storie. Oppure, più probabilmente, le storie si sarebbero snaturate perdendo sapore.
Resta il fatto che di tutte le storie della Terra di Mezzo Tolkien è riuscito a completarne e stamparne due (la prima delle quali non era nata per stare nel ciclo della Terra di Mezzo) ed erano quelle con gli hobbit. Guarda caso, sono anche quelle secondo me letterariamente più valide e con i personaggi più interessanti.
Coincidenze? Personalmente ne dubito.
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