Il mio blog preferito

lunedì 13 gennaio 2014

L'ultima canzone di Bilbo


Molti anni fa, quando ero una liceale di belle speranze e a Firenze di Tolkien si trovavano a malapena i due libri più importanti (il Silmarillion era ancora da pubblicare)  incrociai per caso un poster in una libreria per stranieri. Si intitolava Bilbo's Last Song e conteneva il testo di una poesia che nel Signore degli Anelli non c'era.
Si trattava di una canzone, l'ultima, che Bilbo aveva scritto prima di partire dai Porti Grigi verso la terra benedetta che avrebbe curato le ferite sue e di Frodo accogliendo i loro ultimi giorni. Il disegno rappresentava invece i tre hobbit (Sam, Merry e Pipino) che guardano malinconici la grigia nave elfica che si allontana verso il mare aperto. In questo mondo e in questa vita non rivedranno più quelli che sono saliti a bordo.

Bilbo abbandona la Terra di Mezzo senza rimpianti, e davanti alla nuova avventura che lo aspetta prova l'antico piacere del salto verso la novità.
E' una canzone di addio, e insieme di benvenuto. L'antica inquietudine che lo aveva portato per due volte fuori dalla Contea si stempera nella dolcezza dell'attesa per quello che sarà la meta del suo ultimo viaggio.
J. R. R. Bilbo Tolkien  la scrisse nel 1966, quando aveva ormai raggiunto un'età in cui la partenza per l'Ultimo Viaggio poteva ragionevolmente essere attesa da un giorno all'altro. La morte è un passaggio, un cambiamento che va affrontato con fiducia, ma anche con animo aperto e curioso: ci sono isole, dietro al Sole, dove si riposerà prima della fine, e ci sono terre, a occidente dell'Occidente, dove la notte è pace, e il sonno è riposo. 
La stella che guida la sua nave, tutto lascia immaginare, è il silmaril di Earendil, quello di cui aveva cantato una sera lontana a Rivendell, quando Grampasso era ancora un "semplice Ramingo" e il mondo stava vivendo gli ultimissimi spiccioli della Terza Era.

Da allora quel poster è sempre stato nella camera in cui dormivo. Non ho mai cercato di imparare a memoria la poesia, anche se (o forse perché) è la poesia di Tolkien che preferisco; anzi, è perfino possibile che non l'abbia nemmeno mai letta tutta di fila. Mi basta averla lì, sotto gli occhi, a ricordarmi di come vanno affrontati i dolori, le separazioni e le partenze, le novità e le sorprese. Insomma, i passaggi.

Il poster venne pubblicato nel 1974, un anno dopo la morte del Professore. Il disegno è di Pauline Baynes.


Day is ended, dim my eyes,
But journey long before me lies.
Farewell, friends! I hear the call.
The ship's beside the stony wall.
Foam is white and waves are grey;
beyond the sunset leads my way.
Foam is salt, the wind is free;
I hear the rising of the sea.

Farewell, friends! The sails are set,
the wind is east, the moorings fret.
Shadows long before me lie,
beneath the ever-bending sky,
but islands lie behind the Sun
that I shall raise ere all is done;
lands there are to west of West,
where night is quiet and sleep is rest.

Guided by the Lonely Star,
beyond the utmost harbour-bar,
I'll find the heavens fair and free,
and beaches of the Starlit Sea.
Ship my ship! I seek the West,
and fields and mountains ever blest.
Farewell to Middle-earth at last.
I see the star above my mast!

venerdì 10 gennaio 2014

Il mulino dei dodici corvi - Otfried Preussler


Il romanzo è del 1971 ma in Italia arrivò solo nel 1989, corredato da un riassunto di copertina che, nel bel mezzo della trama, spiegava di come esso romanzo fosse "una saga vendica (i protagonisti sono tutti sorabi della Lusazia)".
All'epoca non avevo la benché minima idea di cosa accidenti fosse una saga vendica, e non parliamo dei sorabi della Lusazia; ero anche consapevole che il lettore medio non ne sapeva più di me, né capivo perché l'editore si fosse preoccupato di chiarire un dettaglio del genere in un testo che in teoria doveva invitare all'acquisto del romanzo, e non far scappare a gambe levate davanti a tanta pedanteria l'aspirante lettore.
Ad ogni modo è vero, i protagonisti sono tutti sorabi della Lusazia, ma il libro si legge benissimo anche senza sapere chi sono i sorabi (una popolazione slava che abita in Germania) né dove stia la Lusazia (che, per la cronaca, è nella Germania orientale); e infatti la frase fu tolta nelle edizioni successive, anche se tra i miei amici è rimasta come modo di dire per diversi anni. Quanto alla saga vendica, i vendi erano un popolo pagano di origine slava che abitava in quelle regioni tra Germania Orientale, Boemia e Polonia.

E' una storia ambientata in Germania, più esattamente in Lusazia, nel Seicento. Ma non importa granché sapere nemmeno questo, perché è una storia per molti aspetti fuori dal tempo e dallo spazio.
Un ragazzo orfano di nome Krabat, sui quattordici anni, vagabondo senza fissa dimora dopo la morte dei suoi genitori, viene chiamato in sogno ad un mulino. Ci va e viene assunto come apprendista. Con lui al mulino ci sono undici garzoni di età tra i quattordici e i trent'anni. Il padrone del mulino è un uomo di una certa età senza un occhio, esperto in magia nera. La insegna anche ai suoi lavoranti, una volta alla settimana, dopo averli trasformati in corvi - dodici corvi, appunto. E il mulino non è un mulino qualunque: si macina grano trasformandolo in farina, certo, ma che fine faccia la farina e da dove viene il grano non è molto chiaro - certo non viene dal paese vicino, dove il mulino è considerato con grande diffidenza e dove nessuno porterebbe mai a macinare nemmeno un sacchetto di frumento. E nelle notti senza luna arriva il Compare, di cui il padrone del mulino ha una certa paura, e allora si macina di notte, ma non si sa bene cosa si macina, né si ha alcun desiderio di approfondire la questione. E una volta all'anno uno dei lavoranti scompare... vabbé, non è necessario raccontare la trama in tutti i suoi dettagli, immagino.
Krabat comunque si rende conto che il mulino presenta una serie di risvolti piuttosto inquietanti e per niente salutari, e comincia a pensare che forse restare là non è una buona idea. Andarsene via dal mulino, però, non è affatto semplice, anche perché il mago esperto di magia nera sorveglia con molta attenzione i suoi dodici lavoranti. Occorreranno molta cautela e alcuni aiuti.

Si potrebbe classificare questo libro nella letteratura fantasy o nella narrativa fiabesca - sono state fatte entrambe le cose. Si può anche lasciare il compito della classificazione a chi vuole occuparsene e limitarsi a leggere il romanzo, che è bellissimo e molto ben scritto e tratta i soliti, eterni argomenti di cui parlano sia la fantasy che le fiabe nonché tutta la letteratura: di inganni e di fiducia, di apparenza e di realtà, di prigioni e di fughe, della vita, della morte, dell'amicizia e dell'amore e dei messaggi che possono mandare i sogni - Krabat sogna moltissimo, e i suoi sogni sono sempre molto interessanti.
La narrazione scorre veloce: per leggere le due-trecento pagine bastano un pomeriggio lungo o un paio di serate. Si può leggere dai dieci anni in su a qualsiasi età e lascia una piacevole sensazione, come di avere fatto un bucato all'anima e di averla stesa ad asciugare, e di avere nel contempo imparato molte cose. Diciamo che, oltre a parlare di magia, è anche un libro magico.

Consigliato caldamente a chiunque, in qualsiasi stagione e in qualunque stato d'animo, ma in particolare a chi si trova immerso in una situazione aggrovigliata e desidera un consiglio ma nel contempo vuole staccare un po'.

Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti i partecipanti e a chiunque passi di qua, un felice fine settimana e buone letture, nonché un radioso 2014. 

mercoledì 8 gennaio 2014

Honni soit qui mal y pense

Com'è noto, alcune posizioni del Kamasutra richiedono una certa destrezza fisica

Quest'anno il Progetto Multiculturale ha cambiato pelle, ed è un laboratorio sull'autobiografia - trasformazione imprevista, ma certo più che gradita in una seconda in mezzo al guado della presa di coscienza adolescenziale.
Mi hanno spiegato che nelle classi dove anche l'insegnante partecipa al laboratorio le cose funzionano meglio. E dunque anch'io partecipo al laboratorio, seguendo punto per punto le istruzioni dell'addetta ai lavori.
"Per prima cosa costruirete tutti il vostro diario". E così, con cartoncini colorati, fogli e fili di lana tutti abbiamo costruito il nostro diario. I fili di lana sono stati fatti passare dai fori fatti con l'apposita macchinetta foratrice presa giù in portineria.
Poi abbiamo scritto il nostro nome e parlato del nostro nome. Se conosciamo il suo significato, chi l'ha scelto per noi, perché è stato scelto eccetera.
Poi abbiamo fatto l'acrostico con il nostro nome: per ogni lettera dovevamo scegliere un sostantivo o un aggettivo che ci rappresentasse. Con due di quelle parole dovevamo poi comporre il nostro nome sulla copertina del diario.
L'alunno con la K nel nome era un po' perplesso: "Io una parola col K ce l'avrei, ma credo sia una parolaccia".
Siccome in quella classe il concetto di "parolaccia" è talvolta piuttosto insolito ho chiesto chiarimenti. Dopo varie esitazioni l'alunno ha infine sussurrato "kamasutra".
"Puoi usarla tranquillamente" l'ho rassicurato. E così come nome si è scelto "Kamasutra Eccellente", che mi sembra un gran bel proponimento.
In cuor mio ho stabilito che andava pur fatto qualcosa per rimediare a cotanta ignoranza; sono l'insegnante di Lettere, giusto? E chi meglio di me è qualificato per parlargli di letteratura?

Così, nelle due ore di buco che avevo dopo il laboratorio sono andata su Wikipedia, dove c'era una bella e sobria descrizione del Kamasutra, ne ho ricavata una breve scheda e, all'ora successiva dov'ero di nuovo nella Seconda d'Ogni Grazia Adorna ho spiegato cos'era esattamente il Kamasutra, com'era strutturato, quando era stato scritto, bla bla bla, l'approccio della cultura indiana al sesso, il capitolo delle posizioni, ribla ribla ribla...
Hanno ascoltato con vivo interesse.
"Kamasutra è il titolo di un'opera letteraria, quindi è una parola che potete sempre pronunciare, anche se siete a pranzo a un'ambasciata. Poi ci sono espressioni come 'sperimentare il kamasutra' che sono anche quelle perfettamente lecite, ma dipende dal contesto".
"E se vado in libreria lo trovo?".
"Direi proprio di sì, ma non so se è sempre in stampa. In biblioteca c'è senz'altro. Se non in quella di St. Mary Mead, in una del circuito della provincia".
"Con le stampe illustrative?"
"Mmhhh, questo non lo so. Quello che ho letto io non aveva l'ombra di un'illustrazione. Magari l'hanno stampato anche con le illustrazioni, in Italia, ma non ci giurerei. E' più complicato fare i libri con le illustrazioni, sapete".
Qualcuno mi chiede una fotocopia della scheda. Li mando a fare le fotocopie.
Poi ci prepariamo per le interrogazioni di storia. Chi non è interrogato può continuare a colorare la copertina del suo diario, come richiesto da colei che gestisce il laboratorio. Oppure finisce di confezionarlo, perché fare i due buchi per farci passare la lana si è rivelato complicato.
Quando tutti hanno bucato e ribucato in modo soddisfacente, Kamasutra Eccellente alza la mano "Prof, riporto la bucaiola ai custodi?".

Sussulto. Ma la formalissima classe tanto preoccupata delle parolacce non fa una piega. Anche Kamasutra Eccellente sembra il ritratto dell'innocenza.
"Ehm, sì, certo". 
Kamasutra Eccellente scende dai custodi, mentre Iriza continua tranquilla la sua interrogazione. Dalla memoria emerge improvvisamente il vago ricordo di una custode che una volta ho sentito mormorare "Dove ho messo la bucaiola?" per poi frugare un po' ed afferrare quell'aggeggio che si usa per forare la carta.
Un breve consulto linguistico con le colleghe mi permette di appurare che sì, a St. Mary Mead quell'attrezzo da ufficio è chiamato senza alcuna malizia per l'appunto bucaiola, laddove nel resto del mondo, o quantomeno nei tre uffici dove ho lavorato prima di approdare al complesso e affascinante mondo della scuola, era appellata come "foratrice" o "la macchinetta per fare i buchi", modello da due buchi o da quattro a seconda delle necessità del richiedente.

E disonore ricada su chi pensa male di ciò.

sabato 4 gennaio 2014

I miei insegnanti - La prof. De Divinis

Josephine Wall - Moon Godness

E' con profondo senso di inadeguatezza che mi accingo a ricordare quella che per me è stata l'Insegnante per eccellenza, ovvero Colei Che Apre Le Porte. Non tutti ne incontrano una (o uno) e pochi hanno la possibilità di averla a lungo. Io l'ho avuta per due anni, al Ginnasio, e ha inciso su di me con una forza che mi rende impossibile immaginare come sarebbe stata la mia vita se non l'avessi incontrata.

Con scarso entusiasmo andai al Liceo Classico: avevo il dente avvelenato verso la cultura classica e un'allergia alla retorica non del tutto insolita per una quattordicenne - per tacere di un profondo e confuso amore per tutto ciò che era celtico e nordico. Le premesse per un disastro c'erano tutte, e solo la cieca determinazione di una madre in cerca del Riscatto Sociale* poteva non vederle. Quanto a mio padre, aveva delegato la questione a mia madre in quanto Esperta di Scuola (ci lavorava, come insegnante delle elementari). Nessuno pensò a chiedere il mio parere, e del resto io stessa non immaginavo di averne uno e mi lasciai gestire con la stessa forza di iniziativa di un pacco postale.  Nonostante al liceo abbia incontrato alcune delle persone più importanti della mia vita e mi sia nel complesso divertita molto, tuttora ho la convinzione di aver sbagliato a lasciar fare.

All'epoca l'insegnante di Lettere del Ginnasio era una sorta di maestro unico che per diciotto ore a settimana si occupava della nostra preparazione in Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia. Costui o costei si ritrovava avvinto/a alla classe in un abbraccio mortale che nessun'altra cattedra conosce o conosceva, perché perfino nel tempo prolungato delle medie al più si fanno quindici ore nella stessa classe e le rimanenti sono a disposizione o  spicciolate in recuperi a classi aperte, mense, alternative a Religione o laboratori che permettono di entrare in contatto con altre classi, o almeno gruppi di alunni di altre classi.
Al Ginnasio, per 18 ore e nelle cinque materie di gran lunga più importanti, un solo insegnante faceva e disfaceva; per giunta, la maggior parte degli insegnanti di Latino e Greco era (e in parte è tuttora) afflitta da forme di follia e onnipotenza più o meno conclamate nonché da una più o meno sottile tendenza al sadismo.

Ma la prof. De Divinis, pur amando profondamente sia il suo lavoro (che faceva benissimo) che la cultura classica (che conosceva assai a fondo) non aveva alcuna vena sadica e anzi trattava con profondo rispetto e gentilezza i suoi alunni, tutti, e li studiava ed esaminava con gran cura, maneggiandoli con la cautela che gli artificieri usano per i pacchi sospetti e mettendone in evidenza gli aspetti positivi, sui quali faceva leva. Credo sia stato grazie a questo che diventammo una classe e non un'accozzaglia di individui riuniti per avventura in un corso di studi - pur essendo, in verità, una collezione di creature invero assai disparate.

Vorrei poter dire che, con pochi e agili tocchi, fece di me un'eccellente studentessa di greco e latino, ma non fu così; il greco fu per me sin dall'inizio una dark zone, e il latino mi rimase abbastanza ostico: le mie prevenzioni erano radicate troppo a fondo e in quegli anni non ero esattamente in una fase felice e disponibile, senza contare che la profonda e assoluta devozione che avevo per lei finì per complicare il tutto. I miei voti a italiano comunque erano stratosferici e quelli a storia e geografia piuttosto onorevoli, e ogni volta che suggeriva in modo più o meno casuale un libro me lo leggevo con grande premura (anche perché farlo mi dava una buona scusa per non studiare la grammatica. Dubito però che ci suggerisse di leggere per consentirci di aggirare gli esercizi di grammatica, e ne dubitavo anche allora).
Nel giro di pochissimi giorni abbandonai ogni tipo di filtro critico e mi spalmai come burro su ogni sua teoria o convinzione, facendole mie. A distanza di più di trent'anni, e con un patrimonio di studi mio personale, devo dire che non ricordo un solo commento o annotazione su cui, con l'andare degli anni, abbia cambiato idea rispetto a quel che diceva lei: fosse Kafka, Euripide o Ungaretti, Virgilio, Platone o Manzoni, la sua interpretazione è sempre rimasta ai miei occhi quella giusta. E c'era un valore aggiunto in ogni cosa che faceva scivolare nelle lezioni, fossero le etimologie, le analisi delle radici, i paralleli con il sanscrito, i racconti di mitologia greca e latina, l'interpretazione delle fonti per storia.

Era una tipica Anziana Signora (doveva essere nata intorno alla prima guerra mondiale): minuta, con voce esile e gesti tranquilli, senza nulla di molto appariscente ma con una certa eleganza di fondo. I suoi metodi di insegnamento però non erano particolarmente tradizionali. L'analisi dei testi, per esempio, la facevamo insieme.
Che cosa vuol dire questo? Cosa significa quest'altro? Perché viene usata questa parola, in questo punto? Come interpretate la reazione di X? Che impressione vi ha fatto Y? Che mi dite di questo verso? 
Imparai quante cose, quanta enorme enormità di significati potesse racchiudere una frase, un verso, la scelta di una parola, l'uso di un determinato tempo verbale invece di un altro. Quante cose riuscivano a stare in un paragrafo, in un racconto, in un libro. Quanti significati racchiudesse la parola "romanticismo", quante sfaccettature l'analisi di un singolo verbo greco, quante ambivalenze lo studio di un singolo animale sacro.

Siamo stati una classe che ha amato Manzoni.
Ripeto: siamo stati una classe che ha amato Manzoni, perché lo amava lei. Abbiamo letto i Promessi Sposi, tutti. Verso la fine dell'anno ci chiese se preferivamo finire i Promessi Sposi o l'Adelchi (ci mancava l'ultimo atto). Fu una decisione sofferta perché ci erano piaciuti entrambi, ma alla fine scegliemmo i Promessi Sposi, e ricordo ancora quelle belle giornate non troppo calde con la sua voce sottile che leggeva**, e la morte di Ermengarda, con una parte della classe che si asciugava gli occhi. 
I dialoghi di Platone (sì, ci lesse un bel pezzo del Gorgia, oltre a fare l'Eutifrone come testo di lettura in greco). Il messaggio dell'imperatore di Kafka. Le mal vietate Alpi di Foscolo, così chiamate perché chiunque volesse passarci ci passava per poi invaderci. I continui e infiniti riferimenti all'Odissea, che credo conoscesse a memoria. Le poesie di Archiloco e Mimnermo. Io prediletto / io reietto (e questo era Enea, ma erano e sono un po' tutti gli eroi). E qui la smetto perché sta diventando un elenco. 
Ma niente vite degli autori, al massimo qualche riferimento storico al periodo. A tutt'oggi sono convinta che la vita di un autore acquista un senso solo dopo che hai conosciuto molto bene la sua produzione testuale, e non viceversa.

I temi che ci assegnava nascevano dal lavoro che facevamo insieme, e non erano mai vere tracce. Ci disse  che la sera prima di andare a dormire stabiliva "per domattina voglio tre temi sul comodino" e li trovava sempre. Erano temi che sarebbero risultati incomprensibili al resto dell'umanità, immagino: "La tana" (era preso da un racconto di Kafka), "La prova", "Silla" (lo mandai a coltivare rose, il sogno da sempre), lo scudo di Archiloco abbandonato in battaglia... no, credo che lì ci chiedesse di parlare di qualche poesia di Archiloco, ma io ci feci una tirata antimilitarista.
I temi più belli venivano letti ad alta voce. Da chi li aveva scritti. Ricordo ancora l'orribile disagio del malcapitato di turno, che a volte ero io. Ma non era nemmeno concepibile dire di no alla De Divinis, capite, per cui anche i più timidi (ovvero TUTTI, in quei casi) leggevano, nonostante il terrore di inciampare nelle frasi, in un silenzio irreale e attentissimo dei compagni che non migliorava certo la situazione - eppure da quelle letture ho imparato un'inifinità di cose su di loro (e loro su di me).
Le conversazioni in latino - furono solo due, in realtà, ma sono esperienze che restano impresse. Lei faceva le domande in latino e noi dovevamo rispondere in latino. Lo strano è che ci riuscivamo, ci riuscivo perfino io. E le affascinanti lezioni di grammatica (sì, le affascinanti lezioni di grammatica, l'ho scritto e intendevo proprio dire quello che sembra. Erano affascinanti, ricche e complete, incredibilmente complete), in particolare quelle sul periodo ipotetico, che era una sua fissazione. Ma in effetti, mi sono resa conto con gli anni, quando hai davvero capito come funziona il periodo ipotetico, hai fatto davvero un bel passo avanti, sia in latino che in greco che in italiano.

A fine biennio ci salutò con una lettera - una per ognuno di noi, intendo. Conteneva un'analisi... non so, del nostro lavoro in quei due anni? Del nostro carattere? Un suggerimento per il futuro? Un po' di tutto questo, e qualcos'altro ancora.  Adesso che insegno anch'io so quanto coraggio ci vuole per fare una cosa del genere, ma soprattutto quanta cura e quanta attenzione verso i ragazzi. Erano lettere singolarmente azzeccate (non ho letto solo la mia, che naturalmente conservo con gran cura). Ed erano belle, molto belle.

Difficile dire cosa abbia preso da lei nel mio modo di insegnare, perché non è un'insegnante che riesco a guardare dall'esterno, com'è stato per tutti gli altri: ha contribuito troppo a fare di me quel che sono. Certamente l'attenzione per la grammatica (soprattutto il periodo ipotetico) e l'arte di far scivolare nelle lezioni elementi di un livello molto superiore, con nonchalance. Un sacco, ma veramente un sacco, di pure e bieche nozioni. Il modo di affrontare la storia. Il modo di affrontare la mitologia. Certamente il concetto che gli alunni vanno certo istruiti, certo amati, ma prima e soprattutto rispettati. L'idea che le classi non nascano per caso e vadano, nei limiti del possibile, amalgamate perché maggiore è il numero di canali di comunicazione aperti e meglio si lavora. Il modo di preparare i temi. Probabilmente anche molte altre cose. 
Di sicuro l'esclamazione "Signori!" quando la classe va richiamata all'ordine e all'attenzione.

*I miei avevano fatto le superiori ma non il liceo perché in famiglia si preferì fargli fare qualcosa che gli permettesse di lavorare appena finite le scuole - il che, considerando che finirono le scuole subito dopo la guerra, non si rivelò poi un'idea così improvvida.
**voce sottile, ma con una bella resistenza: quando dico che abbiamo letto tutti i Promessi Sposi intendo che li ha letti tutti, in classe, lei. Noi ascoltavamo, e all'occorrenza facevamo domande.Mancavano solo spremute di frutta e pasticcini, poi il servizio sarebbe stato davvero completo.

mercoledì 1 gennaio 2014

Il 2014 si apre davanti a noi...




Da sempre i cervi bianchi si occupano, 
con grande gentilezza, 
di  guidare i comuni mortali alle porte che conducono 
nei regni incantati 
(e cos’è un nuovo anno, se non un regno incantato
 tutto da scoprire?).
Possa  il nostro annuale viaggio essere fruttuoso e pieno di splendide scoperte.

Auguri!


martedì 31 dicembre 2013

La notte del passaggio




Felice ultima notte dell’anno  e possano gli unicorni guidarci verso il migliore degli anni possibili

Non siamo noi, bensì quelli che verranno dopo di noi, a creare le leggende sui nostri tempi

La pergamena dove Isildur descrive l'Anello, antica testimonianza di un evento scivolato pian piano nella leggenda, svolge un non piccolo ruolo nel romanzo

Eomer di Rohan è uomo concreto e sensato, al punto da inghiottire senza difficoltà sia la ricomparsa improvvisa di un erede di Isildur (con tutte le conseguenze che la cosa si porta dietro) sia la reale esistenza della Signora del Bosco d'Oro, nota a Rohan solo dalle antiche storie. Gli uomini di Rohan infatti sono saggi ma non dotti; non scrivono libri ma cantano canzoni; e Eomer si rende conto che quando i tempi sono strani, come quello che stanno vivendo sogni e leggende divengono realtà e sorgono dall'erba dei prati
Tuttavia anche per i cavalieri di Rohan c'è un limite, e curiosamente questo limite arriva quando Aragorn cita gli hobbit, detti anche Mezzuomini.
"Mezzuomini!" esclama ridendo un cavaliere "Ma è soltanto un popolo di piccoli esseri di cui parlavano vecchie canzoni e leggende del Nord. Stiamo camminando in un mondo di favole o su verdi praterie alla luce del sole?".
Aragorn, che di certe cose si intende perché è nato in una leggenda, ha vissuto  circondato da leggende e ne sta pure realizzando alcune, soprattutto nel tentativo di rimediare a un errore commesso da un suo leggendario antenato riguardo a un piccolo oggettino d'oro, non ha difficoltà a spiegare che una cosa non esclude l'altra perchè non siamo noi, bensì coloro che verranno dopo, a creare le leggende sui nostri tempi, e del resto le verdi praterie sono ottimi argomenti per una favola, anche quando vengono calpestate alla luce del sole.
Leggende, favole e realtà sono qui equiparate e infilate in un unico calderone - quello stesso calderone dove, secondo Tolkien, elementi reali e spunti narrativi ben fusi producono alla fine le storie, che nascono e si evolvono con un percorso tutto loro*.

Undici giorni dopo, in cima alle scale di Cirith Ungol, giusto prima di entrare nella Terra di Mordor, Frodo e Sam discutono lo stesso argomento, ma con una visuale più ampia - perché ormai hanno capito benissimo di essere dentro a un futuro racconto eroico, e hanno anche capito come nascono, questi racconti: semplicemente, i protagonisti ci si trovano in mezzo. Spesso hanno la possibilità di tornare indietro, non una ma molte volte, ma noi conosciamo le storie di chi non l'ha fatto, ed ha proseguito, non tutti verso una felice fine, o comunque non verso quella che i protagonisti di una storia chiamano una felice fine come è stato per Bilbo (ma sappiamo che anche per lui la fine non è stata poi così felice); e le storie con una fine felice sono quelle magari migliori da vivere ma probabilmente non sono quelle migliori da ascoltare.
A quel punto della vicenda né Sam né Frodo sanno ancora in quale delle due categorie sono finiti (anche se di lì a poco Frodo comincerà a chiarirsi le idee in proposito) ma è così che accade nelle storie vere: Tu potresti sapere o indovinare di che genere di storia si tratta, se finisce bene o male, ma la gente che la vive non lo sa, e tu non vuoi che lo sappia. E loro due, osserva Frodo, sono proprio nel punto peggiore della storia, quando il bambino chiede al padre "Chiudi il libro adesso, non ho più voglia di leggere". Anche se Sam è sicuro che non chiederebbe mai una cosa dl genere perché ciò che è passato e finito e fa parte di un lungo racconto è ormai diverso.

In principio dunque è la vita, e chi la vive procede a tastoni, non ha letto il libro, non sa la trama e si arrangia come può. Altri verranno dopo, riordineranno il materiale e gli daranno la giusta direzione (un problema che Tolkien conosce bene, perché proprio scrivendo il seguito de Lo Hobbit ha capito che il punto centrale della storia non era quello che aveva immaginato all'inizio). E magari perfino Gollum potrebbe venire bene, in una favola, osserva Sam, e si domanda se in quel caso si vedrebbe come l'eroe o il cattivo; ma molto giustamente Gollum non risponde ed anzi è scappato ben lontano da questo tipo di discorsi: perché in tutti i casi la sua parte è spiacevolissima da vivere dall'inizio alla fine - e quanto a dire se è l'eroe o il cattivo, non ci riesce nemmeno l'autore, e figurarsi lui.

Le storie nascono dalla vita, dunque; ma nascono anche come prosieguo di altre storie, anche lì seguendo un corso imprevedibile a tutti (...autore compreso...). E non hanno mai fine. Quella che i due hobbit stanno vivendo è il seguito della storia di Bilbo, ma anche di Sauron e di Isildur; e con loro ad aiutarli c'è una scintilla della luce del Silmaril, e Silmaril vuol dire anche Beren e Luthien (e la famiglia di Aragorn al seguito), la luce degli alberi di Arda, la creazione di Arda...    davvero la Via prosegue senza fine, lontano dall'uscio da cui parte, e chi imbocca il sentiero lo fa a suo rischio e pericolo, senza sapere dove andrà.

*così spiega Tolkien nel saggio Sulle fiabe che la maggior parte dei tolkieniani e la quasi totalità dei critici letterari sembra non avere ancora digerito a dovere - mai capito perché, dal momento che la tesi di base mi sembra tanto concreta quanto sensata. Forse che tra i miei antenati c'è qualche cavaliere di Rohan?

domenica 29 dicembre 2013

Percorrendo la Contea


Per tutto Lo Hobbit  Bilbo sogna e rimpiange Casa Baggins come la fonte di ogni piacere e confort; e quando, finalmente, dopo lunghe avventure e prove di ogni tipo, che comprendono anche  un'infinità di pasti saltati, riesce a tornarci... la trova completamente messa a soqquadro, con un asta in corso dove vendono i suoi beni dopo averlo dichiarato morto.
Non proprio un ritorno tranquillo, ecco, e sarà un lavoro lungo e complesso recuperare tutto quanto e rimetterlo al suo giusto posto; parecchie cose, in realtà, le dovrà addirittura ricomprare.
Un finale curioso, per un libro di quel tipo. L'Eroe è tornato a casa, con una piccola ricompensa (piccola solo perché non ne ha voluta una più grande) ma in sua assenza il mondo si è mosso, e non in modo a lui favorevole. Anche se poi, certo, con un po' di lavoro tutto torna come deve.

Ma quando i quattro hobbit tornano a casa nel Signore degli Anelli, con addosso i segni tangibili dell'amicizia e della profonda riconoscenza dei più importanti sovrani della Terra di Mezzo, quel che ritrovano è infinitamente peggiore. Casa Baggins è una tomba spoglia, dove è successo ben di peggio che il furto di qualche pezzo di argenteria, e addirittura  l'Albero della Festa è stato abbattuto (vedendolo Sam piange, ma anche il lettore, o comunque la lettrice, sente qualcosa spezzarsi dentro) e questo è ancora il meno: è tutta la Contea che è stata violata e devastata. Gli hobbit hanno visto andare in pezzi il loro pacifico e prospero mondo e sono stati privati della loro libertà - una libertà quietamente autogestita, una quasi completa anarchia dove un sindaco e pochi Guardiani ai confini bastavano e avanzavano per regolare una terra senza conflitti. 
Pochi mesi sono bastati per trasformare la Contea in una terra squallida e miserabile, a dimostrazione di quanto libertà e benssere vadano custoditi con cura vigile e armata.
"Erano protetti, ma lo dimenticarono".
Una strana dittatura assolutista (qualche critico ha detto fascista, qualche altro comunista, ma sempre con scarsi elementi) dove è scomparsa ogni forma di bellezza, ogni traccia di prospera abbondanza, ogni piacere, e pochi malviventi della Gente Alta hanno facilmente avuto ragione dei pacifici e piccoli hobbit. 
All'inizio sembra un disastro irreparabile.
Qua e là però rimangono focolai di resistenza, primi fra tutti i Grandi Smial dei Took. Lo squillo del corno di Rohan, regalo d'addio di Eowyn a Meriadoc, li chiama a raccolta. In breve gli invasori vengono cacciati, Saruman (sì, proprio lui. Un bell'abbassamento, da Capo del Bianco Consiglio scelto dai massimi saggi della Terra di Mezzo, a Capo della Contea insediatosi con la violenza) e Vermilinguo sono uccisi; il resto dei danni verrà riparato dai laboriosi hobbit nel giro di poco più di un anno, Casa Baggins rimessa a puntino, e l'albero della festa sostituito niente di meno che da un mallorn, albero dei fiori d'oro regalato da Galadriel in persona a Sam. Anche stavolta tutto torna come prima, salvo qualche ritocco in meglio. Infine ritornano anche le reti protettive, e Aragorn provvede a rinsaldarle, fino a estendere anche a lui stesso medesimo il divieto per la Gente Alta di entrare nella Contea (con grande disappunto degli hobbit, immagino).

Le pagine dedicate alla riscossa della Contea risvegliano la speranza: ci sono tanti tipi di forza, non tutti malvagi, il buon senso e la gioia di vivere possono prevalere sempre, e i danni si riparano quasi sempre, anche i peggiori, anche quelli all'apparenza senza rimedio. Ma il messaggio è doppio: la bellezza e la libertà vanno custoditi con vigile cura, e davanti al tradizionale latte versato piangere non serve a nulla, mentre un'accorta operosità è al contrario di grande aiuto. La vita a volte va in pezzi, ma i pezzi si possono sempre ricomporre.
Certo, c'è sempre un prezzo per tutto. Questa volta il prezzo lo pagano Bilbo e Frodo: qualcuno deve rinunciare alle belle cose perché altri possano goderne. Le ferite inferte da Saruman guariscono in fretta, ma le ferite causate dall'Anello vanno molto più a fondo.
Per gli altri, comunque, le cose alla fine si aggiustano proprio bene.

mercoledì 25 dicembre 2013

martedì 24 dicembre 2013

Notte di Natale 2013




Auguri 
per una felice notte di Natale 
e possano le renne portarvi 
i più ricchi doni 
(deduttivi o induttivi poco importa)
e le più brillanti soluzioni per ogni problema

Arrivano le aquile!


Altro tema che Il Signore degli Anelli  riprende dallo Hobbit sono le aquile, note tra i fan anche come Gwaihir Airlines.
In realtà nello Hobbit non sembrano affatto una compagnia di aerotaxi: intervengono una prima volta, quando Gandalf e i nani e Bilbo si trovano assai a mal partito davanti a un attacco incrociato di lupi e orchetti (che verrà replicato con una certa fedeltà nel Signore degli Anelli presso le porte di Moria, ma senza alcun intervento aquilano). In ricordo di un antico debito di riconoscenza con Gandalf il Signore delle Aquile e i suoi portano via la Compagnia, la ristorano sui loro nidi con spiedini arrosto e li ospitano per una notte. 

Le aquile ricompaiono  poi nella Battaglia dei Cinque Eserciti ed è Bilbo che le annuncia gridando; ma non vengono per fare servizio di trasporto, vengono per combattere e lo fanno anche con una certa energia. Bilbo però lo sa solo per sentito dire, perché proprio mentre grida che le aquile stanno arrivando viene colpito e perde conoscenza.

Nel Signore degli Anelli invece facciamo la conoscenza con Gwaihir, il miglior aerotaxi con le piume. E' un servizio di cui Gandalf sembra avere l'esclusiva: Gwaihir infatti è specializzato nel ripescare lo stregone quando è bloccato in qualche luogo alto, che sia la torre di Orthanc o il pinnacolo di Zirakzigil.
Verso la fine del libro le aquile partecipano al Grande Bluff, ovvero la battaglia davanti al Cancello Nero improvvisata da Aragorn e Gandalf per tentare di guadagnare un po' di tempo per Frodo e Sam. Vengono per combattere contro i Nazgul, ma i Nazgul scappano davanti a loro: giusto in quel momento Frodo si è arrogato l'Anello e improvvisamente i Nazgul scoprono di avere qualcosa di molto più importante da fare che combattere ai cancelli di Mordor: salvare l'Anello e loro stessi e Sauron.
Non arriveranno in tempo, naturalmente  - proprio non sarebbe possibile - e si dissolvono nell'aria. Gwaihir e due delle sue aquile più veloci invece ricoprono per l'ultima volta la funzione di aerotaxi per amore di Gandalf: stavolta c'è da salvare niente meno che i due Portatori. Arriveranno in tempo; appena appena in tempo, ma comunque in tempo, prima che la corrente di lava ingoi i due hobbit.
Un'altra aquila, il giorno dopo, va a portare la bella notizia a Minas Tirith, e per l'occasione le rende il suo antico nome: Minas Anor, la Torre del Sole: Cantate, gente della Torre di Anor, perché il regno di Sauron è finito per sempre.

Il regno di Sauron dunque è finito per sempre; e tuttavia c'è qualcosa che non avrà mai fine, ed è l'eterna, esasperante domanda "Ma perché non mandano l'Anello con le aquile al Monte Fato? Risparmierebbero un sacco di tempo e di fatica" - con l'aggiunta, da quando è uscito il primo film de Lo Hobbit, della domanda analoga "Ma perché le aquile, ormai che ci sono, non portano Bilbo e Gandalf e i nani direttamente a Erebor?".

Ora, a parte che a me non sembra cortese starsi a lamentare perché chi ti ha sottratto da morte certa non si è anche premurato di risparmiarti la seconda parte del tuo viaggio, del quale viaggio a lui importa men che zero; dicevo, a parte questo, le aquile avrebbero in effetti potuto portare Bilbo e i Nani su Erebor senza altro rischio che quello di affaticarsi; poi sarebbe stato affare dei nani decidere come cavarsela senza provviste e senza abiti pesanti.
Ma l'idea di far viaggiare le aquile nello spazio aereo di Mordor, ad ali spiegate verso il Monte Fato, è semplicemente criminale: le poverette sarebbero state avvistate nel giro di pochi minuti, fermate, abbattute, perquisite... sciocchezza per sciocchezza, tanto valeva spedire un pacchetto con l'Anello al sig. Sauron, Torre Oscura, Mordor, almeno si sarebbero risparmiati (per davvero) tempo e fatica, non solo ai protagonisti ma anche a Sauron e ai Nazgul.

lunedì 23 dicembre 2013

Finalmente l'occasione per farlo!


Strano ma vero, l'ultimo giorno di scuola funzionavano sia la LIM che il collegamento in rete (ADSL, nientemeno). Così ho deciso di rallietare gli alunni della Terza Effervescente con il Laboratorio di Storia*, sospeso ormai da diverse settimane per cause tecniche (e perché volevo fare un giro di interrogazioni).
Inizio con i primi venti minuti di Tempi moderni, perfetti per spiegare come funziona(va?) la catena di montaggio.
Poi l'inno dell'URSS, cantato dall'Armata Rossa e corredato di varie foto della seconda guerra mondiale. No, non abbiamo fatto la seconda guerra mondiale, e nemmeno la prima, però ogni scusa è buona per me per sentire l'inno russo, che è un bel pezzo trascinante. E poi Rosvita da due settimane mi chiedeva un inno, uno qualsiasi, anche nei momenti meno opportuni (e sapendo benissimo che erano i momenti meno opportuni, aggiungo). E abbiamo parlato parecchio di comunismo.

Infine Rossini. 
Cosa c'entra Rossini?
C'entra, c'entra.
"Alla fine del primo atto delle opere buffe l'azione finiva sempre con un coro in cui tutti i personaggi erano in scena e si dichiaravano sorpresi e storditi da quanto stava succedendo. Poi calava il sipario. Questo è il finale del primo atto del Barbiere di Siviglia. Eccovi il testo" (segue distribuzione di fotocopie).

Mi par d'essere con la testa
in un'orrida fucina,
dove cresce e mai non resta
delle incudini sonore
l'importuno strepitar.
Alternando questo e quello
pesantissimo martello
fa con barbara armonia
muri e volte rimbombar.
E il cervello, poverello,
già stordito, sbalordito,
non ragiona, si confonde,
si riduce ad impazzar.


Spiego qualche parola poi aggiungo "Ho scelto questo coro perché descrive perfettamente lo stato d'animo in cui ogni insegnante si ritrova alla fine di una lezione con voi".

Finito il coro suona la campana. Li lascio allegramente carichi e in piena effervescenza, più che pronti a far impazzare il cervello (poverello) del prossimo sventurato insegnante che si accinge a darmi il cambio; naturalmente non senza avergli fatto i miei migliori auguri di buone feste.
Ricambiano gli auguri.

*ovvero una selezione di video, di solito pescati da YouTube, più o meno attinenti al periodo storico affrontato al momento.

domenica 22 dicembre 2013

Il Custode Tibetano (e l'insegnante fondamentalista)


Il Custode Tibetano di St. Mary Mead in realtà non è tibetano, e purtroppo non è nemmeno un custode, bensì uno di quegli individui che prestano lavori socialmente utili e forniti dal Comune per ovviare alla pesante mancanza di custodi che in questi anni affligge le scuole di St. Mary Mead nonché di tutta Italia.
La prof. Casini ci ha raccontato una di lui biografia abbastanza completa (ma non sappiamo quanto attendibile, venendo dalla prof. Casini, abilissima nel drammatizzare qualsiasi voce le arrrivi, e ad inventare quelle voci che per avventura non le arrivano) che comprende tra l'altro una madre indiana e un soggiorno in India durato parecchi anni.
Quel che è certo, comunque, è che il nostro custode simil-tibetano si tiene occupato nelle ore di inattività con testi sapienziali indiani ed è di una cortesia e di una pazienza davvero degna di un illuminato. Saluta tutti a mani giunte e chinando la testa (che, al momento dell'uscita, non è affare di poco conto) e a tutti noi, senza distinzione di grado e di età, ha fornito la lettura del nome, seguendo principi musical-sillabici che niente hanno a che spartire con le consuete etimologie. Ad esempio io sono "Colei che porta le cose a fioritura e compimento", mentre la Casini è "Colei che apre e avvia i percorsi". Tutto questo lo ha fatto anche per i ragazzi, quando sono andati a chiedergli il significato del loro nome - e, ovviamente, ci sono andati tutti.
Si tratta insomma di una persona davvero fuor dal comune, con una prospettiva originale e fresca su tutto, e nel giro di pochi giorni ci ha conquistati. Quasi mi trema la mano sulla tastiera a scriverlo ma... ebbene, perfino la prof. Casini non soltanto non ha ancora detto nulla contro di lui, ma addirittura è stata sorpresa più volte a dirne bene in pubblico (e la prof. Casini che dice bene di qualcuno, garantisco, non è cosa che si veda tutti i giorni; anzi io non l'ho vista mai, anche se va considerato che sono stata a St. Mary Mead solo per sei anni).

L'ultimo giorno di Natale l'ha passato con un pacco di mandala da colorare su fogli in A4 da una parte e fronde varie dall'altra. Ha arrotolato i mandala, ci ha messo dentro ramerino e foglie di bambù, poi ha infiocchettato il tutto. Alla quarta ora è passato per le classi, un mandala per ogni alunno (e non siamo una scuola-formicaio, ma abbiamo comunque le nostre nove classi con una media di venti alunni l'una). E per le insegnanti? Niente mandala, ma altre foglie e un bastoncino d'incenso.
Ci ha spiegato la funzione delle varie erbe per la meditazione e ci ha fatto gli auguri per il Solstizio d'Inverno, che sarebbe stato quella notte. Naturalmente applausi e ringraziamenti si sono sprecati.
Personalmente sono molto contenta che la scuola abbia acquistato un tocco di spiritualità. Anzi, sembra che siamo contenti un po' tutti.
Tranne il nuovo insegnante di Religione.

Costui, detto per inciso, deve aver ingoiato un serpente a sonagli senza essere mai riuscito a digerirlo a dovere. Sta di fatto che non gli va bene niente di niente, compreso il custode tibetano che, secondo lui, non dovrebbe parlare con i ragazzi. No, non durante le lezioni: durante l'intervallo, quando i ragazzi gli si affollano intorno come api all'alveare. E' perfino andato dalla vicepreside a sporgere doverosa lamentela; la cattolicissima vicepreside però lo ha mandato con molto garbo a spagliare, e adesso il Serpente si è un po' calmato.
I ragazzi hanno invece avviato la consueta processione in Segreteria per cancellarsi dall'ora di religione, ma pare che ad anno scolastico iniziato non si possa più.

Il Custode Tibetano non sembra molto preoccupato da tutto ciò. Continua a inchinarsi a mani unite quando passiamo, ma non disdegna di occuparsi anche di incombenze terrene quali pulire i pavimenti.

venerdì 13 dicembre 2013

Lo schiaccianoci. Una fiaba di Natale - E.T.A. Hoffmann + Alexandre Dumas



Siamo ormai sotto Natale e ormai da più di un secolo una delle colonne sonore più classiche del Natale è quella dello Schiaccianoci, balletto in due atti composto da Chajkovskj nel 1892. 
Si tratta di un balletto di assai grande e colorato effetto, dove non si risparmiano fiocchi di neve e piogge di fiori, costumi colorati e complicatissime acrobazie sulle punte, funghetti e dolcetti e danze tradizionali dei più vari paesi.
A teatro dura un'ora e mezzo più intervallo, ma Chajkovskj ne trasse anche una suite di una ventina di minuti, che è quella che più facilmente si ascolta su disco. Quasi sempre però, sotto Natale, qualche corpo di ballo ex-sovietico arriva nelle  città italiane e lo danza per la gioia dei bambini (e soprattutto delle bambine che spesso attraversano una breve fase in cui sognano di fare la Fata Confetta) e di chi, come me, adora ogni singolo attimo di questo balletto.
La storia è ambientata alla vigilia di Natale, in una famiglia più che benestante. Un grande albero di Natale in fase di decorazione troneggia sullo sfondo, parenti e amici passano a trovare la famiglia e lasciano regali per i bambini;  uno di questi regali, consegnato dal padrino della figlia maggiore Clara, è un grosso schiaccianoci di legno in forma di ufficiale, con divisa colorata e aria intrepida e fiera. Nel corso della serata, a forza di schiacciare noci, lo schiaccianoci si rompe ma il padrino lo aggiusta. Infine tutti vanno a dormire MA nella notte Schiaccianoci è attaccato da dei cattivissimi topi, uno dei quali è il padrino, o almeno sembra, forse, chissà, che sia lui. Clara interviene e con un colpo di pantofola sconfigge il topastro cattivo. Per riconoscenza Schiaccianoci, che da pupazzo di legno è diventato un bel giovane finalmente libero da una crudele maledizione grazie al coraggioso intervento della ragazza, la porta nel paese di cui è principe. I due danzano e guardano danzare, fanno un bellissimo passo a due dopo il celeberrimo Valzer dei Fiori e finiscono il balletto da innamorati.

Messa così la trama ha diversi punti oscuri, primo fra tutti il ruolo del padrino che di giorno è una persona gentile e molto apprezzata da tutta la famiglia di Clara e di notte si trasforma in malvagio topastro. Quando si arriva alle fonti letterarie però le cose diventano ancora meno chiare, perché Clara, che nei racconti si chiama Marie... ha nove anni, e il suo matrimonio col principe avviene, con regolamentare consenso dei genitori, un anno dopo gli avvenimenti ivi narrati, per tacere di un sacco di altre questioni che riguardano, tra l'altro, statuine di zucchero e una noce impossibile da schiacciare.

Due anni fa l'editore Donzelli decise di fare un'opera meritoria agli occhi dei fanatici-da-Schiaccianoci nelle cui file mi vanto di militare sin dalla più tenera età, e ha raccolto in un libro entrambi i racconti dai quali il balletto, in maniera piuttosto libera, trae spunto.
Il primo racconto è di E.T.A. Hoffmann, si intitola Schiaccianoci e il re dei topi e risale al 1816. Nel 1845 Alexandre Dumas riscrisse la storia in francese col titolo Storia di uno schiaccianoci cambiando un po' la trama e, ufficialmente, fornendo a Chajkovskj la storia per il balletto - anche se il minimo che si può dire è che nel balletto ci sono stati un bel po' di ulteriori cambiamenti. 
Il libro è poi impreziosito da ben 62 bei disegni originali (e in parte a colori) di Aurelia Fronty. Il bel volumetto che ne viene fuori costa sui 24 euro. Sarà un regalo gradito a qualsiasi fanatico/a dello Schiaccianoci a prescindere dall'età e le illustrazioni sono comunque molto carine. Inoltre, averlo in casa vi lascerà la rasserenante certezza di potervi togliere in ogni momento qualsiasi dubbio sulle origini della storia di Schiaccianoci che rischi di turbare la quiete del viver vostro.

Detto questo, prima di ammanirlo a un bambino che dello Schiaccianoci si interessi il giusto, e soprattutto che non sia un robusto e assai paziente e onnivoro lettore, ci penserei bene tre volte e poi non ne farei di nulla. Hoffmann e Dumas sono senza dubbio grandi scrittori, e l'arte di intrattenere i lettori non gli manca di certo, ma per leggere queste due lunghe fiabe ci vuole una certa dose di pazienza perché l'estrema zuccherosità (l'aggettivo non è scelto a caso) della storia può seriamente mettere a rischio non solo la dentatura del destinatario, ma anche la sua sopportazione. Diciamo che è un caso in cui gli anni si sentono, e il lettore ideale per questo libro è adulto e piuttosto resistente.

E' uno sconsiglio? Assolutissimamente no. Come ho detto, per gli appassionati del balletto sarà un dono più che gradito, ancor più se in casa ci son dei bambini o dei ragazzi parimenti appassionati.
Caso mai qualcuno volesse osservare che, a quel punto, il target dei destinatari non sembra vastissimo non potrò che dargli ragione. Io, comunque, ne ho tratto gran piacere e sono molto lieta di averlo nella mia libreria - sezione musica.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone feste e soprattutto un felice pre-Natale adeguatamente zuccheroso a tutti gli altri partecipanti e a chiunque passi di qua. Possa la Fata Confetta coprirvi di dolci!

mercoledì 11 dicembre 2013

Di ragni, di pungiglioni e di stelle (A Elbereth Gilthoniel)

Gordon Sumner, in arte Sting, è una stella del rock che ci ha donato splendide canzoni in cui ha parlato di vari argomenti, comprese le tartarughe azzurre, ma mai di ragni - e non è che uno dei suoi molti pregi. Questo post non parla di lui; per chi vuole, però, qui c'è una canzone.

Qualcuno (e mi dispiace molto non ricordare chi) ha scritto che Il Signore degli Anelli, più che un seguito de Lo Hobbit, è una riscrittura, e in In effetti le due strutture si somigliano davvero molto. Ma c'è di più: abbiamo delle somiglianze anche con il terzo libro che Tolkien ha dedicato alla Terra di Mezzo, ovvero l'incompleto Silmarillion, bloccato dopo la morte dell'autore in una forma che non era e non poteva essere quella definitiva, anche perché in fondo Tolkien una forma definitiva al Silmarillion non l'ha mai data, e forse non ha nemmeno mai davvero voluto completarlo (altrimenti, vien da supporre, l'avrebbe completato).

E qual è il punto in comune tra i tre libri?
Forse gli elfi?
Beh, sì, gli elfi ci sono in tutti i tre libri, ma fare un libro sulla Terra di Mezzo senza elfi non sarebbe semplice.
Oppure l'accentramento su un gioiello di tal valore che sarebbe impossibile dargli un prezzo?
Ah, certo, anche quello, ma in fondo nello Hobbit è un tema che arriva solo verso la fine.
Oppure la perenne lotta della Luce contro le Tenebre?
In effetti, la lotta della Luce contro le tenebre c'è, ma insomma è un tema diffuso anche al di fuori dell'universo tolkieniano. Però un ramo di questo tema è presente in tutti e tre i libri... 

...

I ragni. 
Enormi ragnacci dai poteri smisurati che è quasi impossibile sconfiggere. Molto  tenebrosi. Ragni che odiano la luce.

Ma io mi domando e dico, tra tanti temi nobili ed elevati, proprio i ragni?
E poi, che ragni! Ma nemmeno quelli della foresta amazzonica, che gli indigeni fanno alla griglia. Ragni enormi, immensi, incommensurabili. In effetti non sono nemmeno ragni, sono... ragne. Femmine. E se è pur vero che il ragno è una delle forme della Grande Dea (come mi hanno spiegato una volta ma io mi sono ben guardata dal cercare conferme o chiedere dettagli) certamente non è la forma che prediligo. Anche perché a me i ragni stanno antipatici. Tutti, senza distinzioni. E tuttavia non sono mai arrivata a figurarmeli in quel modo.

Ma andiamo per ordine. Si comincia con Ungoliant, la tessitrice di tenebre che in origine era addirittura una Maiar. Sì, una dea, come Gandalf. Ad un un certo punto della sua divina esistenza si ragnò, si avvolse ben bene nelle tenebre da lei stessa medesima tessute e distrusse i due Alberi di Valinor... sì, quelli dalla cui luce furono tratti i Silmaril. Le ragne tolkieniane non hanno alcuna simpatia per la luce, e amano soffocarla con la tenebra più cupa.

Tra i discendenti di Ungoliant c'è anche Shelob, il ragno-femmina per eccellenza, quello che Frodo e Sam incontrano nel momento... beh, certamente nel momento più buio del loro viaggio. Shelob custodisce uno degli ingressi laterali di Mordor ormai da tempo immemorabile, ben prima che arrivasse Sauron. Vive nella sua tana a Cirith Ungol (il Crepaccio del Ragnaccio, appunto), è invincibile e praticamente immortale, mangia carne viva e tesse, o meglio vomita, oscurità. Vive circondata da un terrore accecante, in una tenebra senza scampo e in un posto che... ma no, non c'è motivo di descrivere la tana di Shelob: lo fa già Tolkien, e nel più efficace dei modi.

Per chiudere il cerchio, o meglio per invischiarci ulteriormente nella ragnatela di rimandi, da Shelob discendono i ragni di Bosco Atro (sì, certo, ragni di quel tipo in un bosco luminoso alla Lothlorien sarebbero piuttosto a disagio). E proprio i ragni tessono il punto chiave di svolta del romanzo, quando Bilbo, non avendo assolutamente più nessuno che lo badi, si decide infine a badarsi da solo, con eccellenti risultati. Tuttavia, nonostante il coraggio e l'accortezza che mostra in quell'occasione, è dubbio che ne sarebbe venuto a capo senza l'Anello e soprattutto senza la sua piccola spada elfica, che proprio in quell'occasione riceve da lui il nome di Sting (in italiano Pungolo o Pungiglione, a seconda del traduttore). La spada elfica sembra infatti avere un discreto feeling verso i ragni e laddove spade più blasonate hanno fallito, Sting affonda come nel burro e lascia segni indelebili.

L'incontro con Shelob sarà molto meno felice: l'unico concreto vantaggio per i due hobbit (se vogliamo chiamarlo un vantaggio) sarà quello di riuscire bene o male - più male che bene, in effetti - ad entrare nella terra di Mordor, oltre a una temporanea liberazione da Gollum, che in effetti li ha portati lì come delicatesse per Shelob, nella speranza che la ragna gli consegni vestiti e accessori dei due hobbit, Anello compreso.

E tutto va bene (dal punto di vista di Gollum e di Shelob) finché Sting non entra in scena: Shelob morde Frodo per addormentarlo, in attesa di succhiarlo come un sorbetto (e la sua ferita è uno dei motivi per cui Frodo non riuscirà più a vivere nella Terra di Mezzo, dopo, e dovrà passare il mare) ma l'intervento di Sting rovina il suo snack: la lama elfica infatti riuscirà non soltanto a tagliare l'enorme ragnatela (cioè, la chiamano ragnatela, anche se dalla descrizione sembra più un cancello elettrificato con l'alta tensione) ma addirittura a  tagliare seriamente lei, impresa mai riuscita ad alcuno prima.

Ma non c'è solo Sting, c'è anche la Stella di Cristallo: perché la saggia Galadriel, stabilito che Frodo sarebbe andato nella Terra d'Ombra, presso l'Oscuro Signore e la Torre Nera eccetera eccetera, pensa bene di provvederlo di un po' di luce: nientemeno che una scintilla di luce dei Silmaril, le tre gemme che racchiudono la luce dei Due Alberi di Valinor creati da Yavanna. La luce, imprigionata in una fiala di cristallo, svolgerà egregiamente il suo compito fin quasi alla fine, spegnendosi solo nel cuore di Mordor, là dove più forte è il potere di Sauron, ma su Shelob avrà addirittura un effetto micidiale, perché è una luce antica come lei. L'infezione di luce, quella lucentezza inesorabile, unita ai colpi della piccola ma indomabile spada elfica la feriranno così a fondo da spingerla a rintanarsi nella sua oscura tana a leccarsi le repellenti ferite, sparendo di circolazione forse per sempre.

Si tratta in buona parte di un duello al femminile: Galadriel tesse luce di origine paradisiaca, Shelob tesse tenebra immonda: stavolta vince la luce, e di molte distanze.
Quanto ai due hobbit, ormai abbandonati da Gollum, più che vincere riescono a non perdere nel più disastroso dei modi.
Considerate le circostanze, si tratta comunque di un'impresa non da poco.

Ultima nota strettamente culturale: da Shelob e Ungoliant, o, più probabilmente, dai ragni di Bosco Atro (corre voce che Lady Rowling abbia dichiarato di non aver mai letto il Signore degli Anelli, ma solo lo Hobbit) discende per via letteraria Aragog, il ragnetto allevato amorevolmente da Hagrid in una cantina di Hogwarts e poi liberato nella Foresta Proibita, dove si riproduce generosamente. E di nuovo la lettrice si domanda: ma insomma, tra tanti nobili ed elevati temi, proprio i ragni giganti?!?