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domenica 9 agosto 2015

L'epica questione dell'uscita, ovvero su come i giovinetti oggi siano forse eccessivamente protetti

Terminate le lezioni di scuola, le scolaresche di St. Mary Mead affrontano il periglioso cammino che li porterà a casa

Capita spesso di sentire lamentare il fatto che le giovani generazioni vengano tenute eccessivamente nella bambagia e siano protetti con troppa cura dalle insidie e i traumi della vita, col rischio di crescere senza sviluppare alcuna autonomia. Tale preoccupazione non è a mio avviso del tutto ingiustificata e anche la scuola sta contribuendo in tal senso, come passerò a illustrare con una breve novelletta che narra fatti realmente avvenuti.

L'uscita di cui andrò a parlare non è quella didattica, dove si portano gli alunni a vedere musei e monumenti o a partecipare ai Giochi della Vallata, bensì l'inevitabile uscita dalla scuola che ogni alunno è pur costretto a fare alla fine delle lezioni, sempreché non voglia passare la notte nell'edificio scolastico con grande incomodo suo, della famiglia e di tutto il personale docente e non docente.

Ordunque, nei miei primi anni di insegnamento funzionava che, al suono della campanella, i ragazzi uscivano. A volte il regolamento delle scuole ci chiedeva di accompagnarli fino al portone o financo al cancello, a volte bastava un "Buona giornata, ragazzi" e restavi in classe a rimettere a posto i libri nella borsa. Nulla di che.
Anche il primo anno in cui ho insegnato a St. Mary Mead vigeva questa sana e rispettabile consuetudine.
Il secondo anno, al termine del primo Collegio Docenti, il Vecchio Preside chiacchierò del più e del meno per un paio d'ore MA proprio alla fine dell'incontro fece scivolare con noncagance che a partire da quell'anno gli alunni andavano consegnati ai genitori "come si fa alle elementari".
Il Collegio, ormai in piena fase di cazzeggio-da-fine-lavori si fece di colpo attentissimo e insorse come una sola tigre. E quando mai, e perché, e che diavolo stava succedendo, e assolutamente no!
Il VecchioPreside ci congedò in fretta e furia e scappò. Molti capannelli di rivolta si riunirono, poi la palla fu lasciata allo stuolo di vicepresidi di cui la scuola all'epoca era dotata e tutti tornammo a casa, ribollendo sommessamente.

Il Vecchio Preside fu assediato, tampinato, perseguitato e tormentato in tutti i modi, ma non voleva sentir ragioni. Alla fine però, dopo che anche i genitori, convocati in apposita riunione, avevano apertamente dichiarato il loro scontento, ripiegò sull'inizialmente respinta proposta della liberatoria
Cotal liberatoria è un foglietto di carta dove il genitore scrive che autorizza la sua prole a tornarsene a casa da sola. Inizialmente il Vecchio Preside ci aveva spiegato che quel tipo di foglietti (di cui molte scuole medie si dotano all'inizio dell'anno) erano perfettamente inutili. Ciò risultò essere vero: lunghe analisi e spogli legislativi, una riunione appositamente convocata con i sindacati e consulti con avvocati vari ci trasformarono tutti in esperti legulei sull'argomento. Scoprimmo così che le tanto rinomate "liberatorie" non liberavano in realtà alcuno da veruna responsabilità, e che un genitore che si ritrovasse il figlio danneggiato durante il ritorno a casa dalla scuola poteva far causa (e, sembra, perfino vincerla) per quante liberatorie avesse firmato. Scoprimmo che la legge in realtà non era chiara (la legge non è mai chiara, quando si tratta di scuola). Scoprimmo infine che il discrimine erano i quattordici anni: gli ante-quattordicenni  infatti andavano badati come rose di serra, mentre i post quattordicenni potevano girare in motorino, avere rapporti sessuali e tornare a casa da soli da scuola (l'accostamento di queste tre cose lasciò tutti un po' perplessi, ricordo; anche perché tutti noi, alle medie, tornavamo a casa senza accompagnatore ma all'epoca non guidavamo motorini né, a parte casi non troppo frequenti, ci intrattenevamo in rapporti sessuali - e del resto, secondo la legge, non avendo compiuto i quattordici anni non avevamo diritto di fare né l'una né l'altra cosa). 
Quel che non riuscimmo invece a capire, per quanto ci provassimo, fu che tarantola avesse morso il nostro Vecchio Preside, che fino a quel momento si era distinto per un certo rude e pragmatico buon senso: si vociferava di un incidente in un qualche comune dei dintorni nel quale un ragazzo che era stato investito da un pullman della scuola sul piazzale della scuola e per la sua morte erano stati condannati autista, preside e insegnante - ma erano voci talmente vaghe che non sembrava fosse da farci più affidamento che sulla storia dei coccodrilli che escono fuori dallo scarico della doccia. Il Vecchio Preside si rifiutò di dare spiegazioni, disse che la legge era così e basta.
A dire il vero la legge non era proprio così: perché c'era da considerare che l'orario dei docenti era vincolato e nessuno di noi era tenuto a regalare allo Stato quei minuti in più di babysitteraggio. A quei tempi a St. Mary Mead la scuola era sempre aperta fino alle 18.00 e a volte fino alle 22.00 e gli insegnanti vivevano e si accampavano a scuola per preparare le più strane e varie attività, ma nessuno di noi sentiva in sé la benché minima disponibilità ad aspettare due minuti i genitori all'uscita: per chi stava lontano c'erano i pulmini, per chi stava vicino c'erano i piedi e da sempre i ragazzi andavano a scuola e tornavano da scuola in gruppetti più o meno chiassosi. Se poi qualcuno voleva venire di persona a prendere la prole, padronissimo, ma la scuola che c'entrava?
"Certo, un tempo c'erano meno pericoli" mormorava qualcuno "Per esempio i pedofili...".
Ma in verità a St. Mary Mead, per quel che si sapeva, i pedofili scarseggiavano e il traffico era assai contenuto, certo più contenuto di quello che a suo tempo io e miei compagni affrontavamo nelle vie fiorentine per ritornare alla nostra magione, senza avere mai subito danno alcuno (in compenso qualche pedofilo c'era anche allorta, e infatti i nostri genitori ci raccomandavano sempre di non accettare caramelle da sconosciuti).
Tornando ancora più indietro nel tempo, quando i grembiulini erano bianchi e i fanciulli non erano ancora stati rovinati dall'educazione permissiva, i primi alunni di mia madre, quando insegnava alle elementari in campagna, agli inizi degli anni '50, si facevano a volte anche un paio di chilometri a piedi tra i boschi, in totale assenza di pulmini - e mia madre ammise più volte che trovava la cosa piuttosto rischiosa. D'altra parte, cos'altro potevano fare le famiglie a quei tempi se non mandarli da soli e sperare che non succedesse niente (e di solito, in effetti, non succedeva niente)?

Nel gran tumulto della Sala Insegnanti la prof. Marzapane sintetizzò più volte la questione con la formula Se continuiamo a badarli in questo modo questi ragazzi ci diventano scemi! e la trovai una sintesi tanto efficace quanto sensata.
Alla fine comunque il Vecchio Preside per sopravvivere dovette ripiegare sulla liberatoria e così ogni classe raccolse il suo bel mazzetto di liberatorie, che conservò nell'apposito raccoglitore delle autorizzazioni, caso mai un giorno ci fosse servita un po' di carta per fare il branzino in cartoccio. Ogni classe si vide anche recapitare una circolare che conteneva una spassosa raccolta di consigli su come tornare a casa in sicurezza, con richiesta ai coordinatori di leggerla ad alta voce con opportuni commenti.
Beh, quanto ai commenti, io e la classe dei Baronetti Inglesi non ci facemmo mancare nulla; del resto, accorati inviti a rispettare i semafori e a tenersi lontani dai pozzi in un paesello dove non c'era un semaforo che fosse uno, e di pozzi men che meno, quale altra accoglienza potevano avere?
(Da notare che il Vecchio Preside era nato e cresciuto a St. Mary Mead e veniva regolarmente a trovare i suoi genitori che ivi abitavano, e dunque era perfettamente a conoscenza della totale assenza di semafori e pozzi nel paese. La circolare comunque valeva anche per gli altri plessi - dove magari c'erano semafori, anche se probabilmente i pozzi incustoditi non dovevano essere poi molto numerosi).

L'anno seguente arrivò il Nuovo Preside, che nel corso dell'anno non si distinse né per buon senso né per alcuna attitudine dirigenziale, ma che sulla questione delle uscite dopo le lezioni diede senz'altro il peggio di sé (e aveva molto da dare).
Esordì anche lui spiegando che i ragazzi andavano consegnati ai genitori, che le liberatorie non le voleva perché non avevano valore legale eccetera. Il problema fu che persistette in cotal deplorevole atteggiamento ben dopo tutte le doverose levate di scudi di insegnanti e genitori; e in effetti una cosa andava riconosciuta, a quell'uomo: non era di quei dirigenti che se ne fregava di quel che dicevano gli insegnanti ma si appiattiva a pelle d'orso davanti ai genitori; nossignori, lui, con grande equanimità, se ne sbatteva alla grande delle richieste dei genitori esattamente quanto di quelle dei docenti. Restava il fatto che per i genitori si trattava di una questione di sopravvivenza, e assai compattamente questi signori dimostrarono che, se lui se ne fregava di loro, loro dal conto proprio erano in grado di fregarsene altrettanto di quel che diceva lui.
Vennero coinvolti uno stuolo di avvocati e consulenti legali e non so che altro. Alla fine il Nuovo Preside sembrò cedere e accettare, in cambio della firma e sottoscrizione di una complicatissima liberatoria, il sospirato ritorno a casa dei ragazzi. Così pareva, così aveva capito il VicePreside.
Così però non risultò ai primi Consigli di Classe, dove il Nuovo Preside si rimangiò tutto e fece una grandissima piazzata sia ai genitori che al VicePreside. Gli sventurati insegnanti che erano presenti assicurano essersi trattato di scena mirabile, nel senso di "degna di essere vista". Cosa invece pensassero i genitori invece non lo so né voglio saperlo, ma sospetto che non fosse nulla di lusinghiero verso le istituzioni scolastiche.
Nel frattempo, di settimana in settimana il momento in cui tutti noi avremmo dovuto consegnare ad uno ad uno i picoli e implumi (e offesissimi: "Cosa crede il Preside che non siam buoni a tornare a casa da soli?!?") boccioli ai genitori veniva posticipato, presumibilmente in attesa di un accordo (perché serviva un accordo, se lui aveva sempre dichiarato che non era questione di trovare un accordo, bensì era così e basta? Non lo so, star dietro ai ragionamenti di quello strano essere era davvero difficile e l'unico che ci riusciva, ma solo talvolta, era il VicePreside, che tra l'altro si stava stufando di prendersi scenate sia da lui che da noi che dai genitori).

Infine il Nuovo Preside ebbe una pensata che gli sembrò assai astuta, e fece consegnare ai vari VicePreside una lettera scritta a mano e non protocollata, da fotocopiare e mettere nel registro di classe, dov'era scritto:

Ai signori Docenti si raccomanderà il "buon senso" nel disporre le uscite dalla scuola per ragazzi che abitano nelle immediate vicinanze e che percorrono un tratto di strada "sicuro".

seguiva firma.
Quando la lessi risi pazzamente, anche se in verità c'erano tutti gli elementi per piangere per lo sconforto, considerando che quell'uomo riceveva regolare stipendio per fare stronzate del genere.
In pratica, aveva deciso di passare la palla a noi, ed era convinto con quello di essersi tolto da ogni responsabilità, sicuro com'era che in caso di incidente la responsabilità sarebbe ricaduta su di noi.
In realtà, se ci fosse stato un incidente e quel documento fosse saltato fuori gli avrebbe portato problemi piuttosto seri, perché nessun docente aveva alcun  tipo di qualifica o competenza per stabilire se un percorso era "sicuro" o meno, e soprattutto se lo era tutti i giorni e in tutti i momenti in cui gli alunni lo avrebbero percorso; quanto al "buon senso", che è quella cosa che è stata distribuita con grande equanimità perché tutti sono convinti di averne in misura abbondante, non era e non poteva essere un criterio legale. Il sindacalista cui venne portato a leggere si divertì molto non solo all'idea del buon senso, ma ancor di più del buon senso tra virgolette, nuova categoria giuridica in base alla quale valutare la pericolosità o meno di un itinerario.

Ad ogni modo, per quanto la situazione di per sé fosse divertente, io non volevo grane.
Così feci una fotocopia per ogni alunno della classe che coordinavo, con l'incarico di consegnarla alla famiglia, e dettai la seguente nota sul diario:
Il Consiglio di Classe della Terza X non ha competenze adeguate ad esprimere una valutazione sugli itinerari percorsi dagli alunni. Nutre tuttavia la massima fiducia nel buon senso degli alunni e dei genitori e si rimette in tutto e per tutto alle loro decisioni
da riportare il giorno dopo firmata.
Non era un tentativo di scaricarci dalle responsabilità mediante un ennesima liberatoria, ma solo un modo per metterli al corrente della situazione - quanto a capire in che mani eravamo, l'avevano capito tutti già da tempo.

Il giorno dopo tutti avevano la loro nota firmata. Uno dei rappresentanti di classe però alla firma aggiunse Vi ringraziamo per la comprensione, cosa che mi piacque molto e che non mancai di riferire ai colleghi.

Da notare che, in base all'ineffabile legge, la scuola è responsabile degli eventuali incidenti durante il ritorno a casa da scuola ma non lo è per eventuali incidenti che avvengano andando a scuola, né si riesce a capire perché, se durante il tragitto di andata la responsabilità è della famiglia, non possa esserlo altrettanto quando i ragazzi percorrono lo stesso tratto di strada nella direzione inversa, da scuola verso casa.
Resta il fatto che le scuole continuano a far firmare liberatorie sempre più elaborate ma tutte parimenti inutili nella vana speranza di tutelarsi, e gli stessi undicenni che sono ufficialmente in grado di venire a scuola a piedi dovrebbero in teoria essere consegnati a un adulto della famiglia per affrontare il ritorno, né a nessuno viene in mente di rimediare il problema alla base, intervenendo sulla legge, e lo spettro della Terribile Richiesta di Indennizzo per Danni incombe ormai fissa sulle scuole, né vi è modo di liberarsene.
E tutto ciò è singolarmente stupido, oltre che lesivo verso gli interessi dei ragazzi, per i quali il Diritto al Ritorno a Casa Autonomo da Scuola andrebbe sancito come diritto primario nelle  varie carte internazionali a tutela dei fanciulli.

lunedì 3 agosto 2015

Dolcetti informatici (detti anche cookies)

Questi dolcetti sono assai elaborati, tanto che quasi dispiace mangiarli... (CHOMP!)

Da qualche giorno anche questo rispettabile blog è stato infestato dall'avviso sui cookie.
Cotale avviso però specifica che i cookies li tiene e li gestisce Google.
Sappiate, o miei nobili lettori, regolari od occasionali che voi siate, che per me i cookies sono e restano esclusivamente dolcetti, talvolta di pasta frolla, talvolta di marzapane, talvolta di altri impasti, e che l'unica cosa che sono capace di fare avendo a disposizione un cookie, per quanto informatico possa essere, è mangiarlo senza lasciarne nemmeno una briciolina.
Tengo questo blog al solo e unico scopo di scriverci quello che mi pare e lasciare a chi passa di qua il piacere di scrivere quel che gli pare o di non scrivere affatto e nel mio petto non albergano curiosità illecite.
Miei cari lettori, regolari o occasionali, non so niente di voi se non nel caso che decidiate di raccontarmi i fatti vostri - ma anche in quel caso, potete raccontarmi quel che vi pare, perché io non ho alcuna possibilità (e volontà) di controllare quel che mi dite. Non so chi siete, né da dove venite, né quante volte all'anno, al mese, al giorno o all'ora passate di qua. 
Da qualche anno Google mi fornisce un servizio di statistiche che consulto con molta moderazione e che mi dice qualcosa solo per categorie molto generiche.
Così ho le statistiche dei browser dei sistemi operativi che usate (mi dicono che Chrome va per la maggiore, e che i più usano Windows) e poco fa ho scoperto che una parte dell'utenza approda fin qui dalla Russia, da Taiwan e financo dall'India - non so come, non so perché e spero solo per loro che non sia un disgraziato disguido. I più vengono dall'Italia, e in effetti la cosa ha un senso, ma non so da che città - ma quand'anche potessi saperlo, dubito molto che mi interesserei della questione.
Google mi fornisce anche qualche indicazione sulle parole chiave della ricerca con cui approdate fin qui, e devo dire che se facessero un premio per il blog con le chiavi di ricerca più banali il mio avrebbe buone possibilità di vincere: tutti i blogger vantano stringhe assai fantasiose, io no; pare che qui da me arrivi al massimo gente che cerca notizie sulla scuola o sulle varie feste del gatto, oltre a qualcuno che si interessa di Tolkien, mentre chi vuole intortarsi un armadillo,  farsi la cugina sul tavolo di cucina o dar fuoco al capufficio giustamente va da altre parti, dove mi auguro possa trovare maggior costrutto.
In effetti l'unica sezione che consulto regolarmente è quella dei commenti: da quando l'ho scoperta posso sempre rispondere anche a chi commenta un post di sette anni fa - succede, di rado ma succede, e mi fa sempre piacere.
Insomma, la tenutaria del blog NON pecca di indiscrezione e non avrebbe la possibilità di farlo neanche volendo. Quanto a cosa faccia Google di tutti quei dati sul browser e sui visitatori indiani, non lo so né desidero saperlo.

Mi auguro dunque che chi passa di qui, per errore, per caso o per abitudine, continui a sentirsi avvolto nel manto della più assoluta e totale riservatezza. Non posso garantire per Google, ma per me sì.
E un saluto particolarmente affettuoso ai lurker, se ce ne sono.

venerdì 31 luglio 2015

Welcome to the NHK - Tatsuhiko Takimoto


In biblioteca sono un utente silenziosa, rapida e ben organizzata e finisco inevitabilmente per uscirne con più libri di quel che avevo programmato - 
insomma, l'ultima cosa che mi serve è un bibliotecario zelante che arrivi con ulteriori suggerimenti; ma siccome so che lo fanno perché lo considerano parte del loro lavoro e non per pura impiccionaggine, quando ci provano li ascolto con paziente cortesia e non sempre senza frutto.
Questo per dire che mai e poi mai avrei messo le mani sul libro che vado oggi a presentare se la bibliotecaria di St. Mary Mead (quella santa donna che già tanti e tanti suoi doppioni ha fatto scivolare fino alla biblioteca della scuola, e verso la quale quindi mai e poi mai vorrei commettere il benché minimo sgarbo) non me lo avesse suggerito 
"E' un romanzo giapponese che parla di quei ragazzi che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza" mi spiega "Il protagonista è uno di loro e racconta la sua storia, ma lo fa in modo molto divertente".
Siccome millanto una certa conoscenza della cultura giapponese, per quanto sia consapevole che si tratta di una pretesa destituita da qualsiasi fondamento, ho ringraziato e preso il romanzo.

Hiikikomori è la parola chiave: così infatti si chiamano coloro che vivono tappati in casa per anni interi, uscendo ogni tanto di notte per comprarsi qualche genere di prima necessità. Mai fino ad ora ne avevo sentito parlare, anche se il fenomeno è abbastanza conosciuto anche qui da noi.
Si diventa hikikomori più facilmente negli anni di università, o quando gli studi finiscono e inizia la ricerca di un lavoro: dopo qualche disgraziato tentativo si tirano i remi in barca, si alza il ponte levatoio e si tagliano i legami col mondo. Si può restare hikikomori per molti, molti anni. E non succede solo in Giappone.
Piccola nota al margine: sì, esistono anche ragazze hikikomori, ma sono più difficili da censire perché... per una donna, in Giappone, voler stare in casa è un valore positivo. (Solo in Giappone? A tutt'oggi per parlare di una brava ragazza si dice che è studiosa ed esce poco, mentre mai viene in mente di lodare il ragazzo che ne sta tappato in casa come un criceto nella tana. Ma sto divagando).

L'eremita che si ritira nella sua grotta nella Tebaide non era un hikikomori, era un eremita. Stava da solo per pregare e l'umanità lo irritava, ma la temeva solo in quanto portatrice di peccato o di distrazioni. In realtà fare quella scelta gli aveva chiesto un discreto coraggio e, per quanto col tempo la sua vita possa essersi rivelata difficoltosa, ne ricavava comunque un certo aumento dell'autostima: aveva fatto una scelta in cui credeva, l'aveva messa in pratica e molti lo ammiravano per questo.
L'hikikomori non fa una vera e propria scelta, semplicemente si ritira nell'unico territorio in cui si sente al sicuro, e lo fa per paura. I sentimenti che lo animano infatti sono soprattutto due: paura e vergogna. Si è chiuso in casa perché non sopporta più il giudizio della gente, e si vergogna troppo di non riuscire ad affrontare il mondo per osare mostrarsi di nuovo nel mondo. Più che ad un eremita potremmo paragonarlo a un lebbroso che, una volta tornato a casa, può finalmente togliersi il campanaccio alla caviglia e rilassarsi un po'.
Esce di notte per fare un po' di spesa. Vive, di solito, con i soldi che gli manda la famiglia. Non studia, non ha un lavoro e non lo cerca perché per cercarlo dovrebbe uscire di casa e parlare con qualche persona (in realtà, come dimostra il protagonista, si può anche essere un hikikomori in incognito, per esempio lavorando di notte e rapportandosi col minor numero di persone possibili. Va detto comunque che, nel momento in cui ti mantieni col tuo lavoro e parli con qualcuno, non sei più un vero hikikomori e dunque non sei nemmeno tenuto a vergognarti in modo particolare, perché diventi una persona autonoma che vive a modo suo). L'hikikomori non ha vita sociale, spesso nemmeno informatica, perché non sopporta il contatto con gli esseri umani, da cui si sente deriso e perseguitato. E' amaramente consapevole di essere il fondo del fondo della scala sociale e ne soffre moltissimo. Il suo livello di autostima è probabilmente inferiore a quello dei paria indiani più sfigati, e la sua vita sembra assai infelice.

Il romanzo (narrato in prima persona dal protagonista) descrive tutto questo molto bene e abbonda e trasuda vittimismo, autocompiacimento, autodegradazione, infelicità, paura e vergogna (ma forse ho dimenticato qualche sentimento spiacevole) sia con le tecniche giapponesi che descrivono cose, persone e sentimenti senza all'apparenza descrivere alcunché, sia con quelle occidentali, più familiari ai nostri occhi.
Non è affatto divertente. Io almeno non l'ho trovata tale. C'è una buona dose di autoironia, un certo humor nero di sottofondo, ma non è affatto quel che intendo per "divertente". Proprio no. E ho faticato anche parecchio a leggerlo.
Però è un bel libro, e lo consiglio caldamente. Dopo averlo letto non solo hai capito benissimo cos'è un hikikomori e come e perché lo si diventa, ma diventi anche tu un hikikomori, in una qualche tua vita parallela, fino a sentirti in una gabbia senza uscita esattamente come si sente un hikikomori.

Al di là dell'eccellente e dettagliata descrizione della condizione hikikomori c'è una storia?
Sì, c'è una storia. E' importante, ben fatta e racconta come si possa essere infelici e feriti più a fondo di un hikikomori pur mantenendo molte delle apparenze della normalità, come le persone possono aiutarsi e curarsi anche in modi imprevisti e inconsueti che vanno al di là dei banali concetti di "aiuto" e "cura", come a volte per salvarsi capita di maltrattare quelli che dovremmo o vorremmo aiutare, oppure aiutare quelli che avremmo forse buoni motivi per tenere in grande antipatia, che curare gli altri aiuta a curarci ma solo se si fa nel modo giusto, più qualche altra decina di risvolti ognuno dei quali più volte risvoltabili. 

Il romanzo, pubblicato nel 2002, ha avuto un discreto successo in Giappone e ne hanno tratto un fumetto (2004) e un cartone animato (2006). In Italia sono arrivati tutti e tre, ma con diversa sequenza: prima il fumetto, tradotto nel 2008 dall'editore BD-Jpop, poi il cartone animato, nel 2011, e in contemporanea il romanzo, sempre a cura della BD-Jpop, a nove anni di distanza dalla pubblicazione in Giappone. Tutto questo per dire che se qualche rete non avesse acquistato i diritti del cartone animato, questo romanzo in Italia non lo avremmo visto mai, e anche così è arrivato solo grazie a una casa editrice che potremmo senz'altro definire di nicchia, mentre mi sembra invece un  prodotto che avrebbe meritato un po' di riguardo in più - in effetti l'ho trovato di qualità nettamente superiore a molto di quel che dal Giappone contemporaneo ci arriva e che tanto viene sviolinato dai nostri amati critici letterari.

E' piuttosto difficile da trovare in biblioteca, almeno dalle mie parti. In compenso costa poco, e con dodici euro si porta a casa (o anche meno se si compra in rete, mentre non sono sicura che esista una versione liquida).

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma sperando che in questa assai luminosa estate nessuno indugi troppo in casa per soverchia paura del mondo esterno, con la scusa di leggere - tranne, naturalmente, nelle ore più calde della giornata.

lunedì 27 luglio 2015

Sul nuovo documento ministeriale di valutazione delle competenze (BLEAH!)

Il nuovo documento (sperimentale) di valutazione delle competenze non ha incontrato il mio totale e completo gradimento

Fino a quest'anno alla fine dell'esame di Terza si segnavano le Competenze* raggiunte da ogni alunno, divise per materie, e le segnavamo in decimi, come fossero voti. Era tutto un po' approssimativo perché dal MIUR avevano promesso di spiegarci nel dettaglio di che si trattava ma poi non si sono mai preoccupati di farlo.

Quest'anno il MIUR ha infine deciso di riprendere in mano la questione preparando un nuovo documento, che tenesse conto delle richieste dell'Unione Europea.
E' ancora in forma sperimentale, ma al Collegio Docenti, di nostra spontanea volontà e senza costrizione alcuna, abbiamo accettato di testarlo perché siamo bravi e coscienziosi e AUPP**.
A Maggio cotal documento è arrivato. La prima novità è che le competenze si compilano PRIMA dell'esame - idea non dissennata, a mio avviso.
Consta di dodici competenze dodici, ognuna delle quali corredata da un Profilo e da un indicazione della o delle Competenze Chiave che riguardano. C'era anche una colonnina che dice che quella specifica competenza riguarda "tutte le discipline con particolare riferimento a..." (cioè il singolo Consiglio di Classe doveva decidere a quali discipline la competenza faceva riferimento***) e il livello raggiunto dall'alunno. Tale livello va  indicato con una lettera dell'alfabeto da A a D, dove D sta ad indicare che la competenza è a livelli più che minimali mentre A è il livello massimo.
Il documento è stato poi consegnato alle famiglie che l'avrebbero a loro volta consegnato alle scuole superiori dove ne avrebbero fatto Carta da Deposito, come tutti gli anni.

Dalla Dirigenza si sono raccomandati che appuntassimo con cura tutte le osservazioni e modifiche che ci venivano in mente, perché poi sarebbero state inviate al Ministero. Di fatto, nessuno poi ci ha chiesto alcunché, né il Ministero ha mostrato curiosità alcuna nei confronti del nostro lavoro. Almeno, non mi risulta.
Io comunque qualche appunto lo avevo preso, e visto che non mi piace buttare via il mio lavoro ci faccio un post.

Il vero problema, prima ancora delle attribuzioni delle materie alle varie competenze, è stato capire le competenze stesse, che erano redatte in forma talvolta piuttosto ermetica. E di questo andrò a parlare adesso.

Le competenze erano dodici più una, generica, che serve ad indicare competenze particolari non comprese nelle prime dodici. Almeno credo.
Cominciamo dalle buone notizie: le prime tre erano facilmente gestibili:
n. 1 Comunicazione nella lingua italiana o lingua di istruzione (nel nostro caso: Italiano)
n. 2 Comunicazione nelle lingue straniere (nel nostro caso: Inglese e Spagnolo)
n. 3 Competenza matematica e competenze di base in scienze e tecnologia (e le abbiamo collegate a Matematica, Scienze e Tecnologia).
Certo, ci sono sempre dei casi particolari: per esempio Wasp che è di origini statunitensi e parla benissimo inglese anche se non ha mai studiato spagnolo se non, un pochino, verso la fine dell'anno sotto minaccia di bocciatura; ma è vero che l'atteggiamento verso le due lingue straniere di solito è molto simile nei singoli alunni, come la capacità di raccattare qualcosa in quel campo. Insomma, quelle tre prime competenze non ci hanno creato grandi problemi, tanto più che non si trattava di fare una media tra i voti delle varie materie ma di indicare quanto l'alunno si sentiva a suo agio navigandoci dentro.

Con le altre nove competenze è andata decisamente meno liscia.

La n. 4 riguarda le competenze digitali. Ci sarebbe molto da discutere su cosa si intende con competenze digitali: l'alunno gioca bene ai videogiochi? Sa programmare? Usa la grafica? Riesce a soccorrere l'insegnante se un programma non parte? Sa ritoccare le foto? E' in grado di inserire nel salvaschermo della LIM una frase per prendere in giro l'insegnante quando entra in classe? Sa entrare nel registro elettronico e ritoccarsi i voti? Sa navigare bene? Sa condividere un selfie? E anche: cosa ne sappiamo noi, di cosa sa fare esattamente? Se sa truccare il registro elettronico gli spetta una bella A, e magari anche una sospensione, ma è improbabile che ce lo racconti. Senza contare che alle medie, dopo il passaggio della Scure Gelmini, quasi nessuno fa informatica, ormai; magari qualche insegnante ha un opinione sulle competenze informatiche di qualcuno, ma non certo su tutti.
Bene, tutto ciò rappresenta il minore dei problemi; perché il profilo di questa competenza, come tutti i  profili, è stato pescato dalla descrizione dell'alunno ideale che esce dal primo ciclo secondo le Indicazioni Ministeriali, e per descrivere le competenze digitali qualche sconsigliato ha selezionato un passo che recita usa con consapevolezza le tecnologie della comunicazione per ricercare e analizzare dati ed informazioni, per distinguere informazioni attendibili da quelle che necessitano di approfondimento, di controllo e di verifica, e per interagire con soggetti diversi nel mondo.
Ora, per riconoscere se una notizia è valida o va controllata servono competenze che con l'informatica non hanno molto a che vedere, indipendentemente dal fatto che la notizia sia in rete o venga trasmessa col notiziario delle 15.00. Per identificare la bufala sui gatti volanti trovata su Facebook non devi saper usare Facebook, devi essere in grado di valutare se la pagina di Facebook è attendibile e se l'amico che te l'ha girata è un tordo che abbocca a qualsiasi stupidaggine gli mandino o è invece una persona che prima di condividere controlla. Non è una competenza digitale, caso mai fa parte del gruppo "imparare a imparare". Sì, in generale un Consiglio di Classe è in grado di stabilire con una certa approssimazione se X sa come riconoscere una notizia valida da una completamente campata in aria, ma se lo sa fare non l'ha certo imparato semplicemente usando il computer, bensì usando una cosa che si chiama spirito critico. Il fatto di avere dimestichezza con le apparecchiature digitali non ti dota di spirito critico, e nemmeno te ne priva. Si sta parlando di due competenze diverse.
Il tutto si riferisce dunque a tutte le materie, ma siccome non siamo riusciti a decidere se stavamo parlando di spirito critico o di competenza non l'abbiamo compilata. All'ultimo momento in Segreteria hanno deciso che non andava bene lasciare la competenza bianca e hanno messo D a tutti. Risulta così che abbiamo un intera classe di trogloditi informatici nonché di deficienti.

La competenza 5 riguarda sia imparare ad imparare che consapevolezza ed espressione culturale, che non mi sembrano un accoppiata delle più scontate. In questa competenza bifida l'alunno si orienta nello spazio e nel tempo dando espressione a curiosità e ricerca di senso; osserva ed interpreta ambienti, fatti, fenomeni e produzioni artistiche.
D'accordo, immaginiamo questo prode alunno che interpreta ambienti, fatti, fenomeni e produzioni artistiche (oppure non riesce a interpretarle): si sta parlando di intelligenza e spirito critico, e tutto sommato per un Consiglio di Classe non è difficile valutare a che livello il prode alunno ha raggiunto questa competenza; ma che cazzo di accidente c'entra con tutto ciò sapersi orientare nello spazio? L'orientamento nello spazio è una nobile competenza, ed è giusto parlarne, ma che c'azzecca con la capacità di valutare quadri, sculture o avvenimenti politici? (Sì, il fatto di riuscire a perdermi anche nel salotto di casa mia mi ha reso molto sensibile alla questione. E tuttavia so di non essere l'unica a soffrire di questo tipo di disabilità pur riuscendo a orientarmi in modo dignitoso sull'asse temporale).
Qualche Consiglio di Classe l'ha collegata a Storia e Geografia. Ma allora perché infilarci per forza anche le produzioni artistiche?  E siamo proprio sicuri che se non sai orientarti bene necessariamente sei destinata/o ad essere una frana in Geografia?
Noi comunque l'abbiamo collegata a una generica curiosità verso il mondo esterno.

La n. 6, di nuovo classificata in imparare ad imparare descrive così il malcapitato alunno: possiede un patrimonio organico di conoscenze e nozioni di base ed è allo stesso tempo capace di ricercare e di procurarsi velocemente nuove informazioni ed impegnarsi in nuovi apprendimenti anche in modo autonomo. Insomma, si sta parlando della capacità degli alunni di usare quel che sanno anche per, all'occorrenza, cercare di saperne di più. Diciamo una via di mezzo tra la cultura generale e la capacità di usarla e collegarla. Andrebbe tutto bene se non ci fosse il doppione con le competenze digitali (n. 4). 
Anche qui, l'abbiamo attribuita a tutte le materie.

La n. 7 afferisce al gruppo consapevolezza ed espressione culturale: il nostro giovane mutante, beato lui, utilizza gli strumenti di conoscenza per comprendere se stesso e gli altri, per riconoscere ed apprezzare le diverse identità, le tradizioni culturali e religiose, in un ottica di dialogo e di rispetto reciproco. Interpreta i sistemi simbolici e culturali della società.
Dietro mio suggerimento è stata soprannominata "competenza del Dalai Lama". Naturalmente non sono molti gli alunni che ce l'hanno ad alto livello, e lo stesso vale per gli adulti, ma si capisce di cosa si sta parlando e non ci sono problemi a riferirla a "tutte le materie".

La n. 8 riguarda la consapevolezza ed espressione culturale: l'alunno in relazione alle proprie potenzialità e al proprio talento si esprime in ambiti motori, artistici e musicali che gli sono congeniali
D'accordo, siccome Arte, Musica e Scienze Motorie sono materie di serie B hanno deciso di accorparle, tanto si assomigliano, giusto?
Una sega, si assomigliano. Sono tre ambiti completamente diversi e assai spesso capita che chi eccelle in uno dei tre ambiti non abbia molto da dire negli altri due. E' vero che esiste una competenza 13 che parla di competenze significative non meglio definite, e quindi possiamo metterci chi balla bene ma disegna da cani e chi ha eccellenti capacità grafiche ma stona peggio di una campana rotta. Ma cosa segniamo, nella competenza 8? Facciamo la media fra tre materie che non ci incastrano nulla tra di loro, penalizzando le eccellenze? Segnaliamo le eccellenze anche se non sono tali in tutte le tre materie? 
Alla fine abbiamo appunto fatto, con scarsissima convinzione, una sorta di media tra le tre materie.
Cosa c'era di indecoroso a mettere tre competenze separate, una per le scienze motorie, una per la musica e una per le arti figurative? Si sono messi a risparmiare carta proprio quando arriviamo alle discipline artistiche?

Le ultime quattro competenze riguardano tutte le materie, o comunque così ci è sembrato.

n.9, ovvero spirito di iniziativa e imprenditorialità più competenze sociali e civiche. In questo caso l'alunno dimostra originalità e spirito di iniziativa. Si assume le proprie responsabilità, chiede aiuto quando si trova in difficoltà e sa fornire aiuto a chi lo chiede. E' disposto ad analizzare se stesso e a misurarsi con le novità e gli imprevisti.
Più che una competenza, questo è un calderone. Oppure una competenza bifida, come la 4: da una parte lo spirito di iniziativa (ma se davvero l'Europa ci chiede di parlare di "spirito di imprenditorialità" per ragazzi intorno ai 14 anni forse sarebbe il caso che l'Europa cominciasse a mettere anche un po' di tabacco, in quel che fuma), dall'altra la capacità di collaborare, che in Italia non è diffusissima, con nostro grave danno. Quest'ultima però si potrebbe magari accorpare senza troppi danni alla n. 7: un alunno che conosce se stesso sa anche quando è nelle peste e gli serve aiuto; e se è animato da gran spirito di comprensione e rispetto verso gli altri, sarà pur disponibile a dargli una mano se necessario.
D'altra parte un alunno dotato di spirito imprendit spirito di iniziativa non è detto che necessariamente si interessi anche dei problemi dei suoi compagni. Naturalmente non è detto nemmeno che se ne freghi, semplicemente sono due cose diverse, che non c'è motivo di collegare a forza perché ti sei incaponito a fare 12 competenze 12, come gli apostoli e i mesi dell'anno e le ore dell'orologio a lancette. 

Tanto più se continui a seminare doppioni, in queste dodici competenze.
La n. 10 afferisce sia a imparare ad imparare che alle competenze sociali e civiche. L'alunno ha consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Orienta le proprie scelte in modo consapevole. Si impegna per portare a compimento il lavoro iniziato da solo o insieme ad altri. Ma tutte queste belle cose non le faceva già con la competenza 9? Tra l'altro se ha spirito di iniziativa e ha cominciato qualcosa, deve anche impegnarsi per portarlo a termine, altrimenti il suo è, più che spirito di iniziativa, scervellato protagonismo e talento nel complicare la vita agli altri, ovvero un livello D della competenza n.9. 
Sorge anche una domanda: in quanti modi diversi questa sventurata creatura deve dimostrarci di avere consapevolezza di sé? Prima sul piano culturale (n. 7) poi su quello imprenditoriale (n. 9), poi su quello civico (n. 10)...

La competenza n. 11, che va sotto la targhetta delle competenze sociali e civiche è... il voto di condotta. L'alunno infatti rispetta le regole condivise, collabora con gli altri per la costruzione del bene comune esprimendo le proprie personali opinioni e sensibilità. A dirla tutta costruiva il bene comune con gli altri anche nella competenza 10, nonché nella 9 quando aiutava gli altri. 

La competenza 12 è sempre compresa nel pacchetto competenze sociali e civiche, ma ci hanno messo dentro un po' di tutto, comprese cose di cui la scuola dovrebbe evitare di impicciarsi, se non richiesta: Ha cura e rispetto di sé, come presupposto di un sano e corretto stile di vita (d'accordo, si suppone che non dovrebbe tagliarsi con le lamette né vomitare sette volte al giorno o imbottirsi di anfetamine. Ma se lo fa, vi sembra che la prima cosa di cui il Consiglio di Classe si preoccuperà saranno le competenze? O credete che le altre competenze non ne saranno un tantino influenzate?). Assimila il senso e la necessità del rispetto della convivenza civile (ma non l'aveva già fatto con la competenza 7?). Ha attenzione per le funzioni pubbliche alle quali partecipa nelle diverse forme in cui questo può avvenire: momenti educativi informali e non formali, esposizione pubblica del proprio lavoro, occasioni rituali nella comunità che frequenta, azioni di solidarietà, manifestazioni sportive non agonistiche, volontariato ecc.
Ora, i casi sono due: o il nostro giovane Dalai Lama ha partecipato con la classe, poniamo, alla commemorazione della Strage del Vallone, e allora questo è già considerato in altre competenze fra cui quella della collaborazione col resto della classe; oppure è andato per i fatti suoi alla Marcia della Pace, magari con gli scout o con la famiglia o la parrocchia, ma in ambito extrascolastico. O non c'è andato perché i genitori non ce l'hanno portato. E non è detto che la scuola ne sappia niente.
Se costui/costei è tanto sensibile ai valori della solidarietà e della democrazia e va a portare le coperte ai senzatetto alla stazione si spera che in qualche modo la cosa si riverberi anche nella sua vita scolastica, e se non si riverbera in alcun modo forse sono attività che si limita a subire per quieto vivere, e allora non ha senso dargli una competenza in merito. Insomma, vogliamo mettere qualche paletto all'impiccionaggine insegnantesca e limitarci a valutare quel che sappiamo e vediamo, che già non è affare di poco conto?
Dopo gran meditare, anche questa competenza l'abbiamo lasciata bianca, e la segreteria l'ha trasformata in D - questa volta quasi azzeccandoci perché in quella classe scarseggiavano assai sia il senso civico che la solidarietà (pure quella interna, a dirla tutta).

In conclusione, mi sento di affermare che il documento ministeriale sulle Competenze presenta tuttora un buon margine di miglioramento.

* per chi proprio volesse farsi una competenza sulle Competenze, ho provato a spiegare qualcosa in merito qui.
** E Anche Un Po' Pirla.
*** Siccome non sempre la descrizione della competenza brillava per chiarezza, ogni Consiglio di Classe si è regolato come gli è sembrato meglio per l'attribuzione delle materie. Tutto ciò è stato senz'altro molto democratico, ma tutti noi avremmo preferito ricevere indicazioni più chiare, magari anche più limitative e circoscritte, ma comunque più chiare.

mercoledì 22 luglio 2015

Esame di terza media: non solo contabilità (e alla fine l'Unicorno salva tutti)

Esistono calcolatrici di vari tipi e forme. Queste vanno ad energia solare.

(Premessa: durante il laboratorio sull'autobiografia, in Gennaio, la classe è stata divisa in gruppi e ognuno doveva descrivere con un disegno il corso dell'anno scolastico, immaginando anche la conclusione. Il gruppo con Arwen, Ingrid e Marlene ipotizzò, per il prosieguo dell'anno, un lungo percorso a ostacoli con fossati, crudeli mostri e trappole varie  dove ogni volta la classe perdeva qualche pezzo. Ma alla fine "l'Unicorno salvava tutti". Così l'ho fatto appendere in classe, perché fosse di conforto a tutti noi nel tempo a venire, che si prospettava assai nero, e sperando che si rivelasse profetico. Lo è stato)

Come ho già avuto occasione di scrivere la pratica corrente di aggiustare i voti delle singole prove di esame in funzione del risultato finale mi risulta irritante come un lenzuolo di ortica fresca, e non ho mai mancato di farlo notare ai colleghi. Tale irritazione, va detto, non era solo una mia esclusiva e infatti quest'anno, grazie anche a un concorso di circostanze favorevoli, le sottocommissioni di esami della scuola media di St. Mary Mead sembravano appunto sottocommissioni di esame e non piccoli raduni di contabili.

L'esame comincia con gli scrutini, dove viene dato il voto di ammissione. Quest'anno però, finalmente, anche i colleghi sembravano consapevoli che il voto di ammissione non era necessariamente la media matematica dei voti delle singole materie nel secondo quadrimestre, compresi quelli (molti, nel nostro caso) alzati a sei, ma era passibile di aggiustamento tenendo conto di tutto il triennio; così abbiamo semplicemente dato il voto di ammissione che più ci sembrava opportuno - il che sta a dire, nel nostro caso, che ne abbiamo abbassati parecchi. Dopo lunga ponderazione è stata ammessa anche Blackie, nonostante avesse praticamente saltato il secondo quadrimestre, in base alla considerazione che, per quanto ne potevamo capire, era in grado di superare l'esame purché si degnasse di farlo con un po' di attenzione e soprattutto di presentarsi alle varie prove.

E Blackie si è effettivamente presentata a tutte le prove e gli scritti sono passati senza grandi drammi. Ad ogni prova la Terza Incasinata è stata la prima a consegnare e la nostra sottocommissione è sempre stata la prima a portare la busta sigillata in direzione e firmare il verbale per poi tornare tranquillamente a casa ben prima delle altre.
Unico tocco di colore locale: ben tre alunni su diciassette sono venuti a scuola senza calcolatrice il giorno del compito di matematica: l'avevano dimenticata. Così ho fatto il giro delle commissioni e dei professori e sono pure sbarcata dai custodi, e in qualche modo ho raccattato tre calcolatrici tre, di cui una bellissima a forma di ranocchia verde con pulsanti gommosi. Naturalmente gli stessi tre non avevano nemmeno il dizionario di inglese e di spagnolo - probabilmente perché contavano di usare quello di qualche compagno, possibilmente ben farcito di bigliettini. Ma, ahimé, dalla Sala Professori sono spuntati dizionari in numero bastevole per tutti e tre, e qualche piccolo spostamento tra i posti ha impedito maneggi troppo visibili.
Come avevo  promesso, a semplice richiesta (e consegna dei soldi necessari) sono andata alla macchinetta e ho preso quel che i ragazzi volevano - sì, perfino l'Estathe, contro il quale negli ultimi mesi avevo condotto una lotta senza quartiere*. Solo il primo giorno però, perché al secondo la macchinetta era vuota e alla ditta che ce la noleggia non avevano pensato che durante l'esame sarebbe stato forse utile un consistenze rincalzo.

La correzione degli scritti è stata piuttosto tranquilla, e la mia è stata proprio una passeggiata, anche se un po' deprimente - temi brevi, un po' noiosi ma tutto sommato corretti: una sola H sbagliata e un solo GLI al posto di LI - peccato fosse dell'Onesto Jago, unico errore in un tema piuttosto buono (va anche detto a mia discolpa che sulla distinzione tra GLI e LI sono tornata almeno quattro volte quest'anno, e l'ultima è stata a due giorni dalla fine dell'anno scolastico. Ahimé, c'è stato anche un cinque, ma ci sono stati anche  tre ottimi temi, tutti sulla traccia dell'attualità, dedicata ai social: Arwen, Ingrid... e Blackie, le due sante della classe, sempre attente, sempre pazienti e sempre studiose e la diavolessa traviatrice, motore tutt'altro che immobile di qualsivoglia atto improprio sia avvenuto nella scuola o negli immediati dintorni quest'anno. Niente errori di ortografia né di grammatica né di sintassi per loro. E niente banalità o frasi fatte.

Mentre rimettevo la pila in ordine alfabetico è arrivato un messaggero.
"Murasaki, ci servono i voti dei temi per le Invalsi".
"Cazzo c'entrano i voti dei temi con le Invalsi?" domando sorpresa.
"Non si sa, ma lo vogliono nella griglia iniziale della scheda-alunno. Abbiamo provato a mettere sei a tutti per correggerlo dopo, ma se rientriamo per correggere il sistema si sballa. Il Presidente ci ha detto di mettere i voti veri".
"Ma..." dico senza continuare.
Il Messaggero annuisce. Per vecchia consuetudine, da quando c'è l'Invalsi aspettiamo a scrivere a penna i voti dei temi per poter aggiustare i conti, in caso. 
"Lo so. Però il Presidente ha detto di inserire i voti veri".
In cuor mio sospetto che il Presidente la pensi esattamente come me sulla contabilità da esami. Scoprirò solo più avanti che in altre scuole non hanno inserito alcun voto per il tema di italiano perché non è detto né stabilito da nessuna parte che l'Invalsi sia l'ultima prova scritta, e in teoria il tema potrebbe essere svolto anche dopo la malefica Prova Invalsi (i cui responsabili sono, lo ricordo una volta di più, dei grandissimi cornuti, tutti quanti).
Ad ogni modo a St. Mary Mead il Presidente ha voluto i voti, e glieli abbiamo dati.  Mentre inchiostravo i vari numerini, ho provato un ineffabile senso di sollievo. Siamo a fare un esame composto di più prove. Ad ogni prova il suo voto. Amen.
(In realtà, come gli altri coordinatori, ho fatto prima un giretto di perlustrazione per farmi dire com'erano andati i vari scritti, ma nel complesso erano andati meglio di quanto avremmo ragionevolmente potuto prevedere, dunque a ognuno il suo voto e amen).
Con i nostri pacchetti di compiti ornati dei loro legittimi voti a penna siamo andati a fare la riunione di ratifica delle prove scritte. A dire il vero non eravamo proprio tutti, perché a Crifosso (dove, com'è universalmente noto, i professori sono molto ganzi nonché espertissimi di informatica) il sistema è impazzito un paio di volte nel corso della correzione dell'Invalsi e dunque alcuni di loro erano rimasti in sede per inserire per la seconda volta i dati che si erano autocancellati. Naturalmente siamo stati tutti molto gentili e comprensivi con i poveri colleghi di Crifosso, e naturalmente in privato e in assenza di testimoni crifossiani ci siamo molto divertiti alle loro spalle. Ma come, non erano tanto ganzi e forniti delle migliori attrezzature informatiche?
La vera verità, come sappiamo tutti, è che non esistono attrezzature informatiche né esseri umani talmente ganzi da non poter subire qualche contraccolpo dalla Perversa Prova Invalsi.

Cominciano gli orali. Anche quest'anno abbiamo avuto un orario da catena di montaggio. Visti i numeri decisamente ridotti della nostra scuola, perché dobbiamo fare undici colloqui undici al giorno, e perché questi undici sono divisi in sei la mattina, intervallo di un ora e cinque il pomeriggio? Basta sforare un po' i tempi e gli insegnanti presenti sulle tre terze rischiano di non fare in tempo nemmeno a mangiarsi un panino.
Io comunque non ero molto preoccupata: considerando il livello della Terza Incasinata, ben difficilmente lo splendore dei loro orali ci avrebbe obbligato a sforare i tempi preventivati. In particolare, la prima mattina avevamo una consistente raccolta di scartine.
A sorpresa però, scopriamo che gli orali non sono stati preparati male. I percorsi sono piuttosto ben strutturati e gli argomenti vengono esposti con un certo criterio. Naturalmente Wasp non ha portato una slide con la cartina degli Stati Uniti né uno straccio di atlante e nemmeno il libro di geografia, nonostante avessi ordinato più volte a tutti loro di portare una carta geografica bella e grande e chiara del paese che avrebbero esposto (saranno in tre, a presentarsi senza carta. Gli stessi tre arrivati senza calcolatrice e senza dizionari? No, non sempre).
Il primo giorno in tre si mettono a piangere a metà dell'orale senza un vero motivo - in particolare Ron Weasley, nel bel mezzo di un percorso a slide sul razzismo che costituisce una lieta sorpresa per tutti (nel corso dell'anno era andato sempre più sperdendosi, tanto che il suo orale era quello che più temevamo, quella mattina) si scioglie in lacrime, ma facciamo tutti mostra di non accorgercene e in qualche modo riesce a riprendere il filo e conclude nel migliore dei modi. 
Dopo aver combattuto per un anno col concetto di slide che era andato sviluppandosi nella classe (ovvero "scriviamo tutto sulle slide e poi lo leggiamo dallo schermo senza preoccuparci nemmeno di collegare l'immagine col testo) mi rallieto assai nel vedere che per l'esame hanno messo insieme delle immagini ben scelte e quasi senza testo, ben curate graficamente.
Non saranno tutte rose e fiori, comunque, e qualcuno porterà percorsi slegati, mal preparati e mal esposti e soprattutto molto, molto tirati via (eclatante il caso di una prima guerra mondiale che coinvolse 200.000 uomini con oltre 90.000 morti) ma nel complesso le cose vanno molto meglio di quel che temevamo.
L'Onesto Iago ci stronca con un percorso fluviale di più di un ora, mentre Arwen lavora di cesello con un percorso perfettamente calcolato nei tempi ma assai succoso e Ingrid sfodera un percorso che non sembra nemmeno un percorso ma una chiacchierata che tocca senza sforzo le varie materie in più punti. Fili ha preparato un lavoretto assai carino ma è talmente terrorizzato che a malapena ci attentiamo a domandargli il suo nome e il colore del cavallo bianco di Napoleone, mentre Kili, che durante l'anno ha dato il suo bravo contributo alla deriva della classe e non ha fatto una sola interrogazione decente, fa un ottimo colloquio, dimostrando perfino di avere cognizione di ciò che gli insegnanti hanno tentato di fare.
Tutti comunque stonano pietosamente appena toccano il flauto. Sì, perfino Arwen e Ingrid. E' il quarto esame che vedo a St. Mary Mead; in ogni classe uno o due alunni steccavano pietosamente, ma la gran parte dei pezzi veniva zufolata, in modo incredibilmente noioso e stridulo, ma con le giuste note al momento giusto. Quest'anno invece non si riesce a sentire un pezzo che sia uno suonato in modo decente, in quella classe.

Infine, è il turno di Blackie la miracolata, ammessa con sei insufficienze e solo perché la Preside ha votato a favore.
Gli scritti sono andati bene, annuncia l'addetto alla contabilità, tanto che la media contabile è un sette abbondante, a meno che non prenda quattro al colloquio.
Tutti scrolliamo le spalle. Quattro al colloquio? Suvvia, mai si è visto e mai si vedrà. Blackie non ha studiato un accidente in tutto l'anno e non è stata mai molto brava all'orale, ma che possa prendere quattro non è credibile.
Il contabile si lamenta assai perché Blackie uscirà con sette. 
"Se ha fatto un esame da sette è giusto che esca con sette" osservo.
Ma avrà copiato.
"Era confinata nell'angolo e non ha praticamente aperto bocca per tutto il tempo delle prove" ricorda Matematica.
"Comunque, se non volete che esca con sette basta non metterle sette" ricordo con grande soavità.
Ma non si può, esce il voto dalla media...
"L'avete letta o no la circolare? Il Consiglio può ponderare in modo fruttuoso" ringhio io "Siamo insegnanti, non siamo contabili. Potremmo anche prenderci qualche responsabilità, una volta ogni tanto".
Ma la circolare sembra parlare del caso in cui si voglia alzare un voto, non per abbassarlo.
"Se possiamo alzarlo, ne consegue che possiamo anche abbassarlo".
Ma il Sistema ce lo prenderà?
"Il sistema prende quel che gli diamo!".
Ma il Presidente non ce lo ratificherà...
"Il Presidente prenderò quel che gli diamo, come il sistema. E comunque possiamo provare a chiederglielo".
Ma tu, Murasaki, non potresti abbassare il voto del tema a sette?
"NO!" ruggisco "E' un tema da otto e prenderà otto. Sono stufa di questa contabilità del cazzo. Se la prova è da otto io metto otto. Se le date sette appoggerò il sette perché mi diverte l'idea che proprio Blackie, che stava per non essere ammessa, abbia fatto un esame da sette. Se preferite metterle sei voterò con voi per il sei perché il suo triennio è stato a malapena da sei. Ma NON abbasserò il voto del tema. Non aggiusterò mai più un voto in vita mia, a un esame. Sono stufa di fare la calcolatrice. Sono un insegnante, non una contabile..."
Cercano di calmarmi, ma non è impresa di poco conto.

Entra Blackie, biascicando vistosamente, seguita da un corteggio di ben otto persone tra cui una zia.
Ci guarda con aria schifata. Si siede con aria schifata. Firma con aria schifata. Il suo schifo nei nostri confronti, dopo che Inglese ha osato chiederle mitemente se per favore acconsentiva a fare il colloquio senza masticare la gomma non conosce limiti né confini (comunque butta la gomma nel cestino dei rifiuti).
Siamo tutti gentilissimi, oso dire biecamente sottomessi.
"Illustraci il tuo percorso, cara".
Con aria schifata Blackie ci spiega che ha portato un percorso su mafia e droghe. Molto sommariamente borbotta qualcosa su come questi argomenti si inseriscono nelle varie materie. Poi c'è la canzone, spiega tirando fuori una chiavetta.
"Una canzone?" chiede Musica perplesso "Ma, veramente non se n'era parlato..."
Una canzone.
"Una canzone cantata da te?" azzarda Fisica.
No, una canzone. E' una canzone, basta.
"Va bene, ascoltiamo la canzone".
La canzone avrebbe anche un titolo e un autore, come risulta dal testo che Blackie ci consegna (una sola copia, che facciamo girare) e in effetti ha anche un suo perché, parlando di mafia. La ascoltiamo di buon grado, con la sensazione sempre più chiara che la nostra discussione a porte chiuse sia stata del tutto inutile e che basterà lasciar fare a Blackie.
Finita la musica le chiedo "Vuoi raccontarci la storia di questa canzone?".
Risulta che la storia non la sa, né sa per chi è stata scritta "E' una canzone, basta".
(Sono solo canzonette?)
(Immagino che Fabrizio Moro non si sarebbe sentito molto gratificato, se avesse potuto assistere alla scena. Ma in fondo durante l'anno Blackie non ha avuto grandi riguardi per nessuno, fossero amici, compagni o familiari, ci sta che non ne abbia nemmeno verso di lui).
Inizia così l'orale più strampalato cui mi sia mai capitato di assistere, con poche e sconclusionate frasi annegate in ampie vasche di acqua tiepida per ogni materia. Ad esempio scopriamo che la mafia è nata con il brigantaggio, opera di alcuni delinquenti che combattevano contro lo stato italiano - una teoria talmente drastica che forse lo stesso Calderoli avrebbe qualche remora ad appoggiarla in toto; ma la storia del brigantaggio meridionale per lei si ferma lì, senza un numero o una data.
Le altre materie ricevono lo stesso trattamento. Più che un colloquio, è una serie di torte in faccia tirate senza preavviso. Piuttosto sconcertante.
E infatti siamo piuttosto sconcertati. Proviamo ad avviare un discorso, ma risulta chiaro che di droghe e di mafia Blackie non ne sa praticamente nulla, né le interessa saperne di più.
Non c'è motivo di preoccuparsi: il sei è garantito, il sette è sparito di gran carriera senza lasciare recapito e Blackie ben presto non sarà più un problema nostro. La salutiamo nel più amichevole dei modi, ma lei se ne va via assai schifata e a malapena ci risponde. 
Una volta che è uscita non discutiamo sul voto - adesso abbiamo visto che si può fare anche un colloquio da quattro, lo abbiamo visto con i nostri occhi - ma cerchiamo di capire se Blackie fosse o meno convinta di avere effettivamente preparato un colloquio o se fosse venuta lì principalmente per prenderci in giro. In tutti noi alberga il fiero sospetto che non lo sappia nemmeno lei.
Copiamo il verbalino del colloquio e facciamo entrare il Presidente per gli scrutini.

Salutiamo la Terza Incasinata senza rimpianti, ricordandoci di appuntare una richiesta di lode per Ingrid - che ha collezionato una sfilza di dieci a partire dall'ammissione, mentre Arwen ha un paio di nove e quindi la lode non la prenderà.
Alla plenaria la richiesta sarà accettata senza problemi, come di consueto.
Qualche ulteriore firma, un po' di scartoffie, e l'esame è finito.

*ci tengo a precisare che, pur non essendo una gran consumatrice di Estathe, non ho niente contro tale bevanda - o meglio, non avevo niente, fin quando la classe non è stata letteralmente invasa da Estathe che venivano bevuti e poi scaraventati per terra con assoluta noncagance. Davanti alle incredibili pile di confezioni vuote di Estathe qualcuno ha anche ipotizzato che si autoriproducessero, perché il loro numero a fine mattinata appariva davvero spropositato, considerando che la classe contava solo diciassette alunni dei quali una mezza dozzina continuava nonostante tutto a mangiare solo nei momenti a ciò preposti e a bere in misura ragionevole durante le lezioni.

venerdì 17 luglio 2015

Storie di giovani maghi - (a cura di) Isaac Asimov


Nei rarissimi momenti liberi in cui non scriveva romanzi (gialli, di fantascienza e quant'altro) né testi scientifico più o meno divulgativi, e nemmeno leggeva o dormiva, il prode Isaac Asimov curava antologie di vario genere, e infatti ne ha sfornate una quantità impressionante.
Quella che vado oggi a presentare è stata assemblata nel 1987 e contiene dieci racconti di letteratura fantastica. In Italia è arrivata solo nel 1998 e dalla copertina sono spariti gli altri due curatori, Martin H. Greenberg e Charles G. Waugh - citati a malapena, piccoli piccoli, nel copyright. 
Attualmente si trova negli Oscar Junior Mondadori e ha un prezzo decisamente contenuto.
Asimov ha scritto la prefazione, dedicata alla noia della moderna tecnologia, che funziona con monotona regolarità (al contrario della magia che lascia sempre un certo spazio all'imprevisto) ma non compare tra gli autori dei dieci racconti.

I dieci racconti, scritti a partire dal 1947, sono stati scelti con oculatezza e sono di ottima fattura e piuttosto variegati. I giovani maghi (ma il titolo originale era  "Maghi e streghe", e i racconti sono divisi rispettando le pari opportunità) sono, appunto, molto giovani, bambini o giovanissimi adolescenti, che si scoprono un improvviso talento per la magia o che si accingono a studiarla o che hanno ereditato questo dono venendo da magica stirpe oppure, semplicemente, sono maghi perché sono bambini e i bambini sanno tutto della magia. Ce ne sono di struggenti, di inquietanti e di divertenti (soprattutto Una giornata portentosa che è assai simile a una fiaba). C'è una bellissima storia di streghe - intese come streghe che venivano bruciate sul rogo nei futuri Stati Uniti - dove la magia infrange anche le leggi del tempo, c'è una storia d'amore ahimé alquanto impossibile (il primo racconto, scritto da un Bradbury in stato di grazia; ma quand'è che Bradbury non è in stato di grazia quando parla di bambini e adolescenti?) e c'è un interessante storia che parla di una ragazzina che deve affrontare l'esame di ammissione per entrare in un esclusiva scuola per streghe, dove i ritratti appesi alle pareti parlano e ascoltano e ogni riga fa venire in mente Hogwarts, che all'epoca non esisteva ancora ma che probabilmente proprio all'Esame di ammissione deve alcune sue caratteristiche.
C'è anche, come ultimo racconto, la storia di un ragazzino con un notevole talento nel disegnare i gatti - gatti tanto belli da sembrare che stiano per balzare fuori dalla pagina e andarsene in giro.

Il volume è un ottima lettura per bambini e ragazzi dai dieci anni in su, se appassionati di storie fantastiche, e si legge in poche ore. Secondo me dovrebbe funzionare bene anche come libro di narrativa per la prima media.
Comunque anche un adulto ben predisposto se lo legge molto volentieri, devo dire.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture sotto l'ombrellone (o sotto il ventilatore) a chiunque passi di qua.