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lunedì 18 novembre 2013
Quest'anello! Ma com'è possibile che l'abbia io?
Bilbo compie in modo istintivo due scelte che determineranno il futuro della Terra di Mezzo. La prima è risparmiare Gollum perché "non volle colpire senza necessità", la seconda è scegliere il futuro Portatore dell'Anello - e il tratto più notevole della seconda scelta è di farla senza sapere, almeno a livello conscio, che sta scegliendo qualcuno per qualcosa. E' il primo Portatore che regala l'Anello, e a sua volta Frodo, che dell'Anello è entrato in possesso in modo perfettamente legale, si dichiara più volte disponibile a offrirlo a persone che possano gestirlo meglio di lui (Gandalf e Galadriel che giustamente rifiutano inorriditi) e a chi secondo lui ne è il proprietario legittimo (Aragorn, in quanto discendente di Isildur che l'aveva vinto in battaglia, il che vuol dire rubato, al suo legittimo proprietario).
Frodo si rivela fin da subito la scelta migliore che Bilbo poteva fare - ed è stata effettivamente una scelta: Bilbo l'ha adottato, dopo diversi anni che lo conosceva, e ne ha fatto il suo erede. Non aveva particolare necessità di farlo: anche considerando che non voleva lasciare nemmeno uno spillo ai Sackville-Baggins, poteva comunque regalare le sue proprietà a chiunque altro. Ha scelto Frodo. E ha scelto di regalargli l'Anello perché non voleva più tenerlo per sé.
Il carattere di Frodo non viene mai descritto, nemmeno per quel poco che Tolkien descrive i suoi personaggi. Frodo, semplicemente, compare sulla scena e comincia a fare e a dire. Sin dall'inizio appare un individuo perfettamente centrato e non farà mai niente in contrasto con la sua personalità se non un paio di volte, verso la fine del Viaggio, quando l'Anello riuscirà in qualche momento a sopraffarlo. Accetta il suo destino con consapevolezza e lo segue con grande pazienza - ed è, invero, un destino decisamente perfido.
Secondo ogni logica le forze che gli si contrappongono dovrebbero schiacciarlo in cinque pagine scarse, ma contro ogni previsione e ogni ragionevole possibilità Frodo ce la farà, affrontando le sue scelte senza farsi molte illusioni né coltivare particolari speranze.
Quello che è uno dei migliori eroi della letteratura occidentale si distingue per un carattere dolce e affettuoso. Si affeziona a tutti, non porta rancore a nessuno (beh, a qualche orchetto forse un pochino sì. E magari anche a Shelob o agli Spettri dell'Anello. Ma non sembra pensarci molto, in effetti) e con garbo e cortesia, da pari a pari, parla con stregoni, dame elfiche di altissimo rango, principi elfici, re di Gondor e quant'altro di personaggi importanti incrocia sulla sua strada - e ne incrocia davvero parecchi.
Giustamente ha molti amici, sin dall'inizio, e sono tutti amici disposti letteralmente a morire per lui - cosa che però lui non gli permetterà mai di fare. E non resta mai solo, nemmeno dopo che l'Anello viene distrutto, in quei terribili momenti in cui il mondo sembra letteralmente crollargli addosso, nemmeno quando dovrà abbandonare la Terra di Mezzo per andarsene a guarire al di là del Mare. Chiunque incontri Frodo ne resta incantato*, e perfino Gollum, vicino a lui, sfiora per un attimo la possibilità di redenzione - perché anche lui lo ama, alla fine, e vorrebbe risparmiarlo. Almeno un po'.
Il coraggio di Frodo non è molto appariscente - all'occorrenza mostra anche una certa dose di coraggio fisico, ma niente di spettacolare. E' un tipico coraggio hobbit: non permette a niente e a nessuno di farlo essere diverso da quel che è. Solo l'Anello, in uno sforzo supremo, riesce per un breve attimo a sopraffarlo; ma contro questo Frodo ha già provveduto da tempo, portandosi dietro, a dispetto di tutto e di tutti, il più scomodo e sgradevole antidoto di cui la medicina della Terra di Mezzo disponga - ovvero l'insopportabile Gollum.
E dunque Frodo, l'hobbit dolce e pacifico, cresciuto in mezzo agli agi e al benessere, riesce dove chiunque dei molti eroi di cui la Terra di Mezzo dispone non osa avventurarsi, dopo aver avuto la forza di sopportare stenti e privazioni di ogni tipo, perdendo perfino, alla fine della strada, la memoria di quel che è stata la sua vita.
Grandi ricompense alla fine non ce ne sono, ma immagino che essere Frodo Baggins sia comunque di per sé una ricompensa.
*Sì, certo, purché non sia un orchetto o uno spettro dell'Anello. C'è un limite a tutto.
domenica 17 novembre 2013
17 Novembre 2013 - Festa del Molto Onorevole Gatto Nero
Auguri a tutti i bellissimi gatti neri che riempiono le nostre case e i nostri giardini con la loro grazia, la loro eleganza e la dolcezza del loro affetto.
(E un augurio supplementare a tutti i gatti diversamente neri, anche a quelli bianchi come la panna)
Come burro spalmato su una fetta di pane troppo grande
A Long Expected Party - Inger Edelfeldt (ma in realtà Bilbo indossava un abito scuro)
Visto che Lo Hobbit aveva avuto un buon successo, l'editore suggerì a Tolkien di scrivergli un seguito, come usava assai nella letteratura per ragazzi. All'inizio Tolkien cercò di scantonare: ormai aveva detto tutto quel che sapeva sugli Hobbit, la storia di Bilbo era finita, che razza di seguito poteva farne?
C'erano centinaia di possibilità, naturalmente. Si poteva mandare a casa di Bilbo un'altra compagnia di nani, con qualche altro mostro da affrontare. Oppure una comitiva di Elfi. O tirare in ballo qualche altro hobbit.
Ma Tolkien si impuntò per cercare un vero seguito, qualcosa che il primo romanzo potesse avere lasciato da completare. E ripensò all'anello.
In origine era un normale anello magico, di quelli che nelle fiabe si trovano a tutti gli usci senza che nessuno si preoccupi mai di spiegarne origine e provenienza agli ascoltatori. Questo specifico anello rendeva invisibili e faceva capire il linguaggio degli animali - niente di particolare, in effetti. Ma da dove proveniva?
Ci accorgiamo subito, prima ancora di cominciare, che sarà proprio l'Anello il centro della vicenda: nella prefazione, insieme ad un sacco di note erudite sulla possibile origine degli hobbit e l'uso dell'erba-pipa, viene dedicato un capitoletto al suo ritrovamento, mentre della Cerca di Erebor ci si limita a dire che "l'impresa non avrebbe avuto molto rilievo nella storia o meritato più di un accenno nei lunghi annali della Terza Era" se non fosse stato per un piccolo incidente: il ritrovamento dell'Anello, appunto. Sul quale Bilbo prova a raccontare a Gandalf una strana storia che lo stregone faticherà a districare*.
C'erano centinaia di possibilità, naturalmente. Si poteva mandare a casa di Bilbo un'altra compagnia di nani, con qualche altro mostro da affrontare. Oppure una comitiva di Elfi. O tirare in ballo qualche altro hobbit.
Ma Tolkien si impuntò per cercare un vero seguito, qualcosa che il primo romanzo potesse avere lasciato da completare. E ripensò all'anello.
In origine era un normale anello magico, di quelli che nelle fiabe si trovano a tutti gli usci senza che nessuno si preoccupi mai di spiegarne origine e provenienza agli ascoltatori. Questo specifico anello rendeva invisibili e faceva capire il linguaggio degli animali - niente di particolare, in effetti. Ma da dove proveniva?
Ci accorgiamo subito, prima ancora di cominciare, che sarà proprio l'Anello il centro della vicenda: nella prefazione, insieme ad un sacco di note erudite sulla possibile origine degli hobbit e l'uso dell'erba-pipa, viene dedicato un capitoletto al suo ritrovamento, mentre della Cerca di Erebor ci si limita a dire che "l'impresa non avrebbe avuto molto rilievo nella storia o meritato più di un accenno nei lunghi annali della Terza Era" se non fosse stato per un piccolo incidente: il ritrovamento dell'Anello, appunto. Sul quale Bilbo prova a raccontare a Gandalf una strana storia che lo stregone faticherà a districare*.
Il romanzo vero e proprio si apre su Bilbo Baggins, introdotto con una lenta ma funzionale apertura in stile Agatha Christie che lo descrive attraverso le chiacchiere dei vicini. Sapevamo già dalla chiusa dell'Hobbit che i suoi giorni "furono eccezionalmente lunghi", e lo ritroviamo... immutato.
Fisicamente, almeno. Questa eterna giovinezza lascia perplesse le lingue lunghe del paese: "Non è secondo natura, e ci porterà dei guai". E sembra una classica chiacchiera tanto per fare, questa di prevedere sventure perché qualcuno non invecchia - ma alla fine risulterà che le lingue lunghe avevano ragione, e i guai arriveranno per davvero, anche se l'eterna giovinezza di Bilbo non è la causa dei guai ma solo uno degli effetti minori prodotti dalla vera causa.
Tra una chiacchiera e l'altra scopriamo che, se Bilbo era strano per parte Tuc (la famiglia della madre), nella Contea c'è gente ancor più strana dei Tuc: i Brandybuck, che addirittura maneggiano barche e vivono "dalla parte sbagliata del fiume". Bilbo non è imparentato con loro, ma suo nipote Frodo sì.
Dopo la sua Grande Avventura Bilbo non si è sposato ed ha vissuto da solo, senza grandi amicizie, frequentando gente strana: elfi, nani, stregoni. Ha legato solo, molti anni dopo, con hobbit giovanissimi, che amavano ascoltare le sue storie (a cui il resto del paese non aveva mai creduto).
Solo più avanti, quando Bilbo fa il suo vero discorso d'addio a Gandalf, scopriamo con una certa sorpresa che l'eternamente giovane e stravagante hobbit non ha vissuto una vita felice. Prospera e stravagante sì, ma non felice. C'era in lui qualcosa che gli rendeva sempre più insopportabile l'aria serena e assai provinciale della Contea, una strana inquietudine che lo faceva sentire osservato, troppo osservato. Dai vicini, dai Sackville-Baggins... e dall'Anello, quell'Anello che aveva da tempo deciso di lasciare a Frodo insieme a tutte le altre proprietà ma da cui non riesce a staccarsi, e che finisce per chiamare "il suo tesoro" (senza strascicare le esse, si spera). Per fargli infine abbandonare l'Anello Gandalf deve trasformarsi da amichevole stregone in minaccioso avversario.
Un po' suo malgrado, un po' impaurito, Bilbo riesce però ad abbandonare volontariamente l'Anello, unico tra tutti i portatori a parte Sam (che però lo tiene solo per poche ore). In sessantadue anni l'Anello non è mai riuscito ad esercitare su di lui altro che una blanda dipendenza, ed è dall'Anello e dallo strano potere che ha preso su di lui che Bilbo scappa nella notte verso le Montagne, sentendosi sollevato non appena è riuscito a cederlo.
Del resto, si sa, con gli hobbit l'Anello non avrà mai un gioco facile; e Bilbo è l'unico Portatore che, subito dopo esserne entrato in possesso, ha compiuto un atto di misericordia del tutto gratuito e dettato solo dalla compassione.
Una volta ceduto l'Anello, Bilbo si tirerà fuori dalla vicenda, e da questo momento si limiterà ad osservarla da lontano, né più né meno di quel che fa il lettore.
*e che era in realtà la storia contenuta nella versione originale de Lo Hobbit. In seguito Tolkien riscrisse il capitolo sull'incontro con Gollum per adattarlo alle vicende successive.
Fisicamente, almeno. Questa eterna giovinezza lascia perplesse le lingue lunghe del paese: "Non è secondo natura, e ci porterà dei guai". E sembra una classica chiacchiera tanto per fare, questa di prevedere sventure perché qualcuno non invecchia - ma alla fine risulterà che le lingue lunghe avevano ragione, e i guai arriveranno per davvero, anche se l'eterna giovinezza di Bilbo non è la causa dei guai ma solo uno degli effetti minori prodotti dalla vera causa.
Tra una chiacchiera e l'altra scopriamo che, se Bilbo era strano per parte Tuc (la famiglia della madre), nella Contea c'è gente ancor più strana dei Tuc: i Brandybuck, che addirittura maneggiano barche e vivono "dalla parte sbagliata del fiume". Bilbo non è imparentato con loro, ma suo nipote Frodo sì.
Dopo la sua Grande Avventura Bilbo non si è sposato ed ha vissuto da solo, senza grandi amicizie, frequentando gente strana: elfi, nani, stregoni. Ha legato solo, molti anni dopo, con hobbit giovanissimi, che amavano ascoltare le sue storie (a cui il resto del paese non aveva mai creduto).
Solo più avanti, quando Bilbo fa il suo vero discorso d'addio a Gandalf, scopriamo con una certa sorpresa che l'eternamente giovane e stravagante hobbit non ha vissuto una vita felice. Prospera e stravagante sì, ma non felice. C'era in lui qualcosa che gli rendeva sempre più insopportabile l'aria serena e assai provinciale della Contea, una strana inquietudine che lo faceva sentire osservato, troppo osservato. Dai vicini, dai Sackville-Baggins... e dall'Anello, quell'Anello che aveva da tempo deciso di lasciare a Frodo insieme a tutte le altre proprietà ma da cui non riesce a staccarsi, e che finisce per chiamare "il suo tesoro" (senza strascicare le esse, si spera). Per fargli infine abbandonare l'Anello Gandalf deve trasformarsi da amichevole stregone in minaccioso avversario.
Un po' suo malgrado, un po' impaurito, Bilbo riesce però ad abbandonare volontariamente l'Anello, unico tra tutti i portatori a parte Sam (che però lo tiene solo per poche ore). In sessantadue anni l'Anello non è mai riuscito ad esercitare su di lui altro che una blanda dipendenza, ed è dall'Anello e dallo strano potere che ha preso su di lui che Bilbo scappa nella notte verso le Montagne, sentendosi sollevato non appena è riuscito a cederlo.
Del resto, si sa, con gli hobbit l'Anello non avrà mai un gioco facile; e Bilbo è l'unico Portatore che, subito dopo esserne entrato in possesso, ha compiuto un atto di misericordia del tutto gratuito e dettato solo dalla compassione.
Una volta ceduto l'Anello, Bilbo si tirerà fuori dalla vicenda, e da questo momento si limiterà ad osservarla da lontano, né più né meno di quel che fa il lettore.
*e che era in realtà la storia contenuta nella versione originale de Lo Hobbit. In seguito Tolkien riscrisse il capitolo sull'incontro con Gollum per adattarlo alle vicende successive.
sabato 16 novembre 2013
Quando Mr. Bilbo Baggins di Casa Baggins...
A tre anni dall'ultima rilettura è davvero il momento di riprendere in mano Il Signore degli Anelli, questa volta dal punto di vista di Bilbo - un personaggio che finora avevo sottovalutato.
(Con un grazie speciale a Martin Freeman, che con la sua splendida interpretazione mi ha permesso di metterlo per la prima volta a fuoco nel modo giusto).
venerdì 15 novembre 2013
Istruzioni per rendersi infelici - Paul Watzlawick
Uscito nel 1983, ad opera di Paul Watslawick (1921-2007), psicologo e filosofo austriaco naturalizzato statunitense e vissuto per diversi anni in Italia, questo libro si è imposto fin dall'inizio come una pietra miliare nel suo genere e nei suoi trent'anni di vita ha continuato a vendere senza mai uscire dal catalogo dell'editore e senza perdere una briciola della sua autorevolezza e attendibilità.
Ci si potrebbe forse domandare a che scopo preoccuparsi di fornire all'umanità istruzioni dettagliate su come rendersi infelici, quando ognuno di noi sembra già dotato da madre natura di più che bastevoli attitudini in cotal settore. Eppurtuttavia, se da una parte ci sono campi del sapere sì vasti che nessuno di noi può vantarsi di averli percorsi tutti e non avere più niente da imparare in merito, va anche detto che la maggior parte dell'umanità è sì in grado di rendersi infelice, ma in modo approssimativo e dilettantesco, tutt'altro che sistematico, e spesso il vigoroso successo che l'assiste in tale opra è frutto più del caso e dell'improvvisazione che di una pianificazione sistematica.
Questo prezioso manualetto propedeutico, concepito per principianti volenterosi ma non privo di utili spunti anche per l'esperto, offre una preparazione di base per tutti i campi in cui questa affascinante materia può svilupparsi. Grazie a questa opera di pregio, economica ma di alta qualità (appena 6.50 euro in negozio, e disponibile aggratis in qualsiasi biblioteca comunale nonché in molte librerie di amici e parenti) ciascuno potrà finalmente dedicarsi in modo scientifico a molte tecniche di infelicità che già pratica da anni ed apprenderne di nuove ed inaspettate, onde rendersi assolutamente e cosmicamente depresso. Imparerà ad esempio:
- come vivere nel culto di un passato felice che non ha mai avuto
- come affondare senza possibilità di scampo una relazione, indipendentemente dal partner
- come costruirsi relazioni destinate all'assoluta infelicità mediante un'accorta scelta del partner
- come coltivare il senso di colpa in sé e negli altri
- come rendere infelice chiunque lo circondi
- come sentirsi solo anche quando è circondato da persone tendenzialmente affettuose nei suoi confronti
- come imparare a disprezzare gli altri, chiunque siano
- come individuare i complotti alle sue spalle anche laddove non ve ne sono affatto
- come realizzare le più lugubri profezie
e tante e tante altre abilità a cui non aveva mai pensato prima.
Il libro si rivolge alle cosiddette persone "normali": per essere del tutto infelici infatti non è necessario essere colpiti da gravi lutti, avere malattie incurabili o gravi malformazioni fisiche oppure versare in condizioni economiche disastrate. Anche una persona sana, con una situazione economica accettabile e abbondanti relazioni sociali e familiari può salire la china dell'infelicità fino ad arrivare alla disperazione più completa, bastano un po' di buona volontà e di applicazione. Gli esercizi suggeriti sono alla portata di tutti e assai facilmente praticabili. Molti anzi li riconoscerete perché, in modo approssimativo e con impegno discontinuo, li applicate da tempo.
Il libro è indirizzato alle persone che desiderano sprofondare negli abissi della disperazione più cupa, ma risulta utile anche per chi ha progetti diversi della sua esistenza, aiutandolo a individuare una serie di trappole che tutti noi disseminiamo intorno a noi senza accorgercene (o forse accorgendocene benissimo?).
Consigliato a tutte le età sopra i 20 anni (non è tuttavia inadatto nemmeno per gli adolescenti) è opportuno rileggerlo più volte nel corso della vita perché le trappole con cui ci infelicitiamo mutano a seconda degli stati d'animo, delle stagioni e degli anni - anche se ognuno, naturalmente, ha le sue preferite.
Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma augurando a tutti gli altri partecipanti e a chiunque passasse per di qua un infelicissimo fine settimana, e ricordando a tutti che essere infelici è sempre possibile, basta volerlo davvero.
Ci si potrebbe forse domandare a che scopo preoccuparsi di fornire all'umanità istruzioni dettagliate su come rendersi infelici, quando ognuno di noi sembra già dotato da madre natura di più che bastevoli attitudini in cotal settore. Eppurtuttavia, se da una parte ci sono campi del sapere sì vasti che nessuno di noi può vantarsi di averli percorsi tutti e non avere più niente da imparare in merito, va anche detto che la maggior parte dell'umanità è sì in grado di rendersi infelice, ma in modo approssimativo e dilettantesco, tutt'altro che sistematico, e spesso il vigoroso successo che l'assiste in tale opra è frutto più del caso e dell'improvvisazione che di una pianificazione sistematica.
Questo prezioso manualetto propedeutico, concepito per principianti volenterosi ma non privo di utili spunti anche per l'esperto, offre una preparazione di base per tutti i campi in cui questa affascinante materia può svilupparsi. Grazie a questa opera di pregio, economica ma di alta qualità (appena 6.50 euro in negozio, e disponibile aggratis in qualsiasi biblioteca comunale nonché in molte librerie di amici e parenti) ciascuno potrà finalmente dedicarsi in modo scientifico a molte tecniche di infelicità che già pratica da anni ed apprenderne di nuove ed inaspettate, onde rendersi assolutamente e cosmicamente depresso. Imparerà ad esempio:
- come vivere nel culto di un passato felice che non ha mai avuto
- come affondare senza possibilità di scampo una relazione, indipendentemente dal partner
- come costruirsi relazioni destinate all'assoluta infelicità mediante un'accorta scelta del partner
- come coltivare il senso di colpa in sé e negli altri
- come rendere infelice chiunque lo circondi
- come sentirsi solo anche quando è circondato da persone tendenzialmente affettuose nei suoi confronti
- come imparare a disprezzare gli altri, chiunque siano
- come individuare i complotti alle sue spalle anche laddove non ve ne sono affatto
- come realizzare le più lugubri profezie
e tante e tante altre abilità a cui non aveva mai pensato prima.
Il libro si rivolge alle cosiddette persone "normali": per essere del tutto infelici infatti non è necessario essere colpiti da gravi lutti, avere malattie incurabili o gravi malformazioni fisiche oppure versare in condizioni economiche disastrate. Anche una persona sana, con una situazione economica accettabile e abbondanti relazioni sociali e familiari può salire la china dell'infelicità fino ad arrivare alla disperazione più completa, bastano un po' di buona volontà e di applicazione. Gli esercizi suggeriti sono alla portata di tutti e assai facilmente praticabili. Molti anzi li riconoscerete perché, in modo approssimativo e con impegno discontinuo, li applicate da tempo.
Il libro è indirizzato alle persone che desiderano sprofondare negli abissi della disperazione più cupa, ma risulta utile anche per chi ha progetti diversi della sua esistenza, aiutandolo a individuare una serie di trappole che tutti noi disseminiamo intorno a noi senza accorgercene (o forse accorgendocene benissimo?).
Consigliato a tutte le età sopra i 20 anni (non è tuttavia inadatto nemmeno per gli adolescenti) è opportuno rileggerlo più volte nel corso della vita perché le trappole con cui ci infelicitiamo mutano a seconda degli stati d'animo, delle stagioni e degli anni - anche se ognuno, naturalmente, ha le sue preferite.
Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma augurando a tutti gli altri partecipanti e a chiunque passasse per di qua un infelicissimo fine settimana, e ricordando a tutti che essere infelici è sempre possibile, basta volerlo davvero.
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Elementare Buon Senso,
I Venerdì del Libro
domenica 10 novembre 2013
Perchè i nostri amati allievi scrivono così male - Ipotesi 4
Nel corso di formazione che sto seguendo ci sono anche un po' di insegnanti delle elementari dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead. Da quando facciamo capo allo stesso istituto i rapporti tra di noi fanno decisamente schifo e le cosiddette occasioni di confronto sono praticamente scomparse*, nonostante ci capiti molto più spesso di passare ore intere insieme nella stessa stanza; durante il corso, tuttavia, siamo pur costretti a rivolgerci ogni tanto la parola.
Al seguito di una serie di discorsi di tutt'altro genere, una delle maestre ha osservato, quasi parlando tra sé "come quando correggiamo due errori di ortografia su dieci per non mortificarli". Vedendo che la guardavo con due occhi grandi come tazze da té ha insistito "Sì, non puoi fargli vedere che hanno sbagliato tutto, e allora magari sorvoli. A quell'età sono fragili, appena arrivati a scuola...".
"Sì, ma... penso che non restino gratificati nemmeno quando alle medie si vedono restituire il compito pieno di errori" mormoro, piuttosto stranita.
"Ma è un'altra cosa... comunque non è che ci tappiamo gli occhi per non vedere, eh".
Mi sarebbe interessato approfondire l'argomento, a costo di sfociare in quello che il linguaggio della diplomazia internazionale definisce "un franco e aperto confronto"**, ma azzuffarsi nel bel mezzo del corso che verte, tra tanti argomenti, sull'arte di armonizzare le classi, davvero non mi sembrava cosa - e dunque ho lasciato perdere.
Si tratterebbe per me della prima conferma ufficiale dell'Ipotesi 2 cui avevo vagamente sentito accennare anni fa da una fonte non molto attendibile e soprattutto decisamente portata a enfatizzare i suoi racconti. Una maestra che parla del suo lavoro però potrebbe, mi sembra, essere ritenuta una fonte abbastanza attendibile per il lavoro in questione. E non ne ha parlato come di un metodo, bensì come di una precauzione dettata dal buon senso, quasi una misura protettiva per gli alunni: non mortificare gli alunni che fanno molti errori non facendoglieli notare.
Questo spezzone di conversazione mi continua a rigirare in testa da più di una settimana, e più ci penso e più mi sembra un vero paradosso educativo, al di là della questione ortografica.
Sono un'insegnante delle medie e naturalmente guardo dall'alto in basso le maestre, come previsto dal Contratto Non Scritto, ma in realtà ne ho un profondo rispetto: il fatto che un essere umano apparentemente uguale a me riesca nella mirabile impresa di prendere un'intera classe di marmocchi e insegnargli a decifrare quegli strani ragnetti che noi chiamiamo lettere dell'alfabeto trasformandole in suoni è uno di quei prodigi davanti ai quali mi inchino con reverenza, consapevole che a me non riuscirebbe mai e poi mai.
Ma tuttavia.
Quando arrivano alle elementari, i bambini di solito non sanno né leggere né scrivere. Quindi lo imparano lì. Esattamente come quando vanno a un corso di base di nuoto, di sci, di inglese, di sassofono o di batteria. Qualcuno è più portato, qualcuno meno, ma tutti stanno facendo qualcosa di nuovo. Non è strano che sbaglino. Qualcuno sbaglia meno e per breve tempo, e qualcuno all'inizio è un vero disastro e continua ad esserlo per molto tempo. E' normale, non siamo tutti uguali. Soprattutto, sappiamo tutti che alcune delle cose che oggi facciamo meglio sono proprio quelle per cui a suo tempo abbiamo a lungo sputato sangue. Io ho imparato a leggere così, senza accorgermene, ma ho ancora i segni sulle ginocchia di certe disastrose cadute dalla bicicletta - eppure alla fine in bicicletta avevo imparato ad andare proprio bene (e tanto mi fidavo della mia bravura che ho finito per adottare uno stile di guida decisamente spericolato, che ha lasciato ulteriori tracce su ginocchia, gomiti e mani).
La vita è fatta di facili conquiste ma anche di trionfi pagati a duro prezzo, e l'autostima si nutre degli uni come degli altri. Non c'è motivo di censurare una persona che cerca di imparare qualcosa se sbaglia molto e a lungo, non ha senso tenerla inginocchiata sui ceci o sui chiodi di garofano per punizione, non c'è ragione di impuntarsi a dare per forza voti sin dall'inizio e via dicendo. Sono favorevole ai tempi di apprendimento rilassati, trovo giusto perdonare il peccatore settanta volte sette e anche qualcuna in più, va bene tenere conto di tutti gli ammortizzatori possibili e immaginabili; ma in una questione delicata come l'ortografia non segnare con chiarezza l'errore mi sembra una metodologia folle e sconsiderata: all'alunno deve essere sempre chiaro qual è la forma corretta e quale la forma scorretta. Sempre e comunque. E soprattutto non deve avere modo di evadere nemmeno in sogno dal fatto che aprii si scrive con due i e che l'ho o lo non sono la stessa parola.
Alle scuole medie ci sono difficoltà di vario tipo, genere, forma e qualità. Mandarvi una povera creatura indifesa che oltre a tutto debba improvvisamente combattere con una tigre dai denti a sciabola di nome Ortografia, superando con estrema difficoltà vecchi automatismi nati dalla benevola intenzione dei maestri di risparmiargli traumi, mi sembra assurdo e anche vagamente criminale.
Ma ancor più sconsiderato mi sembra inculcargli il principio che nel resto dell'universo le difficoltà si affrontano e si superano, mentre a scuola se non impari in fretta qualcosa ne resterai tagliato fuori per l'eternità e che lì, e soltanto lì, la vita non ti offre appelli ma soltanto la caritatevole elemosina di fingere di non vedere il tuo errore...
(...per tacere del trauma di quando ti rendono per la prima volta un testo di italiano con più croci che in un cimitero di guerra)
*il che non è affatto logico, e volentieri dedicherei un post alla questione se avessi una pur vaga idea delle cause - al di là, naturalmente, dell'oggettiva e spassionata constatazione che noi siamo buoni e loro sono cattivi.
** cotal definizione indica di fatto un incontro in cui ci si prende a pesci in faccia
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venerdì 8 novembre 2013
L'arte della discrezione nella Seconda d'Ogni Grazia Adorna (Boccaccio probabilmente non approverebbe)
"Che succede?" chiedo. Vengo giusto da una classe dove due fanciulle assai infreddolite sono andate a misurarsi la febbre. Ma le due scuotono la testa, mormorano un "No, niente" e sgusciano via.
Il corridoio è molto inquieto ma questo non fa testo: alla fine dell'intervallo il corridoio è sempre molto inquieto.
Anche la Seconda d'Ogni Grazia Adorna è molto inquieta, e anche questo non è più insolito. E quando siedo alla cattedra vengo presa d'assalto con la baionetta, e nemmeno questo è insolito. Firmo, chiedo se è successo qualc...
Mi rispondono in sette, accavallandosi. Ecco, questo è un filino più insolito. Solo un filino, però.
Cerco di districarmi tra le sette voci. Visto che non ci riesco, mi metto tranquilla e inizio a mimare una accurata laccatura delle unghie. Dopo un po' funziona e i sette si chetano.
"Allora, cos'è successo?".
Qualcosa con Wasp, a quanto sembra - e questo è del tutto solito, consueto e pure banale. Ma i tre o quattro che hanno ripreso a parlare non mi danno nessun dato concreto. Nel frattempo Wasp è rientrato in classe ma non ha nessun racconto particolare da fare (il che non significa necessariamente che non abbia fatto e ricevuto di tutto e di più).
Polyanna e Iriza piangono, mi dice qualcuno. "E come mai piangono?" provo a informarmi.
I maschi insorgono "Non ce l'hanno voluto dire!". Sono offesissimi "Piangono, e non ci vogliono dire perché!".
Dunque non c'è stato nulla di appariscente ed è una questione privata, concludo in cuor mio. Con tutta probabilità assai legata alla vita affettiva di una delle due o di entrambe.
Provo a intervenire: "Beh, può capitare che qualcuno...".
"Sì, ma non ci hanno voluto dire perché!".
E mai ve lo diranno, se continuate così.
"Non capisco perché non ce lo vogliono dire!"
Vorrei tanto dirgli "Ma allora siete proprio di coccio!", ma non mi sembra un intervento didatticamente valido: di fatto, se qualcuno ammette che non ha capito qualcosa, spiegargli che è davvero un idiota a non avere capito quel qualcosa che nella sua cristallina chiarezza sarebbe evidente a chiunque fosse appena appena uno zinzino meno idiota di lui/lei non è mai un intervento didatticamente utile, al massimo serve a irritare vieppiù il poveretto che, se non capisce, non è che lo fa apposta.
"Vedete" provo a spiegare con soave dolcezza "Se qualcuno piange, ha senz'altro i suoi buoni motivi per piangere. Per lo meno, ha dei motivi che a lui, o a lei, sembrano validi per piangere. Se però decide di non farvi partecipi di quei motivi, direi che ha pieno diritto..."
Si apre la porta. Polyanna e Iriza rientrano, un po' ricomposte ma ancora molto afflitte. Si siedono al loro banco, con l'aria di chi sta eroicamente sopportando un crudele dolore - e probabilmente è davvero così.
A questo punto, in nome della solidarietà tra pari e del motto universalmente diffuso "Teniamo gli adulti fuori dai cazzi nostri", la classe dovrebbe essere molto disponibile ad un rapido cambio di argomento. Suggerisco dunque di aprire il libro di storia e...
"Perché ci hanno detto che c'è qualcuno che ha offeso Polyanna, ma lei non vuol dirci chi è stato" insiste Fili. Sussulto delle due fanciulle addolorate, che fanno conto di essere Altrove - in un luogo, chissà, popolato di compagni con un minimo di ritegno. Il che è pura fantascienza, a quel che sembra.
"Per favore, NON POTETE parlare di Polyanna come se non fosse qui!" insorgo.
"Ma se qualcuno l'ha offesa...".
"E lei non vuol dirci chi è stato...".
"Una persona ha tutto il diritto di decidere autonomamente e in completa libertà se vuole condividere o no i fatti suoi, e se non vuole farlo gli altri devono semplicemente prendere una teglia e cucinarsi un gustoso sformato di cavoli propri" provo a spiegare.
Un ombra di sollievo passa negli occhi delle due fanciulle afflitte, ma i ragazzi sono davvero perplessi.
"Guardate che sto parlando delle più elementari regole del viver civile, non dell'uso della quarta forchettina d'argento per il pesce, che si usa per lo storione ma voi nel piatto avete gli sgombri e allora come dovete fare. Non si può pretendere come un diritto che gli altri ti raccontino i fatti loro. E' uno dei pilastri su cui poggia la civiltà".
I ragazzi sembrano sempre più perplessi. Di tendenza mi riconoscono una certa autorevolezza, ma in questo momento per loro è come se stessi parlando un dialetto caucasico di quelli particolarmente ostici. E sono anche vagamente offesi.
Le due fanciulle afflitte, in quel momento molto meno afflitte, ridono sotto baffi che non hanno. Le altre fanciulle si scambiano tra loro sguardi d'intesa del peso di circa 7 kg. l'uno. Wasp cerca di dire qualcosa ma lo prevengo.*
"Gentilmente, potreste aprire il libro di storia? Desidererei interrogare sulla prima fase delle guerre in Italia, se non vi è di troppo disturbo".
I libri vengono aperti. Cerco con gli occhi qualcuno che non sia troppo afflitto né troppo offeso e riesca a concentrarsi quanto basta a scodellarmi un'interrogazione almeno decorosa. Strano ma vero, lo trovo.
E dunque è evidente che, seppur la Seconda d'Ogni Grazia Adorna è in pieno passaggio adolescenziale, i maschi sono al momento staccati di qualche spanna dalle femmine, ma non per questo la classe ha perso niente della solidarietà che la caratterizza.
*Wasp ha un senso della discrezione talmente minimale che gli altri al confronto sembrano altrettante reincarnazioni di Talleyrand
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lunedì 4 novembre 2013
Bronte: cronaca di un disastro che i blog non vi hanno mai raccontato (ma provvederanno adesso)
Le sorelle Brontë, ritratte dal fratello Patrick. L'originale è conservato alla National Portrait Gallery e anche se un po' malridotto ha un notevole fascino
Le tre sorelle Brontë, qui ritratte, non hanno quasi niente a che fare con la tragica vicenda di cui mi accingo a dolermi. Si sa però che loro padre, il rev. Patrick, era nato Bronty e solo ad un certo punto si fece cambiare il cognome in Brontë, con tanto di dieresi (che stava ad indicare che la vocale finale andava pronunciata, mi han spiegato). Il perché di cotal cambiamento non è conosciuto con sicurezza: forse per una lontana origine legata al paese della Sicilia, forse per ammirazione verso l'ammiraglio Horace Nelson, che era duca di Bronte, forse chissà.
A sua volta Bronte è un paese della Sicilia noto soprattutto per i suoi eccellenti pistacchi e per un triste episodio legato al nostro risorgimento: al passaggio delle truppe garibaldine i molti e poverissimi braccianti del paese insorsero sperando in una distribuzione di terre, ma ottennero solo una fucilazione collettiva su ordine di Nino Bixio. L'episodio, rimasto abbastanza nascosto nelle pieghe della storia, venne riportato alla ribalta nel 1972 da un film di Vancini che all'epoca fece assai scalpore e venne perciò infrattato nelle pieghe della cinematografia. Al momento è introvabile nei negozi, anche se qualche canale minore della RAI ogni tanto lo trasmette. Su YouTube comunque si trova, da qualche mese, in una bella versione pulita.
Dell'introvabilità di questo film mi lamentai più di due anni fa perché mi sarebbe piaciuto farlo vedere alla mia classe. Accorse in mio soccorso la povna che, invece di limitarsi a blande parolette di solidarietà, mi spedì senz'altro una copia del film, a sua volta copia di una registrazione fatta da uno dei rarissimi passaggi della pellicola in televisione (non TV italiana, non sia mai, ma TeleCapodistria).
Dopo essermi profusa in ringraziamenti provvidi senz'altro a farlo visionare, non tanto alla classe ma agli scelti componenti di un laboratorio di storia a classi aperte che tenni quell'anno con l'ausilio della LIM.
La visione non fu semplice: nella mia classe la LIM non trasmetteva molto bene le immagini ma in compenso c'era un ottimo sonoro. Invece nell'Aula Magna (chiamata anche, in un attacco di delirio da onnipotenza, "Aula Multimediale") le immagini erano sbiadite ma il sonoro faceva schifo, anche perché c'era una cassa in un'armadio (che non si poteva levare dall'armadio perché il filo era corto. Giuro che è vero).
Ad ogni modo i venti ragazzi del laboratorio di storia seguirono il film con gli occhi sgranati (in seguito ammisero che "sì, era un po' forte") e si sciropparono tutta la mia tirata sui vari modi in cui il Risorgimento è stato visto e raccontato nel corso di 150 anni e insomma tutto andò bene, salvo il fatto che dopo aver visto il film eravamo tutti abbastanza depressi.
Passarono due anni e quest'anno, di nuovo in possesso di una LIM in classe e di una Terza cui sto provando ad ammanire lo stesso laboratorio, ovvero una scelta di film, filmati e amenità varie pescate su YouTube a rinforzo del programma di storia, mi sembrò giusto ritirare fuori il prezioso CD.
La prima lezione del laboratorio la dedicai alle arie patriottiche che ai tempi dei moti risorgimentali andava di moda mettere nelle opere liriche ("Va pensiero" è solo la più famosa, ma ce ne sono molte altre).
Una piccola introduzione sul teatro dell'opera, com'era, dove stava il pubblico eccetera, poi i due cori della Norma, la prima tirata di Odabella sul santo amor di patria nell'Attila di Verdi, il coro dell'Ernani "Si ridesti il leon di Castiglia", e l'ora era già finita.
La volta successiva, nelle intenzioni, sarebbe toccato a "Va' pensiero" (avevo trovato un bel filmatino dove Muti concedeva il bis facendolo cantare anche al pubblico, proprio come fanno le rockstar con i loro pezzi più famosi) e poi all'inno d'Italia in versione completa e sottotitolata. A seguire la Marsigliese, più uno spezzone da Casablanca dove i soldati tedeschi cantano un qualche inno tedesco e i francesi attaccano a cantare la Marsigliese facendo infuriare i tedeschi, tanto per mostrare le molte e molte applicazioni politiche che un brano musicale può avere.
Ma non potei fare assolutamente nulla di tutto ciò, perché qual giorno il collegamento internet era sparito. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, fiera della mia accorta previdenza che mi aveva spinto a procurarmi una ruota di scorta, estrassi trionfalmente il CD con Bronte. "Adesso vedrete un altro aspetto del Risorgimento, lo guarderemo a piccoli pezzi e vi spiegherò via via quel che va spiegato" dissi premurosa "Sappiate che questo è un pezzo raro che solo pochi privilegiati possono guardare".
I miei due tecnici informatici lo presero con la dovuta reverenza e lo inserirono.
"No, fermo, che fai, così lo formatti!" gridò uno dei due all'altro.
"Ma no, ti pare che lo formatto?" ribatté l'altro offesissimo.
Ebbene sì, lo ha formattato. Non so come ha fatto, ma lo ha formattato.
Si è scusato strisciando. L'ho perdonato dando grande prova di magnanimità, ma gli ho spiegato che quel pregiato CD mi era arrivato dall'altro capo d'Italia grazie ad un'amica premurosa. Lui ha strisciato vieppiù.
Ma, capite, per quanto strisciasse, il CD formattato era, e formattato è rimasto.
E io ero troppo sconvolta per essere capace di arrabbiarmi. Tanto valeva ricorrere alla magnanimità.
"Quando tornerà il collegamento in rete lo vedremo da YouTube"ho promesso. Qualcuno si è offerto di masterizzarlo. Mi sono ben guardata dal rifiutare.
Al momento comunque non ho più il film, solo una promessa virtuale e un tecnico del comune che ancora non si è visto.
Così oggi, invece del laboratorio, abbiamo fatto una bella cronologia generale del Risorgimento, scritta in Word sulla LIM, in preparazione del compito di storia di domani.
Certe volte è difficile esprimersi con parole adeguate al contesto scolastico.
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venerdì 1 novembre 2013
Piedi d'argilla - Terry Pratchett
Terzo episodio del Ciclo delle Guardie di Città di Mondo Disco e ultimo tradotto in italiano* (considerando che è stato pubblicato nel 1996 e da allora ne sono usciti diversi altri direi che, magari, gli editori italiani potrebbero anche al limite prendere almeno vagamente in considerazione la possibilità di darsi una mossa, grazie).
La Guardia Cittadina di Ankh-Morpork, metropoli dalla struttura invero assai complessa, continua la sua campagna di arruolamento che ha come fine quello di dare a ogni componente dell'assai variegata popolazione i suoi rappresentanti tra le forze dell'ordine (anche se, certo, parlare di ordine in una frase che si riferisca ad Ankh-Morpork sembra uno schiaffo alla logica). Della guardia fanno parte non solo uomini (e donne, naturalmente), nani e troll, ma anche quelle categorie che potrebbero essere rubricate sotto la voce "diversamente vivi": licantropi, gargoyle (il loro salario viene pagato in piccioni), zombie...
Il capitano Samuel Vimes, acido proletario da tempo ormai felicemente sposato alla donna più ricca della città, svolge egregiamente il compito di dirigere questa assai multietnica collezione di individui riuscendo anche, nei ritagli di tempo, a sventare i numerosi tentativi di sopprimerlo nonché a tenere collegata la Guardia al governatore della città, il Patrizio Vetinari, l'unico capace di tenere le fila che compongono il complesso tessuto di quella stravagante ma assai realistica metropoli.
Ma per quanti rappresentanti delle più svariate forme di vita e di non vita contenga la Guardia, esistono tuttavia ancora categorie che non sono rappresentate. Una in particolare, di derelitti più derelitti di quanto qualsiasi derelittitudine possa immaginare: schiavi a cui non spetta nemmeno il titolo di schiavi, talmente privi di diritti che non si vedono riconosciuto nemmeno quello di pensare e di sentire, e che vivono nell'ombra perché la loro esistenza, per quanto negata, rischia di gettare un'ombra di rimorso sulla popolazione colpevole della loro esistenza infelice al di là di ogni infelicità ufficialmente riconosciuta. Tuttavia queste creature infelici e volutamente ignorate, che nulla hanno perché nulla gli è consentito di avere, nemmeno i più elementari diritti, riescono ad eludere tutti i limiti imposti e a prepararsi una speranza di riscatto - una tenue speranza che riesce comunque a illuminare le loro irriconosciute esistenze e che possa dar voce anche a loro, che ne sono privi. Questa speranza, tuttavia, ha i piedi d'argilla e crolla, anche se non certo al primo colpo - e tuttavia il gesto non sarà senza conseguenze e il tentativo di emancipazione degli ultimi tra gli ultimi avrà comunque un esito, che aprirà una nuova strada agli infelici... oltre, naturalmente, a una nuova categoria di arruolati per la Guardia Cittadina.
In mezzo a questa struggende vicenda, che è la principale del libro, e all'altro intreccio, legato al tentativo di avvelenare l'indispensabile Patrizio (un mistero costruito come nei classici polizieschi e che Vimes riuscirà a sciogliere con intuito e logica degne di un grande investigatore) si snodano le vicende personali dei singoli componenti della Guardia. Facciamo così la conoscenza del caporale Felice Culetto, alchimista ed esponente della razza nanica che ne ha fin sopra i capelli (e la barba) del tradizionale retaggio della cultura nanica, a base di miniere da scavare, metalli da forgiare, canzoni sull'oro da cantare ubriachi dopo lunghe bevute di birra e risse violente a colpi d'ascia, e che proprio nella Guardia, grazie all'amicizia e al sostegno di Angua, donna dall'infallibile istinto e dal vero fiuto di segugio, trova il coraggio di affermare la sua vera personalità e di addentrarsi in un mondo più frivolo di rossetti, smalti da unghie e lingerie ben fatte, che finisce con l'attrarre anche altri nani che finalmente trovano il coraggio di essere loro stessi. Perché la Guardia della Città è un mondo composito dove c'è posto per tutti e dove la convivenza tra diversi aiuta ad accettare senza troppa difficoltà le stravaganze dei singoli.
E così alla fine del romanzo anche il caporale Culetto, che ormai ha cambiato nome da Felice a Felicia e ha anche mostrato il suo valore di alchimista (ovvero l'equivalente ankh-morporkiano della polizia scientifica) vedrà aprirsi davanti a sé la prospettiva di una vita più appagante e assai più adeguata ai suoi reali desideri - alla faccia dell'antico retaggio delle tradizioni della sua stirpe.
Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti un felice fine settimana di piacevoli letture e castagnate e necci accanto al fuoco - senza dimenticare, naturalmente, le torte e il risotto di zucca.
*Il terzo, naturalmente, viene dopo un primo e un secondo.
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giovedì 31 ottobre 2013
mercoledì 30 ottobre 2013
No Woman No Drive
Ci sono libertà modeste, banali, per le quali non si scende in piazza perché sono date talmente per scontate che nemmeno i politici più oltranzisti pensano a metterle in dubbio.
Nei paesi occidentali le donne hanno sempre guidato. Magari non votavano, ma il diritto a guidare un'automobile non è stato mai messo in dubbio come questione di principio - purché le aspiranti guidatrici disponessero dei soldi per comprare l'auto, certo, o di qualcuno disposto a pagarla per loro. Si guida, o si può guidare, e a nessuna, credo, è mai venuto in mente di considerarlo una gran prova di emancipazione.
In Arabia Saudita invece qualcuno ha stabilito che, in base ai sacri precetti del profeta Maometto, le donne non potevano guidare; e siam d'accordo che Maometto era un profeta (o meglio IL profeta per eccellenza, secondo i musulmani) ma è sbalorditivo pensare che profetizzasse così lontano da legiferare su qualcosa che doveva fare le sue prime, timide apparizioni più di mille anni dopo la sua morte.
Le donne saudite stanno combattendo la loro battaglia per il volante, con pazienza e una più che comprensibile irritazione. Alcuni uomini hanno deciso di contribuire alla loro battaglia con una perfida e divertentissima cover di No Woman No Cry di Bob Marley, molto valida anche sul piano musicale.
Un contributo semplice ma di classe.
Reazioni incomposte al solo pensiero che POSSANO in qualche modo comparire in scena i Promessi Sposi
in verità, certe mappe concettuali somigliano un po' a giochi enigmistici per i più piccoli...
Riunione con i genitori della Seconda d'Ogni Grazia Adorna. Atmosfera distesa, tono da chiacchierata informale.
"Ho preferito non prendere l'antologia quest'anno, perché sforerebbe il tetto ministeriale per la spesa dei libri. Pensavo invece di prendere un libro di narrativa, se siete d'accordo*. L'anno scorso lo Hobbit è stato abbastanza apprezzato dai ragazzi, mi sembra...
"Anche da noi!" intervengono alcuni.
"Oh?" sorrido, gongolando in cuor mio come un pavone davanti allo specchio.
Mi confermano che gli è piaciuto molto.
"Visto che nelle antologie di seconda ci sono sempre delle sezioni dedicate a storie di fantasmi e simili avevo pensato alla raccolta di Dahl sulle storie di fantasmi..."
Mormorii di assenso al nome di Dahl.
"Sono quattordici racconti, ed è uscita l'edizione economica, che viene nove euro... tra l'altro è un libro piuttosto diffuso, non è necessario comprarlo, si trova anche in biblioteca..."
Altri mormorii di assenso.
"Beh, fino a nove euro direi che ci arriviamo tutti senza problemi" sorride qualcuno.
"L'anno prossimo, purtroppo, sarà tutto meno allegro... Sapete, il programma di Terza è quel che è..."
Altri mormorii di assenso, più cupi.
"Eh, certo..." sospira qualcuno.
"Eh, i Promessi Sposi..." sospira qualcun altro.
Alzate di spalle rassegnate, sguardi del tipo "Così è la vita, che ci possiamo fare?".
"No, non i Promessi Sposi... In effetti mi riferivo al programma di storia, sapete, le guerre mondiali, i campi di sterminio... pensavo di prendere qualcosa su quello..." mormoro timidamente.
Sguardi sollevati (giuro), sorrisi comprensivi "Ah sì, certo, i campi di sterminio...".
Sono rimasta un po' scossa. Ho notato anch'io che i Promessi Sposi alle medie non sono particolarmente apprezzati dall'utenza, e sono d'accordo che prima delle superiori non andrebbero fatti se non a piccoli pezzettini**, ma addirittura trovarlo una prospettiva più drammatica di un libro sulla shoah...
*essendo una spesa in più, mi sento in dovere di chiedere l'autorizzazione. Anzi, credo di essere obbligata a farlo.
** ma dopo questa scena sto seriamente meditando di astenermi anche dai piccoli pezzettini che ogni tanto propongo, tipo il passaggio dei soldati o il duello di Lodovico...
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mercoledì 23 ottobre 2013
Quando provo a fare la Brava Insegnante
Quello che nel registro personale chiamo forbitamente "Esercizio di scrittura" è nato come toppa ai tempi delle supplenze brevi.
La classe è irrequieta, hanno appena litigato, hai già fatto due ore di storia e ti sembra che attaccare il predicativo del soggetto non sia un'idea vincente, è la sesta ora, Matematica ha riportato i compiti e sono stati un disastro, hai appena finito di farli impazzire col predicativo del soggetto e sai che dopo li aspettano le intricatissime guerre di religione in Francia? Basta metterli a scrivere e si calmeranno, si rilasseranno e smetteranno di insultarsi. Quasi sempre.
L'ispirazione per la traccia si trova nell'aria, basta allungare le mani. "Oggi voglio parlare male di..." è un vecchio classico per classi imbufalite - libertà assoluta di scelta dell'argomento, esclusi gli insegnanti di Lettere presenti e passati, e divieto assoluto di usare parolacce, più garanzia assoluta di riservatezza. "Sei un drago e stai dormendo sul tuo mucchio di monete d'oro. Improvvisamente senti un rumore..."; "Confronto in dieci punti tra il/la tuo/a compagno/a di banco e un orso polare" (molto buono per le prime); "101 motivi per non fare i compiti" (con un bonus nella valutazione per le scuse più originali); "La fontana di cioccolato della mia scuola"; "Piove, sono stufo/a dei verbi irregolari e vorrei tanto essere invece a...".
Di solito urlo la traccia, per farmi sentire nel casino generale, spiego che sono a disposizione per qualsiasi dubbio lessicale, ortografico e sintattico, indico con la mano il dizionario che possono usare in alternativa a me e spiego che possono sviluppare la traccia come gli pare ma non voglio sentire domande del tipo "Posso metterci uno zombie vegetariano?" oppure "Posso essere un gatto nero a righe rosse?" perché per quel tipo di domande "la risposta è dentro di loro" e non posso certo indovinarla io.
Dopo qualche minuto di iniziale sconcerto (soprattutto le primissime volte) e un bel po' di brusio la classe si cheta e comincia a scrivere. Tempo un'ora, non di più, e se resta incompleto pazienza, ma dovrebbero programmare qualcosa da scrivere in un'ora (che spesso è diventata quaranta minuti scarsi tra un'interruzione e l'altra).
Di solito vengono fuori dei testi piuttosto interessanti, e siccome sono scritti in fretta e spesso nemmeno riletti c'è anche una bella visione a tutto tondo degli errori ortografici più consueti su cui fare lezioni supplementari (così mi dico. Ma quasi sempre sono gli stessi identici errori che mi fanno nei temi, il che a volte mi lascia incerta sull'utilità di dargli tre ore per il tema e su tutta la trafila brutta copia - bella copia - rilettura).
Visto che la Seconda d'Ogni Grazia Adorna è, appunto, adorna di ogni grazia e pregio possibile, nonché molto virtuosa quando lavora, mi sono detta un bel mattino che forse avrei potuto, una volta nella vita, provare a fare un lavoro di preparazione della traccia. Va detto che ci avevo già provato, una volta, con una classe di Approfondimento, senza grossi risultati - ma era, oggettivamente, una classe da latte alle ginocchia e non aveva scritto né meglio né peggio del solito). Però, certo, con la Seconda d'Ogni Grazia Adorna...
Scenario: il bosco. O la foresta. "Che differenza c'era tra un bosco e una foresta?" è stata la prima domanda. Beh, di solito un bosco si poteva anche chiamare foresta, se era grandotto, ma una foresta poteva essere anche tropicale, sì, quella con i ragni giganti e le liane e quegli alberi con le foglie enormi. Quella non si poteva chiamare "bosco", ma non era certo più povera di suggestioni o di potenziali prodigi.
Foglio da dividere in quattro parti: flora, fauna, agenti atmosferici, possibili incontri - perché, si capisce, c'erano anche i boschi delle fiabe e delle leggende. E per due ore siamo andati avanti in un profluvio di alberi, piante, quando nel bosco piove, quando c'è nebbia, se è notte, se trovi l'unicorno o l'eremita o lo zombie: "Si possono trovare zombie nei boschi, prof?". "Beh, non vedo perché no" ho concluso dopo breve riflessione (io non amo molto gli zombie, ma qua quest'anno vanno di gran moda. E allora vada per gli zombie). Larici, mirtilli, alberi di Natale, cerbiatti, lepri, zanzare, api, stagni e laghetti, radure e sentieri....
Aggiungo che St. Mary Mead è in una zona dove abbondano boschetti e vicino c'è pure la celebre foresta di una celebre abbazia, dove tutti vanno abbastanza di frequente a fare escursioni e merende all'aperto; e che l'anno scorso, leggendo Lo Hobbit abbiamo attraversato un bosco assai magico, ovvero Bosco Atro. Insomma, il terreno mi pareva assai dissodato.
Due giorni dopo hanno scritto, e poi io ho corretto.
E non ho trovato quasi traccia di boschi. Le storie si svolgevano nei boschi, ma, con un'unica eccezione un po' diabetica di un unicorna che pasteggiava a mirtilli e fragoline e si fidanzava, non c'era quasi nulla di boscoso - non dico una descrizione del paesaggio ramoso, ma qualcosa che indicasse che la vicenda si svolgeva in un luogo alberato invece che nella 52a Avenue, ecco. Il bosco stava lì, come un fondale, non faceva nulla di nulla e ben presto se ne usciva per andare da altre parti. E le storie non erano nemmeno 'sto granché.
Due settimane dopo, gran parte di loro non aveva portato il libro di storia per un fraintendimento. Non c'era nemmeno un libro per banco.
Si scusano e accetto le scuse perché, nelle quattro settimane di orario provvisorio, ho cambiato idea almeno due volte al giorno su cosa portare l'indomani e alla fine era più che normale che perfino loro fossero andati in tilt.
"OK, carta e penna" sospiro. Sono del tutto priva di ispirazione, mencia, giù di corda e fuori c'è una nebbia umida che innamora. Abbiamo in sospeso un testo da ambientare in un giardino ben coltivato, ma quel giorno proprio non mi sembra cosa. Una traccia, una traccia, un'idea per una traccia...
Stavolta la risposta non è dentro di me bensì intorno a me: "Scrivi un testo a tuo piacere che contenga molte precipitazioni atmosferiche: pioggia, nebbia, grandine, neve, tempeste ecc.".
Han fatto delle storie magnifiche. Soprattutto, piene di pioggia, grandine e neve che intervenivano nell'azione e la determinavano. Ci si sguazzava e si sciava, in quei testi. Protagonisti inzuppati, protagonisti congelati, nebbia ovunque.
Credo proprio che continuerò col vecchio sistema di buttargli la traccia addosso.
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venerdì 18 ottobre 2013
Ellis Peters - Le indagini di fratello Cadfael
Nel 1977 Ellis Peters (che non si chiamava affatto Ellis Peters) scelse questo pseudonimo quando avviò la serie dei romanzi di fratello Cadfael. Ne scrisse 20, più una magra raccolta di tre racconti. A tagliare il nastro fu il romanzo che da noi è intitolato La bara d'argento (in inglese sarebbe invece Un gusto perverso per le ossa e tratta di quella che nel medioevo era una vera fissazione, ovvero la caccia e la traslazione delle sante reliquie, affrontata da molti religiosi con mirabile sprezzo del ridicolo e del buon senso). Nel 1994 la serie si chiuse con La penitenza di fratello Cadfael.
In Italia le indagini di fratello Cadfael cominciarono ad essere pubblicate solo negli anni 90, probabilmente sulla scorta del successo del film Il nome della rosa, dove l'investigatore è un frate francescano - e per molti anni tutte le copertine hanno disegnato un Cadfael in perfetta versione francescana, con mia somma indignazione.
Si tratta invece di un monaco benedettino, anche perché all'epoca di frate Cadfael l'ordine francescano era ancora ben di là da venire. Ma andiamo per ordine.
Siamo in Inghilterra, negli anni della guerra civile che nel XII secolo contrappose per quasi vent'anni re Stefano e l'imperatrice Matilde. Per anni i rivali si batterono scorazzando in lungo e in largo per l'Inghilterra, con gran danno per la medesima ma senza riuscire a prevalere davvero uno sull'altro.
In una zona relativamente tranquilla, ma non certo immune da danni, vicino ai confini del Galles, sorge l'abbazia benedettina di Shrewsbury. Lì Cadfael ha pronunciato i voti monastici restando però frate (ovvero senza diventare sacerdote) dopo una variegata e tumultuosa esistenza da uomo d'armi che lo ha visto anche partecipare alla prima crociata. All'epoca dei romanzi, che si snodano nell'arco di circa sette anni, è intorno alla sessantina, felicemente monacato ormai da più di quindici anni; è l'abile erborista del monastero e prepara medicine per l'infermeria e l'ospedale dell'abbazia oltre a curare tutti coloro che vengono in cerca di aiuto. Su autorizzazione dell'abate fa anche visite a domicilio nel villaggio o nella città vicini.
Conosce dunque le erbe e i loro poteri curativi (ma anche i veleni, perché ogni medicina è anche un po' un veleno) e sul campo di battaglia ha imparato parecchio sulle ferite da freccia, da spada e da pugnale, oltre a molte nozioni di anatomia. Conosce anche il viver del mondo, fuori e dentro i monasteri. Inoltre è abituato a interrogarsi sul perché delle cose e si interessa all'umanità. Sì, insomma, è curioso. Infine ha un fedele alleato nello sceriffo della contea, cui è legato da salda amicizia e che lo aiuta (o gli chiede aiuto) nei casi più spinosi.
Durante il medioevo l'Inghilterra era una zona piuttosto prospera ma tranquillamente provinciale - il centro del mondo era altrove. I monaci dell'abbazia di Shrewsbury non sono i monaci perennemente sull'orlo di una crisi di nervi e nell'occhio del ciclone del Nome della Rosa, né i monaci avidi e insoddisfatti e del Decameron*. Serenamente adagiati nel loro angolo di periferia, lontano dai tumulti dottrinali e filosofici che infiammano e infiammeranno ancora a lungo Italia e Francia (e dei quali in un romanzo arriva l'eco lontana) la loro unica preoccupazione è barcamenarsi tra quei due grandissimi impiastri di Stefano e Matilde cercando di limitare il danno per sé e per chi hanno intorno, soprattutto i poveri. Sono monaci paciosi e laboriosi, un po' pettegoli, talvolta timidi davanti al mondo esterno se hanno passato la loro vita nell'abbazia, spesso saggi e prudenti, qualche volta preda di tempeste strettamente personali ma sempre molto preoccupati del buon nome del monastero.
I venti romanzi e i tre racconti inanellano misteri nella maggior parte strettamente medievali, la cui soluzione è legata agli intrighi della guerra civile, alla convivenza di leggi inglesi e gallesi e ai loro vari sistemi ereditari. Gli indizi vengono però elencati in modo chiaro ed esauriente e le spiegazioni sono sempre limpide. La suspense ci perde un po', in compenso il lettore non è mai disturbato da violenze gratuite o sfoggi di sangue e budella fini a sé stessi, nemmeno quando il colpevole viene infine scoperto: comprensione e decenza gli garantiscono sempre una fine rispettabile, talvolta anche la possibilità di rifarsi una vita: il dio di frate Cadfael e dello sceriffo Hugh (e dei due abati che si succedono nel corso degli anni) è misericordioso e garantista, oltre che giusto, e la vendetta non è tenuta in gran considerazione nel loro universo mentale. Abbondano anche le giovani coppie: quasi ogni romanzo ne unisce una, talvolta anche due. Enigmi, misteri e processi speziano la narrazione, ma non sono gli unici ingredienti su cui punta l'autrice: il vero fascino di queste storie è dato dal senso dello scorrere della vita quotidiana e dal piacere di ammirare le più tipiche situazioni medievali, letterarie e no: traslazioni di reliquie, pellegrinaggi, convegni diplomatici, assedi, fiere**, improvvise comparse di santi eremiti, parroci troppo rigorosi, signori feudali troppo arroganti***, novizi imprudenti, fanciulle in fuga, amori proibiti, monaci tormentati da colpe lontane, furti di cavalli, lettere da consegnare ad ogni costo, sacerdoti legittimamente sposati con prole****, figli illegittimi che convivono felicemente con i legittimi, falsi monaci e monaci travestiti da borghesi, candele e processioni, monasteri devastati, monasteri attaccati ma difesi con successo da abili monache e indomite badesse, cadaveri bloccati dentro blocchi di ghiaccio, visioni mistiche... e anche un miracolo. Che viene descritto, ma non spiegato (perché i miracoli non si spiegano, si vivono).
Non sono libri molto lunghi: un singolo romanzo riempie un fine settimana con qualche impegno o un raffreddore.
Consigliato alle anime sensibili che non amano le storie violente, e alle anime curiose che amano i romanzi storici ma non credono troppo ai Cattivi Veramente Cattivi. Anche a chi ama il medioevo, si capisce. Dai dodici anni in su.
Con questo post riapprodo felicemente ai Venerdì del Libro di Homemademamma - e prometto che la prossima settimana mi occuperò seriamente di Pinterest, relazioni scolastiche permettendo.
*che vivono comunque in un assai più inquieto XIV secolo
**da intendersi come "mercati stagionali", non come bestie feroci
***ma i più sono,ovviamente, bravissime persone e ottimi padri di famiglia
****anche loro, si capisce, spesso buoni padri di famiglia
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